Chapter 28

320.Lucca nel 1504 avea stabilito munirsi di mura, e fino al 1544 si fecero quelle verso levante e mezzodì; poi dall’estendersi delle nuove armi fatti accorti che i bastioni circolari e le mura con poca scarpa mal resisterebbero, affidossene la cura ad altri ingegneri, segnatamente a Vincenzo Civitali; e l’opera con undici bastioni fu compita solo nel 1645, colla spesa di 956,000 scudi; oltre il valore di 120 cannoni che la munivano; nella tagliata, fin a 750 braccia di distanza non era permesso piantare. La fortificazione fu adattata a bel passeggio, della lunghezza di 5000 metri, tutto pianeggiante.Con un fosso navigabile si pose in comunicazione Lucca coll’Ozzeri e il lago di Sesto, donde per l’emissario della Seresta sboccavasi in Arno, e così poteasi navigare a Firenze, a Pisa e al mare.321.Il Burlamacchi «interrogato, rispose, che il desiderio suo di mettere in libertà la Toscana, e farne poi una unione, li era nato dall’aver letto più libri d’istorie, e massime leVitedi Plutarco; fra le quali aveva considerato la vita di quattro gran capitani, che con pochissima gente avevano fatto gran cose; e questi erano Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato. Ed in questi pensieri era stato da sei mesi se non forse un anno avanti che lo conferisse con persona; ed ogni giorno parendoli che la cosa fosse più riuscibile, deliberò conferirla; e così li parve che fosse a proposito Cesare di Benedino; e ne lo conferì, dicendoli che ci andasse pensando, che altre volte ne parlerebbero, perchè era cosa da pensarla; e sendone stato alcune volte insieme, a esso Cesare pareva che la cosa fosse riuscibile.«Item, interrogato, disse: essersi confessato e comunicato quest’anno in Ferrara, e da molti anni in qua, ogni anno una volta; non avere mai desiderato alcun comodo o utilità particolare di questo suo disegno, ma che il principale intento suo era di fare una cosa buona, lodevole e di memoria; tenere per certo che, se la cosa non si fosse scoperta, sarebbe riuscita, senza dubbio alcuno, a giudizio suo, ed oggi lo crede più che mai.«Interrogato qual benefizio intendesse fare a sua maestà con quest’unione, sì come scrive, rispose che, riuscendoli l’impresa dell’unire Toscana, aveva disegnato di poi andare o mandare o scrivere all’imperatore, e pregarlo se ne venisse dalle parti di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono, e ridurla all’unione di molte varietà d’opinioni che vi sono; il che li poteva riuscire con levarli l’entrate, e con questo avrebbe contentato gli Alamanni, e ridottili alla obbedienza sua, li quali non desideravano altro.«Ed allora il prefato signor commissario, per aver meglio la verità delli altri complici del detto delitto, ha ordinato sia spogliato, ligato et alzato. E subito postosi da se medesimo alla corda spogliato, e dopo ligato ed alzato per braccia quattro o circa da terra, ed ivi stando sospeso, interrogato che dica la verità degli altri complici di più di quello ha detto, e massime delli suddetti Senesi, rispose: Ah, signor commissario, ch’io son morto, che ho detto la verità, ahimè!...Un altro giorno «entrato il soprascritto signor commissario nella carcere della torre del Palazzo di Lucca, dove sta detenuto il soprascritto Burlamacchi, e di nuovo monito ed interrogato, rispose lamentandosi: Oh! signore, che volete ch’io vi dica: se ho detto tutto ciò che sapeva? Fatemi di grazia tagliar più presto la testa che tormentarmi tanto, chè io sono tutto stroppiato. Non avete, signore, la cosa chiara?«E volendo il prefato signor commissario chiarire l’animo suo di questo fatto importantissimo, in conformità dell’ordine che tiene, ordinò li fosse appresentato il fuoco e ceppi, e scalzato. E di nuovo interrogato, rispose: Ah! signore, se si vede la cosa chiara, come e a che tanto tormentarmi?«E scalzato che fu, il prefato signor commissario ordinò che fosse condotto al fuoco; e così ivi condotto, nell’atto di ponerli i ceppi, più volte monito e pregato a dire la verità, disse: Signore, io non so che mai dirle altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di più di quelle ho detto.«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo nell’Archivio storico).322.Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello portava:Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur. Nel 1470 gli spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. IlDiarium Parmensesotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto, re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte lietamente, appestarono l’esercito.323.Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse unaVita di Pier Luigi Farnese, donde restiam chiari quanto Carlo V volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato l’acquisto di Soragna:— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco, e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere. Sa vostra maestà che nelrobbardi un luogo, la maggior difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare ilfurto; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che convien fare di Montojo.«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile; ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo. Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato, mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in casa...«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita in pericolo».Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe; don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza, nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno, cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa della città».324.Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore «vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare una persona».325.«Che delli omicidj che seguissero il giorno del caso, non sarà domandato conto nè ragione; nè similmente di robe e denari che fossero stati acquistati in qualsivoglia modo; ma che tali robe e denari saranno tenuti per acquistati a buona guerra». Capitoli concessi al conte Anguissola, 7 settembre.326.Che Pier Luigi Farnese non fosse quel mostro che è nella tradizione, cercò mostrarlo Luciano Scarabelli in unCapitolo ineditodella sua Storia civile (Bologna 1868). Di tante cronache e memorie contemporanee da lui compulsate, nessuna lo presenta quale i partitanti dei Medici, dei Doria, degli Austriaci e i nemici del papa: certo aveva attorno persone rispettabilissime, Annibal Caro, il Pacino, il Monterdo, Claudio Tolomei, Marcantonio Scotti, G. B. Pico ed altri. Il popolo non prese parte all’assassinio, anzi lo detestò.327.A chiarire la condizione delle città italiane d’allora giovi qui riferire i «Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Piacenza, e stabiliti per l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Ferrando Gonzaga, capitano generale e luogotenente della cesarea maestà in Italia, alli 10 settembre 1547 in Piacenza:«1. Prometterà sua eccellenza, in nome di sua maestà, attesa la devozione volontariamente dimostrata e con manifesto pericolo, che mai s’infeuderà, alienerà, oquovis modosi separerà detta città dallo Stato di Milano, in alcuna persona di qualunque grado, dignità o preeminenza sia, anche che fosse del proprio sangue di sua maestà, o per qualunque altra causa anche privilegiata.«2. Che tutte le entrate ordinarie si riducano ed esigano come erano ed esigevano nanti la investitura ed alienazione fatta di questa città, e le addizioni fatte per papa Paolo; nè quelle si possanoquovis modoaccrescere.«3. Che accadendo imporsi nello Stato di Milano gravezze straordinarie, non possa imporsi alla città e contado di Piacenza più della decima di tutta la somma.«4. Che il podestà, qual sarà deputato nella città, sia uno dei magnifici senatori giureconsulti residenti nell’illustrissimo senato di Milano, nel modo e forma e con l’autorità quale si suol dare a quello di Cremona.«5. Che le cause civili si vedano, conoscano e decidano in questa città, nè siano tirate in Milano, eccetto le cause feudali e quelle che passano mille ducati di entrata.«6. Che siano conservati li nostri statuti e legge municipale, non ostante qualunque disposizione di ragione comune in contrario.«7. Che per mantenere la città e contado in unione e pace, colla quale sono venuti all’obbedienza di sua maestà, si cancellino ed annullino tutti i processi e condanne criminali di qualunque causa e delitto,etiam criminis lesæ majestatis, intervenendo però la pace in quei casi, ov’è necessaria la pace; eccetto che, dove non è intervenuto omicidio o ferite di animo deliberato, s’intenda anche fatta la remissione del tutto, senza pace, eccetto quello che concerne l’interesse e pregiudizio del terzo. E così tutti i banditi anche dello Stato di Milano per i tempi passati siano liberi e assolti.«8. Che tutti i beni confiscati siano restituiti a quelli di chi erano, essendo capaci per la presente concessione; e in ogni caso non essendo essi capaci, siano restituiti a’suoi più prossimi, quali verranno ab intestato.«9. Che non sia proibito ad alcuno di questa città il far mercanzia e artifizio di qualunque sorte che sia permesso nella città di Milano.«10. Che niuno sia forzato contro sua volontà a venire a stare ed abitare nella città, ma sia in libertà sua star dentro e fuori.«11. Che il governo della città si riduca e sia com’era nanti la investitura e infeudazione o alienazione di questa città.«12. Che i signori feudatarj siano preservati nei loro privilegi e amministrazione delle loro giurisdizioni, com’erano nel tempo degli eccellentissimi duchi passati di Milano, avanti che lo Stato fosse occupato dai Francesi, osservandosi però sempre il decreto del maggiore magistrato.«13. Che sua maestàperpetuis temporibusfarà de’ magnifici senatori residenti in Milano uno dei giureconsulti di questa città.«Ultimo, che sua eccellenza costringa ognuno che posseda beni nel territorio di Piacenza, così piacentino come ogni altro, anche feudatarj, a venire alla debita obbedienza, fedeltà e unione con gli altri cittadini; e contro gl’inobbedienti si proceda alla privazione de’ loro beni e altre pene, come meglio parrà a sua eccellenza».328.Grisellini,Vita di don Ferrante;Adriani,Storia, lib.IV.329.Sozzini,Diario Senese, pag. 88.330.Brantôme nella Vita di esso scrive:Le seigneur Strozzi quitta l’Italie et vint trouver le roy au camp de Marole, avec la plus belle compagnie qui fût jamais vue de deux cents arquebusiers à cheval, les mieux dorés, les mieux montés, les mieux en point qu’on eût su voir; car il n’y en avoit nul qui n’eût deux bons chevaux qu’on nommoit cavalins, qui sont de légère taille, le morion doré, les manches de maille, qu’on portoit fort alors, la plupart toutes dorées, ou bien la moitié, les arquebuses et fourniments de même, ils attoient souvent avec les cheveaux légers et coureurs, de sort qu’ils faisaient rage; quelquefois ils se servoient de la pique, de la bourghignote et du corselet doré, quand il en faisoit besoin; et qui plus est, c’étoient tous vieux capitaines et soldats bien aguerris sous les bannières et ordonnances de ce grand capitaine Jeannin de Médicis, qui avoient quasi tous été à lui, tellement que, quand il falloit mettre pied à terre, on n’avoit besoin de grand commandement pour les ordonner en bataille, car d’eux-mêmes se rangeoient si bien qu’on n’y trouvoit rien à redire...331.Lettere di Principi a Principi, tom.II. p. 149.332.Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà; e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia, ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta, quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di quello del magno Trivulzio a Milano:CI-DESSOUS REPOS LES OSDE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.333.Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra, qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi, ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France, lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu, merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’ au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec honneur.Monluc, Mémoires.334.Ap.Ricotti,Compagnie di ventura,IV. 264.335.«Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà, gli sono si può dire soggetti».Relazionedell’ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli nel 1561.336.«Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura, vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte vivaci e piene di spirito e di lussuria (lusso) erano quelle che facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù: sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre, desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli quanto più può».Relazionepredetta dell’ambasciadore Fedeli, che è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano, fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse.Relazioni degli ambasciadori veneti; serie 2ª, vol.I. pag. 327.337.È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11 marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni, e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti, stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo stabilire cheChiunque cospirasse contro la persona del duca e de’ suoi, o la sicurezza dello Stato, o avendone notizia non lo denunzii, s’intenda incorso nelle pene inflitte dalle leggi comuni; e vengano perseguitati in ogni luogo, promettendo cinquantamila fiorini a chi rivela tali macchinazioni, oltre conseguir le sostanze de’ cospiranti; assolti da ogni pena se fossero stati anch’essi cospiratori. Eguale premio a chi ucciderà uno d’essi cospiranti, quand’anche fosse bandito, e condannato nella vita; e inoltre possano ottener grazia della vita a due banditi per altra colpa che di Stato: eguale a chi un rubelle conducesse vivo nelle forze della santa giustizia, quand’anche siano bargelli o persone pubbliche: ai ribelli s’infligga la pena di morte; e se non siano in podestà della giustizia vengano banditi, confiscati i loro beni, quantunque legati a fedecommesso, sostituzione, traslazione; e fin i beni materni e delle avole che ad essi pervengano; cassando i contratti che abbian fatto dopo messisi a cospirare.E «acciocchè non solo essi cospiranti siano puniti e castigati, ma i figliuoli ancora e i loro discendenti maschi etiam inlegittimi, come discendenti da corrotta radice, e per tale discendenzia partecipi del soprascritto contagioso e abbominevole delitto, portino parte della pena che si convien loro come persone odiose e colpevoli», si stabilisce che essi pure siano infami, incapaci d’ogni dignità, esuli in perpetuo e relegati, cominciando al duodecimo anno. Le figliuole s’intendano solo prive d’ogni successione, e fin de’ beni fedecommessi, salvo una dote competente. Le doti delle mogli de’ delinquenti s’impieghino sul Monte dello Stato o in beni stabili, in modo che non possano conseguirne alcun frutto vita durante: che se muojano senz’altri figli che dello scellerato, tutto vada al fisco, non ostante qualsivoglia contratto: bensì possano succedere i figli che abbiano d’altro letto.Con queste non s’intende tolta verun’altra delle pene comminate dalla legge comune o dalle municipali, e non ostante qualsivoglia privilegio, statuto, provvisione, immunità, capitolazione.338.Sono sue le fortezze di Pistoja, d’Arezzo, di San Sepolcro, di Eliopoli al confine della Romagna, due castelli dell’isola d’Elba, quel di San Martino nel Mugello, il bastione di Poggio imperiale.Del modo di quelle milizie Cosmo informava di sua bocca il Fedeli suddetto: — Io ho una milizia descritta nello Stato di Firenze d’uomini da diciotto anni fin a cinquanta, e tutti usi alle armi, in numero di ventitremila, così bene regolati e disciplinati, che si può dire che questa sia una bellissima banda, tutta armata, parte d’archibugi, parte di corsaletti e picca. Da questa descrizione è riservata la città di Pistoja e suo territorio, per gli animi che hanno implicati nelle parti, e la città di Firenze e suo territorio; chè a questa non ho voluto lasciar l’arme, ma vi si caveria e miglior gente e in gran numero in un bisogno importante, come fu nella guerra di Siena, ch’io me ne servii mirabilmente; così che in tutta quella impresa non altri che due soli mi si ribellarono, e tutti continuarono sino a guerra finita; cosa che non fece nessun’altra nazione, che ogni tratto se ne andavano e se ne fuggivano. In regolare questa milizia ho avuto grandissima fatica a ridurla obbediente ed in provveder di non essere rubato nei pagamenti, come io era da principio; ma in questo ho ora posto così buon ordine, che ben posso al tutto e di tutti rassicurarmi«Quando si ritrova di tempo in tempo alcuno che passi l’età, o che si faccia impotente, o che abbia qualche altra legittima causa di non poter essere soldato, subito si mette un altro in suo luogo, e si vanno descrivendo eziandio alla giornata quelli che pervengono alli diciotto anni. Quando poi mi occorre di levar una banda dalla provincia, faccio cavar dal libro della descrizione generale un ruolo a San Pietro, con li cognomi, nomi dei padri, e segni, e con li pagamenti stabiliti a’ capitani, sergenti ed alfieri e capi di squadra; e con una lettera mia e con il denaro bollato in gruppo, mando l’ordine al commissario di quella città dove voglio levare la gente; il qual subito col ruolo in mano chiama la gente e la paga, e quelli se ne vengono tutti spediti, perchè sanno che hanno da camminare; e così immediate marciano dove dai capi sono guidati. E quest’ordine ho io ridotto così facile, che in cinque soli giorni li metto tutti insieme ed uniti in campagna: perchè in due giorni e mezzo va il comandamento per tutto lo Stato, e in due giorni e mezzo sono tutti uniti. Ma quando è il tempo delli raccolti e di far i servizj della villa, ordino che li contadini siano lasciati a casa persino che dura il bisogno della campagna. Ho poi fatto una descrizione per tutto lo Stato di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna forti e robusti, e sono tutti per pelo o per segno descritti; e di questi me ne posso servire mo’ di una parte, mo’ dell’altra in quel modo che io voglio, scambiandoli di continuo secondo il bisogno, e adoperandoli sì nella guerra come in altre opere secondo la mia volontà.«Di quel di Siena io cavo poco per adesso, per le esecuzioni fatte loro per la guerra, ma penso ridurli a buoni termini. Ora ne cavo poco più di centomila ducati oltre la spesa; e questo denaro si cava solamente dai pascoli, dal sale e da due dazj, li quali spero io che si faranno molto maggiori presto, perchè torneranno li traffichi, e moltiplicheranno le genti. La milizia descritta è di settemila uomini, tutta gente eletta (che il Senese fa sempre buoni soldati), ed è governata col medesimo ordine e con la stessa disciplina che ho detto esser quella di Firenze. Di modo che dell’uno e dell’altro Stato di Firenze e Siena avrò sempre pronti trentamila fanti, senza che li Stati predetti patiscano.«De’ cavalli non son molto in ordine, ma presto farò di maniera che ne avrò una banda di mille e cinquecento; perchè in tutti due li Stati vi sono molti gentiluomini, ed altri che tengono cavalli per loro uso, ai quali dando io due scudi al mese in tempo di pace, supplisco al mio bisogno con poca spesa, e terranno buoni cavalli con questo poco intertenimento.«Io mi sono posto poi con tutti gli spiriti alle cose di mare, e ho delle galere fatte, e tuttavia se ne fanno, e continuerò a farne, e le terrò in ordine di tutte quelle cose che fanno bisogno per poterle armare; chè ciurme non me ne mancheranno, e d’avvantaggio, se occorrerà in servizio delli miei amici; fra poco tempo ne voglio avere trenta in ordine. E per avere nel mio Stato tutte le cose per bisogno dell’arsenale, quest’anno ho posto in ordine per il tessere cotonine da far le vele; chè il resto nasce tutto sul mio in grandissima copia, e da servirne chi ne volesse».339.Non si può immaginar festa più insigni, di quelle per le nozze del granduca Francesco Medici colla regina Giovanna d’Austria, descritte a lungo dal Vasari, e dove tutto il giro della città ebbe archi, statue, ritratti, iscrizioni, poi apparati diversi di comparse, di teatri, di musiche, continuati per molti giorni. Il Vasari stesso ordinò e descrisse quelle pel battesimo del loro figlio.340.L’ambasciadore Fedeli diceva di lui: — Avendo provato la cattiva poi la buona fortuna, e l’uno e l’altro modo di vivere, e l’una e l’altra condizione de’ tempi, s’è fatto molto prudente e savio, e si è conservato ed ingrandito, e ha superate tutte le difficoltà, scoperte tutte le congiure; e vinti e debellati tutti li suoi potentissimi nemici, e quelli avuti nelle mani ha castigato di modo che con le persecuzioni s’è assicurato e con le guerre confermato; talmente che oggidì si dice in Firenze che ogni tumulto, ogni guerra, ogni assedio, ogni vittoria ed ogni morte si vede esser seguìta per fermare e stabilire in Cosmo questo principato...«Questo principe governa gli Stati suoi con un grandissimo rigore e spavento; vuole la pace, l’unione, la tranquillità fra i suoi popoli e cittadini, li quali non ardiscono pur muoversi; e non vuole che si parli d’odj, d’ingiurie, d’inimicizie e di vendette, nè che più si nomini nè parte guelfa nè ghibellina, nè parte panciatica nè cancelliera, nè piagnoni nè arrabbiati, sebbene tutte fra loro queste parti sieno piene di veleno. Tiene una giustizia incomparabile, e così grande, così eccessiva, così espedita, e così a tutti indifferente, che fa stare ciascuno ne’ termini; e in ciò mette grandissima cura acciocchè non segua disordine, e non sia fatto torto ad alcuno nè ingiustizia, e che tutti siano eziandio de’ loro errori indifferentemente castigati e puniti. Finalmente colla quiete de’ popoli, con l’abbondanza, con la pace e con la giustizia si fa sempre più degno del principato: nè manca in cosa alcuna, ponendo ogni cura e diligenza che gli ufficiali di dentro, e li reggimenti e governi di fuori siano sempre d’uomini periti, pratici e intelligenti, e soprattutto che siano buoni e fedeli; e come ne scuopre un tristo o parziale, lo cassa e lo punisce senza rispetto alcuno; e non sono molti mesi che una mattina assistendo all’udienza del magistrato degli Otto, che è il supremo nelle cose criminali, li mandò tutti a casa con ignominia, e dubitavasi di peggio assai, solamente per mostrarsi parziali in un caso che aveva bisogno di pronta e severa risoluzione; di modo che le cose civili e criminali sono con grandissimo studio spedite ed amministrate.«Ha medesimamente provveduto per la difesa de’ suoi popoli, per la conservazione de’ suoi Stati, per l’aumento della sua grandezza, e per la futura autorità e dignità de’ suoi posteri e successori; perciocchè ha disposto sotto perpetui ordini una onorata e valorosa milizia di fanti trentamila, tutti disciplinati e tutti descritti da anni diciotto fino a cinquanta, li quali in cinque giorni si possono unire e porsi tutti insieme in campagna; e si può eziandio servire di molto maggior numero se vuole, per la buona e numerosa gente de’ suoi Stati.«Di cavalli, volendone tenere una banda di duemila, ne va ogni dì facendo, ma con grandissima difficoltà, per la carestia che ha il paese di cavalli: pur mi disse che pensava di facilitar l’espedizione col fare una nuova descrizione di tutti quelli del suo Stato, che o per comodità o per sollazzo o per onorevolezza tenessero cavalli, e con due scudi al mese in tempo di pace, e con qualche esenzione personale o privilegio di portar l’armi, obbligarli a star bene a cavallo, con promessa di pagarli in tempo di guerra: e con questo modo pensava di dar pronta esecuzione a questo suo disegno, come darà, perchè quello che egli vuole senza replica sempre si eseguisce.«Ha poi una descrizione di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna robustissimi, delli quali, sebbene sono fatti per adoperarli nella guerra, se ne serve però anche in tempo di pace, secondo il bisogno, ad assettar le strade, a cavar fossi, seccare paludi, bonificar terreni, e così fa opere grandi e maravigliose che è uno stupore; volta le acque e i fiumi dove che vuole per ridurre il paese all’agricoltura.«Fa poi di continuo lavorare intorno le munizioni di polvere, e gettare artiglierie, che finora n’ha pezzi cento da batteria ed altri infiniti da campagna; e a questo si aggiunge una elevazione di capitani valorosi di diverse nazioni, tutti esercitati nella guerra, i quali sono al numero di centoventi, che tutti seguono la Corte, e tutti hanno soldo da diciotto fino a venti, venticinque, trenta e quaranta scudi al mese per uno...«Non entra nè esce cosa alcuna dalle città dello Stato, che tutte non paghino pur qualsivoglia minima cosa; nè in ciò vi è rimedio, tanta è la esatta diligenza dei dazieri e deputati, che tutti sono per conto del principe, il quale non affitta nè appalta alcun dazio o gabella, e però si fa la esazione con molta cautela e riscontri, e quelli che hanno i carichi stanno sempre con spavento nel rivedere de’ conti, perchè il principe punisce gl’intacchi severissimamente; il quale, con aver fatto impiccare un suo favoritissimo, e che però rubava con sicurtà, nominato messer Giuliano del Tovaglia, uomo già fatto ricchissimo e al quale a tutte l’ore era l’adito aperto di poter entrare dal duca, ha dato un esempio perpetuo a tutti li suoi ministri. E mi ricordo che sua eccellenza un giorno mi disse, che in regolare il suo Stato il tutto gli era stato facilissimo, ma che il provvedere di non esser rubato l’avea trovato difficilissimo, e l’avea ottenuto con gran fatica, parendogli però d’esser ora sicuro che li ministri s’abbino a guardare di torgli pur un quattrino; li quali per la verità stanno sempre in un terrore grandissimo, talmente che non bisogna pensare di potere far contrabbandi nello Stato suo.«Ha un corpo di assai più che comune statura, robustissimo e forte; nell’aspetto è molto grazioso, ma quando vuole si rende tremendo; nelle fatiche e negli esercizj è indefesso, e molto si diletta delle cose ove abbisogni agilità, forza e destrezza, talmente che nel levar dei pesi, nel maneggiar dell’armi, nei torneamenti dei cavalli, e nel giuoco della palla e nella caccia, non vi è chi lo superi, e stracca ognuno. Ed in simili piaceri delli quali si diletta molto, e nel pescare e nel nuotare è la totale sua ricreazione, e si spoglia allora d’ogni autorità e dignità, e sta con molta domestichezza burlando con tutti molto famigliarmente, e vuole che tutti i suoi egualmente piglino questa sicurtà senza avergli rispetto alcuno: ma fuori di questi esercizj non riconosce persona, come se vista e conosciuta mai non l’avesse, nè v’è chi fosse ardito di far pure un minimo segno di famigliarità, e si ritira immediate nella sua solita severità, talmente che è fatto un proverbio nella città, che il duca si disduca e s’induca quando vuole, perchè si fa privato e principe a sua posta. Ma questo fa solamente con i suoi, perchè con gli altri non si domestica mai, nè fa punto copia di se stesso se non quando porta il bisogno del negoziare.«Così come è grande nel maneggio e nel governo dello Stato, così già soleva usare tutte le grandezze in tutte le cose: ma da un tempo in qua è molto rimesso e ritirato, e nelle cose della casa non vive in vero da principe con quelle grandezze esquisite che sogliono usare gli altri principi o duchi, ma vive come un grandissimo padre di famiglia, e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata; nè li figli fanno da sè tavola, nè altra spesa come s’usa nelle altre corti, ma tutta è una spesa ed una sola corte; e così nell’andar fuori o per la città e in campagna, dove va il duca va la moglie e figliuoli e tutta la casa, con una guardia sempre a canto d’una banda d’Allemanni, d’una compagnia di cavalli leggieri e di cento archibugieri, che non mancano mai; e lui sta sempre armato di maniche, giaco, spada e pugnale con la sua numerosa corte che lo segue; e dove va la sua persona vanne tutti li suoi capitani pensionati e stipendiati, che manco di seicento cavalli non sono mai, i quali tutti ad un suon di tromba si muovono; e tutto è ridotto a tanta facilità, che li muli e carriaggi, che sono infiniti, sono subito pronti e presti in seguire; nè altri poi vi sono che gli facciano corte di quelli della città, perchè il duca non vuole che nè le donne nè gli uomini si occupino in altro che nelle loro faccende, per non esser nè atti nè assuefatti a questo, come è usanza nelle corti degli altri principi.«Soleva già questo principe dare la spesa e fare una tavola per chi voleva andare; ora l’ha levata del tutto, e non la fa se non in campagna, e non sempre. Soleva tenere una stalla regia di tutte le sorta di preziosi cavalli; ora tiene tanto che basta. Soleva nelle cose della caccia far una grandissima spesa; ora se la passa con ogni mediocrità, e fa che li privati suppliscano, che il tenere un buon falcone o un buon cane si reputa favore. Ed ha ristretto finalmente tutte le spese superflue, nè si vede tenere in altro la mira che in accumular tesori.«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti, si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre, città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca contraffare agli ordini dati.«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori, e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il modo di cacciarli e di romperli».341.Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine col titoloCartas al emp. Carlos V en les anos del1530-32.342.Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che indicava i movimenti dei pianeti.343.Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a stampare col nome diOrdinari ZeitungeneExtraordinari Zeitungen, origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia, si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574, andò a fargli visita.

320.Lucca nel 1504 avea stabilito munirsi di mura, e fino al 1544 si fecero quelle verso levante e mezzodì; poi dall’estendersi delle nuove armi fatti accorti che i bastioni circolari e le mura con poca scarpa mal resisterebbero, affidossene la cura ad altri ingegneri, segnatamente a Vincenzo Civitali; e l’opera con undici bastioni fu compita solo nel 1645, colla spesa di 956,000 scudi; oltre il valore di 120 cannoni che la munivano; nella tagliata, fin a 750 braccia di distanza non era permesso piantare. La fortificazione fu adattata a bel passeggio, della lunghezza di 5000 metri, tutto pianeggiante.Con un fosso navigabile si pose in comunicazione Lucca coll’Ozzeri e il lago di Sesto, donde per l’emissario della Seresta sboccavasi in Arno, e così poteasi navigare a Firenze, a Pisa e al mare.

320.Lucca nel 1504 avea stabilito munirsi di mura, e fino al 1544 si fecero quelle verso levante e mezzodì; poi dall’estendersi delle nuove armi fatti accorti che i bastioni circolari e le mura con poca scarpa mal resisterebbero, affidossene la cura ad altri ingegneri, segnatamente a Vincenzo Civitali; e l’opera con undici bastioni fu compita solo nel 1645, colla spesa di 956,000 scudi; oltre il valore di 120 cannoni che la munivano; nella tagliata, fin a 750 braccia di distanza non era permesso piantare. La fortificazione fu adattata a bel passeggio, della lunghezza di 5000 metri, tutto pianeggiante.

Con un fosso navigabile si pose in comunicazione Lucca coll’Ozzeri e il lago di Sesto, donde per l’emissario della Seresta sboccavasi in Arno, e così poteasi navigare a Firenze, a Pisa e al mare.

321.Il Burlamacchi «interrogato, rispose, che il desiderio suo di mettere in libertà la Toscana, e farne poi una unione, li era nato dall’aver letto più libri d’istorie, e massime leVitedi Plutarco; fra le quali aveva considerato la vita di quattro gran capitani, che con pochissima gente avevano fatto gran cose; e questi erano Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato. Ed in questi pensieri era stato da sei mesi se non forse un anno avanti che lo conferisse con persona; ed ogni giorno parendoli che la cosa fosse più riuscibile, deliberò conferirla; e così li parve che fosse a proposito Cesare di Benedino; e ne lo conferì, dicendoli che ci andasse pensando, che altre volte ne parlerebbero, perchè era cosa da pensarla; e sendone stato alcune volte insieme, a esso Cesare pareva che la cosa fosse riuscibile.«Item, interrogato, disse: essersi confessato e comunicato quest’anno in Ferrara, e da molti anni in qua, ogni anno una volta; non avere mai desiderato alcun comodo o utilità particolare di questo suo disegno, ma che il principale intento suo era di fare una cosa buona, lodevole e di memoria; tenere per certo che, se la cosa non si fosse scoperta, sarebbe riuscita, senza dubbio alcuno, a giudizio suo, ed oggi lo crede più che mai.«Interrogato qual benefizio intendesse fare a sua maestà con quest’unione, sì come scrive, rispose che, riuscendoli l’impresa dell’unire Toscana, aveva disegnato di poi andare o mandare o scrivere all’imperatore, e pregarlo se ne venisse dalle parti di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono, e ridurla all’unione di molte varietà d’opinioni che vi sono; il che li poteva riuscire con levarli l’entrate, e con questo avrebbe contentato gli Alamanni, e ridottili alla obbedienza sua, li quali non desideravano altro.«Ed allora il prefato signor commissario, per aver meglio la verità delli altri complici del detto delitto, ha ordinato sia spogliato, ligato et alzato. E subito postosi da se medesimo alla corda spogliato, e dopo ligato ed alzato per braccia quattro o circa da terra, ed ivi stando sospeso, interrogato che dica la verità degli altri complici di più di quello ha detto, e massime delli suddetti Senesi, rispose: Ah, signor commissario, ch’io son morto, che ho detto la verità, ahimè!...Un altro giorno «entrato il soprascritto signor commissario nella carcere della torre del Palazzo di Lucca, dove sta detenuto il soprascritto Burlamacchi, e di nuovo monito ed interrogato, rispose lamentandosi: Oh! signore, che volete ch’io vi dica: se ho detto tutto ciò che sapeva? Fatemi di grazia tagliar più presto la testa che tormentarmi tanto, chè io sono tutto stroppiato. Non avete, signore, la cosa chiara?«E volendo il prefato signor commissario chiarire l’animo suo di questo fatto importantissimo, in conformità dell’ordine che tiene, ordinò li fosse appresentato il fuoco e ceppi, e scalzato. E di nuovo interrogato, rispose: Ah! signore, se si vede la cosa chiara, come e a che tanto tormentarmi?«E scalzato che fu, il prefato signor commissario ordinò che fosse condotto al fuoco; e così ivi condotto, nell’atto di ponerli i ceppi, più volte monito e pregato a dire la verità, disse: Signore, io non so che mai dirle altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di più di quelle ho detto.«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo nell’Archivio storico).

321.Il Burlamacchi «interrogato, rispose, che il desiderio suo di mettere in libertà la Toscana, e farne poi una unione, li era nato dall’aver letto più libri d’istorie, e massime leVitedi Plutarco; fra le quali aveva considerato la vita di quattro gran capitani, che con pochissima gente avevano fatto gran cose; e questi erano Timoleone, Pelopida, Dione ed Arato. Ed in questi pensieri era stato da sei mesi se non forse un anno avanti che lo conferisse con persona; ed ogni giorno parendoli che la cosa fosse più riuscibile, deliberò conferirla; e così li parve che fosse a proposito Cesare di Benedino; e ne lo conferì, dicendoli che ci andasse pensando, che altre volte ne parlerebbero, perchè era cosa da pensarla; e sendone stato alcune volte insieme, a esso Cesare pareva che la cosa fosse riuscibile.

«Item, interrogato, disse: essersi confessato e comunicato quest’anno in Ferrara, e da molti anni in qua, ogni anno una volta; non avere mai desiderato alcun comodo o utilità particolare di questo suo disegno, ma che il principale intento suo era di fare una cosa buona, lodevole e di memoria; tenere per certo che, se la cosa non si fosse scoperta, sarebbe riuscita, senza dubbio alcuno, a giudizio suo, ed oggi lo crede più che mai.

«Interrogato qual benefizio intendesse fare a sua maestà con quest’unione, sì come scrive, rispose che, riuscendoli l’impresa dell’unire Toscana, aveva disegnato di poi andare o mandare o scrivere all’imperatore, e pregarlo se ne venisse dalle parti di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono, e ridurla all’unione di molte varietà d’opinioni che vi sono; il che li poteva riuscire con levarli l’entrate, e con questo avrebbe contentato gli Alamanni, e ridottili alla obbedienza sua, li quali non desideravano altro.

«Ed allora il prefato signor commissario, per aver meglio la verità delli altri complici del detto delitto, ha ordinato sia spogliato, ligato et alzato. E subito postosi da se medesimo alla corda spogliato, e dopo ligato ed alzato per braccia quattro o circa da terra, ed ivi stando sospeso, interrogato che dica la verità degli altri complici di più di quello ha detto, e massime delli suddetti Senesi, rispose: Ah, signor commissario, ch’io son morto, che ho detto la verità, ahimè!...

Un altro giorno «entrato il soprascritto signor commissario nella carcere della torre del Palazzo di Lucca, dove sta detenuto il soprascritto Burlamacchi, e di nuovo monito ed interrogato, rispose lamentandosi: Oh! signore, che volete ch’io vi dica: se ho detto tutto ciò che sapeva? Fatemi di grazia tagliar più presto la testa che tormentarmi tanto, chè io sono tutto stroppiato. Non avete, signore, la cosa chiara?

«E volendo il prefato signor commissario chiarire l’animo suo di questo fatto importantissimo, in conformità dell’ordine che tiene, ordinò li fosse appresentato il fuoco e ceppi, e scalzato. E di nuovo interrogato, rispose: Ah! signore, se si vede la cosa chiara, come e a che tanto tormentarmi?

«E scalzato che fu, il prefato signor commissario ordinò che fosse condotto al fuoco; e così ivi condotto, nell’atto di ponerli i ceppi, più volte monito e pregato a dire la verità, disse: Signore, io non so che mai dirle altro, perchè ho detto tutta la verità, e mai dirò altro di più di quelle ho detto.

«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo nell’Archivio storico).

322.Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello portava:Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur. Nel 1470 gli spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. IlDiarium Parmensesotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto, re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte lietamente, appestarono l’esercito.

322.Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello portava:Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur. Nel 1470 gli spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. IlDiarium Parmensesotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto, re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte lietamente, appestarono l’esercito.

323.Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse unaVita di Pier Luigi Farnese, donde restiam chiari quanto Carlo V volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato l’acquisto di Soragna:— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco, e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere. Sa vostra maestà che nelrobbardi un luogo, la maggior difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare ilfurto; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che convien fare di Montojo.«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile; ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo. Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato, mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in casa...«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita in pericolo».Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe; don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza, nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno, cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa della città».

323.Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse unaVita di Pier Luigi Farnese, donde restiam chiari quanto Carlo V volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato l’acquisto di Soragna:

— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco, e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere. Sa vostra maestà che nelrobbardi un luogo, la maggior difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare ilfurto; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che convien fare di Montojo.

«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile; ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo. Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato, mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.

«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...

«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in casa...

«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita in pericolo».

Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe; don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza, nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno, cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa della città».

324.Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore «vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare una persona».

324.Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore «vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare una persona».

325.«Che delli omicidj che seguissero il giorno del caso, non sarà domandato conto nè ragione; nè similmente di robe e denari che fossero stati acquistati in qualsivoglia modo; ma che tali robe e denari saranno tenuti per acquistati a buona guerra». Capitoli concessi al conte Anguissola, 7 settembre.

325.«Che delli omicidj che seguissero il giorno del caso, non sarà domandato conto nè ragione; nè similmente di robe e denari che fossero stati acquistati in qualsivoglia modo; ma che tali robe e denari saranno tenuti per acquistati a buona guerra». Capitoli concessi al conte Anguissola, 7 settembre.

326.Che Pier Luigi Farnese non fosse quel mostro che è nella tradizione, cercò mostrarlo Luciano Scarabelli in unCapitolo ineditodella sua Storia civile (Bologna 1868). Di tante cronache e memorie contemporanee da lui compulsate, nessuna lo presenta quale i partitanti dei Medici, dei Doria, degli Austriaci e i nemici del papa: certo aveva attorno persone rispettabilissime, Annibal Caro, il Pacino, il Monterdo, Claudio Tolomei, Marcantonio Scotti, G. B. Pico ed altri. Il popolo non prese parte all’assassinio, anzi lo detestò.

326.Che Pier Luigi Farnese non fosse quel mostro che è nella tradizione, cercò mostrarlo Luciano Scarabelli in unCapitolo ineditodella sua Storia civile (Bologna 1868). Di tante cronache e memorie contemporanee da lui compulsate, nessuna lo presenta quale i partitanti dei Medici, dei Doria, degli Austriaci e i nemici del papa: certo aveva attorno persone rispettabilissime, Annibal Caro, il Pacino, il Monterdo, Claudio Tolomei, Marcantonio Scotti, G. B. Pico ed altri. Il popolo non prese parte all’assassinio, anzi lo detestò.

327.A chiarire la condizione delle città italiane d’allora giovi qui riferire i «Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Piacenza, e stabiliti per l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Ferrando Gonzaga, capitano generale e luogotenente della cesarea maestà in Italia, alli 10 settembre 1547 in Piacenza:«1. Prometterà sua eccellenza, in nome di sua maestà, attesa la devozione volontariamente dimostrata e con manifesto pericolo, che mai s’infeuderà, alienerà, oquovis modosi separerà detta città dallo Stato di Milano, in alcuna persona di qualunque grado, dignità o preeminenza sia, anche che fosse del proprio sangue di sua maestà, o per qualunque altra causa anche privilegiata.«2. Che tutte le entrate ordinarie si riducano ed esigano come erano ed esigevano nanti la investitura ed alienazione fatta di questa città, e le addizioni fatte per papa Paolo; nè quelle si possanoquovis modoaccrescere.«3. Che accadendo imporsi nello Stato di Milano gravezze straordinarie, non possa imporsi alla città e contado di Piacenza più della decima di tutta la somma.«4. Che il podestà, qual sarà deputato nella città, sia uno dei magnifici senatori giureconsulti residenti nell’illustrissimo senato di Milano, nel modo e forma e con l’autorità quale si suol dare a quello di Cremona.«5. Che le cause civili si vedano, conoscano e decidano in questa città, nè siano tirate in Milano, eccetto le cause feudali e quelle che passano mille ducati di entrata.«6. Che siano conservati li nostri statuti e legge municipale, non ostante qualunque disposizione di ragione comune in contrario.«7. Che per mantenere la città e contado in unione e pace, colla quale sono venuti all’obbedienza di sua maestà, si cancellino ed annullino tutti i processi e condanne criminali di qualunque causa e delitto,etiam criminis lesæ majestatis, intervenendo però la pace in quei casi, ov’è necessaria la pace; eccetto che, dove non è intervenuto omicidio o ferite di animo deliberato, s’intenda anche fatta la remissione del tutto, senza pace, eccetto quello che concerne l’interesse e pregiudizio del terzo. E così tutti i banditi anche dello Stato di Milano per i tempi passati siano liberi e assolti.«8. Che tutti i beni confiscati siano restituiti a quelli di chi erano, essendo capaci per la presente concessione; e in ogni caso non essendo essi capaci, siano restituiti a’suoi più prossimi, quali verranno ab intestato.«9. Che non sia proibito ad alcuno di questa città il far mercanzia e artifizio di qualunque sorte che sia permesso nella città di Milano.«10. Che niuno sia forzato contro sua volontà a venire a stare ed abitare nella città, ma sia in libertà sua star dentro e fuori.«11. Che il governo della città si riduca e sia com’era nanti la investitura e infeudazione o alienazione di questa città.«12. Che i signori feudatarj siano preservati nei loro privilegi e amministrazione delle loro giurisdizioni, com’erano nel tempo degli eccellentissimi duchi passati di Milano, avanti che lo Stato fosse occupato dai Francesi, osservandosi però sempre il decreto del maggiore magistrato.«13. Che sua maestàperpetuis temporibusfarà de’ magnifici senatori residenti in Milano uno dei giureconsulti di questa città.«Ultimo, che sua eccellenza costringa ognuno che posseda beni nel territorio di Piacenza, così piacentino come ogni altro, anche feudatarj, a venire alla debita obbedienza, fedeltà e unione con gli altri cittadini; e contro gl’inobbedienti si proceda alla privazione de’ loro beni e altre pene, come meglio parrà a sua eccellenza».

327.A chiarire la condizione delle città italiane d’allora giovi qui riferire i «Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Piacenza, e stabiliti per l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Ferrando Gonzaga, capitano generale e luogotenente della cesarea maestà in Italia, alli 10 settembre 1547 in Piacenza:

«1. Prometterà sua eccellenza, in nome di sua maestà, attesa la devozione volontariamente dimostrata e con manifesto pericolo, che mai s’infeuderà, alienerà, oquovis modosi separerà detta città dallo Stato di Milano, in alcuna persona di qualunque grado, dignità o preeminenza sia, anche che fosse del proprio sangue di sua maestà, o per qualunque altra causa anche privilegiata.

«2. Che tutte le entrate ordinarie si riducano ed esigano come erano ed esigevano nanti la investitura ed alienazione fatta di questa città, e le addizioni fatte per papa Paolo; nè quelle si possanoquovis modoaccrescere.

«3. Che accadendo imporsi nello Stato di Milano gravezze straordinarie, non possa imporsi alla città e contado di Piacenza più della decima di tutta la somma.

«4. Che il podestà, qual sarà deputato nella città, sia uno dei magnifici senatori giureconsulti residenti nell’illustrissimo senato di Milano, nel modo e forma e con l’autorità quale si suol dare a quello di Cremona.

«5. Che le cause civili si vedano, conoscano e decidano in questa città, nè siano tirate in Milano, eccetto le cause feudali e quelle che passano mille ducati di entrata.

«6. Che siano conservati li nostri statuti e legge municipale, non ostante qualunque disposizione di ragione comune in contrario.

«7. Che per mantenere la città e contado in unione e pace, colla quale sono venuti all’obbedienza di sua maestà, si cancellino ed annullino tutti i processi e condanne criminali di qualunque causa e delitto,etiam criminis lesæ majestatis, intervenendo però la pace in quei casi, ov’è necessaria la pace; eccetto che, dove non è intervenuto omicidio o ferite di animo deliberato, s’intenda anche fatta la remissione del tutto, senza pace, eccetto quello che concerne l’interesse e pregiudizio del terzo. E così tutti i banditi anche dello Stato di Milano per i tempi passati siano liberi e assolti.

«8. Che tutti i beni confiscati siano restituiti a quelli di chi erano, essendo capaci per la presente concessione; e in ogni caso non essendo essi capaci, siano restituiti a’suoi più prossimi, quali verranno ab intestato.

«9. Che non sia proibito ad alcuno di questa città il far mercanzia e artifizio di qualunque sorte che sia permesso nella città di Milano.

«10. Che niuno sia forzato contro sua volontà a venire a stare ed abitare nella città, ma sia in libertà sua star dentro e fuori.

«11. Che il governo della città si riduca e sia com’era nanti la investitura e infeudazione o alienazione di questa città.

«12. Che i signori feudatarj siano preservati nei loro privilegi e amministrazione delle loro giurisdizioni, com’erano nel tempo degli eccellentissimi duchi passati di Milano, avanti che lo Stato fosse occupato dai Francesi, osservandosi però sempre il decreto del maggiore magistrato.

«13. Che sua maestàperpetuis temporibusfarà de’ magnifici senatori residenti in Milano uno dei giureconsulti di questa città.

«Ultimo, che sua eccellenza costringa ognuno che posseda beni nel territorio di Piacenza, così piacentino come ogni altro, anche feudatarj, a venire alla debita obbedienza, fedeltà e unione con gli altri cittadini; e contro gl’inobbedienti si proceda alla privazione de’ loro beni e altre pene, come meglio parrà a sua eccellenza».

328.Grisellini,Vita di don Ferrante;Adriani,Storia, lib.IV.

328.Grisellini,Vita di don Ferrante;Adriani,Storia, lib.IV.

329.Sozzini,Diario Senese, pag. 88.

329.Sozzini,Diario Senese, pag. 88.

330.Brantôme nella Vita di esso scrive:Le seigneur Strozzi quitta l’Italie et vint trouver le roy au camp de Marole, avec la plus belle compagnie qui fût jamais vue de deux cents arquebusiers à cheval, les mieux dorés, les mieux montés, les mieux en point qu’on eût su voir; car il n’y en avoit nul qui n’eût deux bons chevaux qu’on nommoit cavalins, qui sont de légère taille, le morion doré, les manches de maille, qu’on portoit fort alors, la plupart toutes dorées, ou bien la moitié, les arquebuses et fourniments de même, ils attoient souvent avec les cheveaux légers et coureurs, de sort qu’ils faisaient rage; quelquefois ils se servoient de la pique, de la bourghignote et du corselet doré, quand il en faisoit besoin; et qui plus est, c’étoient tous vieux capitaines et soldats bien aguerris sous les bannières et ordonnances de ce grand capitaine Jeannin de Médicis, qui avoient quasi tous été à lui, tellement que, quand il falloit mettre pied à terre, on n’avoit besoin de grand commandement pour les ordonner en bataille, car d’eux-mêmes se rangeoient si bien qu’on n’y trouvoit rien à redire...

330.Brantôme nella Vita di esso scrive:Le seigneur Strozzi quitta l’Italie et vint trouver le roy au camp de Marole, avec la plus belle compagnie qui fût jamais vue de deux cents arquebusiers à cheval, les mieux dorés, les mieux montés, les mieux en point qu’on eût su voir; car il n’y en avoit nul qui n’eût deux bons chevaux qu’on nommoit cavalins, qui sont de légère taille, le morion doré, les manches de maille, qu’on portoit fort alors, la plupart toutes dorées, ou bien la moitié, les arquebuses et fourniments de même, ils attoient souvent avec les cheveaux légers et coureurs, de sort qu’ils faisaient rage; quelquefois ils se servoient de la pique, de la bourghignote et du corselet doré, quand il en faisoit besoin; et qui plus est, c’étoient tous vieux capitaines et soldats bien aguerris sous les bannières et ordonnances de ce grand capitaine Jeannin de Médicis, qui avoient quasi tous été à lui, tellement que, quand il falloit mettre pied à terre, on n’avoit besoin de grand commandement pour les ordonner en bataille, car d’eux-mêmes se rangeoient si bien qu’on n’y trouvoit rien à redire...

331.Lettere di Principi a Principi, tom.II. p. 149.

331.Lettere di Principi a Principi, tom.II. p. 149.

332.Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà; e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia, ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta, quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di quello del magno Trivulzio a Milano:CI-DESSOUS REPOS LES OSDE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

332.Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà; e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia, ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta, quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di quello del magno Trivulzio a Milano:

CI-DESSOUS REPOS LES OSDE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

CI-DESSOUS REPOS LES OSDE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

CI-DESSOUS REPOS LES OS

DE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

333.Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra, qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi, ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France, lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu, merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’ au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec honneur.Monluc, Mémoires.

333.Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra, qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi, ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France, lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.

Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu, merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’ au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec honneur.Monluc, Mémoires.

334.Ap.Ricotti,Compagnie di ventura,IV. 264.

334.Ap.Ricotti,Compagnie di ventura,IV. 264.

335.«Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà, gli sono si può dire soggetti».Relazionedell’ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli nel 1561.

335.«Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà, gli sono si può dire soggetti».Relazionedell’ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli nel 1561.

336.«Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura, vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte vivaci e piene di spirito e di lussuria (lusso) erano quelle che facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù: sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre, desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli quanto più può».Relazionepredetta dell’ambasciadore Fedeli, che è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano, fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse.Relazioni degli ambasciadori veneti; serie 2ª, vol.I. pag. 327.

336.«Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura, vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte vivaci e piene di spirito e di lussuria (lusso) erano quelle che facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù: sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre, desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli quanto più può».Relazionepredetta dell’ambasciadore Fedeli, che è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano, fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse.Relazioni degli ambasciadori veneti; serie 2ª, vol.I. pag. 327.

337.È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11 marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni, e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti, stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo stabilire cheChiunque cospirasse contro la persona del duca e de’ suoi, o la sicurezza dello Stato, o avendone notizia non lo denunzii, s’intenda incorso nelle pene inflitte dalle leggi comuni; e vengano perseguitati in ogni luogo, promettendo cinquantamila fiorini a chi rivela tali macchinazioni, oltre conseguir le sostanze de’ cospiranti; assolti da ogni pena se fossero stati anch’essi cospiratori. Eguale premio a chi ucciderà uno d’essi cospiranti, quand’anche fosse bandito, e condannato nella vita; e inoltre possano ottener grazia della vita a due banditi per altra colpa che di Stato: eguale a chi un rubelle conducesse vivo nelle forze della santa giustizia, quand’anche siano bargelli o persone pubbliche: ai ribelli s’infligga la pena di morte; e se non siano in podestà della giustizia vengano banditi, confiscati i loro beni, quantunque legati a fedecommesso, sostituzione, traslazione; e fin i beni materni e delle avole che ad essi pervengano; cassando i contratti che abbian fatto dopo messisi a cospirare.E «acciocchè non solo essi cospiranti siano puniti e castigati, ma i figliuoli ancora e i loro discendenti maschi etiam inlegittimi, come discendenti da corrotta radice, e per tale discendenzia partecipi del soprascritto contagioso e abbominevole delitto, portino parte della pena che si convien loro come persone odiose e colpevoli», si stabilisce che essi pure siano infami, incapaci d’ogni dignità, esuli in perpetuo e relegati, cominciando al duodecimo anno. Le figliuole s’intendano solo prive d’ogni successione, e fin de’ beni fedecommessi, salvo una dote competente. Le doti delle mogli de’ delinquenti s’impieghino sul Monte dello Stato o in beni stabili, in modo che non possano conseguirne alcun frutto vita durante: che se muojano senz’altri figli che dello scellerato, tutto vada al fisco, non ostante qualsivoglia contratto: bensì possano succedere i figli che abbiano d’altro letto.Con queste non s’intende tolta verun’altra delle pene comminate dalla legge comune o dalle municipali, e non ostante qualsivoglia privilegio, statuto, provvisione, immunità, capitolazione.

337.È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11 marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni, e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti, stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo stabilire che

Chiunque cospirasse contro la persona del duca e de’ suoi, o la sicurezza dello Stato, o avendone notizia non lo denunzii, s’intenda incorso nelle pene inflitte dalle leggi comuni; e vengano perseguitati in ogni luogo, promettendo cinquantamila fiorini a chi rivela tali macchinazioni, oltre conseguir le sostanze de’ cospiranti; assolti da ogni pena se fossero stati anch’essi cospiratori. Eguale premio a chi ucciderà uno d’essi cospiranti, quand’anche fosse bandito, e condannato nella vita; e inoltre possano ottener grazia della vita a due banditi per altra colpa che di Stato: eguale a chi un rubelle conducesse vivo nelle forze della santa giustizia, quand’anche siano bargelli o persone pubbliche: ai ribelli s’infligga la pena di morte; e se non siano in podestà della giustizia vengano banditi, confiscati i loro beni, quantunque legati a fedecommesso, sostituzione, traslazione; e fin i beni materni e delle avole che ad essi pervengano; cassando i contratti che abbian fatto dopo messisi a cospirare.

E «acciocchè non solo essi cospiranti siano puniti e castigati, ma i figliuoli ancora e i loro discendenti maschi etiam inlegittimi, come discendenti da corrotta radice, e per tale discendenzia partecipi del soprascritto contagioso e abbominevole delitto, portino parte della pena che si convien loro come persone odiose e colpevoli», si stabilisce che essi pure siano infami, incapaci d’ogni dignità, esuli in perpetuo e relegati, cominciando al duodecimo anno. Le figliuole s’intendano solo prive d’ogni successione, e fin de’ beni fedecommessi, salvo una dote competente. Le doti delle mogli de’ delinquenti s’impieghino sul Monte dello Stato o in beni stabili, in modo che non possano conseguirne alcun frutto vita durante: che se muojano senz’altri figli che dello scellerato, tutto vada al fisco, non ostante qualsivoglia contratto: bensì possano succedere i figli che abbiano d’altro letto.

Con queste non s’intende tolta verun’altra delle pene comminate dalla legge comune o dalle municipali, e non ostante qualsivoglia privilegio, statuto, provvisione, immunità, capitolazione.

338.Sono sue le fortezze di Pistoja, d’Arezzo, di San Sepolcro, di Eliopoli al confine della Romagna, due castelli dell’isola d’Elba, quel di San Martino nel Mugello, il bastione di Poggio imperiale.Del modo di quelle milizie Cosmo informava di sua bocca il Fedeli suddetto: — Io ho una milizia descritta nello Stato di Firenze d’uomini da diciotto anni fin a cinquanta, e tutti usi alle armi, in numero di ventitremila, così bene regolati e disciplinati, che si può dire che questa sia una bellissima banda, tutta armata, parte d’archibugi, parte di corsaletti e picca. Da questa descrizione è riservata la città di Pistoja e suo territorio, per gli animi che hanno implicati nelle parti, e la città di Firenze e suo territorio; chè a questa non ho voluto lasciar l’arme, ma vi si caveria e miglior gente e in gran numero in un bisogno importante, come fu nella guerra di Siena, ch’io me ne servii mirabilmente; così che in tutta quella impresa non altri che due soli mi si ribellarono, e tutti continuarono sino a guerra finita; cosa che non fece nessun’altra nazione, che ogni tratto se ne andavano e se ne fuggivano. In regolare questa milizia ho avuto grandissima fatica a ridurla obbediente ed in provveder di non essere rubato nei pagamenti, come io era da principio; ma in questo ho ora posto così buon ordine, che ben posso al tutto e di tutti rassicurarmi«Quando si ritrova di tempo in tempo alcuno che passi l’età, o che si faccia impotente, o che abbia qualche altra legittima causa di non poter essere soldato, subito si mette un altro in suo luogo, e si vanno descrivendo eziandio alla giornata quelli che pervengono alli diciotto anni. Quando poi mi occorre di levar una banda dalla provincia, faccio cavar dal libro della descrizione generale un ruolo a San Pietro, con li cognomi, nomi dei padri, e segni, e con li pagamenti stabiliti a’ capitani, sergenti ed alfieri e capi di squadra; e con una lettera mia e con il denaro bollato in gruppo, mando l’ordine al commissario di quella città dove voglio levare la gente; il qual subito col ruolo in mano chiama la gente e la paga, e quelli se ne vengono tutti spediti, perchè sanno che hanno da camminare; e così immediate marciano dove dai capi sono guidati. E quest’ordine ho io ridotto così facile, che in cinque soli giorni li metto tutti insieme ed uniti in campagna: perchè in due giorni e mezzo va il comandamento per tutto lo Stato, e in due giorni e mezzo sono tutti uniti. Ma quando è il tempo delli raccolti e di far i servizj della villa, ordino che li contadini siano lasciati a casa persino che dura il bisogno della campagna. Ho poi fatto una descrizione per tutto lo Stato di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna forti e robusti, e sono tutti per pelo o per segno descritti; e di questi me ne posso servire mo’ di una parte, mo’ dell’altra in quel modo che io voglio, scambiandoli di continuo secondo il bisogno, e adoperandoli sì nella guerra come in altre opere secondo la mia volontà.«Di quel di Siena io cavo poco per adesso, per le esecuzioni fatte loro per la guerra, ma penso ridurli a buoni termini. Ora ne cavo poco più di centomila ducati oltre la spesa; e questo denaro si cava solamente dai pascoli, dal sale e da due dazj, li quali spero io che si faranno molto maggiori presto, perchè torneranno li traffichi, e moltiplicheranno le genti. La milizia descritta è di settemila uomini, tutta gente eletta (che il Senese fa sempre buoni soldati), ed è governata col medesimo ordine e con la stessa disciplina che ho detto esser quella di Firenze. Di modo che dell’uno e dell’altro Stato di Firenze e Siena avrò sempre pronti trentamila fanti, senza che li Stati predetti patiscano.«De’ cavalli non son molto in ordine, ma presto farò di maniera che ne avrò una banda di mille e cinquecento; perchè in tutti due li Stati vi sono molti gentiluomini, ed altri che tengono cavalli per loro uso, ai quali dando io due scudi al mese in tempo di pace, supplisco al mio bisogno con poca spesa, e terranno buoni cavalli con questo poco intertenimento.«Io mi sono posto poi con tutti gli spiriti alle cose di mare, e ho delle galere fatte, e tuttavia se ne fanno, e continuerò a farne, e le terrò in ordine di tutte quelle cose che fanno bisogno per poterle armare; chè ciurme non me ne mancheranno, e d’avvantaggio, se occorrerà in servizio delli miei amici; fra poco tempo ne voglio avere trenta in ordine. E per avere nel mio Stato tutte le cose per bisogno dell’arsenale, quest’anno ho posto in ordine per il tessere cotonine da far le vele; chè il resto nasce tutto sul mio in grandissima copia, e da servirne chi ne volesse».

338.Sono sue le fortezze di Pistoja, d’Arezzo, di San Sepolcro, di Eliopoli al confine della Romagna, due castelli dell’isola d’Elba, quel di San Martino nel Mugello, il bastione di Poggio imperiale.

Del modo di quelle milizie Cosmo informava di sua bocca il Fedeli suddetto: — Io ho una milizia descritta nello Stato di Firenze d’uomini da diciotto anni fin a cinquanta, e tutti usi alle armi, in numero di ventitremila, così bene regolati e disciplinati, che si può dire che questa sia una bellissima banda, tutta armata, parte d’archibugi, parte di corsaletti e picca. Da questa descrizione è riservata la città di Pistoja e suo territorio, per gli animi che hanno implicati nelle parti, e la città di Firenze e suo territorio; chè a questa non ho voluto lasciar l’arme, ma vi si caveria e miglior gente e in gran numero in un bisogno importante, come fu nella guerra di Siena, ch’io me ne servii mirabilmente; così che in tutta quella impresa non altri che due soli mi si ribellarono, e tutti continuarono sino a guerra finita; cosa che non fece nessun’altra nazione, che ogni tratto se ne andavano e se ne fuggivano. In regolare questa milizia ho avuto grandissima fatica a ridurla obbediente ed in provveder di non essere rubato nei pagamenti, come io era da principio; ma in questo ho ora posto così buon ordine, che ben posso al tutto e di tutti rassicurarmi

«Quando si ritrova di tempo in tempo alcuno che passi l’età, o che si faccia impotente, o che abbia qualche altra legittima causa di non poter essere soldato, subito si mette un altro in suo luogo, e si vanno descrivendo eziandio alla giornata quelli che pervengono alli diciotto anni. Quando poi mi occorre di levar una banda dalla provincia, faccio cavar dal libro della descrizione generale un ruolo a San Pietro, con li cognomi, nomi dei padri, e segni, e con li pagamenti stabiliti a’ capitani, sergenti ed alfieri e capi di squadra; e con una lettera mia e con il denaro bollato in gruppo, mando l’ordine al commissario di quella città dove voglio levare la gente; il qual subito col ruolo in mano chiama la gente e la paga, e quelli se ne vengono tutti spediti, perchè sanno che hanno da camminare; e così immediate marciano dove dai capi sono guidati. E quest’ordine ho io ridotto così facile, che in cinque soli giorni li metto tutti insieme ed uniti in campagna: perchè in due giorni e mezzo va il comandamento per tutto lo Stato, e in due giorni e mezzo sono tutti uniti. Ma quando è il tempo delli raccolti e di far i servizj della villa, ordino che li contadini siano lasciati a casa persino che dura il bisogno della campagna. Ho poi fatto una descrizione per tutto lo Stato di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna forti e robusti, e sono tutti per pelo o per segno descritti; e di questi me ne posso servire mo’ di una parte, mo’ dell’altra in quel modo che io voglio, scambiandoli di continuo secondo il bisogno, e adoperandoli sì nella guerra come in altre opere secondo la mia volontà.

«Di quel di Siena io cavo poco per adesso, per le esecuzioni fatte loro per la guerra, ma penso ridurli a buoni termini. Ora ne cavo poco più di centomila ducati oltre la spesa; e questo denaro si cava solamente dai pascoli, dal sale e da due dazj, li quali spero io che si faranno molto maggiori presto, perchè torneranno li traffichi, e moltiplicheranno le genti. La milizia descritta è di settemila uomini, tutta gente eletta (che il Senese fa sempre buoni soldati), ed è governata col medesimo ordine e con la stessa disciplina che ho detto esser quella di Firenze. Di modo che dell’uno e dell’altro Stato di Firenze e Siena avrò sempre pronti trentamila fanti, senza che li Stati predetti patiscano.

«De’ cavalli non son molto in ordine, ma presto farò di maniera che ne avrò una banda di mille e cinquecento; perchè in tutti due li Stati vi sono molti gentiluomini, ed altri che tengono cavalli per loro uso, ai quali dando io due scudi al mese in tempo di pace, supplisco al mio bisogno con poca spesa, e terranno buoni cavalli con questo poco intertenimento.

«Io mi sono posto poi con tutti gli spiriti alle cose di mare, e ho delle galere fatte, e tuttavia se ne fanno, e continuerò a farne, e le terrò in ordine di tutte quelle cose che fanno bisogno per poterle armare; chè ciurme non me ne mancheranno, e d’avvantaggio, se occorrerà in servizio delli miei amici; fra poco tempo ne voglio avere trenta in ordine. E per avere nel mio Stato tutte le cose per bisogno dell’arsenale, quest’anno ho posto in ordine per il tessere cotonine da far le vele; chè il resto nasce tutto sul mio in grandissima copia, e da servirne chi ne volesse».

339.Non si può immaginar festa più insigni, di quelle per le nozze del granduca Francesco Medici colla regina Giovanna d’Austria, descritte a lungo dal Vasari, e dove tutto il giro della città ebbe archi, statue, ritratti, iscrizioni, poi apparati diversi di comparse, di teatri, di musiche, continuati per molti giorni. Il Vasari stesso ordinò e descrisse quelle pel battesimo del loro figlio.

339.Non si può immaginar festa più insigni, di quelle per le nozze del granduca Francesco Medici colla regina Giovanna d’Austria, descritte a lungo dal Vasari, e dove tutto il giro della città ebbe archi, statue, ritratti, iscrizioni, poi apparati diversi di comparse, di teatri, di musiche, continuati per molti giorni. Il Vasari stesso ordinò e descrisse quelle pel battesimo del loro figlio.

340.L’ambasciadore Fedeli diceva di lui: — Avendo provato la cattiva poi la buona fortuna, e l’uno e l’altro modo di vivere, e l’una e l’altra condizione de’ tempi, s’è fatto molto prudente e savio, e si è conservato ed ingrandito, e ha superate tutte le difficoltà, scoperte tutte le congiure; e vinti e debellati tutti li suoi potentissimi nemici, e quelli avuti nelle mani ha castigato di modo che con le persecuzioni s’è assicurato e con le guerre confermato; talmente che oggidì si dice in Firenze che ogni tumulto, ogni guerra, ogni assedio, ogni vittoria ed ogni morte si vede esser seguìta per fermare e stabilire in Cosmo questo principato...«Questo principe governa gli Stati suoi con un grandissimo rigore e spavento; vuole la pace, l’unione, la tranquillità fra i suoi popoli e cittadini, li quali non ardiscono pur muoversi; e non vuole che si parli d’odj, d’ingiurie, d’inimicizie e di vendette, nè che più si nomini nè parte guelfa nè ghibellina, nè parte panciatica nè cancelliera, nè piagnoni nè arrabbiati, sebbene tutte fra loro queste parti sieno piene di veleno. Tiene una giustizia incomparabile, e così grande, così eccessiva, così espedita, e così a tutti indifferente, che fa stare ciascuno ne’ termini; e in ciò mette grandissima cura acciocchè non segua disordine, e non sia fatto torto ad alcuno nè ingiustizia, e che tutti siano eziandio de’ loro errori indifferentemente castigati e puniti. Finalmente colla quiete de’ popoli, con l’abbondanza, con la pace e con la giustizia si fa sempre più degno del principato: nè manca in cosa alcuna, ponendo ogni cura e diligenza che gli ufficiali di dentro, e li reggimenti e governi di fuori siano sempre d’uomini periti, pratici e intelligenti, e soprattutto che siano buoni e fedeli; e come ne scuopre un tristo o parziale, lo cassa e lo punisce senza rispetto alcuno; e non sono molti mesi che una mattina assistendo all’udienza del magistrato degli Otto, che è il supremo nelle cose criminali, li mandò tutti a casa con ignominia, e dubitavasi di peggio assai, solamente per mostrarsi parziali in un caso che aveva bisogno di pronta e severa risoluzione; di modo che le cose civili e criminali sono con grandissimo studio spedite ed amministrate.«Ha medesimamente provveduto per la difesa de’ suoi popoli, per la conservazione de’ suoi Stati, per l’aumento della sua grandezza, e per la futura autorità e dignità de’ suoi posteri e successori; perciocchè ha disposto sotto perpetui ordini una onorata e valorosa milizia di fanti trentamila, tutti disciplinati e tutti descritti da anni diciotto fino a cinquanta, li quali in cinque giorni si possono unire e porsi tutti insieme in campagna; e si può eziandio servire di molto maggior numero se vuole, per la buona e numerosa gente de’ suoi Stati.«Di cavalli, volendone tenere una banda di duemila, ne va ogni dì facendo, ma con grandissima difficoltà, per la carestia che ha il paese di cavalli: pur mi disse che pensava di facilitar l’espedizione col fare una nuova descrizione di tutti quelli del suo Stato, che o per comodità o per sollazzo o per onorevolezza tenessero cavalli, e con due scudi al mese in tempo di pace, e con qualche esenzione personale o privilegio di portar l’armi, obbligarli a star bene a cavallo, con promessa di pagarli in tempo di guerra: e con questo modo pensava di dar pronta esecuzione a questo suo disegno, come darà, perchè quello che egli vuole senza replica sempre si eseguisce.«Ha poi una descrizione di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna robustissimi, delli quali, sebbene sono fatti per adoperarli nella guerra, se ne serve però anche in tempo di pace, secondo il bisogno, ad assettar le strade, a cavar fossi, seccare paludi, bonificar terreni, e così fa opere grandi e maravigliose che è uno stupore; volta le acque e i fiumi dove che vuole per ridurre il paese all’agricoltura.«Fa poi di continuo lavorare intorno le munizioni di polvere, e gettare artiglierie, che finora n’ha pezzi cento da batteria ed altri infiniti da campagna; e a questo si aggiunge una elevazione di capitani valorosi di diverse nazioni, tutti esercitati nella guerra, i quali sono al numero di centoventi, che tutti seguono la Corte, e tutti hanno soldo da diciotto fino a venti, venticinque, trenta e quaranta scudi al mese per uno...«Non entra nè esce cosa alcuna dalle città dello Stato, che tutte non paghino pur qualsivoglia minima cosa; nè in ciò vi è rimedio, tanta è la esatta diligenza dei dazieri e deputati, che tutti sono per conto del principe, il quale non affitta nè appalta alcun dazio o gabella, e però si fa la esazione con molta cautela e riscontri, e quelli che hanno i carichi stanno sempre con spavento nel rivedere de’ conti, perchè il principe punisce gl’intacchi severissimamente; il quale, con aver fatto impiccare un suo favoritissimo, e che però rubava con sicurtà, nominato messer Giuliano del Tovaglia, uomo già fatto ricchissimo e al quale a tutte l’ore era l’adito aperto di poter entrare dal duca, ha dato un esempio perpetuo a tutti li suoi ministri. E mi ricordo che sua eccellenza un giorno mi disse, che in regolare il suo Stato il tutto gli era stato facilissimo, ma che il provvedere di non esser rubato l’avea trovato difficilissimo, e l’avea ottenuto con gran fatica, parendogli però d’esser ora sicuro che li ministri s’abbino a guardare di torgli pur un quattrino; li quali per la verità stanno sempre in un terrore grandissimo, talmente che non bisogna pensare di potere far contrabbandi nello Stato suo.«Ha un corpo di assai più che comune statura, robustissimo e forte; nell’aspetto è molto grazioso, ma quando vuole si rende tremendo; nelle fatiche e negli esercizj è indefesso, e molto si diletta delle cose ove abbisogni agilità, forza e destrezza, talmente che nel levar dei pesi, nel maneggiar dell’armi, nei torneamenti dei cavalli, e nel giuoco della palla e nella caccia, non vi è chi lo superi, e stracca ognuno. Ed in simili piaceri delli quali si diletta molto, e nel pescare e nel nuotare è la totale sua ricreazione, e si spoglia allora d’ogni autorità e dignità, e sta con molta domestichezza burlando con tutti molto famigliarmente, e vuole che tutti i suoi egualmente piglino questa sicurtà senza avergli rispetto alcuno: ma fuori di questi esercizj non riconosce persona, come se vista e conosciuta mai non l’avesse, nè v’è chi fosse ardito di far pure un minimo segno di famigliarità, e si ritira immediate nella sua solita severità, talmente che è fatto un proverbio nella città, che il duca si disduca e s’induca quando vuole, perchè si fa privato e principe a sua posta. Ma questo fa solamente con i suoi, perchè con gli altri non si domestica mai, nè fa punto copia di se stesso se non quando porta il bisogno del negoziare.«Così come è grande nel maneggio e nel governo dello Stato, così già soleva usare tutte le grandezze in tutte le cose: ma da un tempo in qua è molto rimesso e ritirato, e nelle cose della casa non vive in vero da principe con quelle grandezze esquisite che sogliono usare gli altri principi o duchi, ma vive come un grandissimo padre di famiglia, e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata; nè li figli fanno da sè tavola, nè altra spesa come s’usa nelle altre corti, ma tutta è una spesa ed una sola corte; e così nell’andar fuori o per la città e in campagna, dove va il duca va la moglie e figliuoli e tutta la casa, con una guardia sempre a canto d’una banda d’Allemanni, d’una compagnia di cavalli leggieri e di cento archibugieri, che non mancano mai; e lui sta sempre armato di maniche, giaco, spada e pugnale con la sua numerosa corte che lo segue; e dove va la sua persona vanne tutti li suoi capitani pensionati e stipendiati, che manco di seicento cavalli non sono mai, i quali tutti ad un suon di tromba si muovono; e tutto è ridotto a tanta facilità, che li muli e carriaggi, che sono infiniti, sono subito pronti e presti in seguire; nè altri poi vi sono che gli facciano corte di quelli della città, perchè il duca non vuole che nè le donne nè gli uomini si occupino in altro che nelle loro faccende, per non esser nè atti nè assuefatti a questo, come è usanza nelle corti degli altri principi.«Soleva già questo principe dare la spesa e fare una tavola per chi voleva andare; ora l’ha levata del tutto, e non la fa se non in campagna, e non sempre. Soleva tenere una stalla regia di tutte le sorta di preziosi cavalli; ora tiene tanto che basta. Soleva nelle cose della caccia far una grandissima spesa; ora se la passa con ogni mediocrità, e fa che li privati suppliscano, che il tenere un buon falcone o un buon cane si reputa favore. Ed ha ristretto finalmente tutte le spese superflue, nè si vede tenere in altro la mira che in accumular tesori.«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti, si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre, città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca contraffare agli ordini dati.«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori, e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il modo di cacciarli e di romperli».

340.L’ambasciadore Fedeli diceva di lui: — Avendo provato la cattiva poi la buona fortuna, e l’uno e l’altro modo di vivere, e l’una e l’altra condizione de’ tempi, s’è fatto molto prudente e savio, e si è conservato ed ingrandito, e ha superate tutte le difficoltà, scoperte tutte le congiure; e vinti e debellati tutti li suoi potentissimi nemici, e quelli avuti nelle mani ha castigato di modo che con le persecuzioni s’è assicurato e con le guerre confermato; talmente che oggidì si dice in Firenze che ogni tumulto, ogni guerra, ogni assedio, ogni vittoria ed ogni morte si vede esser seguìta per fermare e stabilire in Cosmo questo principato...

«Questo principe governa gli Stati suoi con un grandissimo rigore e spavento; vuole la pace, l’unione, la tranquillità fra i suoi popoli e cittadini, li quali non ardiscono pur muoversi; e non vuole che si parli d’odj, d’ingiurie, d’inimicizie e di vendette, nè che più si nomini nè parte guelfa nè ghibellina, nè parte panciatica nè cancelliera, nè piagnoni nè arrabbiati, sebbene tutte fra loro queste parti sieno piene di veleno. Tiene una giustizia incomparabile, e così grande, così eccessiva, così espedita, e così a tutti indifferente, che fa stare ciascuno ne’ termini; e in ciò mette grandissima cura acciocchè non segua disordine, e non sia fatto torto ad alcuno nè ingiustizia, e che tutti siano eziandio de’ loro errori indifferentemente castigati e puniti. Finalmente colla quiete de’ popoli, con l’abbondanza, con la pace e con la giustizia si fa sempre più degno del principato: nè manca in cosa alcuna, ponendo ogni cura e diligenza che gli ufficiali di dentro, e li reggimenti e governi di fuori siano sempre d’uomini periti, pratici e intelligenti, e soprattutto che siano buoni e fedeli; e come ne scuopre un tristo o parziale, lo cassa e lo punisce senza rispetto alcuno; e non sono molti mesi che una mattina assistendo all’udienza del magistrato degli Otto, che è il supremo nelle cose criminali, li mandò tutti a casa con ignominia, e dubitavasi di peggio assai, solamente per mostrarsi parziali in un caso che aveva bisogno di pronta e severa risoluzione; di modo che le cose civili e criminali sono con grandissimo studio spedite ed amministrate.

«Ha medesimamente provveduto per la difesa de’ suoi popoli, per la conservazione de’ suoi Stati, per l’aumento della sua grandezza, e per la futura autorità e dignità de’ suoi posteri e successori; perciocchè ha disposto sotto perpetui ordini una onorata e valorosa milizia di fanti trentamila, tutti disciplinati e tutti descritti da anni diciotto fino a cinquanta, li quali in cinque giorni si possono unire e porsi tutti insieme in campagna; e si può eziandio servire di molto maggior numero se vuole, per la buona e numerosa gente de’ suoi Stati.

«Di cavalli, volendone tenere una banda di duemila, ne va ogni dì facendo, ma con grandissima difficoltà, per la carestia che ha il paese di cavalli: pur mi disse che pensava di facilitar l’espedizione col fare una nuova descrizione di tutti quelli del suo Stato, che o per comodità o per sollazzo o per onorevolezza tenessero cavalli, e con due scudi al mese in tempo di pace, e con qualche esenzione personale o privilegio di portar l’armi, obbligarli a star bene a cavallo, con promessa di pagarli in tempo di guerra: e con questo modo pensava di dar pronta esecuzione a questo suo disegno, come darà, perchè quello che egli vuole senza replica sempre si eseguisce.

«Ha poi una descrizione di dodicimila guastatori, tutti uomini di campagna robustissimi, delli quali, sebbene sono fatti per adoperarli nella guerra, se ne serve però anche in tempo di pace, secondo il bisogno, ad assettar le strade, a cavar fossi, seccare paludi, bonificar terreni, e così fa opere grandi e maravigliose che è uno stupore; volta le acque e i fiumi dove che vuole per ridurre il paese all’agricoltura.

«Fa poi di continuo lavorare intorno le munizioni di polvere, e gettare artiglierie, che finora n’ha pezzi cento da batteria ed altri infiniti da campagna; e a questo si aggiunge una elevazione di capitani valorosi di diverse nazioni, tutti esercitati nella guerra, i quali sono al numero di centoventi, che tutti seguono la Corte, e tutti hanno soldo da diciotto fino a venti, venticinque, trenta e quaranta scudi al mese per uno...

«Non entra nè esce cosa alcuna dalle città dello Stato, che tutte non paghino pur qualsivoglia minima cosa; nè in ciò vi è rimedio, tanta è la esatta diligenza dei dazieri e deputati, che tutti sono per conto del principe, il quale non affitta nè appalta alcun dazio o gabella, e però si fa la esazione con molta cautela e riscontri, e quelli che hanno i carichi stanno sempre con spavento nel rivedere de’ conti, perchè il principe punisce gl’intacchi severissimamente; il quale, con aver fatto impiccare un suo favoritissimo, e che però rubava con sicurtà, nominato messer Giuliano del Tovaglia, uomo già fatto ricchissimo e al quale a tutte l’ore era l’adito aperto di poter entrare dal duca, ha dato un esempio perpetuo a tutti li suoi ministri. E mi ricordo che sua eccellenza un giorno mi disse, che in regolare il suo Stato il tutto gli era stato facilissimo, ma che il provvedere di non esser rubato l’avea trovato difficilissimo, e l’avea ottenuto con gran fatica, parendogli però d’esser ora sicuro che li ministri s’abbino a guardare di torgli pur un quattrino; li quali per la verità stanno sempre in un terrore grandissimo, talmente che non bisogna pensare di potere far contrabbandi nello Stato suo.

«Ha un corpo di assai più che comune statura, robustissimo e forte; nell’aspetto è molto grazioso, ma quando vuole si rende tremendo; nelle fatiche e negli esercizj è indefesso, e molto si diletta delle cose ove abbisogni agilità, forza e destrezza, talmente che nel levar dei pesi, nel maneggiar dell’armi, nei torneamenti dei cavalli, e nel giuoco della palla e nella caccia, non vi è chi lo superi, e stracca ognuno. Ed in simili piaceri delli quali si diletta molto, e nel pescare e nel nuotare è la totale sua ricreazione, e si spoglia allora d’ogni autorità e dignità, e sta con molta domestichezza burlando con tutti molto famigliarmente, e vuole che tutti i suoi egualmente piglino questa sicurtà senza avergli rispetto alcuno: ma fuori di questi esercizj non riconosce persona, come se vista e conosciuta mai non l’avesse, nè v’è chi fosse ardito di far pure un minimo segno di famigliarità, e si ritira immediate nella sua solita severità, talmente che è fatto un proverbio nella città, che il duca si disduca e s’induca quando vuole, perchè si fa privato e principe a sua posta. Ma questo fa solamente con i suoi, perchè con gli altri non si domestica mai, nè fa punto copia di se stesso se non quando porta il bisogno del negoziare.

«Così come è grande nel maneggio e nel governo dello Stato, così già soleva usare tutte le grandezze in tutte le cose: ma da un tempo in qua è molto rimesso e ritirato, e nelle cose della casa non vive in vero da principe con quelle grandezze esquisite che sogliono usare gli altri principi o duchi, ma vive come un grandissimo padre di famiglia, e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata; nè li figli fanno da sè tavola, nè altra spesa come s’usa nelle altre corti, ma tutta è una spesa ed una sola corte; e così nell’andar fuori o per la città e in campagna, dove va il duca va la moglie e figliuoli e tutta la casa, con una guardia sempre a canto d’una banda d’Allemanni, d’una compagnia di cavalli leggieri e di cento archibugieri, che non mancano mai; e lui sta sempre armato di maniche, giaco, spada e pugnale con la sua numerosa corte che lo segue; e dove va la sua persona vanne tutti li suoi capitani pensionati e stipendiati, che manco di seicento cavalli non sono mai, i quali tutti ad un suon di tromba si muovono; e tutto è ridotto a tanta facilità, che li muli e carriaggi, che sono infiniti, sono subito pronti e presti in seguire; nè altri poi vi sono che gli facciano corte di quelli della città, perchè il duca non vuole che nè le donne nè gli uomini si occupino in altro che nelle loro faccende, per non esser nè atti nè assuefatti a questo, come è usanza nelle corti degli altri principi.

«Soleva già questo principe dare la spesa e fare una tavola per chi voleva andare; ora l’ha levata del tutto, e non la fa se non in campagna, e non sempre. Soleva tenere una stalla regia di tutte le sorta di preziosi cavalli; ora tiene tanto che basta. Soleva nelle cose della caccia far una grandissima spesa; ora se la passa con ogni mediocrità, e fa che li privati suppliscano, che il tenere un buon falcone o un buon cane si reputa favore. Ed ha ristretto finalmente tutte le spese superflue, nè si vede tenere in altro la mira che in accumular tesori.

«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti, si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre, città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca contraffare agli ordini dati.

«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori, e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il modo di cacciarli e di romperli».

341.Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine col titoloCartas al emp. Carlos V en les anos del1530-32.

341.Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine col titoloCartas al emp. Carlos V en les anos del1530-32.

342.Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che indicava i movimenti dei pianeti.

342.Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che indicava i movimenti dei pianeti.

343.Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a stampare col nome diOrdinari ZeitungeneExtraordinari Zeitungen, origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia, si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574, andò a fargli visita.

343.Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a stampare col nome diOrdinari ZeitungeneExtraordinari Zeitungen, origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia, si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574, andò a fargli visita.


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