Chapter 21

66.«Dicetemi, dicetemi un poco o signori; donde nascono tante e diverse infermitade in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? non d’altro se non da troppo cibo et esser molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a’ toi conviti vino bianco, vino negro, malvagie, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandole, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgònfiate, allàrgate la bottinatura, et dopo el mangiare va et bottati a dormire come un porco».PredicaI. Venezia 1530.67.Burlamachi,Vita di frà Savonarola.68.È a vedere anche ilBarberino,Documenti d’amore, part.VIII. d. 2.69.Nel 1379 Urbano VI sollecitava Rainero de’ Grimaldi, consignore di Mentone, per mezzo di Giovanni Serra giureconsulto genovese, a tenersi fedele a lui, e correr sopra i seguaci del suo competitore, facendogli dono di quanto avesse sorpreso, eccetto reliquie, libri, vasi, gioje o altro appartenenti alla camera apostolica. Dicesi ch’ei v’ascoltasse, e molta preda facesse sovra prelati aderenti a Clemente VII; e che fra il resto trovasse la verga di Mosè e altre sacre reliquie, ch’ei restituì a Urbano.Gioffredo,St. delle Alpi Marittime,II. 869.70.Sant’Antonino di Firenze dice: — Benchè siam tenuti a credere che, come una sola Chiesa, così v’ha un solo pastore, però, qualora accada scisma, non pare necessario il credere che l’eletto canonicamente sia piuttosto l’uno che l’altro: basta sapere che un solo potè esserlo, senza arrogarsene la decisione».71.Gian Galeazzo domandò che il giubileo potesse acquistarsi da’ suoi sudditi senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di Milano. Con ciò voleva ed evitare i pericoli causati dalla guerra coi Fiorentini, e tener in paese il denaro, e fare che le obbligazioni fruttassero per la fabbrica del duomo. Bonifazio IX gli assentì la supplica, e il Corio dice che «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assoluto da ogni peccato in questa città dimorando dieci giorni continui». Menzogna, poichè la bolla data il 12 febbrajo 1391 vuole che sienovere pœnitentes et confessi.72.Così il dipinge l’anonimo romano. Antonio Flaminio forocorneliense dice che aveano veste bianca, sopra cui una cerulea tirante al nero, una croce bianca, e una rossa di panno; a sinistra la colomba coll’ulivo, in fronte il tau, in mano bastone senza puntale a modo dei pellegrini; e funi con sette nodi.73.Su quelli di Firenze abbiamo un capitolo di Franco Sacchetti. NeiRicordi storicidel Rinuccini, al luglio e agosto 1399 leggo: «Di verso Piemonte venendo, per tutta Lombardia e per Toscana e quasi per tutta Italia uomini e donne in grandissima quantità, grandi e piccoli e fanciulli, si vestirono di pannilini bianchi sopra gli altri vestimenti, con croce rossa in capo e nel petto, e andavano scalzi con grande divozione e grandissime discipline e digiuni senza mangiare carne, col crocifisso innanzi della loro parrocchia a grandissime brigate. Tutti i popoli andavano gridando in voci di laudi in versi, così in grammatica come in vulgare,Misericordia e pace al nostro Signore e a nostra Donna, per lo spazio di nove giorni continovi, senza mai dormire in letto, andando quegli da Firenze a Arezzo e a Cortona e per molte altre terre; e così le altre terre veniano a Firenze, e così intervenne per tutta Italia. È mirabil cosa che per detto viaggio non facevano danno a nessuno di frutti nè di niuna altra cosa, che tutti comperavano, e molte paci e accordi tra molte signorie, ed eziandio paci di morte d’uomini tra private persone si feciono: cosa mirabile fu per certo e degna di perpetua memoria, e fu annunziazione della moria che venne, e fu detto quell’anno l’anno dei Bianchi».74.Chron. patav.ad an. 1399; ap.Muratori,Antiq. M. Æ.IV.75.Gregorio XI nel 1372 ordinainquisitoribus, ut faciant comburi quosdam libros sermonum haereticorum, pro majori parte in vulgari scriptos.76.Raynaldial 1375,II. 26.77.Enea Silvio descrive a lungo quella di Giovanni de Merlo spagnuolo con Erminio di Ramstein tedesco, per un colpo di lancia, tre di scure, quaranta di spada.78.Articulos omnia peccata mortalia, nec non infinita, abominabilia continentes.Teodorico da Niem.79.Alquanti anni di poi si riscattò, e fu posto cardinale di Frascati. Il suo sepolcro nel battistero di Firenze è opera di Donatello.80.Nel concilio di Costanza seguì un rumore fra l’arcivescovo di Milano e quello di Pisa, e dalle parole ne vennero alle mani, volendosi strangolare l’un l’altro perchè non avevano armi. Onde molti si gittarono giù per le finestre del concilio.SanutoinT. Mocenigo. A quel concilio figurò grandemente il b. Enrico Scarampo de’ signori di Cortemiglia, vescovo di Acqui, poi di Feltre e Belluno 1404-1440, deputato anche al processo di Huss.81.Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss che dice:Exeo(da Praga)sine salvoconductu; Ap.Rohrbacher, Hist. eccles., tom.XXI. p. 191.82.Enea Silvio,Oratio de morte Eugenii papæ.83.Sono parole di Enea Silvio,Comment., lib.Iprinc. — Il Poggio ne sparla sbrigliatamente.84.K. Walchner,Politische Geschichte der grossen Kirchensynode zu Florenz. 1825.I. Lenfant,Histoire du concile de Constance. 1727.85.«Vennero il pontefice con tutta la corte di Roma, e collo imperatore de’ Greci e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch’avevano a istare a sedere i prelati dell’una chiesa e dell’altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelo, e’ cardinali e prelati della chiesa romana; dall’altro lato istava lo ’mperatore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co’ piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini co’ piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de’ prelati latini... Il luogo dello ’mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all’altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell’atto sì degno. Era una sedia al dirimpetto a quella del papa dall’altro lato, ornata di drappo di seta, e lo ’mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca con uno cappelletto alla greca, che v’era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come de’ seculari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte e due le lingue greca e latina, come si usa la notte di Pasqua di Natale in corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de’ Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch’eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora».Vespasiano Fiorentino,Vita di Eugenio IV.Il decreto d’unione incomincia: Eugenio ecc.Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romanorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra: sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit; illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem; et perpetue unitatis federe copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, qui filios suos hactenus invicem dissidentes jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine, matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei benificiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta Synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut inter alia etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur...Item diffinimus sanctam apostolicam sedem, et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi vicarium totiusque Ecclesie caput, et omnium christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum: ut Patriarcha constantinopotitanus secundus sit post sanctissimum romanum pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.VedasiCecconi Eugenio,Studj storici sul concilio di Firenze con documenti inediti. Firenze 1869.86.Neque unquam Januenses dimittent hanc conventionem, vel facient contra eam, neque pro ecclesiastica excommunicatione, neque pro præcepto alicujus hominis coronati vel non coronati.VediCodinus,De officiis, cap.XIV;Cantacuzeno,Hist., lib.I. c. 12.87.Dice il Sauli (Della colonia di Galata,I. 229) dietro Francesco Testa.88.Foglietta,Hist. januensis, lib.VIII.89.Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo, Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi.Leon. Chiensis, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.90.La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone, Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto, fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851 e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco nuovo.In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’ Greci e Adriano Palazzo, simili a città.Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena, Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura, preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro, paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in Calabria.Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste e Livorno.91.Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite, una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il 28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.92.La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.93.Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni. All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja e commendatario di Montecassino.94.All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori. No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè ’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchèhumilitas vincit omnia, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio vostro».95.Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.96.Ap.Raynaldi, al 1471, § 9.97.Sabellico,Dec.III. l.IX.98.«Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto, senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta... Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano insieme, e diceano uno all’altro:Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu vogli far noja?e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi, e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (Rubrica923) s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.99.Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’ Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo oireos, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze; pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno, colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in campo azzurro.100.Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro; e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’ vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap.Mehus). Egli si fermò a Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno a stampa leAllegazioni(Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà, e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro, che n’ebbero punizioni severissime. VediAmmirato,Storie fiorentine, al 1391.101.Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel 1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a Firenzuola.102.«Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare, se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori».Ammirato, lib.XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire dallacanagliaquelli che per virtù e senno meritavano di non restar esclusi dalle magistrature.103.È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto, volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze. Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a smaniarne e bandirlo.104.Quando i Fiorentini tolsero i castelli degli Ubaldini, Franco Sacchetti applaudì con una canzone rimasta inedita fin al 1853:Fiorenza mia, poi che disfatti haiLe cerbïatte corna (loro stemma)Della superba e crudele famiglia,Festa dèi far più che facessi mai...Però che molti fur, tardi o per tempo,Rubati a questi passi,Ed ancor morti antichi di ciascuno,Chè non si taglia bosco, selva o prunoChe non v’abbia catasteDi teste e membra guaste...Ed Alemagna solaPiù ch’altri dee goder di lor ruina,Perchè gli suo’ romei sentian rapina...Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...Meglio è che vinto aver la Santa TerraAver vinto costoroTra cui viandanti convenian passare...Dello stesso è pure una canzone contra il duca di Milano, ove dettogliene a gola, conchiude:A tutti quei che voglion giusta famaE tengon libertà, ch’è tanto caraCome sa chi per lei vita rifiuta,Canzon, non istar muta,Che se tal biscia ora non si disface,Non pensi Italia mai posar in pace.105.Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri. Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere, credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò. Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il secondo.106.L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’ Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano (Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modocon usare ogni crudeltà ed asprezza. Abbiamo fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare»Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria di Pisa onde disabitarla.107.Targioni,Viaggi,II. 221.108.Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario, assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati, tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj, nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re non voglia dare la città a chi altri si sia.Docum. per servire afta storia di Lucca, I. 278.109.Morto Lionello duca di Modena nel 1440, Lucca occupò alcune terre della Garfagnana: Borso la respinse, anzi le tolse alcuni paesi: poi per interposizione di Firenze e ad arbitramento di Nicola V nel 1451 quelle rimasero al ducato, che ne formò la vicarìa di Frassalico, levando l’intralciatissima spartizione della Garfagnana bassa.110.Il discorso è riferito da Giovan Cavalcanti, di poco posteriore. Rousseau ebbe l’idea di scrivere la storia di Cosmo de’ Medici. «Era (diceva a Bernardino Saint-Pierre) un semplice privato, che divenne sovrano de’ suoi concittadini col renderli più felici; non si elevò e non si mantenne che per mezzo dei benefizj».Esiste il catalogo delle preziosità appartenenti a Pietro de’ Medici nel 1464, che in medaglie, anelli, cammei, suggelli, tavole antiche di pietra o di metalli, sono stimati fiorini d’oro duemila seicentoventiquattro; i vasi preziosi e altre cose di valuta, ottomila centodieci; varie gioje, diciassettemila seicentottantanove; oltre gli argenti.Appendice alla vita di Lorenzo il MagnificodelRoscoe. Esso Lorenzo neiRicordiscrive: — Gran somma di denari trovo abbiamo speso dall’anno 1434 in qua, come appare per un quadernuccio in-quarto da detto anno fin a tutto il 1471: si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini seicentosessantatremila settecencinquantacinque, tra muraglie, limosine e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio dolermi, perchè, quantunque molti giudicassero averne una parte in borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e pajonmi ben collocati, e ne sono molto ben contento».111.Giovanni di ser Cambi reca la lista delle case grandi fiorentine al 1494 e assegna agli Altoviti sessantasei uomini, sessanta ai Rucellaj, cinquantatrè agli Strozzi, sessantacinque agli Albizzi, trentacinque ai Ridolfi, e così ai Capponi, ventisei ai Cavalcanti, e via là. Tra le antiche famiglie vanno ricordati i Bardi, che spesso ebbero nimistà coi Frescobaldi, massime nel 1340, allorchè li calmò il venerabile vecchione Matteo dei Marradi podestà. Cacciato il duca d’Atene, anche i Bardi furono espulsi a furor di popolo e bruciate ventidue loro case. Dianora de’ Bardi fu amata da Ippolito de’ Buondelmonti; ma, attesa l’inimicizia delle due famiglie, non potè che sposarla in segreto. Andava da lei la notte per una scala a corda; nel qual atto sorpreso dal bargello, fu arrestato per ladro, ed egli, anzichè mettere a repentaglio l’onore della fanciulla, lasciasi condannare a morte. Sol chiese che, nel condurlo al supplizio, si passasse davanti la casa de’ Bardi, volendo, diceva, in quell’estremo punto riconciliarsi colla famiglia sempre odiata. Ma ecco Dianora sbucarne scarmigliata, confessando: — Egli è mio sposo, e unica colpa di lui l’esser venuto a trovarmi». Si sospende il supplizio, si ripiglia la causa davanti al podestà, ove perorando Dianora stessa, facilmente si convinsero giudici e popolo, e si finì colle nozze pubbliche de’ due amanti e la pace fra le loro famiglie.112.Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,Le piazze, i templi e gli edifizj magni,Le delizie, i tesor,qual accompagniMille duri pensier, mille dolori.Un verde praticel pien di bei fiori,Un rivolo che l’erba intorno bagni,Un augelletto che d’amor si lagni,Acqueta molto meglio i nostri ardori;L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,Gli antri oscuri e le belve fuggitive,Qualche leggiadra ninfa paurosa.Quivi vegg’io con pensier vaghi e prontiLe belle luci come fosser vive;Là me le toglie or questa or quella cosa.113.Schroeck,Allgem. Geschichte, vol.XXXII, p. 90.114.«Nel 1424 fu ucciso Braccio de Montone;... e per questa cagione ne fu fatto gran festa e letitia in Roma de fuochi e de ballare; et ogni Romano giva con la torcia a cavallo ad accompagnare M. Jordano Colonna fratello di papa Martino, perchè era morto l’inimico del papa; e morti che furono questi, rimase papa Martino senz’alcun altro impaccio, e mantenea nel suo tempo pace e divitia, e venne lo grano a soldi quaranta lo rubbio».Infessura,Diario.115.Vespasiano,Comment., p. 279.116.Et a dì 19 de jennaro de martedì, fu impiccato uno Stefano Porcaro in castello, in quello torrione che sta quando vai in là a mano destra; e viddelo io vestito di nero, in gipetto e calze nere. Se perdette quell’huomo da bene et amatore dello bene e libertà di Roma, lo quale, perchè si vide senza cascione esser stato sbannito da Roma, volse, per liberar la patria soa da servitute, metter la vita sua, come fece lo corpo suo... Et in quel dì furono impiccati nelle forche di Campitolio senza confessione e comunione gl’infrascritti... Item con essi fu impiccato Sao e molti altri... Et in quel tempo furono ancora pigliati Mr Joanni... Adì 28 gennajo fu impiccato Francesco Gabadio et uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati, e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì 30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ».Infessura.117.Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio. Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi.Æneæ Silvii Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia. Basilea 1551. Opere capitali sono:De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias cumplectitur. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di continuo:Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi? A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco, e chi passa questi confini indarno poi s’affatica?Mi consigliavano dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo. Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra. E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».118.La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso:Quand’ero Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio.119.Il nome che d’apostolo ti dennoO d’alcun minor santo i padri, quandoCristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,In Cosmico, in Pomponio vai mutando;Altri Pietro in Pierio, altri GiovanniIn Jano e in Giovian van racconciandoAriosto,SatiraVI.120.È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese:Novi ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum lentissimus repetitor. Ap.Marini,Degli archiatri pontifizj, tom.II. p. 179.121.Cronaca di Gubbio, Rer. It. Script.,XXI. f. 994.122.Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò il Rosmini nellaStoria di Milano.123.Racconta Gioviano Pontano,Belli neapolitani, lib.V, che, mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare, imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie, il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.

66.«Dicetemi, dicetemi un poco o signori; donde nascono tante e diverse infermitade in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? non d’altro se non da troppo cibo et esser molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a’ toi conviti vino bianco, vino negro, malvagie, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandole, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgònfiate, allàrgate la bottinatura, et dopo el mangiare va et bottati a dormire come un porco».PredicaI. Venezia 1530.

66.«Dicetemi, dicetemi un poco o signori; donde nascono tante e diverse infermitade in gli corpi umani, gotte, doglie di fianchi, febre, catarri? non d’altro se non da troppo cibo et esser molto delicato. Tu hai pane, vino, carne, pesce, e non te basta; ma cerchi a’ toi conviti vino bianco, vino negro, malvagie, vino de tiro, rosto, lesso, zeladia, fritto, frittole, capari, mandole, fichi, uva passa, confetione, et empi questo tuo sacco di fecce. Émpite, sgònfiate, allàrgate la bottinatura, et dopo el mangiare va et bottati a dormire come un porco».PredicaI. Venezia 1530.

67.Burlamachi,Vita di frà Savonarola.

67.Burlamachi,Vita di frà Savonarola.

68.È a vedere anche ilBarberino,Documenti d’amore, part.VIII. d. 2.

68.È a vedere anche ilBarberino,Documenti d’amore, part.VIII. d. 2.

69.Nel 1379 Urbano VI sollecitava Rainero de’ Grimaldi, consignore di Mentone, per mezzo di Giovanni Serra giureconsulto genovese, a tenersi fedele a lui, e correr sopra i seguaci del suo competitore, facendogli dono di quanto avesse sorpreso, eccetto reliquie, libri, vasi, gioje o altro appartenenti alla camera apostolica. Dicesi ch’ei v’ascoltasse, e molta preda facesse sovra prelati aderenti a Clemente VII; e che fra il resto trovasse la verga di Mosè e altre sacre reliquie, ch’ei restituì a Urbano.Gioffredo,St. delle Alpi Marittime,II. 869.

69.Nel 1379 Urbano VI sollecitava Rainero de’ Grimaldi, consignore di Mentone, per mezzo di Giovanni Serra giureconsulto genovese, a tenersi fedele a lui, e correr sopra i seguaci del suo competitore, facendogli dono di quanto avesse sorpreso, eccetto reliquie, libri, vasi, gioje o altro appartenenti alla camera apostolica. Dicesi ch’ei v’ascoltasse, e molta preda facesse sovra prelati aderenti a Clemente VII; e che fra il resto trovasse la verga di Mosè e altre sacre reliquie, ch’ei restituì a Urbano.Gioffredo,St. delle Alpi Marittime,II. 869.

70.Sant’Antonino di Firenze dice: — Benchè siam tenuti a credere che, come una sola Chiesa, così v’ha un solo pastore, però, qualora accada scisma, non pare necessario il credere che l’eletto canonicamente sia piuttosto l’uno che l’altro: basta sapere che un solo potè esserlo, senza arrogarsene la decisione».

70.Sant’Antonino di Firenze dice: — Benchè siam tenuti a credere che, come una sola Chiesa, così v’ha un solo pastore, però, qualora accada scisma, non pare necessario il credere che l’eletto canonicamente sia piuttosto l’uno che l’altro: basta sapere che un solo potè esserlo, senza arrogarsene la decisione».

71.Gian Galeazzo domandò che il giubileo potesse acquistarsi da’ suoi sudditi senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di Milano. Con ciò voleva ed evitare i pericoli causati dalla guerra coi Fiorentini, e tener in paese il denaro, e fare che le obbligazioni fruttassero per la fabbrica del duomo. Bonifazio IX gli assentì la supplica, e il Corio dice che «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assoluto da ogni peccato in questa città dimorando dieci giorni continui». Menzogna, poichè la bolla data il 12 febbrajo 1391 vuole che sienovere pœnitentes et confessi.

71.Gian Galeazzo domandò che il giubileo potesse acquistarsi da’ suoi sudditi senza andare a Roma, ma visitando quattro basiliche di Milano. Con ciò voleva ed evitare i pericoli causati dalla guerra coi Fiorentini, e tener in paese il denaro, e fare che le obbligazioni fruttassero per la fabbrica del duomo. Bonifazio IX gli assentì la supplica, e il Corio dice che «se anche non fosse contrito nè confesso, fosse assoluto da ogni peccato in questa città dimorando dieci giorni continui». Menzogna, poichè la bolla data il 12 febbrajo 1391 vuole che sienovere pœnitentes et confessi.

72.Così il dipinge l’anonimo romano. Antonio Flaminio forocorneliense dice che aveano veste bianca, sopra cui una cerulea tirante al nero, una croce bianca, e una rossa di panno; a sinistra la colomba coll’ulivo, in fronte il tau, in mano bastone senza puntale a modo dei pellegrini; e funi con sette nodi.

72.Così il dipinge l’anonimo romano. Antonio Flaminio forocorneliense dice che aveano veste bianca, sopra cui una cerulea tirante al nero, una croce bianca, e una rossa di panno; a sinistra la colomba coll’ulivo, in fronte il tau, in mano bastone senza puntale a modo dei pellegrini; e funi con sette nodi.

73.Su quelli di Firenze abbiamo un capitolo di Franco Sacchetti. NeiRicordi storicidel Rinuccini, al luglio e agosto 1399 leggo: «Di verso Piemonte venendo, per tutta Lombardia e per Toscana e quasi per tutta Italia uomini e donne in grandissima quantità, grandi e piccoli e fanciulli, si vestirono di pannilini bianchi sopra gli altri vestimenti, con croce rossa in capo e nel petto, e andavano scalzi con grande divozione e grandissime discipline e digiuni senza mangiare carne, col crocifisso innanzi della loro parrocchia a grandissime brigate. Tutti i popoli andavano gridando in voci di laudi in versi, così in grammatica come in vulgare,Misericordia e pace al nostro Signore e a nostra Donna, per lo spazio di nove giorni continovi, senza mai dormire in letto, andando quegli da Firenze a Arezzo e a Cortona e per molte altre terre; e così le altre terre veniano a Firenze, e così intervenne per tutta Italia. È mirabil cosa che per detto viaggio non facevano danno a nessuno di frutti nè di niuna altra cosa, che tutti comperavano, e molte paci e accordi tra molte signorie, ed eziandio paci di morte d’uomini tra private persone si feciono: cosa mirabile fu per certo e degna di perpetua memoria, e fu annunziazione della moria che venne, e fu detto quell’anno l’anno dei Bianchi».

73.Su quelli di Firenze abbiamo un capitolo di Franco Sacchetti. NeiRicordi storicidel Rinuccini, al luglio e agosto 1399 leggo: «Di verso Piemonte venendo, per tutta Lombardia e per Toscana e quasi per tutta Italia uomini e donne in grandissima quantità, grandi e piccoli e fanciulli, si vestirono di pannilini bianchi sopra gli altri vestimenti, con croce rossa in capo e nel petto, e andavano scalzi con grande divozione e grandissime discipline e digiuni senza mangiare carne, col crocifisso innanzi della loro parrocchia a grandissime brigate. Tutti i popoli andavano gridando in voci di laudi in versi, così in grammatica come in vulgare,Misericordia e pace al nostro Signore e a nostra Donna, per lo spazio di nove giorni continovi, senza mai dormire in letto, andando quegli da Firenze a Arezzo e a Cortona e per molte altre terre; e così le altre terre veniano a Firenze, e così intervenne per tutta Italia. È mirabil cosa che per detto viaggio non facevano danno a nessuno di frutti nè di niuna altra cosa, che tutti comperavano, e molte paci e accordi tra molte signorie, ed eziandio paci di morte d’uomini tra private persone si feciono: cosa mirabile fu per certo e degna di perpetua memoria, e fu annunziazione della moria che venne, e fu detto quell’anno l’anno dei Bianchi».

74.Chron. patav.ad an. 1399; ap.Muratori,Antiq. M. Æ.IV.

74.Chron. patav.ad an. 1399; ap.Muratori,Antiq. M. Æ.IV.

75.Gregorio XI nel 1372 ordinainquisitoribus, ut faciant comburi quosdam libros sermonum haereticorum, pro majori parte in vulgari scriptos.

75.Gregorio XI nel 1372 ordinainquisitoribus, ut faciant comburi quosdam libros sermonum haereticorum, pro majori parte in vulgari scriptos.

76.Raynaldial 1375,II. 26.

76.Raynaldial 1375,II. 26.

77.Enea Silvio descrive a lungo quella di Giovanni de Merlo spagnuolo con Erminio di Ramstein tedesco, per un colpo di lancia, tre di scure, quaranta di spada.

77.Enea Silvio descrive a lungo quella di Giovanni de Merlo spagnuolo con Erminio di Ramstein tedesco, per un colpo di lancia, tre di scure, quaranta di spada.

78.Articulos omnia peccata mortalia, nec non infinita, abominabilia continentes.Teodorico da Niem.

78.Articulos omnia peccata mortalia, nec non infinita, abominabilia continentes.Teodorico da Niem.

79.Alquanti anni di poi si riscattò, e fu posto cardinale di Frascati. Il suo sepolcro nel battistero di Firenze è opera di Donatello.

79.Alquanti anni di poi si riscattò, e fu posto cardinale di Frascati. Il suo sepolcro nel battistero di Firenze è opera di Donatello.

80.Nel concilio di Costanza seguì un rumore fra l’arcivescovo di Milano e quello di Pisa, e dalle parole ne vennero alle mani, volendosi strangolare l’un l’altro perchè non avevano armi. Onde molti si gittarono giù per le finestre del concilio.SanutoinT. Mocenigo. A quel concilio figurò grandemente il b. Enrico Scarampo de’ signori di Cortemiglia, vescovo di Acqui, poi di Feltre e Belluno 1404-1440, deputato anche al processo di Huss.

80.Nel concilio di Costanza seguì un rumore fra l’arcivescovo di Milano e quello di Pisa, e dalle parole ne vennero alle mani, volendosi strangolare l’un l’altro perchè non avevano armi. Onde molti si gittarono giù per le finestre del concilio.SanutoinT. Mocenigo. A quel concilio figurò grandemente il b. Enrico Scarampo de’ signori di Cortemiglia, vescovo di Acqui, poi di Feltre e Belluno 1404-1440, deputato anche al processo di Huss.

81.Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss che dice:Exeo(da Praga)sine salvoconductu; Ap.Rohrbacher, Hist. eccles., tom.XXI. p. 191.

81.Così è generalmente asserito; pure si ha una lettera di Huss che dice:Exeo(da Praga)sine salvoconductu; Ap.Rohrbacher, Hist. eccles., tom.XXI. p. 191.

82.Enea Silvio,Oratio de morte Eugenii papæ.

82.Enea Silvio,Oratio de morte Eugenii papæ.

83.Sono parole di Enea Silvio,Comment., lib.Iprinc. — Il Poggio ne sparla sbrigliatamente.

83.Sono parole di Enea Silvio,Comment., lib.Iprinc. — Il Poggio ne sparla sbrigliatamente.

84.K. Walchner,Politische Geschichte der grossen Kirchensynode zu Florenz. 1825.I. Lenfant,Histoire du concile de Constance. 1727.

84.K. Walchner,Politische Geschichte der grossen Kirchensynode zu Florenz. 1825.

I. Lenfant,Histoire du concile de Constance. 1727.

85.«Vennero il pontefice con tutta la corte di Roma, e collo imperatore de’ Greci e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch’avevano a istare a sedere i prelati dell’una chiesa e dell’altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelo, e’ cardinali e prelati della chiesa romana; dall’altro lato istava lo ’mperatore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co’ piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini co’ piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de’ prelati latini... Il luogo dello ’mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all’altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell’atto sì degno. Era una sedia al dirimpetto a quella del papa dall’altro lato, ornata di drappo di seta, e lo ’mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca con uno cappelletto alla greca, che v’era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come de’ seculari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte e due le lingue greca e latina, come si usa la notte di Pasqua di Natale in corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de’ Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch’eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora».Vespasiano Fiorentino,Vita di Eugenio IV.Il decreto d’unione incomincia: Eugenio ecc.Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romanorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra: sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit; illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem; et perpetue unitatis federe copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, qui filios suos hactenus invicem dissidentes jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine, matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei benificiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta Synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut inter alia etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur...Item diffinimus sanctam apostolicam sedem, et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi vicarium totiusque Ecclesie caput, et omnium christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum: ut Patriarcha constantinopotitanus secundus sit post sanctissimum romanum pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.VedasiCecconi Eugenio,Studj storici sul concilio di Firenze con documenti inediti. Firenze 1869.

85.«Vennero il pontefice con tutta la corte di Roma, e collo imperatore de’ Greci e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch’avevano a istare a sedere i prelati dell’una chiesa e dell’altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il Vangelo, e’ cardinali e prelati della chiesa romana; dall’altro lato istava lo ’mperatore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co’ piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini co’ piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de’ prelati latini... Il luogo dello ’mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all’altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, com’è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell’atto sì degno. Era una sedia al dirimpetto a quella del papa dall’altro lato, ornata di drappo di seta, e lo ’mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca con uno cappelletto alla greca, che v’era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d’intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de’ prelati, come de’ seculari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte e due le lingue greca e latina, come si usa la notte di Pasqua di Natale in corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de’ Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch’eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora».Vespasiano Fiorentino,Vita di Eugenio IV.

Il decreto d’unione incomincia: Eugenio ecc.Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romanorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra: sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit; illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem; et perpetue unitatis federe copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, qui filios suos hactenus invicem dissidentes jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine, matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei benificiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta Synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut inter alia etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur...

Item diffinimus sanctam apostolicam sedem, et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi vicarium totiusque Ecclesie caput, et omnium christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum: ut Patriarcha constantinopotitanus secundus sit post sanctissimum romanum pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.

VedasiCecconi Eugenio,Studj storici sul concilio di Firenze con documenti inediti. Firenze 1869.

86.Neque unquam Januenses dimittent hanc conventionem, vel facient contra eam, neque pro ecclesiastica excommunicatione, neque pro præcepto alicujus hominis coronati vel non coronati.VediCodinus,De officiis, cap.XIV;Cantacuzeno,Hist., lib.I. c. 12.

86.Neque unquam Januenses dimittent hanc conventionem, vel facient contra eam, neque pro ecclesiastica excommunicatione, neque pro præcepto alicujus hominis coronati vel non coronati.VediCodinus,De officiis, cap.XIV;Cantacuzeno,Hist., lib.I. c. 12.

87.Dice il Sauli (Della colonia di Galata,I. 229) dietro Francesco Testa.

87.Dice il Sauli (Della colonia di Galata,I. 229) dietro Francesco Testa.

88.Foglietta,Hist. januensis, lib.VIII.

88.Foglietta,Hist. januensis, lib.VIII.

89.Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo, Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi.Leon. Chiensis, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.

89.Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo, Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi.Leon. Chiensis, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.

90.La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone, Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto, fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851 e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco nuovo.In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’ Greci e Adriano Palazzo, simili a città.Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena, Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura, preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro, paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in Calabria.Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste e Livorno.

90.La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone, Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto, fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851 e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco nuovo.

In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’ Greci e Adriano Palazzo, simili a città.

Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena, Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura, preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro, paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in Calabria.

Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste e Livorno.

91.Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite, una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il 28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.

91.Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite, una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il 28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.

92.La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.

92.La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.

93.Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni. All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja e commendatario di Montecassino.

93.Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni. All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja e commendatario di Montecassino.

94.All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori. No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè ’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchèhumilitas vincit omnia, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio vostro».

94.All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori. No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè ’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchèhumilitas vincit omnia, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio vostro».

95.Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.

95.Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.

96.Ap.Raynaldi, al 1471, § 9.

96.Ap.Raynaldi, al 1471, § 9.

97.Sabellico,Dec.III. l.IX.

97.Sabellico,Dec.III. l.IX.

98.«Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto, senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta... Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano insieme, e diceano uno all’altro:Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu vogli far noja?e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi, e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (Rubrica923) s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.

98.«Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto, senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta... Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano insieme, e diceano uno all’altro:Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu vogli far noja?e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi, e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (Rubrica923) s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.

99.Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’ Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo oireos, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze; pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno, colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in campo azzurro.

99.Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’ Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo oireos, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze; pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno, colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in campo azzurro.

100.Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro; e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’ vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap.Mehus). Egli si fermò a Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno a stampa leAllegazioni(Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà, e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro, che n’ebbero punizioni severissime. VediAmmirato,Storie fiorentine, al 1391.

100.Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro; e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’ vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap.Mehus). Egli si fermò a Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno a stampa leAllegazioni(Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà, e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro, che n’ebbero punizioni severissime. VediAmmirato,Storie fiorentine, al 1391.

101.Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel 1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a Firenzuola.

101.Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel 1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a Firenzuola.

102.«Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare, se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori».Ammirato, lib.XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire dallacanagliaquelli che per virtù e senno meritavano di non restar esclusi dalle magistrature.

102.«Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare, se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori».Ammirato, lib.XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire dallacanagliaquelli che per virtù e senno meritavano di non restar esclusi dalle magistrature.

103.È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto, volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze. Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a smaniarne e bandirlo.

103.È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto, volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze. Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a smaniarne e bandirlo.

104.Quando i Fiorentini tolsero i castelli degli Ubaldini, Franco Sacchetti applaudì con una canzone rimasta inedita fin al 1853:Fiorenza mia, poi che disfatti haiLe cerbïatte corna (loro stemma)Della superba e crudele famiglia,Festa dèi far più che facessi mai...Però che molti fur, tardi o per tempo,Rubati a questi passi,Ed ancor morti antichi di ciascuno,Chè non si taglia bosco, selva o prunoChe non v’abbia catasteDi teste e membra guaste...Ed Alemagna solaPiù ch’altri dee goder di lor ruina,Perchè gli suo’ romei sentian rapina...Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...Meglio è che vinto aver la Santa TerraAver vinto costoroTra cui viandanti convenian passare...Dello stesso è pure una canzone contra il duca di Milano, ove dettogliene a gola, conchiude:A tutti quei che voglion giusta famaE tengon libertà, ch’è tanto caraCome sa chi per lei vita rifiuta,Canzon, non istar muta,Che se tal biscia ora non si disface,Non pensi Italia mai posar in pace.

104.Quando i Fiorentini tolsero i castelli degli Ubaldini, Franco Sacchetti applaudì con una canzone rimasta inedita fin al 1853:

Fiorenza mia, poi che disfatti haiLe cerbïatte corna (loro stemma)Della superba e crudele famiglia,Festa dèi far più che facessi mai...Però che molti fur, tardi o per tempo,Rubati a questi passi,Ed ancor morti antichi di ciascuno,Chè non si taglia bosco, selva o prunoChe non v’abbia catasteDi teste e membra guaste...Ed Alemagna solaPiù ch’altri dee goder di lor ruina,Perchè gli suo’ romei sentian rapina...Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...Meglio è che vinto aver la Santa TerraAver vinto costoroTra cui viandanti convenian passare...

Fiorenza mia, poi che disfatti haiLe cerbïatte corna (loro stemma)Della superba e crudele famiglia,Festa dèi far più che facessi mai...Però che molti fur, tardi o per tempo,Rubati a questi passi,Ed ancor morti antichi di ciascuno,Chè non si taglia bosco, selva o prunoChe non v’abbia catasteDi teste e membra guaste...Ed Alemagna solaPiù ch’altri dee goder di lor ruina,Perchè gli suo’ romei sentian rapina...Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...Meglio è che vinto aver la Santa TerraAver vinto costoroTra cui viandanti convenian passare...

Fiorenza mia, poi che disfatti hai

Le cerbïatte corna (loro stemma)

Della superba e crudele famiglia,

Festa dèi far più che facessi mai...

Però che molti fur, tardi o per tempo,

Rubati a questi passi,

Ed ancor morti antichi di ciascuno,

Chè non si taglia bosco, selva o pruno

Che non v’abbia cataste

Di teste e membra guaste...

Ed Alemagna sola

Più ch’altri dee goder di lor ruina,

Perchè gli suo’ romei sentian rapina...

Così Inghilesi, Fiamminghi e Franceschi...

Meglio è che vinto aver la Santa Terra

Aver vinto costoro

Tra cui viandanti convenian passare...

Dello stesso è pure una canzone contra il duca di Milano, ove dettogliene a gola, conchiude:

A tutti quei che voglion giusta famaE tengon libertà, ch’è tanto caraCome sa chi per lei vita rifiuta,Canzon, non istar muta,Che se tal biscia ora non si disface,Non pensi Italia mai posar in pace.

A tutti quei che voglion giusta famaE tengon libertà, ch’è tanto caraCome sa chi per lei vita rifiuta,Canzon, non istar muta,Che se tal biscia ora non si disface,Non pensi Italia mai posar in pace.

A tutti quei che voglion giusta fama

E tengon libertà, ch’è tanto cara

Come sa chi per lei vita rifiuta,

Canzon, non istar muta,

Che se tal biscia ora non si disface,

Non pensi Italia mai posar in pace.

105.Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri. Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere, credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò. Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il secondo.

105.Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri. Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere, credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò. Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il secondo.

106.L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’ Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano (Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modocon usare ogni crudeltà ed asprezza. Abbiamo fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare»Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria di Pisa onde disabitarla.

106.L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’ Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano (Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modocon usare ogni crudeltà ed asprezza. Abbiamo fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare»

Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria di Pisa onde disabitarla.

107.Targioni,Viaggi,II. 221.

107.Targioni,Viaggi,II. 221.

108.Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario, assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati, tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj, nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re non voglia dare la città a chi altri si sia.Docum. per servire afta storia di Lucca, I. 278.

108.Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario, assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati, tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj, nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re non voglia dare la città a chi altri si sia.Docum. per servire afta storia di Lucca, I. 278.

109.Morto Lionello duca di Modena nel 1440, Lucca occupò alcune terre della Garfagnana: Borso la respinse, anzi le tolse alcuni paesi: poi per interposizione di Firenze e ad arbitramento di Nicola V nel 1451 quelle rimasero al ducato, che ne formò la vicarìa di Frassalico, levando l’intralciatissima spartizione della Garfagnana bassa.

109.Morto Lionello duca di Modena nel 1440, Lucca occupò alcune terre della Garfagnana: Borso la respinse, anzi le tolse alcuni paesi: poi per interposizione di Firenze e ad arbitramento di Nicola V nel 1451 quelle rimasero al ducato, che ne formò la vicarìa di Frassalico, levando l’intralciatissima spartizione della Garfagnana bassa.

110.Il discorso è riferito da Giovan Cavalcanti, di poco posteriore. Rousseau ebbe l’idea di scrivere la storia di Cosmo de’ Medici. «Era (diceva a Bernardino Saint-Pierre) un semplice privato, che divenne sovrano de’ suoi concittadini col renderli più felici; non si elevò e non si mantenne che per mezzo dei benefizj».Esiste il catalogo delle preziosità appartenenti a Pietro de’ Medici nel 1464, che in medaglie, anelli, cammei, suggelli, tavole antiche di pietra o di metalli, sono stimati fiorini d’oro duemila seicentoventiquattro; i vasi preziosi e altre cose di valuta, ottomila centodieci; varie gioje, diciassettemila seicentottantanove; oltre gli argenti.Appendice alla vita di Lorenzo il MagnificodelRoscoe. Esso Lorenzo neiRicordiscrive: — Gran somma di denari trovo abbiamo speso dall’anno 1434 in qua, come appare per un quadernuccio in-quarto da detto anno fin a tutto il 1471: si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini seicentosessantatremila settecencinquantacinque, tra muraglie, limosine e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio dolermi, perchè, quantunque molti giudicassero averne una parte in borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e pajonmi ben collocati, e ne sono molto ben contento».

110.Il discorso è riferito da Giovan Cavalcanti, di poco posteriore. Rousseau ebbe l’idea di scrivere la storia di Cosmo de’ Medici. «Era (diceva a Bernardino Saint-Pierre) un semplice privato, che divenne sovrano de’ suoi concittadini col renderli più felici; non si elevò e non si mantenne che per mezzo dei benefizj».

Esiste il catalogo delle preziosità appartenenti a Pietro de’ Medici nel 1464, che in medaglie, anelli, cammei, suggelli, tavole antiche di pietra o di metalli, sono stimati fiorini d’oro duemila seicentoventiquattro; i vasi preziosi e altre cose di valuta, ottomila centodieci; varie gioje, diciassettemila seicentottantanove; oltre gli argenti.Appendice alla vita di Lorenzo il MagnificodelRoscoe. Esso Lorenzo neiRicordiscrive: — Gran somma di denari trovo abbiamo speso dall’anno 1434 in qua, come appare per un quadernuccio in-quarto da detto anno fin a tutto il 1471: si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini seicentosessantatremila settecencinquantacinque, tra muraglie, limosine e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio dolermi, perchè, quantunque molti giudicassero averne una parte in borsa, io giudico essere gran lume allo Stato nostro, e pajonmi ben collocati, e ne sono molto ben contento».

111.Giovanni di ser Cambi reca la lista delle case grandi fiorentine al 1494 e assegna agli Altoviti sessantasei uomini, sessanta ai Rucellaj, cinquantatrè agli Strozzi, sessantacinque agli Albizzi, trentacinque ai Ridolfi, e così ai Capponi, ventisei ai Cavalcanti, e via là. Tra le antiche famiglie vanno ricordati i Bardi, che spesso ebbero nimistà coi Frescobaldi, massime nel 1340, allorchè li calmò il venerabile vecchione Matteo dei Marradi podestà. Cacciato il duca d’Atene, anche i Bardi furono espulsi a furor di popolo e bruciate ventidue loro case. Dianora de’ Bardi fu amata da Ippolito de’ Buondelmonti; ma, attesa l’inimicizia delle due famiglie, non potè che sposarla in segreto. Andava da lei la notte per una scala a corda; nel qual atto sorpreso dal bargello, fu arrestato per ladro, ed egli, anzichè mettere a repentaglio l’onore della fanciulla, lasciasi condannare a morte. Sol chiese che, nel condurlo al supplizio, si passasse davanti la casa de’ Bardi, volendo, diceva, in quell’estremo punto riconciliarsi colla famiglia sempre odiata. Ma ecco Dianora sbucarne scarmigliata, confessando: — Egli è mio sposo, e unica colpa di lui l’esser venuto a trovarmi». Si sospende il supplizio, si ripiglia la causa davanti al podestà, ove perorando Dianora stessa, facilmente si convinsero giudici e popolo, e si finì colle nozze pubbliche de’ due amanti e la pace fra le loro famiglie.

111.Giovanni di ser Cambi reca la lista delle case grandi fiorentine al 1494 e assegna agli Altoviti sessantasei uomini, sessanta ai Rucellaj, cinquantatrè agli Strozzi, sessantacinque agli Albizzi, trentacinque ai Ridolfi, e così ai Capponi, ventisei ai Cavalcanti, e via là. Tra le antiche famiglie vanno ricordati i Bardi, che spesso ebbero nimistà coi Frescobaldi, massime nel 1340, allorchè li calmò il venerabile vecchione Matteo dei Marradi podestà. Cacciato il duca d’Atene, anche i Bardi furono espulsi a furor di popolo e bruciate ventidue loro case. Dianora de’ Bardi fu amata da Ippolito de’ Buondelmonti; ma, attesa l’inimicizia delle due famiglie, non potè che sposarla in segreto. Andava da lei la notte per una scala a corda; nel qual atto sorpreso dal bargello, fu arrestato per ladro, ed egli, anzichè mettere a repentaglio l’onore della fanciulla, lasciasi condannare a morte. Sol chiese che, nel condurlo al supplizio, si passasse davanti la casa de’ Bardi, volendo, diceva, in quell’estremo punto riconciliarsi colla famiglia sempre odiata. Ma ecco Dianora sbucarne scarmigliata, confessando: — Egli è mio sposo, e unica colpa di lui l’esser venuto a trovarmi». Si sospende il supplizio, si ripiglia la causa davanti al podestà, ove perorando Dianora stessa, facilmente si convinsero giudici e popolo, e si finì colle nozze pubbliche de’ due amanti e la pace fra le loro famiglie.

112.Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,Le piazze, i templi e gli edifizj magni,Le delizie, i tesor,qual accompagniMille duri pensier, mille dolori.Un verde praticel pien di bei fiori,Un rivolo che l’erba intorno bagni,Un augelletto che d’amor si lagni,Acqueta molto meglio i nostri ardori;L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,Gli antri oscuri e le belve fuggitive,Qualche leggiadra ninfa paurosa.Quivi vegg’io con pensier vaghi e prontiLe belle luci come fosser vive;Là me le toglie or questa or quella cosa.

112.

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,Le piazze, i templi e gli edifizj magni,Le delizie, i tesor,qual accompagniMille duri pensier, mille dolori.Un verde praticel pien di bei fiori,Un rivolo che l’erba intorno bagni,Un augelletto che d’amor si lagni,Acqueta molto meglio i nostri ardori;L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,Gli antri oscuri e le belve fuggitive,Qualche leggiadra ninfa paurosa.Quivi vegg’io con pensier vaghi e prontiLe belle luci come fosser vive;Là me le toglie or questa or quella cosa.

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,Le piazze, i templi e gli edifizj magni,Le delizie, i tesor,qual accompagniMille duri pensier, mille dolori.Un verde praticel pien di bei fiori,Un rivolo che l’erba intorno bagni,Un augelletto che d’amor si lagni,Acqueta molto meglio i nostri ardori;L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,Gli antri oscuri e le belve fuggitive,Qualche leggiadra ninfa paurosa.Quivi vegg’io con pensier vaghi e prontiLe belle luci come fosser vive;Là me le toglie or questa or quella cosa.

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,

Le piazze, i templi e gli edifizj magni,

Le delizie, i tesor,qual accompagni

Mille duri pensier, mille dolori.

Un verde praticel pien di bei fiori,

Un rivolo che l’erba intorno bagni,

Un augelletto che d’amor si lagni,

Acqueta molto meglio i nostri ardori;

L’ombrose selve, i sassi e gli alti monti,

Gli antri oscuri e le belve fuggitive,

Qualche leggiadra ninfa paurosa.

Quivi vegg’io con pensier vaghi e pronti

Le belle luci come fosser vive;

Là me le toglie or questa or quella cosa.

113.Schroeck,Allgem. Geschichte, vol.XXXII, p. 90.

113.Schroeck,Allgem. Geschichte, vol.XXXII, p. 90.

114.«Nel 1424 fu ucciso Braccio de Montone;... e per questa cagione ne fu fatto gran festa e letitia in Roma de fuochi e de ballare; et ogni Romano giva con la torcia a cavallo ad accompagnare M. Jordano Colonna fratello di papa Martino, perchè era morto l’inimico del papa; e morti che furono questi, rimase papa Martino senz’alcun altro impaccio, e mantenea nel suo tempo pace e divitia, e venne lo grano a soldi quaranta lo rubbio».Infessura,Diario.

114.«Nel 1424 fu ucciso Braccio de Montone;... e per questa cagione ne fu fatto gran festa e letitia in Roma de fuochi e de ballare; et ogni Romano giva con la torcia a cavallo ad accompagnare M. Jordano Colonna fratello di papa Martino, perchè era morto l’inimico del papa; e morti che furono questi, rimase papa Martino senz’alcun altro impaccio, e mantenea nel suo tempo pace e divitia, e venne lo grano a soldi quaranta lo rubbio».Infessura,Diario.

115.Vespasiano,Comment., p. 279.

115.Vespasiano,Comment., p. 279.

116.Et a dì 19 de jennaro de martedì, fu impiccato uno Stefano Porcaro in castello, in quello torrione che sta quando vai in là a mano destra; e viddelo io vestito di nero, in gipetto e calze nere. Se perdette quell’huomo da bene et amatore dello bene e libertà di Roma, lo quale, perchè si vide senza cascione esser stato sbannito da Roma, volse, per liberar la patria soa da servitute, metter la vita sua, come fece lo corpo suo... Et in quel dì furono impiccati nelle forche di Campitolio senza confessione e comunione gl’infrascritti... Item con essi fu impiccato Sao e molti altri... Et in quel tempo furono ancora pigliati Mr Joanni... Adì 28 gennajo fu impiccato Francesco Gabadio et uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati, e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì 30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ».Infessura.

116.Et a dì 19 de jennaro de martedì, fu impiccato uno Stefano Porcaro in castello, in quello torrione che sta quando vai in là a mano destra; e viddelo io vestito di nero, in gipetto e calze nere. Se perdette quell’huomo da bene et amatore dello bene e libertà di Roma, lo quale, perchè si vide senza cascione esser stato sbannito da Roma, volse, per liberar la patria soa da servitute, metter la vita sua, come fece lo corpo suo... Et in quel dì furono impiccati nelle forche di Campitolio senza confessione e comunione gl’infrascritti... Item con essi fu impiccato Sao e molti altri... Et in quel tempo furono ancora pigliati Mr Joanni... Adì 28 gennajo fu impiccato Francesco Gabadio et uno dottore, perchè accompagnarono Mr Stefano Porcari, e dissesi che avevano notitia dello detto trattato. E dopo andò uno bando, che chi sapesse dove sta... lo dovessino rivelare, e guadagnavano mille ducati, e chi li dava morti cinquecento. E lo papa fece cercare per tutta Italia per questi delinquenti... furon pigliati chi a Padua, chi in Venetia... et a molti fu tagliata la testa alla città di Castello. A dì 30 di jennaro fu impiccato Battista de Persona ».Infessura.

117.Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio. Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi.Æneæ Silvii Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia. Basilea 1551. Opere capitali sono:De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias cumplectitur. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di continuo:Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi? A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco, e chi passa questi confini indarno poi s’affatica?Mi consigliavano dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo. Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra. E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».

117.Delle lettere tengo l’edizione preziosa, fatta in Milano per maestro Ulderico Scinzenzeler il 1496. In queste è la troppo famosa storia degli amori della Lucrezia senese con Eurialo tedesco al seguito dell’imperatore Sigismondo, dipinti coi colori del Boccaccio. Delle altre lettere, molte illustrano assai i tempi.Æneæ Silvii Piccolominei senensis, qui post adeptum pontificatum Pius, ejus nominis secundus, appellatus est, opera quæ extant omnia. Basilea 1551. Opere capitali sono:De gestis concilii Basiliensis commentarium; De ortu et historia Bohemorum; Europa, in qua sui temporis varias historias cumplectitur. Scrive bene, quantunque con troppa frequenza di frasi o d’emistichi. Nella prefazione al Concilio di Basilea dice: — Non so quale sciagura o qual destino mi spinga così, che non valgo a distrarmi dalla storia, nè il tempo più utilmente consumare. Soventi mi proposi togliermi a questi allettamenti de’ poeti ed oratori, ed altro esercizio seguire, donde cavar alcuna cosa che mi renda men grave la vecchiezza, per non dover vivere alla giornata come gli uccelli e le fiere. Nè studj mancavano, nei quali se avessi voluto concentrar le forze, avrei potuto e danari e amici procacciare. Nè a ciò mi persuadeva da me solo, ma m’erano intorno gli amici, dicendomi di continuo:Orsù, che fai Enea? Ti occuperà la letteratura finchè campi? A quest’età non ti vergogni di non aver poderi, non danaro? Non sai che a vent’anni bisogna esser grande, a trenta prudente, a quaranta ricco, e chi passa questi confini indarno poi s’affatica?Mi consigliavano dunque che, instando già il quarantesimo anno, cercassi posseder qualche cosa, prima che quello entrasse. Spesso vi posi mano, e promisi fare secondo il consiglio; buttai via i libri oratorj, buttai le storie e tutte siffatte letture, nemiche alla mia salute. Ma come certi volanti non sanno fuggire il fuoco della candela finchè non v’abbrucino l’ali, così io torno al mio male, dov’è forza ch’io pera; nè, a quanto vedo, altri che la morte non mi torrà questo studio. Ma giacchè il destino mi trascina, nè quel che voglio posso, bisogna congiungere la volontà al potere. Mi si rinfaccia la povertà; ma e povero e ricco devono vivere fin alla morte. Se è misera la povertà ai vecchi, è miserrima agli illetterati. Aver corpo sano e integra mente è dato al povero non men che al ricco; se questo ottengo, null’altro chiedo. Goder quello che ho in buona salute mi conceda Dio, e prego di poter condurre una vecchiaja con mente sana e non indecorosa nè senza cetra. E giacchè così sta fitto nell’animo, torniamo ai commentarj nostri».

118.La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso:Quand’ero Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio.

118.La distinzione stessa faceva in quel suo motto famoso:Quand’ero Enea, nessun mi conoscea; or che son Pio, ciascun mi chiama zio.

119.Il nome che d’apostolo ti dennoO d’alcun minor santo i padri, quandoCristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,In Cosmico, in Pomponio vai mutando;Altri Pietro in Pierio, altri GiovanniIn Jano e in Giovian van racconciandoAriosto,SatiraVI.

119.

Il nome che d’apostolo ti dennoO d’alcun minor santo i padri, quandoCristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,In Cosmico, in Pomponio vai mutando;Altri Pietro in Pierio, altri GiovanniIn Jano e in Giovian van racconciandoAriosto,SatiraVI.

Il nome che d’apostolo ti dennoO d’alcun minor santo i padri, quandoCristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,In Cosmico, in Pomponio vai mutando;Altri Pietro in Pierio, altri GiovanniIn Jano e in Giovian van racconciandoAriosto,SatiraVI.

Il nome che d’apostolo ti denno

O d’alcun minor santo i padri, quando

Cristiano d’acqua, non d’altro ti fenno,

In Cosmico, in Pomponio vai mutando;

Altri Pietro in Pierio, altri Giovanni

In Jano e in Giovian van racconciando

Ariosto,SatiraVI.

120.È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese:Novi ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum lentissimus repetitor. Ap.Marini,Degli archiatri pontifizj, tom.II. p. 179.

120.È caratteristico l’elogio che gli fa Gaspare Veronese:Novi ego quod suorum codicum largissimus semper fuit, alienorum vero verecundissimus postulator, nec non suorum aliis commodatorum lentissimus repetitor. Ap.Marini,Degli archiatri pontifizj, tom.II. p. 179.

121.Cronaca di Gubbio, Rer. It. Script.,XXI. f. 994.

121.Cronaca di Gubbio, Rer. It. Script.,XXI. f. 994.

122.Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò il Rosmini nellaStoria di Milano.

122.Che ciò fosse con intelligenza di Francesco Sforza suo suocero è asserito da Machiavelli e da quasi tutti i contemporanei, i quali diceano averlo lo Sforza menato alla beccheria, e Ferdinando esserne stato il boja: ma vittoriosamente li confutano i documenti che pubblicò il Rosmini nellaStoria di Milano.

123.Racconta Gioviano Pontano,Belli neapolitani, lib.V, che, mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare, imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie, il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.

123.Racconta Gioviano Pontano,Belli neapolitani, lib.V, che, mentre Ferdinando di Napoli assediava una rôcca sotto Mondragone aderente agli Angioini, e per difetto d’acqua l’avea ridotta all’estremo, alcuni empj sacerdoti procurarono le pioggie con arti magiche. Trovarono alquanti giovani arditissimi, che di notte per difficilissime vie uscirono fin al lido, e quivi bestemmiarono un crocifisso con ogni peggior maledizione, quivi gettaronlo in mare, imprecando tempesta al cielo, al mare, alle terre. Al tempo stesso i sacerdoti presero un asino, e come a moribondo gli dissero le preghiere degli agonizzanti, lo comunicarono, e fattegli le esequie, il sepellirono vivo davanti alla porta della chiesa. Ed ecco subito annuvolarsi, tempestar il mare, farsi bujo il cielo, e tuoni e folgori e nembi e diluvio di pioggie, sicchè abbondantemente provvista la rôcca, Ferdinando se ne dovette levare.

In tali estremi, la sapiente Roma antica sepelliva un uomo e una donna.


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