272.Cioè dagli uomini d’arme. Sono parole di Dino Compagni.273.Luenig,Cod. diplom.,I. 1078.274.Leonardo Aretino. — Di quelli che andarono nell’oste di Enrico si ha la lista nelleDelizie degli eruditi tosc.,XI. 109.275.Gio. da Cermenate,Hist., cap. 62.276.«Sarebbesi partito (da Poggibonzi) se avesse avuto con che, perocchè era largo spenditore e donatore, e di sua coscienza era buono e avea buona fede. Non si volea partire, che non avea che dare da cui aveva accattato.... Re Federico di Sicilia mandogli ventiquattro migliaja di fiorini, con li quali esso pagò i suoi debiti e partissi».Coppo di Stefano, lib.V. —Hic etenim rex noster magnanimus erat, et omnium virtutum dives, pecunia et auro nimium pauper, nihil nisi Italicis adjutus propositi agere omnino valebat.Cermenate, cap. 20.277.Leggesi nelCorpus juris civilis; sicchè i papi non erano soli in siffatte pretensioni. La costituzione seguente è in Döniges,Regesta Enrici VII, pag. 226.La sentenza contro Firenze è riferita nelleDelizie degli eruditi,XI. 105, in una traduzione che credesi contemporanea, e che perciò qui ripetiamo: — Acciocchè venga agli altri in exemplo acciocchè della loro contumacia non possano gloriarsi il loro Comune et huomini, per la loro contumacia habbiendo per confessi et legiptimamente convinti di tutti et ciascuni de’ sopradetti excessi, chiamato il nome di Cristo, sedendo per tribunale sententialmente priviamo in questi scripti il detto Comune et huomini Fiorentini del mero et mischiato imperio, della ragione et della signoria di podesteria, rettoria, capitaneria et di ogni jurisditione delle quali sono usi, o vero usarono di usare nella detta ciptà et suo distretto et tenitorio. Ancora le castella et le ciptà, le ville et li distretti della medesima ciptà di Firenze, et tutti i beni che la detta ciptà et Comune di Firenze ha et possiede dentro et di fuori in ogni luogo la nostra Camera et del romano Imperio confischiamo, et in perpetuo pubblichiamo, privando loro degli statuti et leggi municipali et della autorità di farle in futuro, et di tutti i feudi, franchigie, brevilegi, libertà et immunità et honori dagl’imperadori et re de’ Romani predecessori nostri conceduti a loro, delle quali cose si sono renduti indegni; et quelle rivocando cassiamo, et di nostra certa scientia et sententia annulliamo. Et nondimeno el detto Comune et huomini in cinque mila libre d’oro a pagare alla nostra Camera et del romano Imperio condepniamo. Ancora i priori et i consoli della detta terra et tutti gli altri uficiali che ora sono et che per innanzi durando la detta rebellione a detti uficj saranno eletti, perpetuamente condepniamo in infamia et come consapevoli et favoreggianti della detta rebellione perpetualmente sbandiamo. Et ancora tutti et ciascuni ciptadini et habitatori et del distretto della detta ciptà sbandiamo, comandando che niuna città, castello o vero barone, comunità, o spetiale persona i detti Comuni, ciptadini et distrettuali o alcuno di loro ricepti o dia loro ajuto in alcuno modo o vero favore dopo a uno mese fornito, da incominciare dal dì di questa data sententia, sotto pena a ciascuno Comune di ciptà di libre cinquanta d’oro, et a ciascuno castello et barone di libre venti d’oro, et a ciascuna spetiale persona di libre una d’oro a pagare alla nostra Camera, et più et meno a nostro arbitrio, considerato la qualità delle persone et modo del delitto: et questa pena tante volte si paghi quante volte sarà contraffatta. Et dichiarando che chiunque possa i detti Fiorentini come nostri sbanditi et rebelli nostri et del sacro romano Imperio personalmente pigliare, però senza offesa delle persone, et in nostra balìa destinare, et così pigliare et havere i loro beni, proibendo che niuno debitore del detto Comune, o vero delle persone singolari della ciptà di Firenze et suo distretto presuma di soddisfare o rispondere del suo debito a detti. Da tutte le predette cose però eccettuiamo coloro che sono della famiglia nostra, et coloro che sono sbanditi per cagione delle predette cose dalla medesima ciptà et suo distretto et loro famiglia et cose; i quali familiari nostri et sbanditi, et loro famiglie et beni delle dette pene et sententie et sbandimenti trajamo, et sotto la nostra protetione et del romano Imperio riserbiamo. Comandando che lo podestà, et capitano della già detta ciptà et loro giudici et notaj, se infra venti dì dal pronuntiamento di sì fatta nostra sententia da loro uficj et dalla ciptà non si partiranno, o vero chi, per lo innanzi a’ detti uficj di podesteria, capitaneria, judiceria, noteria chiamati, presumeranno di andare ad exercitare, sieno per questa stessa legge tosto et perpetuamente della podestà di giudicare, di assistere et di fare pubblici stromenti et di ogni altro honore et dignità privati. Et vogliamo et dichiariamo che i medesimi soggiacciano all’infamia, se i predetti Comuni et huomini infra lo spazio di venti dì per sindaco legiptimamente dichiarato non compariscano dinanzi per ubbidire efficacemente a’ nostri comandamenti sopra tutte queste cose».278.Che fosse avvelenato nell’ostia, è ciancia smentita dal silenzio de’ contemporanei. «Lo corpo dell’imperadore, cioè le ossa, in una cascia ne fue recato a Pisa, e posto nella chiesa maggiore: e mai tanto duolo e pianto non fu fatto per li Pisani quanto allora,PERCHÈavevano speso più di due milioni di fiorini, e non avea fatto pro nissuno, e rimaneano in briga, senza monete o alcuno ajuto».Ranieri Sardo,Cron. pisana.279.Decr. Clem., lib.VII.280.Lelmi,Cronaca di Sanminiato.281.È l’opinione di Carlo Troya,Del veltro allegorico di Dante. Il Purgatorio diresse al marchese Mornello Malaspina; il Paradiso a Federico I di Sicilia, poi a Can Grande della Scala.282.Baluzio,Vitæ paparum avinionensium, tom.I, addit. col. 704.283.Quattro giorni egli serenò nella maremma per assalire Grosseto: e anche Federico II più volte accampò in quella pianura, or davanti Sovana, or davanti Selvena; mentre oggi una sola notte estiva darebbe le febbri. Non era dunque ancora sì micidiale l’aria.284.G. Villani, x. 54. Castruccio portava un abito di seta cremisi, che sul petto avea scrittoÈ come Dio vuole, e sulle spalleSarà quel che Dio vorrà.285.Carlo di Boemia scrisse la propria vita, ove dice che suo padre ordinò al cappellano d’istruirloaliquantulum in literis,quamvis ignarus esset literarum; e da lui imparò a leggere l’uffizietto della beata Vergine.286.Laurin si fa della sua patria capo,Ed in privato il pubblico converte;Tre ne confina, a sei ne taglia il capo;Comincia volpe, ed indi a forze aperteEsce leon, poi ch’ha il popol seduttoCon licenze, con doni e con offerte.Ariosto,Satire.Del vario modo onde sorgevano le signorie, e del conseguente loro comportarsi, ragiona da par suo il Machiavelli,Principe, cap.IX: — Si ascende al principato o con il favore del popolo, o con il favore de’ grandi. Perchè in ogni città si trovano questi due umori diversi, e nasce da questo che il popolo desidera non essere comandato nè oppresso dai grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi due appetiti diversi surge nelle città uno de’ tre effetti, o principato, o libertà, o licenza. Il principato è causato o dal popolo o da’ grandi, secondo che l’una o l’altra di queste due parti ne ha l’occasione; perchè vedendo i grandi non poter resistere al popolo, cominciano a voltare la riputazione ad uno di loro, e lo fanno principe per poter sotto l’ombra sua sfogare il loro appetito. Il popolo ancora volta la riputazione ad un solo, vedendo non poter resistere ai grandi, e lo fa principe per essere con l’autorità sua difeso. Colui che viene al principato con l’ajuto dei grandi, si mantiene con più difficoltà che quello che diventa con l’ajuto del popolo, perchè si trova principe con di molti intorno che a loro pare essere uguali a lui, e per questo non gli può nè comandare nè maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favor popolare, vi si trova solo, ed ha intorno o nessuno o pochissimi che non siano parati ad ubbidire. Oltre a questo, non si può con onestà satisfare a’ grandi e senza ingiuria d’altri, ma sibbene al popolo; perchè quello del popolo è più onesto fine che quel de’ grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. Aggiungesi ancora, che del popolo inimico un principe non si può mai assicurare, per esser troppi; dei grandi si può assicurare per esser pochi. Il peggio che possa aspettare un principe dal popolo nimico, è l’essere abbandonato da lui: ma da’ grandi nemici non solo debbe temere di essere abbandonato, ma che ancor loro gli vengano contro; perchè essendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzano sempre tempo per salvarsi, e cercano gradi con quello che sperano che vinca. È necessitato ancora il principe vivere sempre con quel medesimo popolo; ma può ben fare senza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dì, e tôrre e dare a sua posta riputazione loro. E per chiarir meglio questa parte, dico come i grandi si debbono considerare in due modi principalmente, cioè o si governano in modo col procedere loro che si obbligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quelli che si obbligano e non siano rapaci, si debbono onorare ed amare: quelli che non si obbligano, si hanno a considerare in due modi; o fanno questo per pusillanimità e difetto naturale d’animo, ed allora tu ti debbi servir di loro, e di quelli massime che sono di buon consiglio, perchè nelle prosperità te ne onori, e nelle avversità non hai da temerne. Ma quando non si obbligano ad arte, e per cagione ambiziosa, è segno come e’ pensano più a sè che a te; e da quelli si debbe il principe guardarsi, e temerli come se fossero scoperti nimici, perchè sempre nelle avversità l’ajuteranno rovinare. Debbe pertanto uno che diventi principe mediante il favore del popolo, mantenerselo amico; il che gli fia facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro il popolo diventi principe con il favore dei grandi, deve innanzi ad ogni altra cosa cercare di guadagnarsi il popolo; il che gli fia facile quando pigli la protezione sua. E perchè gli uomini, quando hanno bene da chi credevano aver male, si obbligano più al benefattore loro, diventa il popolo subito più suo benevolo, che se si fusse condotto al principato per i suoi favori; e puosselo il principe guadagnare in molti modi. Conchiuderò che ad un principe è necessario avere il popolo amico, altrimenti non ha nelle avversità rimedio».287.In messali del secoloXtrovò il Muratori (Antiq. ital., diss.LIV) alcune messe contro i tiranni, ove s’invoca il padre degli orfani, il giudice delle vedove a mirare le lacrime della sua Chiesa, e liberarla dai tiranni, rinnovando gli antichi portenti. Invece sotto il duca Filippo Maria Visconti si pregò nella messa per Agnese del Maino sua concubina, e per Bianca loro figlia.288.Che le terre d’Italia tutte pieneSon di tiranni, ed un Marcel diventaOgni villan che parteggiando viene.Dante,Purg.,VI.A Milano dominarono i Torriani, poi i Visconti, poi gli Sforza; a Lodi Vestarini, Fisiraga, Vignati; a Crema Venturino Benzone; a Como i Rusca; a Pavia Beccaria e Langosco; a Bergamo i Suardi; a Brescia i Maggi e i Brusati; a Cremona i Pelavicini, i Cavalcabò, i Correggio, Cabrino Fondulo; a Mantova Passerino Bonacolsi e i Gonzaga; a Novara i Tornielli; ad Alessandria Facino Cane; a San Donnino i Pelavicini; i Da Camino a Treviso, Feltre e Belluno; a Verona gli Scaligeri; a Padova i Carrara; a Ferrara i Salinguerra e gli Estensi; a Piacenza gli Scotti; a Parma i Rossi e Correggio; alla Mirandola i Pico; a Pisa e Lucca Castruccio Castracane; a Ravenna Paolo Traversari e i Polenta; a Fermo i Migliorati, Gentile da Magliano e gli Sforza; a Massa i Malaspina; a Monaco i Grimaldi; a Rimini i Malatesta; a Bologna i Pepoli; a Urbino i Montefeltro; a Forlì gli Ordelaffi; ad Imola gli Alidosi; a Cortona i Casale; a Faenza i Manfredi, i Calboli a Brettinoro; i Gabrielli a Gubbio; i Cima a Cingoli; i Vico e gli Annibaldeschi a Viterbo; i Monaldeschi e gli Annibaldeschi ad Orvieto; i Chiavelli a Fabriano; gli Ottoni a Metelica; i Salimbeni a Radicofani; i Simonetta a Jesi; i Malucci a Macerata; i Brancaleoni a Urbania; gli Atti a Sassoferrato; i Mentorio a Aquila; i Varano a Camerino; i Baglioni a Perugia; i Vitelli a Civita di Castello; i Del Pecora a Montepulciano; nel Lazio i Savelli; a Preneste i Colonna; alle Paludi pontine i Frangipani; i Farnesi verso il lago di Bolsena; al sud-est della Toscana gli Aldobrandini ecc.289.La scomunica di Benedetto XII è però taciuta dalla maggior parte degli storici coevi. Alberto di Strasburgo, che la attribuisce alle minacce del re di Francia, è gran fautore del Bavaro. Se il Cuspiniano deferisce affatto a questo, il Platina caratterizza Benedetto XII come «di tanta costanza, che non fu chi lo potesse mai per prieghi o per forza dalle cose oneste e sante torcere un punto, perchè amava i buoni, e all’aperta odiava gli scellerati».290.Consistorium tenuit, in quo decrevit et statuit, quod toto tempore suo Ecclesia romana vel alia quævis gladium martialem non exerceat vel faciat guerras contra quemcumque hominem.Chron. Cornelii Zantfliet ap.Martène,Vet. Script. ampl. coll.V. 208.291.NelMissale Ambrosianumedito a Milano dal Zarotto il 1475, e in quello da Cristoforo di Ratisbona il 1482, come pure nel Breviario del 1490, v’è la messa distinta per questa vittoria, e il prefazio finisce:O felix victoria, o beata victoria, quomodo fuisti pro Mediolanensibus valde bona, magis gratia quam viribus acquisita. Nam qui predam pernitiemque minabantur, facti sunt mortui, preda victoriæ triumphalis. Et ideo etc.292.Nel prezioso monumento erettogli in San Gotardo in Milano, disperso dalla calcolata barbarie dell’età precedente alla nostra, Azzone compariva in ginocchio, in atto d’essere col gonfalone investito del Milanese da Lodovico il Bavaro; tanto era lungi che quest’omaggio si considerasse per umiliante. L’epitafio diceva:Hoc in sarcofago tegitur vir nobilis AzoAnguiger, imperio placidus, non levis et asper,Urbem qui muris cinxit, regnumque recepit,Punivit fraudes, ingentes struxit et ædes,Dignus longa vita, in fatis si foret itaUt virtus multos posset durare per annos.293.Della famiglia Pusterla non rimase verun ricordo fra il popolo; eppur dovette essere di gran conto, se la troviamo implicata in tutte le cospirazioni contro i Visconti. Vantavasi di stirpe longobarda, e nello stemma portava l’aquila imperiale; possedeva trentacinque ville, e in città quasi tutto il quartiere di porta Ticinese. Un dato giorno questa famiglia allestiva un gran cavallo di legno, il quale tirato da facchini, a suon di musiche traversava quel quartiere fino al duomo: ivi schiudevasi, e ne uscivano persone coi regali di cui faceano omaggio alla metropolitana. Terminavasi in lauti pasti agli innumerevoli clienti, trattati secondo il grado nelle capaci sale e nei clamorosi cortili.294.Stella,Ann. januens.Rer. It. Scrip.,XVII. 1073.295.Lo racconta il Petrarca nelleLettere famigliari, lib.XVIII. ep. 4.296.Ferreto, lib.VI, p. 1130.297.Cortusi,Hist. de novitatibus Paduæ, lib.I. c. 22.298.In quelle rivoluzioni non manca mai un avvocato, che, per reminiscenza dei Greci e dei Romani, e per isfoggio d’eloquenza, persuade a sottoporsi a un tiranno. Nicola Duc giureconsulto dimostrava agli Astigiani quanto loro tornava conto mettersi in obbedienza di Filippo di Piemonte. Messer Ugolino da Celle, dottor di legge, persuadeva i Lucchesi ad eleggere signore Castruccio:Cum magnificus vir Castruccius, sua industria, sapientia, virtute, sollicitudine et vigore, et non sine magno risico suæ personæ, multas vicarias, castra, terras, jura et jurisdictiones Lucani comunis, diu in damnum et præjudicium Lucani comunis per quosdam nobiles et magnates detenta, occupata recuperavit et subjecerit fortiæ Lucani comunis, et alia maxima ordinaverit et fecerit, et ordinare, facere et executioni mandare in honorem et servitium Lucani comunis continuo sit paratus in actu et prosecuturus; et ipsam civitatem Lucanam multimode dissolutam reduxerit, et conservet continuo in plena justitia, pacifico et tranquillo statu; et dignum sit quod ex tantis beneficiis et honoribus, quæ Lucano comuni acquisivit, et quibus ipsam civitatem sua virtute promovit, meritum consequatur; si placet ordinare, consulere et reformare quod ipse Castruccius sit et eligatur, et electus intelligatur, et sit vigore præsentis consilii dominus et generalis capitaneus civitatis Lucanæ, et ejus comitatus, districtus et fortiæ cum omni et tota baylia et auctoritate Lucani comunis; quæ baylia et auctoritas vigore præsentis consilii eidem attributa sit et intelligatur super omnibus et singulis negotiis ejusdem comunis pro tempore vitæ ipsius Castrucci etc.Memorie lucchesi,I, 249.299.«Questo messere Mastino (dice un Romagnuolo contemporaneo) fu de li maggiori tiranni de Lombardia, quello che più cittate ebbe, più potenza, più castella, più comunanze, più grandigia: di quindici grosse cittate fu signore. Mentre che sua oste si posava sopra alcuna cittate, drizzavale sopra quaranta trabocchi; mai non se ne partiva fintanto che non era signore; voleva essere signore sì per forza sì per amore. Mise piede in Toscana, ebbe Lucca, e ingannò i Fiorentini; donde i Fiorentini gli ordinarono quella ruina, la quale gli venne di sopra. Po’ minacciava di volere Ferrara e Bologna. Una cosa facea a li nobili li quali davano le città, che li tenea con seco, e dava loro grande protezione. Molti erano li baroni, molti erano li soldati da piede e da cavallo, molti li buffoni, molti suoi falconi, palafreni, pontani, destrieri di giostra. Grande era lo armeggiare. Vedeasi levare capucci di capo; vedeasi Todeschi inchinare, conviti smesurati, trombe e caramelle, cornamuse e naccare sonare: vedeasi tributi venire, muli con some scaricare, giostre e bello armeggiare, cantare, danzare, saltare; ogni bello e dolce diletto fare; drappi franceschi, tartareschi... velluti ’ntagliare; panni lavorati, smaltati, inorati portare. Quando questo signore cavalcava, tutta Verona crollava; quando minacciava, tremava. In fra le altre magnificenze sue si racconta che ottanta taglieri di credenza ebbe una volta che volse pranzare in camera; e ogni tagliere ebbe un deschetto con due baroni. Giudici, medici, letterati, virtuosi di ogni cognizione, avea provisione in sua terra. La sua fama sonava in corte di Roma. Non ha simile in Italia, e si magnifica messer Mastino. Fu uomo assai savio de testa, giusto signore; per tutto lo suo regno givase sicuro con oro in mano; grande giustizia facea. Fu uomo bruno, peloso, carnuto, con un grandissimo ventre; mastro de guerra. Cinquanta palafreni avea di sua casa; ogni dì mutava roba; duemila cavalieri cavalcavano con esso, quando cavalcava; duemila fanti da piedi armati, eletti, colle spade in mano, givangli intorno. E sua persona, mentre che seguitò la virtù, crebbe; poi che in superbia comenzò a corrompersi, forte diventò lussurioso; che avesse detorpate cinquanta polzelle in una quaresima si vantò. Questi vizj lo fecero cadere de suo onrato stato. Po’ manicava la carne lo venerdì e lo sabbato, e la quatregesima; non curava de scomunicazione; e considerando essere tanto potente, gloriavasi non conoscere fragilitate umana. Quando si vide in tanta grandezza e alterigia, fece fare palazzi, come si vede in Verona; e per fare le fondamenta, guastò chiesa. Mai bene non gli prese da poi. Comenzò a desprezzare li tiranni de Lombardia: non curava di gire a parlamento con essi. Poi fece fare una corona, tutta adornata di perle, zaffiri, balasci, robini, smeraldi, valore di fiorini ventimila; perchè ebbe intenzione di farsi incoronare re di Lombardia, e di fresco. Ma tiranni di Lombardia furono forte turbati; bene pensarono via da non essere subjetti a loro paro». —Cortusio, op. cit., lib.VI. c.I;Muzio Gazata, eStoria romanaap.Muratori, Antiq. Ital.300.Sul mausoleo di Can Grande del 1329 fu scritto;Si Canis hic grandis ingentia facta peregitMarchia testis adest, quam sævo marte subegit.Scaligeram qui laude domum super astra tulissetMajores in luce mores si Parca dedisset.Su quello di Cansignorio:Scaligera hac nitida cubo Cansignorius arcaUrbibus optatus latiis sine fine monarca.Ille ego sum gemine qui gentis sceptra tenebam,Justitiaque meos mixta pietate regebam;Inclyta cui virtus, cui pax tranquilla fidesqueInconcussa dabunt famam per secla diesque.Su quello di Mastino:Me dominum Verona suum, me Brixia vidit,Parmaque cum Lucca, cum Feltro Marchia tota.301.Diversi paesi portavano il nome di ducato di Borgogna. Il re della Borgogna cisgiurana, cioè di Arles e Provenza, capitale Vienna: il re della Borgogna transgiurana, capitale Ginevra, che comprendeva gran parte della Svizzera, il Lionese, porzione del Delfinato, la Bresse, la Savoja, e di qua dai monti le valli d’Aosta, Susa, Maira; il ducato proprio di Borgogna. I molti studj in proposito sono riassunti nelleMemorie cronologiche e genealogiche di storia nazionaledel Cibrario, e nella suaStoria della monarchia di Savoja. Vedi pureGingins La Serraper l’origine dai duchi di Provenza.302.In una donazione all’abbazia di Pinerolo, Umberto II professa vivereex nacione mea lege romana. Il Guichenon omise queste parole perchè contrariavano il suo sistema: noi però mostrammo che non provano l’origine di una famiglia.303.Cronaca di Evian, ms. nell’archivio cantonale di Losanna.304.Quei di Magnano davansi al Conte Verde, 1373, volendo esseresub justæ manus dominio, potiusquam sub tyrannisantium sævissima voragine et regimine crudeli.305.Allora unico arcivescovo ne’ possessi di Savoja era quello di Tarantasia, sotto cui la Moriana e Aosta. La Savoja propria dipendeva dal metropolita di Vienne, come parte del vescovado di Grenoble: gli altri paesi d’oltremonte riverivano i metropoliti di Lione e di Besanzone; quelli qua dai monti, l’arcivescovo di Milano.306.Il Gioffredo, St. delle Alpi Marittime, tom. i. p. 590, trovò confermati fin dal 1040 da Ottone e Corrado conti di Ventimiglia gli statuti dati da un Arduino marchese d’Ivrea agli uomini di Tenda, Saorgio, Briga, e che importano la ricognizione del diritto d’eredità nei maschi e nelle femmine; dispensa dal combattimento giudiziale in cause civili, surrogandovi i testimonj sacramentali, o giurati; il conte nè i suoi non potranno pigliare in ostaggio la persona, o mettere sequestro sui beni e sulle case d’essi uomini; questi non saranno tenuti assistere al giudizio pubblico se non una volta l’anno per tre giorni; nè a mandare loro dipendenti in guerra se non in caso di oste generale; potranno far legna, adacquare, pascolare, cacciare su tutti i dominj del conte fino al mare. È uno de’ più antichi documenti di vita comunale. I privilegi della val di Lanzo si leggono in Cibrario, Studj storici, pag. 302.307.Lib. consil. civitatis Taurini.308.Cibrario,Storia di Chieri; —Sclopis,Considerazioni storiche intorno a Tommaso di Savoja e degli Stati generali ed altre istituzioni politiche del Piemonte. Torino 1851.309.Salinguerra per servizio feudale doveva ad Innocenzo III il censo di quaranta marche d’argento; servire a proprie spese con cento militi in Romagna e Lombardia; con cinquanta in Toscana, nelle marche d’Ancona e di Spoleto; con venti di là da Roma e fin in Sicilia. Il servizio doveva durare trenta giorni ogn’anno, non computando l’andata e il ritorno.Savioli,Ann. bolognesi, doc. 431. 444.310.Nel 1233 Anselmo di Vinguilia pel proprio padre Bonifazio e per Jacopo di Casanova suo parente giura fedeltà al Comune di Genova; ed oltre le solite convenzioni promette che, qualora esso Comune faccia esercitare cavalcata, vi andrà come gli altri della Riviera, e uno di loro due, o un idoneo sostituto. Se faccia armata di dieci galee, darà sette uomini a spese proprie; e così di più o di meno in ragione, purchè non siano meno di sei.Liber jurium,I. 931. Seguono altre consimili convenzioni.311.Ghirardacci, al 1297, e lib.XIV. p. 477.312.Delizie degli eruditi toscani,X. 199. — Chiamavasicavalleria, cavallataomilizial’obbligazione di servire a cavallo. Determinavasi secondo gli averi a chi intiera, a chi un quarto, a chi metà; a tale di due cavalli, a tale di un solo. Chi n’era dispensato per età, legge o malattia, dava armi e destrieri, che il Comune distribuiva a’ cittadini di minor sorte. Studiavansi i rettori d’accrescere il numero delle cavallate, sia distribuendo a’ più poveri alcuna somma di danaro a modo di prestito o di dono, sia consegnando alle genti forestiere alcuni cavalli in socio o, come allora dicevasi,in adequanza, al patto che servissero in guerra e venissero ad abitare colle famiglie dentro le mura.Del resto le cavallate s’imponevano solitamente ogni anno, ed a chi possedeva oltre a cinquecento fiorini: a chi erano imposte importavano l’obbligazione di tener un cavallo di valuta fra i trentacinque e i settanta fiorini (fra le 854 e le 1708 lire d’oggi), e di militare ad ogni cenno del capitano di guerra. La paga in Firenze pe’ semplici cittadini era di quindici soldi al dì; pe’ giudici e cavalieri di corredo, di venti. I destrieri delle cavallate primamente venivano esaminati, stimati e descritti da uffiziali deputati a ciò; poscia bollavansi col bollo del Comune. Caso che il cavallo per pubblico motivo venisse guasto, morto o ferito, il danno veniva compensato al padrone dal Comune: ciò dicevasiemendare. Finchè il cavallo non fosse emendato, correva la paga al milite senz’obbligo di servizio. Cavallo emendato contrassegnavasi per non averlo ad emendare una seconda volta. VediRicotti,Storia delle compagnie di ventura.313.Giulini, al 1235; —G. Villani,IX. 47.314.I fuorusciti di Ferrara nel 1271 fanno lega con Bologna, promettendoquod facient exercitum et cavalcatam cum commune Bononiæ, scilicet milites ut milites, et pedites ut pedites, ad voluntatem et mandatum communis et populi bononiensis, sicut cives civitatis Bononiæ....; quod facient et tractabunt guerram omnibus et singulis inimicis communis Bononiæ....; quod dicti Ferrarienses et eorum sequaces defendent et manutenebunt toto eorum posse sicut alii cives civitatis Bononiæ castrum bononiense factum apud Primarium.Savioli, doc. 765.315.Anche i capitani successivi erano di nobili case: Werner di Monfort, Wirtinger di Landau, Anichino di Baumgarten...; dai nostri nominati il duca Guarnieri, il conte Lando, il Bongardo. Vedi il Cap.CXI.316.G. Villani,IX. 182.317.Novella181. — Quando Pino degli Ordelaffi sconfisse la banda della Rosa nel 1398, esso Sacchetti lo lodò in un sonetto:Se ciaschedun signor desse le frutteA chi le va cercando, come voi,Le strade si terrian nette ed asciutte.E soggiungeva in prosa: — Perchè virtuosamente avete adoperato, che ’l simile facessono tutti gli altri signori, non mi sono possuto tenere ch’io non v’abbia scritto.... E se in ciò si accordasse tutta Italia, e facesse come voi, la gente barbara tornerebbe a lavorar le terre ecc.».318.Rosmini,Vita del Magno Trivulzio, lib.IV. doc. 23.319.Lettera di re Roberto al duca d’Atene.320.Le particolarità sono di Coppo Stefani. VediHecker,Der Schwarze Tod. Berlino 1832.321.Rer. It. Scrip., tom.XV, cronaca di Andrea Dei. Un altro anonimo dice, più ragionevolmente, che da sessantacinquemila bocche si ridussero a quindicimila.322.Ma nel 1361 la peste scoppiò in Lombardia, desertò Como, a Novara e Pavia consumò un terzo degli abitanti, settantasettemila in Milano, oltre il contado. Tornò nel 74, poi nel 99, quando la sola Como, al dire di Benedetto Giovio, perdè tredicimila persone.323.Petrarca,Ep. famil., lib.VIII. 7.324.Questa singolarità eccitò la curiosità, e molti la tolsero a soggetto di dotte dissertazioni, che crescono di continuo. In Italia, oltre il Camposanto di Pisa, troppo noto, ne conosciamo uno poco fuori di Como, oggi perito; uno a Santa Caterina del Sasso sul lago Maggiore; uno sulla facciata dei Disciplini a Clusone del Bergamasco.325.Cron. riminese.326.Probabilmente sotto Fiesole al Poggio Gherardi, e alla villa già Palmieri detta Schifanoja e dei Trevisi.327.— Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali, non che altri, ma Galeno, Ippocrate o Esculapio, avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono coi loro parenti, compagni ed amici, che poi, la sera vegnente appresso, nell’altro mondo cenarono colli loro passati».Più che in tutta la retorica del Boccaccio, trovo verità in queste parole di Panieri Sardo cronista pisano: — In del 1348, alla intrata di gennajo, vennero a Pisa due galee di Genovesi che venivano di Romanìa; e come furono giunti alla piazza dei Pesci, chiunque favellò con loro di subito fue amalato e morto; e chiunque favellava a quelli malati o toccasse di quelli morti altresì, tosto amalavano e morivano: e così fu sparta la grande corruzione in tanto, che ogni persona morìa. E fu sì grande la paura, che nime (nessuno) volea l’un l’altro vedere: lo padre non volea vedere morire lo figliuolo, nè lo figliuolo volea vedere morire lo padre, nè l’uno fratello l’altro, nè la moglie lo suo marito. E ogni persona fuggiva la morte; ma poco li valea, che chiunque dovea morir si moria, e non si trovava persona che li volesse portare a fossa. Ma quello Signore che fece lo cielo e la terra, provvide bene ogni cosa; che lo padre, vedendo morto lo suo figliuolo e abbandonato da ogni persona (che nimo lo volea toccare, nè cucire, nè portare), egli si recusava morto (si dava per morto) e poi facea egli stesso lo meglio che potea; egli lo cucia, e poi lo mettea in della cascia, e con ajuto lo portava alla fossa, ed egli stesso lo sotterrava; e poi l’altro giorno egli o chiunque l’avea toccato, si era morto. Ma benedetto Dio, che provvide di dar ajuto l’uno all’altro. Con tutto che ciascun morie purchè egli toccasse di sue cose o denari o panni, nondimeno non ne rimase in nessuna casa nè in sul letto nessuno a sotterrare, che egli non fosse onorevolmente sotterrato secondo la sua qualità: tanta carità Dio diede all’uno coll’altro, recusandosi ciascuno morto. E dicea:Ajutiamo, e portiamli a fossa, acciocchè ancora noi siamo portati». Archivio storico, tom.VI. part. ii. p. 114.328.Non è ben dimostrato che il De Sade trovasse il vero intorno a questa Laura. VediL’illustre châtelaine des environs de Vaucluse, e la Laure de Pétrarque parHyacinthe d’Olivier-Vitalis. Parigi 1843. Anche Salvatore Betti sostiene ch’ella fosse la nobilissima Laura Des Beaux Adhémar di Cavaillon, figlia del signore di Vaucluse, nata in riva alla Sorga, e morta fanciulla di consunzione il 1348.«Le trenta vite del cantore di Laura ce ne lasciano bramare una degna di lui», scriveva il Bettinelli quasi un secolo fa, e possiamo ripeter noi.329.Perchè a me troppo eda se stessapiacque.La rividi più bella e menoaltera.330.Con lei foss’io da che si parte il sole,E non ci vedess’altri che le stelle....Solo una notte, e mai non fosse l’alba,E non si trasformasse in verda selvaPer uscirmi di braccia....Pigmalïon, quanto lodar ti dèiDell’immagine tua, se mille volteN’avesti quel ch’io sol una vorrei.EDe contemptu mundi, dial.III:Nullis mota precibus, nullis victa blanditiis, muliebrem tenuit decorem, et adversus suam simul et meam ætatem, adversus multa et varia quæ adamantinum flectere licet spiritum debuissent, inexpugnabilis et firma permansit.331.De vita solitaria; De remediis utriusque fortunæ.332.Seniles, 3. 6.333.Apol. contra Galli calumnias.È in ripicchio d’un anonimo che avea confutato la lettera ove egli persuadeva Urbano V a ritornare la sede pontifizia in Roma, dicendogli ogni male della Francia.334.Opera, pag. 170. ediz. di Basilea.335.Rathery, nella Memoria premiata dall’Accademia nel 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, vorrebbe nel Roman de la Rose riconoscere l’influenza di Dante, ch’e’ suppone amico di Giovanni de Meun.336.Audio, quo nil possem tristius, nihilque indignantius audire, quosdam cardinales ibi esse qui murmurent se Benvense vinum in Italia non habere. Opera, pag. 845.
272.Cioè dagli uomini d’arme. Sono parole di Dino Compagni.
272.Cioè dagli uomini d’arme. Sono parole di Dino Compagni.
273.Luenig,Cod. diplom.,I. 1078.
273.Luenig,Cod. diplom.,I. 1078.
274.Leonardo Aretino. — Di quelli che andarono nell’oste di Enrico si ha la lista nelleDelizie degli eruditi tosc.,XI. 109.
274.Leonardo Aretino. — Di quelli che andarono nell’oste di Enrico si ha la lista nelleDelizie degli eruditi tosc.,XI. 109.
275.Gio. da Cermenate,Hist., cap. 62.
275.Gio. da Cermenate,Hist., cap. 62.
276.«Sarebbesi partito (da Poggibonzi) se avesse avuto con che, perocchè era largo spenditore e donatore, e di sua coscienza era buono e avea buona fede. Non si volea partire, che non avea che dare da cui aveva accattato.... Re Federico di Sicilia mandogli ventiquattro migliaja di fiorini, con li quali esso pagò i suoi debiti e partissi».Coppo di Stefano, lib.V. —Hic etenim rex noster magnanimus erat, et omnium virtutum dives, pecunia et auro nimium pauper, nihil nisi Italicis adjutus propositi agere omnino valebat.Cermenate, cap. 20.
276.«Sarebbesi partito (da Poggibonzi) se avesse avuto con che, perocchè era largo spenditore e donatore, e di sua coscienza era buono e avea buona fede. Non si volea partire, che non avea che dare da cui aveva accattato.... Re Federico di Sicilia mandogli ventiquattro migliaja di fiorini, con li quali esso pagò i suoi debiti e partissi».Coppo di Stefano, lib.V. —Hic etenim rex noster magnanimus erat, et omnium virtutum dives, pecunia et auro nimium pauper, nihil nisi Italicis adjutus propositi agere omnino valebat.Cermenate, cap. 20.
277.Leggesi nelCorpus juris civilis; sicchè i papi non erano soli in siffatte pretensioni. La costituzione seguente è in Döniges,Regesta Enrici VII, pag. 226.La sentenza contro Firenze è riferita nelleDelizie degli eruditi,XI. 105, in una traduzione che credesi contemporanea, e che perciò qui ripetiamo: — Acciocchè venga agli altri in exemplo acciocchè della loro contumacia non possano gloriarsi il loro Comune et huomini, per la loro contumacia habbiendo per confessi et legiptimamente convinti di tutti et ciascuni de’ sopradetti excessi, chiamato il nome di Cristo, sedendo per tribunale sententialmente priviamo in questi scripti il detto Comune et huomini Fiorentini del mero et mischiato imperio, della ragione et della signoria di podesteria, rettoria, capitaneria et di ogni jurisditione delle quali sono usi, o vero usarono di usare nella detta ciptà et suo distretto et tenitorio. Ancora le castella et le ciptà, le ville et li distretti della medesima ciptà di Firenze, et tutti i beni che la detta ciptà et Comune di Firenze ha et possiede dentro et di fuori in ogni luogo la nostra Camera et del romano Imperio confischiamo, et in perpetuo pubblichiamo, privando loro degli statuti et leggi municipali et della autorità di farle in futuro, et di tutti i feudi, franchigie, brevilegi, libertà et immunità et honori dagl’imperadori et re de’ Romani predecessori nostri conceduti a loro, delle quali cose si sono renduti indegni; et quelle rivocando cassiamo, et di nostra certa scientia et sententia annulliamo. Et nondimeno el detto Comune et huomini in cinque mila libre d’oro a pagare alla nostra Camera et del romano Imperio condepniamo. Ancora i priori et i consoli della detta terra et tutti gli altri uficiali che ora sono et che per innanzi durando la detta rebellione a detti uficj saranno eletti, perpetuamente condepniamo in infamia et come consapevoli et favoreggianti della detta rebellione perpetualmente sbandiamo. Et ancora tutti et ciascuni ciptadini et habitatori et del distretto della detta ciptà sbandiamo, comandando che niuna città, castello o vero barone, comunità, o spetiale persona i detti Comuni, ciptadini et distrettuali o alcuno di loro ricepti o dia loro ajuto in alcuno modo o vero favore dopo a uno mese fornito, da incominciare dal dì di questa data sententia, sotto pena a ciascuno Comune di ciptà di libre cinquanta d’oro, et a ciascuno castello et barone di libre venti d’oro, et a ciascuna spetiale persona di libre una d’oro a pagare alla nostra Camera, et più et meno a nostro arbitrio, considerato la qualità delle persone et modo del delitto: et questa pena tante volte si paghi quante volte sarà contraffatta. Et dichiarando che chiunque possa i detti Fiorentini come nostri sbanditi et rebelli nostri et del sacro romano Imperio personalmente pigliare, però senza offesa delle persone, et in nostra balìa destinare, et così pigliare et havere i loro beni, proibendo che niuno debitore del detto Comune, o vero delle persone singolari della ciptà di Firenze et suo distretto presuma di soddisfare o rispondere del suo debito a detti. Da tutte le predette cose però eccettuiamo coloro che sono della famiglia nostra, et coloro che sono sbanditi per cagione delle predette cose dalla medesima ciptà et suo distretto et loro famiglia et cose; i quali familiari nostri et sbanditi, et loro famiglie et beni delle dette pene et sententie et sbandimenti trajamo, et sotto la nostra protetione et del romano Imperio riserbiamo. Comandando che lo podestà, et capitano della già detta ciptà et loro giudici et notaj, se infra venti dì dal pronuntiamento di sì fatta nostra sententia da loro uficj et dalla ciptà non si partiranno, o vero chi, per lo innanzi a’ detti uficj di podesteria, capitaneria, judiceria, noteria chiamati, presumeranno di andare ad exercitare, sieno per questa stessa legge tosto et perpetuamente della podestà di giudicare, di assistere et di fare pubblici stromenti et di ogni altro honore et dignità privati. Et vogliamo et dichiariamo che i medesimi soggiacciano all’infamia, se i predetti Comuni et huomini infra lo spazio di venti dì per sindaco legiptimamente dichiarato non compariscano dinanzi per ubbidire efficacemente a’ nostri comandamenti sopra tutte queste cose».
277.Leggesi nelCorpus juris civilis; sicchè i papi non erano soli in siffatte pretensioni. La costituzione seguente è in Döniges,Regesta Enrici VII, pag. 226.
La sentenza contro Firenze è riferita nelleDelizie degli eruditi,XI. 105, in una traduzione che credesi contemporanea, e che perciò qui ripetiamo: — Acciocchè venga agli altri in exemplo acciocchè della loro contumacia non possano gloriarsi il loro Comune et huomini, per la loro contumacia habbiendo per confessi et legiptimamente convinti di tutti et ciascuni de’ sopradetti excessi, chiamato il nome di Cristo, sedendo per tribunale sententialmente priviamo in questi scripti il detto Comune et huomini Fiorentini del mero et mischiato imperio, della ragione et della signoria di podesteria, rettoria, capitaneria et di ogni jurisditione delle quali sono usi, o vero usarono di usare nella detta ciptà et suo distretto et tenitorio. Ancora le castella et le ciptà, le ville et li distretti della medesima ciptà di Firenze, et tutti i beni che la detta ciptà et Comune di Firenze ha et possiede dentro et di fuori in ogni luogo la nostra Camera et del romano Imperio confischiamo, et in perpetuo pubblichiamo, privando loro degli statuti et leggi municipali et della autorità di farle in futuro, et di tutti i feudi, franchigie, brevilegi, libertà et immunità et honori dagl’imperadori et re de’ Romani predecessori nostri conceduti a loro, delle quali cose si sono renduti indegni; et quelle rivocando cassiamo, et di nostra certa scientia et sententia annulliamo. Et nondimeno el detto Comune et huomini in cinque mila libre d’oro a pagare alla nostra Camera et del romano Imperio condepniamo. Ancora i priori et i consoli della detta terra et tutti gli altri uficiali che ora sono et che per innanzi durando la detta rebellione a detti uficj saranno eletti, perpetuamente condepniamo in infamia et come consapevoli et favoreggianti della detta rebellione perpetualmente sbandiamo. Et ancora tutti et ciascuni ciptadini et habitatori et del distretto della detta ciptà sbandiamo, comandando che niuna città, castello o vero barone, comunità, o spetiale persona i detti Comuni, ciptadini et distrettuali o alcuno di loro ricepti o dia loro ajuto in alcuno modo o vero favore dopo a uno mese fornito, da incominciare dal dì di questa data sententia, sotto pena a ciascuno Comune di ciptà di libre cinquanta d’oro, et a ciascuno castello et barone di libre venti d’oro, et a ciascuna spetiale persona di libre una d’oro a pagare alla nostra Camera, et più et meno a nostro arbitrio, considerato la qualità delle persone et modo del delitto: et questa pena tante volte si paghi quante volte sarà contraffatta. Et dichiarando che chiunque possa i detti Fiorentini come nostri sbanditi et rebelli nostri et del sacro romano Imperio personalmente pigliare, però senza offesa delle persone, et in nostra balìa destinare, et così pigliare et havere i loro beni, proibendo che niuno debitore del detto Comune, o vero delle persone singolari della ciptà di Firenze et suo distretto presuma di soddisfare o rispondere del suo debito a detti. Da tutte le predette cose però eccettuiamo coloro che sono della famiglia nostra, et coloro che sono sbanditi per cagione delle predette cose dalla medesima ciptà et suo distretto et loro famiglia et cose; i quali familiari nostri et sbanditi, et loro famiglie et beni delle dette pene et sententie et sbandimenti trajamo, et sotto la nostra protetione et del romano Imperio riserbiamo. Comandando che lo podestà, et capitano della già detta ciptà et loro giudici et notaj, se infra venti dì dal pronuntiamento di sì fatta nostra sententia da loro uficj et dalla ciptà non si partiranno, o vero chi, per lo innanzi a’ detti uficj di podesteria, capitaneria, judiceria, noteria chiamati, presumeranno di andare ad exercitare, sieno per questa stessa legge tosto et perpetuamente della podestà di giudicare, di assistere et di fare pubblici stromenti et di ogni altro honore et dignità privati. Et vogliamo et dichiariamo che i medesimi soggiacciano all’infamia, se i predetti Comuni et huomini infra lo spazio di venti dì per sindaco legiptimamente dichiarato non compariscano dinanzi per ubbidire efficacemente a’ nostri comandamenti sopra tutte queste cose».
278.Che fosse avvelenato nell’ostia, è ciancia smentita dal silenzio de’ contemporanei. «Lo corpo dell’imperadore, cioè le ossa, in una cascia ne fue recato a Pisa, e posto nella chiesa maggiore: e mai tanto duolo e pianto non fu fatto per li Pisani quanto allora,PERCHÈavevano speso più di due milioni di fiorini, e non avea fatto pro nissuno, e rimaneano in briga, senza monete o alcuno ajuto».Ranieri Sardo,Cron. pisana.
278.Che fosse avvelenato nell’ostia, è ciancia smentita dal silenzio de’ contemporanei. «Lo corpo dell’imperadore, cioè le ossa, in una cascia ne fue recato a Pisa, e posto nella chiesa maggiore: e mai tanto duolo e pianto non fu fatto per li Pisani quanto allora,PERCHÈavevano speso più di due milioni di fiorini, e non avea fatto pro nissuno, e rimaneano in briga, senza monete o alcuno ajuto».Ranieri Sardo,Cron. pisana.
279.Decr. Clem., lib.VII.
279.Decr. Clem., lib.VII.
280.Lelmi,Cronaca di Sanminiato.
280.Lelmi,Cronaca di Sanminiato.
281.È l’opinione di Carlo Troya,Del veltro allegorico di Dante. Il Purgatorio diresse al marchese Mornello Malaspina; il Paradiso a Federico I di Sicilia, poi a Can Grande della Scala.
281.È l’opinione di Carlo Troya,Del veltro allegorico di Dante. Il Purgatorio diresse al marchese Mornello Malaspina; il Paradiso a Federico I di Sicilia, poi a Can Grande della Scala.
282.Baluzio,Vitæ paparum avinionensium, tom.I, addit. col. 704.
282.Baluzio,Vitæ paparum avinionensium, tom.I, addit. col. 704.
283.Quattro giorni egli serenò nella maremma per assalire Grosseto: e anche Federico II più volte accampò in quella pianura, or davanti Sovana, or davanti Selvena; mentre oggi una sola notte estiva darebbe le febbri. Non era dunque ancora sì micidiale l’aria.
283.Quattro giorni egli serenò nella maremma per assalire Grosseto: e anche Federico II più volte accampò in quella pianura, or davanti Sovana, or davanti Selvena; mentre oggi una sola notte estiva darebbe le febbri. Non era dunque ancora sì micidiale l’aria.
284.G. Villani, x. 54. Castruccio portava un abito di seta cremisi, che sul petto avea scrittoÈ come Dio vuole, e sulle spalleSarà quel che Dio vorrà.
284.G. Villani, x. 54. Castruccio portava un abito di seta cremisi, che sul petto avea scrittoÈ come Dio vuole, e sulle spalleSarà quel che Dio vorrà.
285.Carlo di Boemia scrisse la propria vita, ove dice che suo padre ordinò al cappellano d’istruirloaliquantulum in literis,quamvis ignarus esset literarum; e da lui imparò a leggere l’uffizietto della beata Vergine.
285.Carlo di Boemia scrisse la propria vita, ove dice che suo padre ordinò al cappellano d’istruirloaliquantulum in literis,quamvis ignarus esset literarum; e da lui imparò a leggere l’uffizietto della beata Vergine.
286.Laurin si fa della sua patria capo,Ed in privato il pubblico converte;Tre ne confina, a sei ne taglia il capo;Comincia volpe, ed indi a forze aperteEsce leon, poi ch’ha il popol seduttoCon licenze, con doni e con offerte.Ariosto,Satire.Del vario modo onde sorgevano le signorie, e del conseguente loro comportarsi, ragiona da par suo il Machiavelli,Principe, cap.IX: — Si ascende al principato o con il favore del popolo, o con il favore de’ grandi. Perchè in ogni città si trovano questi due umori diversi, e nasce da questo che il popolo desidera non essere comandato nè oppresso dai grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi due appetiti diversi surge nelle città uno de’ tre effetti, o principato, o libertà, o licenza. Il principato è causato o dal popolo o da’ grandi, secondo che l’una o l’altra di queste due parti ne ha l’occasione; perchè vedendo i grandi non poter resistere al popolo, cominciano a voltare la riputazione ad uno di loro, e lo fanno principe per poter sotto l’ombra sua sfogare il loro appetito. Il popolo ancora volta la riputazione ad un solo, vedendo non poter resistere ai grandi, e lo fa principe per essere con l’autorità sua difeso. Colui che viene al principato con l’ajuto dei grandi, si mantiene con più difficoltà che quello che diventa con l’ajuto del popolo, perchè si trova principe con di molti intorno che a loro pare essere uguali a lui, e per questo non gli può nè comandare nè maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favor popolare, vi si trova solo, ed ha intorno o nessuno o pochissimi che non siano parati ad ubbidire. Oltre a questo, non si può con onestà satisfare a’ grandi e senza ingiuria d’altri, ma sibbene al popolo; perchè quello del popolo è più onesto fine che quel de’ grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. Aggiungesi ancora, che del popolo inimico un principe non si può mai assicurare, per esser troppi; dei grandi si può assicurare per esser pochi. Il peggio che possa aspettare un principe dal popolo nimico, è l’essere abbandonato da lui: ma da’ grandi nemici non solo debbe temere di essere abbandonato, ma che ancor loro gli vengano contro; perchè essendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzano sempre tempo per salvarsi, e cercano gradi con quello che sperano che vinca. È necessitato ancora il principe vivere sempre con quel medesimo popolo; ma può ben fare senza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dì, e tôrre e dare a sua posta riputazione loro. E per chiarir meglio questa parte, dico come i grandi si debbono considerare in due modi principalmente, cioè o si governano in modo col procedere loro che si obbligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quelli che si obbligano e non siano rapaci, si debbono onorare ed amare: quelli che non si obbligano, si hanno a considerare in due modi; o fanno questo per pusillanimità e difetto naturale d’animo, ed allora tu ti debbi servir di loro, e di quelli massime che sono di buon consiglio, perchè nelle prosperità te ne onori, e nelle avversità non hai da temerne. Ma quando non si obbligano ad arte, e per cagione ambiziosa, è segno come e’ pensano più a sè che a te; e da quelli si debbe il principe guardarsi, e temerli come se fossero scoperti nimici, perchè sempre nelle avversità l’ajuteranno rovinare. Debbe pertanto uno che diventi principe mediante il favore del popolo, mantenerselo amico; il che gli fia facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro il popolo diventi principe con il favore dei grandi, deve innanzi ad ogni altra cosa cercare di guadagnarsi il popolo; il che gli fia facile quando pigli la protezione sua. E perchè gli uomini, quando hanno bene da chi credevano aver male, si obbligano più al benefattore loro, diventa il popolo subito più suo benevolo, che se si fusse condotto al principato per i suoi favori; e puosselo il principe guadagnare in molti modi. Conchiuderò che ad un principe è necessario avere il popolo amico, altrimenti non ha nelle avversità rimedio».
286.
Laurin si fa della sua patria capo,Ed in privato il pubblico converte;Tre ne confina, a sei ne taglia il capo;Comincia volpe, ed indi a forze aperteEsce leon, poi ch’ha il popol seduttoCon licenze, con doni e con offerte.Ariosto,Satire.
Laurin si fa della sua patria capo,Ed in privato il pubblico converte;Tre ne confina, a sei ne taglia il capo;Comincia volpe, ed indi a forze aperteEsce leon, poi ch’ha il popol seduttoCon licenze, con doni e con offerte.Ariosto,Satire.
Laurin si fa della sua patria capo,
Ed in privato il pubblico converte;
Tre ne confina, a sei ne taglia il capo;
Comincia volpe, ed indi a forze aperte
Esce leon, poi ch’ha il popol sedutto
Con licenze, con doni e con offerte.
Ariosto,Satire.
Del vario modo onde sorgevano le signorie, e del conseguente loro comportarsi, ragiona da par suo il Machiavelli,Principe, cap.IX: — Si ascende al principato o con il favore del popolo, o con il favore de’ grandi. Perchè in ogni città si trovano questi due umori diversi, e nasce da questo che il popolo desidera non essere comandato nè oppresso dai grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi due appetiti diversi surge nelle città uno de’ tre effetti, o principato, o libertà, o licenza. Il principato è causato o dal popolo o da’ grandi, secondo che l’una o l’altra di queste due parti ne ha l’occasione; perchè vedendo i grandi non poter resistere al popolo, cominciano a voltare la riputazione ad uno di loro, e lo fanno principe per poter sotto l’ombra sua sfogare il loro appetito. Il popolo ancora volta la riputazione ad un solo, vedendo non poter resistere ai grandi, e lo fa principe per essere con l’autorità sua difeso. Colui che viene al principato con l’ajuto dei grandi, si mantiene con più difficoltà che quello che diventa con l’ajuto del popolo, perchè si trova principe con di molti intorno che a loro pare essere uguali a lui, e per questo non gli può nè comandare nè maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favor popolare, vi si trova solo, ed ha intorno o nessuno o pochissimi che non siano parati ad ubbidire. Oltre a questo, non si può con onestà satisfare a’ grandi e senza ingiuria d’altri, ma sibbene al popolo; perchè quello del popolo è più onesto fine che quel de’ grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. Aggiungesi ancora, che del popolo inimico un principe non si può mai assicurare, per esser troppi; dei grandi si può assicurare per esser pochi. Il peggio che possa aspettare un principe dal popolo nimico, è l’essere abbandonato da lui: ma da’ grandi nemici non solo debbe temere di essere abbandonato, ma che ancor loro gli vengano contro; perchè essendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzano sempre tempo per salvarsi, e cercano gradi con quello che sperano che vinca. È necessitato ancora il principe vivere sempre con quel medesimo popolo; ma può ben fare senza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dì, e tôrre e dare a sua posta riputazione loro. E per chiarir meglio questa parte, dico come i grandi si debbono considerare in due modi principalmente, cioè o si governano in modo col procedere loro che si obbligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quelli che si obbligano e non siano rapaci, si debbono onorare ed amare: quelli che non si obbligano, si hanno a considerare in due modi; o fanno questo per pusillanimità e difetto naturale d’animo, ed allora tu ti debbi servir di loro, e di quelli massime che sono di buon consiglio, perchè nelle prosperità te ne onori, e nelle avversità non hai da temerne. Ma quando non si obbligano ad arte, e per cagione ambiziosa, è segno come e’ pensano più a sè che a te; e da quelli si debbe il principe guardarsi, e temerli come se fossero scoperti nimici, perchè sempre nelle avversità l’ajuteranno rovinare. Debbe pertanto uno che diventi principe mediante il favore del popolo, mantenerselo amico; il che gli fia facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro il popolo diventi principe con il favore dei grandi, deve innanzi ad ogni altra cosa cercare di guadagnarsi il popolo; il che gli fia facile quando pigli la protezione sua. E perchè gli uomini, quando hanno bene da chi credevano aver male, si obbligano più al benefattore loro, diventa il popolo subito più suo benevolo, che se si fusse condotto al principato per i suoi favori; e puosselo il principe guadagnare in molti modi. Conchiuderò che ad un principe è necessario avere il popolo amico, altrimenti non ha nelle avversità rimedio».
287.In messali del secoloXtrovò il Muratori (Antiq. ital., diss.LIV) alcune messe contro i tiranni, ove s’invoca il padre degli orfani, il giudice delle vedove a mirare le lacrime della sua Chiesa, e liberarla dai tiranni, rinnovando gli antichi portenti. Invece sotto il duca Filippo Maria Visconti si pregò nella messa per Agnese del Maino sua concubina, e per Bianca loro figlia.
287.In messali del secoloXtrovò il Muratori (Antiq. ital., diss.LIV) alcune messe contro i tiranni, ove s’invoca il padre degli orfani, il giudice delle vedove a mirare le lacrime della sua Chiesa, e liberarla dai tiranni, rinnovando gli antichi portenti. Invece sotto il duca Filippo Maria Visconti si pregò nella messa per Agnese del Maino sua concubina, e per Bianca loro figlia.
288.Che le terre d’Italia tutte pieneSon di tiranni, ed un Marcel diventaOgni villan che parteggiando viene.Dante,Purg.,VI.A Milano dominarono i Torriani, poi i Visconti, poi gli Sforza; a Lodi Vestarini, Fisiraga, Vignati; a Crema Venturino Benzone; a Como i Rusca; a Pavia Beccaria e Langosco; a Bergamo i Suardi; a Brescia i Maggi e i Brusati; a Cremona i Pelavicini, i Cavalcabò, i Correggio, Cabrino Fondulo; a Mantova Passerino Bonacolsi e i Gonzaga; a Novara i Tornielli; ad Alessandria Facino Cane; a San Donnino i Pelavicini; i Da Camino a Treviso, Feltre e Belluno; a Verona gli Scaligeri; a Padova i Carrara; a Ferrara i Salinguerra e gli Estensi; a Piacenza gli Scotti; a Parma i Rossi e Correggio; alla Mirandola i Pico; a Pisa e Lucca Castruccio Castracane; a Ravenna Paolo Traversari e i Polenta; a Fermo i Migliorati, Gentile da Magliano e gli Sforza; a Massa i Malaspina; a Monaco i Grimaldi; a Rimini i Malatesta; a Bologna i Pepoli; a Urbino i Montefeltro; a Forlì gli Ordelaffi; ad Imola gli Alidosi; a Cortona i Casale; a Faenza i Manfredi, i Calboli a Brettinoro; i Gabrielli a Gubbio; i Cima a Cingoli; i Vico e gli Annibaldeschi a Viterbo; i Monaldeschi e gli Annibaldeschi ad Orvieto; i Chiavelli a Fabriano; gli Ottoni a Metelica; i Salimbeni a Radicofani; i Simonetta a Jesi; i Malucci a Macerata; i Brancaleoni a Urbania; gli Atti a Sassoferrato; i Mentorio a Aquila; i Varano a Camerino; i Baglioni a Perugia; i Vitelli a Civita di Castello; i Del Pecora a Montepulciano; nel Lazio i Savelli; a Preneste i Colonna; alle Paludi pontine i Frangipani; i Farnesi verso il lago di Bolsena; al sud-est della Toscana gli Aldobrandini ecc.
288.
Che le terre d’Italia tutte pieneSon di tiranni, ed un Marcel diventaOgni villan che parteggiando viene.Dante,Purg.,VI.
Che le terre d’Italia tutte pieneSon di tiranni, ed un Marcel diventaOgni villan che parteggiando viene.Dante,Purg.,VI.
Che le terre d’Italia tutte piene
Son di tiranni, ed un Marcel diventa
Ogni villan che parteggiando viene.
Dante,Purg.,VI.
A Milano dominarono i Torriani, poi i Visconti, poi gli Sforza; a Lodi Vestarini, Fisiraga, Vignati; a Crema Venturino Benzone; a Como i Rusca; a Pavia Beccaria e Langosco; a Bergamo i Suardi; a Brescia i Maggi e i Brusati; a Cremona i Pelavicini, i Cavalcabò, i Correggio, Cabrino Fondulo; a Mantova Passerino Bonacolsi e i Gonzaga; a Novara i Tornielli; ad Alessandria Facino Cane; a San Donnino i Pelavicini; i Da Camino a Treviso, Feltre e Belluno; a Verona gli Scaligeri; a Padova i Carrara; a Ferrara i Salinguerra e gli Estensi; a Piacenza gli Scotti; a Parma i Rossi e Correggio; alla Mirandola i Pico; a Pisa e Lucca Castruccio Castracane; a Ravenna Paolo Traversari e i Polenta; a Fermo i Migliorati, Gentile da Magliano e gli Sforza; a Massa i Malaspina; a Monaco i Grimaldi; a Rimini i Malatesta; a Bologna i Pepoli; a Urbino i Montefeltro; a Forlì gli Ordelaffi; ad Imola gli Alidosi; a Cortona i Casale; a Faenza i Manfredi, i Calboli a Brettinoro; i Gabrielli a Gubbio; i Cima a Cingoli; i Vico e gli Annibaldeschi a Viterbo; i Monaldeschi e gli Annibaldeschi ad Orvieto; i Chiavelli a Fabriano; gli Ottoni a Metelica; i Salimbeni a Radicofani; i Simonetta a Jesi; i Malucci a Macerata; i Brancaleoni a Urbania; gli Atti a Sassoferrato; i Mentorio a Aquila; i Varano a Camerino; i Baglioni a Perugia; i Vitelli a Civita di Castello; i Del Pecora a Montepulciano; nel Lazio i Savelli; a Preneste i Colonna; alle Paludi pontine i Frangipani; i Farnesi verso il lago di Bolsena; al sud-est della Toscana gli Aldobrandini ecc.
289.La scomunica di Benedetto XII è però taciuta dalla maggior parte degli storici coevi. Alberto di Strasburgo, che la attribuisce alle minacce del re di Francia, è gran fautore del Bavaro. Se il Cuspiniano deferisce affatto a questo, il Platina caratterizza Benedetto XII come «di tanta costanza, che non fu chi lo potesse mai per prieghi o per forza dalle cose oneste e sante torcere un punto, perchè amava i buoni, e all’aperta odiava gli scellerati».
289.La scomunica di Benedetto XII è però taciuta dalla maggior parte degli storici coevi. Alberto di Strasburgo, che la attribuisce alle minacce del re di Francia, è gran fautore del Bavaro. Se il Cuspiniano deferisce affatto a questo, il Platina caratterizza Benedetto XII come «di tanta costanza, che non fu chi lo potesse mai per prieghi o per forza dalle cose oneste e sante torcere un punto, perchè amava i buoni, e all’aperta odiava gli scellerati».
290.Consistorium tenuit, in quo decrevit et statuit, quod toto tempore suo Ecclesia romana vel alia quævis gladium martialem non exerceat vel faciat guerras contra quemcumque hominem.Chron. Cornelii Zantfliet ap.Martène,Vet. Script. ampl. coll.V. 208.
290.Consistorium tenuit, in quo decrevit et statuit, quod toto tempore suo Ecclesia romana vel alia quævis gladium martialem non exerceat vel faciat guerras contra quemcumque hominem.Chron. Cornelii Zantfliet ap.Martène,Vet. Script. ampl. coll.V. 208.
291.NelMissale Ambrosianumedito a Milano dal Zarotto il 1475, e in quello da Cristoforo di Ratisbona il 1482, come pure nel Breviario del 1490, v’è la messa distinta per questa vittoria, e il prefazio finisce:O felix victoria, o beata victoria, quomodo fuisti pro Mediolanensibus valde bona, magis gratia quam viribus acquisita. Nam qui predam pernitiemque minabantur, facti sunt mortui, preda victoriæ triumphalis. Et ideo etc.
291.NelMissale Ambrosianumedito a Milano dal Zarotto il 1475, e in quello da Cristoforo di Ratisbona il 1482, come pure nel Breviario del 1490, v’è la messa distinta per questa vittoria, e il prefazio finisce:O felix victoria, o beata victoria, quomodo fuisti pro Mediolanensibus valde bona, magis gratia quam viribus acquisita. Nam qui predam pernitiemque minabantur, facti sunt mortui, preda victoriæ triumphalis. Et ideo etc.
292.Nel prezioso monumento erettogli in San Gotardo in Milano, disperso dalla calcolata barbarie dell’età precedente alla nostra, Azzone compariva in ginocchio, in atto d’essere col gonfalone investito del Milanese da Lodovico il Bavaro; tanto era lungi che quest’omaggio si considerasse per umiliante. L’epitafio diceva:Hoc in sarcofago tegitur vir nobilis AzoAnguiger, imperio placidus, non levis et asper,Urbem qui muris cinxit, regnumque recepit,Punivit fraudes, ingentes struxit et ædes,Dignus longa vita, in fatis si foret itaUt virtus multos posset durare per annos.
292.Nel prezioso monumento erettogli in San Gotardo in Milano, disperso dalla calcolata barbarie dell’età precedente alla nostra, Azzone compariva in ginocchio, in atto d’essere col gonfalone investito del Milanese da Lodovico il Bavaro; tanto era lungi che quest’omaggio si considerasse per umiliante. L’epitafio diceva:
Hoc in sarcofago tegitur vir nobilis AzoAnguiger, imperio placidus, non levis et asper,Urbem qui muris cinxit, regnumque recepit,Punivit fraudes, ingentes struxit et ædes,Dignus longa vita, in fatis si foret itaUt virtus multos posset durare per annos.
Hoc in sarcofago tegitur vir nobilis AzoAnguiger, imperio placidus, non levis et asper,Urbem qui muris cinxit, regnumque recepit,Punivit fraudes, ingentes struxit et ædes,Dignus longa vita, in fatis si foret itaUt virtus multos posset durare per annos.
Hoc in sarcofago tegitur vir nobilis Azo
Anguiger, imperio placidus, non levis et asper,
Urbem qui muris cinxit, regnumque recepit,
Punivit fraudes, ingentes struxit et ædes,
Dignus longa vita, in fatis si foret ita
Ut virtus multos posset durare per annos.
293.Della famiglia Pusterla non rimase verun ricordo fra il popolo; eppur dovette essere di gran conto, se la troviamo implicata in tutte le cospirazioni contro i Visconti. Vantavasi di stirpe longobarda, e nello stemma portava l’aquila imperiale; possedeva trentacinque ville, e in città quasi tutto il quartiere di porta Ticinese. Un dato giorno questa famiglia allestiva un gran cavallo di legno, il quale tirato da facchini, a suon di musiche traversava quel quartiere fino al duomo: ivi schiudevasi, e ne uscivano persone coi regali di cui faceano omaggio alla metropolitana. Terminavasi in lauti pasti agli innumerevoli clienti, trattati secondo il grado nelle capaci sale e nei clamorosi cortili.
293.Della famiglia Pusterla non rimase verun ricordo fra il popolo; eppur dovette essere di gran conto, se la troviamo implicata in tutte le cospirazioni contro i Visconti. Vantavasi di stirpe longobarda, e nello stemma portava l’aquila imperiale; possedeva trentacinque ville, e in città quasi tutto il quartiere di porta Ticinese. Un dato giorno questa famiglia allestiva un gran cavallo di legno, il quale tirato da facchini, a suon di musiche traversava quel quartiere fino al duomo: ivi schiudevasi, e ne uscivano persone coi regali di cui faceano omaggio alla metropolitana. Terminavasi in lauti pasti agli innumerevoli clienti, trattati secondo il grado nelle capaci sale e nei clamorosi cortili.
294.Stella,Ann. januens.Rer. It. Scrip.,XVII. 1073.
294.Stella,Ann. januens.Rer. It. Scrip.,XVII. 1073.
295.Lo racconta il Petrarca nelleLettere famigliari, lib.XVIII. ep. 4.
295.Lo racconta il Petrarca nelleLettere famigliari, lib.XVIII. ep. 4.
296.Ferreto, lib.VI, p. 1130.
296.Ferreto, lib.VI, p. 1130.
297.Cortusi,Hist. de novitatibus Paduæ, lib.I. c. 22.
297.Cortusi,Hist. de novitatibus Paduæ, lib.I. c. 22.
298.In quelle rivoluzioni non manca mai un avvocato, che, per reminiscenza dei Greci e dei Romani, e per isfoggio d’eloquenza, persuade a sottoporsi a un tiranno. Nicola Duc giureconsulto dimostrava agli Astigiani quanto loro tornava conto mettersi in obbedienza di Filippo di Piemonte. Messer Ugolino da Celle, dottor di legge, persuadeva i Lucchesi ad eleggere signore Castruccio:Cum magnificus vir Castruccius, sua industria, sapientia, virtute, sollicitudine et vigore, et non sine magno risico suæ personæ, multas vicarias, castra, terras, jura et jurisdictiones Lucani comunis, diu in damnum et præjudicium Lucani comunis per quosdam nobiles et magnates detenta, occupata recuperavit et subjecerit fortiæ Lucani comunis, et alia maxima ordinaverit et fecerit, et ordinare, facere et executioni mandare in honorem et servitium Lucani comunis continuo sit paratus in actu et prosecuturus; et ipsam civitatem Lucanam multimode dissolutam reduxerit, et conservet continuo in plena justitia, pacifico et tranquillo statu; et dignum sit quod ex tantis beneficiis et honoribus, quæ Lucano comuni acquisivit, et quibus ipsam civitatem sua virtute promovit, meritum consequatur; si placet ordinare, consulere et reformare quod ipse Castruccius sit et eligatur, et electus intelligatur, et sit vigore præsentis consilii dominus et generalis capitaneus civitatis Lucanæ, et ejus comitatus, districtus et fortiæ cum omni et tota baylia et auctoritate Lucani comunis; quæ baylia et auctoritas vigore præsentis consilii eidem attributa sit et intelligatur super omnibus et singulis negotiis ejusdem comunis pro tempore vitæ ipsius Castrucci etc.Memorie lucchesi,I, 249.
298.In quelle rivoluzioni non manca mai un avvocato, che, per reminiscenza dei Greci e dei Romani, e per isfoggio d’eloquenza, persuade a sottoporsi a un tiranno. Nicola Duc giureconsulto dimostrava agli Astigiani quanto loro tornava conto mettersi in obbedienza di Filippo di Piemonte. Messer Ugolino da Celle, dottor di legge, persuadeva i Lucchesi ad eleggere signore Castruccio:Cum magnificus vir Castruccius, sua industria, sapientia, virtute, sollicitudine et vigore, et non sine magno risico suæ personæ, multas vicarias, castra, terras, jura et jurisdictiones Lucani comunis, diu in damnum et præjudicium Lucani comunis per quosdam nobiles et magnates detenta, occupata recuperavit et subjecerit fortiæ Lucani comunis, et alia maxima ordinaverit et fecerit, et ordinare, facere et executioni mandare in honorem et servitium Lucani comunis continuo sit paratus in actu et prosecuturus; et ipsam civitatem Lucanam multimode dissolutam reduxerit, et conservet continuo in plena justitia, pacifico et tranquillo statu; et dignum sit quod ex tantis beneficiis et honoribus, quæ Lucano comuni acquisivit, et quibus ipsam civitatem sua virtute promovit, meritum consequatur; si placet ordinare, consulere et reformare quod ipse Castruccius sit et eligatur, et electus intelligatur, et sit vigore præsentis consilii dominus et generalis capitaneus civitatis Lucanæ, et ejus comitatus, districtus et fortiæ cum omni et tota baylia et auctoritate Lucani comunis; quæ baylia et auctoritas vigore præsentis consilii eidem attributa sit et intelligatur super omnibus et singulis negotiis ejusdem comunis pro tempore vitæ ipsius Castrucci etc.Memorie lucchesi,I, 249.
299.«Questo messere Mastino (dice un Romagnuolo contemporaneo) fu de li maggiori tiranni de Lombardia, quello che più cittate ebbe, più potenza, più castella, più comunanze, più grandigia: di quindici grosse cittate fu signore. Mentre che sua oste si posava sopra alcuna cittate, drizzavale sopra quaranta trabocchi; mai non se ne partiva fintanto che non era signore; voleva essere signore sì per forza sì per amore. Mise piede in Toscana, ebbe Lucca, e ingannò i Fiorentini; donde i Fiorentini gli ordinarono quella ruina, la quale gli venne di sopra. Po’ minacciava di volere Ferrara e Bologna. Una cosa facea a li nobili li quali davano le città, che li tenea con seco, e dava loro grande protezione. Molti erano li baroni, molti erano li soldati da piede e da cavallo, molti li buffoni, molti suoi falconi, palafreni, pontani, destrieri di giostra. Grande era lo armeggiare. Vedeasi levare capucci di capo; vedeasi Todeschi inchinare, conviti smesurati, trombe e caramelle, cornamuse e naccare sonare: vedeasi tributi venire, muli con some scaricare, giostre e bello armeggiare, cantare, danzare, saltare; ogni bello e dolce diletto fare; drappi franceschi, tartareschi... velluti ’ntagliare; panni lavorati, smaltati, inorati portare. Quando questo signore cavalcava, tutta Verona crollava; quando minacciava, tremava. In fra le altre magnificenze sue si racconta che ottanta taglieri di credenza ebbe una volta che volse pranzare in camera; e ogni tagliere ebbe un deschetto con due baroni. Giudici, medici, letterati, virtuosi di ogni cognizione, avea provisione in sua terra. La sua fama sonava in corte di Roma. Non ha simile in Italia, e si magnifica messer Mastino. Fu uomo assai savio de testa, giusto signore; per tutto lo suo regno givase sicuro con oro in mano; grande giustizia facea. Fu uomo bruno, peloso, carnuto, con un grandissimo ventre; mastro de guerra. Cinquanta palafreni avea di sua casa; ogni dì mutava roba; duemila cavalieri cavalcavano con esso, quando cavalcava; duemila fanti da piedi armati, eletti, colle spade in mano, givangli intorno. E sua persona, mentre che seguitò la virtù, crebbe; poi che in superbia comenzò a corrompersi, forte diventò lussurioso; che avesse detorpate cinquanta polzelle in una quaresima si vantò. Questi vizj lo fecero cadere de suo onrato stato. Po’ manicava la carne lo venerdì e lo sabbato, e la quatregesima; non curava de scomunicazione; e considerando essere tanto potente, gloriavasi non conoscere fragilitate umana. Quando si vide in tanta grandezza e alterigia, fece fare palazzi, come si vede in Verona; e per fare le fondamenta, guastò chiesa. Mai bene non gli prese da poi. Comenzò a desprezzare li tiranni de Lombardia: non curava di gire a parlamento con essi. Poi fece fare una corona, tutta adornata di perle, zaffiri, balasci, robini, smeraldi, valore di fiorini ventimila; perchè ebbe intenzione di farsi incoronare re di Lombardia, e di fresco. Ma tiranni di Lombardia furono forte turbati; bene pensarono via da non essere subjetti a loro paro». —Cortusio, op. cit., lib.VI. c.I;Muzio Gazata, eStoria romanaap.Muratori, Antiq. Ital.
299.«Questo messere Mastino (dice un Romagnuolo contemporaneo) fu de li maggiori tiranni de Lombardia, quello che più cittate ebbe, più potenza, più castella, più comunanze, più grandigia: di quindici grosse cittate fu signore. Mentre che sua oste si posava sopra alcuna cittate, drizzavale sopra quaranta trabocchi; mai non se ne partiva fintanto che non era signore; voleva essere signore sì per forza sì per amore. Mise piede in Toscana, ebbe Lucca, e ingannò i Fiorentini; donde i Fiorentini gli ordinarono quella ruina, la quale gli venne di sopra. Po’ minacciava di volere Ferrara e Bologna. Una cosa facea a li nobili li quali davano le città, che li tenea con seco, e dava loro grande protezione. Molti erano li baroni, molti erano li soldati da piede e da cavallo, molti li buffoni, molti suoi falconi, palafreni, pontani, destrieri di giostra. Grande era lo armeggiare. Vedeasi levare capucci di capo; vedeasi Todeschi inchinare, conviti smesurati, trombe e caramelle, cornamuse e naccare sonare: vedeasi tributi venire, muli con some scaricare, giostre e bello armeggiare, cantare, danzare, saltare; ogni bello e dolce diletto fare; drappi franceschi, tartareschi... velluti ’ntagliare; panni lavorati, smaltati, inorati portare. Quando questo signore cavalcava, tutta Verona crollava; quando minacciava, tremava. In fra le altre magnificenze sue si racconta che ottanta taglieri di credenza ebbe una volta che volse pranzare in camera; e ogni tagliere ebbe un deschetto con due baroni. Giudici, medici, letterati, virtuosi di ogni cognizione, avea provisione in sua terra. La sua fama sonava in corte di Roma. Non ha simile in Italia, e si magnifica messer Mastino. Fu uomo assai savio de testa, giusto signore; per tutto lo suo regno givase sicuro con oro in mano; grande giustizia facea. Fu uomo bruno, peloso, carnuto, con un grandissimo ventre; mastro de guerra. Cinquanta palafreni avea di sua casa; ogni dì mutava roba; duemila cavalieri cavalcavano con esso, quando cavalcava; duemila fanti da piedi armati, eletti, colle spade in mano, givangli intorno. E sua persona, mentre che seguitò la virtù, crebbe; poi che in superbia comenzò a corrompersi, forte diventò lussurioso; che avesse detorpate cinquanta polzelle in una quaresima si vantò. Questi vizj lo fecero cadere de suo onrato stato. Po’ manicava la carne lo venerdì e lo sabbato, e la quatregesima; non curava de scomunicazione; e considerando essere tanto potente, gloriavasi non conoscere fragilitate umana. Quando si vide in tanta grandezza e alterigia, fece fare palazzi, come si vede in Verona; e per fare le fondamenta, guastò chiesa. Mai bene non gli prese da poi. Comenzò a desprezzare li tiranni de Lombardia: non curava di gire a parlamento con essi. Poi fece fare una corona, tutta adornata di perle, zaffiri, balasci, robini, smeraldi, valore di fiorini ventimila; perchè ebbe intenzione di farsi incoronare re di Lombardia, e di fresco. Ma tiranni di Lombardia furono forte turbati; bene pensarono via da non essere subjetti a loro paro». —Cortusio, op. cit., lib.VI. c.I;Muzio Gazata, eStoria romanaap.Muratori, Antiq. Ital.
300.Sul mausoleo di Can Grande del 1329 fu scritto;Si Canis hic grandis ingentia facta peregitMarchia testis adest, quam sævo marte subegit.Scaligeram qui laude domum super astra tulissetMajores in luce mores si Parca dedisset.Su quello di Cansignorio:Scaligera hac nitida cubo Cansignorius arcaUrbibus optatus latiis sine fine monarca.Ille ego sum gemine qui gentis sceptra tenebam,Justitiaque meos mixta pietate regebam;Inclyta cui virtus, cui pax tranquilla fidesqueInconcussa dabunt famam per secla diesque.Su quello di Mastino:Me dominum Verona suum, me Brixia vidit,Parmaque cum Lucca, cum Feltro Marchia tota.
300.Sul mausoleo di Can Grande del 1329 fu scritto;
Si Canis hic grandis ingentia facta peregitMarchia testis adest, quam sævo marte subegit.Scaligeram qui laude domum super astra tulissetMajores in luce mores si Parca dedisset.
Si Canis hic grandis ingentia facta peregitMarchia testis adest, quam sævo marte subegit.Scaligeram qui laude domum super astra tulissetMajores in luce mores si Parca dedisset.
Si Canis hic grandis ingentia facta peregit
Marchia testis adest, quam sævo marte subegit.
Scaligeram qui laude domum super astra tulisset
Majores in luce mores si Parca dedisset.
Su quello di Cansignorio:
Scaligera hac nitida cubo Cansignorius arcaUrbibus optatus latiis sine fine monarca.Ille ego sum gemine qui gentis sceptra tenebam,Justitiaque meos mixta pietate regebam;Inclyta cui virtus, cui pax tranquilla fidesqueInconcussa dabunt famam per secla diesque.
Scaligera hac nitida cubo Cansignorius arcaUrbibus optatus latiis sine fine monarca.Ille ego sum gemine qui gentis sceptra tenebam,Justitiaque meos mixta pietate regebam;Inclyta cui virtus, cui pax tranquilla fidesqueInconcussa dabunt famam per secla diesque.
Scaligera hac nitida cubo Cansignorius arca
Urbibus optatus latiis sine fine monarca.
Ille ego sum gemine qui gentis sceptra tenebam,
Justitiaque meos mixta pietate regebam;
Inclyta cui virtus, cui pax tranquilla fidesque
Inconcussa dabunt famam per secla diesque.
Su quello di Mastino:
Me dominum Verona suum, me Brixia vidit,Parmaque cum Lucca, cum Feltro Marchia tota.
Me dominum Verona suum, me Brixia vidit,Parmaque cum Lucca, cum Feltro Marchia tota.
Me dominum Verona suum, me Brixia vidit,
Parmaque cum Lucca, cum Feltro Marchia tota.
301.Diversi paesi portavano il nome di ducato di Borgogna. Il re della Borgogna cisgiurana, cioè di Arles e Provenza, capitale Vienna: il re della Borgogna transgiurana, capitale Ginevra, che comprendeva gran parte della Svizzera, il Lionese, porzione del Delfinato, la Bresse, la Savoja, e di qua dai monti le valli d’Aosta, Susa, Maira; il ducato proprio di Borgogna. I molti studj in proposito sono riassunti nelleMemorie cronologiche e genealogiche di storia nazionaledel Cibrario, e nella suaStoria della monarchia di Savoja. Vedi pureGingins La Serraper l’origine dai duchi di Provenza.
301.Diversi paesi portavano il nome di ducato di Borgogna. Il re della Borgogna cisgiurana, cioè di Arles e Provenza, capitale Vienna: il re della Borgogna transgiurana, capitale Ginevra, che comprendeva gran parte della Svizzera, il Lionese, porzione del Delfinato, la Bresse, la Savoja, e di qua dai monti le valli d’Aosta, Susa, Maira; il ducato proprio di Borgogna. I molti studj in proposito sono riassunti nelleMemorie cronologiche e genealogiche di storia nazionaledel Cibrario, e nella suaStoria della monarchia di Savoja. Vedi pureGingins La Serraper l’origine dai duchi di Provenza.
302.In una donazione all’abbazia di Pinerolo, Umberto II professa vivereex nacione mea lege romana. Il Guichenon omise queste parole perchè contrariavano il suo sistema: noi però mostrammo che non provano l’origine di una famiglia.
302.In una donazione all’abbazia di Pinerolo, Umberto II professa vivereex nacione mea lege romana. Il Guichenon omise queste parole perchè contrariavano il suo sistema: noi però mostrammo che non provano l’origine di una famiglia.
303.Cronaca di Evian, ms. nell’archivio cantonale di Losanna.
303.Cronaca di Evian, ms. nell’archivio cantonale di Losanna.
304.Quei di Magnano davansi al Conte Verde, 1373, volendo esseresub justæ manus dominio, potiusquam sub tyrannisantium sævissima voragine et regimine crudeli.
304.Quei di Magnano davansi al Conte Verde, 1373, volendo esseresub justæ manus dominio, potiusquam sub tyrannisantium sævissima voragine et regimine crudeli.
305.Allora unico arcivescovo ne’ possessi di Savoja era quello di Tarantasia, sotto cui la Moriana e Aosta. La Savoja propria dipendeva dal metropolita di Vienne, come parte del vescovado di Grenoble: gli altri paesi d’oltremonte riverivano i metropoliti di Lione e di Besanzone; quelli qua dai monti, l’arcivescovo di Milano.
305.Allora unico arcivescovo ne’ possessi di Savoja era quello di Tarantasia, sotto cui la Moriana e Aosta. La Savoja propria dipendeva dal metropolita di Vienne, come parte del vescovado di Grenoble: gli altri paesi d’oltremonte riverivano i metropoliti di Lione e di Besanzone; quelli qua dai monti, l’arcivescovo di Milano.
306.Il Gioffredo, St. delle Alpi Marittime, tom. i. p. 590, trovò confermati fin dal 1040 da Ottone e Corrado conti di Ventimiglia gli statuti dati da un Arduino marchese d’Ivrea agli uomini di Tenda, Saorgio, Briga, e che importano la ricognizione del diritto d’eredità nei maschi e nelle femmine; dispensa dal combattimento giudiziale in cause civili, surrogandovi i testimonj sacramentali, o giurati; il conte nè i suoi non potranno pigliare in ostaggio la persona, o mettere sequestro sui beni e sulle case d’essi uomini; questi non saranno tenuti assistere al giudizio pubblico se non una volta l’anno per tre giorni; nè a mandare loro dipendenti in guerra se non in caso di oste generale; potranno far legna, adacquare, pascolare, cacciare su tutti i dominj del conte fino al mare. È uno de’ più antichi documenti di vita comunale. I privilegi della val di Lanzo si leggono in Cibrario, Studj storici, pag. 302.
306.Il Gioffredo, St. delle Alpi Marittime, tom. i. p. 590, trovò confermati fin dal 1040 da Ottone e Corrado conti di Ventimiglia gli statuti dati da un Arduino marchese d’Ivrea agli uomini di Tenda, Saorgio, Briga, e che importano la ricognizione del diritto d’eredità nei maschi e nelle femmine; dispensa dal combattimento giudiziale in cause civili, surrogandovi i testimonj sacramentali, o giurati; il conte nè i suoi non potranno pigliare in ostaggio la persona, o mettere sequestro sui beni e sulle case d’essi uomini; questi non saranno tenuti assistere al giudizio pubblico se non una volta l’anno per tre giorni; nè a mandare loro dipendenti in guerra se non in caso di oste generale; potranno far legna, adacquare, pascolare, cacciare su tutti i dominj del conte fino al mare. È uno de’ più antichi documenti di vita comunale. I privilegi della val di Lanzo si leggono in Cibrario, Studj storici, pag. 302.
307.Lib. consil. civitatis Taurini.
307.Lib. consil. civitatis Taurini.
308.Cibrario,Storia di Chieri; —Sclopis,Considerazioni storiche intorno a Tommaso di Savoja e degli Stati generali ed altre istituzioni politiche del Piemonte. Torino 1851.
308.Cibrario,Storia di Chieri; —Sclopis,Considerazioni storiche intorno a Tommaso di Savoja e degli Stati generali ed altre istituzioni politiche del Piemonte. Torino 1851.
309.Salinguerra per servizio feudale doveva ad Innocenzo III il censo di quaranta marche d’argento; servire a proprie spese con cento militi in Romagna e Lombardia; con cinquanta in Toscana, nelle marche d’Ancona e di Spoleto; con venti di là da Roma e fin in Sicilia. Il servizio doveva durare trenta giorni ogn’anno, non computando l’andata e il ritorno.Savioli,Ann. bolognesi, doc. 431. 444.
309.Salinguerra per servizio feudale doveva ad Innocenzo III il censo di quaranta marche d’argento; servire a proprie spese con cento militi in Romagna e Lombardia; con cinquanta in Toscana, nelle marche d’Ancona e di Spoleto; con venti di là da Roma e fin in Sicilia. Il servizio doveva durare trenta giorni ogn’anno, non computando l’andata e il ritorno.Savioli,Ann. bolognesi, doc. 431. 444.
310.Nel 1233 Anselmo di Vinguilia pel proprio padre Bonifazio e per Jacopo di Casanova suo parente giura fedeltà al Comune di Genova; ed oltre le solite convenzioni promette che, qualora esso Comune faccia esercitare cavalcata, vi andrà come gli altri della Riviera, e uno di loro due, o un idoneo sostituto. Se faccia armata di dieci galee, darà sette uomini a spese proprie; e così di più o di meno in ragione, purchè non siano meno di sei.Liber jurium,I. 931. Seguono altre consimili convenzioni.
310.Nel 1233 Anselmo di Vinguilia pel proprio padre Bonifazio e per Jacopo di Casanova suo parente giura fedeltà al Comune di Genova; ed oltre le solite convenzioni promette che, qualora esso Comune faccia esercitare cavalcata, vi andrà come gli altri della Riviera, e uno di loro due, o un idoneo sostituto. Se faccia armata di dieci galee, darà sette uomini a spese proprie; e così di più o di meno in ragione, purchè non siano meno di sei.Liber jurium,I. 931. Seguono altre consimili convenzioni.
311.Ghirardacci, al 1297, e lib.XIV. p. 477.
311.Ghirardacci, al 1297, e lib.XIV. p. 477.
312.Delizie degli eruditi toscani,X. 199. — Chiamavasicavalleria, cavallataomilizial’obbligazione di servire a cavallo. Determinavasi secondo gli averi a chi intiera, a chi un quarto, a chi metà; a tale di due cavalli, a tale di un solo. Chi n’era dispensato per età, legge o malattia, dava armi e destrieri, che il Comune distribuiva a’ cittadini di minor sorte. Studiavansi i rettori d’accrescere il numero delle cavallate, sia distribuendo a’ più poveri alcuna somma di danaro a modo di prestito o di dono, sia consegnando alle genti forestiere alcuni cavalli in socio o, come allora dicevasi,in adequanza, al patto che servissero in guerra e venissero ad abitare colle famiglie dentro le mura.Del resto le cavallate s’imponevano solitamente ogni anno, ed a chi possedeva oltre a cinquecento fiorini: a chi erano imposte importavano l’obbligazione di tener un cavallo di valuta fra i trentacinque e i settanta fiorini (fra le 854 e le 1708 lire d’oggi), e di militare ad ogni cenno del capitano di guerra. La paga in Firenze pe’ semplici cittadini era di quindici soldi al dì; pe’ giudici e cavalieri di corredo, di venti. I destrieri delle cavallate primamente venivano esaminati, stimati e descritti da uffiziali deputati a ciò; poscia bollavansi col bollo del Comune. Caso che il cavallo per pubblico motivo venisse guasto, morto o ferito, il danno veniva compensato al padrone dal Comune: ciò dicevasiemendare. Finchè il cavallo non fosse emendato, correva la paga al milite senz’obbligo di servizio. Cavallo emendato contrassegnavasi per non averlo ad emendare una seconda volta. VediRicotti,Storia delle compagnie di ventura.
312.Delizie degli eruditi toscani,X. 199. — Chiamavasicavalleria, cavallataomilizial’obbligazione di servire a cavallo. Determinavasi secondo gli averi a chi intiera, a chi un quarto, a chi metà; a tale di due cavalli, a tale di un solo. Chi n’era dispensato per età, legge o malattia, dava armi e destrieri, che il Comune distribuiva a’ cittadini di minor sorte. Studiavansi i rettori d’accrescere il numero delle cavallate, sia distribuendo a’ più poveri alcuna somma di danaro a modo di prestito o di dono, sia consegnando alle genti forestiere alcuni cavalli in socio o, come allora dicevasi,in adequanza, al patto che servissero in guerra e venissero ad abitare colle famiglie dentro le mura.
Del resto le cavallate s’imponevano solitamente ogni anno, ed a chi possedeva oltre a cinquecento fiorini: a chi erano imposte importavano l’obbligazione di tener un cavallo di valuta fra i trentacinque e i settanta fiorini (fra le 854 e le 1708 lire d’oggi), e di militare ad ogni cenno del capitano di guerra. La paga in Firenze pe’ semplici cittadini era di quindici soldi al dì; pe’ giudici e cavalieri di corredo, di venti. I destrieri delle cavallate primamente venivano esaminati, stimati e descritti da uffiziali deputati a ciò; poscia bollavansi col bollo del Comune. Caso che il cavallo per pubblico motivo venisse guasto, morto o ferito, il danno veniva compensato al padrone dal Comune: ciò dicevasiemendare. Finchè il cavallo non fosse emendato, correva la paga al milite senz’obbligo di servizio. Cavallo emendato contrassegnavasi per non averlo ad emendare una seconda volta. VediRicotti,Storia delle compagnie di ventura.
313.Giulini, al 1235; —G. Villani,IX. 47.
313.Giulini, al 1235; —G. Villani,IX. 47.
314.I fuorusciti di Ferrara nel 1271 fanno lega con Bologna, promettendoquod facient exercitum et cavalcatam cum commune Bononiæ, scilicet milites ut milites, et pedites ut pedites, ad voluntatem et mandatum communis et populi bononiensis, sicut cives civitatis Bononiæ....; quod facient et tractabunt guerram omnibus et singulis inimicis communis Bononiæ....; quod dicti Ferrarienses et eorum sequaces defendent et manutenebunt toto eorum posse sicut alii cives civitatis Bononiæ castrum bononiense factum apud Primarium.Savioli, doc. 765.
314.I fuorusciti di Ferrara nel 1271 fanno lega con Bologna, promettendoquod facient exercitum et cavalcatam cum commune Bononiæ, scilicet milites ut milites, et pedites ut pedites, ad voluntatem et mandatum communis et populi bononiensis, sicut cives civitatis Bononiæ....; quod facient et tractabunt guerram omnibus et singulis inimicis communis Bononiæ....; quod dicti Ferrarienses et eorum sequaces defendent et manutenebunt toto eorum posse sicut alii cives civitatis Bononiæ castrum bononiense factum apud Primarium.Savioli, doc. 765.
315.Anche i capitani successivi erano di nobili case: Werner di Monfort, Wirtinger di Landau, Anichino di Baumgarten...; dai nostri nominati il duca Guarnieri, il conte Lando, il Bongardo. Vedi il Cap.CXI.
315.Anche i capitani successivi erano di nobili case: Werner di Monfort, Wirtinger di Landau, Anichino di Baumgarten...; dai nostri nominati il duca Guarnieri, il conte Lando, il Bongardo. Vedi il Cap.CXI.
316.G. Villani,IX. 182.
316.G. Villani,IX. 182.
317.Novella181. — Quando Pino degli Ordelaffi sconfisse la banda della Rosa nel 1398, esso Sacchetti lo lodò in un sonetto:Se ciaschedun signor desse le frutteA chi le va cercando, come voi,Le strade si terrian nette ed asciutte.E soggiungeva in prosa: — Perchè virtuosamente avete adoperato, che ’l simile facessono tutti gli altri signori, non mi sono possuto tenere ch’io non v’abbia scritto.... E se in ciò si accordasse tutta Italia, e facesse come voi, la gente barbara tornerebbe a lavorar le terre ecc.».
317.Novella181. — Quando Pino degli Ordelaffi sconfisse la banda della Rosa nel 1398, esso Sacchetti lo lodò in un sonetto:
Se ciaschedun signor desse le frutteA chi le va cercando, come voi,Le strade si terrian nette ed asciutte.
Se ciaschedun signor desse le frutteA chi le va cercando, come voi,Le strade si terrian nette ed asciutte.
Se ciaschedun signor desse le frutte
A chi le va cercando, come voi,
Le strade si terrian nette ed asciutte.
E soggiungeva in prosa: — Perchè virtuosamente avete adoperato, che ’l simile facessono tutti gli altri signori, non mi sono possuto tenere ch’io non v’abbia scritto.... E se in ciò si accordasse tutta Italia, e facesse come voi, la gente barbara tornerebbe a lavorar le terre ecc.».
318.Rosmini,Vita del Magno Trivulzio, lib.IV. doc. 23.
318.Rosmini,Vita del Magno Trivulzio, lib.IV. doc. 23.
319.Lettera di re Roberto al duca d’Atene.
319.Lettera di re Roberto al duca d’Atene.
320.Le particolarità sono di Coppo Stefani. VediHecker,Der Schwarze Tod. Berlino 1832.
320.Le particolarità sono di Coppo Stefani. VediHecker,Der Schwarze Tod. Berlino 1832.
321.Rer. It. Scrip., tom.XV, cronaca di Andrea Dei. Un altro anonimo dice, più ragionevolmente, che da sessantacinquemila bocche si ridussero a quindicimila.
321.Rer. It. Scrip., tom.XV, cronaca di Andrea Dei. Un altro anonimo dice, più ragionevolmente, che da sessantacinquemila bocche si ridussero a quindicimila.
322.Ma nel 1361 la peste scoppiò in Lombardia, desertò Como, a Novara e Pavia consumò un terzo degli abitanti, settantasettemila in Milano, oltre il contado. Tornò nel 74, poi nel 99, quando la sola Como, al dire di Benedetto Giovio, perdè tredicimila persone.
322.Ma nel 1361 la peste scoppiò in Lombardia, desertò Como, a Novara e Pavia consumò un terzo degli abitanti, settantasettemila in Milano, oltre il contado. Tornò nel 74, poi nel 99, quando la sola Como, al dire di Benedetto Giovio, perdè tredicimila persone.
323.Petrarca,Ep. famil., lib.VIII. 7.
323.Petrarca,Ep. famil., lib.VIII. 7.
324.Questa singolarità eccitò la curiosità, e molti la tolsero a soggetto di dotte dissertazioni, che crescono di continuo. In Italia, oltre il Camposanto di Pisa, troppo noto, ne conosciamo uno poco fuori di Como, oggi perito; uno a Santa Caterina del Sasso sul lago Maggiore; uno sulla facciata dei Disciplini a Clusone del Bergamasco.
324.Questa singolarità eccitò la curiosità, e molti la tolsero a soggetto di dotte dissertazioni, che crescono di continuo. In Italia, oltre il Camposanto di Pisa, troppo noto, ne conosciamo uno poco fuori di Como, oggi perito; uno a Santa Caterina del Sasso sul lago Maggiore; uno sulla facciata dei Disciplini a Clusone del Bergamasco.
325.Cron. riminese.
325.Cron. riminese.
326.Probabilmente sotto Fiesole al Poggio Gherardi, e alla villa già Palmieri detta Schifanoja e dei Trevisi.
326.Probabilmente sotto Fiesole al Poggio Gherardi, e alla villa già Palmieri detta Schifanoja e dei Trevisi.
327.— Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali, non che altri, ma Galeno, Ippocrate o Esculapio, avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono coi loro parenti, compagni ed amici, che poi, la sera vegnente appresso, nell’altro mondo cenarono colli loro passati».Più che in tutta la retorica del Boccaccio, trovo verità in queste parole di Panieri Sardo cronista pisano: — In del 1348, alla intrata di gennajo, vennero a Pisa due galee di Genovesi che venivano di Romanìa; e come furono giunti alla piazza dei Pesci, chiunque favellò con loro di subito fue amalato e morto; e chiunque favellava a quelli malati o toccasse di quelli morti altresì, tosto amalavano e morivano: e così fu sparta la grande corruzione in tanto, che ogni persona morìa. E fu sì grande la paura, che nime (nessuno) volea l’un l’altro vedere: lo padre non volea vedere morire lo figliuolo, nè lo figliuolo volea vedere morire lo padre, nè l’uno fratello l’altro, nè la moglie lo suo marito. E ogni persona fuggiva la morte; ma poco li valea, che chiunque dovea morir si moria, e non si trovava persona che li volesse portare a fossa. Ma quello Signore che fece lo cielo e la terra, provvide bene ogni cosa; che lo padre, vedendo morto lo suo figliuolo e abbandonato da ogni persona (che nimo lo volea toccare, nè cucire, nè portare), egli si recusava morto (si dava per morto) e poi facea egli stesso lo meglio che potea; egli lo cucia, e poi lo mettea in della cascia, e con ajuto lo portava alla fossa, ed egli stesso lo sotterrava; e poi l’altro giorno egli o chiunque l’avea toccato, si era morto. Ma benedetto Dio, che provvide di dar ajuto l’uno all’altro. Con tutto che ciascun morie purchè egli toccasse di sue cose o denari o panni, nondimeno non ne rimase in nessuna casa nè in sul letto nessuno a sotterrare, che egli non fosse onorevolmente sotterrato secondo la sua qualità: tanta carità Dio diede all’uno coll’altro, recusandosi ciascuno morto. E dicea:Ajutiamo, e portiamli a fossa, acciocchè ancora noi siamo portati». Archivio storico, tom.VI. part. ii. p. 114.
327.— Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali, non che altri, ma Galeno, Ippocrate o Esculapio, avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono coi loro parenti, compagni ed amici, che poi, la sera vegnente appresso, nell’altro mondo cenarono colli loro passati».
Più che in tutta la retorica del Boccaccio, trovo verità in queste parole di Panieri Sardo cronista pisano: — In del 1348, alla intrata di gennajo, vennero a Pisa due galee di Genovesi che venivano di Romanìa; e come furono giunti alla piazza dei Pesci, chiunque favellò con loro di subito fue amalato e morto; e chiunque favellava a quelli malati o toccasse di quelli morti altresì, tosto amalavano e morivano: e così fu sparta la grande corruzione in tanto, che ogni persona morìa. E fu sì grande la paura, che nime (nessuno) volea l’un l’altro vedere: lo padre non volea vedere morire lo figliuolo, nè lo figliuolo volea vedere morire lo padre, nè l’uno fratello l’altro, nè la moglie lo suo marito. E ogni persona fuggiva la morte; ma poco li valea, che chiunque dovea morir si moria, e non si trovava persona che li volesse portare a fossa. Ma quello Signore che fece lo cielo e la terra, provvide bene ogni cosa; che lo padre, vedendo morto lo suo figliuolo e abbandonato da ogni persona (che nimo lo volea toccare, nè cucire, nè portare), egli si recusava morto (si dava per morto) e poi facea egli stesso lo meglio che potea; egli lo cucia, e poi lo mettea in della cascia, e con ajuto lo portava alla fossa, ed egli stesso lo sotterrava; e poi l’altro giorno egli o chiunque l’avea toccato, si era morto. Ma benedetto Dio, che provvide di dar ajuto l’uno all’altro. Con tutto che ciascun morie purchè egli toccasse di sue cose o denari o panni, nondimeno non ne rimase in nessuna casa nè in sul letto nessuno a sotterrare, che egli non fosse onorevolmente sotterrato secondo la sua qualità: tanta carità Dio diede all’uno coll’altro, recusandosi ciascuno morto. E dicea:Ajutiamo, e portiamli a fossa, acciocchè ancora noi siamo portati». Archivio storico, tom.VI. part. ii. p. 114.
328.Non è ben dimostrato che il De Sade trovasse il vero intorno a questa Laura. VediL’illustre châtelaine des environs de Vaucluse, e la Laure de Pétrarque parHyacinthe d’Olivier-Vitalis. Parigi 1843. Anche Salvatore Betti sostiene ch’ella fosse la nobilissima Laura Des Beaux Adhémar di Cavaillon, figlia del signore di Vaucluse, nata in riva alla Sorga, e morta fanciulla di consunzione il 1348.«Le trenta vite del cantore di Laura ce ne lasciano bramare una degna di lui», scriveva il Bettinelli quasi un secolo fa, e possiamo ripeter noi.
328.Non è ben dimostrato che il De Sade trovasse il vero intorno a questa Laura. VediL’illustre châtelaine des environs de Vaucluse, e la Laure de Pétrarque parHyacinthe d’Olivier-Vitalis. Parigi 1843. Anche Salvatore Betti sostiene ch’ella fosse la nobilissima Laura Des Beaux Adhémar di Cavaillon, figlia del signore di Vaucluse, nata in riva alla Sorga, e morta fanciulla di consunzione il 1348.
«Le trenta vite del cantore di Laura ce ne lasciano bramare una degna di lui», scriveva il Bettinelli quasi un secolo fa, e possiamo ripeter noi.
329.Perchè a me troppo eda se stessapiacque.La rividi più bella e menoaltera.
329.
Perchè a me troppo eda se stessapiacque.La rividi più bella e menoaltera.
Perchè a me troppo eda se stessapiacque.La rividi più bella e menoaltera.
Perchè a me troppo eda se stessapiacque.
La rividi più bella e menoaltera.
330.Con lei foss’io da che si parte il sole,E non ci vedess’altri che le stelle....Solo una notte, e mai non fosse l’alba,E non si trasformasse in verda selvaPer uscirmi di braccia....Pigmalïon, quanto lodar ti dèiDell’immagine tua, se mille volteN’avesti quel ch’io sol una vorrei.EDe contemptu mundi, dial.III:Nullis mota precibus, nullis victa blanditiis, muliebrem tenuit decorem, et adversus suam simul et meam ætatem, adversus multa et varia quæ adamantinum flectere licet spiritum debuissent, inexpugnabilis et firma permansit.
330.
Con lei foss’io da che si parte il sole,E non ci vedess’altri che le stelle....Solo una notte, e mai non fosse l’alba,E non si trasformasse in verda selvaPer uscirmi di braccia....Pigmalïon, quanto lodar ti dèiDell’immagine tua, se mille volteN’avesti quel ch’io sol una vorrei.
Con lei foss’io da che si parte il sole,E non ci vedess’altri che le stelle....Solo una notte, e mai non fosse l’alba,E non si trasformasse in verda selvaPer uscirmi di braccia....Pigmalïon, quanto lodar ti dèiDell’immagine tua, se mille volteN’avesti quel ch’io sol una vorrei.
Con lei foss’io da che si parte il sole,
E non ci vedess’altri che le stelle....
Solo una notte, e mai non fosse l’alba,
E non si trasformasse in verda selva
Per uscirmi di braccia....
Pigmalïon, quanto lodar ti dèi
Dell’immagine tua, se mille volte
N’avesti quel ch’io sol una vorrei.
EDe contemptu mundi, dial.III:Nullis mota precibus, nullis victa blanditiis, muliebrem tenuit decorem, et adversus suam simul et meam ætatem, adversus multa et varia quæ adamantinum flectere licet spiritum debuissent, inexpugnabilis et firma permansit.
331.De vita solitaria; De remediis utriusque fortunæ.
331.De vita solitaria; De remediis utriusque fortunæ.
332.Seniles, 3. 6.
332.Seniles, 3. 6.
333.Apol. contra Galli calumnias.È in ripicchio d’un anonimo che avea confutato la lettera ove egli persuadeva Urbano V a ritornare la sede pontifizia in Roma, dicendogli ogni male della Francia.
333.Apol. contra Galli calumnias.È in ripicchio d’un anonimo che avea confutato la lettera ove egli persuadeva Urbano V a ritornare la sede pontifizia in Roma, dicendogli ogni male della Francia.
334.Opera, pag. 170. ediz. di Basilea.
334.Opera, pag. 170. ediz. di Basilea.
335.Rathery, nella Memoria premiata dall’Accademia nel 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, vorrebbe nel Roman de la Rose riconoscere l’influenza di Dante, ch’e’ suppone amico di Giovanni de Meun.
335.Rathery, nella Memoria premiata dall’Accademia nel 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, vorrebbe nel Roman de la Rose riconoscere l’influenza di Dante, ch’e’ suppone amico di Giovanni de Meun.
336.Audio, quo nil possem tristius, nihilque indignantius audire, quosdam cardinales ibi esse qui murmurent se Benvense vinum in Italia non habere. Opera, pag. 845.
336.Audio, quo nil possem tristius, nihilque indignantius audire, quosdam cardinales ibi esse qui murmurent se Benvense vinum in Italia non habere. Opera, pag. 845.