LIBRO DUODECIMOCAPITOLO CXXVII.Prospetto generale. — Il Savonarola.
Nè idolatri del passato, nè abbagliati dal presente, e confidenti nell’avvenire, seguendo con attenzione e sincerità l’evoluzione di quel fatto complesso che si chiama incivilimento, specialmente nel nostro paese, abbiamo veduto dallo sciogliersi dell’impero romano cominciare uno sminuzzamento, che la sovranità restrinse perfino a villaggi e a semplici castelli. Carlo Magno tentò agglomerarli per mezzo della Chiesa e del sistema benefiziario, divenuto poi feudale: e la rinnovazione dell’impero d’Occidente ricollocò il rappresentante e l’eletto dei Romani sopra ai baroni conquistatori e ai re stranieri, non già con un dominio a modo degli antichi augusti, ma con un patronato.
Nella gerarchia di quella società universale che chiamavasi cristianità, il solo imperatore possedeva la delegazione imperiale, fin quando Filippo il Bello di Francia, nell’intento di contrariare la Chiesa, pretese regnare per grazia di Dio. I baroni, investiti del suolo e della sovranità territoriale, prestavano omaggio al caposignore, del resto operavano indipendenti; e tali si resero pure i vescovi e le città, fosse allo scopo di garantire le antiche consuetudini, fosse per usufruire le franchigie feudali.
Tale sistema si svolse ne’ secoli, che, anche dopo tanti studj, malissimo sono conosciuti, sì per le menzogne di quei che in essi vogliono osteggiare il presente o ribramare un passato irremeabile; sì per la frivolezza dei manovali della letteratura che, superbamente drappeggiandosi ne’ pregiudizj, sentenziano ad aneddoti ed epigrammi; sì per la reale difficoltà d’intendere, nella regolarità impersonale delle odierne società, quei tempi di piena indipendenza personale, quando di leggi tenevano luogo le consuetudini locali, la promessa, l’omaggio, in una graduazione dove ciascuno obbediva soltanto al superiore immediato, secondo convenzioni stipulate.
La libertà non era però un diritto, sibbene un privilegio, e mancava di rappresentanti e d’un tutore universale. Ogni terra aveva un signore diretto e un signore utile: ma non v’erano sudditi nel senso odierno, cioè accomunati di leggi, d’amministrazione, di giustizia; ciascun feudo, ciascuna comunità, ciascuna classe, ciascun’arte regolandosi con particolari statuti. E principi e Comuni cercarono forza col sottomettere i vicini disgregati ed emuli; donde le guerricciuole che si deplorano come fratricidj, e che erano sforzi verso una pacificazione sociale meglio sistemata. Non che respinto, l’imperatore era venerato qual rappresentante della giustizia; consideravasi libertà il dipendere da lui, anzichè da baroni; città imperiale, privilegio imperiale, equivaleva a libero[1].
Unico potere centrale, e per origine superiore a tutti era il papa, venerato quasi come i cesari antichi, sebbene non divinizzato com’essi; e che armato soltanto delle due chiavi, al governo militare opponeva gli eterni canoni del giusto e del vero. A lui aderivano gli ecclesiastici di tutta cristianità, forti nel diritto loro speciale, nei privilegi di fôro, nella connessione con Roma e tra loro: e poichè nella Chiesa trovavansi giustizia, pace, consolazioni, dottrina, essa preponderava sopra l’opinione ed anche sopra i governi, e le sue quistioni erano le sole d’interesse generale. Perocchè, come in un giorno di rivoluzione ognuno prende le armi, e al potere caduto si surroga chi ha la confidenza del popolo e la propria; così alla sfacciata autorità secolare era sottentrata l’ecclesiastica, valendosi delle forme consuete, adottando fin i pregiudizj de’ Barbari per meglio modificarli.
Se esaminiamo tale gerarchia, ecco principi che poteano abusare da tiranni, ma non dominare assoluti, giacchè non aveano eserciti stabili, ma bensì a fianco e nobili ed ecclesiastici con diritti protetti dal tempo e dall’unione. Ecco vassalli, simili a piccoli re, mentre gli altri signori drizzano ogni studio ad obbligarli a somministrar uomini anche per la guerra esterna, poi a sottoporre al loro appello la giustizia locale. Ecco semplici nobili, che o traevano lustro da cariche e dignità, qualche volta ereditarie, o possedeano feudi non sottoposti ad altra giurisdizione che del principe. I popolani erano liberi di lor persona, non tenuti cioè se non agli obblighi che avessero assunti espressamente o tacitamente; quasi dappertutto poteano acquistare terre nobili, senza per questo salire alla nobiltà.
Collo stabilirsi de’ Comuni aveano ricuperato la libertà anche i villani, quantunque rimanessero legati a qualche servigio di corpo o a comandate, come di cavalli peicorrieri, di carriaggi per la guerra, di restauri alle strade. Servi della gleba o tagliabili, affissi ai poderi e venduti con essi, rimaneano soltanto là dove ai Comuni era stato impedito lo svilupparsi, come nel ducato di Savoja; e colà stesso divenivano franchi se dimorassero un anno e un giorno in un Comune libero.
A differenza degli antichi, non derivando dal terreno ma dall’industria la civiltà nostra, questa portò l’indipendenza delle città, mentre i territorj restavano ancora feudali (il contado). In conseguenza la libertà del medioevo differiva da quella degli antichi, e da quella che oggi intendiamo: allora riponeasi nel prender parte immediata al governo; da noi, imitando gl’Inglesi, nel proteggere i diritti individuali dall’intromissione governativa.
Esistenza disordinata e tormentosa sì: ma forse altro è la vita? A conciliare la libertà dell’individuo con quella del governo non riuscirono; ma forse non è questo il problema, attorno a cui tentona affannosamente la nostra generazione? Non da teoriche astratte o da concatenate induzioni, ma dalla storia era venuto fuori quel governo, temperato da tre corporazioni indipendenti, clero, nobiltà, città; le due prime invigorite dal tenersi collegate con quelle d’altri paesi, almeno per ispirito di corpo; le città invece dall’isolamento.
Per accentrare i poteri in un capo, fosse individuo o collettivo, bisognava rimovere questi elementi estranei, interpostisi fra il principe e i sudditi: e tale è l’opera a cui faticò ilXVIsecolo, detto del rinascimento perchè le rinnovazioni, lente per addietro, arrivarono in folla l’una traendo l’altra, l’attenzione si affissò a tutti i punti, i raffinamenti delle lettere e delle arti si propagarono anche al vivere, l’esame dalla disciplina letteraria si allargò sulla ecclesiastica, e il raziocinio non s’arrestò neppur davanti alla fede. Quasi un giovane emancipato,il mondo non parve sentire che le gioje dell’attività; — O secolo avventurato! (esclamava Ulrico Hütten) gli studj fioriscono, gl’intelletti si svegliano; è una felicità il vivere»; e questa baldanza di spirito, questa pienezza di vita ci trapelerà anche di sotto ai duri patimenti, de’ quali specialmente sofferse la patria nostra.
Cominciando dall’esaminare il miglioramento, troppo vedemmo come la parte peggio amministrata de’ piccoli Stati fosse la giustizia. Ogni nazione passa per uno stadio sociale, dove la punizione del delitto è vendetta privata, nè la pubblica autorità vi prende parte: in alcune è attribuita alla divinità, quasi per consacrare le conquiste dell’ordine sopra la licenza. Dappoi non legislatori togati, ma rozzi pratici v’introducono regole: contregue di Dio e paci pubblichesi proibisce di far violenza in dati tempi e a certe persone: chi le trasgredisca rimane fuor della legge, cioè esposto ancora alla vendetta personale.
Ne’ feudi, costituenti un ente morale, la personalità rivisse nelle guerre private; poi il diritto penale s’introdusse non come un magistrato di riparazione e di correzione, ma per sostituire la vendetta pubblica alla particolare, laonde erano alleviate e fin tolte le pene qualora l’offeso perdonasse o le parti si riconciliassero; ed ammessa la composizione, cioè il compenso a denari, il quale, allorchè sia dal legislatore determinato, cessa d’essere un mercato dell’onore degl’individui o delle famiglie, umilia il colpevole senza degradarlo, e lo riammette nella società, anzichè privarla d’un membro utile.
Il concetto della repressione pubblica fu introdotto dal diritto canonico e dal romano. Il primo insinuava negli ordini barbari i dogmi generali ed eterni della giustizia; procedure comuni divennero i congiuranti, la pubblicità, le prove di Dio; l’asilo e il diritto di grazia,disordini in regolata amministrazione, riuscivano allora di benefico rimedio.
Già nelle costituzioni di Federico II di Svevia proclamavasi che ogni giurisdizione deriva dal principe, che la civile deve star separata dalla criminale, che leggi e magistrati devono essere uguali per tutti: ma nè egli stesso vi si attenne, nè la pratica se ne generalizzò. Anzi, non discendendo più gl’imperatori per farsi coronare, erano cessate le assise e i placiti che teneansi in presenza loro o dei loro messi; cessata l’unica fonte generale d’autorità laica legislativa.
Di rimpatto moltiplicavansi le giustizie locali e personali; i Comuni vigilavano che niuno fosse chiamato a giudizio fuor del proprio territorio; preti, nobili, Università, arti non riconoscevano che il fôro speciale; i feudatarj maggiori godeano il mero e misto imperio. Ma i principi s’erano industriati a trarre a sè la giustizia, ed oltre esercitarla direttamente nelle terre di loro spettanza, o eleggevano un vicario sovra proposta dei Comuni, o introducevano l’appello. Questo non era un nuovo grado di procedura, ma essendo essi forti e alti signori di molti feudi, in caso di negata giustizia accettavano il ricorso dei gravati, e proferivano un giudizio nuovo; poi si determinarono i casi in cui le cause doveano essere portate al principe.
È vero che ancora e giudici e principi consideravansi, non quali ministri, ma quali arbitri della giustizia: pure dovettero studiare a renderla più sicura, più dignitosa e incorrotta. Spesso erano sviati sia dalla passione, sia ancor più dalla necessità d’impinguare il fisco quando si conobbe che la tirannia non era possibile senza eserciti; sicchè a tal uopo si ledeva la proprietà o colle esorbitanti imposte, o confiscando col pretesto delle colpe di Stato; i decreti dei duchi di Milano, men che ad utili provvedimenti e a migliorare l’amministrazione,tendono a consolidare il potere arbitrario; ne’ paesi sottoposti alla Savoja infliggevasi la confisca fin «per certi buoni rispetti», permettessi al reo di redimersi mediante un prezzo sborsato al principe, davansi moratorie per debiti. Quivi la giustizia si rendea non collegialmente, ma da un solo, retribuito dalle parti; e agli abusi credeasi riparare mandando attorno giudici straordinarj, che potevano sentenziare senza riguardo ai giudici naturali.
Il pubblico ministero, cioè il magistrato che sostiene l’interesse della società innanzi ai tribunali promovendo l’accusa e la punizione dei delinquenti, e vigilando perchè la legge sia osservata e tutelato l’ordine pubblico, si vide in Italia prima che altrove; e l’avogador del Comunea Venezia, già nelIXsecolo investito d’autorità giudiziaria per le quistioni tra i privati e il fisco, divenne poi accusatore de’ rei, e sindacatore delle alte magistrature. Simili erano i conservatori delle leggi a Firenze; e n’è pur traccia in un giudicato della gran corte di Napoli del 1221.
Ancora prima delXIIsecolo introducevansi statuti particolari, i quali poi furono ridotti in iscritto, e si mantennero anche dopo modificata o tolta l’indipendenza comunale. Erano ordini speciali, acconci alle convenienze civili e politiche di ciascuna comunità; mentre il diritto romano, contenente i dogmi di generale equità, applicabili negl’interessi e privati e pubblici, restava legge comune. A questo poteasi far richiamo anche a petto del forestiere: gli altri non valeano che fra gli accomunati, modificavano od abrogavano il diritto romano, ed erano interpretati alla stretta lettera. Il concetto legislativo v’è per lo più espresso imperfettamente, con locuzioni inesatte e vane ripetizioni, sminuzzandosi ne’ particolari anzichè generalizzare i concetti: spesso didattici più che imperativi, lasciano troppo all’arbitrio del magistrato;esprimendo una società casalinga, anzichè regolata da interessi universali e dalla forza, ove non è bisogno di grandi precauzioni perchè manca quel supremo stromento della tirannia, l’esercito stabile[2].
Innovazioni vi si faceano di frequente, ma non radicali; deduceansi dal bisogno istantaneo, non da norme generali e filosofiche; voleasi mantenere la distinzione delle classi, creduta base della civileconvivenza[3]; voleasi rispettare certe forme anche dopo che aveano perduto il senso: facile soggetto di riso a chi ignora come le forme siano la prima espressione e l’ultimo rifugio del diritto[4].
Nel secoloXVl’erudizione, vagheggiando l’armonia dignitosa della città antica, rivelata nelCorpus juris, rese evidente la sconnessione dell’edifizio gotico: i popoli raccolti attorno ai principi non aveano più bisogno di domandare alla Chiesa regole per gli atti, protezione per gl’interessi, provvedendovi gli ordinamenti municipali e il diritto romano: il potere principesco affaccendavasi ad abbattere la feudalità, circoscrivere la giurisdizionecanonica alle materie ecclesiastiche, e i municipj agl’interessi comunali sotto la vigilanza dello Stato.
L’irreparato movimento de’ tre secoli precedenti avea fatto o che i nobili scegliessero alcuno de’ suoi, il quale coll’unirli li rendesse potenti ad opprimere il popolo; o che il popolo affidasse ad alcuno la sovranità onde sottrarsi all’oppressione dei molti. Ed essendo più facile contentare chi non vuol essere oppresso che chi desidera opprimere, i tirannelli si mostravano propensi al popolo, e impedivano le soperchierie dei nobili, non foss’altro per soperchiare essi a maggior vantaggio.
La nobiltà non era ad un solo modo costituita. In Lombardia e in Toscana i feudatarj erano stati repressi dalle repubbliche, e accasatisi nelle città, vi s’abbellivano d’arti e di maneggi. Funesta vitalità conservavano invece nella Romagna e nel regno di Napoli, dove mescevano ambiziosi divisamenti e guerre parziali, o vendevano indecorosamente il valore. Però neppure nei due primi paesi i nobili erano pareggiati al popolo nella giustizia e nel concorrere alle cariche; potenti nell’accordo e nell’uso delle armi, cercavano soperchiarlo; questo a vicenda ergeva a loro contrasto le maestranze; e gli uni contrapponendo agli altri non l’eguaglianza, ma privilegi ottenuti od usurpati, e movendosi non per accordo d’interessi, ma per opposizione di questi, rendeansi impotenti a ben costituire una repubblica. Quindi moto continuo d’altalena, e «riforme fatte, non a soddisfazione del ben comune, ma a corroborazione e sicurtà della parte; la qual sicurtà non si è ancora trovata, per esservi sempre stata una parte malcontenta, la quale fu un gagliardissimo stromento a chi ha desiderato variare»[5].
Ogni governo tenea dunque la mira a sventare ifeudatarj ed erigere i cittadini, onde nell’eguaglianza ottenere quella centralità di poteri che desse la forza; men tosto per raziocinio che per istinto sentendo «che alcuna provincia non è mai unita e felice, se la non viene tutta all’obbedienza d’una repubblica o d’un principe, com’è avvenuto alla Francia e alla Spagna»[6].
I nostri n’erano ben lontani. I signorotti, che aveano ereditato delle antiche repubbliche, stavano attenti a conservarsi, ma dal crescere li rattenevano tre barriere, i baroni, il popolo, le vicine repubbliche: talchè insufficienti a regnare, bastanti a impedirne altri, versavano continuamente in contrasti, inganni, violenze.
Costituire freno ai prepotenti e tutela ai deboli doveva essere scopo comune; ma parve che tutti i mezzi vi fossero spedienti, e troppo avremo a vedere quanto se ne scegliessero di scellerati. Intanto proseguivano tutti gli atti del dramma storico del medioevo; l’indipendenza comunale, il concatenamento feudale, le città suddite a città, il principato civile, il principato ecclesiastico, il capitano di ventura, le guerricciuole; ma fra loro faceansi strada il soldato gregario, la grande conquista, la raffinata letteratura, la politica sottile nelle arti, estesa nel concetto. Supremo intento professavasi la pace, e credeasi assicurarla fra le provincie mediante il principato, fra i principati mediante l’impero: ma quest’unità materiale sotto un individuo dispensava dal cercare l’unione degli spiriti, la concordia morale; all’originale affaccendarsi degl’individui si sovrapponea quella astrazione che chiamasi Stato; smarrito il vecchio ideale, cercavasi penosamente il nuovo, cioè quella ragion di Stato che è calcolo d’interessi positivi per cui si devano collegare o nimicare i governi, o d’interesse di principi che non riguardano più all’intera cristianità, sì bene alla propria famiglia.
E appunto il sovrapporsi militarmente della monarchia alle sminuzzate signorie fu l’opera di quest’età. Coi principati non era venuta la quiete, non l’ordine, non l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge; vacillando l’ordine della successione quando non poteasi invocare la legittimità da dinastie sorte di fresco, nè riconosciute che di fatto, ad ogni vacanza disputavasi del dominio, e chi l’usurpasse sapeva di poterlo far legalizzare dai sofismi o dalla forza. Costretti a conservarsi in mezzo a nemici, i tiranni non badavano a moralità di mezzi; e alle corti anche de’ migliori poteasi avere scuola di politica tortuosa, di corruzione, di perfidie. L’inganno credeasi ragionevole arte di vincere, nè facea vergogna più che ai Beduini il rubare e ai Romani il tenere schiavi e gladiatori; errore di raziocinio, più che malvagità d’animo; e il Machiavelli professa che pei grandi uomini è vergogna il perdere, non il guadagnare coll’inganno. Di tal passo procedeano Luigi XI in Francia, Enrico VII in Inghilterra, Ferdinando in Castiglia, Giovanni II in Portogallo, Giacomo IV in Iscozia, terribili iniziatori che non faceano divario di mezzi nell’abbattere il passato, e restringere nell’unità nazionale i confusi elementi del medioevo. L’Italia, perchè centro delle negoziazioni, maggiori esempj offriva di quella politica, di cui fu accusata inventrice, e rimase vittima. Buoni principi v’erano, ma non istituzioni che il bene perpetuassero; e quel fiero pittore dell’età sua, il quale osò dire ciò che gli altri osavano fare, soggiunge: — I regni, i quali dipendono solo dalla virtù d’un uomo, sono poco durabili, perchè quella virtù manca con la vita di quello, e rade volte accade che la sia rinfrescata con la successione: onde non è la salute di una repubblica o d’un regno avere un principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, che morendo ancora la si mantenga».
Concentrati gli affari ne’ principi e ministri, nacque la politica di gabinetto, e la necessità di vigilarsi reciprocamente, di combinare alleanze, di mantenere ambasciadori, col che la diplomazia divenne stromento primario di conciliazioni e di nimistà.
Costituivano le entrate pubbliche i proventi de’ beni particolari del principe; i censi in natura e in denaro, retribuiti dall’infinita varietà de’ livellarj; quel che pagavasi ond’esser esenti dai servigi personali e reali, dalle comandate, dagli alloggi; le regalie della moneta, delle miniere, delle acque, de’ benefizj e vescovadi vacanti; le tasse di chi acquistava uffizj e cariche, e specialmente quelle di finanza, occasione di guadagno; le dogane e i pedaggi e dazj sulla vendita a minuto; le propine per cause civili, e le multe o composizioni per criminali; le successioni che ricadevano al principe; i censi imposti agli stranieri, agli Ebrei, ai prestatori onde avessero protezione come i cittadini; i donativi volontarj, massime per nozze, battesimi, successione; i canoni, mediante i quali i Comuni, le corporazioni, gl’individui otteneano franchigie; la tassa diretta, variamente compartita, dove secondo il numero de’ fuochi, dove secondo le teste, o a proporzione del sale, o dei cavalli che si doveano alloggiare, e variante secondo la condizione delle persone o le costumanze del Comune. In gravi occorrenze metteasi un’imposta sopra i beni clericali, col consenso del papa, o si stornavano a uso pubblico i legati di opere pie. Altre volte domandavansi sussidj, che i Comuni o i corpi non osavano negare, e dei quali talora erano stipulati previamente l’importare e l’occasione. Restava poi una fonte più copiosa, le confische, colle quali, oltre impinguar l’erario, debilitavansi le famiglie che davano ombra.
Insomma la finanza diveniva potente stromento di tirannia, e non sorretta da buoni ordini amministrativi,limitavasi a cumular denaro da spendere in armi non cittadine, che della tirannia erano l’incentivo e l’appoggio. Così, mentre nel medioevo almeno in diritto era riconosciuta la superiorità della coscienza all’opinione, della giustizia alla forza, allora la politica si ridusse in un’arte di giungere al potere e conservarvisi per qual fosse modo, senza lampo di generosità. Pertanto nel Cinquecento troveremo molte belle opere, poche belle azioni; e il dipingerlo come un secol d’oro è menzogna, o volgare di chi, dolorando del presente, immagina beatissimo il passato, o letteraria di chi vuol crescere l’effetto delle tenebre antecedenti coll’opporvi sprazzi di luce limpidissima.
Per vero in Italia sopravvivevano i resti dell’antica civiltà, ed avea progredito a gran passi la nuova, della quale vi stava il nerbo col pontefice; qui sapere diffuso e riverito, qui dotta agricoltura, qui estesi commerci, qui fortune più avventurose, qui lusso raffinato; gli stranieri, come per devozione pellegrinavano alle soglie degli apostoli, così venivano, romei dell’intelligenza, a cercar qui ispirazioni, esempj, compimento d’educazione, ardore di letterarie ricerche, franchezza di ragionare, sperienza di civili franchigie, per illuminare poi le patrie loro coi raggi della nostra. L’amor delle lettere si reputava dovere dei principi: retori e grammatici educavano i signori, portavano ambasciate, conducevano trattati: lo studio dell’antichità forbiva le scritture e ornava gli edifizj, senz’avere ancora incatenato a servile imitazione: ogni evento dava motivo a feste e comparse, ove sfoggiare di lusso e buon gusto. Insomma era indisputata la nostra superiorità d’arti, di cultura, d’opulenza.
Ma il carattere nazionale si svigoriva; coi Comuni si spegneva la fede in se stessi, l’orgoglio personale, lo spirito di dignitosa resistenza; il servire a despoti fiaccagli animi, quanto li rinvigoriscono la legittima obbedienza e l’obbligo di proferire il proprio pensamento sugl’interessi e sugli atti della patria. I principi soli si moveano; il popolo, escluso dagli affari, si volse all’industria, alle arti, alle lettere: ma se ciò toglieva quei sommovimenti interni, che formano la parte drammatica dell’antichità e del medioevo, è pur vero che al patriotismo ed al coraggio sottentrava nelle moltitudini una pazienza incurante ed egoistica, cercando sicurezza nell’oscurità, acquistando gran concetto della forza quando questa predominava sopra un vulgo inerme, che non vedeva alcun elevato scopo a cui aspirare e per cui morire. Quindi millanteria e vanità senza virtù, devozione senza fede; sperperavansi i mezzi invece di usarne; s’inorgogliva del passato, e si provocava a duello chi tacciasse di viltà la nazione, ma non si facea ciò che sarebbesi richiesto per conservarle la superiorità.
L’irreposato movimento avea fatto prevalere la ricchezza mobile sulla territoriale, comunicato la cultura, i possessi, l’autorità della classe media, desti gl’ingegni e ingagliardite le volontà: ma nella lotta le forze si stancarono, ancor più che non si logorassero; ad una libertà imperversante molti preferivano una servitù promettitrice d’ordine; altri invece considerando la monarchia come antitesi della libertà, l’aborrivano e cercavano abbatterla, anzichè ponderare i modi d’acconciarla al meglio di tutti o dei più, o a volgere il dominio, la coltura, l’operosità di pochi a vantaggio dei molti. Aggiungete eterogenei elementi storici d’un’erudizione che opprimeva le speranze sotto il peso delle memorie, e all’Italia sorgente contrapponeva il fantasma dell’Italia evocata. Mille contrarietà insomma impedirono che ad una gioventù precoce seguisse una salda virilità, e che uni nel bel cielo e nella favella, gl’Italiani creassero quella concorde opinione, ch’è indispensabile all’unitànazionale, fosse in una federazione, o nella monarchia.
Le cose non sarebbero forse camminate peggio che altrove se non vi si fossero mescolati gli stranieri, sconcertando quell’artifizioso andamento, e l’avvicinarsi dei maggiori pianeti non avesse trascinato come satelliti nel proprio vertice i piccoli Stati nostri. Allora alle armi indigene sottentrarono Svizzeri briaconi, Spagnuoli superbamente rapaci, Francesi impetuosi e dissoluti, Tedeschi grossolani e sprezzatori; alle guerre cortesi la violazione d’ogni norma d’ospitalità, di decenza, fin d’umanità, e un inferocire brutale non per uno scopo e sovra persone cospicue, ma alla rinfusa e per l’unico diabolico intento di tormentare e distruggere, pel brutale puntiglio di soverchiare quelli, nei quali non si riusciva a spegnere la vita del cuore e dell’ingegno.
La feudalità, fiaccata nel resto d’Italia, per la prossimità di Francia prevaleva ancora ne’ paesi soggetti ai duchi di Savoja, i quali da una parte tendeano a sottomettere i vassalli, dall’altra ai Comuni concedettero solo qualche franchigia, che gli assimilava piuttosto ai municipj antichi, e non li lasciò sorgere a indipendenza come i lombardi. Essi duchi, stranieri d’origine, dal pendìo settentrionale delle Alpi dominavano anche la porzione che scende col Po e colla Dora, primo strazio di qualunque esercito calasse in Lombardia. Le Alpi adunque non limitavano ancora il paese italico a questo lato; Tedeschi e Carinti vi s’erano introdotti dal Friuli fino al Tagliamento, e dal Tirolo fino al lago di Garda; dalle alpi Lepontine e dalle Retiche vi si spingevano Svizzeri e Grigioni.
Nell’alta Italia preponderava il Milanese, e avrebbe potuto unirla tutta se i suoi capi fossero stati virtuosi almen nel senso del Machiavelli. Lo circondavano molte piccole signorie; il principato di Monaco a mezzodì del Piemonte, là signoria di Massa a maestro della Toscana,la contea della Mirandola a greco di Modena, Borso d’Este aveva ottenuto da Federico III imperatore i titoli di duca di Modena e Reggio e conte di Rovigo e Comacchio, e da Paolo II quello di duca di Ferrara. Il Mantovano, confermato da Lodovico Bavero ai Gonzaga, poi da Sigismondo eretto in marchesato, comprendeva le signorie di Bozzolo e Sabbioneta, mentre altri rami di quella casa principavano a Castiglione, a Solferino, a Novellara, a Guastalla con Montechiaruggolo.
Unica dinastia forestiera, la aragonese possedeva il Napoletano, lo Stato più esteso eppure il più debole fra gl’italiani, essendovi il re Ferdinando aborrito pei modi con cui avea represso la congiura dei baroni (tom.VIII, pag. 292), aborrito il primogenito Alfonso di Calabria perchè consigliatore supposto delle immanità, colle quali però non aveano tolto di mezzo tutte le giurisdizioni signorili. Fiaccate le forze, sparsa diffidenza e speranza di cangiamenti, i Sanseverino e i Caldóra coll’istancabilità di fuorusciti seminavano odj per Italia e tenevano intelligenze dentro, mentre il popolo, non meno sofferente sotto gli Angioini che sotto gli Aragonesi, non sentivasi disposto a combattere per nessuno. Ferdinando il Cattolico agognava quel regno, ma poichè da ciò sarebbe stato guasto l’equilibrio politico, ne nacquero le guerre che finirono col versare sull’Italia chi dovea funestamente deciderne le sorti.
La Sicilia implorava indarno di essere considerata regno distinto, non provincia dell’Aragona. Di là erale mandato un vicerè triennale, sotto cui stavano i capi della cancelleria, o vogliam dire segretarj di Stato, i magistrati della magna curia, un gran consiglio di tutti gli alti dignitarj del regno, baroni e prelati. I vicerè, sedenti or qua or là sinchè fissaronsi a Palermo, da frequenti istruzioni segrete trovavansi avvinti, nè cosa di conto poteano conchiudere senza l’avviso del re; mentreinvece erano arbitri sopra i sudditi e i funzionarj; e facendo essi anche da capitano generale, rendeano superflui il gran connestabile e il grand’ammiraglio, quasi sempre stranieri. Le altre cariche di mastro giustiziere, mastro cartario, protonotaro, gran siniscalco, gran ciambellano più non erano che vane decorazioni a primarie famiglie siciliane od aragonesi. Sopravvivevano però i parlamenti nazionali, che esponevano i bisogni del paese, e contrappesavano questi vicerè, i quali appena restavano nell’isola tanto da conoscerla e spoverirla. Per ultimo malanno l’Inquisizione spagnuola vi fu piantata il 1513 da Fernando il Cattolico.
Nel periodo della preponderanza ecclesiastica, l’autorità pontifizia fu tutt’altro che dispotica. Non solo trovavasi temperata nello spirituale da concilj e dal concistoro de’ cardinali, il cui parere soleva chiedersi e addursi negli affari di maggior rilievo, anche temporali; nel conclave soleasi imporre condizioni al papa eligendo, benchè mancasse il modo di fargliele osservare dopo eletto. Lo Stato, conteso, perduto, ricuperato più volte, e che stendeasi da Ancona a Civitavecchia, da Bologna a Terracina, oltre Benevento nel Regno, e in Francia il contado Venesino e la città d’Avignone, era spartito fra un’infinità di signorotti, di conventi, di Comuni, di prelati, connessi unicamente dalla supremazia papale, e nel fatto indipendenti a misura della lor forza; e poichè quivi dal municipio non furono soggettati mai i baroni pienamente com’era avvenuto in Lombardia, quegli or parteggiando pel papa, ora per l’imperatore, si sosteneano colle armi e coi tradimenti, a reprimere quelle turbolenze non bastando la mano d’un principe elettivo e prete[7].
Quando sentivano sfuggirsi l’Europa, i papi avrebbero potuto abbracciare l’Italia, formando una federazione che non sarebbe stata da meno di veruna potenza europea: ma neppure della penisola erano omai a capo, nè rappresentavano il partito guelfo e l’indipendenza; ed impigliati negl’interessi del dominio temporale dacchè su questo appoggiavano lo spirituale, e sovente occupati a procurare uno stato ai proprj nipoti, dovevano orzeggiare; mentre dal cozzo colle autorità terrene scapitava l’autorità religiosa, sempre meno riverita principalmente nell’alta Italia[8]. Vero è che il pontefice avea svelto da Roma ogni rappresentanza municipale, compresso i più potenti baroni del territorio, Colonna e Orsini, ridotto gli altri a secondarlo nelle imprese; nel regno di Napoli tenea sempre gran mano, come alto signore; e la tradizionale destrezza diplomatica gli assicurava molto peso nella bilancia politica, della quale Roma rimase ancora il perno per tutto questo secolo.
Radicatasi la dinastia degli Sforza a Milano e degli Aragonesi a Napoli, lunga pace succedette, conservata non più per la superiorità di qualche idea morale, ma per un equilibrio di forze, bilanciato ne’ gabinetti; e gli accordi di frà Simonetto e la lega di Paolo II provano come si sentisse il bisogno di congiungere le forze a difesa comune. Ma ambizioni e invidie lo impedirono; e morto il magnifico Lorenzo, attentissimo a mantener l’equilibrio, si scatenarono l’egoismo e l’astuzia.
Malgrado quest’esotica propensione ai principati, il governo repubblicano conservavasi in molte parti. Bologna, unica dell’antica Lega Lombarda, manteneva almeno il nome di libertà, pur obbedendo ai Bentivoglio:San Marino faceasi dimenticare per la sua esiguità: Siena e Lucca campavano in ristretta oligarchia. Genova possedea le due riviere da Ventimiglia fin oltre Sarzana, nè avea perduto tutti i possessi in Levante; ma sbolzonata fra i commercianti della città e i feudatarj della riviera, non parea sentire della libertà se non la fatica di cercarsi un sempre nuovo padrone. Venezia e Firenze erano salite al vertice della grandezza politica, l’una nel governo popolare, l’altra nell’aristocratico: ma Venezia, serrato il gran consiglio, si ancorò nella sua oligarchia; Firenze continuò ad agitarsi fra popolani e magnati: che se i popolani sotto i cenci de’ Ciompi furono vinti in piazza, il loro programma s’attuò coll’imposta unica e proporzionale, garantita mediante il catasto dei Medici, i quali riuscirono a sodare e abbellire la servitù.
In Firenze erasi concentrata la vita di tutta Toscana. San Miniato, Volterra, San Geminiano, Colle, Cortona, San Sepolcro le erano sottoposte; Montepulciano alleato servile; Livorno, datosi a’ Genovesi durante la tirannide del Boucicault, le fu da quelli rivenduto per centomila fiorini; per cinquantamila Arezzo, sorpreso da Engherando di Coucy; dal Campofregoso comprò Sarzana, antemurale ai Genovesi; Perugia continuava a divincolarsi tra gli Oddi e i Baglioni, finchè venne disputata fra Toscani e Papalini.
Della nobiltà campagnuola non rimaneano che i Farnesi nella maremma di Siena, i Malaspina in Lunigiana: Gerardo d’Appiano, vendendo Pisa a Gian Galeazzo, erasi riservata l’Elba, Piombino, i castelli di Populonia, Savereto e Scarlino, dal che cominciò il principato di Piombino, durato fino ai nostri giorni, e che abbracciava anche l’isola d’Elba. Le città assoggettate rimpiangeano la passata indipendenza; e il proverbio «Doversi Pisa tener colle fortezze, Pistoja colle parti»,rivela con che atroci modi un Comune credeasi in diritto d’aggiogare l’altro. Pisa massimamente scoteva tratto tratto le catene, e per sottrarsi alla vicina avrebbe preferito servire a stranieri; e in fatti trattò di darsi alla Francia, patto che questa vi tenesse un governatore, nè a’ Fiorentini permettesse d’abitarvi o godervi privilegi, e le ricuperasse Livorno, Porto Pisano e il contado. Rifiutata, si esibì alla Spagna colle stesse condizioni, aggiungendovi che le entrate spettassero mezze alla Spagna mezze alla città, vi stesse un vicerè come in Sicilia, e i Pisani fossero in privilegi uguagliati ai sudditi spagnuoli[9]. Ah! della servitù straniera non aveva ancora fatto quella sperienza, alla quale sola i popoli sanno credere.
Senza smettere le forme democratiche, Firenze erasi avvezza a considerare come padrona la famiglia de’ Medici, che da un secolo l’indociliva a decorata servitù. I capitali, che i mercanti utilizzavano fuori, costringeano la politica a riguardi e ad alleanze disopportune. Le fazioni non lasciavano di turbare il paese o per ambizione, o per leale affetto di libertà; e a tenerle in briglia si richiedeva forza o accorgimento, opprimere od illudere. Ma al magnifico Lorenzo, che avea voluto signoreggiare a cheto, e non conculcare ma sedurre la libertà, era successo il suo primogenito Pietro (1492), che, forzoso di corpo quanto fiacco di spirito, cercava riputazione di destrezza nel fare alla palla, e d’abilità nell’improvvisare; scarso di politici accorgimenti, parea dimenticare l’origine popolare della potenza di sua casa collo sceverarsi dai cittadini; e colle dissolutezze eccitava di quelle nimicizie che si covano, non si obliano[10].
Presero da ciò baldanza i malcontenti, e se ne fece organo Girolamo Savonarola. Nato nobilmente a Ferrara il 1452, da padre padovano e madre mantovana, già fanciullo cercava la solitudine e le campagne, dove sin colle lagrime sfogava la piena degli affetti; e i primi suoi versi furono gemiti sulla Chiesa[11]. Amando la libertà e la quiete, le cercò in un convento di Domenicani, dove entrò col vero spirito del monacismo, acconciandosi ad umili uffizj, e volendo restare converso acciocchè le scuole nol distraessero dall’istituto primo dei Predicatori: pure professato a Bologna, si segnalò per umiltà e penitenza, applicossi a studiar nelle fonti la parola di Dio, e andava «in diverse città discorrendo per la salute delle anime, predicando, esortando, confessando, leggendo e consigliando»[12]. In Lombardia, vedendo queste alte montagne, coronate di ghiacciaje, quasi guardiane poste da Dio al paese suo prediletto, e i colli degradanti nei limpidi laghi, sostava dalla pedestreperegrinazione, e sotto qualche albero sedevasi ad osservare, e indagava nella memoria qualche versetto di salmo che esprimesse il sentimento che gli abbondava nel cuore. Concionando a Brescia sopra l’Apocalisse, cominciò a mescere politici intendimenti, viepiù sentiti quanto peggio si stava.
L’Ordine di san Domenico, malgrado qualche istante d’intepidimento, aveva continuato a produrre fervorosi predicatori. Quelli di Fiesole, riformati da sant’Antonino, eransi calati a Firenze, ove Michelozzo, a spese di Cosmo Medici, gli accomodò del convento di San Marco, presto arricchito di bellissima biblioteca e de’ dipinti di frate Angelico. Nel 1488 vi fu chiamato priore frà Girolamo; e inesorabile contro i peccati, mite coi peccatori, nella tranquillità e nel sereno naturale esprimeva la pace interna; rigorosamente povero, abbandonò fin quello che più diligeva, alcuni libri e immagini; portava abitualmente in mano un piccolo cranio d’avorio, per ricordarsi il nulla delle onorificenze umane; e credente come un frate, sagace come un tribuno e studiosissimo dei politici, associava devozione sincera a liberali intenti, volendo tutto pel popolo e col popolo. Predicava sotto un gran rosajo damasceno; e l’uditorio, scarso dapprima, forse per la sua pronunzia lombarda[13], crebbe a segno, ch’egli dovette trasferirsi in duomo, e sotto quelle vaste e ignude arcate fulminava l’abbominazione introdottasi nel santuario, i garbugli della politica, le profanità degli artisti.
Quasi sbigottito di se stesso, proponea moderarsi, e — Testimoniom’è Iddio che tutto il sabato e tutta la notte vigilai, nè mai potetti volgermi ad altro. E sentii la mattina dirmi,Stolto! non vedi che la volontà di Dio è che tu predichi in questo modo?E così in quella mattina feci una predica molto spaventosa». Ne avea di che, vedendo i fedeli non ascoltar più ai prelati, padri e madri allevare alla peggio i lor figliuoli, i principi opprimere i popoli e soffiare nelle loro dissensioni, cittadini e mercanti non pensare che al guadagno, le donne alla futilità, i villani al furto, i soldati alle bestemmie e ad ogni sorta delitti[14]. Fra i secolari, persone d’ingegno, di nobiltà, di sapienza umana, ignoravano le verità della fede, o si stomacavano della semplicità del catechismo e dell’obbrobrio del Calvario; artisti d’insigne nome aveano perduta la fede, e beffavano chi ancor la tenesse; le scuole divenivano pascoli avvelenati, dove ammirando solo le pagane virtù e spiegando gli autori più pericolosi, avvezzavasi alla lubricità prima che nelle Università si delirasse dietro ad una logica petulante e alle sottigliezze aristoteliche surrogate al buon senso e al vangelo.
Intanto i prelati, non che correggere, pervertivano cogli esempj il loro gregge; i preti scialacquavano i beni della Chiesa; i predicatori spacciavano curiose novità. — Questa pecora smarrita, questa donna caduta in peccato, viene; Cristo l’ha perduta; il buon prete la trova, e deve renderla a Cristo; ma il malvagio la blandisce, la scusa, le dice:So bene che non si può sempre vivere castamente, e guardarsi dal peccato; poc’a poco la tira a sè, e l’allontana più che mai da Cristo. — Frate, non toccar questa corda. — Io non nomino alcuno, ma la verità bisogna dirla. Il cattivo prete l’adula, la trascina di modo, che la povera pecora perde la testa;non che renderla a Cristo, la tiene per sè. Se sapeste tutto quel ch’io so! cose schifose, cose orribili; e ne fremereste: e io non posso frenar le lagrime pensando che i cattivi pastori si sono fatti mezzani per condurre l’agnella in bocca al lupo. Non serve che preti e frati vadano ogni giorno a passeggiar sulle piazze e far visita alle comari; ma che studiino la Bibbia. Si son viste delle femmine vestite da cherici. E dopo notti passate nel vizio, che vuoi tu fare della messa?»[15].
Il frate commosso pregava istantemente dal Signore — Nota fammi la tua via»; e parvegli che la sua via fosse il riformare i costumi del clero, e mediante questi riformare il popolo. Nel suo convento introdusse una regola più severa, col divieto del possedere e d’ogni superfluità, e con maggiori esercizj di pietà e di studio, e sempre confermando i precetti coll’esempio; ebbe la consolazione di vestirne l’abito a persone primaje, a sei fratelli Strozzi, a cinque Bettini, fin ad alcuni Medici, a Pandolfo Rucellaj, gran tempo versato nelle pubbliche cose, a un Vespucci e ad un Sacromoro insigniti di dignità ecclesiastiche, a Zanobio Acciajuoli letterato e poi bibliotecario di Leone X, al professore di medicina Pier Paolo d’Urbino, all’israelita Blemet maestro d’ebraico a Pico della Mirandola, il quale pure avrebbe indossato quelle insegne se non moriva precoce. Fin tutti i monaci Camaldolesi mandarono offrirgli di cambiar le loro colle divise domenicane; se non che esso confortolli a perseverare nella loro costituzione.
Riprovava i predicatori che si perdono in fronzoli, e appoggiandosi ad Aristotele, a Virgilio, ad altrettali autorità, «fanno delle futilità dei filosofi e della Scrittura santa un miscuglio, e questo vendono sopra li pergami,e le cose di Dio e della fede lasciano stare»[16]; e ripetea non doversi adoperar le scienze per dimostrare la fede, ma prendere la fede in semplicità; non dissiparsi in colloqui e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri. In fatti Savonarola sceglie un testo, poi vi s’abbandona quasi d’ispirazione, copioso più che proporzionato, scurante del disporre o le frasi o i pensieri, e solo arricchendosi della cognizione preacquistata de’ sacri autori; ed anzichè ad aride distinzioni scolastiche, a citazioni, ad argomenti in forma, s’appoggia a prove di ordine soprannaturale; l’allegoria gli è quasi connaturata; l’arte di scrivere non conosce, sì quella di commovere e signoreggiare, e diceva: — Io non bado a verun artifizio di retorica, a verun ornamento; mi servo di parole semplici e vulgari; non mi occupo, lo sa Dio, del modo con cui parlo, nè del gesto o dell’azione oratoria. Mi basta aver l’occhio sui pensieri; per tutto il resto mi lascio condur docilmente dove mi portano l’ispirazione e il fervore dello spirito»[17].
E sempre a nome della Bibbia loda o minaccia, esalta o fulmina; passa dall’apologia personale ad impeti d’amor divino, dalla riforma de’ costumi a quella della Chiesa; e crede che, nel senso mistico, i libri sacri s’applichino non solo ai fatti generali della storia, ma anche ai particolari di ciascun tempo, qualora la grazia ajuti a combinare i testi. Ciò lo porta non solo a sottigliezze e interpretazioni forzate, ma a prolungare strani paragoni ed allegorie; come là dove i sette giorni della creazione mette a parallelo colla rivoluzione di Firenze.
Ma spesso la sua eloquenza sgorgava dal cuore, e con effusione di lagrime, e cogl’impeti delle anime forti in complessioni delicate. Una volta gli ascoltanti rimaneano duri, ed egli non udendo i soliti singhiozzi, s’arresta,poi volgendosi verso l’altare, — Io non posso più, le forze mi mancano; non dormir più, o Signore, su quella croce; esaudisci queste orazioni,et respice in faciem Christi tui. O Vergine gloriosa, o Santi..., pregate per noi il Signore che più non tardi ad esaudirci. Non vedi tu, o Signore, che questi cattivi uomini ci dileggiano, si fanno beffe di noi, non lasciano far bene a’ tuoi servi; ognuno ci volta in deriso, e siam venuti l’obbrobrio del mondo. Noi abbiamo fatta orazione: quante lagrime si sono sparse, quanti sospiri! Dov’è la tua provvidenza, dov’è la bontà tua, la tua fedeltà?... Deh! non tardare, o Signore, acciocchè il popolo infedele e tristo non dica,Ubi est Deus eorum?... Tu vedi che i cattivi ogni giorno divengono peggiori, e sembrano omai fatti incorreggibili: stendi dunque la tua mano, la tua potenza. Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più che piangere. Non dico, o Signore, che tu ci esaudisca pei nostri meriti, ma per la tua bontà, per amore del tuo Figlio... Abbi compassione delle tue pecorelle. Non le vedi tu qui afflitte, perseguitate? non le ami tu, Signor mio? non venisti ad incarnarti per loro? non fosti crocifisso e morto per loro? Se a quest’opera io non valgo..., toglimi di mezzo, o Signore, e mi leva la vita. Che hanno fatto le tue pecorelle? Esse non han fatto nulla. Io sono il peccatore: ma non abbi riguardo, Signore, a’ miei peccati; abbi riguardo una volta alla tua dolcezza, al tuo cuore, alle tue viscere, e fa provare a noi tutta la tua misericordia».
Gran presa dava al frate quel governo dei Medici, materiale, egoisto, spoglio di concetti generosi. Il vulgo, guardando Lorenzo come usurpatore della miglior proprietà de’ Fiorentini, narrava che Savonarola, chiamato al letto di morte di questo, gli domandò in prima se confidasse nella misericordia di Dio, poi se fosse disposto a restituire i beni d’illegittimo acquisto; e il moribondodopo qualche esitanza acconsentì: infine se ripristinerebbe la libertà e il governo a popolo; e ricusando Lorenzo la condizione, il frate se n’andò senza benedirlo[18].
Maggior appiglio ancora gli dava la depravazione della corte romana. Morto Innocenzo VIII, troppo avvoltolato in tresche politiche (tom.VIII, pag. 214), e mantice di guerre e rivalità, Ascanio Sforza dei duchi di Milano avea molte voci nel conclave; ma non riuscendo a sorpassare l’emulo Giuliano della Rovere, le vendè tutte a Rodrigo Lençol di Valenza in Ispagna, che da Calisto III suo zio materno avea preso il cognome di Borgia, e che allora si fece chiamare Alessandro VI (1492 11 agosto). Sciagurati tempi, se a salire al primato della Chiesa non gli furono ostacolo i diffamati costumi! Destrissimo e di singolare sagacità, baldanzoso a compiere che che l’ambizione gli suggerisse, robustamente frenò i baroni e gli assassini: ma anzichè al ben pubblico, s’interessava per collocare altamente i cinque figliuoli natigli da Rosa Vanozza. Era fra questi Lucrezia, diffamata per lubrici certami e per doppio incesto. Alessandro, quando andava ad assediare Sermoneta, le affidò il governo di Roma, onde abitava le camere del pontefice, ne apriva le lettere, provvedeva col consiglio di cardinali: talmente la turpitudine era recata in trionfo, e il delitto eretto in scienza.
Il diario, che in quei giorni scriveva il Burcardo, ancor più che pei delitti, atterrisce per la freddezza con cui li racconta, e che giudicherebbe abituali, se piena credenza potesse prestarsi a quel documento forse corrotto, certo esagerato. «In Roma (dic’egli presso a pocosotto il 1489) nulla di buono si faceva, e in città correano infiniti furti e sacrilegi: dalla sacristia di Santa Maria in Trastevere furono sottratti calici, patene, turiboli, una croce d’argento ov’era un pezzo della santa croce, il quale poi fu trovato in una vigna; così in altre chiese. Aggiungi molti omicidj: Lodovico Mattei e i suoi figli, contro la fede e sicurezza data, uccisero Andrea Mattucci mentre in una barberìa faceasi radere; eppure non ebbero bisogno d’andarsene di città, e dicesi il papa ve li lasciasse per denaro. Si dà anche per vero, sebbene io non abbia visto la bolla, che il santissimo padre abbia a Stefano e a Paolo Margano data remissione dei delitti e omicidj fatti da essi e da dieci loro bravi, quantunque non avessero pace cogli eredi degli uccisi, trasformando la loro casa in asilo; altrettanto a Marino di Stefano per le uccisioni commesse da lui e suoi seguaci; altrettanto ai figli di Francesco Bufalo, che la matrigna gravida macellarono, e diè loro otto condannati a morte affinchè sicuramente potessero andar e venire. Lo stesso narrasi di altri, e la città è piena di ribaldi, che ammazzato uno, rifuggono alle case dei cardinali; in Campidoglio quasi mai non si supplizia alcuno; sol dalla corte del vicecancelliere alcuni sono impiccati presso Tor di Nona, e vi si trovano la mattina senza nome nè causa. Si narra ancora che un tal Lorenzo Stati, oste alla Ritonda, uccise due figlie in diversi tempi, e un famiglio che diceasi aver avuto a fare con esse: onde messo con un fratello in Castel Sant’Angelo, andò il carnefice per decapitarli, e invece furono rilasciati sui due piedi; ed io ho visto ciò e intesi che causa ne fu l’avere sborsato ottocento ducati. E una volta domandandosi al procamerario perchè dei delinquenti non si facesse giustizia, ma se ne ricevesse denaro, rispose, me presente:Dio non vuol la morte del peccatore, ma che pagi e viva...
«Il sabato 4 settembre vennero nuove del matrimonio conchiuso tra Alfonso primogenito del duca di Ferrara, e la signora Lucrezia Borgia figlia del papa. E la domenica appresso, detta signora Lucrezia cavalcò alla chiesa del Popolo, vestita di broccato d’oro riccio, accompagnata da trecento cavalli o circa, e davanti le cavalcavano quattro vescovi. Il lunedì seguente un buffone a cavallo, cui la signora Lucrezia avea donato una vesta di broccato d’oro che jeri avea portata nuova, del valore di trecento ducati, girò per le vie principali, gridando,Viva l’illustrissima duchessa di Ferrara! viva papa Alessandro!e altrettanto gridava un altro buffone a piedi, donato anch’egli d’una vesta... L’ultima domenica d’ottobre a sera, fecero una cena col duca Valentino, nel palazzo apostolico, cinquanta meretrici oneste, chiamate cortigiane, che dopo cena...» Il resto non si può raccontare, nè quasi credere. E stimiamo pure siasi trasceso nel denigrare Alessandro VI; è però costante che egli non trovò un apologista serio, neppure fra la moderna smania di paradossi.
Tanta depravazione morale fra tanto materiale progresso, e quando appunto la coltura affinandosi più la faceva sentire! Quella politica clandestina, quella turpitudine ostentata fin sulla cattedra dov’erano seduti tanti santi, il susurro de’ moltissimi fuorusciti, diffondevano l’idea di disastri, più temuti perchè indeterminati. E Savonarola la fomentava, e non sapendo, come Salviano, veder la rigenerazione che in un gran castigo, ripeteva: — Sventura! sventura! O Italia, o Roma, dice il Signore, io vi abbandonerò ad un popolo che dai popoli vi cancellerà. Vengono genti affamate come leoni, e tanta fia mortalità che i sepoltori andran per le vie gridando,Chi ha dei morti!e uno porterà il padre, l’altro il figliuolo. O Roma, te lo ripeto, fa penitenza;fate penitenza o Milano, o Venezia[19]... Dice il Signore, quando io verrò sopra l’Italia a visitare i suoi peccati, con la spada visiterò Roma...; in San Pietro e negli altri altari sederanno le meretrici, e faranno stalla cavalli e porci; vi si mangerà e berrà, e faravvisi ogni sporcizia... Taglierò, dice Dio, le corna dell’altare, cioè le mitre e i cappelli; taglierò la potenza de’ prelati; rovineranno quelle belle case e quei bei palazzi; tante delizie, tanti ori saran gettati per terra; saranno ammazzati gli uomini, andrà sossopra ogni cosa»[20]. Pur troppo spesso indovina chi predice sciagure[21]; laonde il popolo lo credeva ispirato dalla Divinità, e che provasse estasi, e antivedesse il futuro.
La politica, per quanto divenisse profana, non era ancor distaccata dalla religione; e troppo fresca era la ricordanza del medioevo, sicchè dovesse saper di strano il cambiare il pulpito in tribuna, come facea frà Girolamo. Il quale preferiva il governo dei più, non però a foggia di demagogo; asseriva anzi che il monarchico è di tutti il migliore, perchè più simile a quello di Dio, a condizione che l’imperante sia il miglior uomo, accidente troppo difficile. Le costituzioni non sono buone se non in quanto armonizzano colle qualità o i difetti de’ popoli; e nell’Italia, viva d’intelletti e impetuosa, male può stabilirsi un governo cui non partecipano i più. Adunque il popolare v’è più adatto, specialmente a Firenze, dove rimembrava un glorioso passato.
Certo costui conosceva il cuor dell’uomo, e che primo spediente della tirannia è il corrompere i sudditi, mentre la virtù è fondamento necessario d’ogni libertà. Perciò predicava dover la riforma dello Stato cominciare da quella de’ costumi e della Chiesa; al contrario di Cosimo, che dicea non doversi governare coi paternostri, egli proclamava che libertà e religione, buon governo e morale vanno inseparabili; e con seguaci tutti disinteresse ed austerità s’industriò d’attuare la santità evangelica ne’ costumi e nelle leggi di Firenze. — Popolo fiorentino (intonava), tu sai il proverbio che pei peccati vengono le avversità. Va, leggi. Quando il popolo ebreo facea bene ed era amico di Dio, sempre avea bene; al contrario, quando metteasi alle scelleratezze, Dio apparecchiava il flagello. Firenze, che hai fatto tu, che hai tu commesso? come ti trovi con Dio? vuoi che io tel dica? ohimè! è pieno il sacco, la tua malizia è venuta al sommo. Firenze, aspetta un gran flagello. Signore, tu mi sei testimonio, che co’ fratelli mi sono sforzato di sostenere colle orazioni questa piena e questa rovina: non si può più. Abbiam pregato il Signore che almeno converta tal flagello in pestilenza».
E il popolo, escluso dagli affari pubblici, e sentendo in sè il bisogno d’alcun che di superiore, sapeva grado a chi ne ergesse gli occhi verso il cielo, e additasse colà il rimedio ai mali o la speranza. Adunque dai villaggi dell’Appennino affluivano moltissimi, appena alla punta del giorno s’aprissero le porte di Firenze; e accolti e sostentati dall’eccitata carità, in ascoltarlo tremavano, fremevano, faceansi gran conversioni, «sicchè pareva proprio una primitiva Chiesa; era una conversazione fra loro piena di carità, e riscontrandosi insieme si guardavano l’un l’altro con letizia inestimabile, talchè, sebbene fossero forestieri, solo a vederli in volto erano conosciuti figliuoli di quel gran padre. Per ascoltarlonon si faceva conto di disagio alcuno...; e tra questi erano giovani e vecchi, donne e fanciulli d’ogni sorta, con tanto giubilo che era uno stupore, andando alla predica come si va a nozze. In chiesa poi il silenzio era grandissimo, riducendosi ognuno al suo luogo, e con un lumicino in mano, chi sapeva leggere diceva il suo ufficio ed altre orazioni. Essendo insieme tante migliaja di persone, non si sentiva quasi un zitto, fintanto che venivano i fanciulli, i quali cantavano alcune laudi con tanta dolcezza, che pareva si aprisse il paradiso. Così aspettavano tre o quattr’ore, finchè il padre entrava in pergamo. Pel contado non si cantavano più canzoni e vanità, ma laudi e canti spirituali, cantando alle volte a vicenda da ogni banda della via come usano i frati in coro, mentre lavoravano in somma letizia; tanto s’era sparso e acceso per tutto questo gran fuoco. Vedevasi talvolta per le strade le madri andare dicendo l’ufficio con li proprj figliuoli a uso di religiosi. Alle mense loro fatta la benedizione, si teneva silenzio, leggendo la vita de’ santi Padri, e altri libri devoti, massime le prediche del Savonarola ed altre opere sue. Le donne si ornavano con somma modestia, e per riformarsi mandarono alcune ambasciatrici alla Signoria con molta comitiva e solennità. Anche fanciulli, presentatisi ai reggitori della città, li richiesero di leggi che proteggessero il buon costume»[22].
Nè soltanto in orazioni e digiuni si esercitavano, ma ed in opere di carità cristiana. Ricchi cittadini davano mangiare e bere e alloggio in casa loro a venti, trenta, quaranta forestieri per volta. Gittatasi una grave carestia, e molti del contado che accorreano a Firenze a mendicare, cadendo di fame per le strade, uomini dabbene andavano attorno con confezioni e malvagie perconfortarli e li menavano all’ospedale; e n’erano derisi daisavj del mondocol nome di Stropiccioni. Altri spedivano migliaja di ducati in Sicilia, e avutone grano, il rivendevano a buon mercato.
Coloro che partecipavano all’oligarchia de’ Medici aborrivano quei che la scalzavano, e aveano per sè i giovani nobili, speranti il potere; i buontemponi, intitolatiTiepididagli infervorati, sopra di questi versavano la beffa chiamandoliPiagnoni; e presto quei nomi designarono due partiti di morale, ed anche di arti e di letteratura.
Imperocchè al Savonarola non era sfuggito un altro grave guasto d’Italia, l’irrompere delle idee pagane, che sotto l’ombra degli studj classici, aduggiavano il buon seme evangelico. Nelle accademie i nomi di battesimo si convertivano in quei dell’antica gentilità; nelle storie Cristo chiamavasi figlio di Giove, e vestali le monache, e dea Maria, e padri coscritti i cardinali, e fato la Provvidenza; nelle scuole l’attenzione era serbata a fatti mitologici, l’ammirazione a eroi pagani; e non che Tibullo e Catullo, vi si spiegavano l’Ars amandie fin laPriapea. Venivasi alla filosofia? le sottigliezze d’Aristotile godevano maggior credito che la santa Scrittura, e la sublimità platonica invaniva in delirj teosofistici. Fin le lascivie contro natura, comuni ai due sessi, pretendeansi giustificare cogli esempj di Tebe e d’Atene. La pittura esibiva sugli altari o seduttrici nudità o somiglianze impudenti; e di mezzo al sacrifizio, venivano i curiosi a riconoscere le famigerate belle del paese.
Contro questo preferir le vie di Betsabea alle vie di Betlemme; contro quella manìa pel passato che vuol far rivivere ciò che più non è, e più non dev’essere, insorgeva il Savonarola: ma quanto tale austerezza dovea far colpo in un’età di retorici, in una letteratura d’intelletto e di lusso, fra i contemporanei dell’Aretino! Epoichè i vecchi trovava «tutti duri come pietre», il frate cercava arrolare alla bandiera di Cristo la gioventù; e se la vide stringersegli attorno, cara promessa di tempi migliori. «Nel giorno di Natale convenne nella chiesa cattedrale un numero grande di più che milletrecento fanciulli d’anni diciotto in giù; e avendo udita la messa dell’alba, cantata da’ sacerdoti solennemente, ed essendo comunicato prima tutto il clero secondo la dignità e grado suo, furon dipoi divotissimamente per le mani di due canonici comunicati i detti fanciulli con tanta modestia e notabile devozione, che gli spettatori e massimamente i forestieri non si astenevano dalle lacrime, prendendo gran meraviglia che quell’età così fragile e poco inclinata alle divine contemplazioni fosse così bene animata, e ridotta in così buona disposizione[23]... I fanciulli si radunavano, e avevano fatto infra loro messeri, consiglieri e altri uffiziali, che andavano per la terra a spegnere i giuochi e gli altri vizj, togliendo carte e dadi, raccogliendo libri d’innamoramenti e novellaccie, e tutto mandavano al fuoco. Ed ancora andando per le strade, se avessero trovato qualcuna di queste giovani pompose, con istrascichi e con fogge disoneste, la salutavano con gentilezza, facendole una riprensione piacevole... di modo che, da una volta in là, se non per amore, per vergogna lasciavano buona parte di loro vanità. Così ancora gli uomini infami e viziosi, per paura di non essere additati nè iscoperti, s’astenevano da molte cose».
Non vendeasi più carne i giorni proibiti, e si dovè modificare la tassa che pagavano i macellaj: sobrie faceansi le nozze, colla comunione e la predica, nè di rado vi seguiva il voto di castità: alcuni che pur voleano divertirsi, s’adunavano a venti o trenta in qualche luogodelizioso, come i giovani del Decamerone, e comunicatisi, passavano la giornata cantando salmi e in pii sermoni, o recavano in processione la Madonna e il bambino: quella gioventù pur dianzi petulante e scapestrata, accoglievasi al focolare domestico per recitare il rosario, e nelle feste veniva di brigata a coglier rami d’ulivi e sedere sui prati, cantando a coro le laudi che il Savonarola avea composte[24], e adattandole sopra arie dedicate alla frivolezza o all’immoralità. Di tal passo si rigeneravano la scienza, la poesia, la musica.
Per educare le arti del disegno, frà Girolamo divisava alcun che di simile alle loggie de’ Franchimuratori; aggregare al convento una scuola, ove i frati conversi si eserciterebbero nella pittura e scultura, all’ombra del santuario. A quell’anima entusiasta, sotto il bel cielo d’Italia, nella città altrice delle arti, come dovea sorridere il pensiero di rigenerarle, e di ricollocare la bellezza in grembo all’Eterno da cui essa deriva! E, — Ditemi un po’ in che consiste la bellezza? Nei colori? no; la bellezza è una forma che risulta dalla proporzione e corrispondenza di tutte le membra e de’ colori; ma nelle cose semplici la bellezza è la luce. Vedete il sole,la bellezza sua è aver luce; vedete Iddio, perchè è lucidissimo, è la bellezza stessa; e tanto sono belle le creature, quanto più partecipano alla bellezza di Dio; e ancora tanto più bello è il corpo quanto più è bella l’anima. Togli due donne che sieno egualmente belle di corpo; l’una sia santa, l’altra cattiva; vedrai che quella santa sarà più amata da ciascheduno che la cattiva; e tutti gli occhi saranno vôlti in lei, anche gli occhi degli uomini carnali. Togli un uomo santo, il quale sia brutto di corpo; vedrai che ognuno lo vuol vedere volentieri; e pare benchè brutto, che quella santità risalti e faccia grazia in quella faccia»[25].
Dalle lodi del bello passava a disapprovare la licenza degli artisti: — Aristotele, ch’era pagano, dice nella Politica che non si deva far dipingere figure disoneste, per rispetto a’ fanciulli, perchè vedendole diventano lascivi. Ma che dirò di voi, pittori cristiani, che fate quelle figure spettorate? Voi, a cui s’appartiene, dovreste far incalcinare e guastare quelle figure che avete nelle case vostre, dipinte disonestamente; e fareste opera che molto piacerebbe a Dio e alla Vergine Maria». Ed elevandosi contro la profanazione della pittura di chiesa, prorompeva: — L’immagine de’ vostri Dei sono le immagini e similitudini delle figure che voi fate dipingere nelle chiese; e i giovani poi vanno dicendo a questa e quella,Costei è la Madonna, quell’altra è san Giovanni; perchè voi fate dipingere le figure nelle chiese a similitudine di quella donna o di quell’altra. Se voi sapeste lo scandalo che ne segue, e quello che so io; non le dipingereste. Credete voi che la Vergine Maria andasse vestita in questo modo? Io vi dico ch’ella vestiva come poverella, semplicemente, e coperta che appena se gli vedeva il viso; così sant’Elisabetta. Voifareste un gran bene a cancellare queste figure così disoneste, dove fate parere la Vergine Maria vestita come meretrice»[26].
Tanta verità, ed esposta con tanto calore, poteva non trovare ammiratori e seguaci? E molti grandi artisti il venerarono maestro e santo; a Pico della Mirandola, inteso che una volta l’ebbe, non parea aver più bene se non riudendolo; Angelo Poliziano, benchè tutt’arte greca, lo dichiarava santo, e dotto ed egregio predicatore d’insigne dottrina; il poeta platonico Benivieni difese robustamente le dottrine di esso, e compose cantici pe’ suoi devoti ed esaltando la pazzia dell’amar Dio[27]; la più bella incisione di Giovanni delle Corniole rappresenta il frate; lui il bulino del Bandini e del Botticelli, degno successore di Maso Finiguerra; Andrea della Robbia e cinque figli lo ritrassero in molte medaglie di terra cotta; il grande architetto Cronaca «d’altro che delle cose sue non volea ragionare»; Lorenzo di Credi gli tributò le caste sue ispirazioni; frà Benedetto, miniatore, e che da gajo compagnaccio erasi mutato a penitenza, appena lo intese, s’armò per lui quando il vide assalito da’ nemici; e dopo che soccombette, Botticelli propose di lasciarsi morir dalla fame; Baccio della Porta pittore bruciò tutti suoi studjdi nudo, e si vestì monaco, rendendosi celebre col nome di frà Bartolomeo; lo scultore Baccio di Montelupo abbandonò la città. Del quale entusiasmo non sapea rinvenir la ragione il Vasari, creato dei Medici e adoratore de’ classici, e che pur vedeva come il suo Michelangelo avesse «in gran venerazione le opere scritte da frà Girolamo, per aver udito la voce di quel frate in pergamo»[28].
Allora il Savonarola osò un fatto, sul quale deh non rechino giudizio coloro che alla classica ammirazione sagrificano culto e sentimento, originalità e virtù! I fanciulli andarono di casa in casa cercando l’anatema, voleano dire gli oggetti di lusso disonesto che il predicatore avea riprovati; e nel giorno del berlingaccio ammucchiati sovra la piazza canzoni amatorie, tappeti lascivamente storiati, quadri e incisioni invereconde, le statue della bella Bencina, della Lena Morella e d’altre divulgate bellezze, carte da giuoco, liuti, buonaccordi, alberelli, cipria, dadi, ornati femminili, buffe o inumane sudicerie del Boccaccio e del Pulci, libri di sorte, nella città delle belle arti, del viver gioviale, della poesia spensierata, della sensuale allegria, nella patria del Machiavelli e del Firenzuola, vi si mette fuoco, mentre i fanciulli cantano un’invettiva contro il carnovale e ne bruciano la figura schifosa tra il suon di trombe e di campane, e il popolo vede e intuona ilTedeum[29].Un mercatante veneziano offriva ventimila scudi se gli cedessero gli oggetti destinati al fuoco; e fu preso a fischi, e un fantoccio che lo figurasse venne messo ad ardere insieme. Il Nardi avverte che la cosa generò mormorazione, e rifletteasi che col denaro avutone si potea far molte limosine, «come dissero già i mormoratori del prezioso unguento sparso da quella devota donna sopra i piedi di Cristo, non considerando che i filosofi pagani e gli ordinatori delle polizie, e Platone specialmente, scacciavano tutte quelle cose che oggi son vietate più severamente dalla cristiana filosofia».
Anche all’idolatria del guadagno mosse guerra il frate, risoluto a riformare tutte le facoltà; e dove tanto fiorivano i banchi e impinguavano gli usuraj, alzò la voce a favore de’ poveri; e delle limosine raccolte da que’ suoi fanciulli fece istituire un monte di pietà, che guastò gli affari degli usurieri; disapprovò i padri che metteano i figliuoli prima a imparare qualche versi profani, poi a maneggiarsi ne’ banchi; e prediceva una costituzione politica, dove ai grossi capitalisti sarebbe tolto l’onnipotere nei pubblici affari, si ripristinerebbero il governo a comune, e l’equilibrio fra la potestà secolare e l’ecclesiastica.
Quel che più sempre gli stava a cuore si era l’emenda del clero. Se egli fosse stato un vulgare ambizioso, potea blandire i Medici e il papa, da’ quali non gli mancarono offerte, ma egli rispose: — Altro cappello io non voglio che quel del martirio, nè arrossire che del mio sangue». Pertanto, colla libertà che la Chiesa mai non impedì prima della Riforma, le applicava quel che Amos diceva contro i sacerdoti ebrei: — La nostra Chiesa ha di fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficj ecclesiastici, con belli paramenti, con assai drappelloni, con candelieri d’oro e d’argento, con tanti bei calici che è una maestà. Tu vedi là que’ prelati con quellemitre d’oro e di gemme preziose in capo, con pastorali d’argento e piviali di broccato, cantare que’ bei vespri e quelle messe, con tante cerimonie e organi e cantori che tu stai stupefatto; e pajonti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e non credi che e’ possano errare, ma ciò che dicono e fanno s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste frasche, e rallegransi in queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai sì bene esercitato quanto al presente; e un gran prelato disse che la Chiesa non fu mai in tanto onore, nè i prelati in tanta reputazione; e che i primi erano prelatuzzi, perchè umili e poverelli, e non avevano tanti grassi vescovadi nè tante ricche badie, come i nostri moderni. Erano prelatuzzi quanto alle cose temporali, ma erano prelati grandi, cioè di gran virtù e santimonia, grande autorità e reverenza ne’ popoli, sì per la virtù, sì pei miracoli che facevano. Oggidì i Cristiani che sono in questo tempio non si gloriano se non di frasche; in queste esultano, di queste fanno festa e tripudiano; ma interverrà loro quello ch’io vidi, che ’l tetto rovinerà loro addosso, cioè la gravità de’ peccati delle persone ecclesiastiche e de’ principi secolari cadrà sul loro capo e ammazzeralli tutti in sul bello della festa, perchè si confidano troppo sotto questo tetto.
«I demonj ed i prelati grandi, perchè hanno paura che i popoli non escano loro dalle mani e non si sottraggano dall’obbedienza, hanno fatto come fanno i tiranni della città; ammazzano tutti i buoni uomini che temono Dio, o li confinano, o li abbassano che e’ non hanno uffizj nella città; e perchè non abbiano a pensare a qualche novità, introducono nuove feste e nuovi spettacoli. Questo medesimo è intervenuto alla Chiesa di Cristo: primo, essi hanno levato via i buoni uomini, i buoni prelati e predicatori, e non vogliono che questigovernino: secondo, hanno rimosso tutte le buone leggi, tutte le buone consuetudini che avea la Chiesa, nè vogliono pure ch’elle si nominino. Va, leggi il Decreto; quanti belli statuti, quante belle ordinazioni circa l’onestà de’ cherici, circa le vergini sacre, circa il santo matrimonio, circa i re e i principi come e’ s’hanno a portare, circa l’obbedienza de’ pastori: va, leggi, e troverai che non s’osserva cosa che vi sia scritta; si può abbruciare il Decreto, che gli è come se non ci fosse. Terzo, hanno introdotto loro feste e solennità per guastare e mandar a terra le Solennità di Dio e de’ santi.
«Se tu vai a questi prelati cerimoniosi, essi hanno le migliori paroline che tu udissi mai; se ti conduoli con esso loro dello stato della Chiesa presente, subito e’ dicono: Padre, voi dite il vero, non si può più vivere se Dio non ci ripara. Ma dentro poi hanno la malizia, e dicono: Facciamo le feste e le solennità di Dio feste e solennità del diavolo; introduciamo queste coll’autorità nostra, col nostro esempio, acciocchè cessino e manchino le feste di Dio, e sieno onorate le feste del diavolo. E dicono l’uno coll’altro: Che credi tu di questa nostra fede? che opinione n’hai tu? Risponde quell’altro: Tu mi sembri un pazzo; è un sogno, è cosa da femminucce e da frati. Hai tu mai visto miracoli? Questi frati tutto ’l dì minacciano e dicono: E’ verrà, e’ sarà; e tutto ’l dì ci tolgono il capo con questo loro profetizzare. Vedi che non sono venute le cose che predisse colui. Dio non manda più profeti, e non parla cogli uomini; s’è dimenticato de’ fatti nostri, e però gli è meglio che la vada così e che governiamo la Chiesa come abbiam cominciato. Che fai tu dunque, Signore? perche dormi tu? Levati su, vieni a liberare la Chiesa tua delle mani de’ diavoli, delle mani de’ tiranni, delle mani de’ cattivi prelati: non vedi tu che la è piena d’animali, piena di leoni, orsi e lupi, che l’hanno tutta guasta? non veditu la nostra tribolazione? ti se’ dimenticato della tua Chiesa, non l’hai tu cara? ell’è pure la sposa tua! non la conosci tu? è quella medesima, per la quale discendesti nel ventre di Maria, per la quale patisti tanti obbrobrj, per la quale volesti versare il sangue in croce. Vieni, e punisci questi cattivi, confondili, umiliali, acciocchè noi più quietamente ti possiamo servire»[30].