Chapter 23

200.Di Costanzo,St. di Napoli, lib.IX.201.Anche quando Carlo V volle nel 1536 salire all’apertura della cupola del Panteon a Roma, un tal Crescenzi, che ve l’accompagnò, disse a suo padre essergli venuto il pensiero di buttarlo giù, per vendetta del sacco di Roma. E il padre: — Figliuol mio, queste cose si fanno e non si dicono».Relazione del sacco di Roma, manoscritto nella Vaticana.202.Blanqui,Hist. de l’économie politique, introd. — Vedi l’AppendiceIX.203.Landino,Apologia de’ Fiorentini;Varchi,Storia, lib.IX. Secondo il Dati,Cronaca, p. 128, i Fiorentini nella guerracol papa dal 1395 al 68 speserofiorini d’oro2,500,000nella seconda contro il conte di Virtù dal 1375 al 98»1,800,000nella terza dal 1401 al 4»2,500,000nella guerra di Pisa del 1405»1,500,000laonde in dieci anni di guerra avrebbero speso centrentotto milioni de’ nostri.204.Elogio storico, nellaSerie di uomini illustri toscani.205.PressoManni,Illustrazione del Decamerone, pag. 431.206.Archivio storico,IV.207.Vedi iRicordi storicidiF. Rinuccini. Firenze 1841. — Perchè queste cifre avessero significato positivo, bisognerebbe paragonarle con quelle d’altri paesi: ora nulla è più incerto nelle storie che le cifre, nè più difficile che il depurarle. In un’altra opera noi offrimmo de’ paragoni; qui diremo come un atto del parlamento inglese del 1496 regolasse il salario del contadino in scellini sedici, soldi otto all’anno, oltre quattro pel vestito. In quell’anno a lady Anna, sorella del re Edoardo IV, sposata al figlio del conte di Surrey, fu assegnato per suo «mantenimento, decoro e tavola conveniente; e per un gentiluomo, una dama, una donzella, una gentildonna, una guardia, tre mozzi, ottanta lire sterline l’anno, e ventisei pel mantenimento di sei cavalli»; sicchè a una famiglia così ben montata bastavano circa duemilaseicento franchi d’oggi.Secondo Fortescue, a metà del 1400 i Francesi «non bevono che acqua; mangiano pomi e pane di riso, non carne, o al più un po’ di lardo o le interiora e la testa degli animali macellati pei nobili e pei mercanti; non vestono lana, o al più una ruvida giubba, e così i calzoni che arrivano appena alle ginocchia, lasciando nude le gambe. Donne e fanciulli vanno scalzi». VediF. M. Eden,Storia dei poveri, vol.I. p. 70 e seg.208.Giovanni Villani, cap.X. p. 164.209.CronacadelGrazianial 1448.210.Antonii Astesani carmen, cap.VIII. IX.211.Archivio storico,XIII. 316.212.Archivio storico,XIII. 53, AppendiceIX. 234.213.CronacadelGraziani.214.Circulus Pisanus, 25.215.La sentenza motivata, del 1327, porta ch’egli confessò che un uomo poteva nascere sotto una costellazione che necessariamente lo costringeva a peccare, ed altre eresie che toglievano a Dio la potenza e all’uomo il libero arbitrio. «E ciò reiterando ed affermando e credendo, disse di più che Firenze era fondata sotto il regno dell’ariete, e Lucca sotto quello del granchio; e che per ciò, se i Fiorentini andassero contro, sarebbe avverata la sua profezia ecc.».216.Quis tecum consulet astraFatorum secreta movens, aut ante notabitSuccessus belli dubios, mundique tumultus,Fortunasque ducum varias?217.Storie fiorentine,X. 83.218.Vedi le sue prediche, edite dal Manni, pag. 99-105, e specialmente quella del 7 gennajo 1303. Sta nella biblioteca Estense un breviario manoscritto del 1480, d’elegantissima lettera e miniatura, cui precede un calendario dove sono notati i giorni infausti (ægyptiaci) e le ore, con versi a ciascun mese. Per esempio, al gennajo:Prima dies Jani timor est, et septima vanis,Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum.219.Ex conjunctione saturni et jovis in principio arietis, quod quidem circa finem novemcentum et sexaginta contingit annorum,... totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi. Conciliator controv., fasc.XV.220.Nell’Istoria miscella di Bologna. Rer. It. Script.,XVIII, al 1422.221.Facio, lib.IX;Panormita, lib.IV.222.Targioni Tozzetti,Relazione di viaggi,XI. 266.223.Vespasiano,Vita di Pietro Pazzi.224.Tristani Calchi,Nuptiæ Mediol. Ducum,VI.225.Diario dell’Infessura.Rer. It. Script., part.II. p. 1143.226.Heu nequam gens judaica,Quam dira præsens vesania.Plebs execranda!227.Per esempio, unGiudizio di Vulcano, Clitennestra, ecc. Vedi principalmenteMagnin,Origini del teatro, 1839.228.Antiq. M. Æ., diss.XXIX.229.Nostradamus,Vite de’ poeti provenzali;Crescimbeni,Storia della vulgare poesia, tom.II. part.I. p. 44.230.Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi, cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi, ecc.231.DaiDiarjmss. di Marin Sanuto, vol.XXXII, fol. 341, si vede il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522 egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna, solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj... et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin Sanutopalam locutus sum omnibus, che se fossi in loco che potesse, provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir ecc. ecc.».Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo. Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si disserotontine. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi, San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.232.San Pier Damiani, lib.I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote in mimo. Il Cortusio (Rer. It. Script.,XII. 73) dice che il nobil uomo signor Rizardo di Camino,alla foggia de’ nobili, giocava per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si tratteneano giocando a dadi e scacchi. NelloStatuto dell’arte di Calimala, al lib.II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro, dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare (ad pistellandum ova) in quaresima. Pascasio Giudico, medico viaggiatore delXVIsecolo, passando da Pavia vi scrisse un trattatoDe’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro; opera ove tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa si facessero dadi.233.Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui. Rer. It. Script.,XI.234.Lib.VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.235.Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccolinunquam verba duo latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis mentem, conjungere potuit. La prima e più solita ingiuria che usavano tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.236.VedasiDu Cangealle vociAvaria, Anchoragium, Carratura, Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla, Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum, Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum, Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum. —Muratori,Antiq. M.Æ.,tom.II. col. 4. e seg. e 866. —Werdenhagen,De rebus publicis Hanseaticis, part.III. c. 20. —Marquard,De jure mercatorum, lib.II. c. 6. —Fischer,Geschichte des deutschen Handels, tom.I. p. 526 e seg. —Pegolottiap. Pagnini,Della decima, tom.III. p. 301.237.Nel 1233 i frati Minori di Spagna aveano scomunicato i mercanti genovesi perchè portavano merci agli infedeli. Gregorio IX ne li rimprovera,cum non sit precipitanda excommunicationis sententia, sed preambula discretione ferenda; e vuole non s’abbiano a considerare scomunicati se non quelli che portano ai Saracini ferro, legnami ed altre munizioni contro i Cristiani; solo in tempo di guerra s’ha a negar ad essi ogni cosa.Liber jurium,I. 930.238.Storia fiorentina, lib.III. c. 80.239.Cibrario,Economia politica del medioevo, pag. 82. — Fin ai tempi di Giovanni da Uzzano, cioè del 1440, un corriere di commercio impiegavada Genovaad Avignone7in8giornate»a Parigi18in22»da Firenzea Milano10in12»»a Roma5in6»»a Napoli11in12»»a Parigi20in23»»a Genova5in6»»a Londra25in30»240.L’albinaggio durò fin a jeri, e in qualche paese non è tolto interamente. Al 2 agosto 1817 l’abolirono fra loro la Toscana e Parma; al 5 gennajo 1818 e 12 gennajo 1836 essa Toscana colla Sardegna; al 3 maggio 1816 colle Due Sicilie, colla Svezia e Norvegia; poi nel luglio 1821 con Lucca, nell’aprile 1829 colla Prussia, nell’aprile 1848 col Belgio; ecc.; al 10 luglio e 5 agosto 1854 la Sardegna col granducato di Baden.241.Nova consuetudo de statutis et consuetudinibus contra Ecclesiæ libertatem editis, tollendis.Le costituzioni di Sicilia del 1231 comminavano pene contro chi togliesse le robe dei naufraghi, e condannavano a restituire: pure Carlo d’Angiò confiscò le navi de’ Crociati naufragate nel 1270. Corradino suo competitore, in un trattato del 1268 con Siena, rinunziava al diritto di naufragio. Uno statuto a Venezia del 1232 proibiva di porre le mani sui naufraghi di qualunque nazione fossero, e puniva chi non restituisse entro tre giorni: ciò non pertanto questa medesima repubblica fece un trattato con san Luigi nel 1268 per abolire il diritto di naufragio nei due Stati; e nel 1454 i magistrati di Barcellona erano ancora costretti a negoziare con quei di Venezia per ottenere lo stesso favore.D’ugual passo andavano le cose in Oriente: la stessa inutile protezione delle leggi, la stessa usanza degli abitanti delle rive, la stessa necessità di esenzioni imperiali. Il capo 46 dell’Assisa dei cittadini del regno di Gerusalemme, attribuita al re Amalrico II montato in trono nel 1197, non apportò che incompiuto rimedio all’abuso, circoscrivendo la confisca ad una parte della nave naufragata. Se i Musulmani lo praticavano contro i Cristiani, e questi contro loro, era una conseguenza delle reciproche ostilità. Trattati del 1265, 82, 83, 85, 90... contengono scambievoli rinunzie.242.Rodoano Papanticola di Genova riceve da Otton Bono fiorini quindici, pei quali dà in ipoteca una casa in Garignano:Locum de Galignano pignori; intrare, estimare facias, et nomine vendicionis possidere sine decreto et cetera; et si ibi defuerit, in aliis bonis meis adimpleatur.16 giugno 1158, cartulario del notajo Giovanni Scriba, dov’è accennato un altro modo sommario, qual è l’andare in possesso senza formole giuridiche e sentenza: che trovasi pure altre volte. Ciò è più chiaro in un atto del 1º agosto anno stesso, ove Baldo Pulpo e sua moglie danno a Guglielmo Ventolocum Vulturis(Voltri)pignori; et si ibi defuerit, alia bona nostra; et nisi sic observaverimus, tua auctoritate et sine decreto consulum et nostra contradictione in eis pro duplo intrare posse...; e la moglie rinunzia al senato-consulto Vellejano, al diritto d’ipoteca, alla legge Giulia dei poderi inestimati. Altrettanto si stipula il 7 novembre 1158. Vedi esso cartulario neiMonum. Hist. patriæ.243.Buonaccorso Pitti fiorentino, dovendo avere mille fiorini dal conte di Savoja nel 1409, fece arrestare in Firenze Giovanni Marchiandi figlio del cancelliere di Savoja, nè lo rilasciò se non dopo ch’ebbe dato mallevadori. Nel 1393 Amedeo VIII di Savoja pagava milleottocento fiorini di un debito, pel quale si erano offerti di star prigionieri i tre più grandi baroni di Savoja; nel 1409 pagava un’indennità a Pietro Colombet, ch’era stato prigione per lui. Ap.Cibrario, pag. 403. Perciò gli uomini di Racconigi stipulavano con Manfredo marchese di Saluzzo al 12 dicembre 1198:Si ipse marchio aliquem hominem Racunisii in fidejussione ponere voluerit, et ipse intrare noluerit, non inde eum causare debeat. Monum. Hist. patriæ.Chart.II.244.Et si civitas, communitas, castrum vel villa, post dictam requisitionem non fecerint satisfieri... dummodo de valore rerum habitatorum faciat plenam fidem, vel saltem per unum testem de visu et scientia, et duos de publica fama, senator vel ejus judices debeant dare et concedere eis represaliam et licentiam et potestatem liberam capiendi de bonis et rebus civitatis et hominum illius terræ. Et teneatur senator ad petitionem illius qui privilegium represaliarum habere meruit, facere stagiri et sequestrari personas et bona illorum qui sunt de terris et locis.Senatus populique romani statuta, lib.I. c. 143.245.Calvi,Efemer., tom.II. p. 613.246.Monum. Hist. patriæ, Leges municipales, pag. 206.247.Una cum hospitibus, qui per colles Alpium siti sunt pro peregrinorum susceptione. Ep. 39ª di papa Adriano a Carlo Magno ap.Bouquet.248.Antiq. M. Æ., diasXXX. — Qui i mercanti sono considerati come un corpo, e di fatto a Lucca fondavano nel 1262 l’ospedale della Misericordia.249.ApudCarli,Zecche d’Italia, tom.II, p. 173. — Nel 1308, i Fiorentini al Comune di Lucca scriveano:Quia desideramus quod comune nostrum desiderium, quod inest nobis et vobis, felicem sortiatur effectum, tractatum est sæpe sæpius de concordia cum nostris mercatoribus per vos faciendo, circa spectantia ad passagia et gabellas etc. Archivio storico, tom.VI, p. 16. Di là (p. 20) appare che in quell’anno gli Ugolotti e i Nerli fiorentini aveano fatto una società a Ala di Svevia per batter la moneta di quel paese.L’anno stesso, venendo da Venezia a Reggio cinque balle di panni dorati, e una di perle, anelli, panni,libried altre preziosità, spettanti a mercanti fiorentini, furono prese da Ilo di Cannela e Nicolò da Luni e complici. Laonde il Comune di Firenze interessava il Comune di Reggio a procurarne la restituzione, riflettendo quanto onore e vantaggio traesse dal passaggio delle merci fiorentine (p. 24) Altre querele simili sono a leggervi.250.Monum. Hist. patriæ, Chart.I.251.Ivi, 1501.252.Monum. Hist. patriæ, Chart.II. 1378. Vi sono pure le promesse che altri feudatarj fanno al marchese, di tener essa strada in buon essere.I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da Gavi a Serravalle,ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue, comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et a Terdona usque in districtum Papiæ etc. Liber juris, tom.I. 955.Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle guerre contro gli Astigiani. 1181.253.Scipione Ammirato,St. fiorentina.I.254.Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76. Vedasi ilRegestum Fridericinell’archivio di Napoli, pag. 309-356;Cibrario,Economia;Bianchini,Storia delle finanze del regno di Napoli.255.L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti di tutti i paesi mercantili. LoStatuto di Lucca, rub.CXXI(ap.Tommasi,Sommario), proibisce di venderne, se non sia stato riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato vivo con esso zafferano.256.Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il quando fu introdotto in Italia. Da un documento delCodice diplomatico arabo-siculodi monsignor Airoldi, tom.II. part.II. p. 94, risulta che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secoloXV. Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta Italia». VediCapsoni,Della influenza delle risaje sulla salute umana,Milano 1851.257.Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.NelLiber juriumdi Genova, vol.I. p. 1170, è un inventario delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle derrate.258.Cioè Santhià.Monum. Hist. patriæ. Chart.I. 341.Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli. Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu sempre scarso.Cibrario,Monumenti di Savoja, pag. 283.259.La più antica menzione delle Arti fiorentine è in un trattato del 1204 tra i Fiorentini e quelli della Capraja.Hæc sunt sacramenta, quæ potestas et consules communis, consules militum, priores artium etc. fecerunt. Ap.Targioni, tom.I. p. 66.Viaggi.260.Statuto dell’arte di Calimala. Merita d’esser visto pei molti savj regolamenti, frapposti ad altri superflui, e attestanti una civiltà molto sviluppata. Vi sono sempre determinate le elemosine da dare alle famiglie e alle vedove degli associati.261.Nel 1280 il conte Bertoldo, per indur pace fra’ Lambertazzi e Geremei, convocava i signori e il popolo, tra il quale i consoli delle compagnie del Leone, de’ Beccaj, de’ Lombardi, de’ Toscani, delle Stelle, della Branca, del Griffone, dell’Aquila, delle Spade, delle Sbarre, de’ Leopardi, delle Schife, delle Traverse, delle Ballerie, de’ Castelli, de’ Quartieri, delle Chiavi, dei Balzani, della Branchetta, de’ Vari, degli Stracciajuoli, comminando a ciascuna compagnia duemila marche se non comparissero. Quest’erano compagnie d’armi. Di arti erano quelle dei Cordovanieri, delle Stelle, de’ Cambiatori, de’ Mercanti, de’ Notari, de’ Caligari, de’ Calzolaj, de’ Pescatori, de’ Pellicciaj, vecchi e nuovi, de’ Linaruoli, de’ Conciatori e Cuojaj, de’ Drappieri, de’ Falegnami, de’ Muratori, de’ Fabbri, de’ Sarti, dei Bacilieri.Le arti in Genova verso il 1250 erano albergatori e osti, arcadori, balestraj, bambagiaj, barbieri, barilaj, sellaj, calzajuoli, calzolaj, cappellieri, cambiatori, correggiaj, coltellinaj, drappieri, funajuoli e fabbricatori di vele, fornaj, giojellieri, minutieri, orefici, macellaj, maestri di ascia, calafati, muratori, legnajuoli, conciapelli, pescatori, remolaj, sartori, canovaj, incettatori di grasce, scudaj, spadaj, speziali, tavernaj, tintori, tornitorj, facitori di travi e puntelli, ciotolaj; in tutto trentatre maestranze, e non v’appare distinzione di maggiori e minori.V. Serra, Annot. al lib.IV; ma discordiamo da lui sul senso dicallegariiezotolarii.Delle arti di Firenze si vedono gli stemmi scolpiti sul Magistrato della Mercatanzia, ora uffizio del Bollo; e sono per l’arte di Calimala aquila d’oro su balla bianca in campo rosso; pei cambiatori, fiori d’oro in campo vermiglio: pe’ giudici o notaj, stella d’oro in azzurro; pe’ medici e speziali, la Madonna col bambino in fondo rosso; pe’ lanajuoli, agnello bianco con bandiera vermiglia; setajuoli, porta rossa in campo bianco; per i pellicciaj e vajaj, vaj bianchi e celesti, e agnello con bandiera e croce. Delle arti minori portarono, i beccaj, montone nero in campo bianco; i calzolaj, tre traverse nere in campo bianco; cuojaj, scudo metà bianco e vermiglio; muratori e scarpellini, scure in campo rosso; oliandoli, leone rosso rampante con olivo; linajuoli, bandiera a metà bianca e nera; magnani, due chiavi legate in campo rosso; spadaj e corazzaj, corazza e stocco in fondo bianco; coreggiaj, un legno dimezzato per traverso; legnajuoli, palma verde con cassetta rossa al tronco; albergatori, stella rossa in bianco.Mantova nel 1208 aveva le corporazioni de’ giudici, notaj, fabbricatori di pannilani, calzolaj e conciatori, beccaj, ferraj,rioberj, pellicciaj, speziali, tessitori di lana, sartori, pescatori, merciaj, barbieri, venditori di panni a ritaglio, tintori di lana, fabbricatori di pignolati, tintori e cimatori di pignolati,corregatores, linajuoli; e caduna aveva quattro capi e altrettanti consiglieri; tutti i membri erano notati; restava escluso chi non avesse dieci anni, e i garzoni; ogni socio doveva una tassa annuale, col che e con altri proventi formavasi una cassa per soccorrere gl’infermi e per altre beneficenze; ciascun corpo decideva sulle cose risguardanti il proprio traffico, sino a certe somme.Statuti, lib.IV, rub. 1.262.Non qui solo i monaci adopravano il loro ozio alle manifatture, ma stavano in mano loro, a tacere altrove, quasi tutte quelle d’Inghilterra e di Scozia. Balducci Pegolotti ricorda tutte le magioni de’ Premontresi, dell’ordine di Promuxione ecc., che faceano traffico.263.G. Villani,Storie,XI, 93;Della mercatura de’ Fiorentini,II. 102. I prezzi del Villani sono da ragguagliare oggi al quintuplo.264.Pag. 295. NellaTariffa milanesedel 1216 son notati come capi d’importanza i panni comaschi; e il loro transito è pure indicato in una di Modena del 1306.265.Targioni Tozzetti.Viaggi. Nello statuto di Pescia 1340 è ordinato di piantar mori gelsi e otto pedali di fico ogni coltra di terra. Un bando del 3 aprile 1435 ordina in ciascun podere per lo meno cinque pedali di mori gelsibianchi; e sotto l’effigie del pesciatino Francesco Buonvicini nel palazzo del Comune in quell’anno gli è dato lode d’aver portatoalla sua patria questa pianta,Dalla qual nacque poi ricchezza tantaChe in ogni luogo si noma il Delfino.Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze, e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nelSaggio delle malattie cutanee sordide, 1798, all’art.Lebbra, pag. 174, dice che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’ lebbrosi lavoranti di lana e seta.266.Morbio,Codice Visconteo Sforzesco.267.Antiq. M. Æ.,II. 332.268.Giannone,Storia civile,XXVII. 3.269.Documenti alTommasi,Sommario della storia di Lucca, pag. 63.270.Manni,De Florentinis inventis commentarius; ePagnini, tom.II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’ preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno. L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.271.Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe qualche cappello che fu pagato sin mille lire.272.Anderson,Hist. commerc., pag. 371.273.Manni,Veglie piacevoli in Dino di Tura. In Francia i falliti portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono:Quicumque captus et detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem... probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ,Leges 987.Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel 1853. il c.XXXVIdel lib.I. porta:Come se renunzia a li beni suoi dando le natiche al pietrone.«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni, questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiateCedo bonis, che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune, senza le predecte solennità».

200.Di Costanzo,St. di Napoli, lib.IX.

200.Di Costanzo,St. di Napoli, lib.IX.

201.Anche quando Carlo V volle nel 1536 salire all’apertura della cupola del Panteon a Roma, un tal Crescenzi, che ve l’accompagnò, disse a suo padre essergli venuto il pensiero di buttarlo giù, per vendetta del sacco di Roma. E il padre: — Figliuol mio, queste cose si fanno e non si dicono».Relazione del sacco di Roma, manoscritto nella Vaticana.

201.Anche quando Carlo V volle nel 1536 salire all’apertura della cupola del Panteon a Roma, un tal Crescenzi, che ve l’accompagnò, disse a suo padre essergli venuto il pensiero di buttarlo giù, per vendetta del sacco di Roma. E il padre: — Figliuol mio, queste cose si fanno e non si dicono».Relazione del sacco di Roma, manoscritto nella Vaticana.

202.Blanqui,Hist. de l’économie politique, introd. — Vedi l’AppendiceIX.

202.Blanqui,Hist. de l’économie politique, introd. — Vedi l’AppendiceIX.

203.Landino,Apologia de’ Fiorentini;Varchi,Storia, lib.IX. Secondo il Dati,Cronaca, p. 128, i Fiorentini nella guerracol papa dal 1395 al 68 speserofiorini d’oro2,500,000nella seconda contro il conte di Virtù dal 1375 al 98»1,800,000nella terza dal 1401 al 4»2,500,000nella guerra di Pisa del 1405»1,500,000laonde in dieci anni di guerra avrebbero speso centrentotto milioni de’ nostri.

203.Landino,Apologia de’ Fiorentini;Varchi,Storia, lib.IX. Secondo il Dati,Cronaca, p. 128, i Fiorentini nella guerra

laonde in dieci anni di guerra avrebbero speso centrentotto milioni de’ nostri.

204.Elogio storico, nellaSerie di uomini illustri toscani.

204.Elogio storico, nellaSerie di uomini illustri toscani.

205.PressoManni,Illustrazione del Decamerone, pag. 431.

205.PressoManni,Illustrazione del Decamerone, pag. 431.

206.Archivio storico,IV.

206.Archivio storico,IV.

207.Vedi iRicordi storicidiF. Rinuccini. Firenze 1841. — Perchè queste cifre avessero significato positivo, bisognerebbe paragonarle con quelle d’altri paesi: ora nulla è più incerto nelle storie che le cifre, nè più difficile che il depurarle. In un’altra opera noi offrimmo de’ paragoni; qui diremo come un atto del parlamento inglese del 1496 regolasse il salario del contadino in scellini sedici, soldi otto all’anno, oltre quattro pel vestito. In quell’anno a lady Anna, sorella del re Edoardo IV, sposata al figlio del conte di Surrey, fu assegnato per suo «mantenimento, decoro e tavola conveniente; e per un gentiluomo, una dama, una donzella, una gentildonna, una guardia, tre mozzi, ottanta lire sterline l’anno, e ventisei pel mantenimento di sei cavalli»; sicchè a una famiglia così ben montata bastavano circa duemilaseicento franchi d’oggi.Secondo Fortescue, a metà del 1400 i Francesi «non bevono che acqua; mangiano pomi e pane di riso, non carne, o al più un po’ di lardo o le interiora e la testa degli animali macellati pei nobili e pei mercanti; non vestono lana, o al più una ruvida giubba, e così i calzoni che arrivano appena alle ginocchia, lasciando nude le gambe. Donne e fanciulli vanno scalzi». VediF. M. Eden,Storia dei poveri, vol.I. p. 70 e seg.

207.Vedi iRicordi storicidiF. Rinuccini. Firenze 1841. — Perchè queste cifre avessero significato positivo, bisognerebbe paragonarle con quelle d’altri paesi: ora nulla è più incerto nelle storie che le cifre, nè più difficile che il depurarle. In un’altra opera noi offrimmo de’ paragoni; qui diremo come un atto del parlamento inglese del 1496 regolasse il salario del contadino in scellini sedici, soldi otto all’anno, oltre quattro pel vestito. In quell’anno a lady Anna, sorella del re Edoardo IV, sposata al figlio del conte di Surrey, fu assegnato per suo «mantenimento, decoro e tavola conveniente; e per un gentiluomo, una dama, una donzella, una gentildonna, una guardia, tre mozzi, ottanta lire sterline l’anno, e ventisei pel mantenimento di sei cavalli»; sicchè a una famiglia così ben montata bastavano circa duemilaseicento franchi d’oggi.

Secondo Fortescue, a metà del 1400 i Francesi «non bevono che acqua; mangiano pomi e pane di riso, non carne, o al più un po’ di lardo o le interiora e la testa degli animali macellati pei nobili e pei mercanti; non vestono lana, o al più una ruvida giubba, e così i calzoni che arrivano appena alle ginocchia, lasciando nude le gambe. Donne e fanciulli vanno scalzi». VediF. M. Eden,Storia dei poveri, vol.I. p. 70 e seg.

208.Giovanni Villani, cap.X. p. 164.

208.Giovanni Villani, cap.X. p. 164.

209.CronacadelGrazianial 1448.

209.CronacadelGrazianial 1448.

210.Antonii Astesani carmen, cap.VIII. IX.

210.Antonii Astesani carmen, cap.VIII. IX.

211.Archivio storico,XIII. 316.

211.Archivio storico,XIII. 316.

212.Archivio storico,XIII. 53, AppendiceIX. 234.

212.Archivio storico,XIII. 53, AppendiceIX. 234.

213.CronacadelGraziani.

213.CronacadelGraziani.

214.Circulus Pisanus, 25.

214.Circulus Pisanus, 25.

215.La sentenza motivata, del 1327, porta ch’egli confessò che un uomo poteva nascere sotto una costellazione che necessariamente lo costringeva a peccare, ed altre eresie che toglievano a Dio la potenza e all’uomo il libero arbitrio. «E ciò reiterando ed affermando e credendo, disse di più che Firenze era fondata sotto il regno dell’ariete, e Lucca sotto quello del granchio; e che per ciò, se i Fiorentini andassero contro, sarebbe avverata la sua profezia ecc.».

215.La sentenza motivata, del 1327, porta ch’egli confessò che un uomo poteva nascere sotto una costellazione che necessariamente lo costringeva a peccare, ed altre eresie che toglievano a Dio la potenza e all’uomo il libero arbitrio. «E ciò reiterando ed affermando e credendo, disse di più che Firenze era fondata sotto il regno dell’ariete, e Lucca sotto quello del granchio; e che per ciò, se i Fiorentini andassero contro, sarebbe avverata la sua profezia ecc.».

216.Quis tecum consulet astraFatorum secreta movens, aut ante notabitSuccessus belli dubios, mundique tumultus,Fortunasque ducum varias?

216.

Quis tecum consulet astraFatorum secreta movens, aut ante notabitSuccessus belli dubios, mundique tumultus,Fortunasque ducum varias?

Quis tecum consulet astraFatorum secreta movens, aut ante notabitSuccessus belli dubios, mundique tumultus,Fortunasque ducum varias?

Quis tecum consulet astra

Fatorum secreta movens, aut ante notabit

Successus belli dubios, mundique tumultus,

Fortunasque ducum varias?

217.Storie fiorentine,X. 83.

217.Storie fiorentine,X. 83.

218.Vedi le sue prediche, edite dal Manni, pag. 99-105, e specialmente quella del 7 gennajo 1303. Sta nella biblioteca Estense un breviario manoscritto del 1480, d’elegantissima lettera e miniatura, cui precede un calendario dove sono notati i giorni infausti (ægyptiaci) e le ore, con versi a ciascun mese. Per esempio, al gennajo:Prima dies Jani timor est, et septima vanis,Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum.

218.Vedi le sue prediche, edite dal Manni, pag. 99-105, e specialmente quella del 7 gennajo 1303. Sta nella biblioteca Estense un breviario manoscritto del 1480, d’elegantissima lettera e miniatura, cui precede un calendario dove sono notati i giorni infausti (ægyptiaci) e le ore, con versi a ciascun mese. Per esempio, al gennajo:

Prima dies Jani timor est, et septima vanis,Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum.

Prima dies Jani timor est, et septima vanis,Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum.

Prima dies Jani timor est, et septima vanis,

Nona parit bellum, sed quinta dat hora flagellum.

219.Ex conjunctione saturni et jovis in principio arietis, quod quidem circa finem novemcentum et sexaginta contingit annorum,... totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi. Conciliator controv., fasc.XV.

219.Ex conjunctione saturni et jovis in principio arietis, quod quidem circa finem novemcentum et sexaginta contingit annorum,... totus mundus inferior commutatur, ita quod non solum regna, sed et leges et prophetæ consurgunt in mundo... sicut apparuit in adventu Nabuchodonosor, Moysis, Alexandri Magni, Nazarei, Machometi. Conciliator controv., fasc.XV.

220.Nell’Istoria miscella di Bologna. Rer. It. Script.,XVIII, al 1422.

220.Nell’Istoria miscella di Bologna. Rer. It. Script.,XVIII, al 1422.

221.Facio, lib.IX;Panormita, lib.IV.

221.Facio, lib.IX;Panormita, lib.IV.

222.Targioni Tozzetti,Relazione di viaggi,XI. 266.

222.Targioni Tozzetti,Relazione di viaggi,XI. 266.

223.Vespasiano,Vita di Pietro Pazzi.

223.Vespasiano,Vita di Pietro Pazzi.

224.Tristani Calchi,Nuptiæ Mediol. Ducum,VI.

224.Tristani Calchi,Nuptiæ Mediol. Ducum,VI.

225.Diario dell’Infessura.Rer. It. Script., part.II. p. 1143.

225.Diario dell’Infessura.Rer. It. Script., part.II. p. 1143.

226.Heu nequam gens judaica,Quam dira præsens vesania.Plebs execranda!

226.

Heu nequam gens judaica,Quam dira præsens vesania.Plebs execranda!

Heu nequam gens judaica,Quam dira præsens vesania.Plebs execranda!

Heu nequam gens judaica,

Quam dira præsens vesania.

Plebs execranda!

227.Per esempio, unGiudizio di Vulcano, Clitennestra, ecc. Vedi principalmenteMagnin,Origini del teatro, 1839.

227.Per esempio, unGiudizio di Vulcano, Clitennestra, ecc. Vedi principalmenteMagnin,Origini del teatro, 1839.

228.Antiq. M. Æ., diss.XXIX.

228.Antiq. M. Æ., diss.XXIX.

229.Nostradamus,Vite de’ poeti provenzali;Crescimbeni,Storia della vulgare poesia, tom.II. part.I. p. 44.

229.Nostradamus,Vite de’ poeti provenzali;Crescimbeni,Storia della vulgare poesia, tom.II. part.I. p. 44.

230.Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi, cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi, ecc.

230.Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi, cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi, ecc.

231.DaiDiarjmss. di Marin Sanuto, vol.XXXII, fol. 341, si vede il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522 egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna, solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj... et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin Sanutopalam locutus sum omnibus, che se fossi in loco che potesse, provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir ecc. ecc.».Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo. Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si disserotontine. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi, San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.

231.DaiDiarjmss. di Marin Sanuto, vol.XXXII, fol. 341, si vede il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522 egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna, solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj... et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin Sanutopalam locutus sum omnibus, che se fossi in loco che potesse, provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir ecc. ecc.».

Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo. Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si disserotontine. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi, San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.

232.San Pier Damiani, lib.I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote in mimo. Il Cortusio (Rer. It. Script.,XII. 73) dice che il nobil uomo signor Rizardo di Camino,alla foggia de’ nobili, giocava per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si tratteneano giocando a dadi e scacchi. NelloStatuto dell’arte di Calimala, al lib.II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro, dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare (ad pistellandum ova) in quaresima. Pascasio Giudico, medico viaggiatore delXVIsecolo, passando da Pavia vi scrisse un trattatoDe’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro; opera ove tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa si facessero dadi.

232.San Pier Damiani, lib.I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote in mimo. Il Cortusio (Rer. It. Script.,XII. 73) dice che il nobil uomo signor Rizardo di Camino,alla foggia de’ nobili, giocava per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si tratteneano giocando a dadi e scacchi. NelloStatuto dell’arte di Calimala, al lib.II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro, dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare (ad pistellandum ova) in quaresima. Pascasio Giudico, medico viaggiatore delXVIsecolo, passando da Pavia vi scrisse un trattatoDe’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro; opera ove tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa si facessero dadi.

233.Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui. Rer. It. Script.,XI.

233.Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui. Rer. It. Script.,XI.

234.Lib.VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.

234.Lib.VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.

235.Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccolinunquam verba duo latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis mentem, conjungere potuit. La prima e più solita ingiuria che usavano tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.

235.Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccolinunquam verba duo latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis mentem, conjungere potuit. La prima e più solita ingiuria che usavano tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.

236.VedasiDu Cangealle vociAvaria, Anchoragium, Carratura, Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla, Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum, Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum, Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum. —Muratori,Antiq. M.Æ.,tom.II. col. 4. e seg. e 866. —Werdenhagen,De rebus publicis Hanseaticis, part.III. c. 20. —Marquard,De jure mercatorum, lib.II. c. 6. —Fischer,Geschichte des deutschen Handels, tom.I. p. 526 e seg. —Pegolottiap. Pagnini,Della decima, tom.III. p. 301.

236.VedasiDu Cangealle vociAvaria, Anchoragium, Carratura, Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla, Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum, Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum, Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum. —Muratori,Antiq. M.Æ.,tom.II. col. 4. e seg. e 866. —Werdenhagen,De rebus publicis Hanseaticis, part.III. c. 20. —Marquard,De jure mercatorum, lib.II. c. 6. —Fischer,Geschichte des deutschen Handels, tom.I. p. 526 e seg. —Pegolottiap. Pagnini,Della decima, tom.III. p. 301.

237.Nel 1233 i frati Minori di Spagna aveano scomunicato i mercanti genovesi perchè portavano merci agli infedeli. Gregorio IX ne li rimprovera,cum non sit precipitanda excommunicationis sententia, sed preambula discretione ferenda; e vuole non s’abbiano a considerare scomunicati se non quelli che portano ai Saracini ferro, legnami ed altre munizioni contro i Cristiani; solo in tempo di guerra s’ha a negar ad essi ogni cosa.Liber jurium,I. 930.

237.Nel 1233 i frati Minori di Spagna aveano scomunicato i mercanti genovesi perchè portavano merci agli infedeli. Gregorio IX ne li rimprovera,cum non sit precipitanda excommunicationis sententia, sed preambula discretione ferenda; e vuole non s’abbiano a considerare scomunicati se non quelli che portano ai Saracini ferro, legnami ed altre munizioni contro i Cristiani; solo in tempo di guerra s’ha a negar ad essi ogni cosa.Liber jurium,I. 930.

238.Storia fiorentina, lib.III. c. 80.

238.Storia fiorentina, lib.III. c. 80.

239.Cibrario,Economia politica del medioevo, pag. 82. — Fin ai tempi di Giovanni da Uzzano, cioè del 1440, un corriere di commercio impiegavada Genovaad Avignone7in8giornate»a Parigi18in22»da Firenzea Milano10in12»»a Roma5in6»»a Napoli11in12»»a Parigi20in23»»a Genova5in6»»a Londra25in30»

239.Cibrario,Economia politica del medioevo, pag. 82. — Fin ai tempi di Giovanni da Uzzano, cioè del 1440, un corriere di commercio impiegava

240.L’albinaggio durò fin a jeri, e in qualche paese non è tolto interamente. Al 2 agosto 1817 l’abolirono fra loro la Toscana e Parma; al 5 gennajo 1818 e 12 gennajo 1836 essa Toscana colla Sardegna; al 3 maggio 1816 colle Due Sicilie, colla Svezia e Norvegia; poi nel luglio 1821 con Lucca, nell’aprile 1829 colla Prussia, nell’aprile 1848 col Belgio; ecc.; al 10 luglio e 5 agosto 1854 la Sardegna col granducato di Baden.

240.L’albinaggio durò fin a jeri, e in qualche paese non è tolto interamente. Al 2 agosto 1817 l’abolirono fra loro la Toscana e Parma; al 5 gennajo 1818 e 12 gennajo 1836 essa Toscana colla Sardegna; al 3 maggio 1816 colle Due Sicilie, colla Svezia e Norvegia; poi nel luglio 1821 con Lucca, nell’aprile 1829 colla Prussia, nell’aprile 1848 col Belgio; ecc.; al 10 luglio e 5 agosto 1854 la Sardegna col granducato di Baden.

241.Nova consuetudo de statutis et consuetudinibus contra Ecclesiæ libertatem editis, tollendis.Le costituzioni di Sicilia del 1231 comminavano pene contro chi togliesse le robe dei naufraghi, e condannavano a restituire: pure Carlo d’Angiò confiscò le navi de’ Crociati naufragate nel 1270. Corradino suo competitore, in un trattato del 1268 con Siena, rinunziava al diritto di naufragio. Uno statuto a Venezia del 1232 proibiva di porre le mani sui naufraghi di qualunque nazione fossero, e puniva chi non restituisse entro tre giorni: ciò non pertanto questa medesima repubblica fece un trattato con san Luigi nel 1268 per abolire il diritto di naufragio nei due Stati; e nel 1454 i magistrati di Barcellona erano ancora costretti a negoziare con quei di Venezia per ottenere lo stesso favore.D’ugual passo andavano le cose in Oriente: la stessa inutile protezione delle leggi, la stessa usanza degli abitanti delle rive, la stessa necessità di esenzioni imperiali. Il capo 46 dell’Assisa dei cittadini del regno di Gerusalemme, attribuita al re Amalrico II montato in trono nel 1197, non apportò che incompiuto rimedio all’abuso, circoscrivendo la confisca ad una parte della nave naufragata. Se i Musulmani lo praticavano contro i Cristiani, e questi contro loro, era una conseguenza delle reciproche ostilità. Trattati del 1265, 82, 83, 85, 90... contengono scambievoli rinunzie.

241.Nova consuetudo de statutis et consuetudinibus contra Ecclesiæ libertatem editis, tollendis.

Le costituzioni di Sicilia del 1231 comminavano pene contro chi togliesse le robe dei naufraghi, e condannavano a restituire: pure Carlo d’Angiò confiscò le navi de’ Crociati naufragate nel 1270. Corradino suo competitore, in un trattato del 1268 con Siena, rinunziava al diritto di naufragio. Uno statuto a Venezia del 1232 proibiva di porre le mani sui naufraghi di qualunque nazione fossero, e puniva chi non restituisse entro tre giorni: ciò non pertanto questa medesima repubblica fece un trattato con san Luigi nel 1268 per abolire il diritto di naufragio nei due Stati; e nel 1454 i magistrati di Barcellona erano ancora costretti a negoziare con quei di Venezia per ottenere lo stesso favore.

D’ugual passo andavano le cose in Oriente: la stessa inutile protezione delle leggi, la stessa usanza degli abitanti delle rive, la stessa necessità di esenzioni imperiali. Il capo 46 dell’Assisa dei cittadini del regno di Gerusalemme, attribuita al re Amalrico II montato in trono nel 1197, non apportò che incompiuto rimedio all’abuso, circoscrivendo la confisca ad una parte della nave naufragata. Se i Musulmani lo praticavano contro i Cristiani, e questi contro loro, era una conseguenza delle reciproche ostilità. Trattati del 1265, 82, 83, 85, 90... contengono scambievoli rinunzie.

242.Rodoano Papanticola di Genova riceve da Otton Bono fiorini quindici, pei quali dà in ipoteca una casa in Garignano:Locum de Galignano pignori; intrare, estimare facias, et nomine vendicionis possidere sine decreto et cetera; et si ibi defuerit, in aliis bonis meis adimpleatur.16 giugno 1158, cartulario del notajo Giovanni Scriba, dov’è accennato un altro modo sommario, qual è l’andare in possesso senza formole giuridiche e sentenza: che trovasi pure altre volte. Ciò è più chiaro in un atto del 1º agosto anno stesso, ove Baldo Pulpo e sua moglie danno a Guglielmo Ventolocum Vulturis(Voltri)pignori; et si ibi defuerit, alia bona nostra; et nisi sic observaverimus, tua auctoritate et sine decreto consulum et nostra contradictione in eis pro duplo intrare posse...; e la moglie rinunzia al senato-consulto Vellejano, al diritto d’ipoteca, alla legge Giulia dei poderi inestimati. Altrettanto si stipula il 7 novembre 1158. Vedi esso cartulario neiMonum. Hist. patriæ.

242.Rodoano Papanticola di Genova riceve da Otton Bono fiorini quindici, pei quali dà in ipoteca una casa in Garignano:Locum de Galignano pignori; intrare, estimare facias, et nomine vendicionis possidere sine decreto et cetera; et si ibi defuerit, in aliis bonis meis adimpleatur.16 giugno 1158, cartulario del notajo Giovanni Scriba, dov’è accennato un altro modo sommario, qual è l’andare in possesso senza formole giuridiche e sentenza: che trovasi pure altre volte. Ciò è più chiaro in un atto del 1º agosto anno stesso, ove Baldo Pulpo e sua moglie danno a Guglielmo Ventolocum Vulturis(Voltri)pignori; et si ibi defuerit, alia bona nostra; et nisi sic observaverimus, tua auctoritate et sine decreto consulum et nostra contradictione in eis pro duplo intrare posse...; e la moglie rinunzia al senato-consulto Vellejano, al diritto d’ipoteca, alla legge Giulia dei poderi inestimati. Altrettanto si stipula il 7 novembre 1158. Vedi esso cartulario neiMonum. Hist. patriæ.

243.Buonaccorso Pitti fiorentino, dovendo avere mille fiorini dal conte di Savoja nel 1409, fece arrestare in Firenze Giovanni Marchiandi figlio del cancelliere di Savoja, nè lo rilasciò se non dopo ch’ebbe dato mallevadori. Nel 1393 Amedeo VIII di Savoja pagava milleottocento fiorini di un debito, pel quale si erano offerti di star prigionieri i tre più grandi baroni di Savoja; nel 1409 pagava un’indennità a Pietro Colombet, ch’era stato prigione per lui. Ap.Cibrario, pag. 403. Perciò gli uomini di Racconigi stipulavano con Manfredo marchese di Saluzzo al 12 dicembre 1198:Si ipse marchio aliquem hominem Racunisii in fidejussione ponere voluerit, et ipse intrare noluerit, non inde eum causare debeat. Monum. Hist. patriæ.Chart.II.

243.Buonaccorso Pitti fiorentino, dovendo avere mille fiorini dal conte di Savoja nel 1409, fece arrestare in Firenze Giovanni Marchiandi figlio del cancelliere di Savoja, nè lo rilasciò se non dopo ch’ebbe dato mallevadori. Nel 1393 Amedeo VIII di Savoja pagava milleottocento fiorini di un debito, pel quale si erano offerti di star prigionieri i tre più grandi baroni di Savoja; nel 1409 pagava un’indennità a Pietro Colombet, ch’era stato prigione per lui. Ap.Cibrario, pag. 403. Perciò gli uomini di Racconigi stipulavano con Manfredo marchese di Saluzzo al 12 dicembre 1198:Si ipse marchio aliquem hominem Racunisii in fidejussione ponere voluerit, et ipse intrare noluerit, non inde eum causare debeat. Monum. Hist. patriæ.Chart.II.

244.Et si civitas, communitas, castrum vel villa, post dictam requisitionem non fecerint satisfieri... dummodo de valore rerum habitatorum faciat plenam fidem, vel saltem per unum testem de visu et scientia, et duos de publica fama, senator vel ejus judices debeant dare et concedere eis represaliam et licentiam et potestatem liberam capiendi de bonis et rebus civitatis et hominum illius terræ. Et teneatur senator ad petitionem illius qui privilegium represaliarum habere meruit, facere stagiri et sequestrari personas et bona illorum qui sunt de terris et locis.Senatus populique romani statuta, lib.I. c. 143.

244.Et si civitas, communitas, castrum vel villa, post dictam requisitionem non fecerint satisfieri... dummodo de valore rerum habitatorum faciat plenam fidem, vel saltem per unum testem de visu et scientia, et duos de publica fama, senator vel ejus judices debeant dare et concedere eis represaliam et licentiam et potestatem liberam capiendi de bonis et rebus civitatis et hominum illius terræ. Et teneatur senator ad petitionem illius qui privilegium represaliarum habere meruit, facere stagiri et sequestrari personas et bona illorum qui sunt de terris et locis.Senatus populique romani statuta, lib.I. c. 143.

245.Calvi,Efemer., tom.II. p. 613.

245.Calvi,Efemer., tom.II. p. 613.

246.Monum. Hist. patriæ, Leges municipales, pag. 206.

246.Monum. Hist. patriæ, Leges municipales, pag. 206.

247.Una cum hospitibus, qui per colles Alpium siti sunt pro peregrinorum susceptione. Ep. 39ª di papa Adriano a Carlo Magno ap.Bouquet.

247.Una cum hospitibus, qui per colles Alpium siti sunt pro peregrinorum susceptione. Ep. 39ª di papa Adriano a Carlo Magno ap.Bouquet.

248.Antiq. M. Æ., diasXXX. — Qui i mercanti sono considerati come un corpo, e di fatto a Lucca fondavano nel 1262 l’ospedale della Misericordia.

248.Antiq. M. Æ., diasXXX. — Qui i mercanti sono considerati come un corpo, e di fatto a Lucca fondavano nel 1262 l’ospedale della Misericordia.

249.ApudCarli,Zecche d’Italia, tom.II, p. 173. — Nel 1308, i Fiorentini al Comune di Lucca scriveano:Quia desideramus quod comune nostrum desiderium, quod inest nobis et vobis, felicem sortiatur effectum, tractatum est sæpe sæpius de concordia cum nostris mercatoribus per vos faciendo, circa spectantia ad passagia et gabellas etc. Archivio storico, tom.VI, p. 16. Di là (p. 20) appare che in quell’anno gli Ugolotti e i Nerli fiorentini aveano fatto una società a Ala di Svevia per batter la moneta di quel paese.L’anno stesso, venendo da Venezia a Reggio cinque balle di panni dorati, e una di perle, anelli, panni,libried altre preziosità, spettanti a mercanti fiorentini, furono prese da Ilo di Cannela e Nicolò da Luni e complici. Laonde il Comune di Firenze interessava il Comune di Reggio a procurarne la restituzione, riflettendo quanto onore e vantaggio traesse dal passaggio delle merci fiorentine (p. 24) Altre querele simili sono a leggervi.

249.ApudCarli,Zecche d’Italia, tom.II, p. 173. — Nel 1308, i Fiorentini al Comune di Lucca scriveano:Quia desideramus quod comune nostrum desiderium, quod inest nobis et vobis, felicem sortiatur effectum, tractatum est sæpe sæpius de concordia cum nostris mercatoribus per vos faciendo, circa spectantia ad passagia et gabellas etc. Archivio storico, tom.VI, p. 16. Di là (p. 20) appare che in quell’anno gli Ugolotti e i Nerli fiorentini aveano fatto una società a Ala di Svevia per batter la moneta di quel paese.

L’anno stesso, venendo da Venezia a Reggio cinque balle di panni dorati, e una di perle, anelli, panni,libried altre preziosità, spettanti a mercanti fiorentini, furono prese da Ilo di Cannela e Nicolò da Luni e complici. Laonde il Comune di Firenze interessava il Comune di Reggio a procurarne la restituzione, riflettendo quanto onore e vantaggio traesse dal passaggio delle merci fiorentine (p. 24) Altre querele simili sono a leggervi.

250.Monum. Hist. patriæ, Chart.I.

250.Monum. Hist. patriæ, Chart.I.

251.Ivi, 1501.

251.Ivi, 1501.

252.Monum. Hist. patriæ, Chart.II. 1378. Vi sono pure le promesse che altri feudatarj fanno al marchese, di tener essa strada in buon essere.I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da Gavi a Serravalle,ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue, comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et a Terdona usque in districtum Papiæ etc. Liber juris, tom.I. 955.Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle guerre contro gli Astigiani. 1181.

252.Monum. Hist. patriæ, Chart.II. 1378. Vi sono pure le promesse che altri feudatarj fanno al marchese, di tener essa strada in buon essere.

I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da Gavi a Serravalle,ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue, comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et a Terdona usque in districtum Papiæ etc. Liber juris, tom.I. 955.

Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle guerre contro gli Astigiani. 1181.

253.Scipione Ammirato,St. fiorentina.I.

253.Scipione Ammirato,St. fiorentina.I.

254.Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76. Vedasi ilRegestum Fridericinell’archivio di Napoli, pag. 309-356;Cibrario,Economia;Bianchini,Storia delle finanze del regno di Napoli.

254.Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76. Vedasi ilRegestum Fridericinell’archivio di Napoli, pag. 309-356;Cibrario,Economia;Bianchini,Storia delle finanze del regno di Napoli.

255.L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti di tutti i paesi mercantili. LoStatuto di Lucca, rub.CXXI(ap.Tommasi,Sommario), proibisce di venderne, se non sia stato riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato vivo con esso zafferano.

255.L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti di tutti i paesi mercantili. LoStatuto di Lucca, rub.CXXI(ap.Tommasi,Sommario), proibisce di venderne, se non sia stato riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato vivo con esso zafferano.

256.Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il quando fu introdotto in Italia. Da un documento delCodice diplomatico arabo-siculodi monsignor Airoldi, tom.II. part.II. p. 94, risulta che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secoloXV. Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta Italia». VediCapsoni,Della influenza delle risaje sulla salute umana,Milano 1851.

256.Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il quando fu introdotto in Italia. Da un documento delCodice diplomatico arabo-siculodi monsignor Airoldi, tom.II. part.II. p. 94, risulta che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secoloXV. Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta Italia». VediCapsoni,Della influenza delle risaje sulla salute umana,Milano 1851.

257.Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.NelLiber juriumdi Genova, vol.I. p. 1170, è un inventario delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle derrate.

257.Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.

NelLiber juriumdi Genova, vol.I. p. 1170, è un inventario delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle derrate.

258.Cioè Santhià.Monum. Hist. patriæ. Chart.I. 341.Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli. Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu sempre scarso.Cibrario,Monumenti di Savoja, pag. 283.

258.Cioè Santhià.Monum. Hist. patriæ. Chart.I. 341.

Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli. Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu sempre scarso.Cibrario,Monumenti di Savoja, pag. 283.

259.La più antica menzione delle Arti fiorentine è in un trattato del 1204 tra i Fiorentini e quelli della Capraja.Hæc sunt sacramenta, quæ potestas et consules communis, consules militum, priores artium etc. fecerunt. Ap.Targioni, tom.I. p. 66.Viaggi.

259.La più antica menzione delle Arti fiorentine è in un trattato del 1204 tra i Fiorentini e quelli della Capraja.Hæc sunt sacramenta, quæ potestas et consules communis, consules militum, priores artium etc. fecerunt. Ap.Targioni, tom.I. p. 66.Viaggi.

260.Statuto dell’arte di Calimala. Merita d’esser visto pei molti savj regolamenti, frapposti ad altri superflui, e attestanti una civiltà molto sviluppata. Vi sono sempre determinate le elemosine da dare alle famiglie e alle vedove degli associati.

260.Statuto dell’arte di Calimala. Merita d’esser visto pei molti savj regolamenti, frapposti ad altri superflui, e attestanti una civiltà molto sviluppata. Vi sono sempre determinate le elemosine da dare alle famiglie e alle vedove degli associati.

261.Nel 1280 il conte Bertoldo, per indur pace fra’ Lambertazzi e Geremei, convocava i signori e il popolo, tra il quale i consoli delle compagnie del Leone, de’ Beccaj, de’ Lombardi, de’ Toscani, delle Stelle, della Branca, del Griffone, dell’Aquila, delle Spade, delle Sbarre, de’ Leopardi, delle Schife, delle Traverse, delle Ballerie, de’ Castelli, de’ Quartieri, delle Chiavi, dei Balzani, della Branchetta, de’ Vari, degli Stracciajuoli, comminando a ciascuna compagnia duemila marche se non comparissero. Quest’erano compagnie d’armi. Di arti erano quelle dei Cordovanieri, delle Stelle, de’ Cambiatori, de’ Mercanti, de’ Notari, de’ Caligari, de’ Calzolaj, de’ Pescatori, de’ Pellicciaj, vecchi e nuovi, de’ Linaruoli, de’ Conciatori e Cuojaj, de’ Drappieri, de’ Falegnami, de’ Muratori, de’ Fabbri, de’ Sarti, dei Bacilieri.Le arti in Genova verso il 1250 erano albergatori e osti, arcadori, balestraj, bambagiaj, barbieri, barilaj, sellaj, calzajuoli, calzolaj, cappellieri, cambiatori, correggiaj, coltellinaj, drappieri, funajuoli e fabbricatori di vele, fornaj, giojellieri, minutieri, orefici, macellaj, maestri di ascia, calafati, muratori, legnajuoli, conciapelli, pescatori, remolaj, sartori, canovaj, incettatori di grasce, scudaj, spadaj, speziali, tavernaj, tintori, tornitorj, facitori di travi e puntelli, ciotolaj; in tutto trentatre maestranze, e non v’appare distinzione di maggiori e minori.V. Serra, Annot. al lib.IV; ma discordiamo da lui sul senso dicallegariiezotolarii.Delle arti di Firenze si vedono gli stemmi scolpiti sul Magistrato della Mercatanzia, ora uffizio del Bollo; e sono per l’arte di Calimala aquila d’oro su balla bianca in campo rosso; pei cambiatori, fiori d’oro in campo vermiglio: pe’ giudici o notaj, stella d’oro in azzurro; pe’ medici e speziali, la Madonna col bambino in fondo rosso; pe’ lanajuoli, agnello bianco con bandiera vermiglia; setajuoli, porta rossa in campo bianco; per i pellicciaj e vajaj, vaj bianchi e celesti, e agnello con bandiera e croce. Delle arti minori portarono, i beccaj, montone nero in campo bianco; i calzolaj, tre traverse nere in campo bianco; cuojaj, scudo metà bianco e vermiglio; muratori e scarpellini, scure in campo rosso; oliandoli, leone rosso rampante con olivo; linajuoli, bandiera a metà bianca e nera; magnani, due chiavi legate in campo rosso; spadaj e corazzaj, corazza e stocco in fondo bianco; coreggiaj, un legno dimezzato per traverso; legnajuoli, palma verde con cassetta rossa al tronco; albergatori, stella rossa in bianco.Mantova nel 1208 aveva le corporazioni de’ giudici, notaj, fabbricatori di pannilani, calzolaj e conciatori, beccaj, ferraj,rioberj, pellicciaj, speziali, tessitori di lana, sartori, pescatori, merciaj, barbieri, venditori di panni a ritaglio, tintori di lana, fabbricatori di pignolati, tintori e cimatori di pignolati,corregatores, linajuoli; e caduna aveva quattro capi e altrettanti consiglieri; tutti i membri erano notati; restava escluso chi non avesse dieci anni, e i garzoni; ogni socio doveva una tassa annuale, col che e con altri proventi formavasi una cassa per soccorrere gl’infermi e per altre beneficenze; ciascun corpo decideva sulle cose risguardanti il proprio traffico, sino a certe somme.Statuti, lib.IV, rub. 1.

261.Nel 1280 il conte Bertoldo, per indur pace fra’ Lambertazzi e Geremei, convocava i signori e il popolo, tra il quale i consoli delle compagnie del Leone, de’ Beccaj, de’ Lombardi, de’ Toscani, delle Stelle, della Branca, del Griffone, dell’Aquila, delle Spade, delle Sbarre, de’ Leopardi, delle Schife, delle Traverse, delle Ballerie, de’ Castelli, de’ Quartieri, delle Chiavi, dei Balzani, della Branchetta, de’ Vari, degli Stracciajuoli, comminando a ciascuna compagnia duemila marche se non comparissero. Quest’erano compagnie d’armi. Di arti erano quelle dei Cordovanieri, delle Stelle, de’ Cambiatori, de’ Mercanti, de’ Notari, de’ Caligari, de’ Calzolaj, de’ Pescatori, de’ Pellicciaj, vecchi e nuovi, de’ Linaruoli, de’ Conciatori e Cuojaj, de’ Drappieri, de’ Falegnami, de’ Muratori, de’ Fabbri, de’ Sarti, dei Bacilieri.

Le arti in Genova verso il 1250 erano albergatori e osti, arcadori, balestraj, bambagiaj, barbieri, barilaj, sellaj, calzajuoli, calzolaj, cappellieri, cambiatori, correggiaj, coltellinaj, drappieri, funajuoli e fabbricatori di vele, fornaj, giojellieri, minutieri, orefici, macellaj, maestri di ascia, calafati, muratori, legnajuoli, conciapelli, pescatori, remolaj, sartori, canovaj, incettatori di grasce, scudaj, spadaj, speziali, tavernaj, tintori, tornitorj, facitori di travi e puntelli, ciotolaj; in tutto trentatre maestranze, e non v’appare distinzione di maggiori e minori.V. Serra, Annot. al lib.IV; ma discordiamo da lui sul senso dicallegariiezotolarii.

Delle arti di Firenze si vedono gli stemmi scolpiti sul Magistrato della Mercatanzia, ora uffizio del Bollo; e sono per l’arte di Calimala aquila d’oro su balla bianca in campo rosso; pei cambiatori, fiori d’oro in campo vermiglio: pe’ giudici o notaj, stella d’oro in azzurro; pe’ medici e speziali, la Madonna col bambino in fondo rosso; pe’ lanajuoli, agnello bianco con bandiera vermiglia; setajuoli, porta rossa in campo bianco; per i pellicciaj e vajaj, vaj bianchi e celesti, e agnello con bandiera e croce. Delle arti minori portarono, i beccaj, montone nero in campo bianco; i calzolaj, tre traverse nere in campo bianco; cuojaj, scudo metà bianco e vermiglio; muratori e scarpellini, scure in campo rosso; oliandoli, leone rosso rampante con olivo; linajuoli, bandiera a metà bianca e nera; magnani, due chiavi legate in campo rosso; spadaj e corazzaj, corazza e stocco in fondo bianco; coreggiaj, un legno dimezzato per traverso; legnajuoli, palma verde con cassetta rossa al tronco; albergatori, stella rossa in bianco.

Mantova nel 1208 aveva le corporazioni de’ giudici, notaj, fabbricatori di pannilani, calzolaj e conciatori, beccaj, ferraj,rioberj, pellicciaj, speziali, tessitori di lana, sartori, pescatori, merciaj, barbieri, venditori di panni a ritaglio, tintori di lana, fabbricatori di pignolati, tintori e cimatori di pignolati,corregatores, linajuoli; e caduna aveva quattro capi e altrettanti consiglieri; tutti i membri erano notati; restava escluso chi non avesse dieci anni, e i garzoni; ogni socio doveva una tassa annuale, col che e con altri proventi formavasi una cassa per soccorrere gl’infermi e per altre beneficenze; ciascun corpo decideva sulle cose risguardanti il proprio traffico, sino a certe somme.Statuti, lib.IV, rub. 1.

262.Non qui solo i monaci adopravano il loro ozio alle manifatture, ma stavano in mano loro, a tacere altrove, quasi tutte quelle d’Inghilterra e di Scozia. Balducci Pegolotti ricorda tutte le magioni de’ Premontresi, dell’ordine di Promuxione ecc., che faceano traffico.

262.Non qui solo i monaci adopravano il loro ozio alle manifatture, ma stavano in mano loro, a tacere altrove, quasi tutte quelle d’Inghilterra e di Scozia. Balducci Pegolotti ricorda tutte le magioni de’ Premontresi, dell’ordine di Promuxione ecc., che faceano traffico.

263.G. Villani,Storie,XI, 93;Della mercatura de’ Fiorentini,II. 102. I prezzi del Villani sono da ragguagliare oggi al quintuplo.

263.G. Villani,Storie,XI, 93;Della mercatura de’ Fiorentini,II. 102. I prezzi del Villani sono da ragguagliare oggi al quintuplo.

264.Pag. 295. NellaTariffa milanesedel 1216 son notati come capi d’importanza i panni comaschi; e il loro transito è pure indicato in una di Modena del 1306.

264.Pag. 295. NellaTariffa milanesedel 1216 son notati come capi d’importanza i panni comaschi; e il loro transito è pure indicato in una di Modena del 1306.

265.Targioni Tozzetti.Viaggi. Nello statuto di Pescia 1340 è ordinato di piantar mori gelsi e otto pedali di fico ogni coltra di terra. Un bando del 3 aprile 1435 ordina in ciascun podere per lo meno cinque pedali di mori gelsibianchi; e sotto l’effigie del pesciatino Francesco Buonvicini nel palazzo del Comune in quell’anno gli è dato lode d’aver portatoalla sua patria questa pianta,Dalla qual nacque poi ricchezza tantaChe in ogni luogo si noma il Delfino.Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze, e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nelSaggio delle malattie cutanee sordide, 1798, all’art.Lebbra, pag. 174, dice che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’ lebbrosi lavoranti di lana e seta.

265.Targioni Tozzetti.Viaggi. Nello statuto di Pescia 1340 è ordinato di piantar mori gelsi e otto pedali di fico ogni coltra di terra. Un bando del 3 aprile 1435 ordina in ciascun podere per lo meno cinque pedali di mori gelsibianchi; e sotto l’effigie del pesciatino Francesco Buonvicini nel palazzo del Comune in quell’anno gli è dato lode d’aver portato

alla sua patria questa pianta,Dalla qual nacque poi ricchezza tantaChe in ogni luogo si noma il Delfino.

alla sua patria questa pianta,Dalla qual nacque poi ricchezza tantaChe in ogni luogo si noma il Delfino.

alla sua patria questa pianta,

Dalla qual nacque poi ricchezza tanta

Che in ogni luogo si noma il Delfino.

Negli statuti dell’arte di Por Santa Maria a Firenze è registrato che «nel 1423 per l’arte si cominciò a fare i filugelli in Firenze, e furono eletti sei cittadini a farci fare l’esercizio dei filugelli bigatti, e trarne la seta». Vincenzo Chiarugi nelSaggio delle malattie cutanee sordide, 1798, all’art.Lebbra, pag. 174, dice che fin dal 1186 in Toscana era istituito uno spedale per la cura de’ lebbrosi lavoranti di lana e seta.

266.Morbio,Codice Visconteo Sforzesco.

266.Morbio,Codice Visconteo Sforzesco.

267.Antiq. M. Æ.,II. 332.

267.Antiq. M. Æ.,II. 332.

268.Giannone,Storia civile,XXVII. 3.

268.Giannone,Storia civile,XXVII. 3.

269.Documenti alTommasi,Sommario della storia di Lucca, pag. 63.

269.Documenti alTommasi,Sommario della storia di Lucca, pag. 63.

270.Manni,De Florentinis inventis commentarius; ePagnini, tom.II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’ preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno. L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.

270.Manni,De Florentinis inventis commentarius; ePagnini, tom.II. p. 100. I tintori da antico ebbero uno spedale proprio, fondato con spontanee elargizioni. Le tintorie fiorentine conservano ancora l’antico credito, co’ perfezionamenti che vi recò il raffinarsi de’ preparati minerali. Il gallato di ferro dà il famoso nero; l’azzurro di Raymond, introdotto da questo nel 1811, fu perfezionato dal professore Andrea Cozzi, avvivando la seta tinta dell’azzurro di Prussia con un bagno di campeggio sostenuto da idroclorato di deutossido di stagno. L’arsenico solforato e il cromato di piombo furono applicati dal dottore Calamandrei alla tintura; oltre che vi si adoprarono vegetali comuni, come le bacche di ginepro ancora acerbe per far giallastra la lana, la pula di castagne pel color ceciato delle tele cotone, ecc.

271.Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe qualche cappello che fu pagato sin mille lire.

271.Dal 1812 al 25 fu il maggior fiore di questa manifattura, che introduceva fin dodici in quattordici milioni all’anno; e v’ebbe qualche cappello che fu pagato sin mille lire.

272.Anderson,Hist. commerc., pag. 371.

272.Anderson,Hist. commerc., pag. 371.

273.Manni,Veglie piacevoli in Dino di Tura. In Francia i falliti portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono:Quicumque captus et detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem... probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ,Leges 987.Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel 1853. il c.XXXVIdel lib.I. porta:Come se renunzia a li beni suoi dando le natiche al pietrone.«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni, questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiateCedo bonis, che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune, senza le predecte solennità».

273.Manni,Veglie piacevoli in Dino di Tura. In Francia i falliti portavano berretto verde, messo loro dal boja dopo espostili alla gogna. Gli statuti di Casale Sant’Evasio pongono:Quicumque captus et detentus, volens cedere bonis suis, admittatur ad bonorum cessionem... probet coram judice Casalis se stetisse in carcere comunis per dies sexaginta die noctuque, et ista probacione facta, voce preconis premissa, per servitores comunis in publica concione publice et alta voce super lapidem comunis cridet et protestetur, quod ipse talis captus cedit bonis, et omnia bona sua et presentia et futura, exceptis vestibus de dosso ipsius cedentis, libere dimittit, et relaxat creditoribus suis liberam licentiam accipiendi et auferendi ejus bona quocumque et ubicumque ea invenerint, eorum propria auctoritate, usque ad solutionem integram ejus quod habere debent... Et ille qui amodo cedet bonis, non possit habere aliquem honorem vel aliquod officium, qui vel quod descendat a comune Casalis. — Monum. Hist. patriæ,Leges 987.

Nello statuto antico di Civitavecchia, tradotto nel 1451 e stampato nel 1853. il c.XXXVIdel lib.I. porta:Come se renunzia a li beni suoi dando le natiche al pietrone.

«Statuimo che qualunque renunzierà o vorrà renunziare li suoi beni, questi non usi quello beneficio nè lo possa usare salvo non renunziasse con le solennità et modo infrascritto. Cioè, tale volente renunziare a li beni deve uscire de la sala del palazzo del Comune et ire sino a la piaza del peso, e debanli andare nante li tubatori sonando colle trombe, intanto che, con nude le natiche, dica tre fiateCedo bonis, che vuol dire renunzio et do luogo a li miei beni, percotendo le decte natiche così nude fortemente ne la pietra. Et poi questo deve stare un mese fora de Civitavecchia et suo distretto. Et questo non abbia luogo nelle femine, le quali possano renuntiare a li beni secundo la ragione comune, senza le predecte solennità».


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