202.Da Anagni erano stati i papi Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV; e ne provenivano le cinque illustri case romane Ceccano, Toscanella, Frangipane, Collemedio, Annibaldesca; cui s’erano aggiunte quelle di Segni e de’ Gaetani.203.Vidi l’ombra di coluiChe fece per viltate il gran rifiutoInf.,III.V’ha chi nega che alluda a papa Celestino, ma non si accordano su altri. In ben altro senso il Petrarca (De vita solitaria, lib.II. c. 18) esalta Celestino, «il quale depose il gravissimo carico del papato con quella alacrità che altri avrebbe mostrata trovandosi sciolto improvvisamente da nemiche catene. Magnanimo fatto del santissimo solitario... Ho udito dire da chi era presente all’uscir suo dal concistoro in cui avea deposto il gran peso, che gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva dell’angelico. Nè a torto; chè sapeva il valore di ciò che recuperava, nè ignorava quel che perdeva».Saviissimo giudizio ne reca Clemente V nella bolla di sua santificazione: — Uomo di stupenda semplicità, inesperto de’ negozj che concernono il reggimento della Chiesa universale, attesochè dalla puerizia sino alla vecchiaja aveva applicato l’animo non alle cose di quaggiù ma alle divine, prudentemente rivolgendo in se stesso l’occhio dell’intima sua attenzione, liberamente e appieno rinunziò agli onori e agli oneri del papato, perchè all’universa Chiesa non derivasse pericolo dal suo reggimento, e perchè, deposte le turbanti cure di Marta, potesse starsene con Maddalena ai piedi di Gesù, nella pace della contemplazione».Gli accordi e le promesse con cui Bonifazio VIII avrebbe comprato la tiara da Carlo d’Angiò, asseriti da scrittori posteriori, più che dal silenzio de’ contemporanei, sono smentiti dall’interesse che Carlo aveva d’allontanare Bonifazio dal papato. Da poi i Colonna scrissero fieramente contro di lui, dichiarandolo eletto illegalmente, ma solo fondandosi sull’invalidità della rinunzia di Celestino: se egli avesse compra la tiara colla simonia di cui Dante lo infama, l’avrebbero taciuto questi accaniti suoi avversarj?204.Il giubileo fu rinnovato dopo cinquant’anni da Clemente VI; e Matteo Villani narra essersi veduta a Roma una fiera perpetua, e un milione ducentomila persone, talchè mancarono i viveri; e il danaro raccolto si occupò parte a vantaggi della Chiesa, parte a ricovrare dai tiranni le città di Romagna. Urbano VI ridusse l’intervallo a trentatrè anni, quanti ne visse Gesù Cristo; poi Paolo II a venticinque, come restò.Si attribuisce a Bonifazio VIII l’avere introdotto la doppia corona per la tiara papale: eppure sei statue che si conoscono, alzategli da vivo o poco dopo morto, recano la corona semplice; e tale pure l’hanno quelle di Benedetto XI suo successore. Suggero scriveva di Innocenzo II: «Impongono al suo capo un frigio ornamento a foggia di elmo, adorno d’un aureo cerchio». La triplice compare nella statua che il Manno orefice bolognese fece di Bonifazio VIII, poi in quelle di Urbano VI.205.Petrarca,Ep., pag. 4-15.206.Alter oculus Florentiæ.Benvenuto da ImolaalXdell’Inferno.207.Leonardo Aretino, v. 57.208.Vulgare Eloquio. — E in un congedo:O montanina mia canzon, tu vai;Forse vedrai Fiorenza, la mia terraChe fuor di sè mi serraVuota d’amore e nuda di pietate;Se dentro v’entri, va dicendo, — OmaiNon vi può fare il mio signor più guerra.209.Quest’ignominia era stata subìta dal suo compagno di pena, il padre del Petrarca, dispensato però dalla mitera al capo; e la riformagione del 10 febbrajo 1308 stanziaquod præfatus ser Petraccolus, facta de eo oblatione secundum modum prædictum, intelligatur esse et sit perpetuo exemptus, liberatus et totaliter absolutus.210.Di queste profonde convinzioni sì energicamente espresse dà prova continua nel poema; e nelConvivio, a proposito d’una proposizione filosofica, dice: — Col coltello, non con argomenti convien rispondere a chi così parla».211.Digli che il buon col buon non prende guerraPrima che co’ malvagi vincer prove:Digli ch’è folle chi non si rimuove,Per tema di vergogna, da follìa.Canzone.212.Par.,XVI. Baldo d’Aguglione e Morubaldini da Signa erano quelli che proferirono la sentenza capitale contro Dante.213.Lettera a Guido Novello da Polenta, che i Veneziani però vorrebbero apocrifa.214.Però Dante faceva espressa riserva degli statuti particolari:Advertendum sane quod cum dicitur humanum genus posse regi per unum principem, non sic intelligendum est, ut ab illo uno prodire possint municipia et leges municipales. Habent namque nationes, regna et civitates inter se proprietates, quas legibus differentibus regulari oportet.De monarchia.Sono le eccezioni, colle quali il buon senso ovvia le illazioni che mostrerebbero erroneo il posato principio.215.Vedi l’AppendiceVIII.216.Non l’Orgagna, come si dice volgarmente. VediGaye,Carteggio,II. V. La cattedra di spiegar Dante durò lungo tempo: nel 1412 la Signoria pagava otto fiorini il mese a Giovanni di Malpaghini ravennate, il quale aveva lungo tempo commentato Dante, e che ancora lo spiegava ogni domenica; sei anni dopo, adempiva tale uffizio Giovanni Gherardi da Pistoja, con sei fiorini il mese; alquanto più tardi, gli successe Francesco Filelfo.217.La conferma datagli da Bonifazio respira grave orgoglio:Fecit Deus duo luminaria magna; luminare majus, ut præesset diei, luminare minus ut præesset nocti. Hæc duo luminaria fecit Deus ad literam, sicut dicitur in Genesi: et nihilominus spiritualiter intellecta fecit luminaria prædicta, scilicet solem, idest ecclesiasticam potestatem, et lunam, hoc est temporalem et imperialem ut regeret universum. Et sicut luna nullum lumen habet nisi quod recipit a sole, sic nec aliqua terrena potestas aliquid habet nisi quod recipit ab ecclesiastica potestate. Licet autem ita communiter consueverit intelligi, nos autem accipimus hic imperatorem, solem qui est futurus, hoc est regem Romanorum, qui promovendus est imperator, qui est sol, sicut monarcha, qui habet omnes illuminare et spiritualem potestatem defendere, quia ipse est datus et missus in laudem bonorum et in vindictam malefactorum.... Unde hæc nota et scripta sunt, quod vicarius Jesu Christi et successor Petri potestatem imperii a Græcis transtulit in Germanos, ut ipsi Germani, idest septem principes, quatuor laici et tres clerici, possint eligere regem Romanorum, qui est promovendus in imperatorem et monarcham omnium regum et principum terrenorum. Nec insurgat hic superbia gallicana, quæ dicit quod non recognoscit superiorem. Mentiuntur: quia de jure sunt et esse debent sub rege romano et imperatore. Et nescimus unde hoc habuerint vel adinvenerint, quia constat quod Christiani subditi fuerunt monarchis ecclesiæ romanæ, et esse debent... Et attendant hic Germani, quia, sicut translatum est imperium ab aliis in ipsos, sic Christi vicarium successor Petri habet potestatem transferendi imperium a Germanis in alios quoscumque, si vellet, et hoc sine juris injuria.... Electus in regem Romanorum, prius fuit in nubilo arrogantiæ, etenim non fuit devotus ad nos et ecclesiam istam sicut debuit. Nunc aute mexhibet se devotum et promptum ad facienda omnia quæ volumus nos et fratres nostri et ecclesia ista... Si autem ipse vellet contrarium facere, non posset; quia nos non habemus alas nec manus ligatas, nec pedes compeditos, quia bene possumus eum reprimere et quemcumque alium principem terrenum.218.Perfino il Sismondi, accannito contro Bonifazio, dice: — Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero e indipendente... I popoli dovrebbero desiderare che i sovrani dispotici riconoscessero al dissopra di loro un potere venuto dal cielo, che li fermasse sulla strada del delitto».St. delle repubbliche ital., cap. 24.219.Tanto vien rimproverata a Bonifazio questa bolla; eppure non conteneva che il preciso senso del canone 44 del concilio IV di Laterano, e la dottrina generalmente accettata nel diritto canonico d’allora. Lo dimostra ad evidenza Philipps nelDiritto ecclesiastico, vol.III. lib.I. § 130.220.L’anno seguente in concistoro dichiarò, non intendeva arrogarsi la giurisdizione del re, ma che questo è sottoposto al papa in quanto al peccato.221.Petrus(la Flotte)literam nostram falsavit, seu falsa de ea confixit. Preuves du différend etc. pag. 77. Ma la lettera di Filippo pare autentica.222.Si pretende che Bonifazio mandasse al famoso Guido di Montefeltro, che stanco delle avventure s’era messo frate, e l’esortasse a capitanare l’impresa contro Palestrina. Egli si scusò; ma instando il papa perchè almeno gli sovvenisse di consigli, rispose temeva per l’anima sua. Il papa l’assolse, ed esso gli suggerì di promettere e non mantenere. Dante vi allude in quel verso «Lungo prometter con attender corto».Tutte le cronache attestano la penitenza di Guido, il suo ritiro dal mondo e la santa fine. E davvero valeva egli la pena che si facesse uscir di monastero un frate per farsi suggerire uno spediente così comune?223.Il Ferreto racconta che morì rabbioso, dando del capo per le pareti, rodendo il bastone, soffocandosi. Sismondi neppur gli domanda donde trasse queste particolarità; e perchè al suo cadavere, trovato intatto dopo 302 anni, non apparisse il minimo segno di lesione.Il processo di Bonifazio narra che morì tranquillo nel palazzo Vaticano; e il cardinale Stefaneschi che v’assisteva, scrive:Lecto prostratus anhelusProcubuit, fassusque fidem, curamque professusRomanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almusSpiritus, et sævi nescit jam judicis iram,Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est.VedansiJo. Rubei,Bonifacius VIII. Roma 1651. Da Dante, dal Ferreto, dagli storici, e principalmente dal Sismondi lo difesero ilDublin Review, anno 1842, e il cassinese padre Tosti nellaStoria di Bonifazio VIII, 1847. Benvenuto da Imola, commentando Dante, lo chiamamagnanimo peccatore; e magnanimo è il titolo datogli da sant’Antonino e da Giovanni Villani;meraviglia del mondolo dice Petrarca. Con cristiana imparzialità il Rainaldo, continuatore del Baronio, conchiuse così il giudizio intorno ad esso pontefice:Super ipsum itaque Bonifacium, qui reges et pontifices ac religiosos, clerumque ac populum horrende tremere fecerat, repente timor et tremor et dolor una die irruerunt, ut ejus exemplo discant superiores prælati non superbe dominari in clero et populo, sed forma facti gregis, curam subditorum gerant, priusque appetant amari quam timeri.L’opera capitale intorno a quel papa sono sempre leProve, cioè gli atti pubblici, editi da Pietro Dupuy. Nel 1526 Alessandro bolognese viaggiava da quelle parti, e vedendo Anagni deserta e in ruina, domandò la ragione: — La prigionia di Bonifazio (rispose un de’ pochi abitanti); da quell’ora guerre, peste, fazioni peggiorarono sempre più la città».224.Tacita mente conciperet intra magnam Italiam apud Longibardos sedem apostolicam sibi statuere, ut et in posterum ibidem esset forte mansura.Ferreto, lib.III. p. 1012.225.L’Istituto di Francia nel 1858 premiava una memoria di M. Rabanis,Clément V et Philippe le Bel, ove, spogliando i giornali di Bertrando de Goth che quell’anno era in visita della sua diocesi, e quelli di re Filippo, convince che certamente essi non s’incontrarono nè a Saint-Jean-d’Angely nè altrove. E con altri argomenti prova quel che già il buon senso presumeva, l’impossibilità di quell’accordo.226.Clemente V «fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per moneta in sua corte si vendea; e fu lussurioso, che palese si diceva che tenea per amica la contessa Palagorgo, bellissima donna, figliuola del conte di Fos. E lasciò i suoi nepoti e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile tesoro; e dissesi che vivendo il detto papa, essendo morto un suo nepote cardinale cui elli molto amava, costrinse uno grande maestro di nigromanzia che sapesse che fosse dell’anima del nipote. Il detto maestro, fatta sua arte, un cappellano del papa molto sicuro fece portare alle demonia allo inferno, e mostrogli visibilmente un palazzo dentrovi un letto di fuoco ardente, nel quale era l’anima del detto suo nepote morto, dicendoli che per la sua simonia era così giudicato. E vidde nella visione fatto un altro palazzo allo incontro, il quale li fu detto si facea per papa Clemente; e così rapportò il detto cappellano al papa, il quale mai poi non fu allegro e poco vivette appresso».Villani.227.Villani; e Dante,Purg.,XX:Veggio il nuovo Pilato sì crudeleChe ciò nol sazia, ma senza decretoPorta nel tempio le cupide vele.Sui Templari e il loro processo in Toscana ragionò ripetutamente alla Accademia Lucchese monsignor Telesforo Bini, com’è a vedersi negli atti di quella del 1838 e del 1845. Appare di là come fossero numerose le loro case in Toscana. Vero è che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa, Ravenna ed altri che assumessero informazione sui Templari, ma non che s’adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20 settembre al 23 ottobre 1308; e il processo fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de’ Giudici di Roma canonico di Verona pei Templari di Lombardia e Toscana: que’ commissarj nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj. Il papa aveva trasmesso cenventiquattro e più articoli sui quali esaminarli: e gl’inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Appare che furono esaminati senza le torture usate in Francia, non perchè i tribunali ecclesiastici non le usassero, chè anzi in quel processo parlasi delle deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, che non pareano attendibili,licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus coactionibus et tormentis. Inoltre essi non doveano temere che, confessando, andrebbero al rogo, siccome in Francia, atteso che qui li giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e la ritrattazione. In fatto a Ravenna furono assolti, come non rei delle colpe imputate (Rubeis,Storia di Ravenna, lib.VI). È dunque più attendibile la loro deposizione, che giurano aver fattanon odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro veritate tantum.Le accuse numerosissime possono ridursi a sei capi: 1º che rinegassero la fede, bestemiassero Cristo, Maria, i Santi, conculcassero e deturpassero la croce; 2º che consacrando non proferissero le parole sacramentali, e il maestro, sebben laico, assolvesse i peccati; 3º adorassero la testa di Bafomet, e si cingessero con cingoli, benedetti dal suo contatto; 4º usassero fra loro baci indecenti; 5º peccassero contro natura; 6º tutto facessero clandestinamente, giurando di estender l’Ordine con qualsifosse modo.Le accuse, alcune sono ammesse generalmente; altre solo da alcuni, o per casi o persone speciali, o sol come d’udita, o come d’uso di là dal mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei capitoli e alla bestemmia miscredente.Dopo ciò parrebbe che, se gli scellerati processi fatti loro in Francia spinsero a crederli innocenti e vittime dell’avidità di Filippo il Bello, la calma con cui procedette la Chiesa, i processi fatti regolarmente in Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze, lascino supporre che molti de’ Templari fossero rei, e che col re di Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimer l’Ordinenon de jure sed per viam provisionis, salvò individui innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli alla difesa di Terrasanta.Parmi che i documenti uniti a quel discorso, e da cui il Bini raccolse il nome di ben centosette Templari, aggiungano gran luce a questo punto storico, molto dibattuto dal Raynouard in poi.* Vedansi nuovi documenti, pubblicati nel 1875, fra gli Atti Ravennati in continuazione a quelli del Fantuzzi.228.Gesta ducum veterum veteres cecinere poetæ;Aggrediar vates novus edere gesta novorum.Dicere fert animus, quo gens normannica ductuVenerit Italiam, fuerit qua causa morandi,Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum.e finisce:Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;Mente tibi læta studuit parere poëta.Semper et auctores hilares meruere datores:Tu duce romano dux dignior Octaviano,Sis mihi, quæso, boni spes, ut fuit ille Maroni.229.Hist. Sic.nei Rer. It. Scrip.,VII, 253-264.230.Istoire de li Normant, pubblicata ultimamente da Champollion Figeac.231.La suaStoria imperialesi dubita fosse un’invenzione del celebre Bojardo.232.Oltre il Napione,Cronisti piemontesi, vedasi la prefazione al vol.IIdelle Carte neiMonumenta Historiæ Patriæ.233.Referant suas legationes in illis consiliis, in quibus electi fuerunt.1296.In scriptis relationes facere teneantur.1425. Nel 1718 si cominciò una collana di storici veneti. Degli storici e cronisti veneti diede ampia informazione il Foscarini; dietro al quale Flaminio Cornaro pubblicò la cronaca latina di Lorenzo De Monacis, Girolamo Zanetti quella del Sagomino, altri altre, e distintamente l’inglese Rawdon Brown estratti deiDiarjdi Marin Sanuto, gliAnnali venetidel Malipiero e d’altri nell’Archivio storico, vol.VII.234.Questo svario lo fece anche Dante, cantando nelXIIIdell’Inferno:Quei cittadin, che poi la rifondarnoSovra ’l cener che d’Attila rimase.Alcuno volle correggere Totila, ma neppur questo distrusse Firenze.235.Uno storico recentissimo lo taccia d’indegna avversione contro i papi d’Avignone (Histoire de la papauté pendant le XIV siècle, par l’abbéCristophe. Parigi 1853). Anche concesso ciò, questo era sentimento comune agli Italiani d’allora, nè quell’apologia parmi dimostri che avessero torto.236.Il suo libro comincia: — Io Giovanni Villani, considerando la nobiltà e grandezza della nostra città, mi pare che si convenga di raccontare ecc.» E altrove: — Convien cominciare il duodecimo libro, però che richiede lo stile del nostro trattato, perchè nuova materia e grandi mutazioni e diverse risoluzioni avvennero in questi tempi alla nostra città di Firenze per le nostre discordie tra’ cittadini e ’l mal reggimento de’ Venti, come addietro fatto avemo menzione; e fieno sì diverse, che io autore che fui presente, mi fa dubitare che per li nostri successori appena sieno credute di vero; e furono pur così come diremo in appresso».237.DelMetodo per istudiare la storia fiorentinascrisse il Manni, a tacere la meschinaIstoria degli scrittori fiorentinidi Giulio Negri. Gervinus diede a Francoforte nel 1833 in tedesco un saggio sugli storici fiorentini fino ai tempi del Machiavelli. Vedi pureMoreni,Bibliografia storica ragionata della Toscana. 1805.238.Gli storici di Lucca sono ben estimati dal Tommasi,Introduzione al sommario di storia lucchese, nell’Archivio storico, vol.X.239.Un cronista romano scrive: — Io Ludovico Bonconte Monaldeschi nacqui in Orvieto, e fui allevato alla città di Roma, dove vissi. Nacqui l’anno 1327 del mese di giugno, nel tempo che venne l’imperatore Ludovico. Hora io voglio raccontare tutta la storia dello tempo mio, poichè io vissi allo mondo centoquindici anni senza malattia, autro che quanno nacqui io tramortio, e morsi di vecchiezza, e fui allo lietto dodici mesi di continuo». Anche il milanese Burigozzo finisce il suo libro: — Come vedrete nella cronaca di mio figliolo, imperocchè per la morte che mi è sopragiunta non posso più scrivere».240.Il Muratori chiama quell’operainsigne opus et monumentorum copia et splendore sermonis et ordine narrationis; ex quo incredibilis lux acta est eruditioni barbarorum temporum, in illum usque diem apud Italos tenebris innumeris circumfusæ.Vita del Sigonio, pag. 9.Beniamino Guérard, nella introduzione al Cartulario di Saint-Père de Chartres e al Poliptico di Irminon, mostrò quanto partito può trarsi dalle raccolte del medioevo. Gran giovamento recò la Scuola delle Carte di Parigi, formando buoni allievi, dando metodo e attività, compiendo varie opere utili e promovendo le ricerche.241.Gli storici di Perugia sono annoverati nella prefazione al tom.XV, par.IIdell’Archivio storico.242.Il primoBullariocomparve nel 1586, ove Laerzio Cherubini collocò cronologicamente le costituzioni pontifizie da Leone I a Sisto V; Angelo Maria suo figlio lo aumentò, poi Angelo Lantusca e Paolo di Roma: collezioni superate dalBullarium Magnumdel 1727 che va da Leon Magno fino a Benedetto XIII, e dalla collezione di Carlo Coquelines fatta a Roma dal 1739 al 48, e cui Andrea Barberi nel 1835 aggiunse le costituzioni fino a Pio VIII.243.Rerum Italicarum Scriptores ab anno DominiDadMD,quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit. 28 vol. in-fol., Milano 1723-51. —Antiquitates italicæ medii ævi. 6 vol. in-fol., ivi 1738-43. —Dissertazioni sopra le antichità italiane. 3 vol. in-4º, ivi 1751; traduzione dell’opera predetta, ommessi i documenti. —Annali d’Italia. 18 vol. in-8º, ivi 1753-56. —Delle antichità estensi ed italiane. 2 vol. in-fol. Modena 1717-40.244.Bellini,De monetis Italiæ medii ævi. Ferrara 1755. —Zanetti,Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia. Bologna 1745.245.Apparatus ad historiam juris mediolanensis antiqui et novi. — Constitutiones mediolanensis dominii.246.Archiepiscoporum mediolanensium series, 1755.247.Ecclesiæ mediolanensis historia ligustica, 1795.248.NelleDelizie degli eruditi toscani, tom.VIII.249.Aggiungiamo,Sansovino,Dell’origine, fatti... delle famiglie illustri d’Italia.Gamurrini,Famiglie toscane e umbre.Cherubini,Cronologia de’ Gaetani di Firenze.Aldiberti,Compendio dell’antichità di casa Cevoli.Fineschi,Memorie d’illustri Pisani.Adriani,Degli antichi signori di Sarmatorio, Marzano e Monfalcone.Campanile,Notizie di nobiltà.Borrelli,Vindex neapolitanæ nobilitatis.Moreni,Serie d’autori d’opere risguardanti la famiglia Medici.Ratti,Della famiglia Sforza.Berlinghieri,Notizie degli Aldobrandeschi.A. Reumont,Die Carafa von Maddaloni. Berlino 1851. Jacob W. Imhof,Corpus historiæ genealogicæ Italiæ et Hispaniæ. Norimberga 1702. Pompeo Litta,Famiglie celebri italiane, opera importante per la genealogia, e lasciata incompiuta dall’autore morendo nel 1853.250.G. P. Von Spannagel,Notizia della vera libertà fiorentina, 1724. —Mascow,Exercitatio de jure Imperii in magnum ducatum Etruriæ, 1721. —Imperii germanici jus ac possessio in Genua ligustica, 1751; e infiniti altri.251.Fanucci,Storia dei tre celebri popoli marittimi dell’Italia. —Marsigli,Ricerche sul commercio veneto. —Pagnini,Della decima e di varie altre gravezze imposte dal Comune di Firenze; della moneta e della mercatura de’ Fiorentini nel secoloXVI. Lucca 1765.252.Vedi ilMonitumpremesso alVvol. Venezia 1781-92.253.Dell’uso e dell’autorità della ragion civile nelle provincie dell’impero occidentale, dal dì che furono inondate da Barbari sino a Lotario II. Napoli 1720-22-51.254.Istoria d’Italia dalla venuta d’Annibale fino al 1527, di Girolamo Briano. Venezia 1624. —Italia travagliata, dove si narrano i fatti dalla venuta d’Enea al 1755per frà Umberto Locato vescovo di Bagnarea. Ivi 1776.255.Chi abbia veduto le storie dei Malespini, del Compagni, dei Villani, troverà ben ingiusto il Machiavelli, ove pronunzia che sono diligentissimi nel descrivere le guerre coi forestieri, «ma delle civili discordie, e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta, e quell’altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote arrecare utile o piacere veruno... Perchè se niuna cosa diletta o insegna nella storia, è quella che particolarmente si descrive; se niuna lezione è utile ai cittadini che governano le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odj e delle divisioni della città, acciocchè possano, con il pericolo d’altri divenuti savj, mantenersi uniti».Proemio alle Storie fiorentine.256.Epistolari historia nulla fidelior atque tutior.Baronio.257.Frà Paolo Sarpi l’8 giugno 1612 incoraggiava il celebre Casaubono a scrivere contro il Baronio, di cui non è male che non dica: solo lo scaltrisce che, se lo tacciasse di mala fede e di frode, nessun gli crederebbe di quelli che il conobbero; «era uomo integerrimo, se non che beveva le opinioni di chi gli stava dattorno».258.La stampa più compita è quella di Lucca del 1738-57 in quarantatre volumi:Apparatus Annalium ecclesiasticorum Baronii, additis O. Raynaldi, G. Laderchi(che li seguitò grossolanamente fino al 1571),A. Pagi, J. Casauboni, L. S. Le Nain Tillemont, H. Noris, per opera di G. D. Mansi. Il padre Theiner s’accinse a proseguirli, ma presto si fermò.259.«Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato (al 719). Ma un grand’imbroglio era il dover correre dietro a costoro (722). Non sapevano digerirla d’aver per signore un imperatore empio (728). Per timor della pelle se ne tornò a Roma (731). S’imbrogliarono in quest’anno non poco gli affari d’Italia (740). Cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa (770). Vedendo il re Carlo esser un osso duro quella città (773). Cosa manipolassero insieme papa Giovanni e Bosone, si raccoglie da... (878). Federico, quant’era da lui, avrebbe ridotto il papa a portar il piviale di bombagina (1239). Mastino cominciò a imbrogliarsi col comune di Venezia (1336). L’armata veneta gli diede un giorno una buona spelazzata (1509). Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe (ivi). Il vicerè ebbe deimeremurdal re cattolico (1563). Parea che a Leopoldo non mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere (1704). Per lui Cola da Rienzo è unvile, Masaniello unarlecchino finto principe.260.Senza ripetere qui ciò che in lavoro più ampio noi sostenemmo, invitiamo i lettori di poca fatica a consultare le prime pagine d’uno storico moderno, liberalissimo e protestante, T. B. Macaulay nellaStoria d’Inghilterra, ediz. Pomba 1852, pag. 43, tom.I.261.Si declamò tanto contro il poeta francese Lamartine perchè chiamò l’Italiala terra dei morti; e quand’era affisso all’ambasciatore francese a Firenze, dovette darne soddisfazione colla spada a Gabriele Pepe. Eppure la frase stessa si trova nel Sismondi, autore de’ più benevoli all’Italia e apprezzato per liberalità. Nel capo 126 dellaStoria delle Repubblichedice chiaro che, «sia che si osservi tutta intera l’Italia, e si esamini la natura del suolo o le opere dell’uomo e l’uomo stesso, sempre si crede essere nel paese de’ morti, vedendo insieme la debolezza della generazione presente e la possa di quelle che la precedettero». La sottintendono poi tutti quelli che oggi non san parlare che delrisorgimentodell’Italia.262.In un erudito tanto benemerito, e che sarà sempre fonte preziosissima, spiace quella trivialità di critica e di riflessi. Aprendolo a caso, leggo al lib.III. c. 1. § 3 della suaStoria della letteratura: «S’ei debba chiamarsi Biondo Flavio o Flavio Biondo, ella è questione non ancor bene decisa, e poco importa il sapere com’ella debba decidersi. Io scrivo Biondo Flavio perchè così leggesi nell’iscrizion sepolcrale a lui posta, e negli antichiAnnali di Forlìsua patria, pubblicati dal Muratori; e così pure lo chiama Francesco Filelfo in più lettere a lui scritte, delle quali diremo fra poco. Che se ciò non ostante altri crede ch’ei debba dirsi Flavio Biondo, io non per ciò vo’ movergli guerra». Al tom.VII. part.III.pag. 1169: «Di Benedetto Bordone appena mi tratterrei io a parlarne, se una quistione assai dibattuta qui non ci si offerisse, e che non vuolsi passar senza esame; cioè se fosse padovano o veronese, e, ciò che più importa, se ei fosse o no il padre del celebre Giulio Cesare Scaligero»; e sei pagine profonde in tal discussione attorno un autore cheappenacrede degno d’essere mentovato. Al tom.VIII. l.II. c.IV. nº 19: Gioachino Scaino fu uno de’ più illustri giureconsulti, ene è testimoniol’onorevole iscrizione a lui posta nella sua patria dappoichè egli fu morto... Paolo Zanchi, bergamasco, meritò d’essere encomiato con orazione funebre da Giovita Rapicio».263.Il Leo (Storia d’Italia, cap. 2. § 1) dice: — Nuovi elementi, nuovi principj doveano essere portati all’Italia, acciocchè una nuova vita si svegliasse dopo la caduta dell’Impero. Nè si può comprendere come in circostanze siffatte lo spirito del popolo italiano potess’essere capace di dare nuovi prodotti, importanti alla storia del mondo». Anche il Sismondi nella prefazione parla dell’«Italia rinvigorita dall’unione del suo popolo con popoli settentrionali».264.Si tenga presente la data di questo lavoro.265.Qualcosa di meglio uscirà dall’istituzione, decretata nel 1852, d’un archivio centrale di Stato in Firenze, ove ordinare da 115,870 tra filze e registri, e 126,830 pergamene, e acquistando sempre nuovi documenti dalle case che ne sono ricchissime.266.Somma prova del degradamento degli studj eruditi fra noi è la sfacciataggine con cui si pubblicano o spacciano documenti assolutamente falsi, o sì evidentemente scorretti, che, senza aver sott’occhio gli originali, può emendarli chi appena abbia attinto a studj siffatti. Ma più sciagurato ancora è il vedere tali pubblicazioni lodate dai dispensieri della fama, e dato nome d’eruditi a tali che meritano unicamente quello di cerretani.267.Ora sono 12, e vi si devono unire le pubblicazioni delle Deputazioni storiche delle varie regioni italiane, e molti giornali.268.Filippo Jaffe,Regesta pontificum romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natumMCXCVIII. Berlino 1850.269.La calata d’Enrico VII è narrata da un vescovoin partibusdi Butronto, tedesco amico dell’imperatore non men che del papa, al quale dà ragguaglio dell’impresa con dignitosa franchezza e semplicità. La descrisse pure Albertino Mussato. Gli atti d’Enrico VII sono raccolti da Döniges,Regesta Enrici VII.270.Giulini,Memorie del Milanese,VIII. 619;Bonincontro Morigia,Chron., lib.II. c. 6.271.Alla coronazione di Bonifazio VIII dodici ambasciatori assistettero, tutti fiorentini, cioè: Palla Strozzi messo della repubblica di Firenze, Cino Diotisalvi del signore di Camerino, Lapo Uberti della repubblica di Pisa, Guido Talunca del re di Sicilia, Manno Adimari di quello di Napoli, Folco Bencivenni del granmaestro di Rodi, Vermiglio Alfani dell’imperatore, Musciato Franzesi del re di Francia, Ugolino dal Vecchio di quello d’Inghilterra, Rimeri di quel di Boemia, Simone de Rossi dell’imperatore di Costantinopoli, Guicciardo Bastari del gran kan dei Tartari. Il che vedendo, Bonifazio chiamò i Fiorentini il quinto elemento.
202.Da Anagni erano stati i papi Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV; e ne provenivano le cinque illustri case romane Ceccano, Toscanella, Frangipane, Collemedio, Annibaldesca; cui s’erano aggiunte quelle di Segni e de’ Gaetani.
202.Da Anagni erano stati i papi Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV; e ne provenivano le cinque illustri case romane Ceccano, Toscanella, Frangipane, Collemedio, Annibaldesca; cui s’erano aggiunte quelle di Segni e de’ Gaetani.
203.Vidi l’ombra di coluiChe fece per viltate il gran rifiutoInf.,III.V’ha chi nega che alluda a papa Celestino, ma non si accordano su altri. In ben altro senso il Petrarca (De vita solitaria, lib.II. c. 18) esalta Celestino, «il quale depose il gravissimo carico del papato con quella alacrità che altri avrebbe mostrata trovandosi sciolto improvvisamente da nemiche catene. Magnanimo fatto del santissimo solitario... Ho udito dire da chi era presente all’uscir suo dal concistoro in cui avea deposto il gran peso, che gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva dell’angelico. Nè a torto; chè sapeva il valore di ciò che recuperava, nè ignorava quel che perdeva».Saviissimo giudizio ne reca Clemente V nella bolla di sua santificazione: — Uomo di stupenda semplicità, inesperto de’ negozj che concernono il reggimento della Chiesa universale, attesochè dalla puerizia sino alla vecchiaja aveva applicato l’animo non alle cose di quaggiù ma alle divine, prudentemente rivolgendo in se stesso l’occhio dell’intima sua attenzione, liberamente e appieno rinunziò agli onori e agli oneri del papato, perchè all’universa Chiesa non derivasse pericolo dal suo reggimento, e perchè, deposte le turbanti cure di Marta, potesse starsene con Maddalena ai piedi di Gesù, nella pace della contemplazione».Gli accordi e le promesse con cui Bonifazio VIII avrebbe comprato la tiara da Carlo d’Angiò, asseriti da scrittori posteriori, più che dal silenzio de’ contemporanei, sono smentiti dall’interesse che Carlo aveva d’allontanare Bonifazio dal papato. Da poi i Colonna scrissero fieramente contro di lui, dichiarandolo eletto illegalmente, ma solo fondandosi sull’invalidità della rinunzia di Celestino: se egli avesse compra la tiara colla simonia di cui Dante lo infama, l’avrebbero taciuto questi accaniti suoi avversarj?
203.
Vidi l’ombra di coluiChe fece per viltate il gran rifiutoInf.,III.
Vidi l’ombra di coluiChe fece per viltate il gran rifiutoInf.,III.
Vidi l’ombra di colui
Che fece per viltate il gran rifiuto
Inf.,III.
V’ha chi nega che alluda a papa Celestino, ma non si accordano su altri. In ben altro senso il Petrarca (De vita solitaria, lib.II. c. 18) esalta Celestino, «il quale depose il gravissimo carico del papato con quella alacrità che altri avrebbe mostrata trovandosi sciolto improvvisamente da nemiche catene. Magnanimo fatto del santissimo solitario... Ho udito dire da chi era presente all’uscir suo dal concistoro in cui avea deposto il gran peso, che gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva dell’angelico. Nè a torto; chè sapeva il valore di ciò che recuperava, nè ignorava quel che perdeva».
Saviissimo giudizio ne reca Clemente V nella bolla di sua santificazione: — Uomo di stupenda semplicità, inesperto de’ negozj che concernono il reggimento della Chiesa universale, attesochè dalla puerizia sino alla vecchiaja aveva applicato l’animo non alle cose di quaggiù ma alle divine, prudentemente rivolgendo in se stesso l’occhio dell’intima sua attenzione, liberamente e appieno rinunziò agli onori e agli oneri del papato, perchè all’universa Chiesa non derivasse pericolo dal suo reggimento, e perchè, deposte le turbanti cure di Marta, potesse starsene con Maddalena ai piedi di Gesù, nella pace della contemplazione».
Gli accordi e le promesse con cui Bonifazio VIII avrebbe comprato la tiara da Carlo d’Angiò, asseriti da scrittori posteriori, più che dal silenzio de’ contemporanei, sono smentiti dall’interesse che Carlo aveva d’allontanare Bonifazio dal papato. Da poi i Colonna scrissero fieramente contro di lui, dichiarandolo eletto illegalmente, ma solo fondandosi sull’invalidità della rinunzia di Celestino: se egli avesse compra la tiara colla simonia di cui Dante lo infama, l’avrebbero taciuto questi accaniti suoi avversarj?
204.Il giubileo fu rinnovato dopo cinquant’anni da Clemente VI; e Matteo Villani narra essersi veduta a Roma una fiera perpetua, e un milione ducentomila persone, talchè mancarono i viveri; e il danaro raccolto si occupò parte a vantaggi della Chiesa, parte a ricovrare dai tiranni le città di Romagna. Urbano VI ridusse l’intervallo a trentatrè anni, quanti ne visse Gesù Cristo; poi Paolo II a venticinque, come restò.Si attribuisce a Bonifazio VIII l’avere introdotto la doppia corona per la tiara papale: eppure sei statue che si conoscono, alzategli da vivo o poco dopo morto, recano la corona semplice; e tale pure l’hanno quelle di Benedetto XI suo successore. Suggero scriveva di Innocenzo II: «Impongono al suo capo un frigio ornamento a foggia di elmo, adorno d’un aureo cerchio». La triplice compare nella statua che il Manno orefice bolognese fece di Bonifazio VIII, poi in quelle di Urbano VI.
204.Il giubileo fu rinnovato dopo cinquant’anni da Clemente VI; e Matteo Villani narra essersi veduta a Roma una fiera perpetua, e un milione ducentomila persone, talchè mancarono i viveri; e il danaro raccolto si occupò parte a vantaggi della Chiesa, parte a ricovrare dai tiranni le città di Romagna. Urbano VI ridusse l’intervallo a trentatrè anni, quanti ne visse Gesù Cristo; poi Paolo II a venticinque, come restò.
Si attribuisce a Bonifazio VIII l’avere introdotto la doppia corona per la tiara papale: eppure sei statue che si conoscono, alzategli da vivo o poco dopo morto, recano la corona semplice; e tale pure l’hanno quelle di Benedetto XI suo successore. Suggero scriveva di Innocenzo II: «Impongono al suo capo un frigio ornamento a foggia di elmo, adorno d’un aureo cerchio». La triplice compare nella statua che il Manno orefice bolognese fece di Bonifazio VIII, poi in quelle di Urbano VI.
205.Petrarca,Ep., pag. 4-15.
205.Petrarca,Ep., pag. 4-15.
206.Alter oculus Florentiæ.Benvenuto da ImolaalXdell’Inferno.
206.Alter oculus Florentiæ.Benvenuto da ImolaalXdell’Inferno.
207.Leonardo Aretino, v. 57.
207.Leonardo Aretino, v. 57.
208.Vulgare Eloquio. — E in un congedo:O montanina mia canzon, tu vai;Forse vedrai Fiorenza, la mia terraChe fuor di sè mi serraVuota d’amore e nuda di pietate;Se dentro v’entri, va dicendo, — OmaiNon vi può fare il mio signor più guerra.
208.Vulgare Eloquio. — E in un congedo:
O montanina mia canzon, tu vai;Forse vedrai Fiorenza, la mia terraChe fuor di sè mi serraVuota d’amore e nuda di pietate;Se dentro v’entri, va dicendo, — OmaiNon vi può fare il mio signor più guerra.
O montanina mia canzon, tu vai;Forse vedrai Fiorenza, la mia terraChe fuor di sè mi serraVuota d’amore e nuda di pietate;Se dentro v’entri, va dicendo, — OmaiNon vi può fare il mio signor più guerra.
O montanina mia canzon, tu vai;
Forse vedrai Fiorenza, la mia terra
Che fuor di sè mi serra
Vuota d’amore e nuda di pietate;
Se dentro v’entri, va dicendo, — Omai
Non vi può fare il mio signor più guerra.
209.Quest’ignominia era stata subìta dal suo compagno di pena, il padre del Petrarca, dispensato però dalla mitera al capo; e la riformagione del 10 febbrajo 1308 stanziaquod præfatus ser Petraccolus, facta de eo oblatione secundum modum prædictum, intelligatur esse et sit perpetuo exemptus, liberatus et totaliter absolutus.
209.Quest’ignominia era stata subìta dal suo compagno di pena, il padre del Petrarca, dispensato però dalla mitera al capo; e la riformagione del 10 febbrajo 1308 stanziaquod præfatus ser Petraccolus, facta de eo oblatione secundum modum prædictum, intelligatur esse et sit perpetuo exemptus, liberatus et totaliter absolutus.
210.Di queste profonde convinzioni sì energicamente espresse dà prova continua nel poema; e nelConvivio, a proposito d’una proposizione filosofica, dice: — Col coltello, non con argomenti convien rispondere a chi così parla».
210.Di queste profonde convinzioni sì energicamente espresse dà prova continua nel poema; e nelConvivio, a proposito d’una proposizione filosofica, dice: — Col coltello, non con argomenti convien rispondere a chi così parla».
211.Digli che il buon col buon non prende guerraPrima che co’ malvagi vincer prove:Digli ch’è folle chi non si rimuove,Per tema di vergogna, da follìa.Canzone.
211.
Digli che il buon col buon non prende guerraPrima che co’ malvagi vincer prove:Digli ch’è folle chi non si rimuove,Per tema di vergogna, da follìa.Canzone.
Digli che il buon col buon non prende guerraPrima che co’ malvagi vincer prove:Digli ch’è folle chi non si rimuove,Per tema di vergogna, da follìa.Canzone.
Digli che il buon col buon non prende guerra
Prima che co’ malvagi vincer prove:
Digli ch’è folle chi non si rimuove,
Per tema di vergogna, da follìa.
Canzone.
212.Par.,XVI. Baldo d’Aguglione e Morubaldini da Signa erano quelli che proferirono la sentenza capitale contro Dante.
212.Par.,XVI. Baldo d’Aguglione e Morubaldini da Signa erano quelli che proferirono la sentenza capitale contro Dante.
213.Lettera a Guido Novello da Polenta, che i Veneziani però vorrebbero apocrifa.
213.Lettera a Guido Novello da Polenta, che i Veneziani però vorrebbero apocrifa.
214.Però Dante faceva espressa riserva degli statuti particolari:Advertendum sane quod cum dicitur humanum genus posse regi per unum principem, non sic intelligendum est, ut ab illo uno prodire possint municipia et leges municipales. Habent namque nationes, regna et civitates inter se proprietates, quas legibus differentibus regulari oportet.De monarchia.Sono le eccezioni, colle quali il buon senso ovvia le illazioni che mostrerebbero erroneo il posato principio.
214.Però Dante faceva espressa riserva degli statuti particolari:Advertendum sane quod cum dicitur humanum genus posse regi per unum principem, non sic intelligendum est, ut ab illo uno prodire possint municipia et leges municipales. Habent namque nationes, regna et civitates inter se proprietates, quas legibus differentibus regulari oportet.De monarchia.Sono le eccezioni, colle quali il buon senso ovvia le illazioni che mostrerebbero erroneo il posato principio.
215.Vedi l’AppendiceVIII.
215.Vedi l’AppendiceVIII.
216.Non l’Orgagna, come si dice volgarmente. VediGaye,Carteggio,II. V. La cattedra di spiegar Dante durò lungo tempo: nel 1412 la Signoria pagava otto fiorini il mese a Giovanni di Malpaghini ravennate, il quale aveva lungo tempo commentato Dante, e che ancora lo spiegava ogni domenica; sei anni dopo, adempiva tale uffizio Giovanni Gherardi da Pistoja, con sei fiorini il mese; alquanto più tardi, gli successe Francesco Filelfo.
216.Non l’Orgagna, come si dice volgarmente. VediGaye,Carteggio,II. V. La cattedra di spiegar Dante durò lungo tempo: nel 1412 la Signoria pagava otto fiorini il mese a Giovanni di Malpaghini ravennate, il quale aveva lungo tempo commentato Dante, e che ancora lo spiegava ogni domenica; sei anni dopo, adempiva tale uffizio Giovanni Gherardi da Pistoja, con sei fiorini il mese; alquanto più tardi, gli successe Francesco Filelfo.
217.La conferma datagli da Bonifazio respira grave orgoglio:Fecit Deus duo luminaria magna; luminare majus, ut præesset diei, luminare minus ut præesset nocti. Hæc duo luminaria fecit Deus ad literam, sicut dicitur in Genesi: et nihilominus spiritualiter intellecta fecit luminaria prædicta, scilicet solem, idest ecclesiasticam potestatem, et lunam, hoc est temporalem et imperialem ut regeret universum. Et sicut luna nullum lumen habet nisi quod recipit a sole, sic nec aliqua terrena potestas aliquid habet nisi quod recipit ab ecclesiastica potestate. Licet autem ita communiter consueverit intelligi, nos autem accipimus hic imperatorem, solem qui est futurus, hoc est regem Romanorum, qui promovendus est imperator, qui est sol, sicut monarcha, qui habet omnes illuminare et spiritualem potestatem defendere, quia ipse est datus et missus in laudem bonorum et in vindictam malefactorum.... Unde hæc nota et scripta sunt, quod vicarius Jesu Christi et successor Petri potestatem imperii a Græcis transtulit in Germanos, ut ipsi Germani, idest septem principes, quatuor laici et tres clerici, possint eligere regem Romanorum, qui est promovendus in imperatorem et monarcham omnium regum et principum terrenorum. Nec insurgat hic superbia gallicana, quæ dicit quod non recognoscit superiorem. Mentiuntur: quia de jure sunt et esse debent sub rege romano et imperatore. Et nescimus unde hoc habuerint vel adinvenerint, quia constat quod Christiani subditi fuerunt monarchis ecclesiæ romanæ, et esse debent... Et attendant hic Germani, quia, sicut translatum est imperium ab aliis in ipsos, sic Christi vicarium successor Petri habet potestatem transferendi imperium a Germanis in alios quoscumque, si vellet, et hoc sine juris injuria.... Electus in regem Romanorum, prius fuit in nubilo arrogantiæ, etenim non fuit devotus ad nos et ecclesiam istam sicut debuit. Nunc aute mexhibet se devotum et promptum ad facienda omnia quæ volumus nos et fratres nostri et ecclesia ista... Si autem ipse vellet contrarium facere, non posset; quia nos non habemus alas nec manus ligatas, nec pedes compeditos, quia bene possumus eum reprimere et quemcumque alium principem terrenum.
217.La conferma datagli da Bonifazio respira grave orgoglio:Fecit Deus duo luminaria magna; luminare majus, ut præesset diei, luminare minus ut præesset nocti. Hæc duo luminaria fecit Deus ad literam, sicut dicitur in Genesi: et nihilominus spiritualiter intellecta fecit luminaria prædicta, scilicet solem, idest ecclesiasticam potestatem, et lunam, hoc est temporalem et imperialem ut regeret universum. Et sicut luna nullum lumen habet nisi quod recipit a sole, sic nec aliqua terrena potestas aliquid habet nisi quod recipit ab ecclesiastica potestate. Licet autem ita communiter consueverit intelligi, nos autem accipimus hic imperatorem, solem qui est futurus, hoc est regem Romanorum, qui promovendus est imperator, qui est sol, sicut monarcha, qui habet omnes illuminare et spiritualem potestatem defendere, quia ipse est datus et missus in laudem bonorum et in vindictam malefactorum.... Unde hæc nota et scripta sunt, quod vicarius Jesu Christi et successor Petri potestatem imperii a Græcis transtulit in Germanos, ut ipsi Germani, idest septem principes, quatuor laici et tres clerici, possint eligere regem Romanorum, qui est promovendus in imperatorem et monarcham omnium regum et principum terrenorum. Nec insurgat hic superbia gallicana, quæ dicit quod non recognoscit superiorem. Mentiuntur: quia de jure sunt et esse debent sub rege romano et imperatore. Et nescimus unde hoc habuerint vel adinvenerint, quia constat quod Christiani subditi fuerunt monarchis ecclesiæ romanæ, et esse debent... Et attendant hic Germani, quia, sicut translatum est imperium ab aliis in ipsos, sic Christi vicarium successor Petri habet potestatem transferendi imperium a Germanis in alios quoscumque, si vellet, et hoc sine juris injuria.... Electus in regem Romanorum, prius fuit in nubilo arrogantiæ, etenim non fuit devotus ad nos et ecclesiam istam sicut debuit. Nunc aute mexhibet se devotum et promptum ad facienda omnia quæ volumus nos et fratres nostri et ecclesia ista... Si autem ipse vellet contrarium facere, non posset; quia nos non habemus alas nec manus ligatas, nec pedes compeditos, quia bene possumus eum reprimere et quemcumque alium principem terrenum.
218.Perfino il Sismondi, accannito contro Bonifazio, dice: — Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero e indipendente... I popoli dovrebbero desiderare che i sovrani dispotici riconoscessero al dissopra di loro un potere venuto dal cielo, che li fermasse sulla strada del delitto».St. delle repubbliche ital., cap. 24.
218.Perfino il Sismondi, accannito contro Bonifazio, dice: — Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero e indipendente... I popoli dovrebbero desiderare che i sovrani dispotici riconoscessero al dissopra di loro un potere venuto dal cielo, che li fermasse sulla strada del delitto».St. delle repubbliche ital., cap. 24.
219.Tanto vien rimproverata a Bonifazio questa bolla; eppure non conteneva che il preciso senso del canone 44 del concilio IV di Laterano, e la dottrina generalmente accettata nel diritto canonico d’allora. Lo dimostra ad evidenza Philipps nelDiritto ecclesiastico, vol.III. lib.I. § 130.
219.Tanto vien rimproverata a Bonifazio questa bolla; eppure non conteneva che il preciso senso del canone 44 del concilio IV di Laterano, e la dottrina generalmente accettata nel diritto canonico d’allora. Lo dimostra ad evidenza Philipps nelDiritto ecclesiastico, vol.III. lib.I. § 130.
220.L’anno seguente in concistoro dichiarò, non intendeva arrogarsi la giurisdizione del re, ma che questo è sottoposto al papa in quanto al peccato.
220.L’anno seguente in concistoro dichiarò, non intendeva arrogarsi la giurisdizione del re, ma che questo è sottoposto al papa in quanto al peccato.
221.Petrus(la Flotte)literam nostram falsavit, seu falsa de ea confixit. Preuves du différend etc. pag. 77. Ma la lettera di Filippo pare autentica.
221.Petrus(la Flotte)literam nostram falsavit, seu falsa de ea confixit. Preuves du différend etc. pag. 77. Ma la lettera di Filippo pare autentica.
222.Si pretende che Bonifazio mandasse al famoso Guido di Montefeltro, che stanco delle avventure s’era messo frate, e l’esortasse a capitanare l’impresa contro Palestrina. Egli si scusò; ma instando il papa perchè almeno gli sovvenisse di consigli, rispose temeva per l’anima sua. Il papa l’assolse, ed esso gli suggerì di promettere e non mantenere. Dante vi allude in quel verso «Lungo prometter con attender corto».Tutte le cronache attestano la penitenza di Guido, il suo ritiro dal mondo e la santa fine. E davvero valeva egli la pena che si facesse uscir di monastero un frate per farsi suggerire uno spediente così comune?
222.Si pretende che Bonifazio mandasse al famoso Guido di Montefeltro, che stanco delle avventure s’era messo frate, e l’esortasse a capitanare l’impresa contro Palestrina. Egli si scusò; ma instando il papa perchè almeno gli sovvenisse di consigli, rispose temeva per l’anima sua. Il papa l’assolse, ed esso gli suggerì di promettere e non mantenere. Dante vi allude in quel verso «Lungo prometter con attender corto».
Tutte le cronache attestano la penitenza di Guido, il suo ritiro dal mondo e la santa fine. E davvero valeva egli la pena che si facesse uscir di monastero un frate per farsi suggerire uno spediente così comune?
223.Il Ferreto racconta che morì rabbioso, dando del capo per le pareti, rodendo il bastone, soffocandosi. Sismondi neppur gli domanda donde trasse queste particolarità; e perchè al suo cadavere, trovato intatto dopo 302 anni, non apparisse il minimo segno di lesione.Il processo di Bonifazio narra che morì tranquillo nel palazzo Vaticano; e il cardinale Stefaneschi che v’assisteva, scrive:Lecto prostratus anhelusProcubuit, fassusque fidem, curamque professusRomanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almusSpiritus, et sævi nescit jam judicis iram,Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est.VedansiJo. Rubei,Bonifacius VIII. Roma 1651. Da Dante, dal Ferreto, dagli storici, e principalmente dal Sismondi lo difesero ilDublin Review, anno 1842, e il cassinese padre Tosti nellaStoria di Bonifazio VIII, 1847. Benvenuto da Imola, commentando Dante, lo chiamamagnanimo peccatore; e magnanimo è il titolo datogli da sant’Antonino e da Giovanni Villani;meraviglia del mondolo dice Petrarca. Con cristiana imparzialità il Rainaldo, continuatore del Baronio, conchiuse così il giudizio intorno ad esso pontefice:Super ipsum itaque Bonifacium, qui reges et pontifices ac religiosos, clerumque ac populum horrende tremere fecerat, repente timor et tremor et dolor una die irruerunt, ut ejus exemplo discant superiores prælati non superbe dominari in clero et populo, sed forma facti gregis, curam subditorum gerant, priusque appetant amari quam timeri.L’opera capitale intorno a quel papa sono sempre leProve, cioè gli atti pubblici, editi da Pietro Dupuy. Nel 1526 Alessandro bolognese viaggiava da quelle parti, e vedendo Anagni deserta e in ruina, domandò la ragione: — La prigionia di Bonifazio (rispose un de’ pochi abitanti); da quell’ora guerre, peste, fazioni peggiorarono sempre più la città».
223.Il Ferreto racconta che morì rabbioso, dando del capo per le pareti, rodendo il bastone, soffocandosi. Sismondi neppur gli domanda donde trasse queste particolarità; e perchè al suo cadavere, trovato intatto dopo 302 anni, non apparisse il minimo segno di lesione.
Il processo di Bonifazio narra che morì tranquillo nel palazzo Vaticano; e il cardinale Stefaneschi che v’assisteva, scrive:
Lecto prostratus anhelusProcubuit, fassusque fidem, curamque professusRomanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almusSpiritus, et sævi nescit jam judicis iram,Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est.
Lecto prostratus anhelusProcubuit, fassusque fidem, curamque professusRomanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almusSpiritus, et sævi nescit jam judicis iram,Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est.
Lecto prostratus anhelus
Procubuit, fassusque fidem, curamque professus
Romanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almus
Spiritus, et sævi nescit jam judicis iram,
Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est.
VedansiJo. Rubei,Bonifacius VIII. Roma 1651. Da Dante, dal Ferreto, dagli storici, e principalmente dal Sismondi lo difesero ilDublin Review, anno 1842, e il cassinese padre Tosti nellaStoria di Bonifazio VIII, 1847. Benvenuto da Imola, commentando Dante, lo chiamamagnanimo peccatore; e magnanimo è il titolo datogli da sant’Antonino e da Giovanni Villani;meraviglia del mondolo dice Petrarca. Con cristiana imparzialità il Rainaldo, continuatore del Baronio, conchiuse così il giudizio intorno ad esso pontefice:Super ipsum itaque Bonifacium, qui reges et pontifices ac religiosos, clerumque ac populum horrende tremere fecerat, repente timor et tremor et dolor una die irruerunt, ut ejus exemplo discant superiores prælati non superbe dominari in clero et populo, sed forma facti gregis, curam subditorum gerant, priusque appetant amari quam timeri.
L’opera capitale intorno a quel papa sono sempre leProve, cioè gli atti pubblici, editi da Pietro Dupuy. Nel 1526 Alessandro bolognese viaggiava da quelle parti, e vedendo Anagni deserta e in ruina, domandò la ragione: — La prigionia di Bonifazio (rispose un de’ pochi abitanti); da quell’ora guerre, peste, fazioni peggiorarono sempre più la città».
224.Tacita mente conciperet intra magnam Italiam apud Longibardos sedem apostolicam sibi statuere, ut et in posterum ibidem esset forte mansura.Ferreto, lib.III. p. 1012.
224.Tacita mente conciperet intra magnam Italiam apud Longibardos sedem apostolicam sibi statuere, ut et in posterum ibidem esset forte mansura.Ferreto, lib.III. p. 1012.
225.L’Istituto di Francia nel 1858 premiava una memoria di M. Rabanis,Clément V et Philippe le Bel, ove, spogliando i giornali di Bertrando de Goth che quell’anno era in visita della sua diocesi, e quelli di re Filippo, convince che certamente essi non s’incontrarono nè a Saint-Jean-d’Angely nè altrove. E con altri argomenti prova quel che già il buon senso presumeva, l’impossibilità di quell’accordo.
225.L’Istituto di Francia nel 1858 premiava una memoria di M. Rabanis,Clément V et Philippe le Bel, ove, spogliando i giornali di Bertrando de Goth che quell’anno era in visita della sua diocesi, e quelli di re Filippo, convince che certamente essi non s’incontrarono nè a Saint-Jean-d’Angely nè altrove. E con altri argomenti prova quel che già il buon senso presumeva, l’impossibilità di quell’accordo.
226.Clemente V «fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per moneta in sua corte si vendea; e fu lussurioso, che palese si diceva che tenea per amica la contessa Palagorgo, bellissima donna, figliuola del conte di Fos. E lasciò i suoi nepoti e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile tesoro; e dissesi che vivendo il detto papa, essendo morto un suo nepote cardinale cui elli molto amava, costrinse uno grande maestro di nigromanzia che sapesse che fosse dell’anima del nipote. Il detto maestro, fatta sua arte, un cappellano del papa molto sicuro fece portare alle demonia allo inferno, e mostrogli visibilmente un palazzo dentrovi un letto di fuoco ardente, nel quale era l’anima del detto suo nepote morto, dicendoli che per la sua simonia era così giudicato. E vidde nella visione fatto un altro palazzo allo incontro, il quale li fu detto si facea per papa Clemente; e così rapportò il detto cappellano al papa, il quale mai poi non fu allegro e poco vivette appresso».Villani.
226.Clemente V «fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per moneta in sua corte si vendea; e fu lussurioso, che palese si diceva che tenea per amica la contessa Palagorgo, bellissima donna, figliuola del conte di Fos. E lasciò i suoi nepoti e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile tesoro; e dissesi che vivendo il detto papa, essendo morto un suo nepote cardinale cui elli molto amava, costrinse uno grande maestro di nigromanzia che sapesse che fosse dell’anima del nipote. Il detto maestro, fatta sua arte, un cappellano del papa molto sicuro fece portare alle demonia allo inferno, e mostrogli visibilmente un palazzo dentrovi un letto di fuoco ardente, nel quale era l’anima del detto suo nepote morto, dicendoli che per la sua simonia era così giudicato. E vidde nella visione fatto un altro palazzo allo incontro, il quale li fu detto si facea per papa Clemente; e così rapportò il detto cappellano al papa, il quale mai poi non fu allegro e poco vivette appresso».Villani.
227.Villani; e Dante,Purg.,XX:Veggio il nuovo Pilato sì crudeleChe ciò nol sazia, ma senza decretoPorta nel tempio le cupide vele.Sui Templari e il loro processo in Toscana ragionò ripetutamente alla Accademia Lucchese monsignor Telesforo Bini, com’è a vedersi negli atti di quella del 1838 e del 1845. Appare di là come fossero numerose le loro case in Toscana. Vero è che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa, Ravenna ed altri che assumessero informazione sui Templari, ma non che s’adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20 settembre al 23 ottobre 1308; e il processo fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de’ Giudici di Roma canonico di Verona pei Templari di Lombardia e Toscana: que’ commissarj nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj. Il papa aveva trasmesso cenventiquattro e più articoli sui quali esaminarli: e gl’inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Appare che furono esaminati senza le torture usate in Francia, non perchè i tribunali ecclesiastici non le usassero, chè anzi in quel processo parlasi delle deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, che non pareano attendibili,licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus coactionibus et tormentis. Inoltre essi non doveano temere che, confessando, andrebbero al rogo, siccome in Francia, atteso che qui li giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e la ritrattazione. In fatto a Ravenna furono assolti, come non rei delle colpe imputate (Rubeis,Storia di Ravenna, lib.VI). È dunque più attendibile la loro deposizione, che giurano aver fattanon odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro veritate tantum.Le accuse numerosissime possono ridursi a sei capi: 1º che rinegassero la fede, bestemiassero Cristo, Maria, i Santi, conculcassero e deturpassero la croce; 2º che consacrando non proferissero le parole sacramentali, e il maestro, sebben laico, assolvesse i peccati; 3º adorassero la testa di Bafomet, e si cingessero con cingoli, benedetti dal suo contatto; 4º usassero fra loro baci indecenti; 5º peccassero contro natura; 6º tutto facessero clandestinamente, giurando di estender l’Ordine con qualsifosse modo.Le accuse, alcune sono ammesse generalmente; altre solo da alcuni, o per casi o persone speciali, o sol come d’udita, o come d’uso di là dal mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei capitoli e alla bestemmia miscredente.Dopo ciò parrebbe che, se gli scellerati processi fatti loro in Francia spinsero a crederli innocenti e vittime dell’avidità di Filippo il Bello, la calma con cui procedette la Chiesa, i processi fatti regolarmente in Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze, lascino supporre che molti de’ Templari fossero rei, e che col re di Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimer l’Ordinenon de jure sed per viam provisionis, salvò individui innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli alla difesa di Terrasanta.Parmi che i documenti uniti a quel discorso, e da cui il Bini raccolse il nome di ben centosette Templari, aggiungano gran luce a questo punto storico, molto dibattuto dal Raynouard in poi.* Vedansi nuovi documenti, pubblicati nel 1875, fra gli Atti Ravennati in continuazione a quelli del Fantuzzi.
227.Villani; e Dante,Purg.,XX:
Veggio il nuovo Pilato sì crudeleChe ciò nol sazia, ma senza decretoPorta nel tempio le cupide vele.
Veggio il nuovo Pilato sì crudeleChe ciò nol sazia, ma senza decretoPorta nel tempio le cupide vele.
Veggio il nuovo Pilato sì crudele
Che ciò nol sazia, ma senza decreto
Porta nel tempio le cupide vele.
Sui Templari e il loro processo in Toscana ragionò ripetutamente alla Accademia Lucchese monsignor Telesforo Bini, com’è a vedersi negli atti di quella del 1838 e del 1845. Appare di là come fossero numerose le loro case in Toscana. Vero è che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa, Ravenna ed altri che assumessero informazione sui Templari, ma non che s’adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20 settembre al 23 ottobre 1308; e il processo fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de’ Giudici di Roma canonico di Verona pei Templari di Lombardia e Toscana: que’ commissarj nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj. Il papa aveva trasmesso cenventiquattro e più articoli sui quali esaminarli: e gl’inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Appare che furono esaminati senza le torture usate in Francia, non perchè i tribunali ecclesiastici non le usassero, chè anzi in quel processo parlasi delle deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, che non pareano attendibili,licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus coactionibus et tormentis. Inoltre essi non doveano temere che, confessando, andrebbero al rogo, siccome in Francia, atteso che qui li giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e la ritrattazione. In fatto a Ravenna furono assolti, come non rei delle colpe imputate (Rubeis,Storia di Ravenna, lib.VI). È dunque più attendibile la loro deposizione, che giurano aver fattanon odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro veritate tantum.
Le accuse numerosissime possono ridursi a sei capi: 1º che rinegassero la fede, bestemiassero Cristo, Maria, i Santi, conculcassero e deturpassero la croce; 2º che consacrando non proferissero le parole sacramentali, e il maestro, sebben laico, assolvesse i peccati; 3º adorassero la testa di Bafomet, e si cingessero con cingoli, benedetti dal suo contatto; 4º usassero fra loro baci indecenti; 5º peccassero contro natura; 6º tutto facessero clandestinamente, giurando di estender l’Ordine con qualsifosse modo.
Le accuse, alcune sono ammesse generalmente; altre solo da alcuni, o per casi o persone speciali, o sol come d’udita, o come d’uso di là dal mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei capitoli e alla bestemmia miscredente.
Dopo ciò parrebbe che, se gli scellerati processi fatti loro in Francia spinsero a crederli innocenti e vittime dell’avidità di Filippo il Bello, la calma con cui procedette la Chiesa, i processi fatti regolarmente in Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze, lascino supporre che molti de’ Templari fossero rei, e che col re di Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimer l’Ordinenon de jure sed per viam provisionis, salvò individui innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli alla difesa di Terrasanta.
Parmi che i documenti uniti a quel discorso, e da cui il Bini raccolse il nome di ben centosette Templari, aggiungano gran luce a questo punto storico, molto dibattuto dal Raynouard in poi.
* Vedansi nuovi documenti, pubblicati nel 1875, fra gli Atti Ravennati in continuazione a quelli del Fantuzzi.
228.Gesta ducum veterum veteres cecinere poetæ;Aggrediar vates novus edere gesta novorum.Dicere fert animus, quo gens normannica ductuVenerit Italiam, fuerit qua causa morandi,Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum.e finisce:Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;Mente tibi læta studuit parere poëta.Semper et auctores hilares meruere datores:Tu duce romano dux dignior Octaviano,Sis mihi, quæso, boni spes, ut fuit ille Maroni.
228.
Gesta ducum veterum veteres cecinere poetæ;Aggrediar vates novus edere gesta novorum.Dicere fert animus, quo gens normannica ductuVenerit Italiam, fuerit qua causa morandi,Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum.
Gesta ducum veterum veteres cecinere poetæ;Aggrediar vates novus edere gesta novorum.Dicere fert animus, quo gens normannica ductuVenerit Italiam, fuerit qua causa morandi,Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum.
Gesta ducum veterum veteres cecinere poetæ;
Aggrediar vates novus edere gesta novorum.
Dicere fert animus, quo gens normannica ductu
Venerit Italiam, fuerit qua causa morandi,
Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum.
e finisce:
Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;Mente tibi læta studuit parere poëta.Semper et auctores hilares meruere datores:Tu duce romano dux dignior Octaviano,Sis mihi, quæso, boni spes, ut fuit ille Maroni.
Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;Mente tibi læta studuit parere poëta.Semper et auctores hilares meruere datores:Tu duce romano dux dignior Octaviano,Sis mihi, quæso, boni spes, ut fuit ille Maroni.
Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;
Mente tibi læta studuit parere poëta.
Semper et auctores hilares meruere datores:
Tu duce romano dux dignior Octaviano,
Sis mihi, quæso, boni spes, ut fuit ille Maroni.
229.Hist. Sic.nei Rer. It. Scrip.,VII, 253-264.
229.Hist. Sic.nei Rer. It. Scrip.,VII, 253-264.
230.Istoire de li Normant, pubblicata ultimamente da Champollion Figeac.
230.Istoire de li Normant, pubblicata ultimamente da Champollion Figeac.
231.La suaStoria imperialesi dubita fosse un’invenzione del celebre Bojardo.
231.La suaStoria imperialesi dubita fosse un’invenzione del celebre Bojardo.
232.Oltre il Napione,Cronisti piemontesi, vedasi la prefazione al vol.IIdelle Carte neiMonumenta Historiæ Patriæ.
232.Oltre il Napione,Cronisti piemontesi, vedasi la prefazione al vol.IIdelle Carte neiMonumenta Historiæ Patriæ.
233.Referant suas legationes in illis consiliis, in quibus electi fuerunt.1296.In scriptis relationes facere teneantur.1425. Nel 1718 si cominciò una collana di storici veneti. Degli storici e cronisti veneti diede ampia informazione il Foscarini; dietro al quale Flaminio Cornaro pubblicò la cronaca latina di Lorenzo De Monacis, Girolamo Zanetti quella del Sagomino, altri altre, e distintamente l’inglese Rawdon Brown estratti deiDiarjdi Marin Sanuto, gliAnnali venetidel Malipiero e d’altri nell’Archivio storico, vol.VII.
233.Referant suas legationes in illis consiliis, in quibus electi fuerunt.1296.In scriptis relationes facere teneantur.1425. Nel 1718 si cominciò una collana di storici veneti. Degli storici e cronisti veneti diede ampia informazione il Foscarini; dietro al quale Flaminio Cornaro pubblicò la cronaca latina di Lorenzo De Monacis, Girolamo Zanetti quella del Sagomino, altri altre, e distintamente l’inglese Rawdon Brown estratti deiDiarjdi Marin Sanuto, gliAnnali venetidel Malipiero e d’altri nell’Archivio storico, vol.VII.
234.Questo svario lo fece anche Dante, cantando nelXIIIdell’Inferno:Quei cittadin, che poi la rifondarnoSovra ’l cener che d’Attila rimase.Alcuno volle correggere Totila, ma neppur questo distrusse Firenze.
234.Questo svario lo fece anche Dante, cantando nelXIIIdell’Inferno:
Quei cittadin, che poi la rifondarnoSovra ’l cener che d’Attila rimase.
Quei cittadin, che poi la rifondarnoSovra ’l cener che d’Attila rimase.
Quei cittadin, che poi la rifondarno
Sovra ’l cener che d’Attila rimase.
Alcuno volle correggere Totila, ma neppur questo distrusse Firenze.
235.Uno storico recentissimo lo taccia d’indegna avversione contro i papi d’Avignone (Histoire de la papauté pendant le XIV siècle, par l’abbéCristophe. Parigi 1853). Anche concesso ciò, questo era sentimento comune agli Italiani d’allora, nè quell’apologia parmi dimostri che avessero torto.
235.Uno storico recentissimo lo taccia d’indegna avversione contro i papi d’Avignone (Histoire de la papauté pendant le XIV siècle, par l’abbéCristophe. Parigi 1853). Anche concesso ciò, questo era sentimento comune agli Italiani d’allora, nè quell’apologia parmi dimostri che avessero torto.
236.Il suo libro comincia: — Io Giovanni Villani, considerando la nobiltà e grandezza della nostra città, mi pare che si convenga di raccontare ecc.» E altrove: — Convien cominciare il duodecimo libro, però che richiede lo stile del nostro trattato, perchè nuova materia e grandi mutazioni e diverse risoluzioni avvennero in questi tempi alla nostra città di Firenze per le nostre discordie tra’ cittadini e ’l mal reggimento de’ Venti, come addietro fatto avemo menzione; e fieno sì diverse, che io autore che fui presente, mi fa dubitare che per li nostri successori appena sieno credute di vero; e furono pur così come diremo in appresso».
236.Il suo libro comincia: — Io Giovanni Villani, considerando la nobiltà e grandezza della nostra città, mi pare che si convenga di raccontare ecc.» E altrove: — Convien cominciare il duodecimo libro, però che richiede lo stile del nostro trattato, perchè nuova materia e grandi mutazioni e diverse risoluzioni avvennero in questi tempi alla nostra città di Firenze per le nostre discordie tra’ cittadini e ’l mal reggimento de’ Venti, come addietro fatto avemo menzione; e fieno sì diverse, che io autore che fui presente, mi fa dubitare che per li nostri successori appena sieno credute di vero; e furono pur così come diremo in appresso».
237.DelMetodo per istudiare la storia fiorentinascrisse il Manni, a tacere la meschinaIstoria degli scrittori fiorentinidi Giulio Negri. Gervinus diede a Francoforte nel 1833 in tedesco un saggio sugli storici fiorentini fino ai tempi del Machiavelli. Vedi pureMoreni,Bibliografia storica ragionata della Toscana. 1805.
237.DelMetodo per istudiare la storia fiorentinascrisse il Manni, a tacere la meschinaIstoria degli scrittori fiorentinidi Giulio Negri. Gervinus diede a Francoforte nel 1833 in tedesco un saggio sugli storici fiorentini fino ai tempi del Machiavelli. Vedi pureMoreni,Bibliografia storica ragionata della Toscana. 1805.
238.Gli storici di Lucca sono ben estimati dal Tommasi,Introduzione al sommario di storia lucchese, nell’Archivio storico, vol.X.
238.Gli storici di Lucca sono ben estimati dal Tommasi,Introduzione al sommario di storia lucchese, nell’Archivio storico, vol.X.
239.Un cronista romano scrive: — Io Ludovico Bonconte Monaldeschi nacqui in Orvieto, e fui allevato alla città di Roma, dove vissi. Nacqui l’anno 1327 del mese di giugno, nel tempo che venne l’imperatore Ludovico. Hora io voglio raccontare tutta la storia dello tempo mio, poichè io vissi allo mondo centoquindici anni senza malattia, autro che quanno nacqui io tramortio, e morsi di vecchiezza, e fui allo lietto dodici mesi di continuo». Anche il milanese Burigozzo finisce il suo libro: — Come vedrete nella cronaca di mio figliolo, imperocchè per la morte che mi è sopragiunta non posso più scrivere».
239.Un cronista romano scrive: — Io Ludovico Bonconte Monaldeschi nacqui in Orvieto, e fui allevato alla città di Roma, dove vissi. Nacqui l’anno 1327 del mese di giugno, nel tempo che venne l’imperatore Ludovico. Hora io voglio raccontare tutta la storia dello tempo mio, poichè io vissi allo mondo centoquindici anni senza malattia, autro che quanno nacqui io tramortio, e morsi di vecchiezza, e fui allo lietto dodici mesi di continuo». Anche il milanese Burigozzo finisce il suo libro: — Come vedrete nella cronaca di mio figliolo, imperocchè per la morte che mi è sopragiunta non posso più scrivere».
240.Il Muratori chiama quell’operainsigne opus et monumentorum copia et splendore sermonis et ordine narrationis; ex quo incredibilis lux acta est eruditioni barbarorum temporum, in illum usque diem apud Italos tenebris innumeris circumfusæ.Vita del Sigonio, pag. 9.Beniamino Guérard, nella introduzione al Cartulario di Saint-Père de Chartres e al Poliptico di Irminon, mostrò quanto partito può trarsi dalle raccolte del medioevo. Gran giovamento recò la Scuola delle Carte di Parigi, formando buoni allievi, dando metodo e attività, compiendo varie opere utili e promovendo le ricerche.
240.Il Muratori chiama quell’operainsigne opus et monumentorum copia et splendore sermonis et ordine narrationis; ex quo incredibilis lux acta est eruditioni barbarorum temporum, in illum usque diem apud Italos tenebris innumeris circumfusæ.Vita del Sigonio, pag. 9.
Beniamino Guérard, nella introduzione al Cartulario di Saint-Père de Chartres e al Poliptico di Irminon, mostrò quanto partito può trarsi dalle raccolte del medioevo. Gran giovamento recò la Scuola delle Carte di Parigi, formando buoni allievi, dando metodo e attività, compiendo varie opere utili e promovendo le ricerche.
241.Gli storici di Perugia sono annoverati nella prefazione al tom.XV, par.IIdell’Archivio storico.
241.Gli storici di Perugia sono annoverati nella prefazione al tom.XV, par.IIdell’Archivio storico.
242.Il primoBullariocomparve nel 1586, ove Laerzio Cherubini collocò cronologicamente le costituzioni pontifizie da Leone I a Sisto V; Angelo Maria suo figlio lo aumentò, poi Angelo Lantusca e Paolo di Roma: collezioni superate dalBullarium Magnumdel 1727 che va da Leon Magno fino a Benedetto XIII, e dalla collezione di Carlo Coquelines fatta a Roma dal 1739 al 48, e cui Andrea Barberi nel 1835 aggiunse le costituzioni fino a Pio VIII.
242.Il primoBullariocomparve nel 1586, ove Laerzio Cherubini collocò cronologicamente le costituzioni pontifizie da Leone I a Sisto V; Angelo Maria suo figlio lo aumentò, poi Angelo Lantusca e Paolo di Roma: collezioni superate dalBullarium Magnumdel 1727 che va da Leon Magno fino a Benedetto XIII, e dalla collezione di Carlo Coquelines fatta a Roma dal 1739 al 48, e cui Andrea Barberi nel 1835 aggiunse le costituzioni fino a Pio VIII.
243.Rerum Italicarum Scriptores ab anno DominiDadMD,quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit. 28 vol. in-fol., Milano 1723-51. —Antiquitates italicæ medii ævi. 6 vol. in-fol., ivi 1738-43. —Dissertazioni sopra le antichità italiane. 3 vol. in-4º, ivi 1751; traduzione dell’opera predetta, ommessi i documenti. —Annali d’Italia. 18 vol. in-8º, ivi 1753-56. —Delle antichità estensi ed italiane. 2 vol. in-fol. Modena 1717-40.
243.Rerum Italicarum Scriptores ab anno DominiDadMD,quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit. 28 vol. in-fol., Milano 1723-51. —Antiquitates italicæ medii ævi. 6 vol. in-fol., ivi 1738-43. —Dissertazioni sopra le antichità italiane. 3 vol. in-4º, ivi 1751; traduzione dell’opera predetta, ommessi i documenti. —Annali d’Italia. 18 vol. in-8º, ivi 1753-56. —Delle antichità estensi ed italiane. 2 vol. in-fol. Modena 1717-40.
244.Bellini,De monetis Italiæ medii ævi. Ferrara 1755. —Zanetti,Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia. Bologna 1745.
244.Bellini,De monetis Italiæ medii ævi. Ferrara 1755. —Zanetti,Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia. Bologna 1745.
245.Apparatus ad historiam juris mediolanensis antiqui et novi. — Constitutiones mediolanensis dominii.
245.Apparatus ad historiam juris mediolanensis antiqui et novi. — Constitutiones mediolanensis dominii.
246.Archiepiscoporum mediolanensium series, 1755.
246.Archiepiscoporum mediolanensium series, 1755.
247.Ecclesiæ mediolanensis historia ligustica, 1795.
247.Ecclesiæ mediolanensis historia ligustica, 1795.
248.NelleDelizie degli eruditi toscani, tom.VIII.
248.NelleDelizie degli eruditi toscani, tom.VIII.
249.Aggiungiamo,Sansovino,Dell’origine, fatti... delle famiglie illustri d’Italia.Gamurrini,Famiglie toscane e umbre.Cherubini,Cronologia de’ Gaetani di Firenze.Aldiberti,Compendio dell’antichità di casa Cevoli.Fineschi,Memorie d’illustri Pisani.Adriani,Degli antichi signori di Sarmatorio, Marzano e Monfalcone.Campanile,Notizie di nobiltà.Borrelli,Vindex neapolitanæ nobilitatis.Moreni,Serie d’autori d’opere risguardanti la famiglia Medici.Ratti,Della famiglia Sforza.Berlinghieri,Notizie degli Aldobrandeschi.A. Reumont,Die Carafa von Maddaloni. Berlino 1851. Jacob W. Imhof,Corpus historiæ genealogicæ Italiæ et Hispaniæ. Norimberga 1702. Pompeo Litta,Famiglie celebri italiane, opera importante per la genealogia, e lasciata incompiuta dall’autore morendo nel 1853.
249.Aggiungiamo,Sansovino,Dell’origine, fatti... delle famiglie illustri d’Italia.Gamurrini,Famiglie toscane e umbre.Cherubini,Cronologia de’ Gaetani di Firenze.Aldiberti,Compendio dell’antichità di casa Cevoli.Fineschi,Memorie d’illustri Pisani.Adriani,Degli antichi signori di Sarmatorio, Marzano e Monfalcone.Campanile,Notizie di nobiltà.Borrelli,Vindex neapolitanæ nobilitatis.Moreni,Serie d’autori d’opere risguardanti la famiglia Medici.Ratti,Della famiglia Sforza.Berlinghieri,Notizie degli Aldobrandeschi.A. Reumont,Die Carafa von Maddaloni. Berlino 1851. Jacob W. Imhof,Corpus historiæ genealogicæ Italiæ et Hispaniæ. Norimberga 1702. Pompeo Litta,Famiglie celebri italiane, opera importante per la genealogia, e lasciata incompiuta dall’autore morendo nel 1853.
250.G. P. Von Spannagel,Notizia della vera libertà fiorentina, 1724. —Mascow,Exercitatio de jure Imperii in magnum ducatum Etruriæ, 1721. —Imperii germanici jus ac possessio in Genua ligustica, 1751; e infiniti altri.
250.G. P. Von Spannagel,Notizia della vera libertà fiorentina, 1724. —Mascow,Exercitatio de jure Imperii in magnum ducatum Etruriæ, 1721. —Imperii germanici jus ac possessio in Genua ligustica, 1751; e infiniti altri.
251.Fanucci,Storia dei tre celebri popoli marittimi dell’Italia. —Marsigli,Ricerche sul commercio veneto. —Pagnini,Della decima e di varie altre gravezze imposte dal Comune di Firenze; della moneta e della mercatura de’ Fiorentini nel secoloXVI. Lucca 1765.
251.Fanucci,Storia dei tre celebri popoli marittimi dell’Italia. —Marsigli,Ricerche sul commercio veneto. —Pagnini,Della decima e di varie altre gravezze imposte dal Comune di Firenze; della moneta e della mercatura de’ Fiorentini nel secoloXVI. Lucca 1765.
252.Vedi ilMonitumpremesso alVvol. Venezia 1781-92.
252.Vedi ilMonitumpremesso alVvol. Venezia 1781-92.
253.Dell’uso e dell’autorità della ragion civile nelle provincie dell’impero occidentale, dal dì che furono inondate da Barbari sino a Lotario II. Napoli 1720-22-51.
253.Dell’uso e dell’autorità della ragion civile nelle provincie dell’impero occidentale, dal dì che furono inondate da Barbari sino a Lotario II. Napoli 1720-22-51.
254.Istoria d’Italia dalla venuta d’Annibale fino al 1527, di Girolamo Briano. Venezia 1624. —Italia travagliata, dove si narrano i fatti dalla venuta d’Enea al 1755per frà Umberto Locato vescovo di Bagnarea. Ivi 1776.
254.Istoria d’Italia dalla venuta d’Annibale fino al 1527, di Girolamo Briano. Venezia 1624. —Italia travagliata, dove si narrano i fatti dalla venuta d’Enea al 1755per frà Umberto Locato vescovo di Bagnarea. Ivi 1776.
255.Chi abbia veduto le storie dei Malespini, del Compagni, dei Villani, troverà ben ingiusto il Machiavelli, ove pronunzia che sono diligentissimi nel descrivere le guerre coi forestieri, «ma delle civili discordie, e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta, e quell’altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote arrecare utile o piacere veruno... Perchè se niuna cosa diletta o insegna nella storia, è quella che particolarmente si descrive; se niuna lezione è utile ai cittadini che governano le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odj e delle divisioni della città, acciocchè possano, con il pericolo d’altri divenuti savj, mantenersi uniti».Proemio alle Storie fiorentine.
255.Chi abbia veduto le storie dei Malespini, del Compagni, dei Villani, troverà ben ingiusto il Machiavelli, ove pronunzia che sono diligentissimi nel descrivere le guerre coi forestieri, «ma delle civili discordie, e delle intrinseche inimicizie, e degli effetti che da quelle sono nati, averne una parte al tutto taciuta, e quell’altra in modo brevemente descritta, che ai leggenti non puote arrecare utile o piacere veruno... Perchè se niuna cosa diletta o insegna nella storia, è quella che particolarmente si descrive; se niuna lezione è utile ai cittadini che governano le repubbliche, è quella che dimostra le cagioni degli odj e delle divisioni della città, acciocchè possano, con il pericolo d’altri divenuti savj, mantenersi uniti».Proemio alle Storie fiorentine.
256.Epistolari historia nulla fidelior atque tutior.Baronio.
256.Epistolari historia nulla fidelior atque tutior.Baronio.
257.Frà Paolo Sarpi l’8 giugno 1612 incoraggiava il celebre Casaubono a scrivere contro il Baronio, di cui non è male che non dica: solo lo scaltrisce che, se lo tacciasse di mala fede e di frode, nessun gli crederebbe di quelli che il conobbero; «era uomo integerrimo, se non che beveva le opinioni di chi gli stava dattorno».
257.Frà Paolo Sarpi l’8 giugno 1612 incoraggiava il celebre Casaubono a scrivere contro il Baronio, di cui non è male che non dica: solo lo scaltrisce che, se lo tacciasse di mala fede e di frode, nessun gli crederebbe di quelli che il conobbero; «era uomo integerrimo, se non che beveva le opinioni di chi gli stava dattorno».
258.La stampa più compita è quella di Lucca del 1738-57 in quarantatre volumi:Apparatus Annalium ecclesiasticorum Baronii, additis O. Raynaldi, G. Laderchi(che li seguitò grossolanamente fino al 1571),A. Pagi, J. Casauboni, L. S. Le Nain Tillemont, H. Noris, per opera di G. D. Mansi. Il padre Theiner s’accinse a proseguirli, ma presto si fermò.
258.La stampa più compita è quella di Lucca del 1738-57 in quarantatre volumi:Apparatus Annalium ecclesiasticorum Baronii, additis O. Raynaldi, G. Laderchi(che li seguitò grossolanamente fino al 1571),A. Pagi, J. Casauboni, L. S. Le Nain Tillemont, H. Noris, per opera di G. D. Mansi. Il padre Theiner s’accinse a proseguirli, ma presto si fermò.
259.«Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato (al 719). Ma un grand’imbroglio era il dover correre dietro a costoro (722). Non sapevano digerirla d’aver per signore un imperatore empio (728). Per timor della pelle se ne tornò a Roma (731). S’imbrogliarono in quest’anno non poco gli affari d’Italia (740). Cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa (770). Vedendo il re Carlo esser un osso duro quella città (773). Cosa manipolassero insieme papa Giovanni e Bosone, si raccoglie da... (878). Federico, quant’era da lui, avrebbe ridotto il papa a portar il piviale di bombagina (1239). Mastino cominciò a imbrogliarsi col comune di Venezia (1336). L’armata veneta gli diede un giorno una buona spelazzata (1509). Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe (ivi). Il vicerè ebbe deimeremurdal re cattolico (1563). Parea che a Leopoldo non mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere (1704). Per lui Cola da Rienzo è unvile, Masaniello unarlecchino finto principe.
259.«Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato (al 719). Ma un grand’imbroglio era il dover correre dietro a costoro (722). Non sapevano digerirla d’aver per signore un imperatore empio (728). Per timor della pelle se ne tornò a Roma (731). S’imbrogliarono in quest’anno non poco gli affari d’Italia (740). Cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa (770). Vedendo il re Carlo esser un osso duro quella città (773). Cosa manipolassero insieme papa Giovanni e Bosone, si raccoglie da... (878). Federico, quant’era da lui, avrebbe ridotto il papa a portar il piviale di bombagina (1239). Mastino cominciò a imbrogliarsi col comune di Venezia (1336). L’armata veneta gli diede un giorno una buona spelazzata (1509). Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe (ivi). Il vicerè ebbe deimeremurdal re cattolico (1563). Parea che a Leopoldo non mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere (1704). Per lui Cola da Rienzo è unvile, Masaniello unarlecchino finto principe.
260.Senza ripetere qui ciò che in lavoro più ampio noi sostenemmo, invitiamo i lettori di poca fatica a consultare le prime pagine d’uno storico moderno, liberalissimo e protestante, T. B. Macaulay nellaStoria d’Inghilterra, ediz. Pomba 1852, pag. 43, tom.I.
260.Senza ripetere qui ciò che in lavoro più ampio noi sostenemmo, invitiamo i lettori di poca fatica a consultare le prime pagine d’uno storico moderno, liberalissimo e protestante, T. B. Macaulay nellaStoria d’Inghilterra, ediz. Pomba 1852, pag. 43, tom.I.
261.Si declamò tanto contro il poeta francese Lamartine perchè chiamò l’Italiala terra dei morti; e quand’era affisso all’ambasciatore francese a Firenze, dovette darne soddisfazione colla spada a Gabriele Pepe. Eppure la frase stessa si trova nel Sismondi, autore de’ più benevoli all’Italia e apprezzato per liberalità. Nel capo 126 dellaStoria delle Repubblichedice chiaro che, «sia che si osservi tutta intera l’Italia, e si esamini la natura del suolo o le opere dell’uomo e l’uomo stesso, sempre si crede essere nel paese de’ morti, vedendo insieme la debolezza della generazione presente e la possa di quelle che la precedettero». La sottintendono poi tutti quelli che oggi non san parlare che delrisorgimentodell’Italia.
261.Si declamò tanto contro il poeta francese Lamartine perchè chiamò l’Italiala terra dei morti; e quand’era affisso all’ambasciatore francese a Firenze, dovette darne soddisfazione colla spada a Gabriele Pepe. Eppure la frase stessa si trova nel Sismondi, autore de’ più benevoli all’Italia e apprezzato per liberalità. Nel capo 126 dellaStoria delle Repubblichedice chiaro che, «sia che si osservi tutta intera l’Italia, e si esamini la natura del suolo o le opere dell’uomo e l’uomo stesso, sempre si crede essere nel paese de’ morti, vedendo insieme la debolezza della generazione presente e la possa di quelle che la precedettero». La sottintendono poi tutti quelli che oggi non san parlare che delrisorgimentodell’Italia.
262.In un erudito tanto benemerito, e che sarà sempre fonte preziosissima, spiace quella trivialità di critica e di riflessi. Aprendolo a caso, leggo al lib.III. c. 1. § 3 della suaStoria della letteratura: «S’ei debba chiamarsi Biondo Flavio o Flavio Biondo, ella è questione non ancor bene decisa, e poco importa il sapere com’ella debba decidersi. Io scrivo Biondo Flavio perchè così leggesi nell’iscrizion sepolcrale a lui posta, e negli antichiAnnali di Forlìsua patria, pubblicati dal Muratori; e così pure lo chiama Francesco Filelfo in più lettere a lui scritte, delle quali diremo fra poco. Che se ciò non ostante altri crede ch’ei debba dirsi Flavio Biondo, io non per ciò vo’ movergli guerra». Al tom.VII. part.III.pag. 1169: «Di Benedetto Bordone appena mi tratterrei io a parlarne, se una quistione assai dibattuta qui non ci si offerisse, e che non vuolsi passar senza esame; cioè se fosse padovano o veronese, e, ciò che più importa, se ei fosse o no il padre del celebre Giulio Cesare Scaligero»; e sei pagine profonde in tal discussione attorno un autore cheappenacrede degno d’essere mentovato. Al tom.VIII. l.II. c.IV. nº 19: Gioachino Scaino fu uno de’ più illustri giureconsulti, ene è testimoniol’onorevole iscrizione a lui posta nella sua patria dappoichè egli fu morto... Paolo Zanchi, bergamasco, meritò d’essere encomiato con orazione funebre da Giovita Rapicio».
262.In un erudito tanto benemerito, e che sarà sempre fonte preziosissima, spiace quella trivialità di critica e di riflessi. Aprendolo a caso, leggo al lib.III. c. 1. § 3 della suaStoria della letteratura: «S’ei debba chiamarsi Biondo Flavio o Flavio Biondo, ella è questione non ancor bene decisa, e poco importa il sapere com’ella debba decidersi. Io scrivo Biondo Flavio perchè così leggesi nell’iscrizion sepolcrale a lui posta, e negli antichiAnnali di Forlìsua patria, pubblicati dal Muratori; e così pure lo chiama Francesco Filelfo in più lettere a lui scritte, delle quali diremo fra poco. Che se ciò non ostante altri crede ch’ei debba dirsi Flavio Biondo, io non per ciò vo’ movergli guerra». Al tom.VII. part.III.pag. 1169: «Di Benedetto Bordone appena mi tratterrei io a parlarne, se una quistione assai dibattuta qui non ci si offerisse, e che non vuolsi passar senza esame; cioè se fosse padovano o veronese, e, ciò che più importa, se ei fosse o no il padre del celebre Giulio Cesare Scaligero»; e sei pagine profonde in tal discussione attorno un autore cheappenacrede degno d’essere mentovato. Al tom.VIII. l.II. c.IV. nº 19: Gioachino Scaino fu uno de’ più illustri giureconsulti, ene è testimoniol’onorevole iscrizione a lui posta nella sua patria dappoichè egli fu morto... Paolo Zanchi, bergamasco, meritò d’essere encomiato con orazione funebre da Giovita Rapicio».
263.Il Leo (Storia d’Italia, cap. 2. § 1) dice: — Nuovi elementi, nuovi principj doveano essere portati all’Italia, acciocchè una nuova vita si svegliasse dopo la caduta dell’Impero. Nè si può comprendere come in circostanze siffatte lo spirito del popolo italiano potess’essere capace di dare nuovi prodotti, importanti alla storia del mondo». Anche il Sismondi nella prefazione parla dell’«Italia rinvigorita dall’unione del suo popolo con popoli settentrionali».
263.Il Leo (Storia d’Italia, cap. 2. § 1) dice: — Nuovi elementi, nuovi principj doveano essere portati all’Italia, acciocchè una nuova vita si svegliasse dopo la caduta dell’Impero. Nè si può comprendere come in circostanze siffatte lo spirito del popolo italiano potess’essere capace di dare nuovi prodotti, importanti alla storia del mondo». Anche il Sismondi nella prefazione parla dell’«Italia rinvigorita dall’unione del suo popolo con popoli settentrionali».
264.Si tenga presente la data di questo lavoro.
264.Si tenga presente la data di questo lavoro.
265.Qualcosa di meglio uscirà dall’istituzione, decretata nel 1852, d’un archivio centrale di Stato in Firenze, ove ordinare da 115,870 tra filze e registri, e 126,830 pergamene, e acquistando sempre nuovi documenti dalle case che ne sono ricchissime.
265.Qualcosa di meglio uscirà dall’istituzione, decretata nel 1852, d’un archivio centrale di Stato in Firenze, ove ordinare da 115,870 tra filze e registri, e 126,830 pergamene, e acquistando sempre nuovi documenti dalle case che ne sono ricchissime.
266.Somma prova del degradamento degli studj eruditi fra noi è la sfacciataggine con cui si pubblicano o spacciano documenti assolutamente falsi, o sì evidentemente scorretti, che, senza aver sott’occhio gli originali, può emendarli chi appena abbia attinto a studj siffatti. Ma più sciagurato ancora è il vedere tali pubblicazioni lodate dai dispensieri della fama, e dato nome d’eruditi a tali che meritano unicamente quello di cerretani.
266.Somma prova del degradamento degli studj eruditi fra noi è la sfacciataggine con cui si pubblicano o spacciano documenti assolutamente falsi, o sì evidentemente scorretti, che, senza aver sott’occhio gli originali, può emendarli chi appena abbia attinto a studj siffatti. Ma più sciagurato ancora è il vedere tali pubblicazioni lodate dai dispensieri della fama, e dato nome d’eruditi a tali che meritano unicamente quello di cerretani.
267.Ora sono 12, e vi si devono unire le pubblicazioni delle Deputazioni storiche delle varie regioni italiane, e molti giornali.
267.Ora sono 12, e vi si devono unire le pubblicazioni delle Deputazioni storiche delle varie regioni italiane, e molti giornali.
268.Filippo Jaffe,Regesta pontificum romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natumMCXCVIII. Berlino 1850.
268.Filippo Jaffe,Regesta pontificum romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natumMCXCVIII. Berlino 1850.
269.La calata d’Enrico VII è narrata da un vescovoin partibusdi Butronto, tedesco amico dell’imperatore non men che del papa, al quale dà ragguaglio dell’impresa con dignitosa franchezza e semplicità. La descrisse pure Albertino Mussato. Gli atti d’Enrico VII sono raccolti da Döniges,Regesta Enrici VII.
269.La calata d’Enrico VII è narrata da un vescovoin partibusdi Butronto, tedesco amico dell’imperatore non men che del papa, al quale dà ragguaglio dell’impresa con dignitosa franchezza e semplicità. La descrisse pure Albertino Mussato. Gli atti d’Enrico VII sono raccolti da Döniges,Regesta Enrici VII.
270.Giulini,Memorie del Milanese,VIII. 619;Bonincontro Morigia,Chron., lib.II. c. 6.
270.Giulini,Memorie del Milanese,VIII. 619;Bonincontro Morigia,Chron., lib.II. c. 6.
271.Alla coronazione di Bonifazio VIII dodici ambasciatori assistettero, tutti fiorentini, cioè: Palla Strozzi messo della repubblica di Firenze, Cino Diotisalvi del signore di Camerino, Lapo Uberti della repubblica di Pisa, Guido Talunca del re di Sicilia, Manno Adimari di quello di Napoli, Folco Bencivenni del granmaestro di Rodi, Vermiglio Alfani dell’imperatore, Musciato Franzesi del re di Francia, Ugolino dal Vecchio di quello d’Inghilterra, Rimeri di quel di Boemia, Simone de Rossi dell’imperatore di Costantinopoli, Guicciardo Bastari del gran kan dei Tartari. Il che vedendo, Bonifazio chiamò i Fiorentini il quinto elemento.
271.Alla coronazione di Bonifazio VIII dodici ambasciatori assistettero, tutti fiorentini, cioè: Palla Strozzi messo della repubblica di Firenze, Cino Diotisalvi del signore di Camerino, Lapo Uberti della repubblica di Pisa, Guido Talunca del re di Sicilia, Manno Adimari di quello di Napoli, Folco Bencivenni del granmaestro di Rodi, Vermiglio Alfani dell’imperatore, Musciato Franzesi del re di Francia, Ugolino dal Vecchio di quello d’Inghilterra, Rimeri di quel di Boemia, Simone de Rossi dell’imperatore di Costantinopoli, Guicciardo Bastari del gran kan dei Tartari. Il che vedendo, Bonifazio chiamò i Fiorentini il quinto elemento.