LIBRO UNDECIMOCAPITOLO CXVII.I papi in Avignone. Il grande scisma. La Chiesa e i Concilj.
La prolungata dimora dei papi in Avignone d’estremo disgusto era motivo agl’Italiani, avvezzi a bersagliarli finchè li possedono, ribramarli appena gli abbiano perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi, non cessavano le noje; e di là arruffavano essi la patria nostra vie peggio, perchè dei mali che le procacciavano non eranopartecipi. Dal 1317 sino al chiudersi del secolo li vedemmo in guerra guerreggiata contro i Visconti di Milano, e per sottomettere popoli rivoltosi, o signorotti ripullulanti nelle terre papali; e non ostante le vittorie di Bertrando del Poggetto e dell’Albornoz, altro effetto non ne trassero che di rovinarle di popolo e di frutti.
Innocenzo VI (Stefano d’Aubert) (1352), che si diè tanto moto per rintegrare il potere pontifizio in Italia, moderò il lusso di sua Corte e de’ prelati, cacciò i parasiti e le male donne che in Avignone trafficavano famosamente, e impinguò i nipoti, obbrobrio omai comune. Al suo tempo il re di Francia, fiaccato dalle lotte coll’Inghilterra, trovavasi impotente a salvaguardare il papa, ricovratosi sotto la sua ala; il popolo stesso francese, tumultuante per quelle idee che oggi si chiamano comunismo, facea macello di possidenti e di ricchi (la Jacquerie); e le bande di ventura rimaste senza soldo fiutavano ove fosse a saccheggiare. Mossero elle (1361) sopra Avignone, sicchè i papi dovettero provvedere a difendersi e gridare al soccorso: ma non n’ebbero se non dai nobili del contorno, i quali vi vedeano l’interesse proprio, ed erano pagati dai cardinali; poi il marchese di Monferrato, avuti centomila fiorini del tesoro papale, soldò quelle bande e le menò in Italia per adoprarle nelle proprie nimicizie.
Se non che la peste era stata recata in Avignone da quelle ciurme, e nove cardinali, settanta prelati e gran moltitudine perirono. Le quali sventure faceano ribramare l’Italia, e Urbano V (Guglielmo di Grimoard) (1362), buon principe e buon cristiano, divisava restituirvi la sede, anche per tôrre agli altri vescovi il pretesto di lasciar vedove le chiese, a sè la necessità di annuire alle crescenti domande del re di Francia, e sottrarsi alle masnade che tratto tratto ritornavano a taglieggiarlo, tra cui quella del famoso Bertrando Di Guesclin pretese centomila liree l’assoluzione plenaria. Ma i cardinali preferivano Avignone, dove non si trovavano a fronte nè la petulanza d’una plebe riottosa come la romana, nè la prepotenza de’ baroni; sicchè vi si erano adagiati come in domicilio stabile, aveano fabbricato suntuosamente, e quindi persuadevano il papa dover egli preferire la Francia: questa, sua patria; questa, centro dell’Europa; questa, meglio governata e quieta che l’Italia; questa, più santa di Roma perchè religiosissima già la chiamava Cesare, e i Druidi vi esistevano prima del cristianesimo; questa infine, più cara a Gesù Cristo perchè vi si conservavano le reliquie più insigni[53].
I Turchi sempre più guadagnavano verso l’Europa; e Pietro Lusignano re di Cipro girava le corti esortando a sostenere gli ultimi possessi de’ Crociati, se non voleano vedere la mezza luna drappellarsi rimpetto all’Italia. Urbano sembrò compunto di questo pericolo; Carlo IV imperatore fece grandi preparativi per una crociata, la quale però non riuscì se non ad uno sbarco scarso ed infruttuoso sopra Alessandria d’Egitto.
Però e il papa e l’imperatore presero accordo di ripristinare la santa Sede a Roma. Questa città avea sempre altalenato fra insania demagogica e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per bizzarria, or sottomessagli per paura. Si pensò ottenere maggior quiete col nominare un podestà forestiero: ma i Romani sel recarono ad oltraggio, e abolito il senatore, istituirono sette riformatori della Repubblica; poi fra poco diedero poteri dittatorj a Lello Pocadote calzolajo, poi ripristinarono i riformatori. Quale allettamento aveva dunque un papa a ritornarvi? Pure sentiva esser fuori di postoin una terra dove vestiva aspetto d’un esule ricoverato, piuttosto che d’un sovrano dei re; e dove prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un’aria nazionale, ben diversa da quella cosmopolita che soleva in Roma; l’assenza sua porgeva pretesto ai Romani di rivoltarsi, agli altri vescovi di abbandonare le proprie sedi. Adunque, da che le conquiste dell’Albornoz assicurarono il principato civile (1367), Urbano deliberò restituirsi di qua dall’Alpi.
Appena se ne motivò, Roma e Italia tutta fecero gran sembianti d’allegrezza; Napoli offrì cinque galee, Pisa tre, Genova quattro, Venezia dieci, due Lucca. Ricevuto dappertutto con vive feste, e fra un cantare al popolo d’Israele che usciva d’Egitto, alla casa di Giacobbe dal popolo barbaro, non avea però troppi motivi a fidarsi de’ Romani. In Viterbo, ove a lungo s’indugiò, una sommossa popolare tenne tre giorni in pericolo il sacro collegio; e repressa dai cittadini, furono arrestati cinquecento colpevoli, di cui cinquanta ebbero il bando, sette la forca. L’arrivo di Nicolò II d’Este con settecento uomini d’arme rassicurò il papa ad entrare a Roma, e celebrò sull’altare papale, ove nessuno più da Bonifazio VIII in poi; e in Laterano benedisse il popolo colle teste dei santi Pietro e Paolo, per le quali fece fare due reliquiarj, che valsero trenta e più mila fiorini d’oro. Abolì i riformatori, rimettendo un senatore semestrale con tre conservatori; e tolse i tredici banderesi, capi de’ rioni fin con diritto di sangue, e che traendo a sè tutti gli affari, rimanevano i veri padroni della città.
Vi giunse poi, come avea promesso, Carlo IV con gran seguito di duchi e marchesi, volendo procacciare alla quarta sua moglie lo spettacolo della coronazione colla maggior maestà che fosse possibile. Anche Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli venne afare omaggio a Urbano, e riconoscere la Chiesa latina; spettacolo non più visto da Teodosio in poi, gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente inginocchiati davanti al papa. Ma Carlo partì fretta fretta, e Urbano, che proponeasi di rassettare la dignità della Chiesa coll’assistenza di cinquantamila uomini da lui promessigli, si trovò in asso: che se finchè stette in Avignone facea qualche mostra di vigoria adoprando l’oro racimolato da tutta cristianità a domare questi signorotti lontani, allora si trovò in loro balia e colla borsa vuota; mentre Bernabò Visconti, ridendosi delle scomuniche, gli ammutinava tutte le città di Romagna. Vedendo dunque non approdare a verun bene, malgrado le esortazioni de’ più e del Petrarca, tornossi ad Avignone (1370), anzi vi consolidò l’esiglio coll’eleggere altri cardinali francesi; e l’Italia continuò le minute baruffe, ispirate da gelosie, esercitate dalle bande.
Caterina, nata in Siena (1347) da Benincasa ricco tintore, datasi alla solitudine, alle austerità, all’orazione, fatto voto di verginità e difesala contro la insistenza domestica, cominciò ad avere torrenti di grazie dal Signore, il quale «le avea insegnato a fabbricarsi un ritiro dentro dell’anima sua per richiudervisi di continuo, e le aveva anche promesso di farvi trovare tal pace e riposo, che niuna tribolazione potrebbe turbare»[54]. Si vestì terziaria di san Domenico, e superando gli spasimi d’incurabili malattie e le impure tentazioni, ristorando l’anima colle dolcezze della preghiera e colla carità verso gl’infermi e i peccatori, ebbe rivelazioni e comunicazioni celestiali; Cristo in visione le esibì a scegliere fra una corona d’oro e una di spine, e poichè ella prese questa e la si calcò sul capo per somigliare a lui, eglile diede a succhiare il proprio costato; un altro giorno cambiò il cuore di lei col suo; la sposò anche solennemente, porgendole un anello che sempre le rimase in dito, e ch’ella sola vedeva, come le stigmate della passione. Tali e ben altre meraviglie ci sono narrate dal suo confessore Raimondo di Capua, il quale dubitò lungamente fossero allucinazioni di devota fantasia, fin quando non vide la giovane faccia di Caterina trasformarsi in quella proprio del Redentore.
Fu privilegiata del dono di convertir peccatori, come fece di tutta la famiglia Tolomei, e di due assassini dannati al patibolo; tantochè il papa deputò tre Domenicani che in Siena ricevessero le confessioni di quelli ch’essa avea tratti a penitenza. Del potere che la virtù davale sugli animi, avea fatto uso a minorare i patimenti della sua patria; cercò distogliere il feroce avventuriero Giovanni Acuto dal più guerreggiare i Cristiani. Alla santa ebber ricorso i Fiorentini quando il pontefice stava irato con essi; ed ella, schermitasi invano, fu ricevuta a Firenze come in trionfo, ottenne pieni arbitrj, e al papa scriveva: — Pregovi che vi mandiate proferendo come padre, in quel modo che Dio vi ammaestrerà, a Lucca ed a Pisa, sovvenendoli in ciò che si può, ed invitandoli a star fermi, perseveranti. Essi stanno in gran pensiero, perocchè da voi non hanno conforto, e dalla contraria parte sono stimolati e minacciati che facciano la pace; ma per infino a qui al tutto non hanno acconsentito. Seguitate la mansuetudine e pazienza dell’agnello immacolato Gesù Cristo, la cui vece tenete. Confidomi in lui, che di questo e d’altre cose adoprerà tanto in voi, che n’adempirò il desiderio vostro e mio; chè altro desiderio in questa vita io non ho, se non di vedere l’onore di Dio, la pace vostra, e la riformazione della santa Chiesa, e di vedere la vita della grazia in ogni creatura che ha in sè ragione. Confortatevi,che la disposizione di qua, secondo che mi è dato a sentire, è pure di volervi per padre, e specialmente questa città tapinella, la quale è sempre stata figliuola della santità vostra, e che costretta dalla necessità fece di quelle cose che le sono spiaciute: voi medesimo gli scusate alla vostra santità, sicchè coll’amo dell’amore voi gli pigliate. Potreste dire,Per coscienza io sono tenuto di conservare e racquistar quello della santa Chiesa. Ohimè! io confesso bene che egli è la verità, ma parmi che quella cosa che è più cara si debba meglio guardare. Il tesoro della Chiesa è il sangue di Cristo, dato in prezzo per l’anima, perocchè il tesoro del sangue non è pagato per la sostanza temporale, ma per salute dell’umana generazione. Sicchè poniamo che siate tenuto di racquistare e conservar il tesoro e la signoria della città, che la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle che sono un tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quand’ella le perde. Pace, pace, santissimo padre; piaccia alla santità vostra di ricevere i vostri figliuoli, che hanno offeso voi padre; la benignità vostra vinca la loro malizia e superbia; non vi sarà vergogna d’inchinarvi per placare il cattivo figliuolo, ma saravvi grandissimo onore ed utilità nel cospetto di Dio e degli uomini del mondo. Ohimè, babbo, non più guerra per qualunque modo; conservando la vostra coscienza si può aver la pace; la guerra si mandi sopra gl’infedeli, dove ella debba andare».
Fu poi in persona ad Avignone, e Urbano anch’egli rimise in lei ogni differenza; ma altri ambasciadori fiorentini sturbarono la conclusione. Caterina non cessò di esortare il papa ad armarsi alla crociata, ed a restituirsi a Roma[55], come seppe indovinargli n’avea fattovoto segreto. Al quale uopo avea con lei contribuito santa Brigida, nobile svedese, che, perduto il marito mentre andavano pellegrini a San Jacopo di Galizia, prese un vivere sempre più austero, e istituito l’ordine di San Salvatore, venne in Montefiascone a cercarne la conferma ad Urbano, cui annunziò averle la beata Verginerivelato come pessimamente gli avverrebbe se uscisse d’Italia. Non le diede egli ascolto, ma tornato in Avignone, presto (1370) fu colpito dalla morte[56]. Pio a segno, che si credettero operati miracoli al suo sepolcro, generoso colle chiese e cogli studiosi, di cui manteneva un migliajo sulle Università, avea regnato pei popoli non per sè: ma è un’insipida lode quella attribuitagli dal Petrarca, di non aver fatto nessun malcontento.
Dopo una sola notte di conclave gli fu dato successore Pietro Roger, modesto, virtuoso e insieme dottissimo, che già cardinale frequentava a Perugia le lezioni di Baldo, e ne fu il più sapiente scolaro. Volle il nome di Gregorio XI, e badando ai gravi mali d’Italia e alle esortazioni di quelle sante[57], meglio che alle opposizionidel re di Francia, piantossi in Vaticano (1377), e vide il gonfalone della Repubblica e dei dodici rioni deposti ai suoi piedi: ma i magistrati li ripigliarono ben presto, continuando a governare da sè; di che il papa soffrì e si scontentò, e forse solo morte gl’inpedì di restituirsi di là dall’Alpi. Pure egli fu l’ultimo papa francese; e dopo settantun anno e tre mesi la santa Sede era stata riportata di Francia in Italia. Le miserie di questa che fautori e avversari deplorano come schiavitù di Babilonia, invigorirono la scossa che allora d’ogni parte veniva alla maestosa unità cattolica, preponderante nel medioevo. Le nazioni eransi formate attorno ai vescovi, donde l’assoluto potere ecclesiastico, comed’un padre sopra i figli che generò e crebbe. Costituitesi, riuniti molti territorj, nato il potere pubblico, vollero svilupparsi dalle fasce della Chiesa per vivere di vita propria, e compresero che il temporale potea sussistere disgiunto dallo spirituale: onde alla società senza limite di spazio sottentravano società particolari e distinte, all’andamento generale le parziali destinazioni.
I tentativi di Bonifazio VIII per rintegrare la supremazia pontifizia destarono ne’ principi quella gelosia, che proviene mentosto da reali violenze che da paura. Alle immunità attribuite ai beni ed alle persone degli ecclesiastici, i Comuni non esitavano por la mano, dovessero anche affrontare gli anatemi del pontefice. Pistoja statuì che, chi entrava chierico, perdesse diritto al patrimonio, nè dai parenti potesse ripetere alcuna cosa, se non a titolo di largizione o per infermità o per andare a studio. I Fiorentini sottoposero alle gravezze e ai tribunali comuni gli ecclesiastici, perciò vietato di far voltura in loro testa sul libro dell’estimo de’ beni a loro pervenuti, talchè la ditta fosse sempre obbligata alle gravezze, e i beni medesimi ipotecati a favore del Comune. Venezia, nella guerra del 1379 coi Genovesi, decretò tutti i monasteri si armassero, e cacciò i monaci che lo ricusarono come contrario al loro istituto. A Genova bastava esser chierico per rimanere escluso da qualfosse pubblico impiego, per la ragione che l’immunità gli avrebbe sottratti al castigo in caso di trasgressione. Il comune di Perugia nel 1319 destinava un uffiziale a sopravvegliare gli ecclesiastici; e propose che nessuna lettera si mandasse al papa, foss’anche dal vescovo, se non suggellata dal Comune (Graziani). Torino faceva uno statutosuper iniquitate, superbia et immoderata avaritia cleri et presbyterorum, e li obbligava, oltre il resto, a concorrere a mantenere il ponte sul Po.
Padova voleva aggravezzare i beni degli ecclesiastici, questi ricusavano, e tant’oltre si andò che il Comune nel 1282 stabilì, chi ammazzava un chierico pagasse un grosso e fosse assolto (Gennari), e vi ebbe chi ne profittò a sfogo di vendette. Meglio i Reggiani, scomunicati dal vescovo nel 1280, si può dire scomunicarono lui, vietando ogni relazione coi cherici, non pagar loro le decime, non dar consiglio nè ajuto nè prestito, non pasti, non contratti con essi, non entrare in casa loro, non macinarne il grano o fare il pane o radere la barba; il che lo portò a pronta composizione. D’altra parte il papa volendo rimeritare i Fiorentini d’avergli spediti ajuti in Lombardia, nel 1323 concedette che il clero contribuisse alla spesa di fortificare la città. Di rimpatto il legato pontifizio voleva essere investito della pingue abazia dell’Impruneta; e perchè i Buondelmonti si opposero considerandola come loro patrimonio, egli mise l’interdetto sulla città.
Quando l’edifizio sociale era impiantato sulla fede, ogni opposizione si risolveva in eresia: le scomuniche, contro cui eransi fiaccati l’orgoglio e la potenza degl’imperatori sassoni e svevi, perdeano efficacia dacchè prodigate in effetti mondani; i Siciliani durarono ottant’anni in rotta colla Chiesa; i Visconti degli interdetti si vendicavano col pesare viepeggio sugli ecclesiastici; e gli avvocati ergeano la fronte contro i papi, ai quali erasi incurvata quella dei re.
Ormai dalla fede assoluta passavasi alle religioni comparate. Maestro Urbano da Bologna nel 1334 scrisse un commento di Averroe, che invogliò a conoscere il testo; e quelle opere entrarono di moda, e con esse i dubbj sulla vita futura e la pendenza al panteismo; e il Petrarca si piange che la filosofia aristotelica inducesse al materialismo, tanto che non otteneva nome di dotto e filosofo chi non aguzzasse la lingua e la pennacontro la religione. Un di costoro «i quali pensano non aver fatto nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare il poeta a Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato un detto dell’apostolo delle genti, e — Tienti la tua religione, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e cotest’altri furono chiaccheroni; e deh potessi tu soffrire la lettura di Averroe, che ben vedresti quanto e’ sorvola a cotesti tuoi buffoni». Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch’egli era, prese pel mantello e mise fuor di casa il temerario.
Nè per tanto si rinnegava la Chiesa. Quei Patarini che l’aveano conturbata due secoli prima, erano scomparsi d’Italia o nascosti; il popolo amava le splendidezze del culto, se anche non ne venerava l’austerità, e compiaceasi del papa e della corte pontifizia: gli studiosi ostentavano questa incredulità accademica, ma non le si conformavano nelle pratiche; e d’altra parte, non poteano essi declamare contro la Corte romana colla libertà che avea usata Dante, senza incorrere negli anatemi? Ma dacchè erasi trasportata in Avignone, e Guelfi e Ghibellini del pari la bersagliavano, quasi cessasse d’essere cattolica cessando d’essere romana. Il Sacchetti mercante, il Petrarca canonico, il Pecorone frate, e persone di grande scienza e di celebrata santità avventavansi contro quella Babilonia, che tal nome meritava non meno pel lusso che per la corruzione, dove parea costume ciò che altrove vizio, dove la disonestà accoppiavasi colla perfidia e colle bassezze.
Ciò che altre volte sarebbe valso poco più che per esercizio di retorica o sfogo di bile, diventava pericoloso allorchè, perdendosi il senso de’ simboli, la società riducevasi affatto pratica; laonde i politici guatavano con disgusto questa Corte che, vivendo nel mondo, n’avea presa la licenza, le passioni, gl’intrighi, e reso la Chiesaun mezzo di governo e di speculazione. Di tal passo venivasi a vilipendere quel che prima erasi venerato, e declinava nei popoli lo spirito d’obbedienza quando appunto i pontefici lasciavano quello di dominazione. Allora parve insopportabile la giurisdizione ecclesiastica, che colla pubblicazione delVIeVIIlibro delleDecretali, poi delleEstravagantierasi estesa per modo, che qualsivoglia lite poteva anche in prima istanza recarsi al pontefice.
Agostino Trionfe d’Ancona, agostiniano, che dettò a Parigi poi a Napoli, carissimo ai re Carlo e Roberto, dedicò a Giovanni XXII unaSomma della podestà ecclesiastica, apologia dell’onnipotenza dei papi: da Dio immediatamente derivare la loro giurisdizione, superiore ad ogni altra perchè tutte giudica, da nessuna è giudicata; come spirituale, così è temporale, perchè chi può il più può anche il meno: non può il papa essere deposto dal concilio generale, nè giudicato dopo morte: è assurdo appellarsi al concilio, giacchè questo non trae autorità che dal pontefice, il quale unico può proferire sui punti di fede, nè altri informare dell’eresia senz’ordine di esso. Come sposo della Chiesa universale, tiene immediata giurisdizione sopra ogni diocesi, e per sè o per mandati suoi vi può fare quel che vescovi e parrochi. Al papa devono obbedienza Cristiani, Ebrei e Gentili; egli può punire i tiranni e gli eretici anche con pene temporali; egli, non i vescovi, scomunicare; fin di là della tomba estende il potere per via delle indulgenze: potrebbe scegliere di qualsiasi paese l’imperatore senza ministero degli elettori, o renderlo ereditario: l’eletto dev’essere da lui confermato e giurarsegli ligio, e può da lui essere deposto: tutti i re sono tenuti obbedire al pontefice, dal quale traggono la potenza temporale: a lui può appellarsi chiunque si sente gravato dal principe: e i principi e’ può correggereper peccati pubblici, deporli anche, e istituire un re di qualsiasi regno.
L’esagerazione è sintomo di autorità minacciata; e sempre maggiore ardimento pigliava l’opposizione. Guglielmo Occam, scolastico nominatissimo, per favorire Lodovico Bavaro contendeva l’infallibilità non solo al papa, ma anche al concilio universale e al clero; i laici in corpo poter decidere risolutamente; contro il papa potersi all’uopo adoprare anche la forza, o stabilirne diversi un dall’altro indipendenti. Marsiglio di Mainardino da Padova, eloquente professore all’Università di Parigi, poi rifuggito ad esso Lodovico, gli insinuò che a lui competesse riformare gli abusi della Chiesa, perchè questa è sottomessa all’Impero; e con Ubertino da Casale pubblicò ilDefensor pacis, ove già s’incontrano le negazioni di Calvino rispetto all’autorità e costituzione della Chiesa; la potestà legislativa ed esecutiva di questa fondarsi sul popolo che la trasmise al clero; i gradi della gerarchia essere invenzione posteriore; il primato, consistente solo nel convocare concilj ecumenici e dirigerli, non fu dato al vescovo di Roma se non con autorizzazione d’uno di tali concilj e del legislatore supremo, cioè di tutti i fedeli o dell’imperatore che li rappresenta; Gesù non lasciò a capo della sua Chiesa verun capo visibile, nè Pietro avea preminenza che per l’età; al sovrano, purchè fedele, spetta l’istituire prelati, eleggere il papa, giudicare i vescovi come Pilato giudicò Cristo, e deporli, convocare concilj e regolarne le deliberazioni; eguali essendo i vescovi, l’imperatore solo può elevarne uno sopra gli altri, e a grado suo abbassarlo[58]. Sì poco sono moderne le dottrine che subordinano la Chiesa ai governi!
Le teoriche negative si traducevano in fatti: la bolla d’oro di Carlo IV sottraeva il sacro romano impero dai papi; il re di Francia, non che emanciparsi dalla supremazia di questi, li minacciava come sudditi proprj; i lontani seguitavano a venerarli solo in quanto ne traessero vantaggio.
Di mescolarsi nelle cose ecclesiastiche prendea pretesto l’autorità secolare dagli scandali del tempio, quando la santa Sede, fatta ligia dei re, non valeva a frenare la irruente corruzione, fosse la grossolana del clero inferiore o la fastosa de’ prelati. Grave torto faceva alla Chiesa il patriziato delle maggiori dignità: poichè essa, che ripudiò sempre ogni distinzione di natali, attenendosi unicamente ai meriti, vedeva il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, il cui unico titolo era l’essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; e le costoro case, potenti in città per armi e per clientele, trescavano a voglia anche nel santuario, prepotevano nelle elezioni dei pontefici e ne’ loro consigli, con tirannide peggiore di quella degli imperatori del secolo precedente, perchè più immediata. Le emulazioni di queste famiglie, prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi attentati, s’insinuavano nel concistoro e nel conclave, e toglieano al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dall’essere superiori alle mondane rivolture.
I prelati sotto la stola mantenevano le abitudini dell’educazione secolaresca e lusso sfrenato; ned altro testimonio ne voglio che il concilio Lateranese III, il quale, avvisando i prelati quanto disdica il camminare con treno sì numeroso e il consumare in un pranzo l’intera annata della chiesa che visitano, vuole i cardinali s’accontentino di quaranta o cinquanta vetture, gli arcivescovi di trenta o quaranta, i vescovi di venticinque, gli arcidiaconi di cinque o sette, di due cavalli idecani; tutti poi vadano senza cani da caccia nè uccelli. Accumulavansi fin quaranta o cinquanta benefizj in una sola mano; e vuolsi che Benedetto XII proponesse ai cardinali, se rinunziassero ad averne più d’uno, assegnar loro centomila fiorini d’oro di rendita e metà delle entrate dello Stato pontifizio; e ad essi non parvero abbastanza. Pastori negligenti, sicchè nè tampoco veduta aveano la loro greggia, esercitavano insolente giurisdizione tirannica; nel clero minore ignoranza, venalità de’ sacramenti, comune l’ubriachezza, sfacciata la libidine; nelle chiese e ne’ conventi si stabilivano bettole e giuochi; le monache uscivano dai monasteri; trafficavasi di grazie, dispense, perdoni.
Degli antichi Ordini religiosi rilassata la disciplina: perfino in quel Montecassino, che fin allora avea dato ventiquattro papi, ducento cardinali, milleseicento arcivescovi, ottomila vescovi, molti canonizzati santi, i monaci vestivano bene, abitavano comodi, riservavansi peculj particolari, anzi riceveano dal convento una prebenda colla quale vivere in case secolari. Presa vergogna dall’operosità e astinenza de’ Mendicanti, anch’essi dovettero riformarsi, applicando agli studj; ma perchè a questi non pareva potersi attendere degnamente che nelle Università, i monaci che v’erano mandati vi trovavano incentivi e dissipamenti e peggio.
Però anche gli Ordini nuovi presto diminuirono l’esemplare fervore primitivo, gli uni facendo divorzio dalla povertà, sposata dal loro patriarca, gli altri per zelo dimenticando la carità. A tacere le diatribe dei loro nemici, quali Mattia Paris e Pier delle Vigne, san Bonaventura, generale de’ Francescani, nel 1257 dirigeva una querela ai provinciali e guardiani; perchè a titolo di carità i fratelli s’impacciassero d’affari pubblici e privati, di testamenti, di secreti domestici. Sprezzando il lavoro, caddero nell’infingardaggine, e mentre preganoginocchione o meditano in cella, possono darsi a studj vani o sbadigliare o dormire, e forse dai libri composti trarre una vanità che non prenderebbero certo dal tessere fiscelle o stuoje, come i primi romiti. Andando girelloni, riescono d’aggravio agli ospiti e di scandalo; per rimettersi dalla stanchezza mangiano e dormono di là del prefisso; scompigliano la regola del vivere; domandano con tale importunità, da farli schifare quanto i ladri. La vastità delle fabbriche turba la pace de’ conventi, incomoda gli amici, espone a giudizj sinistri. Ai parrochi poi dispiaciono per la premura che si danno intorno a funerali e a testamenti. Inoltre le città chiamavano i frati a compor paci, gli abati ad eseguire commissioni, come gente non pericolosa e di niuna spesa ne’ viaggi; l’Inquisizione li riduceva a specie di magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri, braccio secolare a loro disposizione, essi istituiti a profonda umiltà e povertà esatta.
La regola di san Francesco imponeva tali austerità, che alcuni la sentenziarono d’impossibile o di micidiale; sicchè papa Nicola III credette doverla spiegare[59]nel senso che i frati Minori erano tenuti osservare il vangelo, vivendo in obbedienza, in castità, in povertà tale da non possedere cosa veruna; lo spossessamento totale per Dio essere meritorio; averlo Cristo insegnato colla parola, confermato coll’esempio, e gli apostoli ridotto in pratica; i Francescani vivendo così, non faceansi suicidi nè tentavano Dio, giacchè confidandosi nella Provvidenza, non però repudiavano gli espedienti suggeriti dalla prudenza umana. Vi si chetarono gli avversarj, ma tra i Minoriti alcuni ne trassero motivi d’un fanatico misticismo, da una parte asserendo che la regola di san Francesco fosse il vero vangelo, dall’altrache la spropriazione dovea portarli ad avere nulla più che il mero uso delle cose necessarie alla vita.
Pier Giovanni d’Oliva di Linguadoca predicò siffatta dottrina, e bersagliando la Chiesa ricca e mondana, annunziava i Minori, come destinati a rigenerarla. Fece molti proseliti, e sotto papa Celestino V, incline al vivere cenobita, ottennero di costituirsi in nuova congregazione (1234), detta degli Eremiti Celestini. Perseguitati, presero abito e capi particolari, e massime per la diocesi di Pisa e tra i monti di Vecchiano e di Calci seguivano tenor di vita più rigoroso, alla Chiesa visibile ricca, carnale, peccaminosa affacciandone una frugale, povera, virtuosa. Tennero a quelle dottrine Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso, Corrado da Spoleto, Jacopone da Todi, e col nome di Fraticelli o Frati spirituali, ebbero capi frà Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone. Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e proferitili eretici, li fece processare e perseguire da frà Matteo di Chieti, sicchè essi ricoverarono in un’isola dell’Arcipelago e in Sicilia, aggregando a sè chiunque disertava dai Francescani per seguire una vita più austera; cari al vulgo per l’aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il mistico Ubertino da Casale. Angelo, plebeo senza lettere, della vallata di Spoleto, n’avea radunati molti; e così l’ordine del padre serafico restava scisso, nè Clemente V riuscì a riconciliarli nel concilio di Vienne.
Il resistere, e la superbia che facilmente nasce dal rigore esagerato, li portarono a farsi accanniti detrattori della santa Sede, negando ch’ella potesse permettere ai Francescani di tener granajo e cantina, e asserendo una vicina riforma. Ne seguirono perfino sommosse a Narbona, in Sicilia, in Toscana; onde Giovanni XXII provvide a comandare la soggezione, dicendo che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiorel’obbedienza»[60]. Eppure essi durarono contumaci, appellando al futuro concilio, onde ebbero condanna; e quei che non vi si sottomisero, fuggirono in Sicilia, ove Federico re di Trinacria, sempre malvolto alla santa Sede, li protesse, e dove presero capo Enrico di Ceva, professando sempre che la Chiesa era divenuta una sinagoga, lupo il suo pastore.
Chi bestemmia Giovanni del rigore usato con essi, chi di essi fa beffa come apostoli d’una ineffettibile povertà, non venga poi a declamare o a sbigottirsi al cospetto del comunismo, forma moderna della medesima dottrina.
Ma tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i suoi apostoli non aveano nulla posseduto, la proposizione, rejetta dai Domenicani e da altri, venne sostenuta dai Francescani; e poichè la regola di san Francesco diceasi esprimere il vangelo, tornava sott’altra apparenza il medesimo concetto dell’assoluta spropriazione. Giovanni condannò anche questa dottrina; Michele di Cesena generale dell’Ordine, Guglielmo Occam e Buonagrazia da Bergamo protestarono, e rifuggiti a Pisa presso Lodovico Bavaro, lo sostennero e accannirono nella lotta contro quel papa. Tale quistione insinuò ne’ Minoriti uno spirito di sottigliezza, troppo contrario all’intento tutto pratico del loro fondatore; e ne pullulavano altre quistioni, a dir poco, oziose: se la regola astringesse sotto pena di peccato mortale o soltanto veniale; se obbligasse ai consigli del vangelo quanto ai precetti; se alle ammonizioni quanto ai comandi: dal che, facile tragitto, si passò a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed oltre la disputa sempre accesa sull’immacolata concezione di Maria, un’altra ne ebbero coi Domenicani, se il sangue di Cristo, uscitonella passione, restasse non pertanto ipostaticamente unito al Verbo.
È difficile sincerare quanto abbiano di vero le oscene imputazioni che accompagnano i processi di costoro, massime de’ Fraticelli, avvegnachè l’opinione era straniata alla peggio, e la manìa de’ processi recò a prestar fede ad assurdità, ribadite nel vulgo dai supplizj inflitti e dalle declamazioni di chi avrebbe dovuto dissiparle. Anzi mi si fa credibile che le procedure allora ordinate dagli statuti civili ed ecclesiastici moltiplicassero le stregherie, dapprima quasi ignote. Giovanni XXII nel 1322 notificava che «alcuni figli di perdizione, allievi d’iniquità, dandosi alle ree operazioni di loro detestabili malefizj, fabbricarono immagini di piombo o di pietra, sotto la figura del re, per esercitare sovr’essa arti magiche, orribili e vietate». E avendo gl’imputati declinato la giurisdizione ordinaria, il papa incaricò tre cardinali d’esaminarli, e rimetterli ai giudici secolari. Poi l’anno stesso meravigliasi de’ progressi delle scienze occulte, commosso nelle viscere che molti, cristiani soltanto di nome, lascino la luce della verità, e talmente siano involti nelle nebbie dell’orrore, da fare alleanza colla morte e patto coll’inferno, immolando ai demonj, adorandoli, fabbricando immagini, anelli, specchi, fiale ed altri oggetti in cui legare i diavoli; e a questi domandano risposte e ne ricevono, gl’implorano a soccorso dei depravati loro desiderj, e in ricambio della vergognosa assistenza offrono vergognosa servitù. O dolore! questa peste si diffonde oltremodo nel mondo, infettando tutto il gregge di Cristo».
Con tali persuasioni, si estesero i supplizj per malìe. Il 1292 Pasqueta di Villafranca in Piemonte fu multata in quaranta soldi perchèfaciebat sortilegia in visione stellarum: nel 1363 Antonio Cariavano, accusato di aver fatto grandinare in Pinerolo con libri necromantici,fu multato in quaranta fiorini: nell’86 due della valle di San Saturnino pagarono cenventi franchi d’oro per avere prestato fede a un incanto gittato onde smorbare le loro mandre: nell’81 la nuora di Francesca Troterj avendo smarrito una collana di perle, per trovarla ricorse a maestro Antonio di Tresto da Moncalieri, il quale, pigliato il secchiello dell’acquasanta, lo coprì con un altro, vi accese attorno dodici candele, descrisse varie figure colla verga, e fece segni di croce: poi mise per terra due candele in croce, e su quelle fece posare il piede dritto della donna che avea smarrito il collare. Non so se si trovasse: ma il maestro fu accusato al vicario del vescovo; e quegli confessò nulla intendersi di magìe, ma far quelle frasche per ciuffare qualche soldo ai credenzoni[61].
A questi mali è fortuna quando si trova da opporre caldo zelo, soda pietà, scienza matura. Anime fervorose e gran santi neppur allora mancarono: verso il 1319 nacquero gli Olivetani alla badia di Montoliveto nella val dell’Ombrone senese, per opera del beato Bernardo Tolomei; e lo sterile paese fu coltivato, adorna di pitture la chiesa. Il beato Giovanni Dominici fiorentino, oratore famosissimo, studiando al miglioramento de’ secolari e più de’ claustrali, fu vero restauratore della vita regolare in Italia e in Sicilia, e infine arcivescovo di Ragusi e cardinale: senza maestro s’approfondì nelle scienze, mentre colle prediche traeva a monacarsi donzelle e giovani. Nel riformare i Domenicani, cominciando a Firenze e Pisa, fu accompagnato dal beato Lorenzo da Ripafratta, che fu maestro ed amico a sant’Antonino, dal venerabile Tommaso Ajutamicristo, e da altri di quell’Ordine, infervorati a pietà dalla beata Chiara de’ Gambacurti, la quale avea riformato le Domenicanein Firenze, donde si diffusero a Genova, a Parma, a Venezia. Anche il beato Raimondo da Capua operò a ristabilire la regolarità ne’ conventi domenicani, insieme col beato Marconino di Forlì, entrambi d’affettuosa pietà. Ai conforti del pio Marco, parroco di San Michele in Padova, che gemea di veder depravato l’ordine Benedettino, e Santa Giustina abbandonata ai disordini, Luigi Barbo tolse a riformarlo con regole più severe, e che presto si estesero a Genova, a Pavia, Milano e più lungi. I Camaldolesi ridussero florido il Casentino, ed esemplarmente conservavasi il bel bosco di abeti e di faggi. Il beato Giovanni Colombino, di nobile gente senese ed elevato alle prime dignità, dalla pazienza della moglie e dal leggendario dei santi fu chiamato a vita pia ed austera, e ad assistere malati e pellegrini: poi ridottosi povero, andava predicando penitenza, e raccolti alquanti seguaci, istituì l’ordine dei poveri Gesuati, approvato da Urbano V il 1367; «e i forti cavalieri di Cristo, fatti novelli sposi dell’altissima povertà, incominciarono allegramente a mendicare,... e posti in un’altezza di mente, calcando il mondo sotto i loro piedi, tutte le cose terrene stimavano come fango, e tuttodì crescevano in desiderio di patire e sostenere pene per amore di Cristo»[62]. Suor Agata stette murata gran tempo in s’una pila del ponte Rubaconte a Firenze, poi nel 1434 fondò il monastero famoso delle Murate.
Al tempo stesso diedero odore di gran santità in Siena Gioachino Pelacani, che la sua devozione per Maria espandeva in carità pei poveri (-1305), e Antonio Patrizj; Andrea de’ Dotti di San Sepolcro, scolaro di Filippo Benizzi; Bonaventura Bonacorsi di Pistoja, caldo ghibellino, che dal Benizzi stesso convertito, riparò idanni recati, e edificò colle virtù più austere (-1315). Simone Ballachi, figlio del conte di Sant’Arcangelo presso Rimini, dalla dissipazione raccoltosi a Dio, esercitavasi ne’ più umili uffizj e nell’istruire bambini e convertir peccatori (-1319). Agnese di Montepulciano domenicana, Emilia Bicchieri di Vercelli (-1314), Benvenuta Fojano del Friuli vennero illustrate per doni celesti; e così Margherita di Metela presso Urbino, cieca nata; Chiara di Montefalco presso Spoleto, eremitana (-1308); e quell’Oringa di Santa Croce presso Firenze, che divenne il modello delle fantesche, dal santo Spirito illustrata alla conoscenza di sublimi veri, sebben nè leggere sapesse, onde empì Lucca e Roma della fama di sua virtù e carità, e presto de’ suoi miracoli. Gli Orsini ci portano il loro sant’Andrea carmelitano, che, malgrado l’illustre nascita, accattava pe’ poveri, e, malgrado la sua umiltà, fu messo vescovo di Fiesole, ove continuò le austerità, e riconciliò più volte la sua colle città vicine. Dai Falconieri uscivano Alessio, Carissima e Giuliana, tutti venerati sugli altari; dai Soderini la beata Giovanna (-1367) e un altro Giovanni (-1343); dai Vespignano di Firenze il beato Giovanni; dagli Adimari il beato Ubaldo; dai Della Rena di Certaldo la beata Giulia. Pellegrino de’ Latiozi di Forlì fu stupendo per pazienza nel soffrire sia le percosse di quelli di cui voleva acquietare i litigi, sia gli spasimi d’una cancrena (-1345). Pietro Geremi di Palermo, già professore di diritto, diedesi a Bologna a tali austerità, che si circondò il corpo di sette cerchi di ferro, scena che molti convertì. Giovanni da Capistrano, dopo adoperato in magistrature e negoziati, resosi francescano, si diè tutto all’amor di Dio e del prossimo, e continuò a riconciliar nimicizie e risse nel nome di Dio, e possedendo lo spirito di compunzione e il dono delle lacrime, moltissimi convertiva, e spesso le donne dopo le sueprediche davano in limosina tutti i loro ornamenti. Fra l’alto clero sono a mentovare il beato Bertrando patriarca d’Aquileja che tanto operò alla riforma di questa chiesa, e fu assassinato da masnadieri del conte di Gorizia nel 1350; il beato Lorenzo Giustiniani, patriarca di Venezia; Matteo da Cimarra vescovo di Girgenti; Nicola Alberga vescovo di Bologna, adoperato, spesso a metter pace fra le città d’Italia e fra Inglesi e Francesi[63].
Bernardino (1380-1444), dell’illustre famiglia degli Albizeschi di Massa marittima, fu educato nella pietà e nella carità; nella peste del Quattrocento si profuse a cura de’ malati di Siena, ove poi professossi francescano della stretta osservanza. «Fu in concetto d’uomo grande e meraviglioso nel predicare: ovunque andasse traeva con sè tutto il popolo, eloquente e forte nel ragionare, d’incredibile memoria; di tal grazia nella pronunzia, che non mai recava sazietà agli uditori; di voce sì robusta e durevole, che mai non venivagli meno, e ciò ch’è piùmirabile, in grandissima folla era udito colla stessa facilità dal più lontano come dal più vicino»[64]. Vincenzo Ferreri, che allora empiva Italia delle virtù e de’ miracoli suoi, predicando ad Alessandria esclamò: — Fra voi si trova un vaso d’elezione, un figlio di san Francesco, che ben presto diffonderà immensa luce in tutta Italia, e di sue virtù e dottrina usciranno i più insigni esempj». Pure oggi non troviamo ne’ suoi sermoni che un fare stringato e scolastico.
E per verità sul pulpito, trionfo degli Ordini nuovi, non recavano studj profondi e dogmatica precisione, ma zelo e modi popoleschi e importuna applicazione alle circostanze giornaliere. Chi affronti la noja di leggere le prediche rimasteci, non trova che aridi tessuti di scolastica e di morale, rinzeppati di brani e brandelli d’autori sacri e profani alla rinfusa, con dipinture ridicole o misticismo trasmodato, talchè i grandi effetti non se ne saprebbero attribuire che al gesto, alla voce, allo spettacolo, e in alcuni alla persuasione della santità.
Tali dobbiamo credere il beato Michele da Carcano, frate Alberto da Sarzana, frate Ambrogio Spiera trevisano, ed altri, famosi per conversioni ed efficacia morale. Alcuni non mancavano di merito letterario, e noi lodammo altrove il Cavalca, il Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Quest’ultimo distingueva le devozioni dagli abusi, in un modo da far meraviglia a chi in que’ tempi e in que’ frati non sa vedere che superstizione. — Viene (diceva egli) viene l’uomo, e andrà a Santo Jacopo in pellegrinaggio: ed anzi ch’egli sia là, cadrà in uno peccato mortale talotta, e forse in due, e talottain tre peccati mortali, e talotta forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? che rileva questa andata? Dovete questo sapere, che, chi vuole ricevere le indulgenze, conviene che ci vada puro, come s’egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? e però le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona, perch’io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco in te medesimo, e pensare del Creatore, o piagnere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».
Parole altrettanto libere avea proferite l’anno innanzi in Santa Maria Novella: — E’ sono molti che si credono fare grandi opere a Dio; intra noi, noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull’altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or ecco opera! Simigliantemente de’ pellegrinaggi; che pare così grande fatto di quelli che vanno in Galizia a Santo Jacopo. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal viaggio grande! E vanterassi, e dirà,Tre volte sono ito a Roma, due volte ita a Santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatti. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei all’altare, e’ par loro avesse fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quello Fariseo che dicea,Io digiuno due dì della settimana: or ecco grande fatto! e manuchi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella manduchi bene e bello. Questo andare ne’ viaggi io l’ho per niente, e poche persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l’uomo cade molte volte in peccato, ed hacci molti pericoli. Trovano molti scandoli nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con l’oste e co’ compagni; etalotta fanno micidio ed inganni e fornicazioni; e di questo si fa assai, e caggiono in peccato mortale»[65].
I così fatti saranno stati non pochi, vogliamo crederlo: ma altri cercava cattivar l’attenzione col mescere ai discorsi allusioni alla politica; e chi predicava pei Guelfi, chi pei Ghibellini, pei Medici, per lo Sforza; talora sorgeano in aperto attacco contro ai principi o ai papi.
È bizzarro in taluni l’associare una pietà sincera, un’ingenuità profonda, col ridicolo e col teatrale, in modo d’uscirne composizioni grottesche e senza gusto, che non hanno di serio se non l’intenzione. Di Roberto Caracciolo da Lecce, dai contemporanei supremato nell’eloquenza, sciaguratamente ci restano alcuni sermoni, più materia di riso che di compunzione[66]: sale in pergamo a predicar la crociata, e, cavata la tonaca, rivelasi in abito da generale, come pronto a guidar egli stesso l’impresa. Paolo Attavanti ad ogni tratto cita Dante e Petrarca, e se ne gloria nella prefazione. Mariano da Genazzano, levato a cielo dal Poliziano e da Pico della Mirandola, «predicava attraendo con l’eloquenza sua molto popolo, perciocchè a sua posta avevale lagrime, le quali cadendogli dagli occhi per il viso, le raccoglieva talvolta et gittavale al popolo»[67]. I discorsi di Gabriele Barletta, sì reputato che dicevasiNescit prædicare qui nescit barlettare, darebbero sollazzo a qualche festevole brigata. Per Pasqua racconta che molte persone offrironsi a Cristo onde annunziare la sua risurrezione alla madre: egli non volle Adamo, perchè, piacendogli i fichi, non si badasse per istrada; non Abele, perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè correvole al vino; non il Battista, pel suo vestire troppo conosciuto; non il buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; ma donne, per la popolosa loquacità. Blandiva un sentimento troppo comune quando predicava: — O voi donne di questi signori e usuraj, se si mettessero le vostre vestimenta sotto il pressojo, ne scolerebbe il sangue de’ poveri». L’erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: — Parmi che tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per istudio di brillare più che di giovare; non volti a curar le infermità dell’animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie, riprendono i vizj in modo che pare gl’insegnino, e per desiderio di piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render migliori gli uomini».
Contro i siffatti avea tonato l’Alighieri, dicendo: