Chapter 26

225.L’ascetico autore dell’Imitazione di Cristonon vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib.I. c. 3.226.Questo fece ilThesaurus linguæ sanctæ(1529); ed è mirabile che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia fondata da Giulio II (Schnurrer,Bibl. arabica, pag. 231-34). Pagnini cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402). Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (Le Long, ediz. Masch., vol.I. part.II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina (Colomesii,Ital. oratoresad nomen). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che doveano trafiggerli!227.Non è fuor di tempo ricordare uno deiDiscorsi di Tavoladi Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia, soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono, nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare, bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima».Tischreden, pag. 292; Jena 1603.228.Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negliState’s papersultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire,volente Deo, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».229.Relazione del 1526.230.Un papato composto di rispetti,Di considerazioni e di discorsi,Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,Di pur, d’assai parole, senza effetti.Berni.231.In una lettera citata dal Ranke.232.Brantôme (Vies des grands capitaines) dice che il Leyva, assediato in Pavia, prese gli ori e gli argenti delle chiese, facendo voto solenne, se restava vincitore, di restituirne ben di più, e ne fece batter monete; ma «passato il pericolo, gabbato lo santo».232a.Mi rincresce di dover disabbellire questo motto così ripetuto, restituendolo alla sua integrità:Madame, de toutes choses ne m'est demeuré que l'honneur, et la vie qui est saine; e sèguita una lettera abbastanza lunga.Sulla battaglia di Pavia molte notizie desunte dal Sanudo pubblicavansi nellaBibliothèque de l'Ecole des Chartes, 1863, settembre e ottobre.233.Nei dispacci di Andrea Navagero del 1525 leggiamo che il Pescara proponeasi di prender Venezia, come quella ch’è difesa soltanto dalle acque, credendo arrivarvi per mezzo di fascine dalla parte di Malghera.234.Se crediamo al Varchi (Storie fiorentine, lib.II), essa aveva avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre virtù.Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva: — Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei esser caricato».Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);... consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando che questa commissione così particolare (di destituire il duca) il marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui, spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo».Relazioni degli ambasciatori veneti, serie prima, vol.II. p. 59.235.Lettere di Principi a Principi,II. 95. È del 16 dicembre 1525.236.Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi, massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie opere ed è altamente lodato dai contemporanei.Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si adducono per la guerra.Sire, en ceste matière si perplexe, par les raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer, peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter, et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez observer.237.Lettere di Principi a Principi,II. 95, al 10 luglio 1526.238.Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: — Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda, promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano. Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua, affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur vedremout se initia dant in Lombardia... Di fare il vostro infante duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare, massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in favor nostro ecc.».239.«Si levò un gridar per la città, dicendoall’arma, all’arma. A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero; e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (donde gli Sforzeschi fecero varie sortite), e parte ne tornò, e in questo andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruoloBurigozzo, al 25 aprile 1526.240.«De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano mangiano pane di miglio, salvo li capitanei».Documenti di storia italianadel Molini, 163Alla compassata eleganza del Guicciardini (lib.XVII) possiamo cercar riscontro nel rozzissimo Burigozzo, viepiù attraente per infelicissimi riscontri coll’accaduto in questi ultimi anni. «Gli Spagnuoli comenzorno a far per Milano cose, che io non le potrò narrare perchè non gh’è chi le credesse. Fra le quali, se uno omo d’arme, overo uno fante alogiava in una casa, non bastava avere quella dove alogiavano, ma ne avevano quattro o cinque per uno delle case, e la facevano pagare un tanto al giorno; talmente che el gh’era tal omo d’arme e fante, che tocava da sei o otto scudi al giorno, e chi più e chi manco. E se trovaveno qualche roba par le cose che fossero ascose, se coloro de casa le volevano, besognava che ghe desseno tanti dinari come quasi valeva la roba.«E assai de Milano se ne fugivano con le donne e con li putti, per non poterghe stare: tanto più che in tutto questo tempo le botteghe stavano serrate e non se fazeva quasi niente de ogni arte; e parte ne fugiva per non poterse mantenere e fare le spese alli soldati; perchè lì era tale omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi al giorno in farghe le spese; e non tanto a loro, quanto ancora alli cavalli de biada. E se uno cavallo se amalava, bisognava che el padron de casa pagasse el magistro; tanto che per simili respecti e ancora pegio, besognava fugire; e quelli che rimaseno in Milano e in casa bisognava portare el basto...«Tutto Milano aspettava con allegrezza ch’el campo (francese), da poi acquistata Cremona dovesseno venire a Milano a far l’impresa; e certo che quasi ognuno desiderava per far presto de andar a sacco, acciocchè la cosa avesse fine una volta; ma per contrario, mai non se ne dette all’arma, o ben poco; e pur Milano stentava, e ogni dì ne fugiva. E li Spagnoli qual logiavano in casa, vedendo li patroni fugire, ruinavano le case, e facevano de gran mali. E a dì 28 octobre, se retirò el campo de Veneziani in dietro quattro o cinque miglia, e fu fora li bagagi de Spagnoli, che portorno in Milano tanta roba che tolsono nel loro campo... E de presente se dice che Veneziani passano Adda, e così fu el vero. E fu ditto che el soccorso de lanzinechi era passato per forza su quello de Veneziani, e fu morti assai de loro da una parte e dall’altra...«In questo mezzo fu ditto che bisognava che li Spagnoli, qual era in Milano, se partissero a andar incontra al soccorso, per adunarse inseme; e fu fatto assai consilj infra loro signori de partirse. E el povero Milano se fogava a pagar dinari et altre angarie, per ajutarse de fare che lo exercito se partesse: ma la fantaria mai non volse venire a partirse, dicendo voler esser pagati del tutto de quello che avevano servito. Dondechè uno sabbato de mattina, qual fu a dì 15 decembre, se ritrovò la fantaria con li capitanei a consiglio a San Gregorio, e non potenno esser d’accordo. E intrò in Milano la fantaria desperata, e se retrovorno alla piazza del domo, e menorno le mane a sachezzare le botteghe, e prender li omeni e torghe la borsa; e fezeno tremare Milano. Beato chi se poteva serrare in casa; e cridavano — Sacco, sacco»; e poi: — Paga, paga». Al qual rumore li capitanei corsero alla piazza, e se repararono prontissimi de pagare; e così le botteghe se erano comenzate a aprire; e per questo tratto beato chi poteva tenere serrato. Dondechè Milano stava molto male; e a dì 24 decembre, che fu la vigilia de Natale, in lunedì, fu dato licenzia de sonar le campane, qual non erano state sonate dal 17 giugno insino al presente; e in Milano se parse un poco megliorare.«Il dì de santo Joan evangelista, ch’è a dì 27 decembre, la mattina si partì li lanzinechi fora de Milano, e quelli del quartero di porta Cumana dove erano logiati, l’avenno a male, dubitandose che Spagnoli non ghe andasseno a far qualche male, perchè già per lo passato ghe menazavano; e così fu vero. De subito partiti lanzinechi, loro Spagnoli ghe andorno alogiando, e con quelli modi ch’era sua usanza: tanto che, beato quello che poteva fugire fora da quello quartiero; tanto che fra tre o quattro giorni la fu conzata in dinari...«In questo mezzo fu ditto ritornare lanzinechi a Milano per guardia, e che Spagnoli se avessero a partire tutti per andare in campo; e così fu. A dì 23 januario 1527, retornorno a Milano, e fu fatto ordene de darghe alogiamento in tre o quattro loghi per porta. Intrati in Milano, non volseno stare nell’ordine fatto, e se alogiorno con tanto dispiasere verso Milanesi in domandare cose grande, dicendo che Spagnoli volevano galine e caponi, e che anche loro volevano il simile e più: talmente che a Milano parse stranio. E el mal che aveva fatto Spagnoli, non era nulla a paragon de costoro. E quelli pochi Spagnoli qual restorno in Milano se partirno a dì 11 febraro fora de Milano; qual gente d’arme del suo bon deportamento se tace, perchè sarebbe troppo longo el scrivere. Tanto che a dì 27 zugno 1526, rivorno in Milano, e stettene alle coste de Milano a vivere, e con tanta carestia insino al presente, ch’è al dì 11 febbraro 1527; tanto tempo, e con tanta spesa intolerable, che el dire non saria possibile... L’è vero che Spagnoli hanno fatto mal assai; ma questi Taliani (del conte Belgiojoso) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo paese, e in la roba, in le persone e in l’onore delle donne; tanto che se Turchi venessero in queste bande, non fariano el mal qual fanno costoro.«Passato qualche giorni, el signor Anton de Leyva fece domandare tutti li omeni de Milano, zoè tanti per porta. Andorno tutti alla Pace, là dove logiava; e lì gionti, ghe feze intendere che de due cose l’una: o che l’esercito voleva venir dentro de Milano e logiare al solito, zoè a discrezione, onde che besognava darghe li dinari de pagarli; tanto che a questa domanda ognuno dubitava dovesseno intrare, e beato chi se poteva serrare in casa. E molti ghe n’era che avevano fatto stangare le porte; tantochè chi andava per Milano era uno stremizio a vedere le contrate bandite de gente, e le porte a quello modo. Al povero Milano non erano bastanti le taje passate che mai non se faceva altro che scodere taje per dare a costoro; talmente che del passato non ne besognava parlare. Al presente fu resposto al melio se potè, perchè li omeni de Milano, scottati del tanto suo far male, besognò conzarla in dinari; e fu messa una taja d’un mezzo ducato per migliajo a quelli che sono in estimo de valsente, e ducati un per bottega alli bottigari, e ducati un per casa. Chi avesse visto per Milano le botteghe serrate per tal respetto de non pagar, era tal contrada che non gh’era bottega aperta; e perchè non se fazeva fazende alcune, non volevano pagare questi dinari; talmente che li sindaci delle parochie andavano conzando la cosa, secondo el grado delle persone che pagassero...«A dì... settembre fu fatto una crida sotto pena della vita, che tutti quelli che non pagavano contribuzioni a Spagnoli, de soldi cinque in giuso, avesseno spazzato da Milano; donde che tanti e tanti poveretti che a fatica potevano vivere con tanta carestia, non potevano pagare questi denari ogni giorno: e così se partì de Milano un numero infinito de omeni, con le sue donne e fioli. Più ancora, che quelli che pagavano contribuzione, fusseno ricchi e arciricchi, pagando per due mesi la contribuzione potesseno andare dove gli pareva. A questa crida, assai omeni de grado se partirno, con le robe e mulìere e fioli; dondechè Milano non pareva più Milano, e le botteghe eran quasi tutte serrate. Ancora de più; el castello fazeva provisione de fornirse de quello li faceva de bisogno, come saria formagio, lardo, formento e molte altre cose: vino non entrava dentro de Milano dieci a dodici brente, che non ne volesseno la sua parte e per niente; e se ancora colui del vino voleva dire niente, ghe davano delle bastonate. E el detto vino, zoè mosto, era portato da lontano sei mìa con le brente; per chè non gh’era cavallanti che potessero andar in volta, che ghe era tolto el caval e le baghe; e valeva el mosto a questi giorni del mese de octobre 1527, lire sette la brenta, e poco bono.«El povero Milano non saria stato malcontento a livrarla e andar a sacco, zoè la roba; perchè ad ogni modo la roba e li dinari ghe vanno ogni giorno: ma la paura era in fare prigioni, e darghe tormenti, e l’onore delle donne, e molti altri inconvenienti che acadeno. E per tal respetto se andava dal signor Anton de Leyva a lamentarse, dicendo la città non poter portare tanto carigo. Alle quali domande sempre bone risposte: — Faremo, non oggi, ma domani»; e con questa proroga se andava innanzi così; tanto che pure un giorno fu ditto che la gente d’arme se doveva partire. Ad ogni modo el tal giorno, che fu a dì 4 dicembre, fecero la preparazione certa per andare al termine tolto. Ma passò el termine tolto, e non fezeno niente; talmente che el povero Milano se vide tolto a festa, e ognuno incontrandose per Milano, se strenzevano in le spalle, perchè non se vedeva fine a tal cosa»«Dal mese di aprile fu ditto di pagare la contribuzione de giorni 20 a un tratto, che el ditto esercito se partiria; tanto che sforzato el povero Milano a fare più che non se poteva, deliberarno de pagare questi tal dinari; e così fu fatto, tanto che a poco a poco se partirono. A dì primo de maggio (che fu la seconda festa de Pasqua), se partì el signor Anton de Leyva con certe compagnie ultime de lanzinechi; qual lanzinechi da tre giorni inanzi andavano per li monasteri de frati e de moneghe, vivendo a discrezione. Donde che era una cosa grande le ruine che era, massime in le moneghe, che andavano per Milano fugendo, e vedendo de reparare a questa cosa; ma che non gh’era ordene. Non bastò questo, che ancora andavamo per le giese, e intravano in casa de parochiani, e lì volevano del bono e del migliore, e li pigliaveno e li tractavano male. E per tal respetti accadeva de gran inconvenienti, talmente che li poveri preti stavano fugiti; e se andavano in volta, andavano in abito mondano per non esser conosciuti; e per tal causa el dì de Pasqua de maggio non fu fatto officj in parecchie giese de Milano, per causa che li preti non v’osavano a comparire. Per Milano non se trovava pane per mangiare, per l’ordene fatto ch’el pane non se avesse a vendere se non a soldati: e questo perchè se avevano a partire da Milano: tanto che el povero Milano non se sentiva se non lamentare.«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni; e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo, ch’è a dì 22 settembre 1528».241.Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526, il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore; ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».242.È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.243.FreundsbergKriegsthaten.244.Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti nella lettera 7 marzo.Lettere di Principi a Principi.245.Il Sepulveda,De rebus gestis Caroli V, lib.VII. dice:Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe gravius noceretur.246.Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel soldo delle sue truppe.Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati».Gosellini,Vita di D. F. Gonzaga.247.Valeriano Pierio,De literatorum infelicitate, lib.I; il quale è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.248.Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in Corintia.249.Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V, recate dal professore De Leva.250.Il Varchi (Storie fiorentine, lib.V) reca i cartelli ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i nostri spadaccini da caffè.251.Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi, lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai Giacobini.252.Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’ paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a discrezione».Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà, facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vostra maestà» (Lanz,Correspondenz, tom.Ip. 235). E l’imperatore stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano»Gévay,Urkundenecc., tom.I, p. 147.253.Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, neiDocumenti di storia italianadel Molini.254.Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».255.Archivio storico, lib.VI. p. 240.256.Campial 1517.257.De vita sub Turca; nel 1529.258.— Andrea domandava all’imperatore sessantamila ducati di soldo, la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua, provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il servizio suo».Lettere di Principi a Principi,III, 43.* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia, dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola (Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori, Genova 1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.259.Bologna, 12 settembre 1529, negliState’s papers, vol.VII.260.Gaetano Giordani,Della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per la coronazione di Carlo V; Cronaca con documenti ed incisioni ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava trecento mila scudi.Monum. Hist. patriæ, Script.I. 861.261.I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’ battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto dahreutzer, ed è moneta corrente anch’oggi.262.In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici che le entravano in seno.263.VasariinJacopo da Pontormo; ma erra nel dire questi trionfi fossero fatti per la coronazione del papa.264.Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’ nostri storici avvertì un fatto che trovasi nellaStoria dell’anarchia di Poloniadi Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.265.Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t.VII, p. 33 e t.VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: — Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia».Storia di Firenze, lib.VI.266.Jacopo Pitti,Storia fiorentina, pag. 112. VediArchivio storico.267.Nardi, lib.III.

225.L’ascetico autore dell’Imitazione di Cristonon vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib.I. c. 3.

225.L’ascetico autore dell’Imitazione di Cristonon vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib.I. c. 3.

226.Questo fece ilThesaurus linguæ sanctæ(1529); ed è mirabile che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia fondata da Giulio II (Schnurrer,Bibl. arabica, pag. 231-34). Pagnini cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402). Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (Le Long, ediz. Masch., vol.I. part.II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina (Colomesii,Ital. oratoresad nomen). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che doveano trafiggerli!

226.Questo fece ilThesaurus linguæ sanctæ(1529); ed è mirabile che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia fondata da Giulio II (Schnurrer,Bibl. arabica, pag. 231-34). Pagnini cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402). Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (Le Long, ediz. Masch., vol.I. part.II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina (Colomesii,Ital. oratoresad nomen). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che doveano trafiggerli!

227.Non è fuor di tempo ricordare uno deiDiscorsi di Tavoladi Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia, soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono, nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare, bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima».Tischreden, pag. 292; Jena 1603.

227.Non è fuor di tempo ricordare uno deiDiscorsi di Tavoladi Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia, soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono, nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare, bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima».Tischreden, pag. 292; Jena 1603.

228.Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negliState’s papersultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire,volente Deo, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».

228.Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negliState’s papersultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:

— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire,volente Deo, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».

229.Relazione del 1526.

229.Relazione del 1526.

230.Un papato composto di rispetti,Di considerazioni e di discorsi,Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,Di pur, d’assai parole, senza effetti.Berni.

230.

Un papato composto di rispetti,Di considerazioni e di discorsi,Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,Di pur, d’assai parole, senza effetti.Berni.

Un papato composto di rispetti,Di considerazioni e di discorsi,Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,Di pur, d’assai parole, senza effetti.Berni.

Un papato composto di rispetti,

Di considerazioni e di discorsi,

Di più, di poi, di ma, di sì, di forse,

Di pur, d’assai parole, senza effetti.

Berni.

231.In una lettera citata dal Ranke.

231.In una lettera citata dal Ranke.

232.Brantôme (Vies des grands capitaines) dice che il Leyva, assediato in Pavia, prese gli ori e gli argenti delle chiese, facendo voto solenne, se restava vincitore, di restituirne ben di più, e ne fece batter monete; ma «passato il pericolo, gabbato lo santo».

232.Brantôme (Vies des grands capitaines) dice che il Leyva, assediato in Pavia, prese gli ori e gli argenti delle chiese, facendo voto solenne, se restava vincitore, di restituirne ben di più, e ne fece batter monete; ma «passato il pericolo, gabbato lo santo».

232a.Mi rincresce di dover disabbellire questo motto così ripetuto, restituendolo alla sua integrità:Madame, de toutes choses ne m'est demeuré que l'honneur, et la vie qui est saine; e sèguita una lettera abbastanza lunga.Sulla battaglia di Pavia molte notizie desunte dal Sanudo pubblicavansi nellaBibliothèque de l'Ecole des Chartes, 1863, settembre e ottobre.

232a.Mi rincresce di dover disabbellire questo motto così ripetuto, restituendolo alla sua integrità:Madame, de toutes choses ne m'est demeuré que l'honneur, et la vie qui est saine; e sèguita una lettera abbastanza lunga.

Sulla battaglia di Pavia molte notizie desunte dal Sanudo pubblicavansi nellaBibliothèque de l'Ecole des Chartes, 1863, settembre e ottobre.

233.Nei dispacci di Andrea Navagero del 1525 leggiamo che il Pescara proponeasi di prender Venezia, come quella ch’è difesa soltanto dalle acque, credendo arrivarvi per mezzo di fascine dalla parte di Malghera.

233.Nei dispacci di Andrea Navagero del 1525 leggiamo che il Pescara proponeasi di prender Venezia, come quella ch’è difesa soltanto dalle acque, credendo arrivarvi per mezzo di fascine dalla parte di Malghera.

234.Se crediamo al Varchi (Storie fiorentine, lib.II), essa aveva avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre virtù.Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva: — Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei esser caricato».Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);... consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando che questa commissione così particolare (di destituire il duca) il marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui, spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo».Relazioni degli ambasciatori veneti, serie prima, vol.II. p. 59.

234.Se crediamo al Varchi (Storie fiorentine, lib.II), essa aveva avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre virtù.

Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva: — Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei esser caricato».

Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);... consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando che questa commissione così particolare (di destituire il duca) il marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui, spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo».Relazioni degli ambasciatori veneti, serie prima, vol.II. p. 59.

235.Lettere di Principi a Principi,II. 95. È del 16 dicembre 1525.

235.Lettere di Principi a Principi,II. 95. È del 16 dicembre 1525.

236.Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi, massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie opere ed è altamente lodato dai contemporanei.Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si adducono per la guerra.Sire, en ceste matière si perplexe, par les raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer, peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter, et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez observer.

236.Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi, massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie opere ed è altamente lodato dai contemporanei.

Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si adducono per la guerra.Sire, en ceste matière si perplexe, par les raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer, peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter, et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez observer.

237.Lettere di Principi a Principi,II. 95, al 10 luglio 1526.

237.Lettere di Principi a Principi,II. 95, al 10 luglio 1526.

238.Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: — Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda, promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano. Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua, affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur vedremout se initia dant in Lombardia... Di fare il vostro infante duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare, massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in favor nostro ecc.».

238.Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: — Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda, promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano. Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua, affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur vedremout se initia dant in Lombardia... Di fare il vostro infante duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare, massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in favor nostro ecc.».

239.«Si levò un gridar per la città, dicendoall’arma, all’arma. A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero; e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (donde gli Sforzeschi fecero varie sortite), e parte ne tornò, e in questo andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruoloBurigozzo, al 25 aprile 1526.

239.«Si levò un gridar per la città, dicendoall’arma, all’arma. A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero; e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (donde gli Sforzeschi fecero varie sortite), e parte ne tornò, e in questo andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruoloBurigozzo, al 25 aprile 1526.

240.«De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano mangiano pane di miglio, salvo li capitanei».Documenti di storia italianadel Molini, 163Alla compassata eleganza del Guicciardini (lib.XVII) possiamo cercar riscontro nel rozzissimo Burigozzo, viepiù attraente per infelicissimi riscontri coll’accaduto in questi ultimi anni. «Gli Spagnuoli comenzorno a far per Milano cose, che io non le potrò narrare perchè non gh’è chi le credesse. Fra le quali, se uno omo d’arme, overo uno fante alogiava in una casa, non bastava avere quella dove alogiavano, ma ne avevano quattro o cinque per uno delle case, e la facevano pagare un tanto al giorno; talmente che el gh’era tal omo d’arme e fante, che tocava da sei o otto scudi al giorno, e chi più e chi manco. E se trovaveno qualche roba par le cose che fossero ascose, se coloro de casa le volevano, besognava che ghe desseno tanti dinari come quasi valeva la roba.«E assai de Milano se ne fugivano con le donne e con li putti, per non poterghe stare: tanto più che in tutto questo tempo le botteghe stavano serrate e non se fazeva quasi niente de ogni arte; e parte ne fugiva per non poterse mantenere e fare le spese alli soldati; perchè lì era tale omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi al giorno in farghe le spese; e non tanto a loro, quanto ancora alli cavalli de biada. E se uno cavallo se amalava, bisognava che el padron de casa pagasse el magistro; tanto che per simili respecti e ancora pegio, besognava fugire; e quelli che rimaseno in Milano e in casa bisognava portare el basto...«Tutto Milano aspettava con allegrezza ch’el campo (francese), da poi acquistata Cremona dovesseno venire a Milano a far l’impresa; e certo che quasi ognuno desiderava per far presto de andar a sacco, acciocchè la cosa avesse fine una volta; ma per contrario, mai non se ne dette all’arma, o ben poco; e pur Milano stentava, e ogni dì ne fugiva. E li Spagnoli qual logiavano in casa, vedendo li patroni fugire, ruinavano le case, e facevano de gran mali. E a dì 28 octobre, se retirò el campo de Veneziani in dietro quattro o cinque miglia, e fu fora li bagagi de Spagnoli, che portorno in Milano tanta roba che tolsono nel loro campo... E de presente se dice che Veneziani passano Adda, e così fu el vero. E fu ditto che el soccorso de lanzinechi era passato per forza su quello de Veneziani, e fu morti assai de loro da una parte e dall’altra...«In questo mezzo fu ditto che bisognava che li Spagnoli, qual era in Milano, se partissero a andar incontra al soccorso, per adunarse inseme; e fu fatto assai consilj infra loro signori de partirse. E el povero Milano se fogava a pagar dinari et altre angarie, per ajutarse de fare che lo exercito se partesse: ma la fantaria mai non volse venire a partirse, dicendo voler esser pagati del tutto de quello che avevano servito. Dondechè uno sabbato de mattina, qual fu a dì 15 decembre, se ritrovò la fantaria con li capitanei a consiglio a San Gregorio, e non potenno esser d’accordo. E intrò in Milano la fantaria desperata, e se retrovorno alla piazza del domo, e menorno le mane a sachezzare le botteghe, e prender li omeni e torghe la borsa; e fezeno tremare Milano. Beato chi se poteva serrare in casa; e cridavano — Sacco, sacco»; e poi: — Paga, paga». Al qual rumore li capitanei corsero alla piazza, e se repararono prontissimi de pagare; e così le botteghe se erano comenzate a aprire; e per questo tratto beato chi poteva tenere serrato. Dondechè Milano stava molto male; e a dì 24 decembre, che fu la vigilia de Natale, in lunedì, fu dato licenzia de sonar le campane, qual non erano state sonate dal 17 giugno insino al presente; e in Milano se parse un poco megliorare.«Il dì de santo Joan evangelista, ch’è a dì 27 decembre, la mattina si partì li lanzinechi fora de Milano, e quelli del quartero di porta Cumana dove erano logiati, l’avenno a male, dubitandose che Spagnoli non ghe andasseno a far qualche male, perchè già per lo passato ghe menazavano; e così fu vero. De subito partiti lanzinechi, loro Spagnoli ghe andorno alogiando, e con quelli modi ch’era sua usanza: tanto che, beato quello che poteva fugire fora da quello quartiero; tanto che fra tre o quattro giorni la fu conzata in dinari...«In questo mezzo fu ditto ritornare lanzinechi a Milano per guardia, e che Spagnoli se avessero a partire tutti per andare in campo; e così fu. A dì 23 januario 1527, retornorno a Milano, e fu fatto ordene de darghe alogiamento in tre o quattro loghi per porta. Intrati in Milano, non volseno stare nell’ordine fatto, e se alogiorno con tanto dispiasere verso Milanesi in domandare cose grande, dicendo che Spagnoli volevano galine e caponi, e che anche loro volevano il simile e più: talmente che a Milano parse stranio. E el mal che aveva fatto Spagnoli, non era nulla a paragon de costoro. E quelli pochi Spagnoli qual restorno in Milano se partirno a dì 11 febraro fora de Milano; qual gente d’arme del suo bon deportamento se tace, perchè sarebbe troppo longo el scrivere. Tanto che a dì 27 zugno 1526, rivorno in Milano, e stettene alle coste de Milano a vivere, e con tanta carestia insino al presente, ch’è al dì 11 febbraro 1527; tanto tempo, e con tanta spesa intolerable, che el dire non saria possibile... L’è vero che Spagnoli hanno fatto mal assai; ma questi Taliani (del conte Belgiojoso) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo paese, e in la roba, in le persone e in l’onore delle donne; tanto che se Turchi venessero in queste bande, non fariano el mal qual fanno costoro.«Passato qualche giorni, el signor Anton de Leyva fece domandare tutti li omeni de Milano, zoè tanti per porta. Andorno tutti alla Pace, là dove logiava; e lì gionti, ghe feze intendere che de due cose l’una: o che l’esercito voleva venir dentro de Milano e logiare al solito, zoè a discrezione, onde che besognava darghe li dinari de pagarli; tanto che a questa domanda ognuno dubitava dovesseno intrare, e beato chi se poteva serrare in casa. E molti ghe n’era che avevano fatto stangare le porte; tantochè chi andava per Milano era uno stremizio a vedere le contrate bandite de gente, e le porte a quello modo. Al povero Milano non erano bastanti le taje passate che mai non se faceva altro che scodere taje per dare a costoro; talmente che del passato non ne besognava parlare. Al presente fu resposto al melio se potè, perchè li omeni de Milano, scottati del tanto suo far male, besognò conzarla in dinari; e fu messa una taja d’un mezzo ducato per migliajo a quelli che sono in estimo de valsente, e ducati un per bottega alli bottigari, e ducati un per casa. Chi avesse visto per Milano le botteghe serrate per tal respetto de non pagar, era tal contrada che non gh’era bottega aperta; e perchè non se fazeva fazende alcune, non volevano pagare questi dinari; talmente che li sindaci delle parochie andavano conzando la cosa, secondo el grado delle persone che pagassero...«A dì... settembre fu fatto una crida sotto pena della vita, che tutti quelli che non pagavano contribuzioni a Spagnoli, de soldi cinque in giuso, avesseno spazzato da Milano; donde che tanti e tanti poveretti che a fatica potevano vivere con tanta carestia, non potevano pagare questi denari ogni giorno: e così se partì de Milano un numero infinito de omeni, con le sue donne e fioli. Più ancora, che quelli che pagavano contribuzione, fusseno ricchi e arciricchi, pagando per due mesi la contribuzione potesseno andare dove gli pareva. A questa crida, assai omeni de grado se partirno, con le robe e mulìere e fioli; dondechè Milano non pareva più Milano, e le botteghe eran quasi tutte serrate. Ancora de più; el castello fazeva provisione de fornirse de quello li faceva de bisogno, come saria formagio, lardo, formento e molte altre cose: vino non entrava dentro de Milano dieci a dodici brente, che non ne volesseno la sua parte e per niente; e se ancora colui del vino voleva dire niente, ghe davano delle bastonate. E el detto vino, zoè mosto, era portato da lontano sei mìa con le brente; per chè non gh’era cavallanti che potessero andar in volta, che ghe era tolto el caval e le baghe; e valeva el mosto a questi giorni del mese de octobre 1527, lire sette la brenta, e poco bono.«El povero Milano non saria stato malcontento a livrarla e andar a sacco, zoè la roba; perchè ad ogni modo la roba e li dinari ghe vanno ogni giorno: ma la paura era in fare prigioni, e darghe tormenti, e l’onore delle donne, e molti altri inconvenienti che acadeno. E per tal respetto se andava dal signor Anton de Leyva a lamentarse, dicendo la città non poter portare tanto carigo. Alle quali domande sempre bone risposte: — Faremo, non oggi, ma domani»; e con questa proroga se andava innanzi così; tanto che pure un giorno fu ditto che la gente d’arme se doveva partire. Ad ogni modo el tal giorno, che fu a dì 4 dicembre, fecero la preparazione certa per andare al termine tolto. Ma passò el termine tolto, e non fezeno niente; talmente che el povero Milano se vide tolto a festa, e ognuno incontrandose per Milano, se strenzevano in le spalle, perchè non se vedeva fine a tal cosa»«Dal mese di aprile fu ditto di pagare la contribuzione de giorni 20 a un tratto, che el ditto esercito se partiria; tanto che sforzato el povero Milano a fare più che non se poteva, deliberarno de pagare questi tal dinari; e così fu fatto, tanto che a poco a poco se partirono. A dì primo de maggio (che fu la seconda festa de Pasqua), se partì el signor Anton de Leyva con certe compagnie ultime de lanzinechi; qual lanzinechi da tre giorni inanzi andavano per li monasteri de frati e de moneghe, vivendo a discrezione. Donde che era una cosa grande le ruine che era, massime in le moneghe, che andavano per Milano fugendo, e vedendo de reparare a questa cosa; ma che non gh’era ordene. Non bastò questo, che ancora andavamo per le giese, e intravano in casa de parochiani, e lì volevano del bono e del migliore, e li pigliaveno e li tractavano male. E per tal respetti accadeva de gran inconvenienti, talmente che li poveri preti stavano fugiti; e se andavano in volta, andavano in abito mondano per non esser conosciuti; e per tal causa el dì de Pasqua de maggio non fu fatto officj in parecchie giese de Milano, per causa che li preti non v’osavano a comparire. Per Milano non se trovava pane per mangiare, per l’ordene fatto ch’el pane non se avesse a vendere se non a soldati: e questo perchè se avevano a partire da Milano: tanto che el povero Milano non se sentiva se non lamentare.«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni; e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo, ch’è a dì 22 settembre 1528».

240.«De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano mangiano pane di miglio, salvo li capitanei».Documenti di storia italianadel Molini, 163

Alla compassata eleganza del Guicciardini (lib.XVII) possiamo cercar riscontro nel rozzissimo Burigozzo, viepiù attraente per infelicissimi riscontri coll’accaduto in questi ultimi anni. «Gli Spagnuoli comenzorno a far per Milano cose, che io non le potrò narrare perchè non gh’è chi le credesse. Fra le quali, se uno omo d’arme, overo uno fante alogiava in una casa, non bastava avere quella dove alogiavano, ma ne avevano quattro o cinque per uno delle case, e la facevano pagare un tanto al giorno; talmente che el gh’era tal omo d’arme e fante, che tocava da sei o otto scudi al giorno, e chi più e chi manco. E se trovaveno qualche roba par le cose che fossero ascose, se coloro de casa le volevano, besognava che ghe desseno tanti dinari come quasi valeva la roba.

«E assai de Milano se ne fugivano con le donne e con li putti, per non poterghe stare: tanto più che in tutto questo tempo le botteghe stavano serrate e non se fazeva quasi niente de ogni arte; e parte ne fugiva per non poterse mantenere e fare le spese alli soldati; perchè lì era tale omo, secondo el grado, a chi costava dieci e dodici e venti scudi al giorno in farghe le spese; e non tanto a loro, quanto ancora alli cavalli de biada. E se uno cavallo se amalava, bisognava che el padron de casa pagasse el magistro; tanto che per simili respecti e ancora pegio, besognava fugire; e quelli che rimaseno in Milano e in casa bisognava portare el basto...

«Tutto Milano aspettava con allegrezza ch’el campo (francese), da poi acquistata Cremona dovesseno venire a Milano a far l’impresa; e certo che quasi ognuno desiderava per far presto de andar a sacco, acciocchè la cosa avesse fine una volta; ma per contrario, mai non se ne dette all’arma, o ben poco; e pur Milano stentava, e ogni dì ne fugiva. E li Spagnoli qual logiavano in casa, vedendo li patroni fugire, ruinavano le case, e facevano de gran mali. E a dì 28 octobre, se retirò el campo de Veneziani in dietro quattro o cinque miglia, e fu fora li bagagi de Spagnoli, che portorno in Milano tanta roba che tolsono nel loro campo... E de presente se dice che Veneziani passano Adda, e così fu el vero. E fu ditto che el soccorso de lanzinechi era passato per forza su quello de Veneziani, e fu morti assai de loro da una parte e dall’altra...

«In questo mezzo fu ditto che bisognava che li Spagnoli, qual era in Milano, se partissero a andar incontra al soccorso, per adunarse inseme; e fu fatto assai consilj infra loro signori de partirse. E el povero Milano se fogava a pagar dinari et altre angarie, per ajutarse de fare che lo exercito se partesse: ma la fantaria mai non volse venire a partirse, dicendo voler esser pagati del tutto de quello che avevano servito. Dondechè uno sabbato de mattina, qual fu a dì 15 decembre, se ritrovò la fantaria con li capitanei a consiglio a San Gregorio, e non potenno esser d’accordo. E intrò in Milano la fantaria desperata, e se retrovorno alla piazza del domo, e menorno le mane a sachezzare le botteghe, e prender li omeni e torghe la borsa; e fezeno tremare Milano. Beato chi se poteva serrare in casa; e cridavano — Sacco, sacco»; e poi: — Paga, paga». Al qual rumore li capitanei corsero alla piazza, e se repararono prontissimi de pagare; e così le botteghe se erano comenzate a aprire; e per questo tratto beato chi poteva tenere serrato. Dondechè Milano stava molto male; e a dì 24 decembre, che fu la vigilia de Natale, in lunedì, fu dato licenzia de sonar le campane, qual non erano state sonate dal 17 giugno insino al presente; e in Milano se parse un poco megliorare.

«Il dì de santo Joan evangelista, ch’è a dì 27 decembre, la mattina si partì li lanzinechi fora de Milano, e quelli del quartero di porta Cumana dove erano logiati, l’avenno a male, dubitandose che Spagnoli non ghe andasseno a far qualche male, perchè già per lo passato ghe menazavano; e così fu vero. De subito partiti lanzinechi, loro Spagnoli ghe andorno alogiando, e con quelli modi ch’era sua usanza: tanto che, beato quello che poteva fugire fora da quello quartiero; tanto che fra tre o quattro giorni la fu conzata in dinari...

«In questo mezzo fu ditto ritornare lanzinechi a Milano per guardia, e che Spagnoli se avessero a partire tutti per andare in campo; e così fu. A dì 23 januario 1527, retornorno a Milano, e fu fatto ordene de darghe alogiamento in tre o quattro loghi per porta. Intrati in Milano, non volseno stare nell’ordine fatto, e se alogiorno con tanto dispiasere verso Milanesi in domandare cose grande, dicendo che Spagnoli volevano galine e caponi, e che anche loro volevano il simile e più: talmente che a Milano parse stranio. E el mal che aveva fatto Spagnoli, non era nulla a paragon de costoro. E quelli pochi Spagnoli qual restorno in Milano se partirno a dì 11 febraro fora de Milano; qual gente d’arme del suo bon deportamento se tace, perchè sarebbe troppo longo el scrivere. Tanto che a dì 27 zugno 1526, rivorno in Milano, e stettene alle coste de Milano a vivere, e con tanta carestia insino al presente, ch’è al dì 11 febbraro 1527; tanto tempo, e con tanta spesa intolerable, che el dire non saria possibile... L’è vero che Spagnoli hanno fatto mal assai; ma questi Taliani (del conte Belgiojoso) hanno avanzato assai là dove sono stati su per lo paese, e in la roba, in le persone e in l’onore delle donne; tanto che se Turchi venessero in queste bande, non fariano el mal qual fanno costoro.

«Passato qualche giorni, el signor Anton de Leyva fece domandare tutti li omeni de Milano, zoè tanti per porta. Andorno tutti alla Pace, là dove logiava; e lì gionti, ghe feze intendere che de due cose l’una: o che l’esercito voleva venir dentro de Milano e logiare al solito, zoè a discrezione, onde che besognava darghe li dinari de pagarli; tanto che a questa domanda ognuno dubitava dovesseno intrare, e beato chi se poteva serrare in casa. E molti ghe n’era che avevano fatto stangare le porte; tantochè chi andava per Milano era uno stremizio a vedere le contrate bandite de gente, e le porte a quello modo. Al povero Milano non erano bastanti le taje passate che mai non se faceva altro che scodere taje per dare a costoro; talmente che del passato non ne besognava parlare. Al presente fu resposto al melio se potè, perchè li omeni de Milano, scottati del tanto suo far male, besognò conzarla in dinari; e fu messa una taja d’un mezzo ducato per migliajo a quelli che sono in estimo de valsente, e ducati un per bottega alli bottigari, e ducati un per casa. Chi avesse visto per Milano le botteghe serrate per tal respetto de non pagar, era tal contrada che non gh’era bottega aperta; e perchè non se fazeva fazende alcune, non volevano pagare questi dinari; talmente che li sindaci delle parochie andavano conzando la cosa, secondo el grado delle persone che pagassero...

«A dì... settembre fu fatto una crida sotto pena della vita, che tutti quelli che non pagavano contribuzioni a Spagnoli, de soldi cinque in giuso, avesseno spazzato da Milano; donde che tanti e tanti poveretti che a fatica potevano vivere con tanta carestia, non potevano pagare questi denari ogni giorno: e così se partì de Milano un numero infinito de omeni, con le sue donne e fioli. Più ancora, che quelli che pagavano contribuzione, fusseno ricchi e arciricchi, pagando per due mesi la contribuzione potesseno andare dove gli pareva. A questa crida, assai omeni de grado se partirno, con le robe e mulìere e fioli; dondechè Milano non pareva più Milano, e le botteghe eran quasi tutte serrate. Ancora de più; el castello fazeva provisione de fornirse de quello li faceva de bisogno, come saria formagio, lardo, formento e molte altre cose: vino non entrava dentro de Milano dieci a dodici brente, che non ne volesseno la sua parte e per niente; e se ancora colui del vino voleva dire niente, ghe davano delle bastonate. E el detto vino, zoè mosto, era portato da lontano sei mìa con le brente; per chè non gh’era cavallanti che potessero andar in volta, che ghe era tolto el caval e le baghe; e valeva el mosto a questi giorni del mese de octobre 1527, lire sette la brenta, e poco bono.

«El povero Milano non saria stato malcontento a livrarla e andar a sacco, zoè la roba; perchè ad ogni modo la roba e li dinari ghe vanno ogni giorno: ma la paura era in fare prigioni, e darghe tormenti, e l’onore delle donne, e molti altri inconvenienti che acadeno. E per tal respetto se andava dal signor Anton de Leyva a lamentarse, dicendo la città non poter portare tanto carigo. Alle quali domande sempre bone risposte: — Faremo, non oggi, ma domani»; e con questa proroga se andava innanzi così; tanto che pure un giorno fu ditto che la gente d’arme se doveva partire. Ad ogni modo el tal giorno, che fu a dì 4 dicembre, fecero la preparazione certa per andare al termine tolto. Ma passò el termine tolto, e non fezeno niente; talmente che el povero Milano se vide tolto a festa, e ognuno incontrandose per Milano, se strenzevano in le spalle, perchè non se vedeva fine a tal cosa»

«Dal mese di aprile fu ditto di pagare la contribuzione de giorni 20 a un tratto, che el ditto esercito se partiria; tanto che sforzato el povero Milano a fare più che non se poteva, deliberarno de pagare questi tal dinari; e così fu fatto, tanto che a poco a poco se partirono. A dì primo de maggio (che fu la seconda festa de Pasqua), se partì el signor Anton de Leyva con certe compagnie ultime de lanzinechi; qual lanzinechi da tre giorni inanzi andavano per li monasteri de frati e de moneghe, vivendo a discrezione. Donde che era una cosa grande le ruine che era, massime in le moneghe, che andavano per Milano fugendo, e vedendo de reparare a questa cosa; ma che non gh’era ordene. Non bastò questo, che ancora andavamo per le giese, e intravano in casa de parochiani, e lì volevano del bono e del migliore, e li pigliaveno e li tractavano male. E per tal respetti accadeva de gran inconvenienti, talmente che li poveri preti stavano fugiti; e se andavano in volta, andavano in abito mondano per non esser conosciuti; e per tal causa el dì de Pasqua de maggio non fu fatto officj in parecchie giese de Milano, per causa che li preti non v’osavano a comparire. Per Milano non se trovava pane per mangiare, per l’ordene fatto ch’el pane non se avesse a vendere se non a soldati: e questo perchè se avevano a partire da Milano: tanto che el povero Milano non se sentiva se non lamentare.

«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni; e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo, ch’è a dì 22 settembre 1528».

241.Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526, il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore; ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».

241.Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526, il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore; ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».

242.È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.

242.È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.

243.FreundsbergKriegsthaten.

243.FreundsbergKriegsthaten.

244.Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti nella lettera 7 marzo.Lettere di Principi a Principi.

244.Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti nella lettera 7 marzo.Lettere di Principi a Principi.

245.Il Sepulveda,De rebus gestis Caroli V, lib.VII. dice:Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe gravius noceretur.

245.Il Sepulveda,De rebus gestis Caroli V, lib.VII. dice:Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe gravius noceretur.

246.Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel soldo delle sue truppe.Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati».Gosellini,Vita di D. F. Gonzaga.

246.Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel soldo delle sue truppe.

Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati».Gosellini,Vita di D. F. Gonzaga.

247.Valeriano Pierio,De literatorum infelicitate, lib.I; il quale è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.

247.Valeriano Pierio,De literatorum infelicitate, lib.I; il quale è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.

248.Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in Corintia.

248.Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in Corintia.

249.Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V, recate dal professore De Leva.

249.Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V, recate dal professore De Leva.

250.Il Varchi (Storie fiorentine, lib.V) reca i cartelli ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i nostri spadaccini da caffè.

250.Il Varchi (Storie fiorentine, lib.V) reca i cartelli ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i nostri spadaccini da caffè.

251.Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi, lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai Giacobini.

251.Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi, lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai Giacobini.

252.Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’ paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a discrezione».Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà, facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vostra maestà» (Lanz,Correspondenz, tom.Ip. 235). E l’imperatore stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano»Gévay,Urkundenecc., tom.I, p. 147.

252.Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’ paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a discrezione».

Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà, facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vostra maestà» (Lanz,Correspondenz, tom.Ip. 235). E l’imperatore stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano»Gévay,Urkundenecc., tom.I, p. 147.

253.Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, neiDocumenti di storia italianadel Molini.

253.Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, neiDocumenti di storia italianadel Molini.

254.Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».

254.Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».

255.Archivio storico, lib.VI. p. 240.

255.Archivio storico, lib.VI. p. 240.

256.Campial 1517.

256.Campial 1517.

257.De vita sub Turca; nel 1529.

257.De vita sub Turca; nel 1529.

258.— Andrea domandava all’imperatore sessantamila ducati di soldo, la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua, provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il servizio suo».Lettere di Principi a Principi,III, 43.* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia, dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola (Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori, Genova 1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.

258.— Andrea domandava all’imperatore sessantamila ducati di soldo, la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua, provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il servizio suo».Lettere di Principi a Principi,III, 43.

* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia, dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola (Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori, Genova 1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.

259.Bologna, 12 settembre 1529, negliState’s papers, vol.VII.

259.Bologna, 12 settembre 1529, negliState’s papers, vol.VII.

260.Gaetano Giordani,Della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per la coronazione di Carlo V; Cronaca con documenti ed incisioni ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava trecento mila scudi.Monum. Hist. patriæ, Script.I. 861.

260.Gaetano Giordani,Della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per la coronazione di Carlo V; Cronaca con documenti ed incisioni ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava trecento mila scudi.Monum. Hist. patriæ, Script.I. 861.

261.I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’ battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto dahreutzer, ed è moneta corrente anch’oggi.

261.I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’ battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto dahreutzer, ed è moneta corrente anch’oggi.

262.In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici che le entravano in seno.

262.In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici che le entravano in seno.

263.VasariinJacopo da Pontormo; ma erra nel dire questi trionfi fossero fatti per la coronazione del papa.

263.VasariinJacopo da Pontormo; ma erra nel dire questi trionfi fossero fatti per la coronazione del papa.

264.Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’ nostri storici avvertì un fatto che trovasi nellaStoria dell’anarchia di Poloniadi Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.

264.Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’ nostri storici avvertì un fatto che trovasi nellaStoria dell’anarchia di Poloniadi Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.

265.Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t.VII, p. 33 e t.VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: — Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia».Storia di Firenze, lib.VI.

265.Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t.VII, p. 33 e t.VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: — Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia».Storia di Firenze, lib.VI.

266.Jacopo Pitti,Storia fiorentina, pag. 112. VediArchivio storico.

266.Jacopo Pitti,Storia fiorentina, pag. 112. VediArchivio storico.

267.Nardi, lib.III.

267.Nardi, lib.III.


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