NOTE:1.I collegati lombardi il 1177 in Ferrara dicevano a papa Alessandro III:Nos gratantes imperatoris pacem recipimus, salvo Italiæ honore; et ejus gratiam, libertate nostra integra manente, præoptamus. Quod ei de antiquo debet Italia, libenter exsolvimus, et veteres illi justitias non negamus. Libertatem autem nostram, quam a patribus nostris, avis, proavis hereditario jure contraximus, nequaquam relinquemus, quam amittere nisi cum vita timemus.Romualdi SalernitaniChronicon, Rer. It. Script., tom.IV.2.Quelli che anche oggi compiangono o deridono gl’Inglesi perchè non hanno cinquecentomila soldati, nè gendarmi e fortini, ci beffino del compiacerci della domesticità di que’ regolamenti dei Comuni, che direbbonsi contratti d’affitto tra un buon padrone e i suoi famigli. All’elezione di ciascun doge, Venezia gli stendeva i patti che dovea giurare, e ch’erano come la costituzione impostagli. La più antica promissione che si conosca, è di Enrico Dandolo nel 1192, in una pagina; mentre quella dell’ultimo doge è un volume di trecento. In quella del 1249, il doge Marino Morosini promette operar sempre ad onore di Dio e della santa Madre Chiesa, e a saldar la fede: — Quelli che ci saranno dati dai vescovi come eretici, faremo bruciare. Studieremo all’onore e al profitto di Venezia. Faremo rendere esatta giustizia senza dilazione. Se i giudici fossero discordi, sicchè noi dovessimo proferire, ci porremo dalla parte che ci parrà migliore secondo lo statuto; e se manchi lo statuto, secondo l’uso; e se manchi l’uso, secondo la nostra coscienza (Non si riferiscono dunque alla legge romana). Nel consiglio prenderemo il partito che ci appaja migliore, e manterremo il secreto. Studieremo di ricuperare e conservare incolumi i lidi, le terre, le acque, le vigne, i boschi spettanti al dogato, di cui godiamo le rendite. Se sapremo che qualcuno sia debitore al Comune di Venezia, faremo che sia escusso, e così per le condanne de’ consoli de’ mercanti. Non daremo bollette per estrarre chechessia senza il consenso della maggior parte del Consiglio. L’elezione dei vescovi rimanga in potere del clero.«Non esigeremo la quarantesima, l’ottantesima e le altre ragioni che i visdomini del Comune soleano prendere; nè di ciò che viene dalla Marca d’Ancona, eccetto i pomi di Lombardia, de’ quali avremo due parti e la terza i visdomini; nè di quanto entra per mare, nè del sale, nè del dazio di Cabodarzere, nè della peschiera e beccheria, salvo l’onoranza della nostra curia che dobbiamo avere ogni giovedì grasso. Anche le quarantesime degli altri Comuni rimangano al pubblico, eccetto il dazio dei gamberi e quello delle ciliegie di Trevisana. Non c’immischieremo negli affari di Chioggia senza la maggior parte del Consiglio, salvo la gondola, il fieno, il vino, e le altre onorificenze nel ricever noi e i nostri messi, e quel che si deve farci quando volessimo andare a caccia; eccettuate pure le appellazioni e gli interdetti che ci fossero portati.«Il Comune farà tutte le spese per legazioni e per eserciti all’occorrenza. Daremo a prestanza le quindicimila lire di nostro salario, e gli altri beni nostri. Non manderemo ambasciate o lettere al papa, all’imperatore, a re o ad altri pel Comune nostro senza la maggioranza del Consiglio. Le lettere che da essi ci fossero mandate non apriremo prima di farle vedere ai nostri consiglieri o alla maggior parte di essi. Le altre lettere per affari del Comune potremo aprire e leggere e tenerle in segreto, se giudicheremo vantaggioso a Venezia.«Ai nostri giudici di palazzo daremo ogni anno per ciascuno quattro anfore di vino delle viti di Chioggia: e se, che Dio tolga, le vigne non ne portassero, ne farem dare dell’altro. Dalle scuole di mestieri non esigeremo alcun lavoro oltre il consueto, se non colla volontà della maggioranza del Consiglio. Ciascuno andrà a negoziar dove vuole senza contrasto. La nostra moneta sempre dovremo ricuperare e tenere in cumulo, se altrimenti non paja al Consiglio. Puniremo i falsatori della moneta o dei sigilli.«Non riceveremo doni da chichessia, eccetto acqua rosata, fiori e foglie, erbe d’odore, e balsamo; qualunque altro dono sia fatto a noi, o ad alcuno per riguardo nostro, lo farem restituire fra tre giorni al tesoriere del Comune. Potremo però noi e i nostri nunzj ricevere vettovaglie cotte, fiale di vino, selvaggine, cioè un capo per giorno, da chiunque le porti, e dieci paja di uccelli, e frutti sin al valore di dieci soldi, purchè non venga da persona che domandi qualche servizio nella curia. Altrettanto farem giurare alla dogaressa e a ciascun nostro figlio quando sia in età, e alle nuore. Se faremo nozze in palazzo, o quando vi meneremo la dogaressa, potrem ricevere qualunque maniera di doni comestibili.«Noi per la nostra entrata avremo la somma di duemila denari, cinquecento al mese dal Comune di Venezia, settanta da quel di Veglia, settanta dai Tiepolo conti di Absaro, metà dei drappi a oro che suol darsi a san Marco dai signori di Negroponte, le onoranze e rendite dell’Istria e delle acque e pesche del ducato, quali le ebbe il nostro antecessore.«Quando sei del minor Consiglio fossero concordi colla maggioranza del gran Consiglio che dovessimo abdicare, abdicheremo senza condizione. Faremo che i capi contrada, eletti per riparare le ingiurie e ricevere l’obbedienza, giurino secondo il prefisso. Daremo dodici marche d’argento per fabbricare quattro trombe, che rimarranno dopo la nostra morte presso i procuratori della fabbrica di San Marco. Potremo dare a chi vorremo le camere del nostro palazzo, che abbiano la porta di fuori; e dovrem fare il tetto al palazzo a spese nostre quando occorra. Al beato Marco daremo un panno lavorato a oro del valore di venticinque denari almeno. Baderemo che dai nostri consiglieri si facciano venire duemila moggie di frumento per mare, ed anche altre mille se non li dispensiamo noi e il minor Consiglio e i Quaranta.«Terremo con noi venti servi, contandovi quelli di cucina, avendo per essi venti armadure di ferro; inoltre un notajo a nostre spese per servizio del Comune, e datoci dal Consiglio; e uno che tenga il sigillo nostro. Quello cui daremo le chiavi delle carceri, sarà buono e leale secondo la nostra coscienza. Per le udienze d’ogni giorno seguiremo l’uso, e in esse non gioveremo all’amico, nè noceremo al nemico».Si paragoni coi giuramenti di consoli e di podestà, da noi addotti al Cap.LXXXV.3.Nel 1783 il re di Danimarca decreta che un servo convinto di essersi fatto pettinare da un parrucchiere, pagherà quattro scudi d’ammenda per volta. Nel 1814 l’elettore d’Assia Cassel vieta di dar del signore (herr) a chi non sia nobile.4.Anche adesso a Londra, quando s’insediano i nuovi sceriffi, e che sono presentati ai giudici di Westminster, il pubblico banditore intima ai possessori d’un pezzetto di terra chiamato la Landa e d’un altro detto la Fucina, di rendere omaggio e pagare il loro canone; e un usciere compare, porgendo agli sceriffi due farcine per la Landa, e sei ferri di cavallo con sessantun chiodi per la Fucina.Se a spiegare i nostri Comuni citiamo spesso l’Inghilterra, n’abbiam di che.5.Machiavelli,Della riforma di Firenze.6.Machiavelli,Discorsi,I, 12.7.Il Machiavelli dice che «da Alessandro VI indietro i potentati italiani, e non solamente quelli che si chiamavano potentati, ma ogni barone e signore benchè minimo, quanto al temporale stimava poco la Chiesa».Principe,XI.8.Francesco Sforza dava una letterae Firmano nostro, invito Petro et Paulo.9.Le trattative sono nell’archivio delle Riformagioni a Firenze, Cl.II. dist.III. Nº 9.10.È denigrato da tutti gli storici; pure una sua lettera, inserita nel vol.Idell’Archivio storico, ne dà molto miglior concetto. Il re di Napoli gli aveva esibito lo stato d’un Sanseverino conte di Cajasso; ed egli si profonde in ringraziamenti, ma soggiunge: — La regia maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati, che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni, nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per degenerare in questo dalli modi loro..., e però pregate quella che... mi perdoni se io non accetto quello che lei mi dà...; e se pure vuole beneficarmi, degni farlo ordinariamente in quello che li pare costì con li miei del banco. Da Firenze, 6 maggio 1494».11.Io vidi a Roma entrar quella superbaChe va tra’ fiori e l’erbaSicuramente; mi restrinsi alquantoOve io conduco la mia vita in pianto.Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;E qui scoperse da far pianger sassi...E lacerato in mille parti il pettoFuor dell’umìl suo primo santo aspetto.De ruina Ecclesiæ, scritti nel 1473.12.Lettera 25 gennajo 1490 delle pubblicate dal padre Marchesi. Esistono molti libri sacri da lui postillati, e cita continuo la Bibbia.13.— Quanto io fossi per natura inetto a questo ufficio del predicare, ne ha fatto fede l’esperienza. Onde avendo io esercitato per comandamento de’ miei superiori dieci anni questo tale ufficio, ero, non solamente al mio parere, ma di tutti li uditori, reputato inettissimo, come quello che non avevo punto di voce, nè grazia di pronunzia, nè modo del dire, da poter dilettare lo animo degli uditori».De veritate prophetica, cap.V.14.Prediche sopra l’Arca di Noè, l’avvento 1492.15.Sermone fatto a molti sacerdoti in San Marco, il 15 febbrajo 1498.16.Per laIVdomenica di quaresima.17.De veritate prophetica, cap.V.18.Ciò leggesi nellaVita del Savonarola, pubblicata dal Manso (Baluzio,Miscell., tom.I, ediz. di Lucca). Il Poliziano, nell’Ep.IIdel lib.IVdescrive a minuto gli estremi momenti di Lorenzo, senza un cenno di ciò, anzi facendolo morire cristianamente. Ne taciono pure iRicordi storicidi Filippo Rinuccini, avversissimo ai Medici.19.PredicaXXI.20.PredicaXXIII.21.Pronostici intorno ai mali che verrebbero dalla calata de’ Francesi ne corsero molti, e singolarmente quelli di san Francesco di Paola e del beato Vincenzo d’Aquila. Nei processi del Savonarola è mentovata una Madonna Camilla de’ Rucellaj, alla quale mandavasi a chiedere quel che s’avesse a fare, ed essa dava i responsi avuti per rivelazione; ed anche una Bartolomea Gianfigliazzi, «la quale avea sue devozioni e suoi spiriti, secondo diceva».22.Vita del Savonarola, scritta da frà Pacifico Burlamacchi; Lucca 1764, pag. 109. 27. 80 epassim.23.Nardi,Storia di Firenze, lib.II. Il pezzo che segue è del Burlamacchi.24.Poesie di Jeronimo Savonarola, illustrate e pubblicate per cura di Audin de Rians; Firenze 1847. Queste mostrano che frà Girolamo poetò e da giovane e maturo, con affetto e forza, ma senza eleganza; e spesso i versi suoi furono raccomodati dall’altro poeta domenicano frà Benedetto Fiorentino, di cui mano son quelle stampate dall’Audin, come si accerta dal codice originale, posseduto dai Borromei milanesi, e che ne contiene assai maggior numero. L’intento dell’autore appare dai versi proemiali:Onnipotente Iddio,Tu sai quel che bisogna al mio lavoroE quale è il mio desio;Io non ti chiedo scettro nè tesoroCome quel cieco avaro,Nè che città o castel per me si strua,Ma sol, Signor mio caro,Vulnera cor meum cantate tua.25.FeriaIVdellaIIIsettimana di quaresima.26.Per laIdomenica di quaresima.27.Io vo darti, anima mia,Un rimedio, che sol valeQuanto ogn’altro a ciascun male,Che si chiama la pazzia.To’ tre once almen di speme,Tre di fede e sei d’amore,Duo di pianto, e poni insiemeTutto al fuoco del timore;Fa di poi bollir tre ore,Premi, e infin v’aggiungi tantoD’umiltà e di dolor, quantoBasta a far questa pazzia,Ch’io vo’ darti, anima mia.28.Vita di Michelangelo, sul fine.29.Giuseppe Maffei, nellaStoria della letteratura italiana, ci narra con passione che bruciossi fin un canzoniere del Petrarca, «adorno d’oro e di miniature», che valeva cinquanta scudi: —Finalmente(egli continua)giunse l’ora fataleper chi seminava tanti scandali nella sua patria, e le ombre del Petrarca e del Boccaccio furono vendicate!» Mettiamgli a paro il Ranalli, che nellaStoria delle belle artidiceva avere il Savonarola bruciato i dipinti del beato Angelico! VediMarchesi,San Marco, convento de’ frati predicatori in Firenze, illustrato e inciso. Prato 1850-53.30.Sermone sopra Amos.31.Jacopo Pitti, lib. i, p. 51.32.Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni; le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non accaggia a me come a frà Bernardino (da Montefeltro, che fu scacciato perchè predicava contro le usure). Certo, quanto a questo, le cose nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio, sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira, perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono, ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi; nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere, se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti, nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».33.Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.34.Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura, e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire; nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai siete informato ecc.».Suo fratello Giovanni, autore dellaSforziade, per somma grazia ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».35.Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso. Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate via questo corpo santo».Pezzana,Storia di Parma,IV.196.36.Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio — Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano. — Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro figlio naturale Bertrando la contea di Berceto.Pezzana, iv. 310.37.Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant il avoit pour(j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup de choses traicté avec luis),et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.Commines, lib.VII. cap. 3.38.Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495 mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità alla morte di Lodovico.39.Renato il Buono, duca d’Angiò e conte di Provenza, intitolavasi re di Sicilia come figlio adottivo di Giovanna II. In testamento lasciò a Carlo suo nipote la Provenza e il regno di Napoli, e a Luigi XI il diritto di riunire alla corona la ducea d’Angiò. Carlo morendo lasciò a Luigi XI tutte le sue pretensioni, e perciò il titolo di re di Sicilia.40.Queste ultime ragioni sono addotte da Carlo VIII in un proclama riferito dal Burcardo, pag. 2049. Faceasi circolare una profezia, dov’era detto di Carlo:Il fera si grant batailles,Qu’il subjuguera les Ytailles;Ce fait, d’ilec il s’en iraEt passera de là la mer;Entrera puis dans la Grèce,Où par sa vaillante pruesseSera nommé le roi des Grecs:En Jérusalem entreraEt mont Olivet montera.Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo, primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.41.L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir. De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis.Brantôme, disc. 89.42.Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico II di Savoja.43.Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino; uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».44.Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide.Sfrenati, lib.II.45.In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di quello del padre suo. Salabery, nellaStoria dell’impero ottomano, riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo, le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente; mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni. A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli: la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti; e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.46.Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti; e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti, belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata, non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti, cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri; poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi, con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri, spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze, usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima solevasi da bovi.47.Materazzo,Cronaca perugina. Del quale è pure il brano seguente.48.Sono pubblicati negliArchives de l’art français, tratti da copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle città, come bullettini interessanti a tutti.49.Alione d’Asti scrisse, oltre varie poese, due farse: l’una «De la dona che si credia aver una roba de veluto dal Franzoso alogiato in casa sua»; l’altra «Del Franzoso alogiato a l’osteria del Lombardo». In quest’ultima «vien da principio el Lombardo ospite calcolando e fantasticando con la sua nota in mano:Cinque per cinque vinte cinque,Sei per sei trenta e sei,Septe per septe quaranta e nove,Octo per octo sexanta e quatro,Ho guadagnato in otto mesiSolamente a logiar FrancesiA centenara de fiorini ecc.»Poésies françaises d’Alione d’Asti, composées de 1494 à 1520, publiées par J. C. Brunet. Parigi 1836.50.— La Signoria non ha mai vogiù creder che Francesi vegnisse in Italia; e ’l consegio dei Pregai era sì fisso, che ’l no voleva dar fede ai avisi de quel regno... Pareva a la Terra che no fosse per nui che i calasse, e molti crede quel che i voria».Malipieri,Annali veneti. Il quale, all’anno 1495, dà il catalogo dei «sessantatre condottieri stipendiati da Venezia, con circa ventimila uomini, oltre i pedoni e i provvigionati della repubblica».51.Commines, lib.VIII. c. 5.52.Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.53.Malipieri. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno grandemente ajutati».Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività, e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo. Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale, sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me, ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi ’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione, quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli; e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso, l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria, piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’XXdi luglioMCCCXCV.Bernardin de Fortis Brachiiscomes, eques armorum.«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».54.Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di cuojo.55.— Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani, e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero acclamare principi. Diceva:Se questo popolar consiglio e certoGoverno, popol, de la tua cittateConservi, che da Dio t’è stato offerto,In pace starai sempre e in libertate.Tien dunque l’occhio de la mente aperto,Che molte insidie ognor ti fian parate;E sappi che chi vuol far parlamentoVuol torti da le mani il reggimento.56.— Si vorria far una legge che le schiave che rivelassino, quando si giuoca in casa i padroni, fossero libere, e che i famigli che ancora rivelassino il giuoco, avessino qualche premio». Predica del 12 maggio 1496. Esisteano dunque schiave. E poc’anzi il Savonarola avea detto alle donne: — Intendo che le donne non allattano i figliuoli. Voi fate male perchè gli fate allattare ancora dalle schiave: è quel primo latte di grande inclinazione al fanciullo, e sono poi mezzi vostri figliuoli, e mezzi no». Predica del 1º aprile.57.Dignetur sanctitas vestra mihi significare quid, ex omnibus quæ scripsi vel dixi, sit revocandum, et ego id libentissime faciam.20 settembre 1497.58.Vita del Savonarola, lib.IV. c. 10 e 14.59.Nel Burcardo (Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa) è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere nimicizie:Certe, beatissime pater, notissimum est non solum Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere potest pœnitentia?
1.I collegati lombardi il 1177 in Ferrara dicevano a papa Alessandro III:Nos gratantes imperatoris pacem recipimus, salvo Italiæ honore; et ejus gratiam, libertate nostra integra manente, præoptamus. Quod ei de antiquo debet Italia, libenter exsolvimus, et veteres illi justitias non negamus. Libertatem autem nostram, quam a patribus nostris, avis, proavis hereditario jure contraximus, nequaquam relinquemus, quam amittere nisi cum vita timemus.Romualdi SalernitaniChronicon, Rer. It. Script., tom.IV.
1.I collegati lombardi il 1177 in Ferrara dicevano a papa Alessandro III:Nos gratantes imperatoris pacem recipimus, salvo Italiæ honore; et ejus gratiam, libertate nostra integra manente, præoptamus. Quod ei de antiquo debet Italia, libenter exsolvimus, et veteres illi justitias non negamus. Libertatem autem nostram, quam a patribus nostris, avis, proavis hereditario jure contraximus, nequaquam relinquemus, quam amittere nisi cum vita timemus.Romualdi SalernitaniChronicon, Rer. It. Script., tom.IV.
2.Quelli che anche oggi compiangono o deridono gl’Inglesi perchè non hanno cinquecentomila soldati, nè gendarmi e fortini, ci beffino del compiacerci della domesticità di que’ regolamenti dei Comuni, che direbbonsi contratti d’affitto tra un buon padrone e i suoi famigli. All’elezione di ciascun doge, Venezia gli stendeva i patti che dovea giurare, e ch’erano come la costituzione impostagli. La più antica promissione che si conosca, è di Enrico Dandolo nel 1192, in una pagina; mentre quella dell’ultimo doge è un volume di trecento. In quella del 1249, il doge Marino Morosini promette operar sempre ad onore di Dio e della santa Madre Chiesa, e a saldar la fede: — Quelli che ci saranno dati dai vescovi come eretici, faremo bruciare. Studieremo all’onore e al profitto di Venezia. Faremo rendere esatta giustizia senza dilazione. Se i giudici fossero discordi, sicchè noi dovessimo proferire, ci porremo dalla parte che ci parrà migliore secondo lo statuto; e se manchi lo statuto, secondo l’uso; e se manchi l’uso, secondo la nostra coscienza (Non si riferiscono dunque alla legge romana). Nel consiglio prenderemo il partito che ci appaja migliore, e manterremo il secreto. Studieremo di ricuperare e conservare incolumi i lidi, le terre, le acque, le vigne, i boschi spettanti al dogato, di cui godiamo le rendite. Se sapremo che qualcuno sia debitore al Comune di Venezia, faremo che sia escusso, e così per le condanne de’ consoli de’ mercanti. Non daremo bollette per estrarre chechessia senza il consenso della maggior parte del Consiglio. L’elezione dei vescovi rimanga in potere del clero.«Non esigeremo la quarantesima, l’ottantesima e le altre ragioni che i visdomini del Comune soleano prendere; nè di ciò che viene dalla Marca d’Ancona, eccetto i pomi di Lombardia, de’ quali avremo due parti e la terza i visdomini; nè di quanto entra per mare, nè del sale, nè del dazio di Cabodarzere, nè della peschiera e beccheria, salvo l’onoranza della nostra curia che dobbiamo avere ogni giovedì grasso. Anche le quarantesime degli altri Comuni rimangano al pubblico, eccetto il dazio dei gamberi e quello delle ciliegie di Trevisana. Non c’immischieremo negli affari di Chioggia senza la maggior parte del Consiglio, salvo la gondola, il fieno, il vino, e le altre onorificenze nel ricever noi e i nostri messi, e quel che si deve farci quando volessimo andare a caccia; eccettuate pure le appellazioni e gli interdetti che ci fossero portati.«Il Comune farà tutte le spese per legazioni e per eserciti all’occorrenza. Daremo a prestanza le quindicimila lire di nostro salario, e gli altri beni nostri. Non manderemo ambasciate o lettere al papa, all’imperatore, a re o ad altri pel Comune nostro senza la maggioranza del Consiglio. Le lettere che da essi ci fossero mandate non apriremo prima di farle vedere ai nostri consiglieri o alla maggior parte di essi. Le altre lettere per affari del Comune potremo aprire e leggere e tenerle in segreto, se giudicheremo vantaggioso a Venezia.«Ai nostri giudici di palazzo daremo ogni anno per ciascuno quattro anfore di vino delle viti di Chioggia: e se, che Dio tolga, le vigne non ne portassero, ne farem dare dell’altro. Dalle scuole di mestieri non esigeremo alcun lavoro oltre il consueto, se non colla volontà della maggioranza del Consiglio. Ciascuno andrà a negoziar dove vuole senza contrasto. La nostra moneta sempre dovremo ricuperare e tenere in cumulo, se altrimenti non paja al Consiglio. Puniremo i falsatori della moneta o dei sigilli.«Non riceveremo doni da chichessia, eccetto acqua rosata, fiori e foglie, erbe d’odore, e balsamo; qualunque altro dono sia fatto a noi, o ad alcuno per riguardo nostro, lo farem restituire fra tre giorni al tesoriere del Comune. Potremo però noi e i nostri nunzj ricevere vettovaglie cotte, fiale di vino, selvaggine, cioè un capo per giorno, da chiunque le porti, e dieci paja di uccelli, e frutti sin al valore di dieci soldi, purchè non venga da persona che domandi qualche servizio nella curia. Altrettanto farem giurare alla dogaressa e a ciascun nostro figlio quando sia in età, e alle nuore. Se faremo nozze in palazzo, o quando vi meneremo la dogaressa, potrem ricevere qualunque maniera di doni comestibili.«Noi per la nostra entrata avremo la somma di duemila denari, cinquecento al mese dal Comune di Venezia, settanta da quel di Veglia, settanta dai Tiepolo conti di Absaro, metà dei drappi a oro che suol darsi a san Marco dai signori di Negroponte, le onoranze e rendite dell’Istria e delle acque e pesche del ducato, quali le ebbe il nostro antecessore.«Quando sei del minor Consiglio fossero concordi colla maggioranza del gran Consiglio che dovessimo abdicare, abdicheremo senza condizione. Faremo che i capi contrada, eletti per riparare le ingiurie e ricevere l’obbedienza, giurino secondo il prefisso. Daremo dodici marche d’argento per fabbricare quattro trombe, che rimarranno dopo la nostra morte presso i procuratori della fabbrica di San Marco. Potremo dare a chi vorremo le camere del nostro palazzo, che abbiano la porta di fuori; e dovrem fare il tetto al palazzo a spese nostre quando occorra. Al beato Marco daremo un panno lavorato a oro del valore di venticinque denari almeno. Baderemo che dai nostri consiglieri si facciano venire duemila moggie di frumento per mare, ed anche altre mille se non li dispensiamo noi e il minor Consiglio e i Quaranta.«Terremo con noi venti servi, contandovi quelli di cucina, avendo per essi venti armadure di ferro; inoltre un notajo a nostre spese per servizio del Comune, e datoci dal Consiglio; e uno che tenga il sigillo nostro. Quello cui daremo le chiavi delle carceri, sarà buono e leale secondo la nostra coscienza. Per le udienze d’ogni giorno seguiremo l’uso, e in esse non gioveremo all’amico, nè noceremo al nemico».Si paragoni coi giuramenti di consoli e di podestà, da noi addotti al Cap.LXXXV.
2.Quelli che anche oggi compiangono o deridono gl’Inglesi perchè non hanno cinquecentomila soldati, nè gendarmi e fortini, ci beffino del compiacerci della domesticità di que’ regolamenti dei Comuni, che direbbonsi contratti d’affitto tra un buon padrone e i suoi famigli. All’elezione di ciascun doge, Venezia gli stendeva i patti che dovea giurare, e ch’erano come la costituzione impostagli. La più antica promissione che si conosca, è di Enrico Dandolo nel 1192, in una pagina; mentre quella dell’ultimo doge è un volume di trecento. In quella del 1249, il doge Marino Morosini promette operar sempre ad onore di Dio e della santa Madre Chiesa, e a saldar la fede: — Quelli che ci saranno dati dai vescovi come eretici, faremo bruciare. Studieremo all’onore e al profitto di Venezia. Faremo rendere esatta giustizia senza dilazione. Se i giudici fossero discordi, sicchè noi dovessimo proferire, ci porremo dalla parte che ci parrà migliore secondo lo statuto; e se manchi lo statuto, secondo l’uso; e se manchi l’uso, secondo la nostra coscienza (Non si riferiscono dunque alla legge romana). Nel consiglio prenderemo il partito che ci appaja migliore, e manterremo il secreto. Studieremo di ricuperare e conservare incolumi i lidi, le terre, le acque, le vigne, i boschi spettanti al dogato, di cui godiamo le rendite. Se sapremo che qualcuno sia debitore al Comune di Venezia, faremo che sia escusso, e così per le condanne de’ consoli de’ mercanti. Non daremo bollette per estrarre chechessia senza il consenso della maggior parte del Consiglio. L’elezione dei vescovi rimanga in potere del clero.
«Non esigeremo la quarantesima, l’ottantesima e le altre ragioni che i visdomini del Comune soleano prendere; nè di ciò che viene dalla Marca d’Ancona, eccetto i pomi di Lombardia, de’ quali avremo due parti e la terza i visdomini; nè di quanto entra per mare, nè del sale, nè del dazio di Cabodarzere, nè della peschiera e beccheria, salvo l’onoranza della nostra curia che dobbiamo avere ogni giovedì grasso. Anche le quarantesime degli altri Comuni rimangano al pubblico, eccetto il dazio dei gamberi e quello delle ciliegie di Trevisana. Non c’immischieremo negli affari di Chioggia senza la maggior parte del Consiglio, salvo la gondola, il fieno, il vino, e le altre onorificenze nel ricever noi e i nostri messi, e quel che si deve farci quando volessimo andare a caccia; eccettuate pure le appellazioni e gli interdetti che ci fossero portati.
«Il Comune farà tutte le spese per legazioni e per eserciti all’occorrenza. Daremo a prestanza le quindicimila lire di nostro salario, e gli altri beni nostri. Non manderemo ambasciate o lettere al papa, all’imperatore, a re o ad altri pel Comune nostro senza la maggioranza del Consiglio. Le lettere che da essi ci fossero mandate non apriremo prima di farle vedere ai nostri consiglieri o alla maggior parte di essi. Le altre lettere per affari del Comune potremo aprire e leggere e tenerle in segreto, se giudicheremo vantaggioso a Venezia.
«Ai nostri giudici di palazzo daremo ogni anno per ciascuno quattro anfore di vino delle viti di Chioggia: e se, che Dio tolga, le vigne non ne portassero, ne farem dare dell’altro. Dalle scuole di mestieri non esigeremo alcun lavoro oltre il consueto, se non colla volontà della maggioranza del Consiglio. Ciascuno andrà a negoziar dove vuole senza contrasto. La nostra moneta sempre dovremo ricuperare e tenere in cumulo, se altrimenti non paja al Consiglio. Puniremo i falsatori della moneta o dei sigilli.
«Non riceveremo doni da chichessia, eccetto acqua rosata, fiori e foglie, erbe d’odore, e balsamo; qualunque altro dono sia fatto a noi, o ad alcuno per riguardo nostro, lo farem restituire fra tre giorni al tesoriere del Comune. Potremo però noi e i nostri nunzj ricevere vettovaglie cotte, fiale di vino, selvaggine, cioè un capo per giorno, da chiunque le porti, e dieci paja di uccelli, e frutti sin al valore di dieci soldi, purchè non venga da persona che domandi qualche servizio nella curia. Altrettanto farem giurare alla dogaressa e a ciascun nostro figlio quando sia in età, e alle nuore. Se faremo nozze in palazzo, o quando vi meneremo la dogaressa, potrem ricevere qualunque maniera di doni comestibili.
«Noi per la nostra entrata avremo la somma di duemila denari, cinquecento al mese dal Comune di Venezia, settanta da quel di Veglia, settanta dai Tiepolo conti di Absaro, metà dei drappi a oro che suol darsi a san Marco dai signori di Negroponte, le onoranze e rendite dell’Istria e delle acque e pesche del ducato, quali le ebbe il nostro antecessore.
«Quando sei del minor Consiglio fossero concordi colla maggioranza del gran Consiglio che dovessimo abdicare, abdicheremo senza condizione. Faremo che i capi contrada, eletti per riparare le ingiurie e ricevere l’obbedienza, giurino secondo il prefisso. Daremo dodici marche d’argento per fabbricare quattro trombe, che rimarranno dopo la nostra morte presso i procuratori della fabbrica di San Marco. Potremo dare a chi vorremo le camere del nostro palazzo, che abbiano la porta di fuori; e dovrem fare il tetto al palazzo a spese nostre quando occorra. Al beato Marco daremo un panno lavorato a oro del valore di venticinque denari almeno. Baderemo che dai nostri consiglieri si facciano venire duemila moggie di frumento per mare, ed anche altre mille se non li dispensiamo noi e il minor Consiglio e i Quaranta.
«Terremo con noi venti servi, contandovi quelli di cucina, avendo per essi venti armadure di ferro; inoltre un notajo a nostre spese per servizio del Comune, e datoci dal Consiglio; e uno che tenga il sigillo nostro. Quello cui daremo le chiavi delle carceri, sarà buono e leale secondo la nostra coscienza. Per le udienze d’ogni giorno seguiremo l’uso, e in esse non gioveremo all’amico, nè noceremo al nemico».
Si paragoni coi giuramenti di consoli e di podestà, da noi addotti al Cap.LXXXV.
3.Nel 1783 il re di Danimarca decreta che un servo convinto di essersi fatto pettinare da un parrucchiere, pagherà quattro scudi d’ammenda per volta. Nel 1814 l’elettore d’Assia Cassel vieta di dar del signore (herr) a chi non sia nobile.
3.Nel 1783 il re di Danimarca decreta che un servo convinto di essersi fatto pettinare da un parrucchiere, pagherà quattro scudi d’ammenda per volta. Nel 1814 l’elettore d’Assia Cassel vieta di dar del signore (herr) a chi non sia nobile.
4.Anche adesso a Londra, quando s’insediano i nuovi sceriffi, e che sono presentati ai giudici di Westminster, il pubblico banditore intima ai possessori d’un pezzetto di terra chiamato la Landa e d’un altro detto la Fucina, di rendere omaggio e pagare il loro canone; e un usciere compare, porgendo agli sceriffi due farcine per la Landa, e sei ferri di cavallo con sessantun chiodi per la Fucina.Se a spiegare i nostri Comuni citiamo spesso l’Inghilterra, n’abbiam di che.
4.Anche adesso a Londra, quando s’insediano i nuovi sceriffi, e che sono presentati ai giudici di Westminster, il pubblico banditore intima ai possessori d’un pezzetto di terra chiamato la Landa e d’un altro detto la Fucina, di rendere omaggio e pagare il loro canone; e un usciere compare, porgendo agli sceriffi due farcine per la Landa, e sei ferri di cavallo con sessantun chiodi per la Fucina.
Se a spiegare i nostri Comuni citiamo spesso l’Inghilterra, n’abbiam di che.
5.Machiavelli,Della riforma di Firenze.
5.Machiavelli,Della riforma di Firenze.
6.Machiavelli,Discorsi,I, 12.
6.Machiavelli,Discorsi,I, 12.
7.Il Machiavelli dice che «da Alessandro VI indietro i potentati italiani, e non solamente quelli che si chiamavano potentati, ma ogni barone e signore benchè minimo, quanto al temporale stimava poco la Chiesa».Principe,XI.
7.Il Machiavelli dice che «da Alessandro VI indietro i potentati italiani, e non solamente quelli che si chiamavano potentati, ma ogni barone e signore benchè minimo, quanto al temporale stimava poco la Chiesa».Principe,XI.
8.Francesco Sforza dava una letterae Firmano nostro, invito Petro et Paulo.
8.Francesco Sforza dava una letterae Firmano nostro, invito Petro et Paulo.
9.Le trattative sono nell’archivio delle Riformagioni a Firenze, Cl.II. dist.III. Nº 9.
9.Le trattative sono nell’archivio delle Riformagioni a Firenze, Cl.II. dist.III. Nº 9.
10.È denigrato da tutti gli storici; pure una sua lettera, inserita nel vol.Idell’Archivio storico, ne dà molto miglior concetto. Il re di Napoli gli aveva esibito lo stato d’un Sanseverino conte di Cajasso; ed egli si profonde in ringraziamenti, ma soggiunge: — La regia maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati, che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni, nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per degenerare in questo dalli modi loro..., e però pregate quella che... mi perdoni se io non accetto quello che lei mi dà...; e se pure vuole beneficarmi, degni farlo ordinariamente in quello che li pare costì con li miei del banco. Da Firenze, 6 maggio 1494».
10.È denigrato da tutti gli storici; pure una sua lettera, inserita nel vol.Idell’Archivio storico, ne dà molto miglior concetto. Il re di Napoli gli aveva esibito lo stato d’un Sanseverino conte di Cajasso; ed egli si profonde in ringraziamenti, ma soggiunge: — La regia maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati, che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni, nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per degenerare in questo dalli modi loro..., e però pregate quella che... mi perdoni se io non accetto quello che lei mi dà...; e se pure vuole beneficarmi, degni farlo ordinariamente in quello che li pare costì con li miei del banco. Da Firenze, 6 maggio 1494».
11.Io vidi a Roma entrar quella superbaChe va tra’ fiori e l’erbaSicuramente; mi restrinsi alquantoOve io conduco la mia vita in pianto.Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;E qui scoperse da far pianger sassi...E lacerato in mille parti il pettoFuor dell’umìl suo primo santo aspetto.De ruina Ecclesiæ, scritti nel 1473.
11.
Io vidi a Roma entrar quella superbaChe va tra’ fiori e l’erbaSicuramente; mi restrinsi alquantoOve io conduco la mia vita in pianto.Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;E qui scoperse da far pianger sassi...E lacerato in mille parti il pettoFuor dell’umìl suo primo santo aspetto.De ruina Ecclesiæ, scritti nel 1473.
Io vidi a Roma entrar quella superbaChe va tra’ fiori e l’erbaSicuramente; mi restrinsi alquantoOve io conduco la mia vita in pianto.Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;E qui scoperse da far pianger sassi...E lacerato in mille parti il pettoFuor dell’umìl suo primo santo aspetto.De ruina Ecclesiæ, scritti nel 1473.
Io vidi a Roma entrar quella superba
Che va tra’ fiori e l’erba
Sicuramente; mi restrinsi alquanto
Ove io conduco la mia vita in pianto.
Poi — Mira (disse), figlio, crudeltade;
E qui scoperse da far pianger sassi...
E lacerato in mille parti il petto
Fuor dell’umìl suo primo santo aspetto.
De ruina Ecclesiæ, scritti nel 1473.
12.Lettera 25 gennajo 1490 delle pubblicate dal padre Marchesi. Esistono molti libri sacri da lui postillati, e cita continuo la Bibbia.
12.Lettera 25 gennajo 1490 delle pubblicate dal padre Marchesi. Esistono molti libri sacri da lui postillati, e cita continuo la Bibbia.
13.— Quanto io fossi per natura inetto a questo ufficio del predicare, ne ha fatto fede l’esperienza. Onde avendo io esercitato per comandamento de’ miei superiori dieci anni questo tale ufficio, ero, non solamente al mio parere, ma di tutti li uditori, reputato inettissimo, come quello che non avevo punto di voce, nè grazia di pronunzia, nè modo del dire, da poter dilettare lo animo degli uditori».De veritate prophetica, cap.V.
13.— Quanto io fossi per natura inetto a questo ufficio del predicare, ne ha fatto fede l’esperienza. Onde avendo io esercitato per comandamento de’ miei superiori dieci anni questo tale ufficio, ero, non solamente al mio parere, ma di tutti li uditori, reputato inettissimo, come quello che non avevo punto di voce, nè grazia di pronunzia, nè modo del dire, da poter dilettare lo animo degli uditori».De veritate prophetica, cap.V.
14.Prediche sopra l’Arca di Noè, l’avvento 1492.
14.Prediche sopra l’Arca di Noè, l’avvento 1492.
15.Sermone fatto a molti sacerdoti in San Marco, il 15 febbrajo 1498.
15.Sermone fatto a molti sacerdoti in San Marco, il 15 febbrajo 1498.
16.Per laIVdomenica di quaresima.
16.Per laIVdomenica di quaresima.
17.De veritate prophetica, cap.V.
17.De veritate prophetica, cap.V.
18.Ciò leggesi nellaVita del Savonarola, pubblicata dal Manso (Baluzio,Miscell., tom.I, ediz. di Lucca). Il Poliziano, nell’Ep.IIdel lib.IVdescrive a minuto gli estremi momenti di Lorenzo, senza un cenno di ciò, anzi facendolo morire cristianamente. Ne taciono pure iRicordi storicidi Filippo Rinuccini, avversissimo ai Medici.
18.Ciò leggesi nellaVita del Savonarola, pubblicata dal Manso (Baluzio,Miscell., tom.I, ediz. di Lucca). Il Poliziano, nell’Ep.IIdel lib.IVdescrive a minuto gli estremi momenti di Lorenzo, senza un cenno di ciò, anzi facendolo morire cristianamente. Ne taciono pure iRicordi storicidi Filippo Rinuccini, avversissimo ai Medici.
19.PredicaXXI.
19.PredicaXXI.
20.PredicaXXIII.
20.PredicaXXIII.
21.Pronostici intorno ai mali che verrebbero dalla calata de’ Francesi ne corsero molti, e singolarmente quelli di san Francesco di Paola e del beato Vincenzo d’Aquila. Nei processi del Savonarola è mentovata una Madonna Camilla de’ Rucellaj, alla quale mandavasi a chiedere quel che s’avesse a fare, ed essa dava i responsi avuti per rivelazione; ed anche una Bartolomea Gianfigliazzi, «la quale avea sue devozioni e suoi spiriti, secondo diceva».
21.Pronostici intorno ai mali che verrebbero dalla calata de’ Francesi ne corsero molti, e singolarmente quelli di san Francesco di Paola e del beato Vincenzo d’Aquila. Nei processi del Savonarola è mentovata una Madonna Camilla de’ Rucellaj, alla quale mandavasi a chiedere quel che s’avesse a fare, ed essa dava i responsi avuti per rivelazione; ed anche una Bartolomea Gianfigliazzi, «la quale avea sue devozioni e suoi spiriti, secondo diceva».
22.Vita del Savonarola, scritta da frà Pacifico Burlamacchi; Lucca 1764, pag. 109. 27. 80 epassim.
22.Vita del Savonarola, scritta da frà Pacifico Burlamacchi; Lucca 1764, pag. 109. 27. 80 epassim.
23.Nardi,Storia di Firenze, lib.II. Il pezzo che segue è del Burlamacchi.
23.Nardi,Storia di Firenze, lib.II. Il pezzo che segue è del Burlamacchi.
24.Poesie di Jeronimo Savonarola, illustrate e pubblicate per cura di Audin de Rians; Firenze 1847. Queste mostrano che frà Girolamo poetò e da giovane e maturo, con affetto e forza, ma senza eleganza; e spesso i versi suoi furono raccomodati dall’altro poeta domenicano frà Benedetto Fiorentino, di cui mano son quelle stampate dall’Audin, come si accerta dal codice originale, posseduto dai Borromei milanesi, e che ne contiene assai maggior numero. L’intento dell’autore appare dai versi proemiali:Onnipotente Iddio,Tu sai quel che bisogna al mio lavoroE quale è il mio desio;Io non ti chiedo scettro nè tesoroCome quel cieco avaro,Nè che città o castel per me si strua,Ma sol, Signor mio caro,Vulnera cor meum cantate tua.
24.Poesie di Jeronimo Savonarola, illustrate e pubblicate per cura di Audin de Rians; Firenze 1847. Queste mostrano che frà Girolamo poetò e da giovane e maturo, con affetto e forza, ma senza eleganza; e spesso i versi suoi furono raccomodati dall’altro poeta domenicano frà Benedetto Fiorentino, di cui mano son quelle stampate dall’Audin, come si accerta dal codice originale, posseduto dai Borromei milanesi, e che ne contiene assai maggior numero. L’intento dell’autore appare dai versi proemiali:
Onnipotente Iddio,Tu sai quel che bisogna al mio lavoroE quale è il mio desio;Io non ti chiedo scettro nè tesoroCome quel cieco avaro,Nè che città o castel per me si strua,Ma sol, Signor mio caro,Vulnera cor meum cantate tua.
Onnipotente Iddio,Tu sai quel che bisogna al mio lavoroE quale è il mio desio;Io non ti chiedo scettro nè tesoroCome quel cieco avaro,Nè che città o castel per me si strua,Ma sol, Signor mio caro,Vulnera cor meum cantate tua.
Onnipotente Iddio,
Tu sai quel che bisogna al mio lavoro
E quale è il mio desio;
Io non ti chiedo scettro nè tesoro
Come quel cieco avaro,
Nè che città o castel per me si strua,
Ma sol, Signor mio caro,
Vulnera cor meum cantate tua.
25.FeriaIVdellaIIIsettimana di quaresima.
25.FeriaIVdellaIIIsettimana di quaresima.
26.Per laIdomenica di quaresima.
26.Per laIdomenica di quaresima.
27.Io vo darti, anima mia,Un rimedio, che sol valeQuanto ogn’altro a ciascun male,Che si chiama la pazzia.To’ tre once almen di speme,Tre di fede e sei d’amore,Duo di pianto, e poni insiemeTutto al fuoco del timore;Fa di poi bollir tre ore,Premi, e infin v’aggiungi tantoD’umiltà e di dolor, quantoBasta a far questa pazzia,Ch’io vo’ darti, anima mia.
27.
Io vo darti, anima mia,Un rimedio, che sol valeQuanto ogn’altro a ciascun male,Che si chiama la pazzia.To’ tre once almen di speme,Tre di fede e sei d’amore,Duo di pianto, e poni insiemeTutto al fuoco del timore;Fa di poi bollir tre ore,Premi, e infin v’aggiungi tantoD’umiltà e di dolor, quantoBasta a far questa pazzia,Ch’io vo’ darti, anima mia.
Io vo darti, anima mia,Un rimedio, che sol valeQuanto ogn’altro a ciascun male,Che si chiama la pazzia.To’ tre once almen di speme,Tre di fede e sei d’amore,Duo di pianto, e poni insiemeTutto al fuoco del timore;Fa di poi bollir tre ore,Premi, e infin v’aggiungi tantoD’umiltà e di dolor, quantoBasta a far questa pazzia,Ch’io vo’ darti, anima mia.
Io vo darti, anima mia,
Un rimedio, che sol vale
Quanto ogn’altro a ciascun male,
Che si chiama la pazzia.
To’ tre once almen di speme,
Tre di fede e sei d’amore,
Duo di pianto, e poni insieme
Tutto al fuoco del timore;
Fa di poi bollir tre ore,
Premi, e infin v’aggiungi tanto
D’umiltà e di dolor, quanto
Basta a far questa pazzia,
Ch’io vo’ darti, anima mia.
28.Vita di Michelangelo, sul fine.
28.Vita di Michelangelo, sul fine.
29.Giuseppe Maffei, nellaStoria della letteratura italiana, ci narra con passione che bruciossi fin un canzoniere del Petrarca, «adorno d’oro e di miniature», che valeva cinquanta scudi: —Finalmente(egli continua)giunse l’ora fataleper chi seminava tanti scandali nella sua patria, e le ombre del Petrarca e del Boccaccio furono vendicate!» Mettiamgli a paro il Ranalli, che nellaStoria delle belle artidiceva avere il Savonarola bruciato i dipinti del beato Angelico! VediMarchesi,San Marco, convento de’ frati predicatori in Firenze, illustrato e inciso. Prato 1850-53.
29.Giuseppe Maffei, nellaStoria della letteratura italiana, ci narra con passione che bruciossi fin un canzoniere del Petrarca, «adorno d’oro e di miniature», che valeva cinquanta scudi: —Finalmente(egli continua)giunse l’ora fataleper chi seminava tanti scandali nella sua patria, e le ombre del Petrarca e del Boccaccio furono vendicate!» Mettiamgli a paro il Ranalli, che nellaStoria delle belle artidiceva avere il Savonarola bruciato i dipinti del beato Angelico! VediMarchesi,San Marco, convento de’ frati predicatori in Firenze, illustrato e inciso. Prato 1850-53.
30.Sermone sopra Amos.
30.Sermone sopra Amos.
31.Jacopo Pitti, lib. i, p. 51.
31.Jacopo Pitti, lib. i, p. 51.
32.Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni; le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non accaggia a me come a frà Bernardino (da Montefeltro, che fu scacciato perchè predicava contro le usure). Certo, quanto a questo, le cose nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio, sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira, perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono, ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi; nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere, se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti, nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».
32.Fra alcune sue lettere ultimamente trovate, produciamo la seguente:
«A frà Domenico Buonvicini da Pescia,
«Dilettissimo fratello in Cristo Gesù. Pace e gaudio nello Spirito Santo. Le cose nostre riescono bene; imperocchè Dio maravigliosamente ha operato, benchè appresso a maggiori patiamo grandi contraddizioni; le quali, quando sarete tornato, vi racconterò per ordine: ora non è a proposito scriverle. Molti hanno dubitato ed ancora dubitano che non accaggia a me come a frà Bernardino (da Montefeltro, che fu scacciato perchè predicava contro le usure). Certo, quanto a questo, le cose nostre non sono state senza pericolo; ma io sempre ho sperato in Dio, sapendo, come dice la Scrittura, il cuore del re essere nelle mani del Signore, e che dovunque gli piace lo gira. Spero nel Signore che per la bocca nostra farà gran frutto, perchè egli ogni giorno mi consola, e quando ho poco animo, mi conforta per le voci de’ suoi spiriti, i quali spesso mi dicono: — Non temere; di’ sicuramente ciò che Dio t’inspira, perchè il Signore è teco; gli scribi e farisei contro a te combattono, ma non vinceranno». Voi confortatevi, e siate gagliardo; imperocchè le cose nostre riusciranno bene. Non vi dia noja se in cotesta città pochi vengano alla predica: basta avere dette queste cose a pochi; nel piccolo seme è gran virtù nascosta. Frà Giuliano e la sorella vi salutano, la quale dice non vi sbigottiate, perchè il Signore è con esso voi. Io spessissime volte predico la rinnovazione della Chiesa, e le tribolazioni che hanno a venire, non assolutamente, ma sempre col fondamento delle Scritture; di maniera che niuno mi può riprendere, se non chi non volle vivere rettamente. Il conte tuttavia va avanti nella via del Signore, e spesso viene alle nostre prediche. Non posso mandare limosine; imperocchè, dato che i denari del conte siano venuti, nondimeno per buoni rispetti bisogna aspettare ancora un poco. L’altre cose che voi mi scrivete, ingegnerommi farle. Sono breve, perchè il tempo passa..... Tutti siamo sani, massime i nostri Angioli, che a voi si raccomandano. State sano, e pregate per me. Aspetto con desiderio grande il vostro ritorno per potervi contare le cose maravigliose del Signore. Di Firenze, il 10 marzo 1490».
33.Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.
33.Cola Montani fuggì presso Ferdinando di Napoli, a cui istanza scrisse un’invettiva contro i Medici per distorre i Lucchesi dal far lega con loro. Ma passando da Genova a Roma lasciossi cogliere presso Porto Ercole, e a Firenze fu processato e appiccato il 14 marzo 1483.
34.Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura, e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire; nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai siete informato ecc.».Suo fratello Giovanni, autore dellaSforziade, per somma grazia ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».
34.Tutti l’ebbero per innocente, e tale lo mostra il suo processo che conserviamo. Lo stesso duca, in una lettera ch’è nell’archivio milanese, scrive: — La potissima cagione d’essa morte è stato il signor Roberto (Sanseverino), quale per la sua perversa e maligna natura, e per l’inimicizia e gli odj grandissimi con li quali sempre avea perseguitato il signor Cicco, pose ogni cura e pensiero a farlo morire; nè mai riposò, finchè ebbe l’intento suo, come voi, signor Ugo, assai siete informato ecc.».
Suo fratello Giovanni, autore dellaSforziade, per somma grazia ottenne la vita. Il Rosmini conchiude: — Tale ebbe ricompensa l’autore del più bel monumento che si abbia delle geste sforzesche; eterno e salutevole (?) avviso, onde senno imparino tutti coloro che la loro vita consumano nell’illustrare colla penna la memoria de’ principi».
35.Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso. Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate via questo corpo santo».Pezzana,Storia di Parma,IV.196.
35.Prendendo soltanto l’anno 1480 e il mese d’agosto, le cronache parmensi ricordano una donna di parto che fu sepolta per morta, ma tre giorni dopo schiudendosi la tomba per deporvi anche la sua neonata, la si trovò levata a sedere, e coi segni della disperazione tra cui era morta davvero. Il connestabile di porta San Michele, uscito a cavallo di città, fu trucidato da due sicarj de’ Maffoni, dei quali uno era stato ucciso dal figliuolo d’esso connestabile. Poco poi un giovane di Reggio, che sull’imbrunire stava alla porta d’un postribolo, fu ucciso. Tre giorni appresso, sei armati scannavano Angelo Becchigni. Bande mascherate scorreano la città in armi giorno e notte, massimamente i dì festivi, rubavano, toglievano le vesti, tagliavano i capelli, gittavano ne’ canali chi incontrassero, rapivano fanciulle e matrone. Tommaso da Varese era ucciso da un armigero dei Sanseverino; e quando al domani il giudice de’ malefizj si recò a visitare il cadavere, trovò su questo l’uccisore con una scorta di armati che intimava celiando, — Portate via questo corpo santo».Pezzana,Storia di Parma,IV.196.
36.Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio — Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano. — Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro figlio naturale Bertrando la contea di Berceto.Pezzana, iv. 310.
36.Giova alla conoscenza de’ costumi il costui testamento. A sua moglie Antonia di Guido Torelli e alle figlie avutene lascia soltanto la dote. I due figli Giovanni e Giacomo disereda, raccontando a disteso i torti che ne ricevette, e le ingiurie che gli dicevano, per esempio — Io vorrei essere in una tina con Piero Maria con una coltella alla mano — Al dispetto di Dio, s’io avessi il core di Piero Maria in mano io lo mangerei ecc.» I figli di Bernardo vescovo di Cremona e Guido istituisce eredi in parti eguali delle moltissime ville nel Parmigiano. — Delle vesti e suppellettili d’argento si dia a cinquanta fanciulle povere la dote di venticinque lire imperiali. Ai Francescani di Felino trentasei sacchi di frumento ogni anno, scongiurandoli a viver lodevolmente». Aveva egli avuto per amante Bianchina Pellegrini, e non che ricoprirli, volle eternare que’ suoi legami di ammogliato con maritata, facendoli dipingere nella rôcca di Torchiara. A costei e ad Ottaviano figliuolo di essa nel testamento lascia tutti i beni che acquistò sul Milanese, e moltissimi castelli e giurisdizioni; all’altro figlio naturale Bertrando la contea di Berceto.Pezzana, iv. 310.
37.Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant il avoit pour(j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup de choses traicté avec luis),et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.Commines, lib.VII. cap. 3.
37.Estoit homme très-saige, mais fort craintif et bien souple quant il avoit pour(j’en parle comme de celluy que j’ay cogneu et beaucoup de choses traicté avec luis),et homme sans foy s’il veoit son prouffit pour la rompre.Commines, lib.VII. cap. 3.
38.Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495 mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità alla morte di Lodovico.
38.Questa clausola è in un secondo diploma; in un terzo del 1495 mette patto la conferma degli elettori, e la espressa riversibilità alla morte di Lodovico.
39.Renato il Buono, duca d’Angiò e conte di Provenza, intitolavasi re di Sicilia come figlio adottivo di Giovanna II. In testamento lasciò a Carlo suo nipote la Provenza e il regno di Napoli, e a Luigi XI il diritto di riunire alla corona la ducea d’Angiò. Carlo morendo lasciò a Luigi XI tutte le sue pretensioni, e perciò il titolo di re di Sicilia.
39.Renato il Buono, duca d’Angiò e conte di Provenza, intitolavasi re di Sicilia come figlio adottivo di Giovanna II. In testamento lasciò a Carlo suo nipote la Provenza e il regno di Napoli, e a Luigi XI il diritto di riunire alla corona la ducea d’Angiò. Carlo morendo lasciò a Luigi XI tutte le sue pretensioni, e perciò il titolo di re di Sicilia.
40.Queste ultime ragioni sono addotte da Carlo VIII in un proclama riferito dal Burcardo, pag. 2049. Faceasi circolare una profezia, dov’era detto di Carlo:Il fera si grant batailles,Qu’il subjuguera les Ytailles;Ce fait, d’ilec il s’en iraEt passera de là la mer;Entrera puis dans la Grèce,Où par sa vaillante pruesseSera nommé le roi des Grecs:En Jérusalem entreraEt mont Olivet montera.Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo, primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.
40.Queste ultime ragioni sono addotte da Carlo VIII in un proclama riferito dal Burcardo, pag. 2049. Faceasi circolare una profezia, dov’era detto di Carlo:
Il fera si grant batailles,Qu’il subjuguera les Ytailles;Ce fait, d’ilec il s’en iraEt passera de là la mer;Entrera puis dans la Grèce,Où par sa vaillante pruesseSera nommé le roi des Grecs:En Jérusalem entreraEt mont Olivet montera.
Il fera si grant batailles,Qu’il subjuguera les Ytailles;Ce fait, d’ilec il s’en iraEt passera de là la mer;Entrera puis dans la Grèce,Où par sa vaillante pruesseSera nommé le roi des Grecs:En Jérusalem entreraEt mont Olivet montera.
Il fera si grant batailles,
Qu’il subjuguera les Ytailles;
Ce fait, d’ilec il s’en ira
Et passera de là la mer;
Entrera puis dans la Grèce,
Où par sa vaillante pruesse
Sera nommé le roi des Grecs:
En Jérusalem entrera
Et mont Olivet montera.
Il trattato fu maneggiato in Francia a nome del Moro da Carlo di Barbiano conte di Belgiojoso e da Giovanni Francesco di Cajazzo, primogenito di Roberto Sanseverino; e furono testimonj al contratto il visconte di Beaucaire e Guglielmo Briçonnet, che fu poi cardinale.
41.L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir. De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis.Brantôme, disc. 89.
41.L’armée du petit roi Charles VIII était épouvantable à voir. De tous ceux qui se rangeaient sous les enseignes et bandes des capitaines, la plupart étaient gens de sac et de corde, méchants garnemens échappés de justice, et surtout force marqués de la fleur de lis sur l’épaule, esorillés, et qui cachaient les oreilles, à dire vrai, par longs cheveux hérissés et barbes horribles, autant pour cette raison que pour se montrer plus offroyables à leurs ennemis.Brantôme, disc. 89.
42.Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico II di Savoja.
42.Carlo VIII e Gian Galeazzo nasceano da due figliuole di Lodovico II di Savoja.
43.Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino; uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».
43.Il sentimento popolare ci è espresso nel Memoriale d’un Giovanni Portovenere: — Carlo di Franza è uomo di piccola statura, con poca barba quasi rossetta, con gran faccia, magro in viso con naso aquilino; uomo spirituale e d’anima, niente avaro, non pomposo; cavalca piccole e vili bestie, con pochi appiè; di poche parole, tanto che i suoi lo tengono quasi santo. E per tutta Toscana si grida Franza, con sua insegna addosso, cioè la croce bianca, così pei contadini, come soldati e cittadini, che pare che tutti ne siano in paura».
44.Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide.Sfrenati, lib.II.
44.Ululantes se male passim ubique vagantes, sui corporis quæstum turpiter facere, quam honeste in Florentinorum vivere tyrannide.Sfrenati, lib.II.
45.In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di quello del padre suo. Salabery, nellaStoria dell’impero ottomano, riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo, le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente; mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni. A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli: la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti; e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.
45.In Vaticano, Innocenzo VIII fu da Antonio e Pietro Pollajuolo effigiato con essa lancia. Sta nella biblioteca dell’Università di Torino la geografia di Tolomeo, tradotta in versi toscani da Francesco Berlinghieri, che la dedicò a Gem, con molte lodi del suo sapere e di quello del padre suo. Salabery, nellaStoria dell’impero ottomano, riferisce in latino le istruzioni di Alessandro VI a Giorgio Bozzardo, le quali dicono in compendio: — Salutato che avrai il sultano Bajazet ed eccitatolo al timor di Dio, gli manifesterai che il re di Francia viene per togliere dalle nostre mani Gem fratello di lui, acquistar Napoli che noi dobbiamo difendere come feudo nostro e per amicizia a quel re, pei tragittarsi in Grecia col pretesto di mettere in trono esso Gem. Secondo la buona amicizia che corre fra noi, lo esorterai con istanza a mandarci quarantamila zecchini per l’annata presente; mostri suo sdegno verso i Veneziani se mai favorissero i Francesi, e vi mandi un ambasciatore onde persuaderli ad adoperarsi in favore del regno di Napoli; intanto non perturbi l’Ungheria, la Croazia, Ragusi nè altra parte di cristianità, come il papa interporrà perché l’Ungherese non gli rechi alcuna molestia». Narrasi che esso Bozzardo nel ritorno fosse arrestato a Sinigaglia da un Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e confermasse a voce la verità di tali istruzioni. A tal deposizione sono accompagnate cinque lettere di Bajazet al papa, quattro in turco, una in italiano, tutte tradotte in latino da interpreti e dal notajo rogato a far fede di tutto ciò. Bajazet proponeva al papa di liberare Gem dalle angoscie terrene e mandar l’anima sua nell’altro mondo, ove si gode miglior riposo; e per ciò prometteva al papa trecentomila ducati, ed altri pe’ suoi figliuoli: la lettera è data da Costantinopoli il 18 settembre 1494 d. C. Questi documenti furono lungo tempo tenuti come autentici, e come tali li accetta il Sismondi: ma si adducono troppe ragioni per crederli finti; e almeno si dovrà credere che nella traduzione vennero molto alterati.
46.Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti; e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti, belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata, non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti, cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri; poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi, con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri, spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze, usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima solevasi da bovi.
46.Paolo Giovio, nella descrizione della sua entrata in Roma, ci divisa gli eserciti d’allora. La cavalleria andava distinta dai fanti; e prima Svizzeri e Tedeschi marciavano in cadenza al suon di strumenti, belli di aspetto e mirabili per ordine, con veste corta e assettata, non uniforme di colore, i più prodi un pennacchio, spade corte e lancie da dieci piedi; molti inoltre le alabarde, ascie sormontate da una lama quadrangolare, onde ferivano di punta e di taglio; ogni mille fanti, cento portavano schioppi. Seguivano cinquemila guasconi balestrieri; poi la cavalleria, cernita dalla nobiltà francese, magnifica a vedersi, con sajoni di seta, collane e braccialetti d’oro. Gli scudieri, spesso adoprati come cavalleria leggera, avevano una lancia robusta e una mazza ferrata, grossi cavalli, colle orecchie e la coda mozze, usanza forse introdotta in grazia dell’armadura onde coprivansi. Ogni lanciere teneva un paggio e due scudieri. Gli arcieri armavansi d’elmo e piastrone, arco grande all’inglese, e alcuni di lunghi giavellotti per ferire i nemici abbattuti; distinguevansi mediante lo stemma del loro capo. Quattrocento arcieri a cavallo facevano guardia al re, fra cui cento scozzesi; e più ancora vicino a lui, ducento gentiluomini francesi con mazze ferrate e bei cavalli, brillanti d’oro e porpora. La maraviglia maggiore erano i cenquaranta cannoni grossi e i moltissimi piccoli, che movevansi rapidamente tratti da cavalli, mentre prima solevasi da bovi.
47.Materazzo,Cronaca perugina. Del quale è pure il brano seguente.
47.Materazzo,Cronaca perugina. Del quale è pure il brano seguente.
48.Sono pubblicati negliArchives de l’art français, tratti da copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle città, come bullettini interessanti a tutti.
48.Sono pubblicati negliArchives de l’art français, tratti da copie che allora si moltiplicavano e spedivano alle persone e alle città, come bullettini interessanti a tutti.
49.Alione d’Asti scrisse, oltre varie poese, due farse: l’una «De la dona che si credia aver una roba de veluto dal Franzoso alogiato in casa sua»; l’altra «Del Franzoso alogiato a l’osteria del Lombardo». In quest’ultima «vien da principio el Lombardo ospite calcolando e fantasticando con la sua nota in mano:Cinque per cinque vinte cinque,Sei per sei trenta e sei,Septe per septe quaranta e nove,Octo per octo sexanta e quatro,Ho guadagnato in otto mesiSolamente a logiar FrancesiA centenara de fiorini ecc.»Poésies françaises d’Alione d’Asti, composées de 1494 à 1520, publiées par J. C. Brunet. Parigi 1836.
49.Alione d’Asti scrisse, oltre varie poese, due farse: l’una «De la dona che si credia aver una roba de veluto dal Franzoso alogiato in casa sua»; l’altra «Del Franzoso alogiato a l’osteria del Lombardo». In quest’ultima «vien da principio el Lombardo ospite calcolando e fantasticando con la sua nota in mano:
Cinque per cinque vinte cinque,Sei per sei trenta e sei,Septe per septe quaranta e nove,Octo per octo sexanta e quatro,Ho guadagnato in otto mesiSolamente a logiar FrancesiA centenara de fiorini ecc.»
Cinque per cinque vinte cinque,Sei per sei trenta e sei,Septe per septe quaranta e nove,Octo per octo sexanta e quatro,Ho guadagnato in otto mesiSolamente a logiar FrancesiA centenara de fiorini ecc.»
Cinque per cinque vinte cinque,
Sei per sei trenta e sei,
Septe per septe quaranta e nove,
Octo per octo sexanta e quatro,
Ho guadagnato in otto mesi
Solamente a logiar Francesi
A centenara de fiorini ecc.»
Poésies françaises d’Alione d’Asti, composées de 1494 à 1520, publiées par J. C. Brunet. Parigi 1836.
50.— La Signoria non ha mai vogiù creder che Francesi vegnisse in Italia; e ’l consegio dei Pregai era sì fisso, che ’l no voleva dar fede ai avisi de quel regno... Pareva a la Terra che no fosse per nui che i calasse, e molti crede quel che i voria».Malipieri,Annali veneti. Il quale, all’anno 1495, dà il catalogo dei «sessantatre condottieri stipendiati da Venezia, con circa ventimila uomini, oltre i pedoni e i provvigionati della repubblica».
50.— La Signoria non ha mai vogiù creder che Francesi vegnisse in Italia; e ’l consegio dei Pregai era sì fisso, che ’l no voleva dar fede ai avisi de quel regno... Pareva a la Terra che no fosse per nui che i calasse, e molti crede quel che i voria».Malipieri,Annali veneti. Il quale, all’anno 1495, dà il catalogo dei «sessantatre condottieri stipendiati da Venezia, con circa ventimila uomini, oltre i pedoni e i provvigionati della repubblica».
51.Commines, lib.VIII. c. 5.
51.Commines, lib.VIII. c. 5.
52.Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.
52.Lettera del provveditore alla Signoria di Venezia, 7 luglio. Il Ricotti fa durare un quarto d’ora la mischia e tre quarti la ritirata.
53.Malipieri. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno grandemente ajutati».Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività, e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo. Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale, sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me, ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi ’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione, quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli; e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso, l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria, piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’XXdi luglioMCCCXCV.Bernardin de Fortis Brachiiscomes, eques armorum.«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».
53.Malipieri. Egli stesso però riferisce lettera di Daniele Vendramin, pagatore in campo, che comincia: — Oggi abbiamo avuto fatto d’arme con li inimici, i quali non hanno avuto quella rotta ch’era nostro desiderio e che speravamo, perchè le sue artelarie li hanno grandemente ajutati».
Quel piacere che reca l’udir raccontate le imprese da coloro stessi che ne furon parte, rende gradite le varie lettere in proposito, raccolte dal Malipieri. Il conte Bernardino Fortebraccio alla Signoria veneta scriveva: — Dio sa che non mi pareva tempo di venire alle mani con gl’inimici. Volevo lasciare che si movessero, che si sariano rotti da loro stessi. L’illustrissimo marchese di Mantova deliberò altramente e diede dentro da Cesare. A me toccò il secondo colonnello; lo ordinai, e andai al loco mio. Alcuni dei nostri pervertirono l’ordine, e ne fecero danno a tutti. Il terzo colonnello toccò al conte di Gajazzo: ognuno diede l’assalto al loco suo. Io procedeva all’impresa mia ben armato e ben a cavallo. Combattemmo un pezzo, e andammo al basso. Fui affrontato da un cavaliere che portava sopra l’arme una veste di velluto negro e oro a falde. Combattemmo alquanto, e finalmente restò ferito da me, e se mi rese per prigione; non dico a me, ma all’illustrissima Signoria; che in altro non dimandai mai che si rendesse. Mi dimandò la vita, e gliela promisi; mi diede il suo stocco, e lo posi alla mia catenella dell’arzone; mi porse il suo guanto in segno di captività, e lo gittai in acqua, e consegnai la persona sua al mio ragazzo. Procedei più oltre e presi un altro; e successivamente in su fin al numero di quattro, due de’ quali sono, a mio giudizio, di qualche condizione. Erano bene ad ordine, e tra le altre cose aveano le loro catene d’oro al collo, in modo che io aveva al mio arzone quattro stocchi de’ nemici. Seguitai combattendo verso lo stendardo reale, sperando d’esser seguitato e ajutato dalli nostri, con disegno di condurre nel felicissimo nostro esercito o tutto o parte dell’insegna reale. Fui affrontato vicino ad essa insegna da un gran maestro ben a cavallo; e fummo alle mani. Gli dissi che si rendesse, non a me, ma all’illustrissima Signoria: mi rispose che non era tempo. Spinsi ’l cavallo, e gli tirai della spada nella gola; ma ad un suo grido fui assaltato da quattro cavalieri, e fui con loro a battaglia. Non voglio dire quello che feci; ma combattendo contro otto, fui prima ferito d’un’accetta nella tempia, poi nella coppa pur di accetta, e restai stornito; e ad un istesso tempo una lancia restata mi urtò nella schiena, e mi gettò a terra mezzo tramortito. Poi mi furno addosso e mi diedero dodici ferite, sette sull’elmo, tre nella gola e due nelle spalle. Iddio benedetto mi aiutò, che mi avevo posto sotto l’elmo un mio garzerino doppio, il quale mi salvò la vita; chè le ferite che io ebbi nella gola mi avariano dato la morte tante volte quante furno; ma non penetrorno. Ma quelle che io ebbi mi hanno data tanta passione, quanta dir si possa. Fui lasciato per morto, e fui abbandonato da ognuno del mio colonnello; il quale se fosse stato soccorso, non veniva conculcato da cavalli. Fui strascinato da un mio ragazzo in un fosso; persi il corsiero, un ragazzo, e un servitor che mi avea servito lungamente: alcuni altri dei miei più cari persero i cavalli; e in questa fazione pioveva grandemente. Cessato ’l fatto d’arme, fui portato in campo al mio padiglione. Li magnifici Provveditori furno a visitarmi, ma io non mi n’avvidi, chè ero più morto che vivo, in modo che mi fu raccomandata l’anima. Fui portato qui in casa di Andrea Bagiardo, uomo da bene: furno chiamati i medici, i quali non si curando di medicar le ferite, fu mandato a Bologna per un medico di Parma mio conosciuto; il qual prima che arrivasse, un suo fratello venuto qui a caso m’avea levato tre pezzi d’osso della testa, in modo che mi restò il cervello discoperto per quanto saria un fondo di tazza; perchè di tre ferite ne fece una sola. Giunse poi qui la donna mia, e con lo studio e sollecitudine sua son ridotto, per grazia di Dio, ad assai buon termine, in modo che spero di salute. Ogni male mi par niente, pur che abbia fatto cosa grata all’illustrissima Signoria e a quel glorioso senato. Non mi curerei della vita, purchè l’esercito de’ nemici fosse del tutto restato sconfitto. Mi par mill’anni a liberarmi del tutto, e poter tornare appresso l’illustrissimo signor marchese nel felicissimo nostro esercito: dove, occorrendo, mostrerò a pieno la mia vera servitù e fede; chè son marchesco, come sempre ho detto. Mi è stato di grandissima consolazione e sussidio, in tempo di sì grave caso, l’arrivo di Rafael mio, con quella lettera dell’illustrissima Signoria, piena di umanità e di dolcezza; e veramente non sento nè doglia nè passion, conoscendo di aver fatto cosa grata ad essa illustrissima Signoria; e certamente ho più stimato le proferte che mi son fatte nelle lettere, che li denari che mi son stati mandati. Lodato Dio, non stimo nessuna cosa più che esser in grazia del mio padrone... Questa notte ho riposato meglio dell’usato, per grazia di Dio. Di quanto succederà, la farò tener avvisata. Mi raccomando. Di Parma, a’XXdi luglioMCCCXCV.
Bernardin de Fortis Brachiiscomes, eques armorum.
«Voglio dir queste parole le quali non posso tacere. Eramo atti a romper quello e maggior esercito, se li nostri avessero atteso alla vittoria e non alli carriaggi; come particolarmente ragionerò a bocca con vostra magnificenza, se così piacerà al Signor Dio».
54.Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di cuojo.
54.Il duca d’Orléans vi fece battere la prima moneta ossidionale di cuojo.
55.— Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani, e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero acclamare principi. Diceva:Se questo popolar consiglio e certoGoverno, popol, de la tua cittateConservi, che da Dio t’è stato offerto,In pace starai sempre e in libertate.Tien dunque l’occhio de la mente aperto,Che molte insidie ognor ti fian parate;E sappi che chi vuol far parlamentoVuol torti da le mani il reggimento.
55.— Credo che non sia costituzione migliore di quella dei Veneziani, e che voi pigliate esempio da loro, resecando però qualche cosa di quelle che non sono a proposito nè al bisogno nostre, come è quella del doge. Predica sopra Aggeo, iii domenica d’avvento 1494.
Della sua avversione al suffragio universale diretto è monumento la strofa che avea fatto scrivere sulla sala del gran consiglio, e che parve profetica quando, per mezzo di quello, i Medici si fecero acclamare principi. Diceva:
Se questo popolar consiglio e certoGoverno, popol, de la tua cittateConservi, che da Dio t’è stato offerto,In pace starai sempre e in libertate.Tien dunque l’occhio de la mente aperto,Che molte insidie ognor ti fian parate;E sappi che chi vuol far parlamentoVuol torti da le mani il reggimento.
Se questo popolar consiglio e certoGoverno, popol, de la tua cittateConservi, che da Dio t’è stato offerto,In pace starai sempre e in libertate.Tien dunque l’occhio de la mente aperto,Che molte insidie ognor ti fian parate;E sappi che chi vuol far parlamentoVuol torti da le mani il reggimento.
Se questo popolar consiglio e certo
Governo, popol, de la tua cittate
Conservi, che da Dio t’è stato offerto,
In pace starai sempre e in libertate.
Tien dunque l’occhio de la mente aperto,
Che molte insidie ognor ti fian parate;
E sappi che chi vuol far parlamento
Vuol torti da le mani il reggimento.
56.— Si vorria far una legge che le schiave che rivelassino, quando si giuoca in casa i padroni, fossero libere, e che i famigli che ancora rivelassino il giuoco, avessino qualche premio». Predica del 12 maggio 1496. Esisteano dunque schiave. E poc’anzi il Savonarola avea detto alle donne: — Intendo che le donne non allattano i figliuoli. Voi fate male perchè gli fate allattare ancora dalle schiave: è quel primo latte di grande inclinazione al fanciullo, e sono poi mezzi vostri figliuoli, e mezzi no». Predica del 1º aprile.
56.— Si vorria far una legge che le schiave che rivelassino, quando si giuoca in casa i padroni, fossero libere, e che i famigli che ancora rivelassino il giuoco, avessino qualche premio». Predica del 12 maggio 1496. Esisteano dunque schiave. E poc’anzi il Savonarola avea detto alle donne: — Intendo che le donne non allattano i figliuoli. Voi fate male perchè gli fate allattare ancora dalle schiave: è quel primo latte di grande inclinazione al fanciullo, e sono poi mezzi vostri figliuoli, e mezzi no». Predica del 1º aprile.
57.Dignetur sanctitas vestra mihi significare quid, ex omnibus quæ scripsi vel dixi, sit revocandum, et ego id libentissime faciam.20 settembre 1497.
57.Dignetur sanctitas vestra mihi significare quid, ex omnibus quæ scripsi vel dixi, sit revocandum, et ego id libentissime faciam.20 settembre 1497.
58.Vita del Savonarola, lib.IV. c. 10 e 14.
58.Vita del Savonarola, lib.IV. c. 10 e 14.
59.Nel Burcardo (Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa) è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere nimicizie:Certe, beatissime pater, notissimum est non solum Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere potest pœnitentia?
59.Nel Burcardo (Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa) è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere nimicizie:Certe, beatissime pater, notissimum est non solum Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere potest pœnitentia?