Chapter 31

337.Di lui scrive nelleEpist. famil.,VII. 13:Reges terræ bellum literis indixerunt; aurum, credo, et gemmas atramentis inquinare metuunt, animum ignorantiæ cæcum ac sordidum habere non metuunt. Unde illud regale dedecus? videre plebem doctam, regesque asinos coronatos licet (sic enim eos vocat romani cujusdam imperatoris epistola ad Francorum regem). Tu ergo hac ætate vir maxime, et cui ad regnum nihil præter nomen regium desit... meliora omnia de te spero.E nell’Epist. metr.lib.III:Maximus ille virûm quos suspicit itala tellus,Ille, inquam, aeriæ parent cui protinus Alpes,Cui pater Apenninus erat, cui ditia ruraRex Padus ingenti spumans intersecat amne,Atque coronatos altis in turribus anguesObstupet...Adriaci quem stagna maris, thyrrenaque lateÆquora permetuunt, quem transalpina verentur,Seu cupiunt sibi regna ducem, qui crimina durisNexibus illaqueat, legumque coercet habenis,Justitiaque regit populos, quique aurea fessæTertius Hesperiæ melioris secla metalliEt Mediolani romanas contulit artes,Parcere subjectis et debellare superbos.Alla nascita d’un figlio di Barnabò cantava:Te Padus expectat dominum, quem flumina regemNostra vocant, te purpureo Ticinus amictu....Tu quoque tranquillo votivum pectore natumSuscipe, magne parens, et per vestigia gentisIre doce, generisque sequi monumenta vetusti.Inveniet puer iste domi calcaria laudumPlurima, magnanimos proavos imitetur avosque,Mirarique patrem docili condiscat ab ævo.338.Dodici vestiti di scarlatto erano delle case Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri, Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni, Astalti; sei di verde, delle case Savelli, Conti, Orsini, Annibaldi, Paparesi, Montanari.339.Incubui unice ad notitiam antiquitatis, quoniam mihi semper ætas ista displicuit.Ep. ad posteros.340.Auctor venatus fuit ubique quidquid faciebat ad suum propositum.Benvenuto da ImolaalXIVdelPurgatorio.341.Il Petrarca narra che Dante fu ripreso da Can Grande, qual uomo meno urbano e men cortese che non gli istrioni medesimi e i buffoni della sua Corte.Memorab.,II. Avendogli Can Grande domandato: — Perchè mi piace più quel buffone che non te, cotanto lodato?» n’ebbe in risposta: — Non ti maraviglieresti se ricordassi che la somiglianza di costumi stringe gli animi in amicizia».342.Sonetto25.II. — Nella prefazione alleEpistole famigliaridice avere scritto alcune cose vulgari per dilettar gli orecchi del popolo. NellaVIIIdi esse soggiunge che per sollievo dei suoi mali dettò «le giovanili poesie vulgari, delle quali or prova pentimento e rossore (cantica, quorum hodie pudet ac pœnitet), ma che pur sono accettissime a coloro i quali dallo stesso male sono compresi». NellaXIIIdelle Senili:Ineptias quas omnibus et mihi quoque si liceat ignotas velim. E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: — Non so quanta faccia di vero sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose, in che io spesi appena il primo fiore degl’anni; io che m’ebbi per trastullo e riposo dell’animo e dirozzamento dell’ingegno quello che a lui fu arte, se non la sola, certamente la prima». E nellaXIdelleFamigliarimodestamente: — Di chi avrà invidia chi non l’ha di Virgilio?» Altrove dice essersi guardato sempre dal leggere i versi di Dante, e al Boccaccio scrive: — Ho udito cantare e sconciare quei versi su per le piazze... Gl’invidierò forse gli applausi de’ lanajuoli, tavernieri, macellaj e cotal gentame?» Eppure Jacopo Mazzoni (Difesa di Dante,VI. 29) asserisce che il Petrarca «adornò il suo canzoniere di tanti fiori della Divina Commedia, che può dirsi piuttosto ch’egli ve li rovesciasse dai canestri che dalle mani». È un’arte dei detrattori senza coraggio il deprimere un sommo col metterlo a paraggio de’ minori. Ora il Petrarca due volte menziona Dante come poeta d’amore, ponendolo in riga con frà Guittone e Cino da Pistoja; Sonetto 257:Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Cino e Dante. Trionfo d’Amore,IV:Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoja, Guitton d’Arezzo.343.Si confronti la descrizione della sera.Dante,Purg., VIII: — Era l’ora che volge il desìo e intenerisce il cuore dei naviganti il dì che dissero addio ai cari amici; e che punge d’amore il nuovo pellegrino se ode squilla da lontano che sembri piangere il giorno che si muore».Petrarca: — Poichè il sole si nasconde, i naviganti gettan le membra in qualche chiusa valle sul duro legno o sotto l’aspre gòmone. Ma perchè il sole s’attuffi in mezzo l’onde, e lasci Spagna e Granata e Marocco dietro le spalle, e gli uomini e le donne e ’l mondo e gli animali acquetino i loro mali, pure io non pongo fine al mio ostinato affanno».344.Eppure la parolamelanconianè una volta si trova nei suoi versi.345.Indicò chiaramente gli antipodi e il centro di gravità della terra; fece argute osservazioni sul volo degli uccelli, sulla scintillazione delle stelle, sull’arco baleno, sui vapori che formansi nella combustione (Inf.,XIII. 40.XIV. III;Purg.,II. 14.XV. 16;Par.,II, 35.XII. 10), sull’origine delle meteore acquose (Ben sai come nell’aer si raccoglie Quell’umido vapor che in acqua riede Tosto che sale dove freddo il coglie), e sulla teoria de’ venti (il vento Impetuoso per gli avversi ardori), sul rapporto fra l’evaporazione del mare e le correnti de’ fiumi (In fin là, ’ve si rende (l’Arno) per ristoro, Di quel che il ciel della marina asciuga, Ond’hanno i fiumi ciò che va con loro). Prima di Newton assegnò alla luna la causa del flusso e riflusso (E come ’l volger del ciel della luna, Copre e discopre i lidi senza posa.Par.,XVI). Prima di Galileo attribuì il maturar delle frutte alla luce che fa esalare l’ossigeno (Guarda il color del Sol che si fa vino Giunto all’umor che dalla vite cola.Purg.,XXV). Prima di Linneo e dei viventi dedusse la classificazione dei vegetali dagli organi sessuali, e asserì nascer da seme le piante anche microscopiche e criptogame (Ch’ogn’erba si conosce per lo seme.Ivi,XVI;Quando alcuna pianta Senza seme palese vi s’appiglia. Ivi,XXVIII). Sa che alla luce i fiori aprono i petali e scoprono gli stami e i pistilli per fecondare i germi (Quali î fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca, Sidrizzantuttiapertiin loro stelo. Inf.,II); e che i succhi circolano nelle piante (Come d’un tizzo verde ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro geme E cigola per vento che va via. Ivi,XIII). Prima di Leibniz notò il principio della ragion sufficiente (Intra duo cibi distanti e moventi D’un modo, prima si morria di fame Che liber uom l’un si recasse a’ denti.Par.,IV). Prima di Boussingault e Liebig assegnò le rimutazioni della materia (Il ramo Rendealla terratutte le sue spoglie). Prima di Bacone pose l’esperienza per fonte del sapere (Da questa istanzia può deliberarti Esperienza, se giammai la provi, Ch’esser suol fonte a’ rivi di vostr’arti. Ivi,II). Anzi l’attrazione universale vi è adombrata, cantando — Questi ordini di su tutti rimirano, E di giù vincon sì che verso Dio Tutti tirati sono e tutti tirano» (Par.,XXVIII). Indica pure la circolazione del sangue, dicendo in una canzone: — Il sangue che per le vene disperso Correndo fugge verso Lo cor che il chiama, ond’io rimango bianco». Il che più circostanziatamente esprime Cecco d’Ascoli nell’Acerba:Nasce dal cuore ciascuna arteriaE l’arteria sempre dov’è vena;Per l’una al core lo sangue si mena,Per l’altra vien lo spirito dal core;Il sangue pian si move con quiete.346.Oltre l’argomento dedotto dal suo silenzio, vedi la confusione che ne fa nelIVdell’Inferno; altrove nomina come autore dialtissime proseTito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio; nelPar.,VI. 49, fa venire in Italia gli Arabi con Annibale, ecc.; nelConvivioconfessa che stentava a capire Cicerone e Boezio.347.Per esempio, Cino da Pistoja scrive degli occhi della sua donna:Poichè veder voi stessi non potete,Vedete in altri almen quel che voi siete;e il Petrarca:Luci beate e liete,Se non che il veder voi stesse v’è tolto:Ma quante volte a me vi rivolgete,Conoscete in altrui quel che voi siete.Cino ha un sonetto:Mille dubbj in un dì, mille quereleAl tribunal dell’alta imperatrice, ecc.ove figura che egli ed Amore piatiscano avanti alla Ragione, e infine questa conchiude:A sì gran piatoConvien più tempo a dar sentenza vera.Petrarca riproduce quest’invenzione nella canzoneQuell’antico mio dolce empio signore, ove dopo il dibattimento la Ragione sentenzia:Piacemi aver vostre quistioni udite,Ma più tempo bisogna a tanta lite.Confronti del Petrarca coi Provenzali fece il Galvani nelleOsservazioni sulla poesia de’ trovadori. E vedi ilParadossodel Pietropoli.348.Però il Bembo, quel gran petrarchista che ognun sa, confessa aver letti per oltre quaranta volte i due primi sonetti del Canzoniere senza intenderli appieno, nè avere incontrato ancora chi gl’intendesse, per quelle contraddizioni che pajono essere in loro;Lettera a Felice Trofimo, lib.VI. E Ugo Foscolo, grande studioso del Petrarca, interrogato sul senso della strofa famosaVoi cui natura, ecc., la spiega con unSe non m’inganno(Epistolario, vol.III. 46). Fin ad ora si disputò sul senso del versoMille piacer non vagliono un tormentoe dell’altroChe alzando il dito colla morte scherza.349.Gli aneddoti che si raccontano in contrario, e l’asserzione del Petrarca parmi non si possano riferire che a’ versi amorosi, od altri men conosciuti, che sono di forma affatto moderna e di concetto semplice.350.Tali sarebbero i frequenti giuocherelli sul nome di Laura; tale lagloriosa colonnaa cui s’appoggia nostra speranza, e il vento angoscioso de’ sospiri, e il fuoco de’ martiri, e le chiavi amorose, e il lauro a cui coltivare adoperavomer di penna con sospir di fuoco;e la nebbia di sdegni cherallenta le stanche sarte della nave sua, fatte d’error con ignoranza attorto: e i ravvicinamenti fra cose disparate, come fra sè e l’aquila, la cuivista incontro al Sol pur si difende; e il dolore che lo fad’uom vivo un verde lauro. Nel che talvolta non ha pur rispetto alle cose sacre; come là dove loda il borgo in cui la bella donna nacque, paragonando con Cristo chesceso in terra a illuminar le carte, fa di sè grazia a Giudea; e ilvecchierel canuto e bianco, che viene a Roma per rimirar la sembianza di colui che ancor lassù nel ciel vedere spera, confronta a sèche cerca la forma vera di Laura.351.Alessandro Velutello nel 1525 fu il primo che distribuì il Petrarca in rime avanti la morte, dopo la morte di madonna Laura, e rime varie.352.Un’elevata definizione della poesia leggiamo pure nel Boccaccio (Genealogia degli Dei, lib.XIV, c. 7):Poesis, quam negligentes abjiciunt et ignari, est fervor quidam exquisite inveniendi atque discendi seu scribendi quod inveneris, qui ex sinu Dei procedens, paucis mentibus, ut arbitror, in creatione conceditur. Ex quo, quoniam mirabilis est, rarissimi semper fuere poetæ. Hujus enim fervoris sublimes sunt effectus ut puta mentem in desiderium dicendi compellere, peregrinas et inauditas inventiones excogitare, meditatas ordine certo component ornare compositum inusitato quodam verborum atque sententiarum contextu, velamento fabuloso atque decenti veritatem contegere.353.La Divina Commedia a La Harpe parveune rapsodie informe, a Voltaireune amplification stupidement barbare. Ebbe essa ventuna edizione nel secoloXV, quarantadue nelXVI, quattro nelXVII, trentasei nelXVIII, più di cencinquanta nella prima metà del nostro; diciannove traduzioni latine, trentacinque francesi, venti inglesi, altrettante tedesche, due spagnuole; cencinquantacinque illustrazioni di disegni o pitture. VediColomb de Batines,Bibliografia dantesca.354.Nota varietà di giudizj. Il padre Cesari, proclamato pedante, ristampando iFioretti(Verona 1822) levò le uscite alla antica, mettendovi le moderne «per togliere agli schifiltosi ogni cagione di mordere e sprezzare questa lingua del Trecento; e così cammineranno senza incespicare». Sebastiano Ciampi, ristampando il vulgarizzamento d’Albertano Giudice (Firenze 1833), conserva non che le cadenze, fin tutti gli sbagli del manuscritto, e ne fa per rogito notarile attestare l’identità.355.Come tale è considerato dalTempesti,Disc. sulla storia letteraria pisana.356.Altre letterate italiane, oltre la Pisani e la Nina sicula, nomineremo le fabbrianesi Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga, Livia di Chiavello, Elisabetta Trebani d’Ascoli, Giustina Levi Perotti, che indirizzò sonetti al Petrarca; la Selvaggia, cantata da Cino di Pistoja; Giovanna Bianchetti bolognese, che sapeva di greco, latino, tedesco, boemo, polacco, italiano, e di scienze filosofiche e legali.357.F. Villaninella sua vita;Filocopo, v. 377.358.DalDolopathosil Boccaccio dedusse le novelle, 2ª della giornataIX, 4ª della giornataVII, 8ª della giornataVIII. Contano dieci delle sue novelle, tratte dai trovadori.359.VediSonetto192, 121. 87. E nellaCanzonex:Pace tranquilla senza alcun affanno,Simile a quella che nel cielo eternaMove dal loro innamorato risocioè degli occhi; e che da questi moveun dolce lumeChe mi mostra la via che al ciel conduce.Canz.IX.E più disteso nelTrionfo della Morte:Più di mille fïate ira dipinseIl volto mio, ch’amor ardeva il core;Ma voglia in me, ragion giammai non vinse.Poi, se vinto te vidi dal dolore,Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,Salvando la tua vita e il nostro onore...S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,Questo mi tacio: pur quel dolce nodoMi piacque assai che intorno al core avei...Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.360.Però anche Laura fu veduta da Petrarca il giovedì santo; Beatrice da Dante nel luogo dove si cantava le lodi della regina di gloria; ser Onesto bolognese s’innamorò il giovedì santo; il Firenzuola in chiesa l’Ognissanti; e nellaFlamencaGuglielmo di Nevers s’invaghisce vedendo a messa la figlia del conte di Nemours. Tali coincidenze non hanno significazione?361.Son note le lunghe fatiche adoperate tra a Firenze e a Roma, tra dagli accademici della Crusca e dal maestro del Sacro Palazzo per allestire un’edizione purgata del Decamerone. Il Ginguené, il Foscolo, dopo molti e seguiti da molti, non rifinano di cuculiare sopra questo censore. Eppure, convenuto che niuno porrebbe il Decamerone in mano a’ suoi figliuoli e neppure a sua moglie, e che, chi non voglia i petulanti arbitrj della censura preventiva, dee sottomettersi ai giudizj della repressiva, dovrà in quella fatica riconoscere il desiderio di dare agli studiosi un libro, che credeasi opportunissimo per l’arte quanto pericoloso pel costume.Ugo Foscolo, che non sa di frate, termina il secondo suo innoalle Grazieraccontando l’origine del Decamerone:Gioì procace Dioneo, sperandoDi sedur, coll’esempio della ninfa,La ritrosa fanciulla, e pregò tuttiAllor d’aita, e i satiri canutiE quante invide ninfe eran da’ balliE dagli amori escluse: e quei maligniDi scherzi e d’antri e d’imenei furtiviRidissero novelle, ed ei ridendoVago le scrisse, e le rendea più care:Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libroDettato dagli Dei, ma sventurataQuella fanciulla che mai tocchi il libro!Tosto smarrite del pudor natìoAvrà le rose; nè il rossore ad artePuò innamorar chi sol le Grazie ha in core.362.Petrarca designa così il tempo del suo innamoramento:Era il giorno che al sol si scoloraroPer la pietà del suo fattore i rai,Quand’io fui preso...Boccaccio nelFilocopo: — Avvenne un giorno, la cui prima ora Saturno aveva signoreggiata, essendo già Febo co’ suoi cavalli al sedicesimo grado del celestial montone pervenuto, e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebrava, io della presente opera componitore mi trovai in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che, per deificarsi, sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata... e già essendo la quarta ora del giorno sopra l’oriental orizzonte passata, apparve agli occhi miei l’ammirabile bellezza della prefata giovane». Cioè la domenica di Pasqua 8 aprile, in San Lorenzo di Napoli.363.NelFilostratoforma sin un’ottava intera con versi di Dante:Quali i fioretti dal notturno geloChinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,Tutti s’apron diritti in loro stelo;Cotal si fe di sua virtude stancaTroilo allora, e riguardando il cieloIncominciò come persona franca, ecc.364.Cioèacervo, mucchio di grano.365.Me ne appello ai primi pretesi versi,si digito callemus et aure:Novellamente, Francesco, parlaiColl’onestade;Ed a preghiera di molte altre donneMi lamentai con lei, e dissiCh’erano molti, ch’avean scritti libri,Costumi ornati d’uom, ma non di donna.Sicch’io pregava leiChe per amor di sè,E per amor di questa sua compagnia,Ch’à nome cortesia;Ed anco per vestir l’altre donne con mecoDi quello onesto manto, ch’ella hae seco,E ch’ella porge a quelle che voglion camminarePer la via de’ costumi, degnasse di parlareCon questa donna, che si appella Industria;E seco insieme trovassono uno modoChe l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza,Parlasse alquanto di questa materia,E ’l suo parlare si trovasse in scritto.Rimase inedito fin al 1815.366.O man leggiadra, ove il mio bene alberga...O bella e bianca mano, o man soave...367.Scipione Ammirato,Storie fiorentine, lib.XIV.368.Benvenuto da Imolaal cap.VIIIdelPurgatorio.369.Al principio delXIIsecolo Avignone era sottomessa ai conti di Tolosa, di Provenza, di Forcalquier; della qual divisione profittando i cittadini, di buon’ora se ne emanciparono, e si unirono col vescovo. Nel 1154 già si davano statuti e forma comunale sotto la presidenza del vescovo Gaufredo, e si conserva quella carta, donde appare l’amichevole cooperazione dei poteri. Sussisteva però ancora il visconte, subordinato al conte di Provenza, ma restò vinto, e cessò verso il 1190. Allora Avignone prosperò grandemente, costruì sul Rodano un ponte lungo un quarto di lega, eppure gli abitanti erano esenti da ogni tassa o gabella.Il governo consolare era composto:1º di due o quattro e fin otto consoli che univano l’amministrazione, la giurisdizione, il comando militare;2º di un giudice annuo;3º di un consiglio della città composto di nobili, di borghesi e del vescovo che rappresentava la città e dava la direzione degli affari;4º di un parlamento a cui avean parte tutti i cittadini.Nel 1225 si scelse un podestà, come aveano fatto Marsiglia e Arles; annuo, straniero e intitolatoDominus.370.Storie fiorentine, lib.II. c. 19. 20. Sarebbero ducencinquanta milioni d’oggi. Galvano Fiamma dice ventidue milioni di zecchini; Alberto di Strasborgo diciassette milioni; Buonconte Monaldeschi quindici. Siamo appoggiati aCristophe,Hist. de la papauté pendant le xiv siècle, tom.II. l.VI: e vedansi pureHurter,Quadro delle istituzioni e costumi della Chiesa al medio evo;André,Monarchie pontificale auXIVsiècle; Antiq. M. Æ.,V. diss. 60.Vedi pureGregorovius,Gesch. der Stadt Rom in Mittelalter vomVbis zumXVIJahrhundert. Stuttgard 1859.371.De vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum, de imaginibus sepulcrorum, sub quibus patrum vestrorum venerabilis cinis erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Così il Petrarca, dalle cui lettere desumo quella dipintura.ETomao Fortifiocca,Vita di Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano, scritta in lingua volgare romana di quella età. Bracciano 1624: — La cittate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non avea. Onne dì se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito ne lo proprio lieto. Li lavoratori, quando jevano fora a lavorare, erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per mal fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nullo freno: non ce era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione lo quale più potea co la spada. Non ce era altra salvezza, se no che ciascheduno se defenneva con parienti e con amici. Onne die se faceva adunanza». Tanto basti per saggio del dialetto romanesco: ai pezzi che in appresso riferiremo, daremo terminazioni toscane. Quell’opera fu illustrata di copiose note da Zefirino Re nel 1828, poi nel 1854 con moltissime aggiunte e rettificazioni, valendosi de’ lavori pubblicati nell’intervallo. Quel cronista, a torto chiamato Fortifiocca, fu lodato e vituperato a vicenda da quei che di Cola vollero fare un eroe o un arruffaplebe. Realmente e’ scrisse come tutti i contemporanei di rivoluzioni, lodando sulle prime, vituperando poi; e chi sapeva leggere nel 1848, n’avrà il commento migliore nella propria memoria. Vedi pureLevati,Viaggi del Petrarca;Du Cerceau,Conjuration de Nicolas Gabrini dit de Rienzi tyran de Rome, 1733;Schiller,Rivoluzione di Cola di Rienzo1788;Papencordt,Cola de Rienzo und seine Zeit, besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt, 1841. I documenti inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga, a cui racconta in latino tutta la sua storia. Le scoprì Pelzel, poi l’originale andò perduto; la copia fu pubblicata dal Papencordt, cui la morte impedì di seguitare la storia di Roma dalla caduta dell’impero fin al principio delXVIsecolo. Sono da aggiungere dieci lettere che Giovanni Gaye pubblicò nelCarteggio degli artisti, vol.I, dirette dal tribuno alla Signoria di Firenze; e «documenti risguardanti le relazioni politiche dei papi d’Avignone coi Comuni d’Italia avanti e dopo il tribunato di Cola di Rienzo», nell’appendice 24 dell’Archivio storico.372.Novella3 dellaGiornataV.373.Il prefetto di Roma dopo il senatore aveva il primo luogo, esercitato da baroni romani; ed aveva carico di mantenere la patria abbondante, e di tenere purgate e sicure le strade della campagna di Roma, nette da ladroni ed assassini, e con rigore li castigava. Però gli andava avanti un putto con la frusta; e le città, terre, castelli erano obbligati di mantenergli i soldati. E quando i pontefici coronavano gl’imperadori, egli teneva la corona imperiale, e andavagli sempre avanti vicino al pontefice; e nelle pompe portava una bacchettina d’oro in mano. E quest’uffizio lo esercitò molto tempo la nobilissima famiglia di Vico, concessole dal popolo romano e da’ pontefici in eredità successiva pe’ benemeriti di questa famiglia; ma poi per la loro mala vita ed enormi scelleraggini la perseguitarono con l’arme e la estinsero, e lo uffizio diedero ad altre famiglie nobili romane.Antiq. M. Æ.,II. 858.374.Della deputazione a Clemente VI facea parte il Petrarca; e l’orazione recitata da lui in quell’occasione, è una prosopopea ove Roma parla come una vedova la quale si lagni dell’assente marito. E gli dipinge tutti i meriti della città, fra’ quali principalmente le tante reliquie ond’è ricca la cuna di Cristo, i capelli della Madonna e parte della sua veste, la verga d’Aronne, l’arca dell’alleanza, un dito di sant’Agnese coll’anello nuziale che lo ornava, la testa di san Pancrazio che sudò sangue e versò lacrime quando i sacerdoti la sottraevano all’incendio appiccatosi a San Giovanni Laterano.Carminum, lib.II.375.«Pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, sciliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade in forma di pregare che suo pericolo non fosse; lo soprascritto dicea,Questa è Roma. Attorno questa nave da la parte di sotto nell’acqua stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta; la prima avea nomeBabilonia, la secondaCartagine, la terzaTroja, la quartaGerusalemme. Lo soprascritto diceva,Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro, e vennero meno. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine, e diceva così:Sopra ogni signoria fosti in altura,Ora aspettiamo qua la tua rottura.Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina che sedea vergognosa, e diceva la lettera, Questa è Italia; favellava questa e diceva così:Tollesti la balìa ad ogni terra,E sola me tenesti per sorella.Nell’altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:D’ogni virtude fosti accompagnata,Ora per mare vai abbandonata.Queste erano le quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia, Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava una femmina inginocchiata; la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome aveaFede cristiana, e lo suo verso dicea così:O sommo padre, duca e signor mio,Se Roma pere, dove starò io?Ne lo lato ritto de la parte disopra stavano quattro ordini di diversi animali colle sue ale, e tenevano corna alla bocca, e soffiavano come fossino venti, li quali facessero tempestate al mare, e davano ajutorio a la nave, che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi; la lettera diceva,Questi sono li potenti baroni e rei rettori. A lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva,Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili. A lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva,Questi sono li falsi officiali, giudici e notarj. A lo quarto ordine stavano lèpori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva,Questi sono li popolari ladroni micidiali adulteratori e spogliatori. Ne la parte disopra stava lo cielo; in mezzo la Majestade divina come venisse al giudizio; due spade l’escivano dalla bocca di là e di qua; dall’uno lato stava santo Pietro, e dall’altro santo Paolo in orazione. Quando la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si maravigliava».376.Nihil actum fore putavi si, quæ legendo didiceram, non adgrederer exercendo. Epist.377.Spirto gentil, che quelle membra reggi, ecc.De Sade sostenne che lospirto gentil, ilcavalier che tutta Italia onoranon può essere Cola di Rienzo. Egli fu confutato da Zefirino Re, al quale consente il Papencordt, giacchè le lettere del Petrarca a Cola ripetono quei medesimi sentimenti, e gli drizzò pure un’egloga pastorale, mandandogliene anche la chiave. Ma Salvatore Betti adduce fortissime ragioni per sostenere che la canzone è diretta a Stefano Colonna senatore, e perciò ornato della onorata verga. Ed è singolare che abbia a disputarsi a chi dirette la più bella canzone del Petrarca, e le speranze di Dante.378.«In prima apparecchiarono alle nozze tutto lo palazzo del papa, con ogni circostanza di San Giovanni di Laterano, e per molti dì innanzi fece le mense da mangiare, delle tavole e del legname dei chiostri de li baroni di Roma. E furo stese queste mense per tutta la sala vecchia dello vecchio palazzo di Costantino e del papa, e lo palazzo nuovo, sì che stupore parea a chi lo considerava. E fuori rotti i muri delle sale, donde venivano scaloni di legno allo scoperto per agio da portare la cucina, la quale si coceva. E ad ogni sala apparecchiato lo cellaro di vino nel cantone. Era la vigilia di san Pietro in vincoli: ora era di nona. Tutta Roma, maschi e femmine ne vanno a San Giovanni. Tutti si apparecchiano sotto li porticali per la festa vedere; nelle vie pubbliche per questo trionfo vedere. Allora venne la molta cavallaria de diverse nazioni de gente, baroni, popolari, foresi, a pettorali da sonagli, vestiti di zendato con bandiere; facevano grande festa; correvano giocando. Ora ne vengon buffoni senza fine: chi suona trombe, chi cornamuse, chi ciaramelle, chi mezzi cannoni. Poi questo grande suono, venne la moglie a piedi colla sua madre; molte oneste donne l’accompagnavano per volerle compiacere. Dinanti alla donna venivano due assettati gioveni, li quali portavano in mano un nobilissimo freno di cavallo tutto inaurato. Trombe di argento senza numero; ora si vede trombare. Dopo questi venne grande numero di giocatori da cavallo; poi veniva lo tribuno, e lo vicario del papa a canto. Dinanzi a lo tribuno veniva uno, il quale portava una spada ignuda in mano. Sopra lo capo un altro gli portava lo pennone; in mano portava una verga di acciaro. Molti e molti nobili erano in sua compagnia. Era vestito con una gonnella bianca da setamiri candoris, inzaganata di oro filato. In tanta moltitudine di ogni parte era letizia. Non fu orrore, nè fu arme: due persone ebbero parole; adirate trassero le spade; innanzi che colpi menassero, le tornarono in sue vagine. Ognuno va in sua via. De le città vicine a questa festa vennero gli avvitatori, che più? e li veterani, e le pulzelle, vedove e maritate. Poi che ogni gente fu partita, allora fu celebrato uno solenne officio per lo chiericato. E dopo l’officio entrò nel bagno, e bagnossi nella conca de lo imperatore Costantino, la quale è di preziosissimo paragone. Uno cittadino de Roma messere Vico Scotto cavaliere gli cinse la spada. Poi se addormì in un letto venerabile, e giacque in quel loco, che si dice li fonti di San Giovanni, dentro de lo circuito de le colonne. Là compì tutta quella notte. Ora senti maraviglia grande. Lo letto e la lettiera nuovi erano. Come venne lo tribuno a salire a lo letto, subitamente una parte del letto cadde in terra, esic in nocte silenti mansit. Fatta la dimane, levossi su lo tribuno vestito de scarlatto con vari; cinta la spada per messere Vico Scotto, co’ speroni di oro, come cavaliere. Tutta Roma, e ogni cavalleria ne va a San Giovanni: ci vanno ancora tutti li baroni, e foresi, e cittadini per vedere Cola de Rienzo cavaliere. Fassi grande festa, e fassi letizia».379.Nos non sine inspiratione Sancti Spiritus jura sacri romani populi recognoscere cupientes, habuimus, cum opportuna maturitate omnium utriusque juris peritorum et totius collegii urbis judicum, et quamplurium aliorum sacræ Ytaliæ consilium sapientum, qui per expressa jura sæpius revoluta, discussa et examinata mutuis collationibus, opportuna noverunt et dixerunt: senatum populumque romanum illam auctoritatem et jurisdictionem habere in toto orbe terrarum, quam olim habuit ab antiquo tempore, videlicet quo erat in potentissimo statu suo, et posse nunc jura et leges interpretari, condere, revocare, mutare, addere, minuere, ac etiam declarare, et omnia facere sicut prius, et posse etiam renovare quidquid in sui lesionem et præjudicium factum fuerit ipso jure, et revocatum esse etiam ipso facto. Quibus discussis et satis congregatis apud sacrum latinum palatium omnibus, senatu, magnatibus, viris consularibus, satrapis, episcopis, abbatibus, prioribus, clericis urbis omnibus ac populo universo in plenissimo et solemnissimo parlamento, omnem auctoritatem, jurisdictionem et potestatem, quam senatus populusque romanus habuerunt et habere possent, et omnem alienationem, cessionem et concessionem et translationem officiorum, dignitatum, potestatum et auctoritatum imperialium, et quarumcumque aliarum per ipsum senatum et populum factas in quoscumque viros clericos et laicos, cujuscumque conditionis existant, et cujuscumque etiam nationis, auctoritate quidem populi et omni modo et jure, quo melius de jure potuimus, de totius ejusdem romani populi voluntate unanimi duximus solemniter revocandas, et ea officia, dignitates, potestates et auctoritates imperiales et quascumque alias, et omnia primitiva et antiqua jura ejusdem romani populi reduximus ad nos et populum prelibatum; citare quoque fecimus in parlamento præfato gerentem se pro duce Bavariæ, ac dominum Karolum, illustrem regem Boemiæ, se romanorum regem appellantem, et tam præcedentes singulos alios speciales, tam electos quam etiam electores nominatim, et omnes et singulos imperatores, reges, duces, principes, marchiones, prelatos et quoscumque alios tam clericos quam laicos in romano imperio et electionis ipsius imperii jus aliquod prætendentes, qui diversas incurrerunt ingratitudines et errores in urbis et totius sacræ Ytaliæ detrimentum et totius fidei christianæ jacturam, ut usque ad festum Pentecosten futurum proximum in urbe et sacro Laterani palatio coram nobis et romano populo cum eorum juribus omnibus, tam in electione et imperio supradictis, quam contra revocationem ipsam, personaliter vel per legitimos eorum procuratores studeant comparere, alioquin in revocationis hujusmodi et electionis imperii præfati negotio prout de jure fuerit, non obstante eorum contumacia, procedetur. Et ut dona et gratia Spiritus Sancti participarentur per Ytalicos universos, fratres et filios sacri romani populi pervetustos, omnes et singulos cives civitatum sacrae Ytaliæ cives romanos effecimus, et eos admittimus ad electionem imperii ad sacrum romanum populum rationabiliter devoluti; et decrevimus electionem ipsam per XX seniorum voces eligentium in urbe mature et solemniter celebrandam. Quarum aliquibus reservatis in urbe, reliquas distribuimus per sacram Ytaliam, prout in capitulis et ordinationibus super hoc editis continetur. Cupimus quidem antiquam unionem cum omnibus magnatibus et civitatibus sacræ Ytaliæ et vobiscum firmius renovare, et ipsam sacram Ytaliam, multo prostratam jam tempore, multis dissidio lacessitam hactenus et abjectam ab iis, qui eam in pace et justitia gubernare debebant, videlicet qui imperatoris et augusti nomina assumpserunt, contra promissionem ipsorum venire, nomini non respondente, effectui non verentes, ab omni suo abjectionis discrimine liberare, et in statum pristinum suæ antiquæ gloriæ reducere et augere, ut pacis gustata dulcedine floreat per gratiam Spiritus Sancti melius, quam unquam floruit inter ceteras mundi partes. Intendimus namque ipso Sancto Spiritu prosperante, elapso præfato termino Pentecostem, per ipsum sacrum romanum populum et illos quibus electionis imperii voces damus, aliquem Ytalicum, quem ad zelum Ytaliæ digne indicat unitas generis et proprietas nationis, secundum inspirationem Sancti Spiritus, dignati ipsam sacram Ytaliam pie respicere, feliciter ad imperium promoveri, ut Augusti nomen, quod romanus populus, immo inspiratio divina concessit et tribuit, observemus per gratas effectuum actiones. Hortatur vos itaque purus nostræ sinceritatis affectus, ut commune nostrum et totius Ytaliæ decus, commodum et augmentum velitis congrua consideratione diligere, et honores proprios occupari et detineri per alios pati nolle, in tantum nefas, tantum opprobrium, quantum est proprio privari domino, et propriis raptis honoribus, alieno indebite subdere colla jugo, eorum videlicet qui sanguinem ytalicum sitiunt, sicut sunt soliti deglirare. Lettera del 19 settembre 1347, ap.Gaye.

337.Di lui scrive nelleEpist. famil.,VII. 13:Reges terræ bellum literis indixerunt; aurum, credo, et gemmas atramentis inquinare metuunt, animum ignorantiæ cæcum ac sordidum habere non metuunt. Unde illud regale dedecus? videre plebem doctam, regesque asinos coronatos licet (sic enim eos vocat romani cujusdam imperatoris epistola ad Francorum regem). Tu ergo hac ætate vir maxime, et cui ad regnum nihil præter nomen regium desit... meliora omnia de te spero.E nell’Epist. metr.lib.III:Maximus ille virûm quos suspicit itala tellus,Ille, inquam, aeriæ parent cui protinus Alpes,Cui pater Apenninus erat, cui ditia ruraRex Padus ingenti spumans intersecat amne,Atque coronatos altis in turribus anguesObstupet...Adriaci quem stagna maris, thyrrenaque lateÆquora permetuunt, quem transalpina verentur,Seu cupiunt sibi regna ducem, qui crimina durisNexibus illaqueat, legumque coercet habenis,Justitiaque regit populos, quique aurea fessæTertius Hesperiæ melioris secla metalliEt Mediolani romanas contulit artes,Parcere subjectis et debellare superbos.Alla nascita d’un figlio di Barnabò cantava:Te Padus expectat dominum, quem flumina regemNostra vocant, te purpureo Ticinus amictu....Tu quoque tranquillo votivum pectore natumSuscipe, magne parens, et per vestigia gentisIre doce, generisque sequi monumenta vetusti.Inveniet puer iste domi calcaria laudumPlurima, magnanimos proavos imitetur avosque,Mirarique patrem docili condiscat ab ævo.

337.Di lui scrive nelleEpist. famil.,VII. 13:Reges terræ bellum literis indixerunt; aurum, credo, et gemmas atramentis inquinare metuunt, animum ignorantiæ cæcum ac sordidum habere non metuunt. Unde illud regale dedecus? videre plebem doctam, regesque asinos coronatos licet (sic enim eos vocat romani cujusdam imperatoris epistola ad Francorum regem). Tu ergo hac ætate vir maxime, et cui ad regnum nihil præter nomen regium desit... meliora omnia de te spero.

E nell’Epist. metr.lib.III:

Maximus ille virûm quos suspicit itala tellus,Ille, inquam, aeriæ parent cui protinus Alpes,Cui pater Apenninus erat, cui ditia ruraRex Padus ingenti spumans intersecat amne,Atque coronatos altis in turribus anguesObstupet...Adriaci quem stagna maris, thyrrenaque lateÆquora permetuunt, quem transalpina verentur,Seu cupiunt sibi regna ducem, qui crimina durisNexibus illaqueat, legumque coercet habenis,Justitiaque regit populos, quique aurea fessæTertius Hesperiæ melioris secla metalliEt Mediolani romanas contulit artes,Parcere subjectis et debellare superbos.

Maximus ille virûm quos suspicit itala tellus,Ille, inquam, aeriæ parent cui protinus Alpes,Cui pater Apenninus erat, cui ditia ruraRex Padus ingenti spumans intersecat amne,Atque coronatos altis in turribus anguesObstupet...Adriaci quem stagna maris, thyrrenaque lateÆquora permetuunt, quem transalpina verentur,Seu cupiunt sibi regna ducem, qui crimina durisNexibus illaqueat, legumque coercet habenis,Justitiaque regit populos, quique aurea fessæTertius Hesperiæ melioris secla metalliEt Mediolani romanas contulit artes,Parcere subjectis et debellare superbos.

Maximus ille virûm quos suspicit itala tellus,

Ille, inquam, aeriæ parent cui protinus Alpes,

Cui pater Apenninus erat, cui ditia rura

Rex Padus ingenti spumans intersecat amne,

Atque coronatos altis in turribus angues

Obstupet...

Adriaci quem stagna maris, thyrrenaque late

Æquora permetuunt, quem transalpina verentur,

Seu cupiunt sibi regna ducem, qui crimina duris

Nexibus illaqueat, legumque coercet habenis,

Justitiaque regit populos, quique aurea fessæ

Tertius Hesperiæ melioris secla metalli

Et Mediolani romanas contulit artes,

Parcere subjectis et debellare superbos.

Alla nascita d’un figlio di Barnabò cantava:

Te Padus expectat dominum, quem flumina regemNostra vocant, te purpureo Ticinus amictu....Tu quoque tranquillo votivum pectore natumSuscipe, magne parens, et per vestigia gentisIre doce, generisque sequi monumenta vetusti.Inveniet puer iste domi calcaria laudumPlurima, magnanimos proavos imitetur avosque,Mirarique patrem docili condiscat ab ævo.

Te Padus expectat dominum, quem flumina regemNostra vocant, te purpureo Ticinus amictu....Tu quoque tranquillo votivum pectore natumSuscipe, magne parens, et per vestigia gentisIre doce, generisque sequi monumenta vetusti.Inveniet puer iste domi calcaria laudumPlurima, magnanimos proavos imitetur avosque,Mirarique patrem docili condiscat ab ævo.

Te Padus expectat dominum, quem flumina regem

Nostra vocant, te purpureo Ticinus amictu....

Tu quoque tranquillo votivum pectore natum

Suscipe, magne parens, et per vestigia gentis

Ire doce, generisque sequi monumenta vetusti.

Inveniet puer iste domi calcaria laudum

Plurima, magnanimos proavos imitetur avosque,

Mirarique patrem docili condiscat ab ævo.

338.Dodici vestiti di scarlatto erano delle case Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri, Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni, Astalti; sei di verde, delle case Savelli, Conti, Orsini, Annibaldi, Paparesi, Montanari.

338.Dodici vestiti di scarlatto erano delle case Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri, Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni, Astalti; sei di verde, delle case Savelli, Conti, Orsini, Annibaldi, Paparesi, Montanari.

339.Incubui unice ad notitiam antiquitatis, quoniam mihi semper ætas ista displicuit.Ep. ad posteros.

339.Incubui unice ad notitiam antiquitatis, quoniam mihi semper ætas ista displicuit.Ep. ad posteros.

340.Auctor venatus fuit ubique quidquid faciebat ad suum propositum.Benvenuto da ImolaalXIVdelPurgatorio.

340.Auctor venatus fuit ubique quidquid faciebat ad suum propositum.Benvenuto da ImolaalXIVdelPurgatorio.

341.Il Petrarca narra che Dante fu ripreso da Can Grande, qual uomo meno urbano e men cortese che non gli istrioni medesimi e i buffoni della sua Corte.Memorab.,II. Avendogli Can Grande domandato: — Perchè mi piace più quel buffone che non te, cotanto lodato?» n’ebbe in risposta: — Non ti maraviglieresti se ricordassi che la somiglianza di costumi stringe gli animi in amicizia».

341.Il Petrarca narra che Dante fu ripreso da Can Grande, qual uomo meno urbano e men cortese che non gli istrioni medesimi e i buffoni della sua Corte.Memorab.,II. Avendogli Can Grande domandato: — Perchè mi piace più quel buffone che non te, cotanto lodato?» n’ebbe in risposta: — Non ti maraviglieresti se ricordassi che la somiglianza di costumi stringe gli animi in amicizia».

342.Sonetto25.II. — Nella prefazione alleEpistole famigliaridice avere scritto alcune cose vulgari per dilettar gli orecchi del popolo. NellaVIIIdi esse soggiunge che per sollievo dei suoi mali dettò «le giovanili poesie vulgari, delle quali or prova pentimento e rossore (cantica, quorum hodie pudet ac pœnitet), ma che pur sono accettissime a coloro i quali dallo stesso male sono compresi». NellaXIIIdelle Senili:Ineptias quas omnibus et mihi quoque si liceat ignotas velim. E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: — Non so quanta faccia di vero sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose, in che io spesi appena il primo fiore degl’anni; io che m’ebbi per trastullo e riposo dell’animo e dirozzamento dell’ingegno quello che a lui fu arte, se non la sola, certamente la prima». E nellaXIdelleFamigliarimodestamente: — Di chi avrà invidia chi non l’ha di Virgilio?» Altrove dice essersi guardato sempre dal leggere i versi di Dante, e al Boccaccio scrive: — Ho udito cantare e sconciare quei versi su per le piazze... Gl’invidierò forse gli applausi de’ lanajuoli, tavernieri, macellaj e cotal gentame?» Eppure Jacopo Mazzoni (Difesa di Dante,VI. 29) asserisce che il Petrarca «adornò il suo canzoniere di tanti fiori della Divina Commedia, che può dirsi piuttosto ch’egli ve li rovesciasse dai canestri che dalle mani». È un’arte dei detrattori senza coraggio il deprimere un sommo col metterlo a paraggio de’ minori. Ora il Petrarca due volte menziona Dante come poeta d’amore, ponendolo in riga con frà Guittone e Cino da Pistoja; Sonetto 257:Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Cino e Dante. Trionfo d’Amore,IV:Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoja, Guitton d’Arezzo.

342.Sonetto25.II. — Nella prefazione alleEpistole famigliaridice avere scritto alcune cose vulgari per dilettar gli orecchi del popolo. NellaVIIIdi esse soggiunge che per sollievo dei suoi mali dettò «le giovanili poesie vulgari, delle quali or prova pentimento e rossore (cantica, quorum hodie pudet ac pœnitet), ma che pur sono accettissime a coloro i quali dallo stesso male sono compresi». NellaXIIIdelle Senili:Ineptias quas omnibus et mihi quoque si liceat ignotas velim. E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: — Non so quanta faccia di vero sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose, in che io spesi appena il primo fiore degl’anni; io che m’ebbi per trastullo e riposo dell’animo e dirozzamento dell’ingegno quello che a lui fu arte, se non la sola, certamente la prima». E nellaXIdelleFamigliarimodestamente: — Di chi avrà invidia chi non l’ha di Virgilio?» Altrove dice essersi guardato sempre dal leggere i versi di Dante, e al Boccaccio scrive: — Ho udito cantare e sconciare quei versi su per le piazze... Gl’invidierò forse gli applausi de’ lanajuoli, tavernieri, macellaj e cotal gentame?» Eppure Jacopo Mazzoni (Difesa di Dante,VI. 29) asserisce che il Petrarca «adornò il suo canzoniere di tanti fiori della Divina Commedia, che può dirsi piuttosto ch’egli ve li rovesciasse dai canestri che dalle mani». È un’arte dei detrattori senza coraggio il deprimere un sommo col metterlo a paraggio de’ minori. Ora il Petrarca due volte menziona Dante come poeta d’amore, ponendolo in riga con frà Guittone e Cino da Pistoja; Sonetto 257:Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Cino e Dante. Trionfo d’Amore,IV:Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoja, Guitton d’Arezzo.

343.Si confronti la descrizione della sera.Dante,Purg., VIII: — Era l’ora che volge il desìo e intenerisce il cuore dei naviganti il dì che dissero addio ai cari amici; e che punge d’amore il nuovo pellegrino se ode squilla da lontano che sembri piangere il giorno che si muore».Petrarca: — Poichè il sole si nasconde, i naviganti gettan le membra in qualche chiusa valle sul duro legno o sotto l’aspre gòmone. Ma perchè il sole s’attuffi in mezzo l’onde, e lasci Spagna e Granata e Marocco dietro le spalle, e gli uomini e le donne e ’l mondo e gli animali acquetino i loro mali, pure io non pongo fine al mio ostinato affanno».

343.Si confronti la descrizione della sera.Dante,Purg., VIII: — Era l’ora che volge il desìo e intenerisce il cuore dei naviganti il dì che dissero addio ai cari amici; e che punge d’amore il nuovo pellegrino se ode squilla da lontano che sembri piangere il giorno che si muore».Petrarca: — Poichè il sole si nasconde, i naviganti gettan le membra in qualche chiusa valle sul duro legno o sotto l’aspre gòmone. Ma perchè il sole s’attuffi in mezzo l’onde, e lasci Spagna e Granata e Marocco dietro le spalle, e gli uomini e le donne e ’l mondo e gli animali acquetino i loro mali, pure io non pongo fine al mio ostinato affanno».

344.Eppure la parolamelanconianè una volta si trova nei suoi versi.

344.Eppure la parolamelanconianè una volta si trova nei suoi versi.

345.Indicò chiaramente gli antipodi e il centro di gravità della terra; fece argute osservazioni sul volo degli uccelli, sulla scintillazione delle stelle, sull’arco baleno, sui vapori che formansi nella combustione (Inf.,XIII. 40.XIV. III;Purg.,II. 14.XV. 16;Par.,II, 35.XII. 10), sull’origine delle meteore acquose (Ben sai come nell’aer si raccoglie Quell’umido vapor che in acqua riede Tosto che sale dove freddo il coglie), e sulla teoria de’ venti (il vento Impetuoso per gli avversi ardori), sul rapporto fra l’evaporazione del mare e le correnti de’ fiumi (In fin là, ’ve si rende (l’Arno) per ristoro, Di quel che il ciel della marina asciuga, Ond’hanno i fiumi ciò che va con loro). Prima di Newton assegnò alla luna la causa del flusso e riflusso (E come ’l volger del ciel della luna, Copre e discopre i lidi senza posa.Par.,XVI). Prima di Galileo attribuì il maturar delle frutte alla luce che fa esalare l’ossigeno (Guarda il color del Sol che si fa vino Giunto all’umor che dalla vite cola.Purg.,XXV). Prima di Linneo e dei viventi dedusse la classificazione dei vegetali dagli organi sessuali, e asserì nascer da seme le piante anche microscopiche e criptogame (Ch’ogn’erba si conosce per lo seme.Ivi,XVI;Quando alcuna pianta Senza seme palese vi s’appiglia. Ivi,XXVIII). Sa che alla luce i fiori aprono i petali e scoprono gli stami e i pistilli per fecondare i germi (Quali î fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca, Sidrizzantuttiapertiin loro stelo. Inf.,II); e che i succhi circolano nelle piante (Come d’un tizzo verde ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro geme E cigola per vento che va via. Ivi,XIII). Prima di Leibniz notò il principio della ragion sufficiente (Intra duo cibi distanti e moventi D’un modo, prima si morria di fame Che liber uom l’un si recasse a’ denti.Par.,IV). Prima di Boussingault e Liebig assegnò le rimutazioni della materia (Il ramo Rendealla terratutte le sue spoglie). Prima di Bacone pose l’esperienza per fonte del sapere (Da questa istanzia può deliberarti Esperienza, se giammai la provi, Ch’esser suol fonte a’ rivi di vostr’arti. Ivi,II). Anzi l’attrazione universale vi è adombrata, cantando — Questi ordini di su tutti rimirano, E di giù vincon sì che verso Dio Tutti tirati sono e tutti tirano» (Par.,XXVIII). Indica pure la circolazione del sangue, dicendo in una canzone: — Il sangue che per le vene disperso Correndo fugge verso Lo cor che il chiama, ond’io rimango bianco». Il che più circostanziatamente esprime Cecco d’Ascoli nell’Acerba:Nasce dal cuore ciascuna arteriaE l’arteria sempre dov’è vena;Per l’una al core lo sangue si mena,Per l’altra vien lo spirito dal core;Il sangue pian si move con quiete.

345.Indicò chiaramente gli antipodi e il centro di gravità della terra; fece argute osservazioni sul volo degli uccelli, sulla scintillazione delle stelle, sull’arco baleno, sui vapori che formansi nella combustione (Inf.,XIII. 40.XIV. III;Purg.,II. 14.XV. 16;Par.,II, 35.XII. 10), sull’origine delle meteore acquose (Ben sai come nell’aer si raccoglie Quell’umido vapor che in acqua riede Tosto che sale dove freddo il coglie), e sulla teoria de’ venti (il vento Impetuoso per gli avversi ardori), sul rapporto fra l’evaporazione del mare e le correnti de’ fiumi (In fin là, ’ve si rende (l’Arno) per ristoro, Di quel che il ciel della marina asciuga, Ond’hanno i fiumi ciò che va con loro). Prima di Newton assegnò alla luna la causa del flusso e riflusso (E come ’l volger del ciel della luna, Copre e discopre i lidi senza posa.Par.,XVI). Prima di Galileo attribuì il maturar delle frutte alla luce che fa esalare l’ossigeno (Guarda il color del Sol che si fa vino Giunto all’umor che dalla vite cola.Purg.,XXV). Prima di Linneo e dei viventi dedusse la classificazione dei vegetali dagli organi sessuali, e asserì nascer da seme le piante anche microscopiche e criptogame (Ch’ogn’erba si conosce per lo seme.Ivi,XVI;Quando alcuna pianta Senza seme palese vi s’appiglia. Ivi,XXVIII). Sa che alla luce i fiori aprono i petali e scoprono gli stami e i pistilli per fecondare i germi (Quali î fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca, Sidrizzantuttiapertiin loro stelo. Inf.,II); e che i succhi circolano nelle piante (Come d’un tizzo verde ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro geme E cigola per vento che va via. Ivi,XIII). Prima di Leibniz notò il principio della ragion sufficiente (Intra duo cibi distanti e moventi D’un modo, prima si morria di fame Che liber uom l’un si recasse a’ denti.Par.,IV). Prima di Boussingault e Liebig assegnò le rimutazioni della materia (Il ramo Rendealla terratutte le sue spoglie). Prima di Bacone pose l’esperienza per fonte del sapere (Da questa istanzia può deliberarti Esperienza, se giammai la provi, Ch’esser suol fonte a’ rivi di vostr’arti. Ivi,II). Anzi l’attrazione universale vi è adombrata, cantando — Questi ordini di su tutti rimirano, E di giù vincon sì che verso Dio Tutti tirati sono e tutti tirano» (Par.,XXVIII). Indica pure la circolazione del sangue, dicendo in una canzone: — Il sangue che per le vene disperso Correndo fugge verso Lo cor che il chiama, ond’io rimango bianco». Il che più circostanziatamente esprime Cecco d’Ascoli nell’Acerba:

Nasce dal cuore ciascuna arteriaE l’arteria sempre dov’è vena;Per l’una al core lo sangue si mena,Per l’altra vien lo spirito dal core;Il sangue pian si move con quiete.

Nasce dal cuore ciascuna arteriaE l’arteria sempre dov’è vena;Per l’una al core lo sangue si mena,Per l’altra vien lo spirito dal core;Il sangue pian si move con quiete.

Nasce dal cuore ciascuna arteria

E l’arteria sempre dov’è vena;

Per l’una al core lo sangue si mena,

Per l’altra vien lo spirito dal core;

Il sangue pian si move con quiete.

346.Oltre l’argomento dedotto dal suo silenzio, vedi la confusione che ne fa nelIVdell’Inferno; altrove nomina come autore dialtissime proseTito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio; nelPar.,VI. 49, fa venire in Italia gli Arabi con Annibale, ecc.; nelConvivioconfessa che stentava a capire Cicerone e Boezio.

346.Oltre l’argomento dedotto dal suo silenzio, vedi la confusione che ne fa nelIVdell’Inferno; altrove nomina come autore dialtissime proseTito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio; nelPar.,VI. 49, fa venire in Italia gli Arabi con Annibale, ecc.; nelConvivioconfessa che stentava a capire Cicerone e Boezio.

347.Per esempio, Cino da Pistoja scrive degli occhi della sua donna:Poichè veder voi stessi non potete,Vedete in altri almen quel che voi siete;e il Petrarca:Luci beate e liete,Se non che il veder voi stesse v’è tolto:Ma quante volte a me vi rivolgete,Conoscete in altrui quel che voi siete.Cino ha un sonetto:Mille dubbj in un dì, mille quereleAl tribunal dell’alta imperatrice, ecc.ove figura che egli ed Amore piatiscano avanti alla Ragione, e infine questa conchiude:A sì gran piatoConvien più tempo a dar sentenza vera.Petrarca riproduce quest’invenzione nella canzoneQuell’antico mio dolce empio signore, ove dopo il dibattimento la Ragione sentenzia:Piacemi aver vostre quistioni udite,Ma più tempo bisogna a tanta lite.Confronti del Petrarca coi Provenzali fece il Galvani nelleOsservazioni sulla poesia de’ trovadori. E vedi ilParadossodel Pietropoli.

347.Per esempio, Cino da Pistoja scrive degli occhi della sua donna:

Poichè veder voi stessi non potete,Vedete in altri almen quel che voi siete;

Poichè veder voi stessi non potete,Vedete in altri almen quel che voi siete;

Poichè veder voi stessi non potete,

Vedete in altri almen quel che voi siete;

e il Petrarca:

Luci beate e liete,Se non che il veder voi stesse v’è tolto:Ma quante volte a me vi rivolgete,Conoscete in altrui quel che voi siete.

Luci beate e liete,Se non che il veder voi stesse v’è tolto:Ma quante volte a me vi rivolgete,Conoscete in altrui quel che voi siete.

Luci beate e liete,

Se non che il veder voi stesse v’è tolto:

Ma quante volte a me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel che voi siete.

Cino ha un sonetto:

Mille dubbj in un dì, mille quereleAl tribunal dell’alta imperatrice, ecc.

Mille dubbj in un dì, mille quereleAl tribunal dell’alta imperatrice, ecc.

Mille dubbj in un dì, mille querele

Al tribunal dell’alta imperatrice, ecc.

ove figura che egli ed Amore piatiscano avanti alla Ragione, e infine questa conchiude:

A sì gran piatoConvien più tempo a dar sentenza vera.

A sì gran piatoConvien più tempo a dar sentenza vera.

A sì gran piato

Convien più tempo a dar sentenza vera.

Petrarca riproduce quest’invenzione nella canzoneQuell’antico mio dolce empio signore, ove dopo il dibattimento la Ragione sentenzia:

Piacemi aver vostre quistioni udite,Ma più tempo bisogna a tanta lite.

Piacemi aver vostre quistioni udite,Ma più tempo bisogna a tanta lite.

Piacemi aver vostre quistioni udite,

Ma più tempo bisogna a tanta lite.

Confronti del Petrarca coi Provenzali fece il Galvani nelleOsservazioni sulla poesia de’ trovadori. E vedi ilParadossodel Pietropoli.

348.Però il Bembo, quel gran petrarchista che ognun sa, confessa aver letti per oltre quaranta volte i due primi sonetti del Canzoniere senza intenderli appieno, nè avere incontrato ancora chi gl’intendesse, per quelle contraddizioni che pajono essere in loro;Lettera a Felice Trofimo, lib.VI. E Ugo Foscolo, grande studioso del Petrarca, interrogato sul senso della strofa famosaVoi cui natura, ecc., la spiega con unSe non m’inganno(Epistolario, vol.III. 46). Fin ad ora si disputò sul senso del versoMille piacer non vagliono un tormentoe dell’altroChe alzando il dito colla morte scherza.

348.Però il Bembo, quel gran petrarchista che ognun sa, confessa aver letti per oltre quaranta volte i due primi sonetti del Canzoniere senza intenderli appieno, nè avere incontrato ancora chi gl’intendesse, per quelle contraddizioni che pajono essere in loro;Lettera a Felice Trofimo, lib.VI. E Ugo Foscolo, grande studioso del Petrarca, interrogato sul senso della strofa famosaVoi cui natura, ecc., la spiega con unSe non m’inganno(Epistolario, vol.III. 46). Fin ad ora si disputò sul senso del verso

Mille piacer non vagliono un tormento

Mille piacer non vagliono un tormento

Mille piacer non vagliono un tormento

e dell’altro

Che alzando il dito colla morte scherza.

Che alzando il dito colla morte scherza.

Che alzando il dito colla morte scherza.

349.Gli aneddoti che si raccontano in contrario, e l’asserzione del Petrarca parmi non si possano riferire che a’ versi amorosi, od altri men conosciuti, che sono di forma affatto moderna e di concetto semplice.

349.Gli aneddoti che si raccontano in contrario, e l’asserzione del Petrarca parmi non si possano riferire che a’ versi amorosi, od altri men conosciuti, che sono di forma affatto moderna e di concetto semplice.

350.Tali sarebbero i frequenti giuocherelli sul nome di Laura; tale lagloriosa colonnaa cui s’appoggia nostra speranza, e il vento angoscioso de’ sospiri, e il fuoco de’ martiri, e le chiavi amorose, e il lauro a cui coltivare adoperavomer di penna con sospir di fuoco;e la nebbia di sdegni cherallenta le stanche sarte della nave sua, fatte d’error con ignoranza attorto: e i ravvicinamenti fra cose disparate, come fra sè e l’aquila, la cuivista incontro al Sol pur si difende; e il dolore che lo fad’uom vivo un verde lauro. Nel che talvolta non ha pur rispetto alle cose sacre; come là dove loda il borgo in cui la bella donna nacque, paragonando con Cristo chesceso in terra a illuminar le carte, fa di sè grazia a Giudea; e ilvecchierel canuto e bianco, che viene a Roma per rimirar la sembianza di colui che ancor lassù nel ciel vedere spera, confronta a sèche cerca la forma vera di Laura.

350.Tali sarebbero i frequenti giuocherelli sul nome di Laura; tale lagloriosa colonnaa cui s’appoggia nostra speranza, e il vento angoscioso de’ sospiri, e il fuoco de’ martiri, e le chiavi amorose, e il lauro a cui coltivare adoperavomer di penna con sospir di fuoco;e la nebbia di sdegni cherallenta le stanche sarte della nave sua, fatte d’error con ignoranza attorto: e i ravvicinamenti fra cose disparate, come fra sè e l’aquila, la cuivista incontro al Sol pur si difende; e il dolore che lo fad’uom vivo un verde lauro. Nel che talvolta non ha pur rispetto alle cose sacre; come là dove loda il borgo in cui la bella donna nacque, paragonando con Cristo chesceso in terra a illuminar le carte, fa di sè grazia a Giudea; e ilvecchierel canuto e bianco, che viene a Roma per rimirar la sembianza di colui che ancor lassù nel ciel vedere spera, confronta a sèche cerca la forma vera di Laura.

351.Alessandro Velutello nel 1525 fu il primo che distribuì il Petrarca in rime avanti la morte, dopo la morte di madonna Laura, e rime varie.

351.Alessandro Velutello nel 1525 fu il primo che distribuì il Petrarca in rime avanti la morte, dopo la morte di madonna Laura, e rime varie.

352.Un’elevata definizione della poesia leggiamo pure nel Boccaccio (Genealogia degli Dei, lib.XIV, c. 7):Poesis, quam negligentes abjiciunt et ignari, est fervor quidam exquisite inveniendi atque discendi seu scribendi quod inveneris, qui ex sinu Dei procedens, paucis mentibus, ut arbitror, in creatione conceditur. Ex quo, quoniam mirabilis est, rarissimi semper fuere poetæ. Hujus enim fervoris sublimes sunt effectus ut puta mentem in desiderium dicendi compellere, peregrinas et inauditas inventiones excogitare, meditatas ordine certo component ornare compositum inusitato quodam verborum atque sententiarum contextu, velamento fabuloso atque decenti veritatem contegere.

352.Un’elevata definizione della poesia leggiamo pure nel Boccaccio (Genealogia degli Dei, lib.XIV, c. 7):Poesis, quam negligentes abjiciunt et ignari, est fervor quidam exquisite inveniendi atque discendi seu scribendi quod inveneris, qui ex sinu Dei procedens, paucis mentibus, ut arbitror, in creatione conceditur. Ex quo, quoniam mirabilis est, rarissimi semper fuere poetæ. Hujus enim fervoris sublimes sunt effectus ut puta mentem in desiderium dicendi compellere, peregrinas et inauditas inventiones excogitare, meditatas ordine certo component ornare compositum inusitato quodam verborum atque sententiarum contextu, velamento fabuloso atque decenti veritatem contegere.

353.La Divina Commedia a La Harpe parveune rapsodie informe, a Voltaireune amplification stupidement barbare. Ebbe essa ventuna edizione nel secoloXV, quarantadue nelXVI, quattro nelXVII, trentasei nelXVIII, più di cencinquanta nella prima metà del nostro; diciannove traduzioni latine, trentacinque francesi, venti inglesi, altrettante tedesche, due spagnuole; cencinquantacinque illustrazioni di disegni o pitture. VediColomb de Batines,Bibliografia dantesca.

353.La Divina Commedia a La Harpe parveune rapsodie informe, a Voltaireune amplification stupidement barbare. Ebbe essa ventuna edizione nel secoloXV, quarantadue nelXVI, quattro nelXVII, trentasei nelXVIII, più di cencinquanta nella prima metà del nostro; diciannove traduzioni latine, trentacinque francesi, venti inglesi, altrettante tedesche, due spagnuole; cencinquantacinque illustrazioni di disegni o pitture. VediColomb de Batines,Bibliografia dantesca.

354.Nota varietà di giudizj. Il padre Cesari, proclamato pedante, ristampando iFioretti(Verona 1822) levò le uscite alla antica, mettendovi le moderne «per togliere agli schifiltosi ogni cagione di mordere e sprezzare questa lingua del Trecento; e così cammineranno senza incespicare». Sebastiano Ciampi, ristampando il vulgarizzamento d’Albertano Giudice (Firenze 1833), conserva non che le cadenze, fin tutti gli sbagli del manuscritto, e ne fa per rogito notarile attestare l’identità.

354.Nota varietà di giudizj. Il padre Cesari, proclamato pedante, ristampando iFioretti(Verona 1822) levò le uscite alla antica, mettendovi le moderne «per togliere agli schifiltosi ogni cagione di mordere e sprezzare questa lingua del Trecento; e così cammineranno senza incespicare». Sebastiano Ciampi, ristampando il vulgarizzamento d’Albertano Giudice (Firenze 1833), conserva non che le cadenze, fin tutti gli sbagli del manuscritto, e ne fa per rogito notarile attestare l’identità.

355.Come tale è considerato dalTempesti,Disc. sulla storia letteraria pisana.

355.Come tale è considerato dalTempesti,Disc. sulla storia letteraria pisana.

356.Altre letterate italiane, oltre la Pisani e la Nina sicula, nomineremo le fabbrianesi Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga, Livia di Chiavello, Elisabetta Trebani d’Ascoli, Giustina Levi Perotti, che indirizzò sonetti al Petrarca; la Selvaggia, cantata da Cino di Pistoja; Giovanna Bianchetti bolognese, che sapeva di greco, latino, tedesco, boemo, polacco, italiano, e di scienze filosofiche e legali.

356.Altre letterate italiane, oltre la Pisani e la Nina sicula, nomineremo le fabbrianesi Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga, Livia di Chiavello, Elisabetta Trebani d’Ascoli, Giustina Levi Perotti, che indirizzò sonetti al Petrarca; la Selvaggia, cantata da Cino di Pistoja; Giovanna Bianchetti bolognese, che sapeva di greco, latino, tedesco, boemo, polacco, italiano, e di scienze filosofiche e legali.

357.F. Villaninella sua vita;Filocopo, v. 377.

357.F. Villaninella sua vita;Filocopo, v. 377.

358.DalDolopathosil Boccaccio dedusse le novelle, 2ª della giornataIX, 4ª della giornataVII, 8ª della giornataVIII. Contano dieci delle sue novelle, tratte dai trovadori.

358.DalDolopathosil Boccaccio dedusse le novelle, 2ª della giornataIX, 4ª della giornataVII, 8ª della giornataVIII. Contano dieci delle sue novelle, tratte dai trovadori.

359.VediSonetto192, 121. 87. E nellaCanzonex:Pace tranquilla senza alcun affanno,Simile a quella che nel cielo eternaMove dal loro innamorato risocioè degli occhi; e che da questi moveun dolce lumeChe mi mostra la via che al ciel conduce.Canz.IX.E più disteso nelTrionfo della Morte:Più di mille fïate ira dipinseIl volto mio, ch’amor ardeva il core;Ma voglia in me, ragion giammai non vinse.Poi, se vinto te vidi dal dolore,Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,Salvando la tua vita e il nostro onore...S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,Questo mi tacio: pur quel dolce nodoMi piacque assai che intorno al core avei...Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

359.VediSonetto192, 121. 87. E nellaCanzonex:

Pace tranquilla senza alcun affanno,Simile a quella che nel cielo eternaMove dal loro innamorato riso

Pace tranquilla senza alcun affanno,Simile a quella che nel cielo eternaMove dal loro innamorato riso

Pace tranquilla senza alcun affanno,

Simile a quella che nel cielo eterna

Move dal loro innamorato riso

cioè degli occhi; e che da questi move

un dolce lumeChe mi mostra la via che al ciel conduce.Canz.IX.

un dolce lumeChe mi mostra la via che al ciel conduce.Canz.IX.

un dolce lume

Che mi mostra la via che al ciel conduce.

Canz.IX.

E più disteso nelTrionfo della Morte:

Più di mille fïate ira dipinseIl volto mio, ch’amor ardeva il core;Ma voglia in me, ragion giammai non vinse.Poi, se vinto te vidi dal dolore,Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,Salvando la tua vita e il nostro onore...S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,Questo mi tacio: pur quel dolce nodoMi piacque assai che intorno al core avei...Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

Più di mille fïate ira dipinseIl volto mio, ch’amor ardeva il core;Ma voglia in me, ragion giammai non vinse.Poi, se vinto te vidi dal dolore,Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,Salvando la tua vita e il nostro onore...S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,Questo mi tacio: pur quel dolce nodoMi piacque assai che intorno al core avei...Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

Più di mille fïate ira dipinse

Il volto mio, ch’amor ardeva il core;

Ma voglia in me, ragion giammai non vinse.

Poi, se vinto te vidi dal dolore,

Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,

Salvando la tua vita e il nostro onore...

S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,

Questo mi tacio: pur quel dolce nodo

Mi piacque assai che intorno al core avei...

Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,

Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;

Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

360.Però anche Laura fu veduta da Petrarca il giovedì santo; Beatrice da Dante nel luogo dove si cantava le lodi della regina di gloria; ser Onesto bolognese s’innamorò il giovedì santo; il Firenzuola in chiesa l’Ognissanti; e nellaFlamencaGuglielmo di Nevers s’invaghisce vedendo a messa la figlia del conte di Nemours. Tali coincidenze non hanno significazione?

360.Però anche Laura fu veduta da Petrarca il giovedì santo; Beatrice da Dante nel luogo dove si cantava le lodi della regina di gloria; ser Onesto bolognese s’innamorò il giovedì santo; il Firenzuola in chiesa l’Ognissanti; e nellaFlamencaGuglielmo di Nevers s’invaghisce vedendo a messa la figlia del conte di Nemours. Tali coincidenze non hanno significazione?

361.Son note le lunghe fatiche adoperate tra a Firenze e a Roma, tra dagli accademici della Crusca e dal maestro del Sacro Palazzo per allestire un’edizione purgata del Decamerone. Il Ginguené, il Foscolo, dopo molti e seguiti da molti, non rifinano di cuculiare sopra questo censore. Eppure, convenuto che niuno porrebbe il Decamerone in mano a’ suoi figliuoli e neppure a sua moglie, e che, chi non voglia i petulanti arbitrj della censura preventiva, dee sottomettersi ai giudizj della repressiva, dovrà in quella fatica riconoscere il desiderio di dare agli studiosi un libro, che credeasi opportunissimo per l’arte quanto pericoloso pel costume.Ugo Foscolo, che non sa di frate, termina il secondo suo innoalle Grazieraccontando l’origine del Decamerone:Gioì procace Dioneo, sperandoDi sedur, coll’esempio della ninfa,La ritrosa fanciulla, e pregò tuttiAllor d’aita, e i satiri canutiE quante invide ninfe eran da’ balliE dagli amori escluse: e quei maligniDi scherzi e d’antri e d’imenei furtiviRidissero novelle, ed ei ridendoVago le scrisse, e le rendea più care:Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libroDettato dagli Dei, ma sventurataQuella fanciulla che mai tocchi il libro!Tosto smarrite del pudor natìoAvrà le rose; nè il rossore ad artePuò innamorar chi sol le Grazie ha in core.

361.Son note le lunghe fatiche adoperate tra a Firenze e a Roma, tra dagli accademici della Crusca e dal maestro del Sacro Palazzo per allestire un’edizione purgata del Decamerone. Il Ginguené, il Foscolo, dopo molti e seguiti da molti, non rifinano di cuculiare sopra questo censore. Eppure, convenuto che niuno porrebbe il Decamerone in mano a’ suoi figliuoli e neppure a sua moglie, e che, chi non voglia i petulanti arbitrj della censura preventiva, dee sottomettersi ai giudizj della repressiva, dovrà in quella fatica riconoscere il desiderio di dare agli studiosi un libro, che credeasi opportunissimo per l’arte quanto pericoloso pel costume.

Ugo Foscolo, che non sa di frate, termina il secondo suo innoalle Grazieraccontando l’origine del Decamerone:

Gioì procace Dioneo, sperandoDi sedur, coll’esempio della ninfa,La ritrosa fanciulla, e pregò tuttiAllor d’aita, e i satiri canutiE quante invide ninfe eran da’ balliE dagli amori escluse: e quei maligniDi scherzi e d’antri e d’imenei furtiviRidissero novelle, ed ei ridendoVago le scrisse, e le rendea più care:Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libroDettato dagli Dei, ma sventurataQuella fanciulla che mai tocchi il libro!Tosto smarrite del pudor natìoAvrà le rose; nè il rossore ad artePuò innamorar chi sol le Grazie ha in core.

Gioì procace Dioneo, sperandoDi sedur, coll’esempio della ninfa,La ritrosa fanciulla, e pregò tuttiAllor d’aita, e i satiri canutiE quante invide ninfe eran da’ balliE dagli amori escluse: e quei maligniDi scherzi e d’antri e d’imenei furtiviRidissero novelle, ed ei ridendoVago le scrisse, e le rendea più care:Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libroDettato dagli Dei, ma sventurataQuella fanciulla che mai tocchi il libro!Tosto smarrite del pudor natìoAvrà le rose; nè il rossore ad artePuò innamorar chi sol le Grazie ha in core.

Gioì procace Dioneo, sperando

Di sedur, coll’esempio della ninfa,

La ritrosa fanciulla, e pregò tutti

Allor d’aita, e i satiri canuti

E quante invide ninfe eran da’ balli

E dagli amori escluse: e quei maligni

Di scherzi e d’antri e d’imenei furtivi

Ridissero novelle, ed ei ridendo

Vago le scrisse, e le rendea più care:

Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libro

Dettato dagli Dei, ma sventurata

Quella fanciulla che mai tocchi il libro!

Tosto smarrite del pudor natìo

Avrà le rose; nè il rossore ad arte

Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

362.Petrarca designa così il tempo del suo innamoramento:Era il giorno che al sol si scoloraroPer la pietà del suo fattore i rai,Quand’io fui preso...Boccaccio nelFilocopo: — Avvenne un giorno, la cui prima ora Saturno aveva signoreggiata, essendo già Febo co’ suoi cavalli al sedicesimo grado del celestial montone pervenuto, e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebrava, io della presente opera componitore mi trovai in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che, per deificarsi, sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata... e già essendo la quarta ora del giorno sopra l’oriental orizzonte passata, apparve agli occhi miei l’ammirabile bellezza della prefata giovane». Cioè la domenica di Pasqua 8 aprile, in San Lorenzo di Napoli.

362.Petrarca designa così il tempo del suo innamoramento:

Era il giorno che al sol si scoloraroPer la pietà del suo fattore i rai,Quand’io fui preso...

Era il giorno che al sol si scoloraroPer la pietà del suo fattore i rai,Quand’io fui preso...

Era il giorno che al sol si scoloraro

Per la pietà del suo fattore i rai,

Quand’io fui preso...

Boccaccio nelFilocopo: — Avvenne un giorno, la cui prima ora Saturno aveva signoreggiata, essendo già Febo co’ suoi cavalli al sedicesimo grado del celestial montone pervenuto, e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebrava, io della presente opera componitore mi trovai in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che, per deificarsi, sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata... e già essendo la quarta ora del giorno sopra l’oriental orizzonte passata, apparve agli occhi miei l’ammirabile bellezza della prefata giovane». Cioè la domenica di Pasqua 8 aprile, in San Lorenzo di Napoli.

363.NelFilostratoforma sin un’ottava intera con versi di Dante:Quali i fioretti dal notturno geloChinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,Tutti s’apron diritti in loro stelo;Cotal si fe di sua virtude stancaTroilo allora, e riguardando il cieloIncominciò come persona franca, ecc.

363.NelFilostratoforma sin un’ottava intera con versi di Dante:

Quali i fioretti dal notturno geloChinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,Tutti s’apron diritti in loro stelo;Cotal si fe di sua virtude stancaTroilo allora, e riguardando il cieloIncominciò come persona franca, ecc.

Quali i fioretti dal notturno geloChinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,Tutti s’apron diritti in loro stelo;Cotal si fe di sua virtude stancaTroilo allora, e riguardando il cieloIncominciò come persona franca, ecc.

Quali i fioretti dal notturno gelo

Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,

Tutti s’apron diritti in loro stelo;

Cotal si fe di sua virtude stanca

Troilo allora, e riguardando il cielo

Incominciò come persona franca, ecc.

364.Cioèacervo, mucchio di grano.

364.Cioèacervo, mucchio di grano.

365.Me ne appello ai primi pretesi versi,si digito callemus et aure:Novellamente, Francesco, parlaiColl’onestade;Ed a preghiera di molte altre donneMi lamentai con lei, e dissiCh’erano molti, ch’avean scritti libri,Costumi ornati d’uom, ma non di donna.Sicch’io pregava leiChe per amor di sè,E per amor di questa sua compagnia,Ch’à nome cortesia;Ed anco per vestir l’altre donne con mecoDi quello onesto manto, ch’ella hae seco,E ch’ella porge a quelle che voglion camminarePer la via de’ costumi, degnasse di parlareCon questa donna, che si appella Industria;E seco insieme trovassono uno modoChe l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza,Parlasse alquanto di questa materia,E ’l suo parlare si trovasse in scritto.Rimase inedito fin al 1815.

365.Me ne appello ai primi pretesi versi,si digito callemus et aure:

Novellamente, Francesco, parlaiColl’onestade;Ed a preghiera di molte altre donneMi lamentai con lei, e dissiCh’erano molti, ch’avean scritti libri,Costumi ornati d’uom, ma non di donna.Sicch’io pregava leiChe per amor di sè,E per amor di questa sua compagnia,Ch’à nome cortesia;Ed anco per vestir l’altre donne con mecoDi quello onesto manto, ch’ella hae seco,E ch’ella porge a quelle che voglion camminarePer la via de’ costumi, degnasse di parlareCon questa donna, che si appella Industria;E seco insieme trovassono uno modoChe l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza,Parlasse alquanto di questa materia,E ’l suo parlare si trovasse in scritto.

Novellamente, Francesco, parlaiColl’onestade;Ed a preghiera di molte altre donneMi lamentai con lei, e dissiCh’erano molti, ch’avean scritti libri,Costumi ornati d’uom, ma non di donna.Sicch’io pregava leiChe per amor di sè,E per amor di questa sua compagnia,Ch’à nome cortesia;Ed anco per vestir l’altre donne con mecoDi quello onesto manto, ch’ella hae seco,E ch’ella porge a quelle che voglion camminarePer la via de’ costumi, degnasse di parlareCon questa donna, che si appella Industria;E seco insieme trovassono uno modoChe l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza,Parlasse alquanto di questa materia,E ’l suo parlare si trovasse in scritto.

Novellamente, Francesco, parlai

Coll’onestade;

Ed a preghiera di molte altre donne

Mi lamentai con lei, e dissi

Ch’erano molti, ch’avean scritti libri,

Costumi ornati d’uom, ma non di donna.

Sicch’io pregava lei

Che per amor di sè,

E per amor di questa sua compagnia,

Ch’à nome cortesia;

Ed anco per vestir l’altre donne con meco

Di quello onesto manto, ch’ella hae seco,

E ch’ella porge a quelle che voglion camminare

Per la via de’ costumi, degnasse di parlare

Con questa donna, che si appella Industria;

E seco insieme trovassono uno modo

Che l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza,

Parlasse alquanto di questa materia,

E ’l suo parlare si trovasse in scritto.

Rimase inedito fin al 1815.

366.O man leggiadra, ove il mio bene alberga...O bella e bianca mano, o man soave...

366.

O man leggiadra, ove il mio bene alberga...O bella e bianca mano, o man soave...

O man leggiadra, ove il mio bene alberga...O bella e bianca mano, o man soave...

O man leggiadra, ove il mio bene alberga...

O bella e bianca mano, o man soave...

367.Scipione Ammirato,Storie fiorentine, lib.XIV.

367.Scipione Ammirato,Storie fiorentine, lib.XIV.

368.Benvenuto da Imolaal cap.VIIIdelPurgatorio.

368.Benvenuto da Imolaal cap.VIIIdelPurgatorio.

369.Al principio delXIIsecolo Avignone era sottomessa ai conti di Tolosa, di Provenza, di Forcalquier; della qual divisione profittando i cittadini, di buon’ora se ne emanciparono, e si unirono col vescovo. Nel 1154 già si davano statuti e forma comunale sotto la presidenza del vescovo Gaufredo, e si conserva quella carta, donde appare l’amichevole cooperazione dei poteri. Sussisteva però ancora il visconte, subordinato al conte di Provenza, ma restò vinto, e cessò verso il 1190. Allora Avignone prosperò grandemente, costruì sul Rodano un ponte lungo un quarto di lega, eppure gli abitanti erano esenti da ogni tassa o gabella.Il governo consolare era composto:1º di due o quattro e fin otto consoli che univano l’amministrazione, la giurisdizione, il comando militare;2º di un giudice annuo;3º di un consiglio della città composto di nobili, di borghesi e del vescovo che rappresentava la città e dava la direzione degli affari;4º di un parlamento a cui avean parte tutti i cittadini.Nel 1225 si scelse un podestà, come aveano fatto Marsiglia e Arles; annuo, straniero e intitolatoDominus.

369.Al principio delXIIsecolo Avignone era sottomessa ai conti di Tolosa, di Provenza, di Forcalquier; della qual divisione profittando i cittadini, di buon’ora se ne emanciparono, e si unirono col vescovo. Nel 1154 già si davano statuti e forma comunale sotto la presidenza del vescovo Gaufredo, e si conserva quella carta, donde appare l’amichevole cooperazione dei poteri. Sussisteva però ancora il visconte, subordinato al conte di Provenza, ma restò vinto, e cessò verso il 1190. Allora Avignone prosperò grandemente, costruì sul Rodano un ponte lungo un quarto di lega, eppure gli abitanti erano esenti da ogni tassa o gabella.

Il governo consolare era composto:

1º di due o quattro e fin otto consoli che univano l’amministrazione, la giurisdizione, il comando militare;

2º di un giudice annuo;

3º di un consiglio della città composto di nobili, di borghesi e del vescovo che rappresentava la città e dava la direzione degli affari;

4º di un parlamento a cui avean parte tutti i cittadini.

Nel 1225 si scelse un podestà, come aveano fatto Marsiglia e Arles; annuo, straniero e intitolatoDominus.

370.Storie fiorentine, lib.II. c. 19. 20. Sarebbero ducencinquanta milioni d’oggi. Galvano Fiamma dice ventidue milioni di zecchini; Alberto di Strasborgo diciassette milioni; Buonconte Monaldeschi quindici. Siamo appoggiati aCristophe,Hist. de la papauté pendant le xiv siècle, tom.II. l.VI: e vedansi pureHurter,Quadro delle istituzioni e costumi della Chiesa al medio evo;André,Monarchie pontificale auXIVsiècle; Antiq. M. Æ.,V. diss. 60.Vedi pureGregorovius,Gesch. der Stadt Rom in Mittelalter vomVbis zumXVIJahrhundert. Stuttgard 1859.

370.Storie fiorentine, lib.II. c. 19. 20. Sarebbero ducencinquanta milioni d’oggi. Galvano Fiamma dice ventidue milioni di zecchini; Alberto di Strasborgo diciassette milioni; Buonconte Monaldeschi quindici. Siamo appoggiati aCristophe,Hist. de la papauté pendant le xiv siècle, tom.II. l.VI: e vedansi pureHurter,Quadro delle istituzioni e costumi della Chiesa al medio evo;André,Monarchie pontificale auXIVsiècle; Antiq. M. Æ.,V. diss. 60.

Vedi pureGregorovius,Gesch. der Stadt Rom in Mittelalter vomVbis zumXVIJahrhundert. Stuttgard 1859.

371.De vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum, de imaginibus sepulcrorum, sub quibus patrum vestrorum venerabilis cinis erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Così il Petrarca, dalle cui lettere desumo quella dipintura.ETomao Fortifiocca,Vita di Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano, scritta in lingua volgare romana di quella età. Bracciano 1624: — La cittate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non avea. Onne dì se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito ne lo proprio lieto. Li lavoratori, quando jevano fora a lavorare, erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per mal fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nullo freno: non ce era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione lo quale più potea co la spada. Non ce era altra salvezza, se no che ciascheduno se defenneva con parienti e con amici. Onne die se faceva adunanza». Tanto basti per saggio del dialetto romanesco: ai pezzi che in appresso riferiremo, daremo terminazioni toscane. Quell’opera fu illustrata di copiose note da Zefirino Re nel 1828, poi nel 1854 con moltissime aggiunte e rettificazioni, valendosi de’ lavori pubblicati nell’intervallo. Quel cronista, a torto chiamato Fortifiocca, fu lodato e vituperato a vicenda da quei che di Cola vollero fare un eroe o un arruffaplebe. Realmente e’ scrisse come tutti i contemporanei di rivoluzioni, lodando sulle prime, vituperando poi; e chi sapeva leggere nel 1848, n’avrà il commento migliore nella propria memoria. Vedi pureLevati,Viaggi del Petrarca;Du Cerceau,Conjuration de Nicolas Gabrini dit de Rienzi tyran de Rome, 1733;Schiller,Rivoluzione di Cola di Rienzo1788;Papencordt,Cola de Rienzo und seine Zeit, besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt, 1841. I documenti inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga, a cui racconta in latino tutta la sua storia. Le scoprì Pelzel, poi l’originale andò perduto; la copia fu pubblicata dal Papencordt, cui la morte impedì di seguitare la storia di Roma dalla caduta dell’impero fin al principio delXVIsecolo. Sono da aggiungere dieci lettere che Giovanni Gaye pubblicò nelCarteggio degli artisti, vol.I, dirette dal tribuno alla Signoria di Firenze; e «documenti risguardanti le relazioni politiche dei papi d’Avignone coi Comuni d’Italia avanti e dopo il tribunato di Cola di Rienzo», nell’appendice 24 dell’Archivio storico.

371.De vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum, de imaginibus sepulcrorum, sub quibus patrum vestrorum venerabilis cinis erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Così il Petrarca, dalle cui lettere desumo quella dipintura.

ETomao Fortifiocca,Vita di Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano, scritta in lingua volgare romana di quella età. Bracciano 1624: — La cittate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non avea. Onne dì se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito ne lo proprio lieto. Li lavoratori, quando jevano fora a lavorare, erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per mal fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nullo freno: non ce era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione lo quale più potea co la spada. Non ce era altra salvezza, se no che ciascheduno se defenneva con parienti e con amici. Onne die se faceva adunanza». Tanto basti per saggio del dialetto romanesco: ai pezzi che in appresso riferiremo, daremo terminazioni toscane. Quell’opera fu illustrata di copiose note da Zefirino Re nel 1828, poi nel 1854 con moltissime aggiunte e rettificazioni, valendosi de’ lavori pubblicati nell’intervallo. Quel cronista, a torto chiamato Fortifiocca, fu lodato e vituperato a vicenda da quei che di Cola vollero fare un eroe o un arruffaplebe. Realmente e’ scrisse come tutti i contemporanei di rivoluzioni, lodando sulle prime, vituperando poi; e chi sapeva leggere nel 1848, n’avrà il commento migliore nella propria memoria. Vedi pureLevati,Viaggi del Petrarca;Du Cerceau,Conjuration de Nicolas Gabrini dit de Rienzi tyran de Rome, 1733;Schiller,Rivoluzione di Cola di Rienzo1788;Papencordt,Cola de Rienzo und seine Zeit, besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt, 1841. I documenti inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga, a cui racconta in latino tutta la sua storia. Le scoprì Pelzel, poi l’originale andò perduto; la copia fu pubblicata dal Papencordt, cui la morte impedì di seguitare la storia di Roma dalla caduta dell’impero fin al principio delXVIsecolo. Sono da aggiungere dieci lettere che Giovanni Gaye pubblicò nelCarteggio degli artisti, vol.I, dirette dal tribuno alla Signoria di Firenze; e «documenti risguardanti le relazioni politiche dei papi d’Avignone coi Comuni d’Italia avanti e dopo il tribunato di Cola di Rienzo», nell’appendice 24 dell’Archivio storico.

372.Novella3 dellaGiornataV.

372.Novella3 dellaGiornataV.

373.Il prefetto di Roma dopo il senatore aveva il primo luogo, esercitato da baroni romani; ed aveva carico di mantenere la patria abbondante, e di tenere purgate e sicure le strade della campagna di Roma, nette da ladroni ed assassini, e con rigore li castigava. Però gli andava avanti un putto con la frusta; e le città, terre, castelli erano obbligati di mantenergli i soldati. E quando i pontefici coronavano gl’imperadori, egli teneva la corona imperiale, e andavagli sempre avanti vicino al pontefice; e nelle pompe portava una bacchettina d’oro in mano. E quest’uffizio lo esercitò molto tempo la nobilissima famiglia di Vico, concessole dal popolo romano e da’ pontefici in eredità successiva pe’ benemeriti di questa famiglia; ma poi per la loro mala vita ed enormi scelleraggini la perseguitarono con l’arme e la estinsero, e lo uffizio diedero ad altre famiglie nobili romane.Antiq. M. Æ.,II. 858.

373.Il prefetto di Roma dopo il senatore aveva il primo luogo, esercitato da baroni romani; ed aveva carico di mantenere la patria abbondante, e di tenere purgate e sicure le strade della campagna di Roma, nette da ladroni ed assassini, e con rigore li castigava. Però gli andava avanti un putto con la frusta; e le città, terre, castelli erano obbligati di mantenergli i soldati. E quando i pontefici coronavano gl’imperadori, egli teneva la corona imperiale, e andavagli sempre avanti vicino al pontefice; e nelle pompe portava una bacchettina d’oro in mano. E quest’uffizio lo esercitò molto tempo la nobilissima famiglia di Vico, concessole dal popolo romano e da’ pontefici in eredità successiva pe’ benemeriti di questa famiglia; ma poi per la loro mala vita ed enormi scelleraggini la perseguitarono con l’arme e la estinsero, e lo uffizio diedero ad altre famiglie nobili romane.Antiq. M. Æ.,II. 858.

374.Della deputazione a Clemente VI facea parte il Petrarca; e l’orazione recitata da lui in quell’occasione, è una prosopopea ove Roma parla come una vedova la quale si lagni dell’assente marito. E gli dipinge tutti i meriti della città, fra’ quali principalmente le tante reliquie ond’è ricca la cuna di Cristo, i capelli della Madonna e parte della sua veste, la verga d’Aronne, l’arca dell’alleanza, un dito di sant’Agnese coll’anello nuziale che lo ornava, la testa di san Pancrazio che sudò sangue e versò lacrime quando i sacerdoti la sottraevano all’incendio appiccatosi a San Giovanni Laterano.Carminum, lib.II.

374.Della deputazione a Clemente VI facea parte il Petrarca; e l’orazione recitata da lui in quell’occasione, è una prosopopea ove Roma parla come una vedova la quale si lagni dell’assente marito. E gli dipinge tutti i meriti della città, fra’ quali principalmente le tante reliquie ond’è ricca la cuna di Cristo, i capelli della Madonna e parte della sua veste, la verga d’Aronne, l’arca dell’alleanza, un dito di sant’Agnese coll’anello nuziale che lo ornava, la testa di san Pancrazio che sudò sangue e versò lacrime quando i sacerdoti la sottraevano all’incendio appiccatosi a San Giovanni Laterano.Carminum, lib.II.

375.«Pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, sciliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade in forma di pregare che suo pericolo non fosse; lo soprascritto dicea,Questa è Roma. Attorno questa nave da la parte di sotto nell’acqua stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta; la prima avea nomeBabilonia, la secondaCartagine, la terzaTroja, la quartaGerusalemme. Lo soprascritto diceva,Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro, e vennero meno. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine, e diceva così:Sopra ogni signoria fosti in altura,Ora aspettiamo qua la tua rottura.Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina che sedea vergognosa, e diceva la lettera, Questa è Italia; favellava questa e diceva così:Tollesti la balìa ad ogni terra,E sola me tenesti per sorella.Nell’altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:D’ogni virtude fosti accompagnata,Ora per mare vai abbandonata.Queste erano le quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia, Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava una femmina inginocchiata; la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome aveaFede cristiana, e lo suo verso dicea così:O sommo padre, duca e signor mio,Se Roma pere, dove starò io?Ne lo lato ritto de la parte disopra stavano quattro ordini di diversi animali colle sue ale, e tenevano corna alla bocca, e soffiavano come fossino venti, li quali facessero tempestate al mare, e davano ajutorio a la nave, che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi; la lettera diceva,Questi sono li potenti baroni e rei rettori. A lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva,Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili. A lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva,Questi sono li falsi officiali, giudici e notarj. A lo quarto ordine stavano lèpori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva,Questi sono li popolari ladroni micidiali adulteratori e spogliatori. Ne la parte disopra stava lo cielo; in mezzo la Majestade divina come venisse al giudizio; due spade l’escivano dalla bocca di là e di qua; dall’uno lato stava santo Pietro, e dall’altro santo Paolo in orazione. Quando la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si maravigliava».

375.«Pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, sciliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade in forma di pregare che suo pericolo non fosse; lo soprascritto dicea,Questa è Roma. Attorno questa nave da la parte di sotto nell’acqua stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta; la prima avea nomeBabilonia, la secondaCartagine, la terzaTroja, la quartaGerusalemme. Lo soprascritto diceva,Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro, e vennero meno. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine, e diceva così:

Sopra ogni signoria fosti in altura,Ora aspettiamo qua la tua rottura.

Sopra ogni signoria fosti in altura,Ora aspettiamo qua la tua rottura.

Sopra ogni signoria fosti in altura,

Ora aspettiamo qua la tua rottura.

Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina che sedea vergognosa, e diceva la lettera, Questa è Italia; favellava questa e diceva così:

Tollesti la balìa ad ogni terra,E sola me tenesti per sorella.

Tollesti la balìa ad ogni terra,E sola me tenesti per sorella.

Tollesti la balìa ad ogni terra,

E sola me tenesti per sorella.

Nell’altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:

D’ogni virtude fosti accompagnata,Ora per mare vai abbandonata.

D’ogni virtude fosti accompagnata,Ora per mare vai abbandonata.

D’ogni virtude fosti accompagnata,

Ora per mare vai abbandonata.

Queste erano le quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia, Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava una femmina inginocchiata; la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome aveaFede cristiana, e lo suo verso dicea così:

O sommo padre, duca e signor mio,Se Roma pere, dove starò io?

O sommo padre, duca e signor mio,Se Roma pere, dove starò io?

O sommo padre, duca e signor mio,

Se Roma pere, dove starò io?

Ne lo lato ritto de la parte disopra stavano quattro ordini di diversi animali colle sue ale, e tenevano corna alla bocca, e soffiavano come fossino venti, li quali facessero tempestate al mare, e davano ajutorio a la nave, che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi; la lettera diceva,Questi sono li potenti baroni e rei rettori. A lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva,Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili. A lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva,Questi sono li falsi officiali, giudici e notarj. A lo quarto ordine stavano lèpori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva,Questi sono li popolari ladroni micidiali adulteratori e spogliatori. Ne la parte disopra stava lo cielo; in mezzo la Majestade divina come venisse al giudizio; due spade l’escivano dalla bocca di là e di qua; dall’uno lato stava santo Pietro, e dall’altro santo Paolo in orazione. Quando la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si maravigliava».

376.Nihil actum fore putavi si, quæ legendo didiceram, non adgrederer exercendo. Epist.

376.Nihil actum fore putavi si, quæ legendo didiceram, non adgrederer exercendo. Epist.

377.Spirto gentil, che quelle membra reggi, ecc.De Sade sostenne che lospirto gentil, ilcavalier che tutta Italia onoranon può essere Cola di Rienzo. Egli fu confutato da Zefirino Re, al quale consente il Papencordt, giacchè le lettere del Petrarca a Cola ripetono quei medesimi sentimenti, e gli drizzò pure un’egloga pastorale, mandandogliene anche la chiave. Ma Salvatore Betti adduce fortissime ragioni per sostenere che la canzone è diretta a Stefano Colonna senatore, e perciò ornato della onorata verga. Ed è singolare che abbia a disputarsi a chi dirette la più bella canzone del Petrarca, e le speranze di Dante.

377.Spirto gentil, che quelle membra reggi, ecc.

De Sade sostenne che lospirto gentil, ilcavalier che tutta Italia onoranon può essere Cola di Rienzo. Egli fu confutato da Zefirino Re, al quale consente il Papencordt, giacchè le lettere del Petrarca a Cola ripetono quei medesimi sentimenti, e gli drizzò pure un’egloga pastorale, mandandogliene anche la chiave. Ma Salvatore Betti adduce fortissime ragioni per sostenere che la canzone è diretta a Stefano Colonna senatore, e perciò ornato della onorata verga. Ed è singolare che abbia a disputarsi a chi dirette la più bella canzone del Petrarca, e le speranze di Dante.

378.«In prima apparecchiarono alle nozze tutto lo palazzo del papa, con ogni circostanza di San Giovanni di Laterano, e per molti dì innanzi fece le mense da mangiare, delle tavole e del legname dei chiostri de li baroni di Roma. E furo stese queste mense per tutta la sala vecchia dello vecchio palazzo di Costantino e del papa, e lo palazzo nuovo, sì che stupore parea a chi lo considerava. E fuori rotti i muri delle sale, donde venivano scaloni di legno allo scoperto per agio da portare la cucina, la quale si coceva. E ad ogni sala apparecchiato lo cellaro di vino nel cantone. Era la vigilia di san Pietro in vincoli: ora era di nona. Tutta Roma, maschi e femmine ne vanno a San Giovanni. Tutti si apparecchiano sotto li porticali per la festa vedere; nelle vie pubbliche per questo trionfo vedere. Allora venne la molta cavallaria de diverse nazioni de gente, baroni, popolari, foresi, a pettorali da sonagli, vestiti di zendato con bandiere; facevano grande festa; correvano giocando. Ora ne vengon buffoni senza fine: chi suona trombe, chi cornamuse, chi ciaramelle, chi mezzi cannoni. Poi questo grande suono, venne la moglie a piedi colla sua madre; molte oneste donne l’accompagnavano per volerle compiacere. Dinanti alla donna venivano due assettati gioveni, li quali portavano in mano un nobilissimo freno di cavallo tutto inaurato. Trombe di argento senza numero; ora si vede trombare. Dopo questi venne grande numero di giocatori da cavallo; poi veniva lo tribuno, e lo vicario del papa a canto. Dinanzi a lo tribuno veniva uno, il quale portava una spada ignuda in mano. Sopra lo capo un altro gli portava lo pennone; in mano portava una verga di acciaro. Molti e molti nobili erano in sua compagnia. Era vestito con una gonnella bianca da setamiri candoris, inzaganata di oro filato. In tanta moltitudine di ogni parte era letizia. Non fu orrore, nè fu arme: due persone ebbero parole; adirate trassero le spade; innanzi che colpi menassero, le tornarono in sue vagine. Ognuno va in sua via. De le città vicine a questa festa vennero gli avvitatori, che più? e li veterani, e le pulzelle, vedove e maritate. Poi che ogni gente fu partita, allora fu celebrato uno solenne officio per lo chiericato. E dopo l’officio entrò nel bagno, e bagnossi nella conca de lo imperatore Costantino, la quale è di preziosissimo paragone. Uno cittadino de Roma messere Vico Scotto cavaliere gli cinse la spada. Poi se addormì in un letto venerabile, e giacque in quel loco, che si dice li fonti di San Giovanni, dentro de lo circuito de le colonne. Là compì tutta quella notte. Ora senti maraviglia grande. Lo letto e la lettiera nuovi erano. Come venne lo tribuno a salire a lo letto, subitamente una parte del letto cadde in terra, esic in nocte silenti mansit. Fatta la dimane, levossi su lo tribuno vestito de scarlatto con vari; cinta la spada per messere Vico Scotto, co’ speroni di oro, come cavaliere. Tutta Roma, e ogni cavalleria ne va a San Giovanni: ci vanno ancora tutti li baroni, e foresi, e cittadini per vedere Cola de Rienzo cavaliere. Fassi grande festa, e fassi letizia».

378.«In prima apparecchiarono alle nozze tutto lo palazzo del papa, con ogni circostanza di San Giovanni di Laterano, e per molti dì innanzi fece le mense da mangiare, delle tavole e del legname dei chiostri de li baroni di Roma. E furo stese queste mense per tutta la sala vecchia dello vecchio palazzo di Costantino e del papa, e lo palazzo nuovo, sì che stupore parea a chi lo considerava. E fuori rotti i muri delle sale, donde venivano scaloni di legno allo scoperto per agio da portare la cucina, la quale si coceva. E ad ogni sala apparecchiato lo cellaro di vino nel cantone. Era la vigilia di san Pietro in vincoli: ora era di nona. Tutta Roma, maschi e femmine ne vanno a San Giovanni. Tutti si apparecchiano sotto li porticali per la festa vedere; nelle vie pubbliche per questo trionfo vedere. Allora venne la molta cavallaria de diverse nazioni de gente, baroni, popolari, foresi, a pettorali da sonagli, vestiti di zendato con bandiere; facevano grande festa; correvano giocando. Ora ne vengon buffoni senza fine: chi suona trombe, chi cornamuse, chi ciaramelle, chi mezzi cannoni. Poi questo grande suono, venne la moglie a piedi colla sua madre; molte oneste donne l’accompagnavano per volerle compiacere. Dinanti alla donna venivano due assettati gioveni, li quali portavano in mano un nobilissimo freno di cavallo tutto inaurato. Trombe di argento senza numero; ora si vede trombare. Dopo questi venne grande numero di giocatori da cavallo; poi veniva lo tribuno, e lo vicario del papa a canto. Dinanzi a lo tribuno veniva uno, il quale portava una spada ignuda in mano. Sopra lo capo un altro gli portava lo pennone; in mano portava una verga di acciaro. Molti e molti nobili erano in sua compagnia. Era vestito con una gonnella bianca da setamiri candoris, inzaganata di oro filato. In tanta moltitudine di ogni parte era letizia. Non fu orrore, nè fu arme: due persone ebbero parole; adirate trassero le spade; innanzi che colpi menassero, le tornarono in sue vagine. Ognuno va in sua via. De le città vicine a questa festa vennero gli avvitatori, che più? e li veterani, e le pulzelle, vedove e maritate. Poi che ogni gente fu partita, allora fu celebrato uno solenne officio per lo chiericato. E dopo l’officio entrò nel bagno, e bagnossi nella conca de lo imperatore Costantino, la quale è di preziosissimo paragone. Uno cittadino de Roma messere Vico Scotto cavaliere gli cinse la spada. Poi se addormì in un letto venerabile, e giacque in quel loco, che si dice li fonti di San Giovanni, dentro de lo circuito de le colonne. Là compì tutta quella notte. Ora senti maraviglia grande. Lo letto e la lettiera nuovi erano. Come venne lo tribuno a salire a lo letto, subitamente una parte del letto cadde in terra, esic in nocte silenti mansit. Fatta la dimane, levossi su lo tribuno vestito de scarlatto con vari; cinta la spada per messere Vico Scotto, co’ speroni di oro, come cavaliere. Tutta Roma, e ogni cavalleria ne va a San Giovanni: ci vanno ancora tutti li baroni, e foresi, e cittadini per vedere Cola de Rienzo cavaliere. Fassi grande festa, e fassi letizia».

379.Nos non sine inspiratione Sancti Spiritus jura sacri romani populi recognoscere cupientes, habuimus, cum opportuna maturitate omnium utriusque juris peritorum et totius collegii urbis judicum, et quamplurium aliorum sacræ Ytaliæ consilium sapientum, qui per expressa jura sæpius revoluta, discussa et examinata mutuis collationibus, opportuna noverunt et dixerunt: senatum populumque romanum illam auctoritatem et jurisdictionem habere in toto orbe terrarum, quam olim habuit ab antiquo tempore, videlicet quo erat in potentissimo statu suo, et posse nunc jura et leges interpretari, condere, revocare, mutare, addere, minuere, ac etiam declarare, et omnia facere sicut prius, et posse etiam renovare quidquid in sui lesionem et præjudicium factum fuerit ipso jure, et revocatum esse etiam ipso facto. Quibus discussis et satis congregatis apud sacrum latinum palatium omnibus, senatu, magnatibus, viris consularibus, satrapis, episcopis, abbatibus, prioribus, clericis urbis omnibus ac populo universo in plenissimo et solemnissimo parlamento, omnem auctoritatem, jurisdictionem et potestatem, quam senatus populusque romanus habuerunt et habere possent, et omnem alienationem, cessionem et concessionem et translationem officiorum, dignitatum, potestatum et auctoritatum imperialium, et quarumcumque aliarum per ipsum senatum et populum factas in quoscumque viros clericos et laicos, cujuscumque conditionis existant, et cujuscumque etiam nationis, auctoritate quidem populi et omni modo et jure, quo melius de jure potuimus, de totius ejusdem romani populi voluntate unanimi duximus solemniter revocandas, et ea officia, dignitates, potestates et auctoritates imperiales et quascumque alias, et omnia primitiva et antiqua jura ejusdem romani populi reduximus ad nos et populum prelibatum; citare quoque fecimus in parlamento præfato gerentem se pro duce Bavariæ, ac dominum Karolum, illustrem regem Boemiæ, se romanorum regem appellantem, et tam præcedentes singulos alios speciales, tam electos quam etiam electores nominatim, et omnes et singulos imperatores, reges, duces, principes, marchiones, prelatos et quoscumque alios tam clericos quam laicos in romano imperio et electionis ipsius imperii jus aliquod prætendentes, qui diversas incurrerunt ingratitudines et errores in urbis et totius sacræ Ytaliæ detrimentum et totius fidei christianæ jacturam, ut usque ad festum Pentecosten futurum proximum in urbe et sacro Laterani palatio coram nobis et romano populo cum eorum juribus omnibus, tam in electione et imperio supradictis, quam contra revocationem ipsam, personaliter vel per legitimos eorum procuratores studeant comparere, alioquin in revocationis hujusmodi et electionis imperii præfati negotio prout de jure fuerit, non obstante eorum contumacia, procedetur. Et ut dona et gratia Spiritus Sancti participarentur per Ytalicos universos, fratres et filios sacri romani populi pervetustos, omnes et singulos cives civitatum sacrae Ytaliæ cives romanos effecimus, et eos admittimus ad electionem imperii ad sacrum romanum populum rationabiliter devoluti; et decrevimus electionem ipsam per XX seniorum voces eligentium in urbe mature et solemniter celebrandam. Quarum aliquibus reservatis in urbe, reliquas distribuimus per sacram Ytaliam, prout in capitulis et ordinationibus super hoc editis continetur. Cupimus quidem antiquam unionem cum omnibus magnatibus et civitatibus sacræ Ytaliæ et vobiscum firmius renovare, et ipsam sacram Ytaliam, multo prostratam jam tempore, multis dissidio lacessitam hactenus et abjectam ab iis, qui eam in pace et justitia gubernare debebant, videlicet qui imperatoris et augusti nomina assumpserunt, contra promissionem ipsorum venire, nomini non respondente, effectui non verentes, ab omni suo abjectionis discrimine liberare, et in statum pristinum suæ antiquæ gloriæ reducere et augere, ut pacis gustata dulcedine floreat per gratiam Spiritus Sancti melius, quam unquam floruit inter ceteras mundi partes. Intendimus namque ipso Sancto Spiritu prosperante, elapso præfato termino Pentecostem, per ipsum sacrum romanum populum et illos quibus electionis imperii voces damus, aliquem Ytalicum, quem ad zelum Ytaliæ digne indicat unitas generis et proprietas nationis, secundum inspirationem Sancti Spiritus, dignati ipsam sacram Ytaliam pie respicere, feliciter ad imperium promoveri, ut Augusti nomen, quod romanus populus, immo inspiratio divina concessit et tribuit, observemus per gratas effectuum actiones. Hortatur vos itaque purus nostræ sinceritatis affectus, ut commune nostrum et totius Ytaliæ decus, commodum et augmentum velitis congrua consideratione diligere, et honores proprios occupari et detineri per alios pati nolle, in tantum nefas, tantum opprobrium, quantum est proprio privari domino, et propriis raptis honoribus, alieno indebite subdere colla jugo, eorum videlicet qui sanguinem ytalicum sitiunt, sicut sunt soliti deglirare. Lettera del 19 settembre 1347, ap.Gaye.

379.Nos non sine inspiratione Sancti Spiritus jura sacri romani populi recognoscere cupientes, habuimus, cum opportuna maturitate omnium utriusque juris peritorum et totius collegii urbis judicum, et quamplurium aliorum sacræ Ytaliæ consilium sapientum, qui per expressa jura sæpius revoluta, discussa et examinata mutuis collationibus, opportuna noverunt et dixerunt: senatum populumque romanum illam auctoritatem et jurisdictionem habere in toto orbe terrarum, quam olim habuit ab antiquo tempore, videlicet quo erat in potentissimo statu suo, et posse nunc jura et leges interpretari, condere, revocare, mutare, addere, minuere, ac etiam declarare, et omnia facere sicut prius, et posse etiam renovare quidquid in sui lesionem et præjudicium factum fuerit ipso jure, et revocatum esse etiam ipso facto. Quibus discussis et satis congregatis apud sacrum latinum palatium omnibus, senatu, magnatibus, viris consularibus, satrapis, episcopis, abbatibus, prioribus, clericis urbis omnibus ac populo universo in plenissimo et solemnissimo parlamento, omnem auctoritatem, jurisdictionem et potestatem, quam senatus populusque romanus habuerunt et habere possent, et omnem alienationem, cessionem et concessionem et translationem officiorum, dignitatum, potestatum et auctoritatum imperialium, et quarumcumque aliarum per ipsum senatum et populum factas in quoscumque viros clericos et laicos, cujuscumque conditionis existant, et cujuscumque etiam nationis, auctoritate quidem populi et omni modo et jure, quo melius de jure potuimus, de totius ejusdem romani populi voluntate unanimi duximus solemniter revocandas, et ea officia, dignitates, potestates et auctoritates imperiales et quascumque alias, et omnia primitiva et antiqua jura ejusdem romani populi reduximus ad nos et populum prelibatum; citare quoque fecimus in parlamento præfato gerentem se pro duce Bavariæ, ac dominum Karolum, illustrem regem Boemiæ, se romanorum regem appellantem, et tam præcedentes singulos alios speciales, tam electos quam etiam electores nominatim, et omnes et singulos imperatores, reges, duces, principes, marchiones, prelatos et quoscumque alios tam clericos quam laicos in romano imperio et electionis ipsius imperii jus aliquod prætendentes, qui diversas incurrerunt ingratitudines et errores in urbis et totius sacræ Ytaliæ detrimentum et totius fidei christianæ jacturam, ut usque ad festum Pentecosten futurum proximum in urbe et sacro Laterani palatio coram nobis et romano populo cum eorum juribus omnibus, tam in electione et imperio supradictis, quam contra revocationem ipsam, personaliter vel per legitimos eorum procuratores studeant comparere, alioquin in revocationis hujusmodi et electionis imperii præfati negotio prout de jure fuerit, non obstante eorum contumacia, procedetur. Et ut dona et gratia Spiritus Sancti participarentur per Ytalicos universos, fratres et filios sacri romani populi pervetustos, omnes et singulos cives civitatum sacrae Ytaliæ cives romanos effecimus, et eos admittimus ad electionem imperii ad sacrum romanum populum rationabiliter devoluti; et decrevimus electionem ipsam per XX seniorum voces eligentium in urbe mature et solemniter celebrandam. Quarum aliquibus reservatis in urbe, reliquas distribuimus per sacram Ytaliam, prout in capitulis et ordinationibus super hoc editis continetur. Cupimus quidem antiquam unionem cum omnibus magnatibus et civitatibus sacræ Ytaliæ et vobiscum firmius renovare, et ipsam sacram Ytaliam, multo prostratam jam tempore, multis dissidio lacessitam hactenus et abjectam ab iis, qui eam in pace et justitia gubernare debebant, videlicet qui imperatoris et augusti nomina assumpserunt, contra promissionem ipsorum venire, nomini non respondente, effectui non verentes, ab omni suo abjectionis discrimine liberare, et in statum pristinum suæ antiquæ gloriæ reducere et augere, ut pacis gustata dulcedine floreat per gratiam Spiritus Sancti melius, quam unquam floruit inter ceteras mundi partes. Intendimus namque ipso Sancto Spiritu prosperante, elapso præfato termino Pentecostem, per ipsum sacrum romanum populum et illos quibus electionis imperii voces damus, aliquem Ytalicum, quem ad zelum Ytaliæ digne indicat unitas generis et proprietas nationis, secundum inspirationem Sancti Spiritus, dignati ipsam sacram Ytaliam pie respicere, feliciter ad imperium promoveri, ut Augusti nomen, quod romanus populus, immo inspiratio divina concessit et tribuit, observemus per gratas effectuum actiones. Hortatur vos itaque purus nostræ sinceritatis affectus, ut commune nostrum et totius Ytaliæ decus, commodum et augmentum velitis congrua consideratione diligere, et honores proprios occupari et detineri per alios pati nolle, in tantum nefas, tantum opprobrium, quantum est proprio privari domino, et propriis raptis honoribus, alieno indebite subdere colla jugo, eorum videlicet qui sanguinem ytalicum sitiunt, sicut sunt soliti deglirare. Lettera del 19 settembre 1347, ap.Gaye.


Back to IndexNext