92.Lettera al Vettori.93.Principe,XVeXVIII.94.Deche,III.95.— Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare ch’elle fanno, dall’ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all’ordine trapassare; perchè non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come elleno arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini all’ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che salghino; e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene».Storie fiorentine, lib.V.96.— Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniciose e ree, perchè veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione in tra gli uomini, biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fossero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro, per fuggire simile male si riducevano a far leggi, ordinare punizioni a chi contraffacesse, donde venne la cognizione della giustizia».Deche,I. 2.97.Deche,II. 23;III. 41.98.Vedasi in tal proposito la consultadel modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Esposto il discorso ove Camillo dittatore propone ai Romani di rovinare il Lazio affinchè più non possa ribellarsi, e si vanta di averli, colle sue vittorie, messi in grado di operare a loro arbitrio, esorta a imitar quel savissimo popolo, che diroccò una città nemica, in un’altra mandò nuovi abitanti. «Io ho sentito dire che la storia è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi: e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni; e sempre fu chi serve e chi comanda: e chi serve mal volentieri; e chi si ribella ed è represso... Dunque non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana, pigliare esempio, e imitar coloro che sono stati padroni del mondo.... Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare i cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro, che, negli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che v’assaltasse ecc.»99.È il Nardi nellaStoria di Firenze, lib.IV.100.Che quel trattato non sia di frà Paolo, ma di un bastardo di casa Canal, è asserito non dimostrato; ma all’assunto nostro poco cambia.101.Tom.I. p. 237 dell’edizione dellaSociété historique:Je veulx declarer une tromperie ou habileté, ainsi qu’on vauldra nommer, car elle fut saigement conduicte. Pag. 278:Il pourra sembler, au temps advenir, à ceulx qui verront cecy, que en ces deux princes(Luigi XI e il duca di Borgogna)n’y eut pas grand foy... mais quant on penserà aux autres princes, on trouvera ceulx cy grans, nobles et notables et le notre très-saige... je cuyde estre certain que ces deux princes y estoient tous deux en intention de tromper chascun son compaignon. Tom.II. pag. 311:Ludovic Sforce estoit homme très saige... et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.Pure Commines ammette la Provvidenza come ordinatrice delle sorti dei regni; e dice che bisogna far conoscere anche la malvagità del mondo, non per valersene, ma per guardarsene. Tom.I. pag. 237.102.Parole d’uno de’ priori d’allora, partecipe dell’assassinio.103.Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (Legat.VIII. 9) scrive:Sui propositi non est tyrannum instituere, sed arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum exhibere.Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva il libro delPrincipe: perchè egli odiando siffatti governi, avea sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro, avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè».Apologia ad Carolum cæsarem, Brescia 1774, tom.I. p. 552.104.La notte che morì Pier Soderini,L’anima andò dell’inferno alla bocca:E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!Via di qua; vanne al limbo coi bambini.Questo motto non è tampoco originale. IlDiarium parmense, pubblicato dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore Pietro Trotti,qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali, nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus observabantur.Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli «l’universale, per conto delPrincipe, l’odiava: ai ricchi pareva che quel suoPrincipefosse stato documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».105.Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava ilPrincipenell’Anti-Machiavel, e dicea:Le princede Machiavel est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi. Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique, et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre regardaient la pratique. NelleMemorie dell’abate Morellet(Parigi 1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi, Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile» (De Pradt,Ambass. en Pologne). Al tempo che Napoleone era cascato di moda, fu stampatoMachiavelli commentato da Buonaparte(Parigi 1816). Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori è il signor Emiliani Giudici nella lez.XIdellaStoria delle belle lettere in Italia; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (Storia de’ municipj,I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848, neiRicordi ai giovaniscriveva: — E che mai potremmo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’ malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro delle nazioni e della propria coscienza, e dire,La nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri. Dico che la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».106.— Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi, salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono».Commines.107.Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti.Varchi,Storie,IV.108.L’Algarotti s’impenna contro chi non crede il Machiavelli gran mastro di guerra: ma in fatti non diede di nuovo che lo strano pensiero di far la fossa dietro la mura; certe arme sue sconvengono affatto; la sua proposta di reclutare la fanteria nelle campagne, la cavalleria in città, è una rimembranza di Atene; ma se ivi era conforme alla costituzione, fra noi mancava di significato. Quelle sue asserzioni sul poco sangue che si versava delle battaglie, sono per lo meno esagerate: alla Molinella dice che morì nessuno, mentre il Sabellico chiama quella battaglia sanguinosa molto; a quella d’Anghiari, ch’egli dà per incruenta, il Graziani nellaCronaca peruginadice perì molta gente; e il Biondo, contemporaneo e segretario del papa, asserisce che dei ducheschi sessanta perirono, quattrocento furono feriti: di quei della lega ducento morti nella mischia e dieci dopo, e seicento feriti. L’opinione della superiorità della fanteria già era abbastanza comune; e Daniello de Ludovisi, nellaRelazione dell’impero ottomanoal senato veneto il 3 giugno 1534, dice: — Le armi in ogni tempo sono state meglio e più utilmente adoperate dalle fanterie che da’ cavalli: e questo si è in diversi tempi e luoghi conosciuto e massimamente nei Romani. E se nei tempi più propinqui ai nostri sono state in Italia le genti d’arme in reputazione, questo è proceduto dal mal animo e dalla trista volontà dei condottieri, li quali deprimendo le fanterie e privando li principi della buona gente, tiravano nelle genti d’arme loro tutta la reputazione per farsi arbitri d’Italia; e ciò fu con rovina e desolazione, e in buona parte con servitù di quella».109.Giovanni d’Autun.110.L’atto dell’elezione di Paolo da Novi porta:Cum ab aliquo tempore citra, civitas januensis seditione civili vexata fuerit, quæ inter nobiles et populares defectu justitia orta est, ita ut in maximo discrimine existeret, et considerans populus januensis necessarium esse saluti reipublicæ consulere, amota vivendi forma sub factionum rectoribus, qui solent unum favere, alterum vero opprimere; et animadvertens sanum, sanctumque ac salubre consilium ad dignitatem ducalem Januæ promovere virum gravem, integrum et Deum timentem, cujus providentia, prudentia, experientia et consiliis possint omnes Januenses sub protectione sua in pace et sine stimulis vivere; considerata virtute, prudentia ac probitate illustrissimi domini Pauli de Novis, cujus gratia facit ut ab omnibus ametur et observetur; idcirco Dei nutu et voluntate, acclamant toto populo januense etc.... Cum primum omnipotenti Deo placuerit ut arx Casteleti ad manus nostras deveniat, eam pro libertate et gloriam nominis januensis dirui faciet....111.Scipione Ammirato,Storie fiorentine, lib.XXVIII.112.«Il re ha usato dire ad uomo che non dice bugie: — L’imperatore mi ha ricerco di dividermi seco l’Italia; io non l’ho mai voluto consentire, ma il papa a questa volta mi necessita a farlo».Machiavelli,Legazione9 agosto 1510.113.Della sfida di Barletta una nuova descrizione fu pubblicata dal Maj nel vol.VIIIdelloSpicilegium romanum, in lettera di Antonio Galateo contemporaneo: ed ivi pure trovasi descritta nellaVita del Gran Consalvo, per G. Cesare Capacio.114.Giacchè nol crediamo inventore, come si asserisce comunemente. Filippo di Mezières, nato in Picardia nel 1312, guerriero alcun tempo in Sicilia, poi canonico di Amiens, fece il viaggio di Terrasanta, dal re di Cipro fu preso cancelliere, poi consigliere da Carlo V di Francia, infine si ritirò ne’ Celestini, dove morì il 1405. Fra altre sue opere rimaste manoscritte n’è una intitolataNova religio militiæ passionis J. C. pro acquisitione sanctæ civitatis Jerusalem et Terræsanctæ, che sono gli statuti di un Ordine ch’egli divisava pel ricupero de’ santi luoghi. Un capitolo è intitolato,De diversitate multiplici ingeniorum ad obsidendum civitates, castra et fortalicia inimicorum fidei, super faciem terræ in aqua, in aere etsubtus terram, tam in ingeniis virtute propria et artificiali lapides projicientibus, quam ingeniisvirtute pulveriset ignis projicientibus. Qui si troverebbe la polvere adoprata già a bombardamenti e a mine avanti il 400.Poi nel 1403 un Pisano fuoruscito avvertì i Fiorentini d’una porta disusata ch’era nella mura della sua patria, murata dai due lati; e Domenico di Firenze ingegnere propose d’empirla di polvere, la quale scoppiando aprirebbe una breccia. I Pisani n’ebber fumo, e vi ripararono.Cornazzano poeta milanese verso il 1480 cantava:Chi li muraglie ruinar sol cura,Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,E li sospende con intravatura.Poichè gran parte in su colonne messe,Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:Cascan le mura allor sbandate e fesse.Qui non si parla che delle mine all’antica; ma delle moderne discorrono a lungo Francesco Martini e Leonardo da Vinci. I Genovesi nel 1487, assediando il forte di Sarzanello tenuto dai Fiorentini, le adoprarono; e Pietro Navarro che colà militava, potè vedere quest’artifizio. La mina del Castel dell’Ovo di Napoli, che diè tanta fama al Navarro, sembra per molti argomenti dovuta al suddetto Martini.115.Bembo,Storia veneziana, lib.V. p.III;Raynaldi,Annal. eccles.ad 1500, § 22.116.La nobiltà di Venezia non proveniva da feudi, eppur era la più ambita. Negli ultimi tempi il popolo vi distingueva i dodici apostoli e i quattro evangelisti. I primi erano le case elettorali vecchie: Contarini ch’ebbero otto dogi, Morosini che n’ebbero quattro, Michiel che tre, Badoer, Sanudo, Gradenigo, Falier, Dandolo, Manin, Tiepolo, Bolani, Barozzi. I quattro evangelisti erano Giustiniani, Bragadin, Bembo, Corner. Aggiungansi le famiglie tribunizie dei Dolfin, Quirini, Ziani, ecc.117.Lib.VII. c. 45. — Nel 1855 per nozze fu stampato a Milano ilViaggio di Pietro Casola a Gerusalemme, scritto nel 1494. Questo pio prete milanese dovendo indugiarsi a Venezia per attendere l’imbarco, «acciò per tedio non gli venisse voglia de tornare indietro come feceno li fioli de Israel», cominciò a visitarne le rarità e le bellezze, e le descrive con una ammirazione così dabbene, che incanta.118.Il ducato, marchesato e contado di Trento fa donato dall’imperatore Corrado il Salico nel 1027 al vescovo Voldarico, onde i vescovi furon anche principi sino al 1802: nel 1182 il vescovo Salomone vi ottenne il diritto di zecca. Però i Veneziani possedevano il castello di Lizzana, Roveredo ed altre terre della val Lagarina per testamento di Guglielmo di Castelbarco del 1416: nel 1440 tolsero a forza Penede e Torbolo ai d’Arco, e Riva di Trento al vescovo, che tennero fin nel 1509, quando gl’Imperiali la ripresero.119.Anche durante il dominio veneto, si conservarono a Cividal del Friuli alcune costumanze, che attestavano l’antica giurisdizione sì del patriarca, sì del capitolo. Esso patriarca, nella prima sua entrata, veniva investito colla spada dal decano del capitolo: all’Epifania il diacono ascendeva a cantare il vangelo, con elmo dorato in testa e pennacchio bianco e rosso, e colla spada nuda dorata nella destra, nella sinistra l’evangelo: alla festa della Purificazione un canonico recitava tutti i nomi dei patriarchi cominciando da san Marco, e il gastaldo della repubblica veneta saliva al coro a offrir alcuni denari, e riceveva una candela.Relazionedel provveditor Balbi nel 1637, nelleMonografie friulane.120.All’Alviano la Serenissima infeudò Pordenone, il 1508 20 giugno,pro se et heredibus suis masculis legitime descendentibus, cum mero et mixto imperio, cum reservatione statutorum, consuetudinum et privilegiorum hactenus servatorum ipsi communitati, et civibus prædicti loci, cum recognitione dominio nostro cerei singulo quoque anno dando in festo sancti Marci, cum obligatione salis, et quod ibi stare non possit aliquis qui stare non possit in terris dominii nostri. Item quod dominium nostrum possit accipere vastatores, currus et cornetas, prout ab aliis, sicut semper est solitum servari in locis datis in phœudum per dominium nostrum.121.Relazionedi Giovanni Corner del 1569.122.Gli eventi della lega di Cambrai sono narrati a minutissimo da storici famosi, quali il Paruta, il Giustiniani, il Barbaro, e fra i moderni principalmente da Giambattista Dubos,Histoire de la ligue de Cambray, tutta in onore di Luigi XII e vitupero di papa Giulio II. Meglio la ritraggono le moltissime cronache e relazioni contemporanee.123.È curioso che i paesi che doveva appropriarsi Massimiliano, son quelli stessi che l’Austria ottenne nel trattato di Campoformio; come egli già trattava collo czar di Moscovia per uno spartimento della Polonia.124.La festa dell’Ascensione, la maggiore solennità veneta.125.Che dispensasse i sudditi della Terraferma dal giuramento è asserito da tutti, ma non ne trovo vestigio negli atti uffiziali, e repugna anzi con alcuni di essi, per es., colle punizioni inflitte a chi favorì lo straniero.126.NellaLegazione a Mantova.127.La storia di questa cittaduccia, importante come tutte quelle del Friuli, può in parte raccogliersi dalDerossi,Mon. eccles. aquilejensis, e dalFlorio,Discorso preliminare alla vita del beato Bertrando patriarca. Essa città aveva avuto, al solito, il consiglio maggiore di famiglie patrizie; il piccolo, composto del podestà e cinque consoli; e un sindacato di cento capifamiglia. Ogni anno in San Giorgio congregavasi l’arrengo, cioè il consiglio generale, ed eleggeva a voti i magistrati del Comune; ma le cariche principali spettavano ai nobili. Sotto i Veneti il capitano presedeva; il consiglio maggiore fu ristretto in venticinque famiglie; due provveditori tenean luogo del podestà e del sindaco, ma continuavano il sindacato popolare e l’arrengo. Il Comune aveva giurisdizione civile e criminale con mero e misto imperio sulla città e territorio; la civile esercitavasi dal Consiglio, la criminale minore dal capitano, la maggiore dai tribunali veneti.128.Su questi Tedeschi sporadici moltissimo si scrisse. Il consigliere Bergmann, nell’introduzione alDizionario cimbricodi Schmeller, morto nel 1852, espone le varie opinioni sull’origine loro. V’è chi li crede avanzo degli antichi Reti, chi de’ Cimri sconfitti da Mario (t. 1, cap.XX), chi Alemanni quivi stanziati al tempo d’Onorio, chi Goti, chi seguaci de’ Carolingi o degli Ottoni. Infatti la prima loro venuta in que’ paesi pare fosse quando Ottone I nell’872 donò al vescovo Abramo di Frisinga molto paese attorno a Castelfranco, a Godego, e più addentro in que’ monti, dove s’erano stabiliti molti Tedeschi. Ezelino da Romano dovette condurne altri, ed Ezelino IV verso il 1250 teneva un uffiziale (amtmann) a Rozzo, uno de’ sette Comuni. Tedeschi di Pergine nel Tirolo e della vicina val Cembra, la quale sol più tardi s’italianizzò, vennero nelXIIsecolo a cercare fra i monti vicentini sicurezza dall’oppressione del balivo Guidobaldo, e forse vi portarono anche il nome di Cimbri. Certo in antico son nominati teutonici, e la loro lingua è un dialetto simile al tirolese-bavaro delXIIIsecolo, per attestazione del suddetto Schmeller. Da principio il paese era a dominio dei monasteri d’Oliero e di San Floriano, dei Ponzi di Breganze, del Comune di Vicenza e d’altri signorotti; quindi passò agli Scaligeri, coi privilegi che godettero poi sempre; indi ai Visconti di Milano fino al 1404, quando vennero alla repubblica di Venezia, che diè loro il titolo di Fedeli, e alla quale contribuivano in occasione di guerra quattrocento lire e sette arcieri, oltre l’obbligo di custodire i passi dal Tirolo al Veneto; del resto esenti da prestazioni personali, da dazj, da dogane, ecc.129.Vedi leLettere storichedel Da Porto.130.Gratarolo,Storia della riviera di Salò.131.Il 17 luglio 1509, festa di santa Marina, in cui Padova fu ricuperata, restò sempre feriato a Venezia: il doge andava alla chiesa di questa santa, e vi si esponeva un vessillo coll’iscrizione:Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem,Præsidii memores, diva Marina, tui.132.«Dio volesse fusse sta fatto l’accordo che io voleva far, se intrava Savio ai Ordeni, di mandar a tor cinque over seimila Turchi, e mandar secretario over ambasciatore al Turco! ma ora è tardi».Marin Sanuto, al 17 maggio 1509.133.Il Guicciardini mette in bocca al Giustinian un’orazione delle sue solite, che pretende aver tradotta dall’originale latino. Sì abjetto n’è il senso, che i Veneziani l’impugnano come calunniosa; e robuste ragioni vi opposero molti di essi e Rafael della Torre, Teodoro Gransvinckel e altri; mentre la sostengono vera il cardinal della Cueva, il Caringio, Goldast nellaPolitica imperialis, ed altri.134.Fleurange,Mémoires, tom.XVI, p. 63.135.Pense l’empereur que ce soit chose raisonnable de mettre tant de noblesse en péril et hasart avecques des pietons, dont l’ung est cordonnier, l’autre mareschal, l’autre boulengier, et gens mecaniques, qui n’ont leur honneur en si grosse recommandation que gentils hommes! c’est trop regarder petitement, sauf sa grace à luy.Quest’assedio è descritto alla distesa nell’Histoire du bon chevalier, cioè Bajardo:Desja etait bruist par tout le camp, que l’on donneroit l’assault à la ville sur le midy, ou peu après. Lors eussiez vue une chose merveilleuse; car les prestres estoient retenuz à poix d’or à confesser, pource que chascun se vouloit mettre en bon estat; et y avoit plusieurs gens d’armes qui leur bailloient leur bourse à garder; et pour cela ne fault faire nulle doucte que messeigneurs les curez n’eussent bien voulu que ceulx, dont ils avoient l’argent en garde, feussent demourés à l’assault. D’une chose veulx bien adviser ceulx qui lysent ceste histoire; que cinq cens ans avoit qu’en camp de prince ne fut vu autant d’argent qu’il y en avoit là; et n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bleds, soyes à filer, et autres ustensilles; de sorte que audit Padouan fut porté dommage de deux millions d’escus, qu’en meubles, qu’en maisons et palais bruslez et detruitz.136.— Il modo della benedizione fu così: Eran cinque ambasciadori veneziani, i quali, dopo l’accordo, innanti al papa se inginogiarno, e tre volte in pubblico sotto a lo antiportico di San Pietro in Roma andarno a basiare prima el piede, poi la mano, ultimamente l’osculo; indi furono aperte le cinque porte di San Pietro, e drieto a cardinali alla messa papale entrarno egli poi, e da esso al finir della messa benedicti furno».Prato,Cronaca milanese.137.Muratori,Antichità estensi.138.Così un Nassino, suo fidato.139.Merita esser letto ilRacconto di Gian Giacomo Martinengo, pubblicato dietro allaStoria di Milanodel Rosmini. Egli divisa tutti i mezzi de’ congiurati, la loro fiducia sopra mille accidenti, che teneano per infallibili e che uscirono al contrario, e che egli, secondo il solito, imputa a tradimento. Fra altri, don Raimondo Cardona doveva impedire a’ Francesi di abbandonar Bologna, intanto che i Bresciani coi Veneti, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri avrebbero occupato gran parte del Milanese. Ma egli si lasciò corrompere da trentamila scudi, numeratigli dal Foix. Vivissime sono le particolarità di quel racconto, che finisce con queste parole: — Ora, figliuoli miei carissimi e discendenti, io ve raccomando per l’obbedienza che siete tenuti portarmi, che mai in alcun tempo facciate come ho fatto io in questo, a metter la vita e la roba in servizio de’ principi, perchè con essi si ha a perder molto e a guadagnar poco; perchè li principi sono liberalissimi rimuneratori a parole, ma de’ fatti sono avarissimi; e se non obbedirete a’ miei comandamenti, ve ne troverete malcontenti».Fu notato un bizzarro riscontro fra l’impresa di Gastone e quella de’ Tedeschi nel 1849 contro Brescia stessa. La parte di Bajardo sarebbe rappresentata dal giovane Nugent, il quale avanzandosi per calmare, restò ferito a morte; testando beneficò la città stessa, che sulla sua tomba scrisse,Oltre il rogo non vive ira nemica.140.Machiavelli,Della natura de’ Francesi.141.Il cardinale d’Amboise confessò al re, che da alquanti anni riceveva la provvigione di cinquanta mila ducati da varj principi e repubbliche d’Italia, e trentamila dalla sola Firenze.142.Lo nega il Guicciardini per adulare ai Medici. — Tre descrizioni di quel sacco si stamparono nell’Archivio storico italiano, vol.I, 1842; e le immanità degli Spagnuoli trascendono l’immaginazione. «Dove io non voglio mancar di raccontare duoi esempj molto notabili, l’uno per la conservazione della castità, e l’altro per la vendetta della perduta pudicizia. Era campata dalla morte una donna vecchia, la quale essendo stata presa nella propria casa, serviva a’ comandamenti e servigi de’ vincitori. Costei in quel primo tumulto e furore aveva nascosto una pulzella sua nipote in un luogo segretissimo, e in quello nascosamente la cibava, per salvarla dall’insolenza de’ nemici. I quali nondimeno, essendosi accorti di ciò, e avendo ritrovato il luogo, ne trassero l’infelice fanciulla, la quale piangendo e piena di dolore era accarezzata e consolata dai detti soldati; ma ella, raccomandandosi e dissimulando quanto più poteva la grandezza del dolore, e accostandosi poco a poco ad un balcone, di subito con un salto inaspettatamente si gettò a terra di quello, e così coll’acerbo rimedio della morte provvide alla conservazione della castità. Un’altra giovanetta, il marito della quale era rimaso ancora nelle mani de’ nimici perchè pagasse la taglia, ne fu menata da un uomo d’arme spagnuolo, e tenuta poi più tempo a’ suoi servigi, menandosela per tutto dietro, vestita a guisa di ragazzo. E così, avendo consumato lo spazio di sette anni nelle guerre di Lombardia, secondo che gli fu poi di bisogno si condusse nella città di Parma; dove dimorando la giovane, e conoscendosi esser vicina alla Toscana, pensò di liberarsi, con giusta vendetta della sua perduta pudicizia, da tanto vergognosa servitù; e così una notte quando tempo le parve, giacendo a lato del suo padrone, mentre egli era oppresso dalla gravezza del sonno, gli segò la gola, e pigliando tutti i denari e gioje e ricchezze di lui, delle quali essa medesima era guardiana, e appresso montata sopra uno de’ migliori cavalli ch’egli avesse, passati i vicini monti, se ne scese in Toscana. E arrivata in Prato, e giunta alla bottega del marito, che bottajo era, standosi ancora essa a cavallo, chiamandolo per nome disse: — Conoscimi tu?» E quegli, avendola riconosciuta, si volle accostare a lei e accarezzarla; ma ella con voce libera gli disse: — Marito mio, stammi lontano; o tu risolvi e promettimi di ricevermi e trattarmi per l’avvenire come tua carissima moglie con questa sopraddote di cinquecento fiorini d’oro che io ti reco in ricompensa della mia violentemente perduta pudicizia». Onde dal marito ella fu ricevuta amorevolmente, e da tutte le donne pratesi sempre poi molto onorata e accarezzata, come se con questo suo generoso atto avesse anche parimente vendicato l’ingiuria della loro violata pudicizia».Jacopo Nardi.143.Vedi la nota (14) del Cap.CXX.144.De’ Pazzi; quei che aveano congiurato.145.A Luca della Robbia, nipote del pittore, che l’assistette fin agli ultimi momenti, il Boscoli diceva: — Deh, Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano». Il frate che lo assistè, diceva pure a Luca: — E quanto a quello cui dicesti la notte, ch’io gli ricordassi che le congiure non son lecite, sappi che san Tommaso fa questa distinzione: o che il tiranno i popoli sel sono addossato, o che a forza, in un tratto, a dispetto del popolo e’ regge; nel primo modo non è lecito far congiura contro al tiranno; nel secondo è merito». Neppur questa volta il liberalismo stava col Machiavelli.146.Prato,Cronaca milanese, pag. 415 nell’Archivio storico italiano.147.Nell’assedio la città già cadeva ai Francesi quando Emanuele Caballo osò fra le artiglierie nemiche penetrarvi con un vascello carico di viveri; onde, sospesi gli orrori della fame, restò liberata.148.Nelle lettere del Bembo a suo nome ricorrono frequenti esortazioni alla pace. Quando Massimiliano Sforza rientra in Milano, lo prega a non voler vendetta, e usare della vittoria con moderazione (lib.III, ep. 2). A Raimondo di Cardona dopo la vittoria degli Svizzeri scrive: — Quanto deploro la morte di sì prodi soldati ed illustri capitani, che tanti servigi avrebbero potuto rendere alla causa cristiana! Non la guerra noi dobbiamo volere, ma la pace. Voi, che assai potete su Massimiliano, mostrategli come a un principe nulla convien meglio che la dolcezza, la bontà, la clemenza; dimentichi le ingiurie, e voglia far suo non le ricchezze ma il cuor de’ sudditi» (lib.III. ep. 2). Così intercede presso Massimiliano a favore del marchese di Monferrato che avea lasciato il passo ai Francesi, diretti sopra Milano (lib.III. ep. 3).149.È strano che il Machiavelli, grande apostolo dell’unità, rimprovera a Luigi XIId’aver rovinato i deboli in Italia.150.Vorrebbesi che in quell’occasione i Francesi forassero il passaggio del Monviso alla Traversotta: ma pare quell’operazione fosse eseguita nel 1480 da Luigi decimo marchese di Saluzzo.151.Al Montmorency dirigeva una lettera che conservasi nella biblioteca nazionale di Parigi e che finisce: — Io ho scripto la presente de mano mia propria per non fidarmi di persona. Vostra signoria mi perdona se hè mal scripto, che a la scola non imparai meglio».152.L’ottobre 1515, ad Ambrogio Cusano, pretore del suo feudo di Lecco, scrive:Deum testor optimum maximum neminem fuisse aut esse qui magis deditionem impugnaverit, magisque contenderit, ut potius extrema sequeremur, quam in hostium potestatem arcem nosque ipsos dederimus, quam ego fui..... Oportuit, atque iterum repeto, oportuit deditionem fieri; cujus rei culpam cum sit periculosum revelare, satius est subtacere.153.Paride de’ Grassi cerimoniere ci lasciò descritto a minuto questo convegno, e quanti onori re Francesco rese a Leon X. Nella messa solenne il papa chiese al re se voleva comunicarsi: egli rispose non esservi disposto: ma molti della sua corte che lo desideravano v’accorsero, sicchè il papa dovette dimezzar le ostie per comunicarne quaranta. Il re stesso teneva indietro la folla; ed un Francese ad alta voce disse: — Santo Padre, giacchè non posso da voi comunicarmi, mi voglio almen confessare, e poichè non potrei all’orecchio, vi dirò di qui che ho combattuto il meglio che potei contro papa Giulio, senza far mente alle censure». Allora il re soggiunse d’avere il peccato medesimo, altrettanto dissero gli altri baroni, e il papa diè loro l’assoluzione.154.Monsignor Goro Gheri, governatore di Piacenza, scrive il 1514: — Egli è qua il Rovato, frate da zoccoli, el quale è valentuomo, e in questa città ha buona reputazione. E perchè questa città è divisa, da una parte di quella abitano Guelfi, dall’altra abitano i Ghibellini, di modo che l’una parte non va ad udire la predica nelle chiese che sono più propinque all’altra parte, e la chiesa cattedrale è la manco frequentata che ci sia dall’una delle parti: il frate Rovato, per trovare un luogo che sia più comune che si possa nella città all’una e l’altra parte, ha trovato una chiesa di San Protasio ecc.».Archivio storico, app.VI, 36.A Giuliano de’ Medici rimandava il 1515 un memoriale, ove dice: — Questa città è divisa in due fazioni principali, cioè Guelfi e Ghibellini; e più particolarmente ci sono quattro case principali: due guelfe, cioè Scotti e Fontana; e due ghibelline, cioè Landesi e Anguissola: e con il nome di queste quattro famiglie si imborsano li officj di questa città e nello estraere detti officj non si fa alcuna menzione nè del principe nè della comunità, ma nelle borse dove sono le polizze è scritto la borsa de’ Landesi o la borsa degli Scotti, e così delle altre famiglie dette di sopra; cosa poco onorevole al principe e odiosa al popolo molto, perchè per questo modo ricevono una superiorità molto strana: e ne risulta che quelli che sono gentiluomini e uomini da bene fuggono intervenire nelle cose della comunità, e quelli che accettano detti officj, pro majori parte sono genti bisogna che seguino le voglie di chi dà loro li officj».155.Vedansi le negoziazioni austriache, pubblicate nel 1815 da Le Glay.156.Lasciando via l’adulatore Giovio e il maledico Steidan e gli altri storici antichi, e il Robertson, viepiù imperfetto dacchè tanti nuovi documenti vennero in luce, il dottor Vehse scrisse una vita di Carlo V denigrandolo: ma meglio compare in opere posteriori. Fra le quali merita molta attenzione laCorrespondenz des Kaisers Carl V, aus den K. Archiv und der Bibliothèque de Bourgogne zu Brüsselle mittgetheilt von DrCarl Lanz. Lipsia 1844. G. De Leva stampa la storia di Carlo V relativamente all’Italia.
92.Lettera al Vettori.
92.Lettera al Vettori.
93.Principe,XVeXVIII.
93.Principe,XVeXVIII.
94.Deche,III.
94.Deche,III.
95.— Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare ch’elle fanno, dall’ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all’ordine trapassare; perchè non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come elleno arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini all’ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che salghino; e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene».Storie fiorentine, lib.V.
95.— Sogliono le provincie il più delle volte, nel variare ch’elle fanno, dall’ordine venire al disordine, e di nuovo di poi dal disordine all’ordine trapassare; perchè non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come elleno arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono, e per li disordini all’ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo più scendere, conviene che salghino; e così sempre dal bene si scende al male, e dal male si sale al bene».Storie fiorentine, lib.V.
96.— Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniciose e ree, perchè veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione in tra gli uomini, biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fossero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro, per fuggire simile male si riducevano a far leggi, ordinare punizioni a chi contraffacesse, donde venne la cognizione della giustizia».Deche,I. 2.
96.— Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniciose e ree, perchè veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione in tra gli uomini, biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fossero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser fatte a loro, per fuggire simile male si riducevano a far leggi, ordinare punizioni a chi contraffacesse, donde venne la cognizione della giustizia».Deche,I. 2.
97.Deche,II. 23;III. 41.
97.Deche,II. 23;III. 41.
98.Vedasi in tal proposito la consultadel modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Esposto il discorso ove Camillo dittatore propone ai Romani di rovinare il Lazio affinchè più non possa ribellarsi, e si vanta di averli, colle sue vittorie, messi in grado di operare a loro arbitrio, esorta a imitar quel savissimo popolo, che diroccò una città nemica, in un’altra mandò nuovi abitanti. «Io ho sentito dire che la storia è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi: e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni; e sempre fu chi serve e chi comanda: e chi serve mal volentieri; e chi si ribella ed è represso... Dunque non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana, pigliare esempio, e imitar coloro che sono stati padroni del mondo.... Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare i cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro, che, negli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che v’assaltasse ecc.»
98.Vedasi in tal proposito la consultadel modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Esposto il discorso ove Camillo dittatore propone ai Romani di rovinare il Lazio affinchè più non possa ribellarsi, e si vanta di averli, colle sue vittorie, messi in grado di operare a loro arbitrio, esorta a imitar quel savissimo popolo, che diroccò una città nemica, in un’altra mandò nuovi abitanti. «Io ho sentito dire che la storia è la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi: e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni; e sempre fu chi serve e chi comanda: e chi serve mal volentieri; e chi si ribella ed è represso... Dunque non era male per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana, pigliare esempio, e imitar coloro che sono stati padroni del mondo.... Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare i cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tengano sotto, e non si governare in modo con loro, che, negli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che v’assaltasse ecc.»
99.È il Nardi nellaStoria di Firenze, lib.IV.
99.È il Nardi nellaStoria di Firenze, lib.IV.
100.Che quel trattato non sia di frà Paolo, ma di un bastardo di casa Canal, è asserito non dimostrato; ma all’assunto nostro poco cambia.
100.Che quel trattato non sia di frà Paolo, ma di un bastardo di casa Canal, è asserito non dimostrato; ma all’assunto nostro poco cambia.
101.Tom.I. p. 237 dell’edizione dellaSociété historique:Je veulx declarer une tromperie ou habileté, ainsi qu’on vauldra nommer, car elle fut saigement conduicte. Pag. 278:Il pourra sembler, au temps advenir, à ceulx qui verront cecy, que en ces deux princes(Luigi XI e il duca di Borgogna)n’y eut pas grand foy... mais quant on penserà aux autres princes, on trouvera ceulx cy grans, nobles et notables et le notre très-saige... je cuyde estre certain que ces deux princes y estoient tous deux en intention de tromper chascun son compaignon. Tom.II. pag. 311:Ludovic Sforce estoit homme très saige... et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.Pure Commines ammette la Provvidenza come ordinatrice delle sorti dei regni; e dice che bisogna far conoscere anche la malvagità del mondo, non per valersene, ma per guardarsene. Tom.I. pag. 237.
101.Tom.I. p. 237 dell’edizione dellaSociété historique:Je veulx declarer une tromperie ou habileté, ainsi qu’on vauldra nommer, car elle fut saigement conduicte. Pag. 278:Il pourra sembler, au temps advenir, à ceulx qui verront cecy, que en ces deux princes(Luigi XI e il duca di Borgogna)n’y eut pas grand foy... mais quant on penserà aux autres princes, on trouvera ceulx cy grans, nobles et notables et le notre très-saige... je cuyde estre certain que ces deux princes y estoient tous deux en intention de tromper chascun son compaignon. Tom.II. pag. 311:Ludovic Sforce estoit homme très saige... et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.
Pure Commines ammette la Provvidenza come ordinatrice delle sorti dei regni; e dice che bisogna far conoscere anche la malvagità del mondo, non per valersene, ma per guardarsene. Tom.I. pag. 237.
102.Parole d’uno de’ priori d’allora, partecipe dell’assassinio.
102.Parole d’uno de’ priori d’allora, partecipe dell’assassinio.
103.Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (Legat.VIII. 9) scrive:Sui propositi non est tyrannum instituere, sed arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum exhibere.Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva il libro delPrincipe: perchè egli odiando siffatti governi, avea sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro, avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè».Apologia ad Carolum cæsarem, Brescia 1774, tom.I. p. 552.
103.Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (Legat.VIII. 9) scrive:Sui propositi non est tyrannum instituere, sed arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum exhibere.Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva il libro delPrincipe: perchè egli odiando siffatti governi, avea sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro, avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè».Apologia ad Carolum cæsarem, Brescia 1774, tom.I. p. 552.
104.La notte che morì Pier Soderini,L’anima andò dell’inferno alla bocca:E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!Via di qua; vanne al limbo coi bambini.Questo motto non è tampoco originale. IlDiarium parmense, pubblicato dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore Pietro Trotti,qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali, nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus observabantur.Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli «l’universale, per conto delPrincipe, l’odiava: ai ricchi pareva che quel suoPrincipefosse stato documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».
104.
La notte che morì Pier Soderini,L’anima andò dell’inferno alla bocca:E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!Via di qua; vanne al limbo coi bambini.
La notte che morì Pier Soderini,L’anima andò dell’inferno alla bocca:E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!Via di qua; vanne al limbo coi bambini.
La notte che morì Pier Soderini,
L’anima andò dell’inferno alla bocca:
E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!
Via di qua; vanne al limbo coi bambini.
Questo motto non è tampoco originale. IlDiarium parmense, pubblicato dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore Pietro Trotti,qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali, nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus observabantur.
Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli «l’universale, per conto delPrincipe, l’odiava: ai ricchi pareva che quel suoPrincipefosse stato documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».
105.Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava ilPrincipenell’Anti-Machiavel, e dicea:Le princede Machiavel est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi. Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique, et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre regardaient la pratique. NelleMemorie dell’abate Morellet(Parigi 1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi, Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile» (De Pradt,Ambass. en Pologne). Al tempo che Napoleone era cascato di moda, fu stampatoMachiavelli commentato da Buonaparte(Parigi 1816). Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori è il signor Emiliani Giudici nella lez.XIdellaStoria delle belle lettere in Italia; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (Storia de’ municipj,I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848, neiRicordi ai giovaniscriveva: — E che mai potremmo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’ malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro delle nazioni e della propria coscienza, e dire,La nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri. Dico che la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».
105.Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava ilPrincipenell’Anti-Machiavel, e dicea:Le princede Machiavel est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi. Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique, et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre regardaient la pratique. NelleMemorie dell’abate Morellet(Parigi 1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi, Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile» (De Pradt,Ambass. en Pologne). Al tempo che Napoleone era cascato di moda, fu stampatoMachiavelli commentato da Buonaparte(Parigi 1816). Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori è il signor Emiliani Giudici nella lez.XIdellaStoria delle belle lettere in Italia; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (Storia de’ municipj,I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848, neiRicordi ai giovaniscriveva: — E che mai potremmo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’ malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro delle nazioni e della propria coscienza, e dire,La nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri. Dico che la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».
106.— Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi, salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono».Commines.
106.— Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi, salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono».Commines.
107.Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti.Varchi,Storie,IV.
107.Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti.Varchi,Storie,IV.
108.L’Algarotti s’impenna contro chi non crede il Machiavelli gran mastro di guerra: ma in fatti non diede di nuovo che lo strano pensiero di far la fossa dietro la mura; certe arme sue sconvengono affatto; la sua proposta di reclutare la fanteria nelle campagne, la cavalleria in città, è una rimembranza di Atene; ma se ivi era conforme alla costituzione, fra noi mancava di significato. Quelle sue asserzioni sul poco sangue che si versava delle battaglie, sono per lo meno esagerate: alla Molinella dice che morì nessuno, mentre il Sabellico chiama quella battaglia sanguinosa molto; a quella d’Anghiari, ch’egli dà per incruenta, il Graziani nellaCronaca peruginadice perì molta gente; e il Biondo, contemporaneo e segretario del papa, asserisce che dei ducheschi sessanta perirono, quattrocento furono feriti: di quei della lega ducento morti nella mischia e dieci dopo, e seicento feriti. L’opinione della superiorità della fanteria già era abbastanza comune; e Daniello de Ludovisi, nellaRelazione dell’impero ottomanoal senato veneto il 3 giugno 1534, dice: — Le armi in ogni tempo sono state meglio e più utilmente adoperate dalle fanterie che da’ cavalli: e questo si è in diversi tempi e luoghi conosciuto e massimamente nei Romani. E se nei tempi più propinqui ai nostri sono state in Italia le genti d’arme in reputazione, questo è proceduto dal mal animo e dalla trista volontà dei condottieri, li quali deprimendo le fanterie e privando li principi della buona gente, tiravano nelle genti d’arme loro tutta la reputazione per farsi arbitri d’Italia; e ciò fu con rovina e desolazione, e in buona parte con servitù di quella».
108.L’Algarotti s’impenna contro chi non crede il Machiavelli gran mastro di guerra: ma in fatti non diede di nuovo che lo strano pensiero di far la fossa dietro la mura; certe arme sue sconvengono affatto; la sua proposta di reclutare la fanteria nelle campagne, la cavalleria in città, è una rimembranza di Atene; ma se ivi era conforme alla costituzione, fra noi mancava di significato. Quelle sue asserzioni sul poco sangue che si versava delle battaglie, sono per lo meno esagerate: alla Molinella dice che morì nessuno, mentre il Sabellico chiama quella battaglia sanguinosa molto; a quella d’Anghiari, ch’egli dà per incruenta, il Graziani nellaCronaca peruginadice perì molta gente; e il Biondo, contemporaneo e segretario del papa, asserisce che dei ducheschi sessanta perirono, quattrocento furono feriti: di quei della lega ducento morti nella mischia e dieci dopo, e seicento feriti. L’opinione della superiorità della fanteria già era abbastanza comune; e Daniello de Ludovisi, nellaRelazione dell’impero ottomanoal senato veneto il 3 giugno 1534, dice: — Le armi in ogni tempo sono state meglio e più utilmente adoperate dalle fanterie che da’ cavalli: e questo si è in diversi tempi e luoghi conosciuto e massimamente nei Romani. E se nei tempi più propinqui ai nostri sono state in Italia le genti d’arme in reputazione, questo è proceduto dal mal animo e dalla trista volontà dei condottieri, li quali deprimendo le fanterie e privando li principi della buona gente, tiravano nelle genti d’arme loro tutta la reputazione per farsi arbitri d’Italia; e ciò fu con rovina e desolazione, e in buona parte con servitù di quella».
109.Giovanni d’Autun.
109.Giovanni d’Autun.
110.L’atto dell’elezione di Paolo da Novi porta:Cum ab aliquo tempore citra, civitas januensis seditione civili vexata fuerit, quæ inter nobiles et populares defectu justitia orta est, ita ut in maximo discrimine existeret, et considerans populus januensis necessarium esse saluti reipublicæ consulere, amota vivendi forma sub factionum rectoribus, qui solent unum favere, alterum vero opprimere; et animadvertens sanum, sanctumque ac salubre consilium ad dignitatem ducalem Januæ promovere virum gravem, integrum et Deum timentem, cujus providentia, prudentia, experientia et consiliis possint omnes Januenses sub protectione sua in pace et sine stimulis vivere; considerata virtute, prudentia ac probitate illustrissimi domini Pauli de Novis, cujus gratia facit ut ab omnibus ametur et observetur; idcirco Dei nutu et voluntate, acclamant toto populo januense etc.... Cum primum omnipotenti Deo placuerit ut arx Casteleti ad manus nostras deveniat, eam pro libertate et gloriam nominis januensis dirui faciet....
110.L’atto dell’elezione di Paolo da Novi porta:Cum ab aliquo tempore citra, civitas januensis seditione civili vexata fuerit, quæ inter nobiles et populares defectu justitia orta est, ita ut in maximo discrimine existeret, et considerans populus januensis necessarium esse saluti reipublicæ consulere, amota vivendi forma sub factionum rectoribus, qui solent unum favere, alterum vero opprimere; et animadvertens sanum, sanctumque ac salubre consilium ad dignitatem ducalem Januæ promovere virum gravem, integrum et Deum timentem, cujus providentia, prudentia, experientia et consiliis possint omnes Januenses sub protectione sua in pace et sine stimulis vivere; considerata virtute, prudentia ac probitate illustrissimi domini Pauli de Novis, cujus gratia facit ut ab omnibus ametur et observetur; idcirco Dei nutu et voluntate, acclamant toto populo januense etc.... Cum primum omnipotenti Deo placuerit ut arx Casteleti ad manus nostras deveniat, eam pro libertate et gloriam nominis januensis dirui faciet....
111.Scipione Ammirato,Storie fiorentine, lib.XXVIII.
111.Scipione Ammirato,Storie fiorentine, lib.XXVIII.
112.«Il re ha usato dire ad uomo che non dice bugie: — L’imperatore mi ha ricerco di dividermi seco l’Italia; io non l’ho mai voluto consentire, ma il papa a questa volta mi necessita a farlo».Machiavelli,Legazione9 agosto 1510.
112.«Il re ha usato dire ad uomo che non dice bugie: — L’imperatore mi ha ricerco di dividermi seco l’Italia; io non l’ho mai voluto consentire, ma il papa a questa volta mi necessita a farlo».Machiavelli,Legazione9 agosto 1510.
113.Della sfida di Barletta una nuova descrizione fu pubblicata dal Maj nel vol.VIIIdelloSpicilegium romanum, in lettera di Antonio Galateo contemporaneo: ed ivi pure trovasi descritta nellaVita del Gran Consalvo, per G. Cesare Capacio.
113.Della sfida di Barletta una nuova descrizione fu pubblicata dal Maj nel vol.VIIIdelloSpicilegium romanum, in lettera di Antonio Galateo contemporaneo: ed ivi pure trovasi descritta nellaVita del Gran Consalvo, per G. Cesare Capacio.
114.Giacchè nol crediamo inventore, come si asserisce comunemente. Filippo di Mezières, nato in Picardia nel 1312, guerriero alcun tempo in Sicilia, poi canonico di Amiens, fece il viaggio di Terrasanta, dal re di Cipro fu preso cancelliere, poi consigliere da Carlo V di Francia, infine si ritirò ne’ Celestini, dove morì il 1405. Fra altre sue opere rimaste manoscritte n’è una intitolataNova religio militiæ passionis J. C. pro acquisitione sanctæ civitatis Jerusalem et Terræsanctæ, che sono gli statuti di un Ordine ch’egli divisava pel ricupero de’ santi luoghi. Un capitolo è intitolato,De diversitate multiplici ingeniorum ad obsidendum civitates, castra et fortalicia inimicorum fidei, super faciem terræ in aqua, in aere etsubtus terram, tam in ingeniis virtute propria et artificiali lapides projicientibus, quam ingeniisvirtute pulveriset ignis projicientibus. Qui si troverebbe la polvere adoprata già a bombardamenti e a mine avanti il 400.Poi nel 1403 un Pisano fuoruscito avvertì i Fiorentini d’una porta disusata ch’era nella mura della sua patria, murata dai due lati; e Domenico di Firenze ingegnere propose d’empirla di polvere, la quale scoppiando aprirebbe una breccia. I Pisani n’ebber fumo, e vi ripararono.Cornazzano poeta milanese verso il 1480 cantava:Chi li muraglie ruinar sol cura,Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,E li sospende con intravatura.Poichè gran parte in su colonne messe,Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:Cascan le mura allor sbandate e fesse.Qui non si parla che delle mine all’antica; ma delle moderne discorrono a lungo Francesco Martini e Leonardo da Vinci. I Genovesi nel 1487, assediando il forte di Sarzanello tenuto dai Fiorentini, le adoprarono; e Pietro Navarro che colà militava, potè vedere quest’artifizio. La mina del Castel dell’Ovo di Napoli, che diè tanta fama al Navarro, sembra per molti argomenti dovuta al suddetto Martini.
114.Giacchè nol crediamo inventore, come si asserisce comunemente. Filippo di Mezières, nato in Picardia nel 1312, guerriero alcun tempo in Sicilia, poi canonico di Amiens, fece il viaggio di Terrasanta, dal re di Cipro fu preso cancelliere, poi consigliere da Carlo V di Francia, infine si ritirò ne’ Celestini, dove morì il 1405. Fra altre sue opere rimaste manoscritte n’è una intitolataNova religio militiæ passionis J. C. pro acquisitione sanctæ civitatis Jerusalem et Terræsanctæ, che sono gli statuti di un Ordine ch’egli divisava pel ricupero de’ santi luoghi. Un capitolo è intitolato,De diversitate multiplici ingeniorum ad obsidendum civitates, castra et fortalicia inimicorum fidei, super faciem terræ in aqua, in aere etsubtus terram, tam in ingeniis virtute propria et artificiali lapides projicientibus, quam ingeniisvirtute pulveriset ignis projicientibus. Qui si troverebbe la polvere adoprata già a bombardamenti e a mine avanti il 400.
Poi nel 1403 un Pisano fuoruscito avvertì i Fiorentini d’una porta disusata ch’era nella mura della sua patria, murata dai due lati; e Domenico di Firenze ingegnere propose d’empirla di polvere, la quale scoppiando aprirebbe una breccia. I Pisani n’ebber fumo, e vi ripararono.
Cornazzano poeta milanese verso il 1480 cantava:
Chi li muraglie ruinar sol cura,Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,E li sospende con intravatura.Poichè gran parte in su colonne messe,Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:Cascan le mura allor sbandate e fesse.
Chi li muraglie ruinar sol cura,Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,E li sospende con intravatura.Poichè gran parte in su colonne messe,Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:Cascan le mura allor sbandate e fesse.
Chi li muraglie ruinar sol cura,
Cava fin sotto a’ fondamenti d’esse,
E li sospende con intravatura.
Poichè gran parte in su colonne messe,
Dà sotto travi fuoco, e lui fuor viene:
Cascan le mura allor sbandate e fesse.
Qui non si parla che delle mine all’antica; ma delle moderne discorrono a lungo Francesco Martini e Leonardo da Vinci. I Genovesi nel 1487, assediando il forte di Sarzanello tenuto dai Fiorentini, le adoprarono; e Pietro Navarro che colà militava, potè vedere quest’artifizio. La mina del Castel dell’Ovo di Napoli, che diè tanta fama al Navarro, sembra per molti argomenti dovuta al suddetto Martini.
115.Bembo,Storia veneziana, lib.V. p.III;Raynaldi,Annal. eccles.ad 1500, § 22.
115.Bembo,Storia veneziana, lib.V. p.III;Raynaldi,Annal. eccles.ad 1500, § 22.
116.La nobiltà di Venezia non proveniva da feudi, eppur era la più ambita. Negli ultimi tempi il popolo vi distingueva i dodici apostoli e i quattro evangelisti. I primi erano le case elettorali vecchie: Contarini ch’ebbero otto dogi, Morosini che n’ebbero quattro, Michiel che tre, Badoer, Sanudo, Gradenigo, Falier, Dandolo, Manin, Tiepolo, Bolani, Barozzi. I quattro evangelisti erano Giustiniani, Bragadin, Bembo, Corner. Aggiungansi le famiglie tribunizie dei Dolfin, Quirini, Ziani, ecc.
116.La nobiltà di Venezia non proveniva da feudi, eppur era la più ambita. Negli ultimi tempi il popolo vi distingueva i dodici apostoli e i quattro evangelisti. I primi erano le case elettorali vecchie: Contarini ch’ebbero otto dogi, Morosini che n’ebbero quattro, Michiel che tre, Badoer, Sanudo, Gradenigo, Falier, Dandolo, Manin, Tiepolo, Bolani, Barozzi. I quattro evangelisti erano Giustiniani, Bragadin, Bembo, Corner. Aggiungansi le famiglie tribunizie dei Dolfin, Quirini, Ziani, ecc.
117.Lib.VII. c. 45. — Nel 1855 per nozze fu stampato a Milano ilViaggio di Pietro Casola a Gerusalemme, scritto nel 1494. Questo pio prete milanese dovendo indugiarsi a Venezia per attendere l’imbarco, «acciò per tedio non gli venisse voglia de tornare indietro come feceno li fioli de Israel», cominciò a visitarne le rarità e le bellezze, e le descrive con una ammirazione così dabbene, che incanta.
117.Lib.VII. c. 45. — Nel 1855 per nozze fu stampato a Milano ilViaggio di Pietro Casola a Gerusalemme, scritto nel 1494. Questo pio prete milanese dovendo indugiarsi a Venezia per attendere l’imbarco, «acciò per tedio non gli venisse voglia de tornare indietro come feceno li fioli de Israel», cominciò a visitarne le rarità e le bellezze, e le descrive con una ammirazione così dabbene, che incanta.
118.Il ducato, marchesato e contado di Trento fa donato dall’imperatore Corrado il Salico nel 1027 al vescovo Voldarico, onde i vescovi furon anche principi sino al 1802: nel 1182 il vescovo Salomone vi ottenne il diritto di zecca. Però i Veneziani possedevano il castello di Lizzana, Roveredo ed altre terre della val Lagarina per testamento di Guglielmo di Castelbarco del 1416: nel 1440 tolsero a forza Penede e Torbolo ai d’Arco, e Riva di Trento al vescovo, che tennero fin nel 1509, quando gl’Imperiali la ripresero.
118.Il ducato, marchesato e contado di Trento fa donato dall’imperatore Corrado il Salico nel 1027 al vescovo Voldarico, onde i vescovi furon anche principi sino al 1802: nel 1182 il vescovo Salomone vi ottenne il diritto di zecca. Però i Veneziani possedevano il castello di Lizzana, Roveredo ed altre terre della val Lagarina per testamento di Guglielmo di Castelbarco del 1416: nel 1440 tolsero a forza Penede e Torbolo ai d’Arco, e Riva di Trento al vescovo, che tennero fin nel 1509, quando gl’Imperiali la ripresero.
119.Anche durante il dominio veneto, si conservarono a Cividal del Friuli alcune costumanze, che attestavano l’antica giurisdizione sì del patriarca, sì del capitolo. Esso patriarca, nella prima sua entrata, veniva investito colla spada dal decano del capitolo: all’Epifania il diacono ascendeva a cantare il vangelo, con elmo dorato in testa e pennacchio bianco e rosso, e colla spada nuda dorata nella destra, nella sinistra l’evangelo: alla festa della Purificazione un canonico recitava tutti i nomi dei patriarchi cominciando da san Marco, e il gastaldo della repubblica veneta saliva al coro a offrir alcuni denari, e riceveva una candela.Relazionedel provveditor Balbi nel 1637, nelleMonografie friulane.
119.Anche durante il dominio veneto, si conservarono a Cividal del Friuli alcune costumanze, che attestavano l’antica giurisdizione sì del patriarca, sì del capitolo. Esso patriarca, nella prima sua entrata, veniva investito colla spada dal decano del capitolo: all’Epifania il diacono ascendeva a cantare il vangelo, con elmo dorato in testa e pennacchio bianco e rosso, e colla spada nuda dorata nella destra, nella sinistra l’evangelo: alla festa della Purificazione un canonico recitava tutti i nomi dei patriarchi cominciando da san Marco, e il gastaldo della repubblica veneta saliva al coro a offrir alcuni denari, e riceveva una candela.Relazionedel provveditor Balbi nel 1637, nelleMonografie friulane.
120.All’Alviano la Serenissima infeudò Pordenone, il 1508 20 giugno,pro se et heredibus suis masculis legitime descendentibus, cum mero et mixto imperio, cum reservatione statutorum, consuetudinum et privilegiorum hactenus servatorum ipsi communitati, et civibus prædicti loci, cum recognitione dominio nostro cerei singulo quoque anno dando in festo sancti Marci, cum obligatione salis, et quod ibi stare non possit aliquis qui stare non possit in terris dominii nostri. Item quod dominium nostrum possit accipere vastatores, currus et cornetas, prout ab aliis, sicut semper est solitum servari in locis datis in phœudum per dominium nostrum.
120.All’Alviano la Serenissima infeudò Pordenone, il 1508 20 giugno,pro se et heredibus suis masculis legitime descendentibus, cum mero et mixto imperio, cum reservatione statutorum, consuetudinum et privilegiorum hactenus servatorum ipsi communitati, et civibus prædicti loci, cum recognitione dominio nostro cerei singulo quoque anno dando in festo sancti Marci, cum obligatione salis, et quod ibi stare non possit aliquis qui stare non possit in terris dominii nostri. Item quod dominium nostrum possit accipere vastatores, currus et cornetas, prout ab aliis, sicut semper est solitum servari in locis datis in phœudum per dominium nostrum.
121.Relazionedi Giovanni Corner del 1569.
121.Relazionedi Giovanni Corner del 1569.
122.Gli eventi della lega di Cambrai sono narrati a minutissimo da storici famosi, quali il Paruta, il Giustiniani, il Barbaro, e fra i moderni principalmente da Giambattista Dubos,Histoire de la ligue de Cambray, tutta in onore di Luigi XII e vitupero di papa Giulio II. Meglio la ritraggono le moltissime cronache e relazioni contemporanee.
122.Gli eventi della lega di Cambrai sono narrati a minutissimo da storici famosi, quali il Paruta, il Giustiniani, il Barbaro, e fra i moderni principalmente da Giambattista Dubos,Histoire de la ligue de Cambray, tutta in onore di Luigi XII e vitupero di papa Giulio II. Meglio la ritraggono le moltissime cronache e relazioni contemporanee.
123.È curioso che i paesi che doveva appropriarsi Massimiliano, son quelli stessi che l’Austria ottenne nel trattato di Campoformio; come egli già trattava collo czar di Moscovia per uno spartimento della Polonia.
123.È curioso che i paesi che doveva appropriarsi Massimiliano, son quelli stessi che l’Austria ottenne nel trattato di Campoformio; come egli già trattava collo czar di Moscovia per uno spartimento della Polonia.
124.La festa dell’Ascensione, la maggiore solennità veneta.
124.La festa dell’Ascensione, la maggiore solennità veneta.
125.Che dispensasse i sudditi della Terraferma dal giuramento è asserito da tutti, ma non ne trovo vestigio negli atti uffiziali, e repugna anzi con alcuni di essi, per es., colle punizioni inflitte a chi favorì lo straniero.
125.Che dispensasse i sudditi della Terraferma dal giuramento è asserito da tutti, ma non ne trovo vestigio negli atti uffiziali, e repugna anzi con alcuni di essi, per es., colle punizioni inflitte a chi favorì lo straniero.
126.NellaLegazione a Mantova.
126.NellaLegazione a Mantova.
127.La storia di questa cittaduccia, importante come tutte quelle del Friuli, può in parte raccogliersi dalDerossi,Mon. eccles. aquilejensis, e dalFlorio,Discorso preliminare alla vita del beato Bertrando patriarca. Essa città aveva avuto, al solito, il consiglio maggiore di famiglie patrizie; il piccolo, composto del podestà e cinque consoli; e un sindacato di cento capifamiglia. Ogni anno in San Giorgio congregavasi l’arrengo, cioè il consiglio generale, ed eleggeva a voti i magistrati del Comune; ma le cariche principali spettavano ai nobili. Sotto i Veneti il capitano presedeva; il consiglio maggiore fu ristretto in venticinque famiglie; due provveditori tenean luogo del podestà e del sindaco, ma continuavano il sindacato popolare e l’arrengo. Il Comune aveva giurisdizione civile e criminale con mero e misto imperio sulla città e territorio; la civile esercitavasi dal Consiglio, la criminale minore dal capitano, la maggiore dai tribunali veneti.
127.La storia di questa cittaduccia, importante come tutte quelle del Friuli, può in parte raccogliersi dalDerossi,Mon. eccles. aquilejensis, e dalFlorio,Discorso preliminare alla vita del beato Bertrando patriarca. Essa città aveva avuto, al solito, il consiglio maggiore di famiglie patrizie; il piccolo, composto del podestà e cinque consoli; e un sindacato di cento capifamiglia. Ogni anno in San Giorgio congregavasi l’arrengo, cioè il consiglio generale, ed eleggeva a voti i magistrati del Comune; ma le cariche principali spettavano ai nobili. Sotto i Veneti il capitano presedeva; il consiglio maggiore fu ristretto in venticinque famiglie; due provveditori tenean luogo del podestà e del sindaco, ma continuavano il sindacato popolare e l’arrengo. Il Comune aveva giurisdizione civile e criminale con mero e misto imperio sulla città e territorio; la civile esercitavasi dal Consiglio, la criminale minore dal capitano, la maggiore dai tribunali veneti.
128.Su questi Tedeschi sporadici moltissimo si scrisse. Il consigliere Bergmann, nell’introduzione alDizionario cimbricodi Schmeller, morto nel 1852, espone le varie opinioni sull’origine loro. V’è chi li crede avanzo degli antichi Reti, chi de’ Cimri sconfitti da Mario (t. 1, cap.XX), chi Alemanni quivi stanziati al tempo d’Onorio, chi Goti, chi seguaci de’ Carolingi o degli Ottoni. Infatti la prima loro venuta in que’ paesi pare fosse quando Ottone I nell’872 donò al vescovo Abramo di Frisinga molto paese attorno a Castelfranco, a Godego, e più addentro in que’ monti, dove s’erano stabiliti molti Tedeschi. Ezelino da Romano dovette condurne altri, ed Ezelino IV verso il 1250 teneva un uffiziale (amtmann) a Rozzo, uno de’ sette Comuni. Tedeschi di Pergine nel Tirolo e della vicina val Cembra, la quale sol più tardi s’italianizzò, vennero nelXIIsecolo a cercare fra i monti vicentini sicurezza dall’oppressione del balivo Guidobaldo, e forse vi portarono anche il nome di Cimbri. Certo in antico son nominati teutonici, e la loro lingua è un dialetto simile al tirolese-bavaro delXIIIsecolo, per attestazione del suddetto Schmeller. Da principio il paese era a dominio dei monasteri d’Oliero e di San Floriano, dei Ponzi di Breganze, del Comune di Vicenza e d’altri signorotti; quindi passò agli Scaligeri, coi privilegi che godettero poi sempre; indi ai Visconti di Milano fino al 1404, quando vennero alla repubblica di Venezia, che diè loro il titolo di Fedeli, e alla quale contribuivano in occasione di guerra quattrocento lire e sette arcieri, oltre l’obbligo di custodire i passi dal Tirolo al Veneto; del resto esenti da prestazioni personali, da dazj, da dogane, ecc.
128.Su questi Tedeschi sporadici moltissimo si scrisse. Il consigliere Bergmann, nell’introduzione alDizionario cimbricodi Schmeller, morto nel 1852, espone le varie opinioni sull’origine loro. V’è chi li crede avanzo degli antichi Reti, chi de’ Cimri sconfitti da Mario (t. 1, cap.XX), chi Alemanni quivi stanziati al tempo d’Onorio, chi Goti, chi seguaci de’ Carolingi o degli Ottoni. Infatti la prima loro venuta in que’ paesi pare fosse quando Ottone I nell’872 donò al vescovo Abramo di Frisinga molto paese attorno a Castelfranco, a Godego, e più addentro in que’ monti, dove s’erano stabiliti molti Tedeschi. Ezelino da Romano dovette condurne altri, ed Ezelino IV verso il 1250 teneva un uffiziale (amtmann) a Rozzo, uno de’ sette Comuni. Tedeschi di Pergine nel Tirolo e della vicina val Cembra, la quale sol più tardi s’italianizzò, vennero nelXIIsecolo a cercare fra i monti vicentini sicurezza dall’oppressione del balivo Guidobaldo, e forse vi portarono anche il nome di Cimbri. Certo in antico son nominati teutonici, e la loro lingua è un dialetto simile al tirolese-bavaro delXIIIsecolo, per attestazione del suddetto Schmeller. Da principio il paese era a dominio dei monasteri d’Oliero e di San Floriano, dei Ponzi di Breganze, del Comune di Vicenza e d’altri signorotti; quindi passò agli Scaligeri, coi privilegi che godettero poi sempre; indi ai Visconti di Milano fino al 1404, quando vennero alla repubblica di Venezia, che diè loro il titolo di Fedeli, e alla quale contribuivano in occasione di guerra quattrocento lire e sette arcieri, oltre l’obbligo di custodire i passi dal Tirolo al Veneto; del resto esenti da prestazioni personali, da dazj, da dogane, ecc.
129.Vedi leLettere storichedel Da Porto.
129.Vedi leLettere storichedel Da Porto.
130.Gratarolo,Storia della riviera di Salò.
130.Gratarolo,Storia della riviera di Salò.
131.Il 17 luglio 1509, festa di santa Marina, in cui Padova fu ricuperata, restò sempre feriato a Venezia: il doge andava alla chiesa di questa santa, e vi si esponeva un vessillo coll’iscrizione:Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem,Præsidii memores, diva Marina, tui.
131.Il 17 luglio 1509, festa di santa Marina, in cui Padova fu ricuperata, restò sempre feriato a Venezia: il doge andava alla chiesa di questa santa, e vi si esponeva un vessillo coll’iscrizione:
Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem,Præsidii memores, diva Marina, tui.
Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem,Præsidii memores, diva Marina, tui.
Hanc tibi debemus trojani Antenoris urbem,
Præsidii memores, diva Marina, tui.
132.«Dio volesse fusse sta fatto l’accordo che io voleva far, se intrava Savio ai Ordeni, di mandar a tor cinque over seimila Turchi, e mandar secretario over ambasciatore al Turco! ma ora è tardi».Marin Sanuto, al 17 maggio 1509.
132.«Dio volesse fusse sta fatto l’accordo che io voleva far, se intrava Savio ai Ordeni, di mandar a tor cinque over seimila Turchi, e mandar secretario over ambasciatore al Turco! ma ora è tardi».Marin Sanuto, al 17 maggio 1509.
133.Il Guicciardini mette in bocca al Giustinian un’orazione delle sue solite, che pretende aver tradotta dall’originale latino. Sì abjetto n’è il senso, che i Veneziani l’impugnano come calunniosa; e robuste ragioni vi opposero molti di essi e Rafael della Torre, Teodoro Gransvinckel e altri; mentre la sostengono vera il cardinal della Cueva, il Caringio, Goldast nellaPolitica imperialis, ed altri.
133.Il Guicciardini mette in bocca al Giustinian un’orazione delle sue solite, che pretende aver tradotta dall’originale latino. Sì abjetto n’è il senso, che i Veneziani l’impugnano come calunniosa; e robuste ragioni vi opposero molti di essi e Rafael della Torre, Teodoro Gransvinckel e altri; mentre la sostengono vera il cardinal della Cueva, il Caringio, Goldast nellaPolitica imperialis, ed altri.
134.Fleurange,Mémoires, tom.XVI, p. 63.
134.Fleurange,Mémoires, tom.XVI, p. 63.
135.Pense l’empereur que ce soit chose raisonnable de mettre tant de noblesse en péril et hasart avecques des pietons, dont l’ung est cordonnier, l’autre mareschal, l’autre boulengier, et gens mecaniques, qui n’ont leur honneur en si grosse recommandation que gentils hommes! c’est trop regarder petitement, sauf sa grace à luy.Quest’assedio è descritto alla distesa nell’Histoire du bon chevalier, cioè Bajardo:Desja etait bruist par tout le camp, que l’on donneroit l’assault à la ville sur le midy, ou peu après. Lors eussiez vue une chose merveilleuse; car les prestres estoient retenuz à poix d’or à confesser, pource que chascun se vouloit mettre en bon estat; et y avoit plusieurs gens d’armes qui leur bailloient leur bourse à garder; et pour cela ne fault faire nulle doucte que messeigneurs les curez n’eussent bien voulu que ceulx, dont ils avoient l’argent en garde, feussent demourés à l’assault. D’une chose veulx bien adviser ceulx qui lysent ceste histoire; que cinq cens ans avoit qu’en camp de prince ne fut vu autant d’argent qu’il y en avoit là; et n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bleds, soyes à filer, et autres ustensilles; de sorte que audit Padouan fut porté dommage de deux millions d’escus, qu’en meubles, qu’en maisons et palais bruslez et detruitz.
135.Pense l’empereur que ce soit chose raisonnable de mettre tant de noblesse en péril et hasart avecques des pietons, dont l’ung est cordonnier, l’autre mareschal, l’autre boulengier, et gens mecaniques, qui n’ont leur honneur en si grosse recommandation que gentils hommes! c’est trop regarder petitement, sauf sa grace à luy.
Quest’assedio è descritto alla distesa nell’Histoire du bon chevalier, cioè Bajardo:Desja etait bruist par tout le camp, que l’on donneroit l’assault à la ville sur le midy, ou peu après. Lors eussiez vue une chose merveilleuse; car les prestres estoient retenuz à poix d’or à confesser, pource que chascun se vouloit mettre en bon estat; et y avoit plusieurs gens d’armes qui leur bailloient leur bourse à garder; et pour cela ne fault faire nulle doucte que messeigneurs les curez n’eussent bien voulu que ceulx, dont ils avoient l’argent en garde, feussent demourés à l’assault. D’une chose veulx bien adviser ceulx qui lysent ceste histoire; que cinq cens ans avoit qu’en camp de prince ne fut vu autant d’argent qu’il y en avoit là; et n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bleds, soyes à filer, et autres ustensilles; de sorte que audit Padouan fut porté dommage de deux millions d’escus, qu’en meubles, qu’en maisons et palais bruslez et detruitz.
136.— Il modo della benedizione fu così: Eran cinque ambasciadori veneziani, i quali, dopo l’accordo, innanti al papa se inginogiarno, e tre volte in pubblico sotto a lo antiportico di San Pietro in Roma andarno a basiare prima el piede, poi la mano, ultimamente l’osculo; indi furono aperte le cinque porte di San Pietro, e drieto a cardinali alla messa papale entrarno egli poi, e da esso al finir della messa benedicti furno».Prato,Cronaca milanese.
136.— Il modo della benedizione fu così: Eran cinque ambasciadori veneziani, i quali, dopo l’accordo, innanti al papa se inginogiarno, e tre volte in pubblico sotto a lo antiportico di San Pietro in Roma andarno a basiare prima el piede, poi la mano, ultimamente l’osculo; indi furono aperte le cinque porte di San Pietro, e drieto a cardinali alla messa papale entrarno egli poi, e da esso al finir della messa benedicti furno».Prato,Cronaca milanese.
137.Muratori,Antichità estensi.
137.Muratori,Antichità estensi.
138.Così un Nassino, suo fidato.
138.Così un Nassino, suo fidato.
139.Merita esser letto ilRacconto di Gian Giacomo Martinengo, pubblicato dietro allaStoria di Milanodel Rosmini. Egli divisa tutti i mezzi de’ congiurati, la loro fiducia sopra mille accidenti, che teneano per infallibili e che uscirono al contrario, e che egli, secondo il solito, imputa a tradimento. Fra altri, don Raimondo Cardona doveva impedire a’ Francesi di abbandonar Bologna, intanto che i Bresciani coi Veneti, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri avrebbero occupato gran parte del Milanese. Ma egli si lasciò corrompere da trentamila scudi, numeratigli dal Foix. Vivissime sono le particolarità di quel racconto, che finisce con queste parole: — Ora, figliuoli miei carissimi e discendenti, io ve raccomando per l’obbedienza che siete tenuti portarmi, che mai in alcun tempo facciate come ho fatto io in questo, a metter la vita e la roba in servizio de’ principi, perchè con essi si ha a perder molto e a guadagnar poco; perchè li principi sono liberalissimi rimuneratori a parole, ma de’ fatti sono avarissimi; e se non obbedirete a’ miei comandamenti, ve ne troverete malcontenti».Fu notato un bizzarro riscontro fra l’impresa di Gastone e quella de’ Tedeschi nel 1849 contro Brescia stessa. La parte di Bajardo sarebbe rappresentata dal giovane Nugent, il quale avanzandosi per calmare, restò ferito a morte; testando beneficò la città stessa, che sulla sua tomba scrisse,Oltre il rogo non vive ira nemica.
139.Merita esser letto ilRacconto di Gian Giacomo Martinengo, pubblicato dietro allaStoria di Milanodel Rosmini. Egli divisa tutti i mezzi de’ congiurati, la loro fiducia sopra mille accidenti, che teneano per infallibili e che uscirono al contrario, e che egli, secondo il solito, imputa a tradimento. Fra altri, don Raimondo Cardona doveva impedire a’ Francesi di abbandonar Bologna, intanto che i Bresciani coi Veneti, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri avrebbero occupato gran parte del Milanese. Ma egli si lasciò corrompere da trentamila scudi, numeratigli dal Foix. Vivissime sono le particolarità di quel racconto, che finisce con queste parole: — Ora, figliuoli miei carissimi e discendenti, io ve raccomando per l’obbedienza che siete tenuti portarmi, che mai in alcun tempo facciate come ho fatto io in questo, a metter la vita e la roba in servizio de’ principi, perchè con essi si ha a perder molto e a guadagnar poco; perchè li principi sono liberalissimi rimuneratori a parole, ma de’ fatti sono avarissimi; e se non obbedirete a’ miei comandamenti, ve ne troverete malcontenti».
Fu notato un bizzarro riscontro fra l’impresa di Gastone e quella de’ Tedeschi nel 1849 contro Brescia stessa. La parte di Bajardo sarebbe rappresentata dal giovane Nugent, il quale avanzandosi per calmare, restò ferito a morte; testando beneficò la città stessa, che sulla sua tomba scrisse,Oltre il rogo non vive ira nemica.
140.Machiavelli,Della natura de’ Francesi.
140.Machiavelli,Della natura de’ Francesi.
141.Il cardinale d’Amboise confessò al re, che da alquanti anni riceveva la provvigione di cinquanta mila ducati da varj principi e repubbliche d’Italia, e trentamila dalla sola Firenze.
141.Il cardinale d’Amboise confessò al re, che da alquanti anni riceveva la provvigione di cinquanta mila ducati da varj principi e repubbliche d’Italia, e trentamila dalla sola Firenze.
142.Lo nega il Guicciardini per adulare ai Medici. — Tre descrizioni di quel sacco si stamparono nell’Archivio storico italiano, vol.I, 1842; e le immanità degli Spagnuoli trascendono l’immaginazione. «Dove io non voglio mancar di raccontare duoi esempj molto notabili, l’uno per la conservazione della castità, e l’altro per la vendetta della perduta pudicizia. Era campata dalla morte una donna vecchia, la quale essendo stata presa nella propria casa, serviva a’ comandamenti e servigi de’ vincitori. Costei in quel primo tumulto e furore aveva nascosto una pulzella sua nipote in un luogo segretissimo, e in quello nascosamente la cibava, per salvarla dall’insolenza de’ nemici. I quali nondimeno, essendosi accorti di ciò, e avendo ritrovato il luogo, ne trassero l’infelice fanciulla, la quale piangendo e piena di dolore era accarezzata e consolata dai detti soldati; ma ella, raccomandandosi e dissimulando quanto più poteva la grandezza del dolore, e accostandosi poco a poco ad un balcone, di subito con un salto inaspettatamente si gettò a terra di quello, e così coll’acerbo rimedio della morte provvide alla conservazione della castità. Un’altra giovanetta, il marito della quale era rimaso ancora nelle mani de’ nimici perchè pagasse la taglia, ne fu menata da un uomo d’arme spagnuolo, e tenuta poi più tempo a’ suoi servigi, menandosela per tutto dietro, vestita a guisa di ragazzo. E così, avendo consumato lo spazio di sette anni nelle guerre di Lombardia, secondo che gli fu poi di bisogno si condusse nella città di Parma; dove dimorando la giovane, e conoscendosi esser vicina alla Toscana, pensò di liberarsi, con giusta vendetta della sua perduta pudicizia, da tanto vergognosa servitù; e così una notte quando tempo le parve, giacendo a lato del suo padrone, mentre egli era oppresso dalla gravezza del sonno, gli segò la gola, e pigliando tutti i denari e gioje e ricchezze di lui, delle quali essa medesima era guardiana, e appresso montata sopra uno de’ migliori cavalli ch’egli avesse, passati i vicini monti, se ne scese in Toscana. E arrivata in Prato, e giunta alla bottega del marito, che bottajo era, standosi ancora essa a cavallo, chiamandolo per nome disse: — Conoscimi tu?» E quegli, avendola riconosciuta, si volle accostare a lei e accarezzarla; ma ella con voce libera gli disse: — Marito mio, stammi lontano; o tu risolvi e promettimi di ricevermi e trattarmi per l’avvenire come tua carissima moglie con questa sopraddote di cinquecento fiorini d’oro che io ti reco in ricompensa della mia violentemente perduta pudicizia». Onde dal marito ella fu ricevuta amorevolmente, e da tutte le donne pratesi sempre poi molto onorata e accarezzata, come se con questo suo generoso atto avesse anche parimente vendicato l’ingiuria della loro violata pudicizia».Jacopo Nardi.
142.Lo nega il Guicciardini per adulare ai Medici. — Tre descrizioni di quel sacco si stamparono nell’Archivio storico italiano, vol.I, 1842; e le immanità degli Spagnuoli trascendono l’immaginazione. «Dove io non voglio mancar di raccontare duoi esempj molto notabili, l’uno per la conservazione della castità, e l’altro per la vendetta della perduta pudicizia. Era campata dalla morte una donna vecchia, la quale essendo stata presa nella propria casa, serviva a’ comandamenti e servigi de’ vincitori. Costei in quel primo tumulto e furore aveva nascosto una pulzella sua nipote in un luogo segretissimo, e in quello nascosamente la cibava, per salvarla dall’insolenza de’ nemici. I quali nondimeno, essendosi accorti di ciò, e avendo ritrovato il luogo, ne trassero l’infelice fanciulla, la quale piangendo e piena di dolore era accarezzata e consolata dai detti soldati; ma ella, raccomandandosi e dissimulando quanto più poteva la grandezza del dolore, e accostandosi poco a poco ad un balcone, di subito con un salto inaspettatamente si gettò a terra di quello, e così coll’acerbo rimedio della morte provvide alla conservazione della castità. Un’altra giovanetta, il marito della quale era rimaso ancora nelle mani de’ nimici perchè pagasse la taglia, ne fu menata da un uomo d’arme spagnuolo, e tenuta poi più tempo a’ suoi servigi, menandosela per tutto dietro, vestita a guisa di ragazzo. E così, avendo consumato lo spazio di sette anni nelle guerre di Lombardia, secondo che gli fu poi di bisogno si condusse nella città di Parma; dove dimorando la giovane, e conoscendosi esser vicina alla Toscana, pensò di liberarsi, con giusta vendetta della sua perduta pudicizia, da tanto vergognosa servitù; e così una notte quando tempo le parve, giacendo a lato del suo padrone, mentre egli era oppresso dalla gravezza del sonno, gli segò la gola, e pigliando tutti i denari e gioje e ricchezze di lui, delle quali essa medesima era guardiana, e appresso montata sopra uno de’ migliori cavalli ch’egli avesse, passati i vicini monti, se ne scese in Toscana. E arrivata in Prato, e giunta alla bottega del marito, che bottajo era, standosi ancora essa a cavallo, chiamandolo per nome disse: — Conoscimi tu?» E quegli, avendola riconosciuta, si volle accostare a lei e accarezzarla; ma ella con voce libera gli disse: — Marito mio, stammi lontano; o tu risolvi e promettimi di ricevermi e trattarmi per l’avvenire come tua carissima moglie con questa sopraddote di cinquecento fiorini d’oro che io ti reco in ricompensa della mia violentemente perduta pudicizia». Onde dal marito ella fu ricevuta amorevolmente, e da tutte le donne pratesi sempre poi molto onorata e accarezzata, come se con questo suo generoso atto avesse anche parimente vendicato l’ingiuria della loro violata pudicizia».Jacopo Nardi.
143.Vedi la nota (14) del Cap.CXX.
143.Vedi la nota (14) del Cap.CXX.
144.De’ Pazzi; quei che aveano congiurato.
144.De’ Pazzi; quei che aveano congiurato.
145.A Luca della Robbia, nipote del pittore, che l’assistette fin agli ultimi momenti, il Boscoli diceva: — Deh, Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano». Il frate che lo assistè, diceva pure a Luca: — E quanto a quello cui dicesti la notte, ch’io gli ricordassi che le congiure non son lecite, sappi che san Tommaso fa questa distinzione: o che il tiranno i popoli sel sono addossato, o che a forza, in un tratto, a dispetto del popolo e’ regge; nel primo modo non è lecito far congiura contro al tiranno; nel secondo è merito». Neppur questa volta il liberalismo stava col Machiavelli.
145.A Luca della Robbia, nipote del pittore, che l’assistette fin agli ultimi momenti, il Boscoli diceva: — Deh, Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano». Il frate che lo assistè, diceva pure a Luca: — E quanto a quello cui dicesti la notte, ch’io gli ricordassi che le congiure non son lecite, sappi che san Tommaso fa questa distinzione: o che il tiranno i popoli sel sono addossato, o che a forza, in un tratto, a dispetto del popolo e’ regge; nel primo modo non è lecito far congiura contro al tiranno; nel secondo è merito». Neppur questa volta il liberalismo stava col Machiavelli.
146.Prato,Cronaca milanese, pag. 415 nell’Archivio storico italiano.
146.Prato,Cronaca milanese, pag. 415 nell’Archivio storico italiano.
147.Nell’assedio la città già cadeva ai Francesi quando Emanuele Caballo osò fra le artiglierie nemiche penetrarvi con un vascello carico di viveri; onde, sospesi gli orrori della fame, restò liberata.
147.Nell’assedio la città già cadeva ai Francesi quando Emanuele Caballo osò fra le artiglierie nemiche penetrarvi con un vascello carico di viveri; onde, sospesi gli orrori della fame, restò liberata.
148.Nelle lettere del Bembo a suo nome ricorrono frequenti esortazioni alla pace. Quando Massimiliano Sforza rientra in Milano, lo prega a non voler vendetta, e usare della vittoria con moderazione (lib.III, ep. 2). A Raimondo di Cardona dopo la vittoria degli Svizzeri scrive: — Quanto deploro la morte di sì prodi soldati ed illustri capitani, che tanti servigi avrebbero potuto rendere alla causa cristiana! Non la guerra noi dobbiamo volere, ma la pace. Voi, che assai potete su Massimiliano, mostrategli come a un principe nulla convien meglio che la dolcezza, la bontà, la clemenza; dimentichi le ingiurie, e voglia far suo non le ricchezze ma il cuor de’ sudditi» (lib.III. ep. 2). Così intercede presso Massimiliano a favore del marchese di Monferrato che avea lasciato il passo ai Francesi, diretti sopra Milano (lib.III. ep. 3).
148.Nelle lettere del Bembo a suo nome ricorrono frequenti esortazioni alla pace. Quando Massimiliano Sforza rientra in Milano, lo prega a non voler vendetta, e usare della vittoria con moderazione (lib.III, ep. 2). A Raimondo di Cardona dopo la vittoria degli Svizzeri scrive: — Quanto deploro la morte di sì prodi soldati ed illustri capitani, che tanti servigi avrebbero potuto rendere alla causa cristiana! Non la guerra noi dobbiamo volere, ma la pace. Voi, che assai potete su Massimiliano, mostrategli come a un principe nulla convien meglio che la dolcezza, la bontà, la clemenza; dimentichi le ingiurie, e voglia far suo non le ricchezze ma il cuor de’ sudditi» (lib.III. ep. 2). Così intercede presso Massimiliano a favore del marchese di Monferrato che avea lasciato il passo ai Francesi, diretti sopra Milano (lib.III. ep. 3).
149.È strano che il Machiavelli, grande apostolo dell’unità, rimprovera a Luigi XIId’aver rovinato i deboli in Italia.
149.È strano che il Machiavelli, grande apostolo dell’unità, rimprovera a Luigi XIId’aver rovinato i deboli in Italia.
150.Vorrebbesi che in quell’occasione i Francesi forassero il passaggio del Monviso alla Traversotta: ma pare quell’operazione fosse eseguita nel 1480 da Luigi decimo marchese di Saluzzo.
150.Vorrebbesi che in quell’occasione i Francesi forassero il passaggio del Monviso alla Traversotta: ma pare quell’operazione fosse eseguita nel 1480 da Luigi decimo marchese di Saluzzo.
151.Al Montmorency dirigeva una lettera che conservasi nella biblioteca nazionale di Parigi e che finisce: — Io ho scripto la presente de mano mia propria per non fidarmi di persona. Vostra signoria mi perdona se hè mal scripto, che a la scola non imparai meglio».
151.Al Montmorency dirigeva una lettera che conservasi nella biblioteca nazionale di Parigi e che finisce: — Io ho scripto la presente de mano mia propria per non fidarmi di persona. Vostra signoria mi perdona se hè mal scripto, che a la scola non imparai meglio».
152.L’ottobre 1515, ad Ambrogio Cusano, pretore del suo feudo di Lecco, scrive:Deum testor optimum maximum neminem fuisse aut esse qui magis deditionem impugnaverit, magisque contenderit, ut potius extrema sequeremur, quam in hostium potestatem arcem nosque ipsos dederimus, quam ego fui..... Oportuit, atque iterum repeto, oportuit deditionem fieri; cujus rei culpam cum sit periculosum revelare, satius est subtacere.
152.L’ottobre 1515, ad Ambrogio Cusano, pretore del suo feudo di Lecco, scrive:Deum testor optimum maximum neminem fuisse aut esse qui magis deditionem impugnaverit, magisque contenderit, ut potius extrema sequeremur, quam in hostium potestatem arcem nosque ipsos dederimus, quam ego fui..... Oportuit, atque iterum repeto, oportuit deditionem fieri; cujus rei culpam cum sit periculosum revelare, satius est subtacere.
153.Paride de’ Grassi cerimoniere ci lasciò descritto a minuto questo convegno, e quanti onori re Francesco rese a Leon X. Nella messa solenne il papa chiese al re se voleva comunicarsi: egli rispose non esservi disposto: ma molti della sua corte che lo desideravano v’accorsero, sicchè il papa dovette dimezzar le ostie per comunicarne quaranta. Il re stesso teneva indietro la folla; ed un Francese ad alta voce disse: — Santo Padre, giacchè non posso da voi comunicarmi, mi voglio almen confessare, e poichè non potrei all’orecchio, vi dirò di qui che ho combattuto il meglio che potei contro papa Giulio, senza far mente alle censure». Allora il re soggiunse d’avere il peccato medesimo, altrettanto dissero gli altri baroni, e il papa diè loro l’assoluzione.
153.Paride de’ Grassi cerimoniere ci lasciò descritto a minuto questo convegno, e quanti onori re Francesco rese a Leon X. Nella messa solenne il papa chiese al re se voleva comunicarsi: egli rispose non esservi disposto: ma molti della sua corte che lo desideravano v’accorsero, sicchè il papa dovette dimezzar le ostie per comunicarne quaranta. Il re stesso teneva indietro la folla; ed un Francese ad alta voce disse: — Santo Padre, giacchè non posso da voi comunicarmi, mi voglio almen confessare, e poichè non potrei all’orecchio, vi dirò di qui che ho combattuto il meglio che potei contro papa Giulio, senza far mente alle censure». Allora il re soggiunse d’avere il peccato medesimo, altrettanto dissero gli altri baroni, e il papa diè loro l’assoluzione.
154.Monsignor Goro Gheri, governatore di Piacenza, scrive il 1514: — Egli è qua il Rovato, frate da zoccoli, el quale è valentuomo, e in questa città ha buona reputazione. E perchè questa città è divisa, da una parte di quella abitano Guelfi, dall’altra abitano i Ghibellini, di modo che l’una parte non va ad udire la predica nelle chiese che sono più propinque all’altra parte, e la chiesa cattedrale è la manco frequentata che ci sia dall’una delle parti: il frate Rovato, per trovare un luogo che sia più comune che si possa nella città all’una e l’altra parte, ha trovato una chiesa di San Protasio ecc.».Archivio storico, app.VI, 36.A Giuliano de’ Medici rimandava il 1515 un memoriale, ove dice: — Questa città è divisa in due fazioni principali, cioè Guelfi e Ghibellini; e più particolarmente ci sono quattro case principali: due guelfe, cioè Scotti e Fontana; e due ghibelline, cioè Landesi e Anguissola: e con il nome di queste quattro famiglie si imborsano li officj di questa città e nello estraere detti officj non si fa alcuna menzione nè del principe nè della comunità, ma nelle borse dove sono le polizze è scritto la borsa de’ Landesi o la borsa degli Scotti, e così delle altre famiglie dette di sopra; cosa poco onorevole al principe e odiosa al popolo molto, perchè per questo modo ricevono una superiorità molto strana: e ne risulta che quelli che sono gentiluomini e uomini da bene fuggono intervenire nelle cose della comunità, e quelli che accettano detti officj, pro majori parte sono genti bisogna che seguino le voglie di chi dà loro li officj».
154.Monsignor Goro Gheri, governatore di Piacenza, scrive il 1514: — Egli è qua il Rovato, frate da zoccoli, el quale è valentuomo, e in questa città ha buona reputazione. E perchè questa città è divisa, da una parte di quella abitano Guelfi, dall’altra abitano i Ghibellini, di modo che l’una parte non va ad udire la predica nelle chiese che sono più propinque all’altra parte, e la chiesa cattedrale è la manco frequentata che ci sia dall’una delle parti: il frate Rovato, per trovare un luogo che sia più comune che si possa nella città all’una e l’altra parte, ha trovato una chiesa di San Protasio ecc.».Archivio storico, app.VI, 36.
A Giuliano de’ Medici rimandava il 1515 un memoriale, ove dice: — Questa città è divisa in due fazioni principali, cioè Guelfi e Ghibellini; e più particolarmente ci sono quattro case principali: due guelfe, cioè Scotti e Fontana; e due ghibelline, cioè Landesi e Anguissola: e con il nome di queste quattro famiglie si imborsano li officj di questa città e nello estraere detti officj non si fa alcuna menzione nè del principe nè della comunità, ma nelle borse dove sono le polizze è scritto la borsa de’ Landesi o la borsa degli Scotti, e così delle altre famiglie dette di sopra; cosa poco onorevole al principe e odiosa al popolo molto, perchè per questo modo ricevono una superiorità molto strana: e ne risulta che quelli che sono gentiluomini e uomini da bene fuggono intervenire nelle cose della comunità, e quelli che accettano detti officj, pro majori parte sono genti bisogna che seguino le voglie di chi dà loro li officj».
155.Vedansi le negoziazioni austriache, pubblicate nel 1815 da Le Glay.
155.Vedansi le negoziazioni austriache, pubblicate nel 1815 da Le Glay.
156.Lasciando via l’adulatore Giovio e il maledico Steidan e gli altri storici antichi, e il Robertson, viepiù imperfetto dacchè tanti nuovi documenti vennero in luce, il dottor Vehse scrisse una vita di Carlo V denigrandolo: ma meglio compare in opere posteriori. Fra le quali merita molta attenzione laCorrespondenz des Kaisers Carl V, aus den K. Archiv und der Bibliothèque de Bourgogne zu Brüsselle mittgetheilt von DrCarl Lanz. Lipsia 1844. G. De Leva stampa la storia di Carlo V relativamente all’Italia.
156.Lasciando via l’adulatore Giovio e il maledico Steidan e gli altri storici antichi, e il Robertson, viepiù imperfetto dacchè tanti nuovi documenti vennero in luce, il dottor Vehse scrisse una vita di Carlo V denigrandolo: ma meglio compare in opere posteriori. Fra le quali merita molta attenzione laCorrespondenz des Kaisers Carl V, aus den K. Archiv und der Bibliothèque de Bourgogne zu Brüsselle mittgetheilt von DrCarl Lanz. Lipsia 1844. G. De Leva stampa la storia di Carlo V relativamente all’Italia.