NOTE:

NOTE:1.Odorici,Storie bresciane, pag. 184.2.Antichità estensi,II. 133.3.Secondo Gianrinaldo Carli, il prezzo medio del frumento allora era L. 5.1 al moggio, del vino L. 12.16 alla brenta. Da ciò si ragguagli il valor del denaro.4.L’Art de vérifier les datesdice:Pétrarque, si avare de louanges même pour les grands hommes de son siècle, ne peut contenir son admiration etc.Noi vedemmo se ne fu avaro.5.Qui finiscono i tre Villani, carissimi storici, la cui mancanza è irreparabile.Giovanni Cavalcanti racconta che, quando all’Acuto si pagò grandissima quantità di fiorini, esso ne cavò seimila, e li regalò a Spinello (di Luca Alberti) tesoriere, per le fatiche che ebbe. Spinello ringraziò, e «tornando a Firenze, scavalcò alla porta del palagio, e a’ signori raccontò tutto il convenente, e a loro diè la ricca borsa dicendo:Mandateli alla camera con uno bullettino di commissione ch’io li metto ad entrata del Comune. E così seguì. Questo Spinello invecchiò nell’uffizio di tesoriere, ed alla sua morte non gli si trovò tanto lenzuolo che vi si fasciasse il suo corpo».Storie fior., tom.II. app. p. 491-93.6.Religionis timorem ponendum esse censebant, ubi is officeret libertatem.Poggio Bracciolini, lib.III. p. 223.7.Il primo podestà mandatovi da Gian Galeazzo, fu nel 1396: in Valtellina già si mandava nel 1378.8.Qualche esempio anteriore ne troviamo. Così, nel 1241, Guglielmo Visconte, nominato vicario di San Romolo dall’arcivescovo di Genova, promette, oltre il resto:Si forcia vel forfacta ab aliquo ejus loci et districtus facta fuerit, et notorium et manifestum seu publicum aut mihi denunciatum fuerit, quamvis non sit inde querimonia facta mihi, tamen ego ad vindictam faciendam, et veritatem ejusdem forciæ vel forfactæ inquiram, et vindictam faciam ac si querimonia propterea mihi facta esset. Liber jurium, tom.I, p. 994.9.Il concetto di successione ereditaria è nell’investitura del conte di Virtù.Statuimus quod præfatus Jo. Galeaz Vicecomes et post ejus decessum eo modo quilibet alius tunc descendens legitimus masculus de corpore suo, prout ipse ordinaverit et disposuerit, sit et sint perpetuo verus legitimus et naturalis dominus et veri legitimi et naturales domini dictæ civitatis et totius districti.(Sitoni,Vicecomitum genealogica monumenta.Milano, p. 21). Già al 1385, 15 ottobre, i Milanesi feceroDecretum de pœna dicentis contra statum Domini: ove dichiaranoquod nulla persona audeat nec præsumat populum nominare. (Antiqua Ducum Med. decreta. Milano 1654, pag. 88).10.Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera, scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto, e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’ Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima. Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello. Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano, concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente, il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere, l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».11.Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò, Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco, Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio, Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio, Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli, Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che nell’epitafio di lui è dettacivili nondum enervata duello, Verona, Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.12.Mémoires, cap.VII.13.Andrea Biglia, allora vivente, racconta che Antonio Bosso, intrinseco di Facino, l’avvertì restargli poche ore di vita, e però provvedesse all’anima sua. Facino rabbujato gli intima: — Va tu a cercarti un confessore, che fra un’ora ti manderò al supplizio». Il Bosso, che lo sapea uomo da mantener la parola, sbigottì tutto, e quasi venne meno; ma Facino rasserenatosi gli soggiunse: — Da quel che provasti tu, argomenta quel che hai fatto soffrire a me col tuo pronostico». Davvero non era momento da burle.14.Una casa comprata dalla Signoria per regalare a Luigi Gonzaga signore di Mantova, costò seimila cinquecento ducati; tremila un’altra donata al vaivoda dell’Albania. Le prove sono inDaru,Storia di Venezia, lib.XIII.15.Alle tante prediche di pace si potrebbe opporre una di guerra, riferita da Franco Sacchetti, come udita da lui allora appunto da un romitano in San Lorenzo di Genova. E’ diceva: — Io sono genovese; e se io non vi dicessi l’animo mio, e’ mi parrebbe forte errare; e non abbiate a male che io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini: la natura dell’asino è questa, che quando molti ne sono insieme, dando d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanta è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. E i Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente eglino hanno la natura del porco; perocchè essendo una moltitudine di porci stretta insieme, ed uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi li percuote; e questa è veramente la natura loro; e se mai queste figure mi parvono proprie, mi pajono al presente. Voi percoteste l’altro dì li Viniziani, e’ si sono serrati verso voi a lor difesa ed a vostra offesa; ed hanno cotante galee in mare, con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro, e non avete se non cotante galee armate; egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante, che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia. — Poi fe fine a queste parole, dicendo — Non l’abbiate a male, che io sarei crepato, s’io non mi fusse sfogato. — Ora questa cotanta predica udii io, e tornàmi a casa; l’avanzo lasciai udire agli altri».16.Andrea Gattaro, pag. 280.17.Ecco l’esempio d’una dichiarazione offerta per parte del Caresini, che continuò la cronaca del Dandolo: — Raffaello Caresini, cancellier grande, offerisce lui con due buoni compagni al suo salario e spese e un famiglio d’andare sull’armata, e di pagare la spesa di tutti gli uomini da remo al mese ducati quattro e a’ balestrieri ducati otto al mese per uno. Item dona tutti i prò de’ suoi imprestiti e imposizioni, ch’egli ha e che farà nella presente guerra; e di prestare ducati cinquecento d’oro a renderseli due mesi dopo finita la guerra». Ap.Sanuto, pag. 736....Concernentes anxio mentis intuitu magnificus dux, consilium atque cives januensem patriam, quæ, inter alias catholicas nationes, oris præsertim maritimis, triumphales sui roboris vires expandit comerciorum, negociacionibus etiam quam maxime frequentata, et portus et janua navigationibus et lucrorum agendis, quibus humanum alitur genus abundans magistra, nunc aliquot jam exactis annis, aut justa Dei ira ex ingentibus mortalium noxis, aut acerbæ sortis sinistris auspiciis ferali civilium parcialitatum contagiatam morbo, sic solitis debilitatam viribus, quod januensis reipublicæ corpus suis artubus plurimis peste lesis, nisi salubri succurrerentur remedio, flebilis excidii pernicie damnaretur ipsius equidem remedii medelam ab intimis anhelantes, diurnis cogitationum curis hinc inde versarunt, tandem prudentissimis consiliis advertentes serenissimi ac invictissimi principis domini Francorum regis laudabilem justitiam, qua sua regio felix floret, incomparabilem potentiam qua quicumque terentur iniqui, scelesti domitantur raptores, et barbarica reprimitur feritas, ad suam amplissimam clemenciam suarum deliberationum aciem direxerunt. Ita demum quod miseranda januensis nationis cimba, quæ jamdiu horrendis fluctuationum turbinibus agitata, nimia confusione ambitus et odiorum lacerata dissidiis, seu cautibus non parum allidens formidabile submersionis periculum vix evasit. Ecce tetris observata nubibus longe titubans pelago, clarum pietate cœlesti clementiæ regiæ jubar perspectans etc.Dopo queste frasi retoriche, vengono i lunghi e chiari patti, che meritano esser letti nelLiber juris: vol.II. p. 1237, per più di 13 colonne.18.Ad Enrico VII, a Roberto di Napoli, all’arcivescovo di Milano, e ora a Carlo.19.Stella, pag. 1176, 1193.Rer. It. Script.,XVII.20.Rivoluzioni d’Italia, lib.XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice al cap. 4 del lib.XV.21.Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree, per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano manoscritti.22.Suscipe Robertum regem virtute refertum.23.Rerum memorabilium, lib.I. c. 1.24.Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un mercante fiorentino.25.Fragm. Hist. romanæ, lib.I. c. 10. —Dom. de Gravina,Rer. It. Script.,XII. 572.26.Parole di Matteo Villani, lib.II. c. 61, e soggiunge questo fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’ merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».27.Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama «Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib.XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina, «ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che dimostrava molta attitudine di far figli».28.Ap.Lünig, tom.I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi. Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina, ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel che facciamo noi di loro».29.Rymer,Acta, tom.IV. part.II. pag. 45. A tutti questi fatti era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.30.Questa vittoria, che il Sismondi chiamala plus importante, la plus glorieuse, qui de tout le siècle eût été remportée sur la Méditerranée, secondo iGiornali napolitanifu dovuta ad uno stratagemma, che sembra pueril cosa quando già si conoscevano le artiglierie. «Fu combattuto con sapone, olio, pignatelli artificiali, pietre di calce, le quali buttando sopra le navi nemiche dalle gabbie loro, le redussero che l’uno non vedeva l’altro, et alcuna volta offendevano li loro medesimi credendoli nemici». E più distesamente Giovanni Cavalcanti: «L’arte dei Genovesi che usarono, fu di maraviglioso scaltrimento: conciossiacosachè portarono infinito numero di vasi di terra, come pignatte e orciuoli, e quelli di calcina viva e di cenere di vagello empierono; e nel cominciare della battaglia, i Genovesi si cercarono che a loro nelle reni ferisse il vento, e a’ nemici nella faccia soffiasse. I Genovesi non meno alle vasa correvano che all’armi, e i nemici erano nella faccia percossi dalle cocenti e ardenti ceneri dal vento soffiate; per il sudore e per l’affaticare della battaglia, i pori erano aperti: la qual calcina dava tanta passione, che l’arme abbandonavano, e a stropicciarsi gli occhi ciascuno attendeva».Rer. It. Script.,XXI. 1101.31.Vespasiano Bisticci.32.S. AntoniniChron., part.III. tit. 22. not.b.33.L’arringa del doge è riferita dal Sanuto, che dice averla tratta dal manoscritto proprio d’esso principe: noi la compendiammo; alcune partite, imbarazzate nell’edizione del Muratori, si sono racconcie alla meglio. Si sarà avvertito che il doge mette un eccesso di attivo veneto, giacchè bisogna dedurne un milione per l’importo dei panni e frustagni.34.Andrea Billii,Historia Mediol., pag. 78.35.Secondo un conto prodotto da ser Cambi, i Veneziani teneano in campo ottomila ottocentrenta cavalli, e ottomila fanti, quelli a fiorini quattro il mese ciascuno, questi a fiorini tre; e i Fiorentini seimila cavalli e seimila fanti; sicchè fra essi e i Veneziani spendeano al mese centoduemila fiorini. Il duca di Milano area ottomila cinquecentocinquanta cavalli del costo di venticinquemila fiorini il mese, e ottomila fanti e balestrieri di fiorini ventiquattromila. Nel conto sono divisati tutti i condottieri e gli uomini di ciascuno. VediDelizie degli eruditi,XX. 170.36.Da un dialogo manoscritto di Paolo Giovio; dove pure leggo che, pel terrore causato dalle prime armi a fuoco, si troncava la destra a quanti fucilieri si coglievano; e che Bartolomeo Coleone generale dei Veneziani, e Federico d’Urbino, nella zuffa della Riccardina sul Bolognese, essendo tra il combattere discesa la notte, fecero ai donzelli apparecchiar fiaccole, al cui chiarore continuarono la pugna.37.Sanuto, pag. 1029. Frà Paolo Sarpi, lodatore di tutto ciò che è tirannico, scrive «esser antico vanto della circospezione veneziana l’aver tenuta celata scrupolosamente per otto mesi la risoluzione della morte del conte Carmagnola».38.Cristoforo da Soldo.39.Sabellico,DecaIII, lib. 5.40.Rossi,Elogi storici, pag. 150;Capriolo,Storie bresciane;Rizzardi,Storia Asolanamanoscritta.41.Filippo Borromeo di Lazzaro, coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito a questi, fu ucciso il 1350. La Talda, sorella di Beatrice Tenda, ebbe quattro maschi. Andrea, dottorato in Padova e cavaliere aurato; Borromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo ed invidiandolo gli cercarono cagione addosso e lo arrestarono, nè potè uscire di carcere che pagando ventiduemila scudi d’oro: egli per vendicarsene istigò Visconti e Veneziani finchè abbatterono il Carrarese. Borromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a Milano, e v’ebbero la cittadinanza il 1394, e tennero casa a Santa Maria Podone. Borromeo nel 1400 stette mallevadore per dodicimila scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questi coi Visconti. Giovanni fu consigliere e capitano di Gian Galeazzo; da Gian Maria nel 1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la val di Taro col titolo di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e consigliere nel 1439; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Margozzo: ed è lo stipite de’ Borromei di Milano, Galeazzo, Antonio, Giovanni, figlio del Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella chiesa di Santa Elena, da essi eretta ed arricchita. V.Coronelli,Bibl. universale, tom.VI. p. 790.42.Anche nel 1689 Pietro Ottobon dal prozio Alessandro VIII fu fatto cardinale, e prestò molti servizj alla Serenissima; e ottenne da questa fosse rimesso in grazia il proprio padre Antonio, disgradato perchè era divenuto generale di Santa Chiesa. Ma essendo stato eletto protettore della corona di Francia alla Corte pontifizia, il senato si oppose; e avendo egli non ostante spiegato le insegne di Francia, fu abraso dal libro d’oro, confiscatogli il patrimonio, sospesa ogni rendita de’ suoi beni ecclesiastici nel dominio veneto.43.Mutilasti Imperium Mediolano et provincia Longobardiæ, quæ juris S. B. Imperii fuerant, redeuntibus inde ad imperium amplissimis emolumentis; in qua ditione mediolanensi veluti minister S. B. Imperii partibus fungebatur, cum tu contra, accepta pecunia, Mediolani ducem et comitem papiensem creasti.Così gli elettori nel deporre Venceslao.44.Jus, quod ex dictis concessionibus et citationibus in feudo dictorum ducatuum et comitatum habemus, nobis et nostris successoribus in Imperio salvum maneat et illesum.Lünig, Italia dipl.,I. 480.45.Quella Repubblica fu censurata dal Corio per blandire i duchi, e dal Verri per stizzosa allusione alla Cisalpina; ma più che alle ironiche declamazioni di questo, credo ai documenti del Rosmini. Il Leo, tra gli errori onde ribocca la suaStoria d’Italia, dice che il Rosmini, «per biasimare la repubblica, produce molte ordinanze sulla religione, le scienze, la politica». Lo fa pel preciso contrario. Nell’archivio del duomo è un’ordinanza de’ capitani del 14 agosto, nella quale, poichèAltissimi clementia ineffabili.... antiquissimam auream et sanctam libertatem urbs hæc feliciter reassumpsit, stabiliscono un’oblazione annua; e sotto l’11 agosto, in riconoscenza a Dioquod ad dulcissimum reipublicæ et libertatis statum nos reduxit, ordinano una processione a Sant’Ambrogio.46.Nella battaglia di Morat servivano al duca di Borgogna quindicimila Lombardi, il cui capitano Antonio Corradi di Lignana vercellese vi perì.47.Arch. storico,XIII. 311.48.Historia desponsationis et coronationis Friderici III et conjugis ipsius, auctoreNicolao Lankmano de Falkenstein. Ap.Pez, ii. 569-602.49.Spino,Vita di Bartolomeo Coleone, pag. 255. La costui biografia fu scritta in latino da Antonio da Cornazzano, che con altri letterati e artisti vivea nel castello di lui; onde il ritrasse con colori lusinghieri che la storia smentisce.Del Cornazzano abbiamo pure manoscritta la vita di Francesco Sforza in terzine, e un trattatoDe la integrità de la militare arte, oltre un poema più volte stampato sul soggetto stesso:Opera nuova de Mr. Ant. Cornazzano, la quale tratta de modo regendi, de motu fortunæ, de integritate, rei militaris, et qui in re militari imperatores excelluerint. D’altri due condottieri, Attendolo Sforza e Braccio di Montone, scrissero le gesta Lodrisio Crivelli e Gianantonio Campano, rozzi ma interessanti.50.Del 1467 fu pubblicata a Milano la seguente grida di guerra: — Si fa poto e manifesto a caduna persona de quale grado e conditione se sia, per parte del nostro M. signor duca di Milano ecc. in tutte le terre del dominio suo, che qualunche soldato, o che sia pratico al soldo, così de cavallo come de pede, tanto terriero quanto forastero, che al presente se trovasse habitare nel dominio ducale, che voglia venire in campo dove el prelibato ill. signor duca nostro se ritrovarà; venga in ordine ed armato, che averà buona e grossa guerra in lo parti de Piemonte, presentandose, subito che sia in campo, ad Petro, Francesco Visconte, conductero et marescallo del campo, et ulterius che porteno la banda bianca, come fanno gli altri».51.Paolo Santini, che, sulla metà del secoloXV, scrisse un trattato di cose militari rimasto manoscritto, e pare fosse al servizio dei Veneziani, dice:Qui in Italiam vincere desiderat, ista instruet: primo, cum summo pontifice semper sit; secundo, dominetur Mediolanum; tertio, quod habeat astronomos bonos; quarto, habeat ingegnerios qui sciant plurima; quinto, quod tot navigia conducantur plena lapidibus in canalibus.... impleantur canalia multitudine navium, navigiorum, barcarumque suffundatarum, etc.52.La sentenza si esprime:Videtur, propter obstinatam mentem suam, non esse possibile extraere ab ipso illam veritatem, quæ clara est per scripturas et per testificationes, quoniam in fune aliquam nec vocem nec gemitum, sed solum intra dentes voces ipse videtur et auditur infra se loqui.... tandem non est standum in istis terminis, propter honorem status nostri...53.Del discorso recitato da Nicola Oremme in concistoro porge l’estratto De Sade,Vie du Pétrarque, tom.II. I.692. È nota la risposta che il Petrarca vi fece.54.Ella stessa nelTratt. della Provvidenza.E vediBolland,ad 30 apr.;Hagen,Die Wunder der h. Catharina von Siena. Lipsia 1840.55.«Pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che, più tosto che potete, voi n’andiate al luogo vostro dei gloriosi Pietro e Paolo; e sempre dalla parte vostra cercate d’andare sicuramente, e Dio dalla parte sua vi provvederà di tutte quelle cose che saranno necessarie a voi.«Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità, e non lasciate però d’oprare la nostra salute. La salute loro sarà questa, che voi torniate a pace con loro, perocchè il figliuolo che è in guerra col padre, mentre che vi sta, egli il priva dell’eredità sua. Oimè, padre, pace per l’amore di Dio, acciocchè tanti figliuoli non perdano l’eredità di vita eterna; che voi sapete che Dio ha posto nelle vostre mani il dare, il togliere questa eredità, secondo che piace alla benignità vostra. Voi tenete le chiavi, ed a cui voi aprite si è aperto, ed a cui voi serrate è serrato; così disse il dolce e buono Gesù a Pietro, il cui loco voi tenete. Adunque imparate dal vero padre e pastore; perocchè vedete che ora è il tempo da dare la vita per le pecorelle che sono escite fuora del gregge. Convienvele dunque cercare e racquistare con la pazienza, e con la guerra andare sopra gl’infedeli, rizzando il gonfalone dell’ardentissima e dolcissima croce: al qual rizzare non si convien più dormire, ma destarsi e rizzarlo virilmente.«Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vedrete i lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace, acciocchè non abbia la guerra a prolungare questo dolce tempo: ma se volete far vendetta e giustizia, pigliatela sopra di me miserabile, e datemi ogni pena e tormento che piace a voi insino alla morte. Credo che per la puzza delle mie iniquità sieno venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie: dunque sopra me, misera vostra figliuola, prendete ogni vendetta che volete. Ohimè, padre, io muojo di dolore e non posso morire. Venite, venite, e non fate più resistenza alla volontà di Dio che vi chiama; e l’affamate pecorelle v’aspettano, che veniate a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione apostolo Pietro; perocchè voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio. Venite dunque, venite, e non più indugiate, e confortatevi e non temete di alcuna cosa che avvenire potesse, perocchè Dio sarà con voi».56.Brigida andò poi pellegrina in Terrasanta, e reduce morì a Roma il 1373. Le rivelazioni ch’essa ebbe e scrisse, furono riprovate dall’insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, tradotte in tutte le lingue, e le valsero d’essere canonizzata da Bonifazio IX, benchè siasi avventata gagliardissimamente contro la corte pontifizia fino a dire: — Il papa è l’assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo,Portate denaro. Roma è un baratro d’inferno, e il diavolo presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa il proverbioCuria romana non petit ovem sine lana;Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;invece di convocar tutti, dicendo,Venite e troverete il riposo delle anime, il papa esclama:Venite alla mia corte, vedetemi nella mia magnificenza maggior di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, o troverete la perdita delle vostre anime».57.— Pregovi da parte di Cristo crocifisso, che piaccia alla santità vostra di spacciarvi tosto. Usate un santo inganno, cioè parendo di prolungare più dì, e farlo poi subito e tosto; che quanto più presto, meno starete in queste angustie e travagli. Anco mi pare che essi v’insegnino, dandovi l’esempio delle fiere, che quando campano dal lacciuolo, non vi ritornano più. Per infino a qui siete campato dal lacciuolo de’ consigli loro, nel quale una volta vi fecero cadere quando tardaste la venuta vostra; il quale lacciuolo fece tendere il demonio perchè ne seguitasse il danno e il male che ne seguitò: voi come savio, spirato dallo Spirito Santo, non vi cadrete più. Andianci tosto, babbo mio dolce, senza verun timore; se Dio è con voi, veruno sarà contra voi. Dio è quello che vi move, sicchè egli è con voi; andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè li poniate il colore.«Sia in voi un ardore di carità per sì fatto modo, che non vi lasci udir le voci dei demonj incarnati e non vi faccia temere il consiglio de’ perversi consiglieri fondati in amore proprio, che intendo vi vogliono metter paura per impedire l’avvenimento vostro dicendo,Voi sarete morto. E io vi dico da parte di Cristo crocifisso, dolcissimo e santissimo padre, che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite sicuramente, confidatevi in Cristo dolce Gesù; chè, facendo quello che voi dovete, Dio sarà sopra di voi, e non sarà veruno che sia contra voi. Su virilmente, padre, ch’io vi dico che non vi bisogna temere: se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere. Voi dovete venire; venite dunque, venite dolcemente senza verun timore.«Su dunque, padre, e non più negligenza; drizzate il gonfalone della santissima eroce, perocchè coll’odore della croce acquisterete la pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli voi gl’invitiate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli. Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto manderà l’ajutorio suo. Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i poveri e servi di Dio e figliuoli vostri; aspettiamovi con affettuoso e amoroso desiderio...»Di santa Caterina abbiamo tre lettere a Gregorio XI, nove a Urbano VI, otto a varj cardinali, due a Carlo V di Francia, quattro alla regina Giovanna, le altre a prelati, a religiosi, a laici.58.Vedi principalmente la parte II. cc. 16, 17, 21, 25 delDefensor pacis, stampato poi nel 1523. Al c. 28 è chiamata esecrabile la pienezza del potere invocato dai papi.59.Colla costituzioneExiit qui seminat, nelVIdelle Decretali, tit.De verb. signif.— Vedi tom.VI, pag. 353.60.Quorum exigit, nelleEstravaganti, tit.De verb. signif.61.Ap.Cibrario,Economia, 163.62.Feo Belcari,Vita del b. Colombino.63.Possono aggiungersi Corrado d’Offida e Francesco Veninbene di Fabriano francescani; Gentile da Matelica che, dopo tante conversioni in patria, cercò più largo campo in Oriente, ove cadde assassinato; il beato Rigo di Treviso secolare; il beato Ugolino Zefirini di Cortona (-1370); il beato Giovanni da Rieti (-1347); Gregorio Celli da Verruchio; il beato Oddino Barotto curato di Fossano in Piemonte, tutto carità nella peste del 400. Angela da Foligno i disordini di gioventù pianse in severa penitenza e indefessa meditazione. Chiara da Rimini le dissipazioni di sua vedovanza espiò nell’austerità, nell’umiliazione, e nel soccorrere gli altrui bisogni spirituali e temporali per trent’anni (-1306). Chiara Gambacorti di Pisa volle mangiar il pane dell’assassino di sua famiglia. Angelina, figlia del conte di Corbara, malgrado il voto di castità, sposato per obbedienza il conte di Civitella, seppe indurre anche lui ad egual voto; poi vedova, si professò francescana e molt’altre indusse, e stabilì il terz’ordine di san Francesco a Foligno. Rita di Cascia ebbe ad esercitar la pazienza in diciott’anni d’infelice matrimonio, poi mortificando la carne e lo spirito. Nomineremo ancora la beata Michelina da Pesaro, vedova d’un Malatesta; e la beata Imelda de’ Lambertini di Bologna.64.Bartolomeo Fazio. Il quaresimale di san Bernardino da Siena fu raccolto da Benedetto di mastro Bartolomeo, cimatore di panni senese, che sarebbe uno de’ più antichi stenografi ricordati. VediSopra un codice cartaceo del secoloXV... osservazioni critiche dell’abateLuigi Deangelis. Colle 1820.65.Ed. Moreni,1831,I. 187, 252. Declamò novamente contro l’andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d’Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni appresso (II. 50). Forse questi luoghi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni Delle Celle quando dissuase Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nellaIXª delle sue lettere.

1.Odorici,Storie bresciane, pag. 184.

1.Odorici,Storie bresciane, pag. 184.

2.Antichità estensi,II. 133.

2.Antichità estensi,II. 133.

3.Secondo Gianrinaldo Carli, il prezzo medio del frumento allora era L. 5.1 al moggio, del vino L. 12.16 alla brenta. Da ciò si ragguagli il valor del denaro.

3.Secondo Gianrinaldo Carli, il prezzo medio del frumento allora era L. 5.1 al moggio, del vino L. 12.16 alla brenta. Da ciò si ragguagli il valor del denaro.

4.L’Art de vérifier les datesdice:Pétrarque, si avare de louanges même pour les grands hommes de son siècle, ne peut contenir son admiration etc.Noi vedemmo se ne fu avaro.

4.L’Art de vérifier les datesdice:Pétrarque, si avare de louanges même pour les grands hommes de son siècle, ne peut contenir son admiration etc.Noi vedemmo se ne fu avaro.

5.Qui finiscono i tre Villani, carissimi storici, la cui mancanza è irreparabile.Giovanni Cavalcanti racconta che, quando all’Acuto si pagò grandissima quantità di fiorini, esso ne cavò seimila, e li regalò a Spinello (di Luca Alberti) tesoriere, per le fatiche che ebbe. Spinello ringraziò, e «tornando a Firenze, scavalcò alla porta del palagio, e a’ signori raccontò tutto il convenente, e a loro diè la ricca borsa dicendo:Mandateli alla camera con uno bullettino di commissione ch’io li metto ad entrata del Comune. E così seguì. Questo Spinello invecchiò nell’uffizio di tesoriere, ed alla sua morte non gli si trovò tanto lenzuolo che vi si fasciasse il suo corpo».Storie fior., tom.II. app. p. 491-93.

5.Qui finiscono i tre Villani, carissimi storici, la cui mancanza è irreparabile.

Giovanni Cavalcanti racconta che, quando all’Acuto si pagò grandissima quantità di fiorini, esso ne cavò seimila, e li regalò a Spinello (di Luca Alberti) tesoriere, per le fatiche che ebbe. Spinello ringraziò, e «tornando a Firenze, scavalcò alla porta del palagio, e a’ signori raccontò tutto il convenente, e a loro diè la ricca borsa dicendo:Mandateli alla camera con uno bullettino di commissione ch’io li metto ad entrata del Comune. E così seguì. Questo Spinello invecchiò nell’uffizio di tesoriere, ed alla sua morte non gli si trovò tanto lenzuolo che vi si fasciasse il suo corpo».Storie fior., tom.II. app. p. 491-93.

6.Religionis timorem ponendum esse censebant, ubi is officeret libertatem.Poggio Bracciolini, lib.III. p. 223.

6.Religionis timorem ponendum esse censebant, ubi is officeret libertatem.Poggio Bracciolini, lib.III. p. 223.

7.Il primo podestà mandatovi da Gian Galeazzo, fu nel 1396: in Valtellina già si mandava nel 1378.

7.Il primo podestà mandatovi da Gian Galeazzo, fu nel 1396: in Valtellina già si mandava nel 1378.

8.Qualche esempio anteriore ne troviamo. Così, nel 1241, Guglielmo Visconte, nominato vicario di San Romolo dall’arcivescovo di Genova, promette, oltre il resto:Si forcia vel forfacta ab aliquo ejus loci et districtus facta fuerit, et notorium et manifestum seu publicum aut mihi denunciatum fuerit, quamvis non sit inde querimonia facta mihi, tamen ego ad vindictam faciendam, et veritatem ejusdem forciæ vel forfactæ inquiram, et vindictam faciam ac si querimonia propterea mihi facta esset. Liber jurium, tom.I, p. 994.

8.Qualche esempio anteriore ne troviamo. Così, nel 1241, Guglielmo Visconte, nominato vicario di San Romolo dall’arcivescovo di Genova, promette, oltre il resto:Si forcia vel forfacta ab aliquo ejus loci et districtus facta fuerit, et notorium et manifestum seu publicum aut mihi denunciatum fuerit, quamvis non sit inde querimonia facta mihi, tamen ego ad vindictam faciendam, et veritatem ejusdem forciæ vel forfactæ inquiram, et vindictam faciam ac si querimonia propterea mihi facta esset. Liber jurium, tom.I, p. 994.

9.Il concetto di successione ereditaria è nell’investitura del conte di Virtù.Statuimus quod præfatus Jo. Galeaz Vicecomes et post ejus decessum eo modo quilibet alius tunc descendens legitimus masculus de corpore suo, prout ipse ordinaverit et disposuerit, sit et sint perpetuo verus legitimus et naturalis dominus et veri legitimi et naturales domini dictæ civitatis et totius districti.(Sitoni,Vicecomitum genealogica monumenta.Milano, p. 21). Già al 1385, 15 ottobre, i Milanesi feceroDecretum de pœna dicentis contra statum Domini: ove dichiaranoquod nulla persona audeat nec præsumat populum nominare. (Antiqua Ducum Med. decreta. Milano 1654, pag. 88).

9.Il concetto di successione ereditaria è nell’investitura del conte di Virtù.Statuimus quod præfatus Jo. Galeaz Vicecomes et post ejus decessum eo modo quilibet alius tunc descendens legitimus masculus de corpore suo, prout ipse ordinaverit et disposuerit, sit et sint perpetuo verus legitimus et naturalis dominus et veri legitimi et naturales domini dictæ civitatis et totius districti.(Sitoni,Vicecomitum genealogica monumenta.Milano, p. 21). Già al 1385, 15 ottobre, i Milanesi feceroDecretum de pœna dicentis contra statum Domini: ove dichiaranoquod nulla persona audeat nec præsumat populum nominare. (Antiqua Ducum Med. decreta. Milano 1654, pag. 88).

10.Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera, scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto, e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’ Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima. Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello. Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano, concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente, il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere, l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».

10.Corio. — Quella solennità è spiegata estesamente in una lettera, scritta li 10 settembre dell’anno stesso, da Giorgio Azzanello ad Andreolo Aresi cancelliere ducale. Furono invitati da quasi tutte le parti del mondo principi, signori e comunità per condecorare la coronazione del nuovo duca, onore dell’Italia. Appena spuntato il giorno di domenica, dal castello di porta Giovia accompagnarono il futuro duca fino a Sant’Ambrogio, preceduti da istrioni e musici. Sopra quella piazza verso la cittadella era alzato un palco quadro, difeso da steccato, coperto ne’ ripari e nei gradini di panno scarlatto, e sopra di broccato d’oro su rosso. Quivi il magnifico cavaliere Benesio Cumsinich, luogotenente cesareo, aspettava il futuro duca per intronizzarlo. Gli altri prelati, signori ed ambasciatori sedettero sopra lo stesso palco. Stavano vicino a questo a sinistra Paolo de’ Savelli principe romano ed il cavaliere Ugolotto de’ Biancardi, con schiera di cinquecento cavalli per custodire la piazza affollatissima. Arrivato il futuro duca e gli altri con lui, Benesio benignamente lo accolse, e collocosselo alla mano sinistra al più eminente luogo del soglio. La bandiera imperiale era tenuta a destra da un cavaliere boemo, compagno di Benesio: alla sinistra un’altra bandiera inquartata coll’arme del duca, era tenuta dal cavaliere Ottone da Mandello. Lettosi il privilegio, che costituiva Gian Galeazzo duca di Milano, concesso dall’imperatore Venceslao in Praga al 1º maggio 1395, il duca inginocchiatosi giurò fedeltà a Cesare nelle mani del luogotenente, il quale gli pose su le spalle il manto ducale foderato di vajo da cima a fondo; quindi presolo pel braccio lo intronizzò, ponendogli in capo una corona gemmata, stimata ducentomila fiorini. Stando seduti il duca e il luogotenente, i prelati cantarono inni di ringraziamento a Dio fra ’l concerto degl’istromenti musicali; poi Pietro Filargo recitò una orazione panegirica in lode del duca. Finita questa, si celebrarono gli uffizj divini; poi il luogotenente e il duca montarono a cavallo, e serviti da magnifico baldacchino portato da otto cavalieri e otto scudieri, andarono col seguito di tutti i prelati, signori ed ambasciatori sino all’antico palazzo, alle cui porte furono affisse le due bandiere imperiale e ducale. Erano in corte apparecchiate le tavole, servite con ricchissima argenteria, e di sopra padiglionate da arazzi tessuti a oro. Al capo della mensa sedè il duca avendo ai due lati i cesarei luogotenenti, e dietro per ordine di dignità gli altri signori. Al lunedì passarono mostra nel palazzo ducale i disposti giostratori. Al martedì, trecento di questi, divisi in due schiere, l’una rossa e l’altra bianca, colle loro bandiere entrarono nello steccato, essendo proposto premio della vittoria mille fiorini. Al mercoledì si giostrò di nuovo, e premio era un fermaglio del valore di mille fiorini, e lo vinse il marchese di Monferrato. Al giovedì terminarono le giostre, nelle quali Bartolomeo fratello di Domenico da Bologna acquistò un cavallo del prezzo di cento fiorini; e Giovanni Rubello scudiere del detto marchese, un altro di ducento».

11.Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò, Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco, Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio, Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio, Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli, Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che nell’epitafio di lui è dettacivili nondum enervata duello, Verona, Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.

11.Valtellina, Valcamonica, Varese, Legnago, Castello, Arquà, Salò, Bassano, Castelnuovo di Tortona, Riviera di Trento, Soresina, Lecco, Vigevano, Pontremoli, Voghera, Borgo Sandonnino, Casal Sant’Evasio, Valenza, Crema, Monza, Grosseto, Massa Lunigiana, Assisi, Bobbio, Feltre, Belluno, Reggio, Tortona, Alessandria, Lodi, Vercelli, Novara, Vicenza, Bergamo, Como, Cremona, Piacenza, Parma, Brescia che nell’epitafio di lui è dettacivili nondum enervata duello, Verona, Perugia, Siena, Pisa, Bologna, Pavia, Milano.

12.Mémoires, cap.VII.

12.Mémoires, cap.VII.

13.Andrea Biglia, allora vivente, racconta che Antonio Bosso, intrinseco di Facino, l’avvertì restargli poche ore di vita, e però provvedesse all’anima sua. Facino rabbujato gli intima: — Va tu a cercarti un confessore, che fra un’ora ti manderò al supplizio». Il Bosso, che lo sapea uomo da mantener la parola, sbigottì tutto, e quasi venne meno; ma Facino rasserenatosi gli soggiunse: — Da quel che provasti tu, argomenta quel che hai fatto soffrire a me col tuo pronostico». Davvero non era momento da burle.

13.Andrea Biglia, allora vivente, racconta che Antonio Bosso, intrinseco di Facino, l’avvertì restargli poche ore di vita, e però provvedesse all’anima sua. Facino rabbujato gli intima: — Va tu a cercarti un confessore, che fra un’ora ti manderò al supplizio». Il Bosso, che lo sapea uomo da mantener la parola, sbigottì tutto, e quasi venne meno; ma Facino rasserenatosi gli soggiunse: — Da quel che provasti tu, argomenta quel che hai fatto soffrire a me col tuo pronostico». Davvero non era momento da burle.

14.Una casa comprata dalla Signoria per regalare a Luigi Gonzaga signore di Mantova, costò seimila cinquecento ducati; tremila un’altra donata al vaivoda dell’Albania. Le prove sono inDaru,Storia di Venezia, lib.XIII.

14.Una casa comprata dalla Signoria per regalare a Luigi Gonzaga signore di Mantova, costò seimila cinquecento ducati; tremila un’altra donata al vaivoda dell’Albania. Le prove sono inDaru,Storia di Venezia, lib.XIII.

15.Alle tante prediche di pace si potrebbe opporre una di guerra, riferita da Franco Sacchetti, come udita da lui allora appunto da un romitano in San Lorenzo di Genova. E’ diceva: — Io sono genovese; e se io non vi dicessi l’animo mio, e’ mi parrebbe forte errare; e non abbiate a male che io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini: la natura dell’asino è questa, che quando molti ne sono insieme, dando d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanta è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. E i Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente eglino hanno la natura del porco; perocchè essendo una moltitudine di porci stretta insieme, ed uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi li percuote; e questa è veramente la natura loro; e se mai queste figure mi parvono proprie, mi pajono al presente. Voi percoteste l’altro dì li Viniziani, e’ si sono serrati verso voi a lor difesa ed a vostra offesa; ed hanno cotante galee in mare, con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro, e non avete se non cotante galee armate; egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante, che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia. — Poi fe fine a queste parole, dicendo — Non l’abbiate a male, che io sarei crepato, s’io non mi fusse sfogato. — Ora questa cotanta predica udii io, e tornàmi a casa; l’avanzo lasciai udire agli altri».

15.Alle tante prediche di pace si potrebbe opporre una di guerra, riferita da Franco Sacchetti, come udita da lui allora appunto da un romitano in San Lorenzo di Genova. E’ diceva: — Io sono genovese; e se io non vi dicessi l’animo mio, e’ mi parrebbe forte errare; e non abbiate a male che io vi dirò il vero. Voi siete appropiati agli asini: la natura dell’asino è questa, che quando molti ne sono insieme, dando d’uno bastone a uno, tutti si disserrano, e qual fugge qua, e qual fugge là, tanta è la lor viltà; e questa è proprio la natura vostra. E i Viniziani sono appropiati a’ porci, e sono chiamati Viniziani porci, e veramente eglino hanno la natura del porco; perocchè essendo una moltitudine di porci stretta insieme, ed uno ne sia o percosso o bastonato, tutti si serrano a una, e corrono addosso a chi li percuote; e questa è veramente la natura loro; e se mai queste figure mi parvono proprie, mi pajono al presente. Voi percoteste l’altro dì li Viniziani, e’ si sono serrati verso voi a lor difesa ed a vostra offesa; ed hanno cotante galee in mare, con le quali v’hanno fatto e sì e sì; e voi fuggite chi qua e chi là, e non intendete l’uno l’altro, e non avete se non cotante galee armate; egli n’hanno presso a due tanti. Non dormite, destatevi, armatene voi tante, che possiate, se bisogna, non che correre il mare, ma entrare in Vinegia. — Poi fe fine a queste parole, dicendo — Non l’abbiate a male, che io sarei crepato, s’io non mi fusse sfogato. — Ora questa cotanta predica udii io, e tornàmi a casa; l’avanzo lasciai udire agli altri».

16.Andrea Gattaro, pag. 280.

16.Andrea Gattaro, pag. 280.

17.Ecco l’esempio d’una dichiarazione offerta per parte del Caresini, che continuò la cronaca del Dandolo: — Raffaello Caresini, cancellier grande, offerisce lui con due buoni compagni al suo salario e spese e un famiglio d’andare sull’armata, e di pagare la spesa di tutti gli uomini da remo al mese ducati quattro e a’ balestrieri ducati otto al mese per uno. Item dona tutti i prò de’ suoi imprestiti e imposizioni, ch’egli ha e che farà nella presente guerra; e di prestare ducati cinquecento d’oro a renderseli due mesi dopo finita la guerra». Ap.Sanuto, pag. 736....Concernentes anxio mentis intuitu magnificus dux, consilium atque cives januensem patriam, quæ, inter alias catholicas nationes, oris præsertim maritimis, triumphales sui roboris vires expandit comerciorum, negociacionibus etiam quam maxime frequentata, et portus et janua navigationibus et lucrorum agendis, quibus humanum alitur genus abundans magistra, nunc aliquot jam exactis annis, aut justa Dei ira ex ingentibus mortalium noxis, aut acerbæ sortis sinistris auspiciis ferali civilium parcialitatum contagiatam morbo, sic solitis debilitatam viribus, quod januensis reipublicæ corpus suis artubus plurimis peste lesis, nisi salubri succurrerentur remedio, flebilis excidii pernicie damnaretur ipsius equidem remedii medelam ab intimis anhelantes, diurnis cogitationum curis hinc inde versarunt, tandem prudentissimis consiliis advertentes serenissimi ac invictissimi principis domini Francorum regis laudabilem justitiam, qua sua regio felix floret, incomparabilem potentiam qua quicumque terentur iniqui, scelesti domitantur raptores, et barbarica reprimitur feritas, ad suam amplissimam clemenciam suarum deliberationum aciem direxerunt. Ita demum quod miseranda januensis nationis cimba, quæ jamdiu horrendis fluctuationum turbinibus agitata, nimia confusione ambitus et odiorum lacerata dissidiis, seu cautibus non parum allidens formidabile submersionis periculum vix evasit. Ecce tetris observata nubibus longe titubans pelago, clarum pietate cœlesti clementiæ regiæ jubar perspectans etc.Dopo queste frasi retoriche, vengono i lunghi e chiari patti, che meritano esser letti nelLiber juris: vol.II. p. 1237, per più di 13 colonne.

17.Ecco l’esempio d’una dichiarazione offerta per parte del Caresini, che continuò la cronaca del Dandolo: — Raffaello Caresini, cancellier grande, offerisce lui con due buoni compagni al suo salario e spese e un famiglio d’andare sull’armata, e di pagare la spesa di tutti gli uomini da remo al mese ducati quattro e a’ balestrieri ducati otto al mese per uno. Item dona tutti i prò de’ suoi imprestiti e imposizioni, ch’egli ha e che farà nella presente guerra; e di prestare ducati cinquecento d’oro a renderseli due mesi dopo finita la guerra». Ap.Sanuto, pag. 736.

...Concernentes anxio mentis intuitu magnificus dux, consilium atque cives januensem patriam, quæ, inter alias catholicas nationes, oris præsertim maritimis, triumphales sui roboris vires expandit comerciorum, negociacionibus etiam quam maxime frequentata, et portus et janua navigationibus et lucrorum agendis, quibus humanum alitur genus abundans magistra, nunc aliquot jam exactis annis, aut justa Dei ira ex ingentibus mortalium noxis, aut acerbæ sortis sinistris auspiciis ferali civilium parcialitatum contagiatam morbo, sic solitis debilitatam viribus, quod januensis reipublicæ corpus suis artubus plurimis peste lesis, nisi salubri succurrerentur remedio, flebilis excidii pernicie damnaretur ipsius equidem remedii medelam ab intimis anhelantes, diurnis cogitationum curis hinc inde versarunt, tandem prudentissimis consiliis advertentes serenissimi ac invictissimi principis domini Francorum regis laudabilem justitiam, qua sua regio felix floret, incomparabilem potentiam qua quicumque terentur iniqui, scelesti domitantur raptores, et barbarica reprimitur feritas, ad suam amplissimam clemenciam suarum deliberationum aciem direxerunt. Ita demum quod miseranda januensis nationis cimba, quæ jamdiu horrendis fluctuationum turbinibus agitata, nimia confusione ambitus et odiorum lacerata dissidiis, seu cautibus non parum allidens formidabile submersionis periculum vix evasit. Ecce tetris observata nubibus longe titubans pelago, clarum pietate cœlesti clementiæ regiæ jubar perspectans etc.

Dopo queste frasi retoriche, vengono i lunghi e chiari patti, che meritano esser letti nelLiber juris: vol.II. p. 1237, per più di 13 colonne.

18.Ad Enrico VII, a Roberto di Napoli, all’arcivescovo di Milano, e ora a Carlo.

18.Ad Enrico VII, a Roberto di Napoli, all’arcivescovo di Milano, e ora a Carlo.

19.Stella, pag. 1176, 1193.Rer. It. Script.,XVII.

19.Stella, pag. 1176, 1193.Rer. It. Script.,XVII.

20.Rivoluzioni d’Italia, lib.XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice al cap. 4 del lib.XV.

20.Rivoluzioni d’Italia, lib.XIV. c. 8. Egli stesso si contraddice al cap. 4 del lib.XV.

21.Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree, per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano manoscritti.

21.Spesso egli recitò, o almeno compose sermoni per lauree, per capitoli di frati, per funzioni ecclesiastiche; e si trovano manoscritti.

22.Suscipe Robertum regem virtute refertum.

22.Suscipe Robertum regem virtute refertum.

23.Rerum memorabilium, lib.I. c. 1.

23.Rerum memorabilium, lib.I. c. 1.

24.Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un mercante fiorentino.

24.Un anello con cinque perle; una trecciuola con ottantasei perle minute; una ghirlanda d’argento, su cui perle novantasei; una cintola con perle minute; una coppa di cristallo con coperchio fornito d’argento, che valse lire cinquantuna; un orcioletto di cristallo fornito d’argento e perle; una coppa di nacchera (madreperla) fornita d’argento e perle, furono dati in pegno per fiorini censettantasei a un mercante fiorentino.

25.Fragm. Hist. romanæ, lib.I. c. 10. —Dom. de Gravina,Rer. It. Script.,XII. 572.

25.Fragm. Hist. romanæ, lib.I. c. 10. —Dom. de Gravina,Rer. It. Script.,XII. 572.

26.Parole di Matteo Villani, lib.II. c. 61, e soggiunge questo fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’ merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».

26.Parole di Matteo Villani, lib.II. c. 61, e soggiunge questo fatto: — Un Catalano, il quale teneva una rôcca, fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale, avendo voglia d’aver quella rôcca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere; ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porte, il conte e i compagni presi; e avendovi uomini, i quali si volevano ricomperare a grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’un dopo l’altro posto a’ merli della maggior torre della rôcca, sopra un dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta ai crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino ai crudi nemici».

27.Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama «Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib.XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina, «ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che dimostrava molta attitudine di far figli».

27.Il Giannone, colle sue frasi grossolane insieme e gonfie, chiama «Giovanna la più savia reina che sedesse mai in sede reale», lib.XXIII. c. 3; e lo ripete nel cap. 5; poco poi scrive che la regina, «ancora che ella fosse in età di anni quarantasei, era sì fresca che dimostrava molta attitudine di far figli».

28.Ap.Lünig, tom.I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi. Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina, ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel che facciamo noi di loro».

28.Ap.Lünig, tom.I. p. 210. 1215. Alla coronazione di Luigi II d’Angiò si presentarono in Napoli molti baroni, conducendo più di millecento cavalli; poi i Sanseverino ne condussero milleottocento tutti ben in arnese. Al che Angelo di Costanzo, che scriveva ai tempi di Filippo II, riflette: — Io, vedendo in questi tempi nostri, d’ogni altra cosa felicissimi, nella patria nostra, tanto abbondante di cavalieri illustri ed atti all’armi, la difficoltà che saria il porre in ordine una giostra, per la qual difficoltà si vede che ha più di trent’anni che non n’è fatta una, e l’impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d’armi di corsieri grossi, simile a quelli di quei tempi, sto quasi per non creder a me stesso questo ch’io scrivo di tanto numero di cavalli, ancorchè sappia che è verissimo; ed oltre che l’abbia trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l’ho anco visto nei registri di quelli re che gli pagavano. Ma questo è da attribuirsi al variar de’ tempi, che fanno ancor variare i costumi. Allora per le guerre ogni piccolo barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere per timore di non esser affatto cacciato di casa d’alcun vicino più potente; ed in Napoli i nobili, vivendo con gran parsimonia, non attendendo ad altro che a star bene a cavallo e bene in arme, si astenevano da ogni altra comodità; non si edificava, non si spendeva in paramenti, nelle tavole dei principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva, tutte le entrate andavano a pagar valent’uomini ed a nutrir cavalli. Or per la lunga pace s’è voltato ognuno alla magnificenza nell’edificare ed alla splendidezza e comodità del vivere, e si vede ai tempi nostri la casa che fu del gran siniscalco Caracciolo, che fu assoluto del Regno, a’ tempi di Giovanna II regina, ch’è venuta in mano di persone senza comparazione di stato e di condizione inferiore; vi hanno aggiunte nuove fabbriche, non bastando a loro quell’ospizio, ove con tanta invidia abitava colui che a sua volontà dava e toglieva le signorie e gli stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo, poichè già è noto che molti signori a paramenti di un par di camere hanno speso quel che avria bastato per lo soldo di dugento cavalli per un anno; ed avendo parlato della magnificenza de’ principi, con questo esempio non lascerò di dire dei privati che si vede di cinque case di cavalieri nobilissimi fatta una casa di un cittadino artista. Tal che credo certo, che, se fosse noto agli antichi nostri questo modo di vivere, si maraviglierebbono, non meno di quel che facciamo noi di loro».

29.Rymer,Acta, tom.IV. part.II. pag. 45. A tutti questi fatti era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.

29.Rymer,Acta, tom.IV. part.II. pag. 45. A tutti questi fatti era presente Teodorico da Niem, che scrisse la vita di Giovanni XXIII.

30.Questa vittoria, che il Sismondi chiamala plus importante, la plus glorieuse, qui de tout le siècle eût été remportée sur la Méditerranée, secondo iGiornali napolitanifu dovuta ad uno stratagemma, che sembra pueril cosa quando già si conoscevano le artiglierie. «Fu combattuto con sapone, olio, pignatelli artificiali, pietre di calce, le quali buttando sopra le navi nemiche dalle gabbie loro, le redussero che l’uno non vedeva l’altro, et alcuna volta offendevano li loro medesimi credendoli nemici». E più distesamente Giovanni Cavalcanti: «L’arte dei Genovesi che usarono, fu di maraviglioso scaltrimento: conciossiacosachè portarono infinito numero di vasi di terra, come pignatte e orciuoli, e quelli di calcina viva e di cenere di vagello empierono; e nel cominciare della battaglia, i Genovesi si cercarono che a loro nelle reni ferisse il vento, e a’ nemici nella faccia soffiasse. I Genovesi non meno alle vasa correvano che all’armi, e i nemici erano nella faccia percossi dalle cocenti e ardenti ceneri dal vento soffiate; per il sudore e per l’affaticare della battaglia, i pori erano aperti: la qual calcina dava tanta passione, che l’arme abbandonavano, e a stropicciarsi gli occhi ciascuno attendeva».Rer. It. Script.,XXI. 1101.

30.Questa vittoria, che il Sismondi chiamala plus importante, la plus glorieuse, qui de tout le siècle eût été remportée sur la Méditerranée, secondo iGiornali napolitanifu dovuta ad uno stratagemma, che sembra pueril cosa quando già si conoscevano le artiglierie. «Fu combattuto con sapone, olio, pignatelli artificiali, pietre di calce, le quali buttando sopra le navi nemiche dalle gabbie loro, le redussero che l’uno non vedeva l’altro, et alcuna volta offendevano li loro medesimi credendoli nemici». E più distesamente Giovanni Cavalcanti: «L’arte dei Genovesi che usarono, fu di maraviglioso scaltrimento: conciossiacosachè portarono infinito numero di vasi di terra, come pignatte e orciuoli, e quelli di calcina viva e di cenere di vagello empierono; e nel cominciare della battaglia, i Genovesi si cercarono che a loro nelle reni ferisse il vento, e a’ nemici nella faccia soffiasse. I Genovesi non meno alle vasa correvano che all’armi, e i nemici erano nella faccia percossi dalle cocenti e ardenti ceneri dal vento soffiate; per il sudore e per l’affaticare della battaglia, i pori erano aperti: la qual calcina dava tanta passione, che l’arme abbandonavano, e a stropicciarsi gli occhi ciascuno attendeva».Rer. It. Script.,XXI. 1101.

31.Vespasiano Bisticci.

31.Vespasiano Bisticci.

32.S. AntoniniChron., part.III. tit. 22. not.b.

32.S. AntoniniChron., part.III. tit. 22. not.b.

33.L’arringa del doge è riferita dal Sanuto, che dice averla tratta dal manoscritto proprio d’esso principe: noi la compendiammo; alcune partite, imbarazzate nell’edizione del Muratori, si sono racconcie alla meglio. Si sarà avvertito che il doge mette un eccesso di attivo veneto, giacchè bisogna dedurne un milione per l’importo dei panni e frustagni.

33.L’arringa del doge è riferita dal Sanuto, che dice averla tratta dal manoscritto proprio d’esso principe: noi la compendiammo; alcune partite, imbarazzate nell’edizione del Muratori, si sono racconcie alla meglio. Si sarà avvertito che il doge mette un eccesso di attivo veneto, giacchè bisogna dedurne un milione per l’importo dei panni e frustagni.

34.Andrea Billii,Historia Mediol., pag. 78.

34.Andrea Billii,Historia Mediol., pag. 78.

35.Secondo un conto prodotto da ser Cambi, i Veneziani teneano in campo ottomila ottocentrenta cavalli, e ottomila fanti, quelli a fiorini quattro il mese ciascuno, questi a fiorini tre; e i Fiorentini seimila cavalli e seimila fanti; sicchè fra essi e i Veneziani spendeano al mese centoduemila fiorini. Il duca di Milano area ottomila cinquecentocinquanta cavalli del costo di venticinquemila fiorini il mese, e ottomila fanti e balestrieri di fiorini ventiquattromila. Nel conto sono divisati tutti i condottieri e gli uomini di ciascuno. VediDelizie degli eruditi,XX. 170.

35.Secondo un conto prodotto da ser Cambi, i Veneziani teneano in campo ottomila ottocentrenta cavalli, e ottomila fanti, quelli a fiorini quattro il mese ciascuno, questi a fiorini tre; e i Fiorentini seimila cavalli e seimila fanti; sicchè fra essi e i Veneziani spendeano al mese centoduemila fiorini. Il duca di Milano area ottomila cinquecentocinquanta cavalli del costo di venticinquemila fiorini il mese, e ottomila fanti e balestrieri di fiorini ventiquattromila. Nel conto sono divisati tutti i condottieri e gli uomini di ciascuno. VediDelizie degli eruditi,XX. 170.

36.Da un dialogo manoscritto di Paolo Giovio; dove pure leggo che, pel terrore causato dalle prime armi a fuoco, si troncava la destra a quanti fucilieri si coglievano; e che Bartolomeo Coleone generale dei Veneziani, e Federico d’Urbino, nella zuffa della Riccardina sul Bolognese, essendo tra il combattere discesa la notte, fecero ai donzelli apparecchiar fiaccole, al cui chiarore continuarono la pugna.

36.Da un dialogo manoscritto di Paolo Giovio; dove pure leggo che, pel terrore causato dalle prime armi a fuoco, si troncava la destra a quanti fucilieri si coglievano; e che Bartolomeo Coleone generale dei Veneziani, e Federico d’Urbino, nella zuffa della Riccardina sul Bolognese, essendo tra il combattere discesa la notte, fecero ai donzelli apparecchiar fiaccole, al cui chiarore continuarono la pugna.

37.Sanuto, pag. 1029. Frà Paolo Sarpi, lodatore di tutto ciò che è tirannico, scrive «esser antico vanto della circospezione veneziana l’aver tenuta celata scrupolosamente per otto mesi la risoluzione della morte del conte Carmagnola».

37.Sanuto, pag. 1029. Frà Paolo Sarpi, lodatore di tutto ciò che è tirannico, scrive «esser antico vanto della circospezione veneziana l’aver tenuta celata scrupolosamente per otto mesi la risoluzione della morte del conte Carmagnola».

38.Cristoforo da Soldo.

38.Cristoforo da Soldo.

39.Sabellico,DecaIII, lib. 5.

39.Sabellico,DecaIII, lib. 5.

40.Rossi,Elogi storici, pag. 150;Capriolo,Storie bresciane;Rizzardi,Storia Asolanamanoscritta.

40.Rossi,Elogi storici, pag. 150;Capriolo,Storie bresciane;Rizzardi,Storia Asolanamanoscritta.

41.Filippo Borromeo di Lazzaro, coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito a questi, fu ucciso il 1350. La Talda, sorella di Beatrice Tenda, ebbe quattro maschi. Andrea, dottorato in Padova e cavaliere aurato; Borromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo ed invidiandolo gli cercarono cagione addosso e lo arrestarono, nè potè uscire di carcere che pagando ventiduemila scudi d’oro: egli per vendicarsene istigò Visconti e Veneziani finchè abbatterono il Carrarese. Borromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a Milano, e v’ebbero la cittadinanza il 1394, e tennero casa a Santa Maria Podone. Borromeo nel 1400 stette mallevadore per dodicimila scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questi coi Visconti. Giovanni fu consigliere e capitano di Gian Galeazzo; da Gian Maria nel 1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la val di Taro col titolo di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e consigliere nel 1439; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Margozzo: ed è lo stipite de’ Borromei di Milano, Galeazzo, Antonio, Giovanni, figlio del Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella chiesa di Santa Elena, da essi eretta ed arricchita. V.Coronelli,Bibl. universale, tom.VI. p. 790.

41.Filippo Borromeo di Lazzaro, coll’ajuto de’ Milanesi cacciò da San Miniato sua patria i Fiorentini; ma poi da un capitano tradito a questi, fu ucciso il 1350. La Talda, sorella di Beatrice Tenda, ebbe quattro maschi. Andrea, dottorato in Padova e cavaliere aurato; Borromeo tesoriere di Padova al tempo de’ Carraresi, i quali temendolo ed invidiandolo gli cercarono cagione addosso e lo arrestarono, nè potè uscire di carcere che pagando ventiduemila scudi d’oro: egli per vendicarsene istigò Visconti e Veneziani finchè abbatterono il Carrarese. Borromeo coi fratelli Alessandro e Giovanni si piantò a Milano, e v’ebbero la cittadinanza il 1394, e tennero casa a Santa Maria Podone. Borromeo nel 1400 stette mallevadore per dodicimila scudi del marchese di Monferrato, in un accordo di questi coi Visconti. Giovanni fu consigliere e capitano di Gian Galeazzo; da Gian Maria nel 1403 ebbe in feudo Castell’Arquato e tutta la val di Taro col titolo di conte; e fu principale autore del matrimonio di Filippo Maria con Beatrice Tenda. Esso Filippo diè pure la cittadinanza milanese a Vitaliano Vitelliani, nipote per sorella di Giovanni, e diritto di conseguirne l’eredità e il cognome; lo fe tesoriere generale e consigliere nel 1439; nel 42 l’investì della rôcca d’Arona, come conte di Canobbio e sua valle; nel 46 di Ugogna e Margozzo: ed è lo stipite de’ Borromei di Milano, Galeazzo, Antonio, Giovanni, figlio del Giovanni suddetto, si mutarono a Venezia, dove sono ricordati nella chiesa di Santa Elena, da essi eretta ed arricchita. V.Coronelli,Bibl. universale, tom.VI. p. 790.

42.Anche nel 1689 Pietro Ottobon dal prozio Alessandro VIII fu fatto cardinale, e prestò molti servizj alla Serenissima; e ottenne da questa fosse rimesso in grazia il proprio padre Antonio, disgradato perchè era divenuto generale di Santa Chiesa. Ma essendo stato eletto protettore della corona di Francia alla Corte pontifizia, il senato si oppose; e avendo egli non ostante spiegato le insegne di Francia, fu abraso dal libro d’oro, confiscatogli il patrimonio, sospesa ogni rendita de’ suoi beni ecclesiastici nel dominio veneto.

42.Anche nel 1689 Pietro Ottobon dal prozio Alessandro VIII fu fatto cardinale, e prestò molti servizj alla Serenissima; e ottenne da questa fosse rimesso in grazia il proprio padre Antonio, disgradato perchè era divenuto generale di Santa Chiesa. Ma essendo stato eletto protettore della corona di Francia alla Corte pontifizia, il senato si oppose; e avendo egli non ostante spiegato le insegne di Francia, fu abraso dal libro d’oro, confiscatogli il patrimonio, sospesa ogni rendita de’ suoi beni ecclesiastici nel dominio veneto.

43.Mutilasti Imperium Mediolano et provincia Longobardiæ, quæ juris S. B. Imperii fuerant, redeuntibus inde ad imperium amplissimis emolumentis; in qua ditione mediolanensi veluti minister S. B. Imperii partibus fungebatur, cum tu contra, accepta pecunia, Mediolani ducem et comitem papiensem creasti.Così gli elettori nel deporre Venceslao.

43.Mutilasti Imperium Mediolano et provincia Longobardiæ, quæ juris S. B. Imperii fuerant, redeuntibus inde ad imperium amplissimis emolumentis; in qua ditione mediolanensi veluti minister S. B. Imperii partibus fungebatur, cum tu contra, accepta pecunia, Mediolani ducem et comitem papiensem creasti.Così gli elettori nel deporre Venceslao.

44.Jus, quod ex dictis concessionibus et citationibus in feudo dictorum ducatuum et comitatum habemus, nobis et nostris successoribus in Imperio salvum maneat et illesum.Lünig, Italia dipl.,I. 480.

44.Jus, quod ex dictis concessionibus et citationibus in feudo dictorum ducatuum et comitatum habemus, nobis et nostris successoribus in Imperio salvum maneat et illesum.Lünig, Italia dipl.,I. 480.

45.Quella Repubblica fu censurata dal Corio per blandire i duchi, e dal Verri per stizzosa allusione alla Cisalpina; ma più che alle ironiche declamazioni di questo, credo ai documenti del Rosmini. Il Leo, tra gli errori onde ribocca la suaStoria d’Italia, dice che il Rosmini, «per biasimare la repubblica, produce molte ordinanze sulla religione, le scienze, la politica». Lo fa pel preciso contrario. Nell’archivio del duomo è un’ordinanza de’ capitani del 14 agosto, nella quale, poichèAltissimi clementia ineffabili.... antiquissimam auream et sanctam libertatem urbs hæc feliciter reassumpsit, stabiliscono un’oblazione annua; e sotto l’11 agosto, in riconoscenza a Dioquod ad dulcissimum reipublicæ et libertatis statum nos reduxit, ordinano una processione a Sant’Ambrogio.

45.Quella Repubblica fu censurata dal Corio per blandire i duchi, e dal Verri per stizzosa allusione alla Cisalpina; ma più che alle ironiche declamazioni di questo, credo ai documenti del Rosmini. Il Leo, tra gli errori onde ribocca la suaStoria d’Italia, dice che il Rosmini, «per biasimare la repubblica, produce molte ordinanze sulla religione, le scienze, la politica». Lo fa pel preciso contrario. Nell’archivio del duomo è un’ordinanza de’ capitani del 14 agosto, nella quale, poichèAltissimi clementia ineffabili.... antiquissimam auream et sanctam libertatem urbs hæc feliciter reassumpsit, stabiliscono un’oblazione annua; e sotto l’11 agosto, in riconoscenza a Dioquod ad dulcissimum reipublicæ et libertatis statum nos reduxit, ordinano una processione a Sant’Ambrogio.

46.Nella battaglia di Morat servivano al duca di Borgogna quindicimila Lombardi, il cui capitano Antonio Corradi di Lignana vercellese vi perì.

46.Nella battaglia di Morat servivano al duca di Borgogna quindicimila Lombardi, il cui capitano Antonio Corradi di Lignana vercellese vi perì.

47.Arch. storico,XIII. 311.

47.Arch. storico,XIII. 311.

48.Historia desponsationis et coronationis Friderici III et conjugis ipsius, auctoreNicolao Lankmano de Falkenstein. Ap.Pez, ii. 569-602.

48.Historia desponsationis et coronationis Friderici III et conjugis ipsius, auctoreNicolao Lankmano de Falkenstein. Ap.Pez, ii. 569-602.

49.Spino,Vita di Bartolomeo Coleone, pag. 255. La costui biografia fu scritta in latino da Antonio da Cornazzano, che con altri letterati e artisti vivea nel castello di lui; onde il ritrasse con colori lusinghieri che la storia smentisce.Del Cornazzano abbiamo pure manoscritta la vita di Francesco Sforza in terzine, e un trattatoDe la integrità de la militare arte, oltre un poema più volte stampato sul soggetto stesso:Opera nuova de Mr. Ant. Cornazzano, la quale tratta de modo regendi, de motu fortunæ, de integritate, rei militaris, et qui in re militari imperatores excelluerint. D’altri due condottieri, Attendolo Sforza e Braccio di Montone, scrissero le gesta Lodrisio Crivelli e Gianantonio Campano, rozzi ma interessanti.

49.Spino,Vita di Bartolomeo Coleone, pag. 255. La costui biografia fu scritta in latino da Antonio da Cornazzano, che con altri letterati e artisti vivea nel castello di lui; onde il ritrasse con colori lusinghieri che la storia smentisce.

Del Cornazzano abbiamo pure manoscritta la vita di Francesco Sforza in terzine, e un trattatoDe la integrità de la militare arte, oltre un poema più volte stampato sul soggetto stesso:Opera nuova de Mr. Ant. Cornazzano, la quale tratta de modo regendi, de motu fortunæ, de integritate, rei militaris, et qui in re militari imperatores excelluerint. D’altri due condottieri, Attendolo Sforza e Braccio di Montone, scrissero le gesta Lodrisio Crivelli e Gianantonio Campano, rozzi ma interessanti.

50.Del 1467 fu pubblicata a Milano la seguente grida di guerra: — Si fa poto e manifesto a caduna persona de quale grado e conditione se sia, per parte del nostro M. signor duca di Milano ecc. in tutte le terre del dominio suo, che qualunche soldato, o che sia pratico al soldo, così de cavallo come de pede, tanto terriero quanto forastero, che al presente se trovasse habitare nel dominio ducale, che voglia venire in campo dove el prelibato ill. signor duca nostro se ritrovarà; venga in ordine ed armato, che averà buona e grossa guerra in lo parti de Piemonte, presentandose, subito che sia in campo, ad Petro, Francesco Visconte, conductero et marescallo del campo, et ulterius che porteno la banda bianca, come fanno gli altri».

50.Del 1467 fu pubblicata a Milano la seguente grida di guerra: — Si fa poto e manifesto a caduna persona de quale grado e conditione se sia, per parte del nostro M. signor duca di Milano ecc. in tutte le terre del dominio suo, che qualunche soldato, o che sia pratico al soldo, così de cavallo come de pede, tanto terriero quanto forastero, che al presente se trovasse habitare nel dominio ducale, che voglia venire in campo dove el prelibato ill. signor duca nostro se ritrovarà; venga in ordine ed armato, che averà buona e grossa guerra in lo parti de Piemonte, presentandose, subito che sia in campo, ad Petro, Francesco Visconte, conductero et marescallo del campo, et ulterius che porteno la banda bianca, come fanno gli altri».

51.Paolo Santini, che, sulla metà del secoloXV, scrisse un trattato di cose militari rimasto manoscritto, e pare fosse al servizio dei Veneziani, dice:Qui in Italiam vincere desiderat, ista instruet: primo, cum summo pontifice semper sit; secundo, dominetur Mediolanum; tertio, quod habeat astronomos bonos; quarto, habeat ingegnerios qui sciant plurima; quinto, quod tot navigia conducantur plena lapidibus in canalibus.... impleantur canalia multitudine navium, navigiorum, barcarumque suffundatarum, etc.

51.Paolo Santini, che, sulla metà del secoloXV, scrisse un trattato di cose militari rimasto manoscritto, e pare fosse al servizio dei Veneziani, dice:Qui in Italiam vincere desiderat, ista instruet: primo, cum summo pontifice semper sit; secundo, dominetur Mediolanum; tertio, quod habeat astronomos bonos; quarto, habeat ingegnerios qui sciant plurima; quinto, quod tot navigia conducantur plena lapidibus in canalibus.... impleantur canalia multitudine navium, navigiorum, barcarumque suffundatarum, etc.

52.La sentenza si esprime:Videtur, propter obstinatam mentem suam, non esse possibile extraere ab ipso illam veritatem, quæ clara est per scripturas et per testificationes, quoniam in fune aliquam nec vocem nec gemitum, sed solum intra dentes voces ipse videtur et auditur infra se loqui.... tandem non est standum in istis terminis, propter honorem status nostri...

52.La sentenza si esprime:Videtur, propter obstinatam mentem suam, non esse possibile extraere ab ipso illam veritatem, quæ clara est per scripturas et per testificationes, quoniam in fune aliquam nec vocem nec gemitum, sed solum intra dentes voces ipse videtur et auditur infra se loqui.... tandem non est standum in istis terminis, propter honorem status nostri...

53.Del discorso recitato da Nicola Oremme in concistoro porge l’estratto De Sade,Vie du Pétrarque, tom.II. I.692. È nota la risposta che il Petrarca vi fece.

53.Del discorso recitato da Nicola Oremme in concistoro porge l’estratto De Sade,Vie du Pétrarque, tom.II. I.692. È nota la risposta che il Petrarca vi fece.

54.Ella stessa nelTratt. della Provvidenza.E vediBolland,ad 30 apr.;Hagen,Die Wunder der h. Catharina von Siena. Lipsia 1840.

54.Ella stessa nelTratt. della Provvidenza.E vediBolland,ad 30 apr.;Hagen,Die Wunder der h. Catharina von Siena. Lipsia 1840.

55.«Pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che, più tosto che potete, voi n’andiate al luogo vostro dei gloriosi Pietro e Paolo; e sempre dalla parte vostra cercate d’andare sicuramente, e Dio dalla parte sua vi provvederà di tutte quelle cose che saranno necessarie a voi.«Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità, e non lasciate però d’oprare la nostra salute. La salute loro sarà questa, che voi torniate a pace con loro, perocchè il figliuolo che è in guerra col padre, mentre che vi sta, egli il priva dell’eredità sua. Oimè, padre, pace per l’amore di Dio, acciocchè tanti figliuoli non perdano l’eredità di vita eterna; che voi sapete che Dio ha posto nelle vostre mani il dare, il togliere questa eredità, secondo che piace alla benignità vostra. Voi tenete le chiavi, ed a cui voi aprite si è aperto, ed a cui voi serrate è serrato; così disse il dolce e buono Gesù a Pietro, il cui loco voi tenete. Adunque imparate dal vero padre e pastore; perocchè vedete che ora è il tempo da dare la vita per le pecorelle che sono escite fuora del gregge. Convienvele dunque cercare e racquistare con la pazienza, e con la guerra andare sopra gl’infedeli, rizzando il gonfalone dell’ardentissima e dolcissima croce: al qual rizzare non si convien più dormire, ma destarsi e rizzarlo virilmente.«Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vedrete i lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace, acciocchè non abbia la guerra a prolungare questo dolce tempo: ma se volete far vendetta e giustizia, pigliatela sopra di me miserabile, e datemi ogni pena e tormento che piace a voi insino alla morte. Credo che per la puzza delle mie iniquità sieno venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie: dunque sopra me, misera vostra figliuola, prendete ogni vendetta che volete. Ohimè, padre, io muojo di dolore e non posso morire. Venite, venite, e non fate più resistenza alla volontà di Dio che vi chiama; e l’affamate pecorelle v’aspettano, che veniate a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione apostolo Pietro; perocchè voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio. Venite dunque, venite, e non più indugiate, e confortatevi e non temete di alcuna cosa che avvenire potesse, perocchè Dio sarà con voi».

55.«Pregovi per l’amore di Cristo crocifisso, che, più tosto che potete, voi n’andiate al luogo vostro dei gloriosi Pietro e Paolo; e sempre dalla parte vostra cercate d’andare sicuramente, e Dio dalla parte sua vi provvederà di tutte quelle cose che saranno necessarie a voi.

«Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità, e non lasciate però d’oprare la nostra salute. La salute loro sarà questa, che voi torniate a pace con loro, perocchè il figliuolo che è in guerra col padre, mentre che vi sta, egli il priva dell’eredità sua. Oimè, padre, pace per l’amore di Dio, acciocchè tanti figliuoli non perdano l’eredità di vita eterna; che voi sapete che Dio ha posto nelle vostre mani il dare, il togliere questa eredità, secondo che piace alla benignità vostra. Voi tenete le chiavi, ed a cui voi aprite si è aperto, ed a cui voi serrate è serrato; così disse il dolce e buono Gesù a Pietro, il cui loco voi tenete. Adunque imparate dal vero padre e pastore; perocchè vedete che ora è il tempo da dare la vita per le pecorelle che sono escite fuora del gregge. Convienvele dunque cercare e racquistare con la pazienza, e con la guerra andare sopra gl’infedeli, rizzando il gonfalone dell’ardentissima e dolcissima croce: al qual rizzare non si convien più dormire, ma destarsi e rizzarlo virilmente.

«Rizzate, babbo, tosto il gonfalone della santissima croce, e vedrete i lupi diventare agnelli. Pace, pace, pace, acciocchè non abbia la guerra a prolungare questo dolce tempo: ma se volete far vendetta e giustizia, pigliatela sopra di me miserabile, e datemi ogni pena e tormento che piace a voi insino alla morte. Credo che per la puzza delle mie iniquità sieno venuti molti difetti e molti inconvenienti e discordie: dunque sopra me, misera vostra figliuola, prendete ogni vendetta che volete. Ohimè, padre, io muojo di dolore e non posso morire. Venite, venite, e non fate più resistenza alla volontà di Dio che vi chiama; e l’affamate pecorelle v’aspettano, che veniate a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione apostolo Pietro; perocchè voi, come vicario di Cristo, dovete riposarvi nel luogo vostro proprio. Venite dunque, venite, e non più indugiate, e confortatevi e non temete di alcuna cosa che avvenire potesse, perocchè Dio sarà con voi».

56.Brigida andò poi pellegrina in Terrasanta, e reduce morì a Roma il 1373. Le rivelazioni ch’essa ebbe e scrisse, furono riprovate dall’insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, tradotte in tutte le lingue, e le valsero d’essere canonizzata da Bonifazio IX, benchè siasi avventata gagliardissimamente contro la corte pontifizia fino a dire: — Il papa è l’assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo,Portate denaro. Roma è un baratro d’inferno, e il diavolo presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa il proverbioCuria romana non petit ovem sine lana;Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;invece di convocar tutti, dicendo,Venite e troverete il riposo delle anime, il papa esclama:Venite alla mia corte, vedetemi nella mia magnificenza maggior di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, o troverete la perdita delle vostre anime».

56.Brigida andò poi pellegrina in Terrasanta, e reduce morì a Roma il 1373. Le rivelazioni ch’essa ebbe e scrisse, furono riprovate dall’insigne Gerson, approvate dal cardinale Torquemada, tradotte in tutte le lingue, e le valsero d’essere canonizzata da Bonifazio IX, benchè siasi avventata gagliardissimamente contro la corte pontifizia fino a dire: — Il papa è l’assassino delle anime; disperde e strazia il gregge di Cristo; più crudele che Giuda, più ingiusto che Pilato, più abbominevole che gli Ebrei, peggiore dello stesso Lucifero. Convertì i dieci comandamenti in un solo,Portate denaro. Roma è un baratro d’inferno, e il diavolo presiede, e vende il bene che Cristo acquistò colla sua passione, onde passa il proverbio

Curia romana non petit ovem sine lana;Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;

Curia romana non petit ovem sine lana;Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;

Curia romana non petit ovem sine lana;

Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit;

invece di convocar tutti, dicendo,Venite e troverete il riposo delle anime, il papa esclama:Venite alla mia corte, vedetemi nella mia magnificenza maggior di Salomone; venite, vuotate le vostre borse, o troverete la perdita delle vostre anime».

57.— Pregovi da parte di Cristo crocifisso, che piaccia alla santità vostra di spacciarvi tosto. Usate un santo inganno, cioè parendo di prolungare più dì, e farlo poi subito e tosto; che quanto più presto, meno starete in queste angustie e travagli. Anco mi pare che essi v’insegnino, dandovi l’esempio delle fiere, che quando campano dal lacciuolo, non vi ritornano più. Per infino a qui siete campato dal lacciuolo de’ consigli loro, nel quale una volta vi fecero cadere quando tardaste la venuta vostra; il quale lacciuolo fece tendere il demonio perchè ne seguitasse il danno e il male che ne seguitò: voi come savio, spirato dallo Spirito Santo, non vi cadrete più. Andianci tosto, babbo mio dolce, senza verun timore; se Dio è con voi, veruno sarà contra voi. Dio è quello che vi move, sicchè egli è con voi; andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè li poniate il colore.«Sia in voi un ardore di carità per sì fatto modo, che non vi lasci udir le voci dei demonj incarnati e non vi faccia temere il consiglio de’ perversi consiglieri fondati in amore proprio, che intendo vi vogliono metter paura per impedire l’avvenimento vostro dicendo,Voi sarete morto. E io vi dico da parte di Cristo crocifisso, dolcissimo e santissimo padre, che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite sicuramente, confidatevi in Cristo dolce Gesù; chè, facendo quello che voi dovete, Dio sarà sopra di voi, e non sarà veruno che sia contra voi. Su virilmente, padre, ch’io vi dico che non vi bisogna temere: se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere. Voi dovete venire; venite dunque, venite dolcemente senza verun timore.«Su dunque, padre, e non più negligenza; drizzate il gonfalone della santissima eroce, perocchè coll’odore della croce acquisterete la pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli voi gl’invitiate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli. Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto manderà l’ajutorio suo. Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i poveri e servi di Dio e figliuoli vostri; aspettiamovi con affettuoso e amoroso desiderio...»Di santa Caterina abbiamo tre lettere a Gregorio XI, nove a Urbano VI, otto a varj cardinali, due a Carlo V di Francia, quattro alla regina Giovanna, le altre a prelati, a religiosi, a laici.

57.— Pregovi da parte di Cristo crocifisso, che piaccia alla santità vostra di spacciarvi tosto. Usate un santo inganno, cioè parendo di prolungare più dì, e farlo poi subito e tosto; che quanto più presto, meno starete in queste angustie e travagli. Anco mi pare che essi v’insegnino, dandovi l’esempio delle fiere, che quando campano dal lacciuolo, non vi ritornano più. Per infino a qui siete campato dal lacciuolo de’ consigli loro, nel quale una volta vi fecero cadere quando tardaste la venuta vostra; il quale lacciuolo fece tendere il demonio perchè ne seguitasse il danno e il male che ne seguitò: voi come savio, spirato dallo Spirito Santo, non vi cadrete più. Andianci tosto, babbo mio dolce, senza verun timore; se Dio è con voi, veruno sarà contra voi. Dio è quello che vi move, sicchè egli è con voi; andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perchè li poniate il colore.

«Sia in voi un ardore di carità per sì fatto modo, che non vi lasci udir le voci dei demonj incarnati e non vi faccia temere il consiglio de’ perversi consiglieri fondati in amore proprio, che intendo vi vogliono metter paura per impedire l’avvenimento vostro dicendo,Voi sarete morto. E io vi dico da parte di Cristo crocifisso, dolcissimo e santissimo padre, che voi non temiate per veruna cosa che sia. Venite sicuramente, confidatevi in Cristo dolce Gesù; chè, facendo quello che voi dovete, Dio sarà sopra di voi, e non sarà veruno che sia contra voi. Su virilmente, padre, ch’io vi dico che non vi bisogna temere: se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere. Voi dovete venire; venite dunque, venite dolcemente senza verun timore.

«Su dunque, padre, e non più negligenza; drizzate il gonfalone della santissima eroce, perocchè coll’odore della croce acquisterete la pace. Pregovi che coloro che vi sono ribelli voi gl’invitiate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra caggia sopra gl’infedeli. Spero per l’infinita bontà di Dio, che tosto manderà l’ajutorio suo. Confortatevi, confortatevi, e venite, venite a consolare i poveri e servi di Dio e figliuoli vostri; aspettiamovi con affettuoso e amoroso desiderio...»

Di santa Caterina abbiamo tre lettere a Gregorio XI, nove a Urbano VI, otto a varj cardinali, due a Carlo V di Francia, quattro alla regina Giovanna, le altre a prelati, a religiosi, a laici.

58.Vedi principalmente la parte II. cc. 16, 17, 21, 25 delDefensor pacis, stampato poi nel 1523. Al c. 28 è chiamata esecrabile la pienezza del potere invocato dai papi.

58.Vedi principalmente la parte II. cc. 16, 17, 21, 25 delDefensor pacis, stampato poi nel 1523. Al c. 28 è chiamata esecrabile la pienezza del potere invocato dai papi.

59.Colla costituzioneExiit qui seminat, nelVIdelle Decretali, tit.De verb. signif.— Vedi tom.VI, pag. 353.

59.Colla costituzioneExiit qui seminat, nelVIdelle Decretali, tit.De verb. signif.— Vedi tom.VI, pag. 353.

60.Quorum exigit, nelleEstravaganti, tit.De verb. signif.

60.Quorum exigit, nelleEstravaganti, tit.De verb. signif.

61.Ap.Cibrario,Economia, 163.

61.Ap.Cibrario,Economia, 163.

62.Feo Belcari,Vita del b. Colombino.

62.Feo Belcari,Vita del b. Colombino.

63.Possono aggiungersi Corrado d’Offida e Francesco Veninbene di Fabriano francescani; Gentile da Matelica che, dopo tante conversioni in patria, cercò più largo campo in Oriente, ove cadde assassinato; il beato Rigo di Treviso secolare; il beato Ugolino Zefirini di Cortona (-1370); il beato Giovanni da Rieti (-1347); Gregorio Celli da Verruchio; il beato Oddino Barotto curato di Fossano in Piemonte, tutto carità nella peste del 400. Angela da Foligno i disordini di gioventù pianse in severa penitenza e indefessa meditazione. Chiara da Rimini le dissipazioni di sua vedovanza espiò nell’austerità, nell’umiliazione, e nel soccorrere gli altrui bisogni spirituali e temporali per trent’anni (-1306). Chiara Gambacorti di Pisa volle mangiar il pane dell’assassino di sua famiglia. Angelina, figlia del conte di Corbara, malgrado il voto di castità, sposato per obbedienza il conte di Civitella, seppe indurre anche lui ad egual voto; poi vedova, si professò francescana e molt’altre indusse, e stabilì il terz’ordine di san Francesco a Foligno. Rita di Cascia ebbe ad esercitar la pazienza in diciott’anni d’infelice matrimonio, poi mortificando la carne e lo spirito. Nomineremo ancora la beata Michelina da Pesaro, vedova d’un Malatesta; e la beata Imelda de’ Lambertini di Bologna.

63.Possono aggiungersi Corrado d’Offida e Francesco Veninbene di Fabriano francescani; Gentile da Matelica che, dopo tante conversioni in patria, cercò più largo campo in Oriente, ove cadde assassinato; il beato Rigo di Treviso secolare; il beato Ugolino Zefirini di Cortona (-1370); il beato Giovanni da Rieti (-1347); Gregorio Celli da Verruchio; il beato Oddino Barotto curato di Fossano in Piemonte, tutto carità nella peste del 400. Angela da Foligno i disordini di gioventù pianse in severa penitenza e indefessa meditazione. Chiara da Rimini le dissipazioni di sua vedovanza espiò nell’austerità, nell’umiliazione, e nel soccorrere gli altrui bisogni spirituali e temporali per trent’anni (-1306). Chiara Gambacorti di Pisa volle mangiar il pane dell’assassino di sua famiglia. Angelina, figlia del conte di Corbara, malgrado il voto di castità, sposato per obbedienza il conte di Civitella, seppe indurre anche lui ad egual voto; poi vedova, si professò francescana e molt’altre indusse, e stabilì il terz’ordine di san Francesco a Foligno. Rita di Cascia ebbe ad esercitar la pazienza in diciott’anni d’infelice matrimonio, poi mortificando la carne e lo spirito. Nomineremo ancora la beata Michelina da Pesaro, vedova d’un Malatesta; e la beata Imelda de’ Lambertini di Bologna.

64.Bartolomeo Fazio. Il quaresimale di san Bernardino da Siena fu raccolto da Benedetto di mastro Bartolomeo, cimatore di panni senese, che sarebbe uno de’ più antichi stenografi ricordati. VediSopra un codice cartaceo del secoloXV... osservazioni critiche dell’abateLuigi Deangelis. Colle 1820.

64.Bartolomeo Fazio. Il quaresimale di san Bernardino da Siena fu raccolto da Benedetto di mastro Bartolomeo, cimatore di panni senese, che sarebbe uno de’ più antichi stenografi ricordati. VediSopra un codice cartaceo del secoloXV... osservazioni critiche dell’abateLuigi Deangelis. Colle 1820.

65.Ed. Moreni,1831,I. 187, 252. Declamò novamente contro l’andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d’Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni appresso (II. 50). Forse questi luoghi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni Delle Celle quando dissuase Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nellaIXª delle sue lettere.

65.Ed. Moreni,1831,I. 187, 252. Declamò novamente contro l’andare al perdono di Roma e altri santi luoghi, predicando sotto la loggia d’Or San Michele nel 21 settembre 1309, cioè parecchi anni appresso (II. 50). Forse questi luoghi delle prediche di frà Giordano furono presenti al beato Giovanni Delle Celle quando dissuase Domitilla dal pellegrinaggio di Terrasanta, nellaIXª delle sue lettere.


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