Chapter 23

60.Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.61.Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del nostro salvatore Gesù Cristo,qui solus facit magna et mirabilia et inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum».Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui, come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile, parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno:Ecco io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore: se uno di questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco, chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute, ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue,quia fidelis Deus in omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula».Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. VediNerli,Commentarj, lib.IV.62.La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani Giudici stampò dietro alla suaStoria de’ municipj, non contiene gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche brandello:— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose, e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi, cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando questo con più efficacia che io potevo.«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora, il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta, l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle; e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di cose particolari o piccole.Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio consiglio per amore o per forza.«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto duca.«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e dalla lega, per essere io contro al proposito loro.«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla, e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva, perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi, ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo più che non ero in fatto.«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente, senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire. Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse, e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco. Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope, che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il nostro.«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non ne so altro.«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioniGladius Domini super terram cito et velociter, lo dicevo sotto la generalità de’ flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli per aria.«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti dell’altra parte quando avessero errato.«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra Girolamo; e nellaseconda esamina, fatta senza tortura o lesione alcuna di corpo, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa: ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole, e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di esser buono...»Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia: signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’ tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’ tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi ha’ côlto.«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù, disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in che io era; e qui me ne sono accorto.«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj,Demones enim credunt, et contremiscunt». Domandato se ha usato incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai. Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa cosa saria da matti.«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità di quelle.63.Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni:La caritade è spenta,Amor di Dio non vi è.Tepido ognun diventa,Non c’è più viva fè.Non s’ama il ben comune,Ciaschedun ama sè.Quel dice alla fatica:Non s’appartiene a me.Il piccol dice al grande:Io ne so quanto te.Io vedo tal che reggeChe non sa regger sè.Sol nel mangiare e bereDiletto e gusto c’è.Chi più terra conducePiù savio tenut’è.Chi più spirito vuoleRotte le braccia gli è.La santa povertàCiascun gli dà di piè.Che debbo dir, Signore,Se non gridare — Ohimè?Ohimè, che il santo è morto,Ohimè, Signore, ohimè!Tu togliesti il profeta,Il qual tirasti a te.O Geronimo santo,Che in ciel trionfo se’,Tra le tue pecorelleEntrato il lupo gli è.Ohimè, soccorri presto,Ohimè, Signore, ohimè.Col Savonarola stette fin agli estremi il padre Tommaso Sardi, insigne oratore e buon poeta, che nel poemaDell’anima pellegrinaimitò Dante, fingendo un pellegrinaggio traverso alla terra, agli elementi, al limbo, al purgatorio e fin all’empireo, in cerca della verità, della giustizia, dell’amore; tutto scienza scolastica. Nel purgatorio trova frà Girolamo, il quale tra altro gli chiede:... Poi dimmi quel che pensaDi me il me’ popol, fatt’in me in do parti?Ancora apparecchiata sta la mensa(Diss’io a lui), di cui è tuo eredeChe li tuoi frutti ancor vi si dispensa,Ancor, quanto che allor, più ti si crede,Benchè di molti opinïon sien molteDi tua dottrina speme e di tua fede.Però gli fa confessare d’essere stato condannato giustamente:Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizioQuando la vera via tenni smarrita;Che morte che seguì fu per mio vizio.Et io: E meritasti perder vita?Sì (disse), che la colpa fu a tempo,Se non intera alla bontà infinita.64.Fra quei che lo credettero profeta è Commines, il quale asserisce averlo interrogato se il re potrebbe ritirarsi da Napoli, ed esso gli rispose, troverebbe ostacoli grandi, pure vi riuscirebbe; ma poichè avea mancato alle promesse fatte a Dio, questo gli manderebbe un grave castigo, Lib.VIII, c. 3; e al cap. 26: — Questo posso con asseveranza dire, ch’e’ predisse molte cose, delle quali nessun mortale avria potuto avvisarlo. Indovinò al re che perderebbe il figliuolo, e che esso gli sopravvivrebbe poco; e le lettere di ciò le lessi io in persona ad esso re».65.Predica del 17 febbrajo 1497. NellaVerità profeticaoccorre questo passo:Savonarola. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.Uria. Guarda che questo non sia detto per umiltà, ma più presto per arroganza.Savonarola. Io non m’attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare d’averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de’ prossimi.66.Commentando una meditazione di esso dice: — Cristo lo canonizzò, perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del Vangelo della pace; e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della fede e dell’elmo della salute, si arrolò non all’Ordine de’ Predicatori, ma nella milizia della Chiesa cristiana».67.Inferma a morte, si votò a frà Savonarola, e questo le apparve in sogno cogli altri duemartiri, e ne fu risanata. Di ciò ella scrisse una laude, ove fra il resto dice:Quel vivo amor che ti commosse il pettoA render alla ancilla sanitade,Quello ti muova, padre mio diletto,A crescer nella figlia la bontade.A te ricorro, perchè la pietadeCognosco viva dentro alla tu’ alma;E spero per te, padre, aver la palmaContro l’astuzia del gran seduttore...Sempre t’arò nel mezzo del mio core.68.Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto del Flaminio:Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera riportata neiDiarjmanoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia; item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal. Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario, acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre, istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini libentissime li concesseno».NeiDocuments inédits sur l’histoire de France,t.I. p. 774, Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, composeNarrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo, e vuol convincere che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel 1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia: contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il processo proprio del frate.Baluzio,Miscell., tom.IV. 521. Manca di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia, moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici; grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non trovammo che apologie o detrazioni» (Jérôme Savonarola, sa vie, ses écrits d’après les documents originaux.Parigi 1855). In questi ultimi anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena dal Rubieri nelFrancesco Valori, in poema dal tedesco Lenau, in romanzo dal piemontese Corelli.69.«Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici, et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore, per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello, vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo, fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso, fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale, intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta».Archivio storico, vol.VI. p. 383.70.Lib.VII. c. 3.Et de ce que contient ceste duché, je ne veiz jamais plus belle piece de terre, ne plus grant valleur.71.Cagnola,Cronaca, lib.VIIIin fine.72.Il Matarazzo, cronista contemporaneo, dice che battesse una moneta con questa epigrafe; ma è falso: bensì quel detto correva proverbialmente, lo cita il Nardi nellaStoria fiorentina, lib.III, e ne trovo segno in una canzone popolare de’ Milanesi dopo le sue sventure:Son quel duca di MilanoChe con pianto sto in dolore;Son sugeto ch’ero signore;Ora son fatto alemanno.Io diceva che un sol DioEra in cielo, e un Moro in terra;E secondo il mio desìoIo faceva pace e guerra...Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino, e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: — Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».73.A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di Monferrato, concedeut facere, creare et instituere possit poetas laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum merito possint.Diploma del 3 agosto 1501, ap.Tiraboschi, tom.VII. p. 1823.74.Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie, rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più a far la pace di Novara,actum erat de Italia; perchè le cose nostre erano costituite in pessimi termini».Malipieri,Annali, pag. 482. In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra, nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra, che è il 15º de’Documenti di storia italianapubblicati dal Molini: — Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa commissione data da Ludovico a’ suoi legati.75.Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo prestar ajuto alcuno alle cose vostre».Malipieri, pag. 428.76.In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle. S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.77.Rosmini,Istoria di Gian Jacopo Trivulzio, pag. 322.78.Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India (Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia, poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese, messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura, Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il Caroli.79.Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono nell’archivio comasco (Rovelli,III. 383), impariamo che lo Sforza, vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia, corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto coll’illustre prigioniero:Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli, et lacrymando recessit cum Gallis.Paolo Giovio, nell’istoria del suo tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis, detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli stipendj del Moro; così il Belcario,Comm. rer. gall.,VIII. 240. Il Mallet,Storia Svizzera, part.II. c. 6, lo dice un Turman di Uri, che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la fede data.80.Castiglioni,Cortigiano, lib.I.81.Quest’è la risposta attribuitale dalla più parte de’ contemporanei, invece della sguajata riferita dal Machiavelli e da altri.82.Ripamonti,Historia Mediolani,VII. 667.83.Fu fedele alla sventura di lui il poeta Jacopo Sannazaro, e dopo venduto ogni aver suo per fornire ai bisogni di esso, lo seguì esule volontario, e partendo salutava la patria con questi affettuosi versi (Epigramm., lib. 7):Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;Mergillina vale, nostri memor; et mea flentisSerta cape, heu domini munera avara tui.Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,Accipite et vestris thurea dona focis.Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,Absentique tuas det mihi somnus aquas;Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit.Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris.Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,Blanditurque animo constans sententia, quamvisExilii meritum sit satis ipsa fides.84.Il Matarazzo, pag. 188. Vedi anche qui indietro, pag. 31.85.Marin Sanuto,Diarj mss.Alessandro VI chiudeva una lettera ad essa: — Per questa volta null’altro se non che attendi a star sana, et a esser devota della nostra donna gloriosa (24 luglio 1494, nelle carte di Urbino a Firenze).86.La fuga del duca è pittorescamente descritta da Bernardino Baldi nellaVita di Guidubaldo, lib.VI.87.Delfico,Storia di San Marino, docum., pag. 61-88. Negli antichi tempi Pindinisso, castellotto degli Eleutero-Cilicj, sull’inespugnabile sua altura era stato rispettato da tutti i conquistatori, e fin da Alessandro, come San Marino da Napoleone.88.Vedansi nel Muratori gli argomenti contrarj alla vulgare asserzione. Voltaire (Dissert. sur la mort d’Henri IV) trova strano che, mentre il Guicciardini così lo particolareggia, non ne faccia cenno il Burcardo, raccoglitore diligente di tutti gli scandali del suo tempo. Pure il cauto Nardi dice questa «opinione costante degli uomini».Storia di Firenze, lib.IV.89.Quando il Valentino fu arrestato, Baldissera Scipione senese mandò ad affiggere per tutta cristianità un cartello contro qualunque Spagnuolo volesse dire che «il duca Valentino non era stato ritenuto in Napoli sopra un salvocondotto del re Ferdinando e della regina Isabella, con gran infamia e molta mancanza della fede e delle loro corone».Luigi da Porto,Lettera30.90.Vedi leLegazioni, laXLEpistola famigliare, e ilPrincipe,VII.91.A Leone X dice: — Nessuno Stato si può ordinare che sia stabile, se non è vero principato o vera repubblica; perchè tutti i governi, posti entro questi duoi, sono difettivi».

60.Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.

60.Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.

61.Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del nostro salvatore Gesù Cristo,qui solus facit magna et mirabilia et inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum».Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui, come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile, parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno:Ecco io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore: se uno di questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco, chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute, ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue,quia fidelis Deus in omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula».Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. VediNerli,Commentarj, lib.IV.

61.Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del nostro salvatore Gesù Cristo,qui solus facit magna et mirabilia et inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum».

Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui, come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile, parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno:Ecco io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore: se uno di questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco, chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute, ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue,quia fidelis Deus in omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula».

Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. VediNerli,Commentarj, lib.IV.

62.La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani Giudici stampò dietro alla suaStoria de’ municipj, non contiene gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche brandello:— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose, e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi, cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando questo con più efficacia che io potevo.«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora, il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta, l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle; e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di cose particolari o piccole.Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio consiglio per amore o per forza.«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto duca.«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e dalla lega, per essere io contro al proposito loro.«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla, e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva, perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi, ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo più che non ero in fatto.«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente, senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire. Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse, e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco. Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope, che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il nostro.«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non ne so altro.«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioniGladius Domini super terram cito et velociter, lo dicevo sotto la generalità de’ flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli per aria.«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti dell’altra parte quando avessero errato.«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra Girolamo; e nellaseconda esamina, fatta senza tortura o lesione alcuna di corpo, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa: ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole, e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di esser buono...»Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia: signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’ tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’ tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi ha’ côlto.«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù, disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in che io era; e qui me ne sono accorto.«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj,Demones enim credunt, et contremiscunt». Domandato se ha usato incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai. Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa cosa saria da matti.«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità di quelle.

62.La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani Giudici stampò dietro alla suaStoria de’ municipj, non contiene gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche brandello:

— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose, e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi, cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando questo con più efficacia che io potevo.

«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora, il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.

«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta, l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle; e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di cose particolari o piccole.

Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio consiglio per amore o per forza.

«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto duca.

«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e dalla lega, per essere io contro al proposito loro.

«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla, e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.

«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva, perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.

«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi, ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo più che non ero in fatto.

«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente, senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.

«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire. Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse, e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco. Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope, che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il nostro.

«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non ne so altro.

«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioniGladius Domini super terram cito et velociter, lo dicevo sotto la generalità de’ flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli per aria.

«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti dell’altra parte quando avessero errato.

«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»

Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra Girolamo; e nellaseconda esamina, fatta senza tortura o lesione alcuna di corpo, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa: ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole, e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.

«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di esser buono...»

Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».

Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia: signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’ tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’ tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi ha’ côlto.

«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù, disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in che io era; e qui me ne sono accorto.

«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj,Demones enim credunt, et contremiscunt». Domandato se ha usato incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai. Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa cosa saria da matti.

«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»

Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità di quelle.

63.Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni:La caritade è spenta,Amor di Dio non vi è.Tepido ognun diventa,Non c’è più viva fè.Non s’ama il ben comune,Ciaschedun ama sè.Quel dice alla fatica:Non s’appartiene a me.Il piccol dice al grande:Io ne so quanto te.Io vedo tal che reggeChe non sa regger sè.Sol nel mangiare e bereDiletto e gusto c’è.Chi più terra conducePiù savio tenut’è.Chi più spirito vuoleRotte le braccia gli è.La santa povertàCiascun gli dà di piè.Che debbo dir, Signore,Se non gridare — Ohimè?Ohimè, che il santo è morto,Ohimè, Signore, ohimè!Tu togliesti il profeta,Il qual tirasti a te.O Geronimo santo,Che in ciel trionfo se’,Tra le tue pecorelleEntrato il lupo gli è.Ohimè, soccorri presto,Ohimè, Signore, ohimè.Col Savonarola stette fin agli estremi il padre Tommaso Sardi, insigne oratore e buon poeta, che nel poemaDell’anima pellegrinaimitò Dante, fingendo un pellegrinaggio traverso alla terra, agli elementi, al limbo, al purgatorio e fin all’empireo, in cerca della verità, della giustizia, dell’amore; tutto scienza scolastica. Nel purgatorio trova frà Girolamo, il quale tra altro gli chiede:... Poi dimmi quel che pensaDi me il me’ popol, fatt’in me in do parti?Ancora apparecchiata sta la mensa(Diss’io a lui), di cui è tuo eredeChe li tuoi frutti ancor vi si dispensa,Ancor, quanto che allor, più ti si crede,Benchè di molti opinïon sien molteDi tua dottrina speme e di tua fede.Però gli fa confessare d’essere stato condannato giustamente:Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizioQuando la vera via tenni smarrita;Che morte che seguì fu per mio vizio.Et io: E meritasti perder vita?Sì (disse), che la colpa fu a tempo,Se non intera alla bontà infinita.

63.Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni:

La caritade è spenta,Amor di Dio non vi è.Tepido ognun diventa,Non c’è più viva fè.Non s’ama il ben comune,Ciaschedun ama sè.Quel dice alla fatica:Non s’appartiene a me.Il piccol dice al grande:Io ne so quanto te.Io vedo tal che reggeChe non sa regger sè.Sol nel mangiare e bereDiletto e gusto c’è.Chi più terra conducePiù savio tenut’è.Chi più spirito vuoleRotte le braccia gli è.La santa povertàCiascun gli dà di piè.Che debbo dir, Signore,Se non gridare — Ohimè?Ohimè, che il santo è morto,Ohimè, Signore, ohimè!Tu togliesti il profeta,Il qual tirasti a te.O Geronimo santo,Che in ciel trionfo se’,Tra le tue pecorelleEntrato il lupo gli è.Ohimè, soccorri presto,Ohimè, Signore, ohimè.

La caritade è spenta,Amor di Dio non vi è.Tepido ognun diventa,Non c’è più viva fè.Non s’ama il ben comune,Ciaschedun ama sè.Quel dice alla fatica:Non s’appartiene a me.Il piccol dice al grande:Io ne so quanto te.Io vedo tal che reggeChe non sa regger sè.Sol nel mangiare e bereDiletto e gusto c’è.Chi più terra conducePiù savio tenut’è.Chi più spirito vuoleRotte le braccia gli è.La santa povertàCiascun gli dà di piè.Che debbo dir, Signore,Se non gridare — Ohimè?Ohimè, che il santo è morto,Ohimè, Signore, ohimè!Tu togliesti il profeta,Il qual tirasti a te.O Geronimo santo,Che in ciel trionfo se’,Tra le tue pecorelleEntrato il lupo gli è.Ohimè, soccorri presto,Ohimè, Signore, ohimè.

La caritade è spenta,

Amor di Dio non vi è.

Tepido ognun diventa,

Non c’è più viva fè.

Non s’ama il ben comune,

Ciaschedun ama sè.

Quel dice alla fatica:

Non s’appartiene a me.

Il piccol dice al grande:

Io ne so quanto te.

Io vedo tal che regge

Che non sa regger sè.

Sol nel mangiare e bere

Diletto e gusto c’è.

Chi più terra conduce

Più savio tenut’è.

Chi più spirito vuole

Rotte le braccia gli è.

La santa povertà

Ciascun gli dà di piè.

Che debbo dir, Signore,

Se non gridare — Ohimè?

Ohimè, che il santo è morto,

Ohimè, Signore, ohimè!

Tu togliesti il profeta,

Il qual tirasti a te.

O Geronimo santo,

Che in ciel trionfo se’,

Tra le tue pecorelle

Entrato il lupo gli è.

Ohimè, soccorri presto,

Ohimè, Signore, ohimè.

Col Savonarola stette fin agli estremi il padre Tommaso Sardi, insigne oratore e buon poeta, che nel poemaDell’anima pellegrinaimitò Dante, fingendo un pellegrinaggio traverso alla terra, agli elementi, al limbo, al purgatorio e fin all’empireo, in cerca della verità, della giustizia, dell’amore; tutto scienza scolastica. Nel purgatorio trova frà Girolamo, il quale tra altro gli chiede:

... Poi dimmi quel che pensaDi me il me’ popol, fatt’in me in do parti?Ancora apparecchiata sta la mensa(Diss’io a lui), di cui è tuo eredeChe li tuoi frutti ancor vi si dispensa,Ancor, quanto che allor, più ti si crede,Benchè di molti opinïon sien molteDi tua dottrina speme e di tua fede.

... Poi dimmi quel che pensaDi me il me’ popol, fatt’in me in do parti?Ancora apparecchiata sta la mensa(Diss’io a lui), di cui è tuo eredeChe li tuoi frutti ancor vi si dispensa,Ancor, quanto che allor, più ti si crede,Benchè di molti opinïon sien molteDi tua dottrina speme e di tua fede.

... Poi dimmi quel che pensa

Di me il me’ popol, fatt’in me in do parti?

Ancora apparecchiata sta la mensa

(Diss’io a lui), di cui è tuo erede

Che li tuoi frutti ancor vi si dispensa,

Ancor, quanto che allor, più ti si crede,

Benchè di molti opinïon sien molte

Di tua dottrina speme e di tua fede.

Però gli fa confessare d’essere stato condannato giustamente:

Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizioQuando la vera via tenni smarrita;Che morte che seguì fu per mio vizio.Et io: E meritasti perder vita?Sì (disse), che la colpa fu a tempo,Se non intera alla bontà infinita.

Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizioQuando la vera via tenni smarrita;Che morte che seguì fu per mio vizio.Et io: E meritasti perder vita?Sì (disse), che la colpa fu a tempo,Se non intera alla bontà infinita.

Et io: Errasti? Et ei: Sì, nel giudizio

Quando la vera via tenni smarrita;

Che morte che seguì fu per mio vizio.

Et io: E meritasti perder vita?

Sì (disse), che la colpa fu a tempo,

Se non intera alla bontà infinita.

64.Fra quei che lo credettero profeta è Commines, il quale asserisce averlo interrogato se il re potrebbe ritirarsi da Napoli, ed esso gli rispose, troverebbe ostacoli grandi, pure vi riuscirebbe; ma poichè avea mancato alle promesse fatte a Dio, questo gli manderebbe un grave castigo, Lib.VIII, c. 3; e al cap. 26: — Questo posso con asseveranza dire, ch’e’ predisse molte cose, delle quali nessun mortale avria potuto avvisarlo. Indovinò al re che perderebbe il figliuolo, e che esso gli sopravvivrebbe poco; e le lettere di ciò le lessi io in persona ad esso re».

64.Fra quei che lo credettero profeta è Commines, il quale asserisce averlo interrogato se il re potrebbe ritirarsi da Napoli, ed esso gli rispose, troverebbe ostacoli grandi, pure vi riuscirebbe; ma poichè avea mancato alle promesse fatte a Dio, questo gli manderebbe un grave castigo, Lib.VIII, c. 3; e al cap. 26: — Questo posso con asseveranza dire, ch’e’ predisse molte cose, delle quali nessun mortale avria potuto avvisarlo. Indovinò al re che perderebbe il figliuolo, e che esso gli sopravvivrebbe poco; e le lettere di ciò le lessi io in persona ad esso re».

65.Predica del 17 febbrajo 1497. NellaVerità profeticaoccorre questo passo:Savonarola. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.Uria. Guarda che questo non sia detto per umiltà, ma più presto per arroganza.Savonarola. Io non m’attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare d’averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de’ prossimi.

65.Predica del 17 febbrajo 1497. NellaVerità profeticaoccorre questo passo:

Savonarola. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.

Uria. Guarda che questo non sia detto per umiltà, ma più presto per arroganza.

Savonarola. Io non m’attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare d’averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de’ prossimi.

66.Commentando una meditazione di esso dice: — Cristo lo canonizzò, perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del Vangelo della pace; e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della fede e dell’elmo della salute, si arrolò non all’Ordine de’ Predicatori, ma nella milizia della Chiesa cristiana».

66.Commentando una meditazione di esso dice: — Cristo lo canonizzò, perchè non appoggiossi sui voti o sul cappuccio, sulle messe o sulla regola, ma sulla meditazione del Vangelo della pace; e rivestito della corazza della giustizia, armato dello scudo della fede e dell’elmo della salute, si arrolò non all’Ordine de’ Predicatori, ma nella milizia della Chiesa cristiana».

67.Inferma a morte, si votò a frà Savonarola, e questo le apparve in sogno cogli altri duemartiri, e ne fu risanata. Di ciò ella scrisse una laude, ove fra il resto dice:Quel vivo amor che ti commosse il pettoA render alla ancilla sanitade,Quello ti muova, padre mio diletto,A crescer nella figlia la bontade.A te ricorro, perchè la pietadeCognosco viva dentro alla tu’ alma;E spero per te, padre, aver la palmaContro l’astuzia del gran seduttore...Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

67.Inferma a morte, si votò a frà Savonarola, e questo le apparve in sogno cogli altri duemartiri, e ne fu risanata. Di ciò ella scrisse una laude, ove fra il resto dice:

Quel vivo amor che ti commosse il pettoA render alla ancilla sanitade,Quello ti muova, padre mio diletto,A crescer nella figlia la bontade.A te ricorro, perchè la pietadeCognosco viva dentro alla tu’ alma;E spero per te, padre, aver la palmaContro l’astuzia del gran seduttore...Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

Quel vivo amor che ti commosse il pettoA render alla ancilla sanitade,Quello ti muova, padre mio diletto,A crescer nella figlia la bontade.A te ricorro, perchè la pietadeCognosco viva dentro alla tu’ alma;E spero per te, padre, aver la palmaContro l’astuzia del gran seduttore...Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

Quel vivo amor che ti commosse il petto

A render alla ancilla sanitade,

Quello ti muova, padre mio diletto,

A crescer nella figlia la bontade.

A te ricorro, perchè la pietade

Cognosco viva dentro alla tu’ alma;

E spero per te, padre, aver la palma

Contro l’astuzia del gran seduttore...

Sempre t’arò nel mezzo del mio core.

68.Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto del Flaminio:Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera riportata neiDiarjmanoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia; item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal. Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario, acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre, istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini libentissime li concesseno».NeiDocuments inédits sur l’histoire de France,t.I. p. 774, Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, composeNarrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo, e vuol convincere che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel 1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia: contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il processo proprio del frate.Baluzio,Miscell., tom.IV. 521. Manca di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia, moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici; grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non trovammo che apologie o detrazioni» (Jérôme Savonarola, sa vie, ses écrits d’après les documents originaux.Parigi 1855). In questi ultimi anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena dal Rubieri nelFrancesco Valori, in poema dal tedesco Lenau, in romanzo dal piemontese Corelli.

68.Di quel tempo circolò un epigramma, che può far riscontro al noto del Flaminio:

Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.

Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.

Quem Ferrara tulit, furca extulit, abstulit ignis,

Cuique urna est Arnus, ego ille Hyeronimus.

Avversissimo a frà Girolamo si mostra Gismondo Naldi in una lettera riportata neiDiarjmanoscritti di Marin Sanuto. Quest’ultimo pure lo tratta da ribaldo, e può dar idea delle esagerazioni che se ne dicevano a Venezia: — Da Fiorenza si havè avisi come frate Hironimo preso et tormentato, havia hauto sette schossi di corda, et ei havea aperto sotto il brazo, adeo non se li potea dar più corda; et li voleano dar altri tormenti, zoè la stangheta. El qual confessò a la corda molte cosse, tra le qual sette cosse heretiche, videlicet che da do anni in qua pluries havia ditto messa non consacrando l’hostia; item havia comunichato con hostia non sacra; item che havia alcuni frati per Fiorenza li quali confessavano, et questi li rivelava tutti li secreti dili primi di Fiorenza, et talhor questi diceva ad alcuno qualche sua peccato, overo in percolo, dicendo haver per inspiratione divina; item voleva far Francesco Vallori ditator perpetuo; item chel non credeva in Dio, et altre cosse, maxime dil miraculo mostrò di far di la lampreda che li fo mandata, la qual lui la fè atosicar, fingendo la ghe fusse mandata per atosicarlo, dicendo havia inspiratione divina, et fè la experientia contro uno, che subito manzata morì; item domandato perchè queste cose faceva, rispose, per il sacramento havia hauto da Carlo re di Franza a Fiorenza, che voleva invader Italia, et lui credeva, et però predicava in suo favor, et si voleva far cardinal. Or ditto processo compito, et lecto nel consejo, parse al pontefice di voler veder dicto processo, et mandoe a Fiorenza maistro Ioachim Turiano general dil hordine di Predicatori, con uno suo commissario, acciò examinasse il ditto processo, et contra di lui et di altri frati procedesse bisognando. Or par che li deputati al suo collegio terminono, che havendo confessato queste tal heresie, a dì 29 dicembre, istante il sabato dovesse esser, insieme con do frati zoè frà Domenico et frà Silvestro, apicati et brusati, et fusse disgradato prima; tamen la cossa andò in longa, perchè il duca de Milano scrisse, havia a caro veder il processo prima che si facesse morir. Et cussi Fiorentini, per far quello voleva Milano, mandò la copia fin a Milano; et al par che dicto frate Hironimo inteso era per dispazarsi, cognoscendo meritava la morte, domandò tre gracie: la prima, non sia mandato nè dato in le man dil papa, contr’il qual havia predicato; secondo, non sia sententiato a morir a le man di puti di Fiorenza, dili qual havia hauto tanto seguito; tertio, non fusse brasato vivo: le qual tre gracie Fiorentini libentissime li concesseno».

NeiDocuments inédits sur l’histoire de France,t.I. p. 774, Champollion Figeac pubblicò una lettera di Luigi XII alla Signoria di Firenze, esortante a differire ogni sentenza sopra il Savonarola finchè esso re non abbia manifestato la propria opinione. Quando, sotto Paolo IV, si prese ad esame la dottrina del Savonarola, il padre Paolino Bernardini lucchese, fondatore della congregazione di Santa Caterina da Siena, composeNarrazione e discorso circa la contraddizione grande fatta contro l’opere del R. P. frà Girolamo, e vuol convincere che la dottrina di esso «non poteva esser dichiarata nè per eretica, nè per scismatica, nè manco per erronea o scandalosa». Il Burlamacchi nel 1764 stampò a Lucca la vita del Savonarola con un’estesa apologia: contraddetto da un Fiorentino, rincalzò l’argomento, e annotò il processo proprio del frate.Baluzio,Miscell., tom.IV. 521. Manca di critica, come pure Francesco Pico, che istituisce un parallelo fra Cristo e il Savonarola, e ne moltiplica i miracoli. Naudé ne faceva un Ario, un Maometto; mentre il padre Touron lo chiamava uomo inviato da Dio. Francesco Mayer di Jena (1836) lo fa precursore ed emulo di Lutero, e produce molte lettere di Alessandro VI. Rudelbach lo studiò teologicamente. P. J. Carle (1842), copiando il Barsanti senza citarlo, lo mostra un santo alle prese colle malvagie passioni del tempo, martire della verità e della virtù, ortodosso nella teologia, moderato nella politica. Rio lo considera come rigeneratore dell’arte nell’idea. Perrens dice: — Regna su tutta la vita del Savonarola estrema incertezza; la cronologia n’è imbarazzata; gli avvenimenti più notevoli furono snaturati dagli autori; numerose lacune, che solo può spiegare l’ignoranza de’ biografi o la negligenza degli storici; grande sproporzione nelle varie parti del racconto; la storia scompare sotto tante leggende incredibili, che reputiamo impossibile elevare uno studio qualunque sovra basi così poco solide. Salvo qualche pagine di storia sincere, ma sparpagliate e incompiute, ne’ libri consultati non trovammo che apologie o detrazioni» (Jérôme Savonarola, sa vie, ses écrits d’après les documents originaux.Parigi 1855). In questi ultimi anni moltissimo si scrisse intorno al Savonarola e principalmente dal Villari, e se ne pubblicarono nuovi documenti. Fu anche messo in scena dal Rubieri nelFrancesco Valori, in poema dal tedesco Lenau, in romanzo dal piemontese Corelli.

69.«Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici, et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore, per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello, vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo, fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso, fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale, intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta».Archivio storico, vol.VI. p. 383.

69.«Il magnifico Paulo Vitelli in questo tempo fu condutto a Fiorenza; il qual giunto ad ore tre di notte, lo incominciarono ad esaminar con varj tormenti. Durò ditta esamina fino alle dodici, et non trovando cosa notabile in esso che meritasse se non laude et fama immortale, per le ragion dette di sopra, et etiam per non parer de aver errato, il primo giorno di ottobre ad ore ventitre in circa, in Palazzo, in su un palchetto fatto per ciò, pubblicamente li fecero tagliar la testa. Premio conveniente a tanta fede et opera sua immortale! Il vulgo errante non si persuadendo che li signori soi lo avessen decapitato, ma un altro in cambio suo, con voce crudele al cielo gridavano: — Noi siam gabbati; non è Paulo ma altri; lo vogliam vedere questo traditore». Li signori, veduto et inteso questo rumore, per timore delle persone proprie, et etiam per satisfare a quello, vituperosamente, con doppieri ardenti, giù per le scale del Palazzo, fereno strascinare il tronco et il capo appresso; et condutto da basso, fu collocato in la chiesa di San Piero Scaraggi lì vicina. Concorsevi la plebe, la qual chiaramente conosciuto, si pascè del sangue suo. Così tanti suoi sudori, vigilie et male notti da’ Fiorentini gli sono state rimeritate, che si può dir meritamente Paulo Vitelli esser stato quello che abbia conservato et restituito ad quelli et il Casentino et il territorio pisano. Voi, illustrissimi signori Taliani, che per le virtù militari meritate il bastone, considerar possete che merito et gloria da’ Fiorentini aspettar dovete. Specchiatevi nello excellente capitano signor Paulo Vitelli, et di poi, parendovi, militate sotto loro ingratissimo vessillo. Ritornando al magnifico Vitellozzo, il quale, intesa questa trista nova, con forte animo l’ascoltò et sopportò usando queste parole: — De cetero, mortal non me ne parli, nè me ne lacrimi davanti; a me se ne spetta il dolore, et a Dio la vendetta».Archivio storico, vol.VI. p. 383.

70.Lib.VII. c. 3.Et de ce que contient ceste duché, je ne veiz jamais plus belle piece de terre, ne plus grant valleur.

70.Lib.VII. c. 3.Et de ce que contient ceste duché, je ne veiz jamais plus belle piece de terre, ne plus grant valleur.

71.Cagnola,Cronaca, lib.VIIIin fine.

71.Cagnola,Cronaca, lib.VIIIin fine.

72.Il Matarazzo, cronista contemporaneo, dice che battesse una moneta con questa epigrafe; ma è falso: bensì quel detto correva proverbialmente, lo cita il Nardi nellaStoria fiorentina, lib.III, e ne trovo segno in una canzone popolare de’ Milanesi dopo le sue sventure:Son quel duca di MilanoChe con pianto sto in dolore;Son sugeto ch’ero signore;Ora son fatto alemanno.Io diceva che un sol DioEra in cielo, e un Moro in terra;E secondo il mio desìoIo faceva pace e guerra...Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino, e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: — Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».

72.Il Matarazzo, cronista contemporaneo, dice che battesse una moneta con questa epigrafe; ma è falso: bensì quel detto correva proverbialmente, lo cita il Nardi nellaStoria fiorentina, lib.III, e ne trovo segno in una canzone popolare de’ Milanesi dopo le sue sventure:

Son quel duca di MilanoChe con pianto sto in dolore;Son sugeto ch’ero signore;Ora son fatto alemanno.Io diceva che un sol DioEra in cielo, e un Moro in terra;E secondo il mio desìoIo faceva pace e guerra...

Son quel duca di MilanoChe con pianto sto in dolore;Son sugeto ch’ero signore;Ora son fatto alemanno.Io diceva che un sol DioEra in cielo, e un Moro in terra;E secondo il mio desìoIo faceva pace e guerra...

Son quel duca di Milano

Che con pianto sto in dolore;

Son sugeto ch’ero signore;

Ora son fatto alemanno.

Io diceva che un sol Dio

Era in cielo, e un Moro in terra;

E secondo il mio desìo

Io faceva pace e guerra...

Esso Nardi accenna una medaglia di Lodovico, dov’era una mano che teneva acqua e una fuoco, volendo inferire che la sua prudenza sapeva produrre guerra e pace; e soggiunge che avesse fatto dipingere una Italia tutta piena di galli, e un Moro che colla granata parea cacciarli. Mostrandola a Francesco Gualterotti ambasciadore fiorentino, e chiedendo che gli paresse di tal sua invenzione, questi rispose: — Benissimo; ma mi sembra che questo Moro volendo spazzare i galli fuor d’Italia, si tiri tutta la spazzatura addosso».

73.A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di Monferrato, concedeut facere, creare et instituere possit poetas laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum merito possint.Diploma del 3 agosto 1501, ap.Tiraboschi, tom.VII. p. 1823.

73.A Urbano Terralunga d’Alba, consigliere del marchese di Monferrato, concedeut facere, creare et instituere possit poetas laureatos, ac quoscumque qui in liberalibus artibus ac maxime in carminibus adeo profecerint, ut promoveri ad poeticam et laureatum merito possint.Diploma del 3 agosto 1501, ap.Tiraboschi, tom.VII. p. 1823.

74.Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie, rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più a far la pace di Novara,actum erat de Italia; perchè le cose nostre erano costituite in pessimi termini».Malipieri,Annali, pag. 482. In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra, nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra, che è il 15º de’Documenti di storia italianapubblicati dal Molini: — Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa commissione data da Ludovico a’ suoi legati.

74.Il Moro nel 1498 lagnavasi col Foscari, ambasciadore veneto, della diffidenza che di lui avea la Signoria, e soggiungevagli: — Confesso che ho fatto gran male all’Italia; ma l’ho fatto per conservarmi nel loco in cui mi trovo. L’ho fatto mal volentieri, ma la colpa è stata del re Fernando; ed anche, voglio dirlo, in qualche parte dell’illustrissima Signoria (veneta), perchè mai si volle lasciar intendere. Ma di poi non ha ella veduto le continue operazioni mie, rivolte alla liberazione d’Italia? E state certo che, se differiva più a far la pace di Novara,actum erat de Italia; perchè le cose nostre erano costituite in pessimi termini».Malipieri,Annali, pag. 482. In un’altra lettera nell’archivio Trivulziano del 1499, si lagna siasi sparso ch’egli avesse invitato i Turchi: — E però sopra l’anima nostra diciamo, che non è vero che ’l Turco si sii mosso ad istanza nostra, nè che mai n’abbiamo fatto opera perchè ei si movesse». In un’altra, che è il 15º de’Documenti di storia italianapubblicati dal Molini: — Io giuro a Dio che mai non mandai a dire cosa alcuna al Turco». Or bene, il Corio suo lodatore asserisce che ciò «consta per la propria minuta della instrutione che sua eccellenza diede ad Ambrogio Bugiardo et a Martino da Casale, la quale così diceva ecc.», e reca la precisa commissione data da Ludovico a’ suoi legati.

75.Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo prestar ajuto alcuno alle cose vostre».Malipieri, pag. 428.

75.Ai Fiorentini che mandarono raccomandarsegli, il doge avea risposto: — Sempre che vorrete esser buoni e fedeli Italiani, e non v’impacciare di là dai monti, noi con tutta la lega vi avremo per nostri amici. Sapete bene che, se non eramo noi, tutta Italia era occupata da’ Francesi; se non volete esser Italiani, non possiamo prestar ajuto alcuno alle cose vostre».Malipieri, pag. 428.

76.In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle. S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.

76.In conseguenza di ciò i Francesi vollero considerarlo per ribelle. S’agitò in tutte quelle guerre, finchè Carlo V lo confermò nei beni e nei privilegi; e morì nel 1538. Anche suo fratello Federico resistette ai Francesi, e dopo lunghi guaj ebbe il contado di Bobbio.

77.Rosmini,Istoria di Gian Jacopo Trivulzio, pag. 322.

77.Rosmini,Istoria di Gian Jacopo Trivulzio, pag. 322.

78.Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India (Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia, poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese, messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura, Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il Caroli.

78.Costui fu gran protettore dei dotti, che perciò lo ricambiarono di lodi e dediche. Arcangelo Madrignano cistercense del nostro monastero di Chiaravalle, nel dedicargli il Viaggio da Portogallo in India (Milano 1508), gli pone in bocca un lungo discorso sulla cosmografia, poi rammemora i benefizj e impieghi dati a Marc’Antonio Cadamosto lodigiano, fatto professore di astrologia a Milano e a Pavia; Francesco Tavella e Francesco Balzio, fatti senatori; Giovanni Mayna torinese, messo segretario regio; Facio Cardano professore d’architettura, Cesare Sacco astronomo e letterato, Nicola Picensio poeta vulgare e latino, Francesco Tanzi Cornigero improvvisatore, Gian Giacomo Ghilino erudito, Gian Antonio Cusano medico e dotto, Lancino Corti filosofo, poeta, legale, enciclopedico, Gian Francesco Musicola, Fabio Romano, Alessandro Minuziano educatore di prestantissimi Lombardi. Il Madrignano trovavasi spesso con questi a magnifici conviti presso il Caroli.

79.Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono nell’archivio comasco (Rovelli,III. 383), impariamo che lo Sforza, vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia, corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto coll’illustre prigioniero:Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli, et lacrymando recessit cum Gallis.Paolo Giovio, nell’istoria del suo tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis, detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli stipendj del Moro; così il Belcario,Comm. rer. gall.,VIII. 240. Il Mallet,Storia Svizzera, part.II. c. 6, lo dice un Turman di Uri, che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la fede data.

79.Da lettere di Girolamo Morone segretario del duca, che sono nell’archivio comasco (Rovelli,III. 383), impariamo che lo Sforza, vedendo scemar le sue truppe, spacciò Galeazzo Visconti alla dieta degli Svizzeri in Lucerna per farli mediatori di pace, al che bastava richiamassero le truppe loro, nerbo d’ambe le parti. La dieta in fatti ordinò un armistizio, inviandone l’ordine ai due eserciti per due diversi corrieri. Ma Antonio Baissey bailo di Dijon, legato di Francia, corruppe il corriere inviato all’esercito francese, sicchè indugiò più giorni, mentre l’altro, senza por tempo in mezzo, recò l’ordine di cessar l’armi agli Svizzeri che militavano collo Sforza. Si presenta la battaglia il 9 aprile; questi abbassano le lancie; mentre gli Svizzeri che erano coi Francesi, nulla sapendo dell’armistizio, stettero sull’armi, e lo Sforza così rimase di sotto.

Quanto alla cattura del duca, il Muralto cronista comasco dice che Lodovico passava incognito colle file elvetiche, se un certo svizzero Ansone, ch’egli ben conobbe, e che n’avea patteggiato col bailo Dijon la mercede di ducento ducati, non gliel avesse segnato a dito. Merita credenza, perchè appunto di quei giorni fu dai Comaschi spedito a Novara oratore al conte di Ligny, ove potè parlare volto a volto coll’illustre prigioniero:Cœpi lacrymis ducem in mula sedentem salutare, qui me interrogavit de statu Mediolani, cui multa retuli, et lacrymando recessit cum Gallis.Paolo Giovio, nell’istoria del suo tempo, dice che il duca e i suoi furono additati da Rodolfo di Salis, detto il Lungo Grigione, e da Gaspare Silen di Uri, che servivano agli stipendj del Moro; così il Belcario,Comm. rer. gall.,VIII. 240. Il Mallet,Storia Svizzera, part.II. c. 6, lo dice un Turman di Uri, che fu in patria dannato nel capo; e si lagna che Voltaire scrivesse avere gli Svizzeri bruttato la gloria loro per sete d’oro, e venduto la fede data.

80.Castiglioni,Cortigiano, lib.I.

80.Castiglioni,Cortigiano, lib.I.

81.Quest’è la risposta attribuitale dalla più parte de’ contemporanei, invece della sguajata riferita dal Machiavelli e da altri.

81.Quest’è la risposta attribuitale dalla più parte de’ contemporanei, invece della sguajata riferita dal Machiavelli e da altri.

82.Ripamonti,Historia Mediolani,VII. 667.

82.Ripamonti,Historia Mediolani,VII. 667.

83.Fu fedele alla sventura di lui il poeta Jacopo Sannazaro, e dopo venduto ogni aver suo per fornire ai bisogni di esso, lo seguì esule volontario, e partendo salutava la patria con questi affettuosi versi (Epigramm., lib. 7):Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;Mergillina vale, nostri memor; et mea flentisSerta cape, heu domini munera avara tui.Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,Accipite et vestris thurea dona focis.Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,Absentique tuas det mihi somnus aquas;Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit.Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris.Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,Blanditurque animo constans sententia, quamvisExilii meritum sit satis ipsa fides.

83.Fu fedele alla sventura di lui il poeta Jacopo Sannazaro, e dopo venduto ogni aver suo per fornire ai bisogni di esso, lo seguì esule volontario, e partendo salutava la patria con questi affettuosi versi (Epigramm., lib. 7):

Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;Mergillina vale, nostri memor; et mea flentisSerta cape, heu domini munera avara tui.Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,Accipite et vestris thurea dona focis.Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,Absentique tuas det mihi somnus aquas;Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit.Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris.Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,Blanditurque animo constans sententia, quamvisExilii meritum sit satis ipsa fides.

Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;Mergillina vale, nostri memor; et mea flentisSerta cape, heu domini munera avara tui.Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,Accipite et vestris thurea dona focis.Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,Absentique tuas det mihi somnus aquas;Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit.Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris.Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,Blanditurque animo constans sententia, quamvisExilii meritum sit satis ipsa fides.

Parthenope mihi culta, vale, blandissima siren;

Atque horti valeant, hesperidesque tuæ;

Mergillina vale, nostri memor; et mea flentis

Serta cape, heu domini munera avara tui.

Maternæ salvete umbræ, salvete paternæ,

Accipite et vestris thurea dona focis.

Neve nega optatos, virgo Sebethias, amnes,

Absentique tuas det mihi somnus aquas;

Det fesso æstivas umbras sopor, et levis aura,

Fluminaque ipsa suo lene sonent strepitu;

Exilium nam sponte sequor. Sors ipsa favebit.

Fortibus hæc solita est sæpe et adesse viris.

Et mihi sunt comites musæ, sunt numina vatum;

Et mens læta suis gaudet ab auspiciis,

Blanditurque animo constans sententia, quamvis

Exilii meritum sit satis ipsa fides.

84.Il Matarazzo, pag. 188. Vedi anche qui indietro, pag. 31.

84.Il Matarazzo, pag. 188. Vedi anche qui indietro, pag. 31.

85.Marin Sanuto,Diarj mss.Alessandro VI chiudeva una lettera ad essa: — Per questa volta null’altro se non che attendi a star sana, et a esser devota della nostra donna gloriosa (24 luglio 1494, nelle carte di Urbino a Firenze).

85.Marin Sanuto,Diarj mss.Alessandro VI chiudeva una lettera ad essa: — Per questa volta null’altro se non che attendi a star sana, et a esser devota della nostra donna gloriosa (24 luglio 1494, nelle carte di Urbino a Firenze).

86.La fuga del duca è pittorescamente descritta da Bernardino Baldi nellaVita di Guidubaldo, lib.VI.

86.La fuga del duca è pittorescamente descritta da Bernardino Baldi nellaVita di Guidubaldo, lib.VI.

87.Delfico,Storia di San Marino, docum., pag. 61-88. Negli antichi tempi Pindinisso, castellotto degli Eleutero-Cilicj, sull’inespugnabile sua altura era stato rispettato da tutti i conquistatori, e fin da Alessandro, come San Marino da Napoleone.

87.Delfico,Storia di San Marino, docum., pag. 61-88. Negli antichi tempi Pindinisso, castellotto degli Eleutero-Cilicj, sull’inespugnabile sua altura era stato rispettato da tutti i conquistatori, e fin da Alessandro, come San Marino da Napoleone.

88.Vedansi nel Muratori gli argomenti contrarj alla vulgare asserzione. Voltaire (Dissert. sur la mort d’Henri IV) trova strano che, mentre il Guicciardini così lo particolareggia, non ne faccia cenno il Burcardo, raccoglitore diligente di tutti gli scandali del suo tempo. Pure il cauto Nardi dice questa «opinione costante degli uomini».Storia di Firenze, lib.IV.

88.Vedansi nel Muratori gli argomenti contrarj alla vulgare asserzione. Voltaire (Dissert. sur la mort d’Henri IV) trova strano che, mentre il Guicciardini così lo particolareggia, non ne faccia cenno il Burcardo, raccoglitore diligente di tutti gli scandali del suo tempo. Pure il cauto Nardi dice questa «opinione costante degli uomini».Storia di Firenze, lib.IV.

89.Quando il Valentino fu arrestato, Baldissera Scipione senese mandò ad affiggere per tutta cristianità un cartello contro qualunque Spagnuolo volesse dire che «il duca Valentino non era stato ritenuto in Napoli sopra un salvocondotto del re Ferdinando e della regina Isabella, con gran infamia e molta mancanza della fede e delle loro corone».Luigi da Porto,Lettera30.

89.Quando il Valentino fu arrestato, Baldissera Scipione senese mandò ad affiggere per tutta cristianità un cartello contro qualunque Spagnuolo volesse dire che «il duca Valentino non era stato ritenuto in Napoli sopra un salvocondotto del re Ferdinando e della regina Isabella, con gran infamia e molta mancanza della fede e delle loro corone».Luigi da Porto,Lettera30.

90.Vedi leLegazioni, laXLEpistola famigliare, e ilPrincipe,VII.

90.Vedi leLegazioni, laXLEpistola famigliare, e ilPrincipe,VII.

91.A Leone X dice: — Nessuno Stato si può ordinare che sia stabile, se non è vero principato o vera repubblica; perchè tutti i governi, posti entro questi duoi, sono difettivi».

91.A Leone X dice: — Nessuno Stato si può ordinare che sia stabile, se non è vero principato o vera repubblica; perchè tutti i governi, posti entro questi duoi, sono difettivi».


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