CAPITOLO CXLIV.Costumi. Opinioni.

CAPITOLO CXLIV.Costumi. Opinioni.

Confessiamo che le nostre storie letterarie tennero sempre dell’aristocratico, e quand’anche badarono all’efficienza degli scrittori sul popolo, non posero mente all’efficienza di questo su quelli. Or come fosse possibile scrivere ilPrincipedel Machiavelli, l’Orlandodell’Ariosto e le innominabili sguajataggini dell’Aretino, non può spiegarsi senza esaminare i costumi di quel tempo. E noi le lungagne che gli altri spendono dietro a battaglie, le occupammo piuttosto intorno all’arte e al progresso del pensiero, non solo per predilezione a questi studj, ma perchè meglio rappresentano ciò che noi cerchiamo, gli uomini di ciascun’età.

Stabilite le lingue, distintivo delle nazionalità, agevolati i trasporti, diffuse colla stampa le scoperte dell’intelligenza, quella splendidezza delle arti, quelle ricchezze e delizie improvvisateci da un nuovo mondo, diffusero su quel tempo un bagliore, che il fa dagli altri singolare. Ma chi discerne la coltura dalla civiltà, avvisa che questa non ingrandisce stabilmente se non per l’armonico svolgersi delle facoltà umane. Ora nei tempi che descriviamo, l’immaginazione esuberava sopra il raziocinio, e i frutti di quel seme abbellirono ed uccisero la patria nostra. Come nelle arti e nelle lettere, così nei governi e nei costumi, il paganesimo rinnovato cercava seduzioni sensuali dal puro bello, immolando quel vero di cui esso dev’essere splendore e manifestazione. Leone X con una bolla protegge l’edizione d’immoralissimo poema; Clemente VII predilige ilBerni, e privilegia la stampa delle opere di Machiavelli, non eccettuato ilPrincipe; Giulio III bacia l’Aretino, il quale dedica la più infame delle sue commedie al cardinale di Trento; un altro cardinale aspirante alla tiara scrive laCalandra...; immorali, oscene, micidiali composizioni; ma che importa? erano belle e bastava; l’immaginazione n’era ricreata, abbagliata la ragione.

Il dubbio scientifico non s’era gettato sui dogmi della fede; i dotti non vi faceano attenzione; i mediocri credevano che il migliore omaggio a prestarle fosse il non parlarne; fra il popolo si direbbe più allora che mai viva la devozione, e sentito il bisogno di cercar nel cielo ristoro alle miserie della terra; onde una serie di miracoli si propalò e frequentissime apparizioni della madonna. I Fiorentini, «quando dubitavano che i Lanzichenecchi col duca di Borbone dovessero passare in Toscana, facevano ogni venerdì processione del corpo di Cristo, e tutta la città andava dietro con grandissima devozione»[196], e la pietà rincalorita da frà Savonarola ispirava gli eroi dell’assedio di Firenze: i Milanesi chiedevano con universali supplicazioni l’alleviamento dei mali cagionati dai re: colle processioni i Senesi s’incoravano a resistere agli oppressori della patria. Fra i grandi stessi non restava spenta la devozione neppur dalle iniquità; e Cicco Simonetta scriveva sul suo libro diRicordi: — Oggi fui a Santa Maria delle Grazie di Monza, e v’udii due messe dai frati, e feci voto non mangiar di grasso il venerdì; al mercoledì pure feci voto non mangiar carni, e dopo d’allora non fui più tormentato da podagra»; Lodovico Sforza moltiplicava chiese, e la notte prima di fuggir da Milano la passò in quella delle Grazie a far la veglia sul sepolcro dell’estinta sua donna; voti faceva Carlo VIII il giornodella battaglia di Fornovo; Vitellozzo, preso dal Valentino, «prega ch’e’ supplicasse al papa che gli desse de’ suoi peccati indulgenza plenaria» (Machiavelli); fin chi accingevasi alle iniquità si premuniva di reliquie ed assoluzioni.

Tacio i buoni che dell’altrui lascivire pareano assumersi la penitenza in rigidissime macerazioni e pellegrinaggi e sanguinose discipline, e farsi poveri volontarj, e anticiparsi il sepolcro col rimanere per anni fra quattro anguste pareti. A Venezia è frequente memoria di recluse, donne che faceansi murare in cellette sopra tetto o sotto ai portici delle chiese, vivendovi in astinenze ed orazioni, spettatrici dei divini uffizj per un fenestrino che dava nella chiesa, donde riceveano pure i sacramenti e le limosine[197].

Chi non ricorda i mirabili effetti prodotti da frà Savonarola? A tutt’uomo egli erasi opposto alla recrudescenza del paganesimo, dalla quale andarono stravolte non solo le idee di pudore, ma quelle pur di giustizia, ostentandosi francamente l’immoralità nei costumi, nelle azioni, nei libri. I prelati si tenevano, non che senza vergogna, ma senza riguardo i proprj figliuoli; le aule principesche erano popolate di cortigiani, genìa che, come diceva Alessandro Allegri, «accenna in coppe e dà in ispade, e bacia e morde insieme, e ride e rade», e di cui correva in proverbio che nell’infanzia servivano da buffoni, da mogli nella puerizia, da mariti nell’adolescenza, da compagni nella gioventù, da mezzani nella vecchiaja, da diavolo nella decrepitezza. Lentati i legami di famiglia, soffogata la benevolenza dalla riflessione, l’uomo era adoprato come stromento persin nell’amore. Nel 1534 il Comune di Lucca prendea grand’interessamento per le meretrici; e dolendosi che per glistrapazzi fattine non ne fosse provvista la città quanto è conveniente[198], le favoriva di privilegi non pochi, e fin quello di cittadine originarie, tanto ambito. A Venezia se ne contavano undicimila seicencinquanta[199]; eppure il lenocinio de’ servi e le facilità della gondola si prestavano alle tresche; poi rapivasi, poi si irrompeva contro natura; i chiostri erano in pessima nominanza, e il panegirista del doge Andrea Contarini gli facea pubblico merito dell’aver resistito alle tentazioni delle monache[200].

Atene non aveva idolatrato Aspasia? in commemorazione di questa venivano onorate le cortigiane; e a Roma la Imperia fu «senza fine da grandissimi uomini e ricchi amata», dal Sadoleto, dal Campari, dal Colocci; convegno di amori insieme e di gentilezze e studj era la costei casa; e in una somministratale dal Bufalo «era tra le altre cose una sala ed una camera ed un camerino sì pomposamente adornati, che altro non v’era che velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti. Nel camerino ov’ella si riduceva quando era da qualche gran personaggio visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di riccio sovra riccio, con molti belli e vaghi lavori. Eravi poi una cornice tutta messa a oro ed azzurro oltramarino, maestrevolmente fatta; sovra la quale erano bellissimi vasi di varie e preziose materie formati, con pietre alabastrine, di porfido, di serpentino e di mille altre spezie. Vedevansi poi attorno molti cofani e forzieri riccamente intagliati,e tali che tutti erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un tavolino il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre era o liuto o cetra, con libretti vulgari e latini, riccamente adornati ecc.»[201]. Morta a ventisei anni il 1511, fu sepolta in San Gregorio, coll’epitafio:Imperia cortisana, quæ digna tanto nomine, raræ inter homines formæ specimen dedit.

Altrettanta fama ebbe la Tullia d’Aragona a Venezia (pag. 202), corteggiata da Bernardo Tasso e da altri valenti, i quali Speron Speroni introduce a ragionare con essa nel suoDialogo d’amore. Non serve ripetere le infami glorie di Rosa Vanozza e di Lucrezia Borgia, cui seguirono dappresso i fasti di Bianca Capello: ben deve far colpo, che donne di famigerata libidine fossero assunte a nozze principesche; ma quei principi, non frenati da potere superiore nè dal formidabile dell’opinione, credeansi lecito ogni talento. Della Franco già parlammo, ed è curiosa una lettera in cui dissuade una signora veneta dal render cortigiana la propria figlia; curiosa dico per gli argomenti che vi adopera, singolarmente insistendo sui pericoli cui espone la vita e le facoltà[202].

Nei diarj manoscritti del Sanuto leggiamo sotto il 1497: — Pochi zorni fa don Alfonso (poi marito di Lucrezia Borgia) fece in Ferrara cosa assai liziera, che andoe nudo per Ferrara con alcuni zoveni in compagnia, di mezo zorno». Il Baglione di Perugia vive in pubblico amore colla sorella. Una signora di Ferrara amata dal cardinale Ippolito d’Este, il mecenate dell’Ariosto, essendosi abbandonata al costui fratello Giulio, ne incolpa la gran bellezza degli occhi di questo; e Ippolito glieli fa cavare. Allora Giulio trama col fratelloFerdinando per ispodestare Alfonso, ma scoperti, son presi, mandati al supplizio; poi sul palco graziati, e chiusi in perpetua prigione. Si rifugge dall’oltraggio di Pierluigi Farnese nel vescovo di Fano.

Paolo Giovio, in un dialogo latino manoscritto presso la sua famiglia in Como, si lagna che, «traboccando il lusso e la licenza, le più nobili matrone ruppero a libidine sfacciata; e mentre i Francesi, uomini subiti, liberali, violenti in amore, già n’aveano parecchie contaminate, gli osceni Spagnuoli, astuti, importuni, con assidui corteggi e scaltri artifizj salirono al talamo di molte. Giacchè altre per cattiveria e lascivia, quali per gran prezzo, le più per ambizione, per tema, per rivalità delle altre, fanno getto del pudore. Che se alcuna savia e pudica rifiuta gl’ignominiosi propositi, non è da nobili cavalieri corteggiata, si mandano soldati a far sacco nelle sue ville e nelle campagne, nè si finisce finchè i mariti stanchi non se ne ricomprano colle notti delle mogli. Casa alcuna non è sicura dalla militare avarizia, se la padrona non si spalleggi della brutta lascivia di alcun insigne uffiziale».

A pugnali e veleni ricorreano o credeansi ricorrere non solo il Valentino e suo padre, ma anche persone in voce di oneste; e li adoprava Alessandro Farnese, reputato dolce e umano, e quando udiva essersi attentato contro la vita del principe d’Orange, mandava circolari d’esultanza; talmente gli assassinj erano parte della tattica d’allora. Di avvelenamenti fra gente d’ogni condizione son piene le biografie e le novelle, e sarebbesi detto fossero il pudore di chi si vergognava dell’assassinio manifesto: fin que’ lietissimi umori del Bibiena e del Berni furono, o si dissero uccisi di veleno: frà Paolo Sarpi consigliava alla Signoria veneta di ricorrervi per tor di mezzo gli uomini pericolosi, stante che il veleno sia men odioso e più utile che il carnefice. Lescene tragiche, onde restò funestata la corte di Cosmo di Toscana, forse vennero esagerate dall’odio dei fuorusciti; ma non meno della lettura del Machiavelli sgomenta il giornale ove il Burcardo notò freddamente misfatti orrendi eppur giornalieri. Nel 1514 la città di Piacenza sporgeva supplica al papa contro del governatore Campeggi, il quale permetteva ogni iniquità, al punto che sotto gli occhi di lui cittadini de’ primarj, e non pochi, sono trafitti impunemente, matrone strozzate nelle proprie case, donne rapite in città, botteghe e officine predate di pieno giorno, ville saccheggiate, rivissute le fazioni, ogni casa piena d’armi e d’armati[203].

Di mezzo a tanta corruzione e atrocità sopravviveano rimembranze cavalleresche: Francesco I combatteva come un antico paladino; venivano a morire di qua dell’Alpi Bajardo e Gastone di Foix; questi mentre assedia Marcantonio Colonna in Verona, udito che trovasi malato, gli spedisce il suo medico, e guarito, lo prega uscire un momento perchè possa vederlo. Ma piuttosto che ad imprese di guerra, la gentilezza ora volgeasi al vivere delle Corti, divenuto una necessità pei poveri di spirito, a cui fanno di mestieri il fasto e le blandizie, e una palestra di belle creanze e di spiritoso conversare.

Il conte Baldassarre Castiglioni mantovano, mandato a raffinarsi presso i principi milanesi, accompagnò nelle armi Francesco Gonzaga di Mantova e Guidobaldo d’Urbino; sostenne ambascerie in Francia, in Inghilterra, in Ispagna; a Roma godette l’amicizia de’ migliori; e quando morì, Rafaello gli fece il ritratto, Giulio Romano ne disegnò la tomba, Pietro Bembo ne preparò l’iscrizione. Stette egli lungamente nella corte d’Urbino, ove esso Guidobaldo, infermo di podagra, «sopra ogni altra cosa procurava che la casa sua fosse di nobilissimi evalorosi gentiluomini piena, coi quali molto famigliarmente viveva, godendosi della conversazione di quelli: nella qual cosa non era minore il piacere che esso ad altrui dava, che quello che d’altrui riceveva, per essere dottissimo nell’una e nell’altra lingua, ed aver insieme con l’affabilità e piacevolezza congiunta ancor la cognizione d’infinite cose: ed oltre a ciò, tanto la grandezza dell’animo suo lo stimolava, che, ancor che esso non potesse con la persona esercitare l’opere della cavalleria come avea già fatto, pur si pigliava grandissimo piacere di vederle in altrui; e con le parole, or correggendo or laudando ciascuno secondo i meriti, chiaramente dimostrava quanto giudizio circa quelle avesse; onde nelle giostre, nei torneamenti, nel cavalcare, nel maneggiare tutte le sorti d’arme, medesimamente nelle feste, nei giuochi, nelle musiche, insomma in tutti gli esercizj convenienti a nobili cavalieri, ognuno si sforzava di mostrarsi tale, che meritasse esser giudicato degno di così nobile commercio.

«Erano tutte l’ore del giorno divise in onorevoli e piacevoli esercizj così del corpo come dell’animo: ma perchè il signor duca continuamente, per la infermità, dopo cena assai per tempo se n’andava a dormire, ognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gonzaga a quell’ora si riduceva. Quivi i soavi ragionamenti e le oneste facezie s’udivano, e nel viso di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarità, talmente che quella casa certo dir si poteva il proprio albergo dell’allegria: nè mai credo che in altro loco si gustasse quanta sia la dolcezza che da un’amata e cara compagnia deriva, come qui si fece un tempo; chè, lasciando quanto onore fosse a ciascuno di noi servire a tal signore, a tutti nasceva nell’animo una somma contentezza ogni volta che al cospetto della signora duchessa ci riducevamo; e parea che questa fosse unacatena che tutti in amor tenesse uniti, talmente che mai non fu concordia di volontà o amore cordiale tra fratelli maggiore di quello, che quivi tra tutti era. Il medesimo era tra le donne, con le quali si aveva liberissimo ed onestissimo commercio; che a ciascuno era lecito parlare, sedere, scherzare e ridere con chi gli parea: ma tanta era la riverenza che si portava al volere della signora duchessa, che la medesima libertà era grandissimo freno; nè era alcuno che non estimasse per lo maggior piacere che al mondo aver potesse il compiacere a lei, e la maggior pena il dispiacerle. Per la qual cosa, quivi onestissimi costumi erano con grandissima libertà congiunti, ed erano i giuochi e i risi al suo cospetto conditi, oltre agli argutissimi sali, d’una graziosa e grave maestà; che quella modestia e grandezza che tutti gli atti e le parole e i gesti componeva della signora duchessa, motteggiando e ridendo, facea che ancor da chi mai più veduta non l’avesse, fosse per grandissima signora conosciuta. E così nei circostanti imprimendosi, parea che tutti alla qualità e forma di lei temperasse; onde ciascuno questo stile imitare si sforzava, pigliando quasi una norma di bei costumi dalla presenza d’una tanta e così virtuosa signora...

«Tra l’altre piacevoli feste e musiche e danze che continuamente si usavano, talor si proponevano belle questioni, talor si faceano alcuni giuochi ingegnosi ad arbitrio or d’uno or d’un altro, nei quali sotto varj velami spesso scoprivano i circostanti allegoricamente i pensieri suoi a chi più loro piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni di diverse materie, ovvero si mordea con pronti detti; spesso si facevano imprese, come oggidì chiamiamo; e sempre poeti, musici, ed ogni sorta d’uomini piacevoli, ed i più eccellenti in ogni facoltà che in Italia si trovassero, vi concorrevano»[204].

Queste colte e decenti eleganze volle il Castiglioni ritrarre con uno stile senza frasche, fingendo ragionamenti in cui si delineano le condizioni del Cortigiano, come allora chiamavasi il gentiluomo. Secondo l’andazzo, troppo spesso egli imita, e principalmente nelle introduzioni ricorda Cicerone. Come questo, anzichè sulla stoica austerità, si regge sulla media condiscendenza socratica, che riduce la virtù alla scienza, il vizio all’ignoranza. Nè s’approfonda egli nella natura umana come dovrebbe chi detta precetti; sbiadisce lo spicco delle fisionomie; nulla vuole si operi con originalità e di primo lancio. Per raggiungere il tipo ideale del cortigiano dà precetti del vestire, del parlare, far riverenze, se mentire e fin a qual punto; sovrattutto sappia bene di scherma, oltre il ballo, il nuoto, il salto, e sonare e gli esercizj piacenti; non abbia poi particolarità, cioè carattere. Vuole «che il cortigiano si volti con tutti i pensieri e forze dell’animo suo ad amare e quasi adorare il principe a cui serve, sopra ogni altra cosa, e le voglie sue e costumi e modi tutti indirizzi a compiacerlo» (lib.II); e insegna l’arte di lodare il principe senza che paja adulazione, di lodar se stesso senza che paja vanità, di mostrar renitenza agli onori e posti che più s’ambiscono, di spassare la brigata con bisticci e coll’esagerare un motto; l’arte insomma d’essere immorale e grazioso. Eppur vuole che il suo cortigiano eviti le piacenterie e le condiscendenze smodate, non dissimuli le opportune verità; del che offre esempio egli stesso, disapprovando le arti troppo comuni fra i principi.

Ammiratore dell’età sua come tutti i contemporanei, deride i lodatori del passato. «Che gl’ingegni di quei tempi fossero generalmente molto inferiori a que’ che son ora, assai si può conoscere da tutto quello che d’essi si vede, così nelle lettere come nelle pitture, statue, edifizj ed ogni altra cosa. Biasimano ancoraquesti vecchi in noi molte cose che in sè non sono nè buone nè male, solamente perchè essi non le faceano; e dicono, non convenirsi ai giovani passeggiare per la città a cavallo, massimamente sulle mule, portar fodre di pelle, nè robe lunghe nel verno; portare berretta, finchè almeno non sia l’uomo giunto a diciott’anni, ed altre tai cose: di che veramente s’ingannano; perchè questi costumi, oltre che siano comodi ed utili, son dalla consuetudine introdotti, ed universalmente piaciono, come allor piaceva l’andare in giornea con le calze aperte e scarpette pulite, e, per essere galante, portare tuttodì uno sparviero in pugno senza proposito, e ballare senza toccar la mano della donna, ed usare molti altri modi, i quali, come ora sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Però sia lecito ancor a noi seguitare la consuetudine de’ nostri tempi, senza essere calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono: — Io aveva vent’anni che ancor dormiva con mia madre e mie sorelle, nè seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli non hanno appena asciutto il capo, che sanno più malizie che in que’ tempi non sapeano gli uomini fatti»; nè si avveggono che, dicendo così, confermano i nostri fanciulli aver più ingegno che non avevano i loro vecchi» (lib.II).

La conversazione piacevoleggiavasi con racconti e con facezie, sulla qual materia egli si dilata; e molto intorno alle donne di palazzo, facendole ispiratrici del suo cortigiano; tocca con delicatezza l’amore, e se convenga corteggiare, e se piuttosto una pulzella o una maritata, e come impedire che l’amore degeneri in effeminatezza, contro della quale si avventa.

Educato il suo gentiluomo, lo colloca a fianco al principe, e qui l’interesse diviene più largo, l’autore più franco nel deplorare quelli abbandonati alla licenzae all’adulazione, mentre vorrebbe si presentasse loro la verità sotto il velo del piacere. Vero è che i consigli ch’e’ porge al principe riduconsi a generalità inconcludenti, o al più dicevoli a piccoli signori, e col patto che sieno buoni. «Non si può forse dare maggior laude nè più conveniente ad un principe, che chiamarlo buon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particolarità appartenenti a’ suoi popoli quanto fosse possibile, nè mai credesse tanto, nè tanto si confidasse d’alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ’l governo; perchè non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de’ signori che dall’incredulità, la quale non solamente talora non nuoce, ma spesso sommamente giova: pur in questo è necessario il buon giudizio del principe, per conoscere chi merita essere creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni, ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviare le liti tra i sudditi; di far fare pace tra essi, e legargli insieme con parentadi; di fare che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia come una casa privata, popolosa, non povera, quieta, piena di buoni artefici; di favorire i mercatanti ed ajutarli ancora con denari; d’essere liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperare tutte le superfluità; perchè spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benchè pajano piccoli, le città vanno in ruina. Però è ragionevole che il principe ponga meta ai troppo suntuosi edificj dei privati, ai convivj, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioje e nei vestimenti, che non è altro che un argomento della lor pazzìa; chè, oltre che spesso, per quell’ambizione ed invidia che si portanol’una all’altra, dissipano le facoltà e la sostanza dei mariti, talora per una giojetta o qualche altra frascheria vendono la pudicizia loro a chi la vuol comperare» (lib.IV).

L’opera del Castiglioni divenne la più diffusa in Europa. L’avea preceduto Agostino Nifo[205], il quale, riducendo l’arte del cortigiano a disannojar i grandi con facezie e novelle, ne apre loro le fonti, a scapito della carità e del pudore. In tal senso vanno laDonna di Cortedi Lodovico Domenichi; gliUffizj dell’uomo di Cortedi Pelegro Grimaldi e Giambattista Giraldi; del Muzio ilGentiluomo, ove sostiene la libertà essere personale, e perciò maggiore nel letterato che nel guerriero, e leCinque cognizioni necessarie a giovin signore che entra alla Corte, le quali sono, ricordarsi d’esser uomo, cristiano, nobile, giovane, signore; ed altre operette di questo andare, i cui precetti tendevano a togliere più sempre quell’impronta individuale, così propria delle creazioni moderne, che primeggia in Dante, mentre scompare nell’Ariosto e nel Tasso, e che spiccava ancora negli uomini del principio del secolo; e il togliere la quale fu il còmpito della seconda metà di esso, per consegnare l’uomo mutilo e schiomato alle vergogne del seicento.

L’Italia ne’ suoi bei giorni avea speso ad erigere quelle cattedrali, di cui altrove è una per regno, e qui in ciascuna città; quei canali, che portavano la fertilità sui campi e il commercio. Adesso più non era il popolo che pensasse alle glorie e ai comodi proprj, ma duchi e signori che volevano ostentare magnificenza per abbagliare e stordire, e dar a credere ai vicini che i loro popoli fossero beati perchè aveano feste e magnificenza di Corti. Chi, scorrendo le storie di quel tempo permeglio che per mera curiosità, non è preso da un senso singolare al vedere tanta pompa accanto a tante sofferenze, tanta allegria fra sì cocenti infelicità? Il gusto dei godimenti materiali, tanto pregiudicevole alla libertà, quanto opportuno a quei che la vogliono rapire, aveva invaso i mortali; i prodotti tributati dai nuovi paesi erano accolti colla spasmodica ingordigia d’un recente acquisto; la ridesta erudizione porgeva soggetti a briose mascherate e a composizioni teatrali; il medioevo proseguiva i suoi tornei; sicchè mescolavansi misteri di santi, comparse di numi, arcadiche semplicità. Nel Berlingaccio a Roma ogni cardinale mandava maschere in carri trionfali e a cavallo, con suoni e ragazzi che cantavano, e buffoni che lanciavano arguzie lascive, e commedianti ed altri, vestiti non di lino e lana, ma di seta di broccato d’oro e d’argento, spendendo ducati a josa[206]. Nozze, battesimi, ingressi di principi o di papi spesseggiavano occasioni di tripudj sontuosi.

Han rinomanza i carnevali di Roma, de’ quali il corso e i moccoletti durano tuttora. Più chiassosi erano un tempo, e singolarmente abbiamo ricordi di quello del 1545, detto di Agone e di Testaccio. Dal Campidoglio si diressero a piazza Navona molti trombetti a cavallo vestiti di rosso, poi i ministri della giustizia, da 7000 artieri, tutti in compagnie e divise con trombe e tamburi e bandiere, trammezzati da soldati e carri. Dei quali il primo diceasi massimo, ed apparteneva al rione di Transtevere; l’altro al rione di Ripa, portando la Fortuna; il terzo al rione di Sant’Angelo, figurante Costantinopoli, e così de’ varj rioni, con varie significazioni, fra cui un cervo inseguito, Abila e Calpe, il Mongibello, Prometeo sul Caucaso, Turchi, Italiani, Tedeschi in zuffa, un Concilio che condannava gli eretici; i connestabilidei tredici rioni, i gentiluomini di Sutri e Tivoli, e cori all’antica, e musici, infine il carro del papa, colla statua in abito pontificale, e virtù simboliche e attorno le cariche, e staffieri e paggi, poi il gonfaloniere di Roma, ornato di gioje perfin gli sproni, e da ultimo i conservatori della città e il senatore del Campidoglio. Nei palazzi lungo il giro tutto era folla e parati; sulla piazza Navona schieraronsi come un battaglione, poi ripresero la marcia; e la festa costò 100,000 scudi, oltre i vestimenti.

La festa di Testaccio fu a modo simile, eccetto i carri. Le alture che circondano il prato eran piene di gente, e palchi e carri e attorno fanterie e cavalli. Vi si rinnovò la pompa suddetta, poi la caccia dove furono uccisi tredici tori, e lanciate sei carrozze, ciascuna con pallio rosso e un porco vivo. Qui gran livree di varj cardinali, con divise variatissime e a gara ricche; si corsero pallii, anche d’asini e di bufale, e bagordi e tumulti, poi alla sera commedia. E il narratore[207]avverte che il primo giorno di quaresima fu la stazione a Santa Sabina, laquale fu tanto solenne, che molti vennero in disputa chi fosse più bello, il carnevale o la quaresima di Roma.

Alle feste di Roma doveano contribuire gli Ebrei, la cui università pagava 1130 fiorini d’oro pel carnevale, inoltre mandar alcuni deputati al magistrato della città, implorando che il popolo romano ne continuasse la protezione, e offrendo un mazzo di fiori con una cedola da 20 scudi per addobbare i palchi d’essi magistrati.

Lo slanciar polvere, farina, razzi cagionava molti disordini, finchè Sisto V, che alzò forche e torture in cospetto di tali divertimenti, represse gli eccessi, e introdusse di scagliare confetti.

Firenze, come già Atene, vi accoppiava squisitezza d’arti; e veramente lungo tempo si mantenne paradiso degli artisti, i quali formavano quasi un mondo distinto, tutto vivacità e studio e gare ed anche invidie, siccome manifestano sovrattutto gli scritti del Cellini e del Vasari. Già a lungo ne divisammo; e non finirono colla libertà, anzi di nuovo tutte le arti si congiunsero per celebrare le nozze di Cosmo de’ Medici con Eleonora di Toledo. La prima sera, fra splendidissimo apparato, Apollo celebrò gli sposi, e le muse risposero una canzone in otto parti; seguì una dopo l’altra ciascuna città di Toscana personificata, e cinta di ninfe e di fiumi, cantando una strofa agli sposi. La seconda sera, fu rappresentata una commedia di cinque atti in prosa, con prologo e intermezzi in verso cantati, dove figuravano l’aurora e le varie ore del giorno, finchè la notte riconduceva il sonno; ma un coro di satiri e baccanti collo strepito, le danze, il riso, eccitava l’ilarità. Giambattista Gelli avea composto la musica del primo giorno, Giambattista Strozzi del secondo, Sebastiano Sangallo dipinte le scene, e il Giambullari ce ne lasciò la descrizione: come il Vasari diè quella degli apparecchiper le nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria[208].

Se le maggiori magnificenze si vedevano a Roma e a Firenze, nè Ferrara nè Napoli voleano lasciarsi togliere il passo. Di Venezia continuavano ad essere rinomati i carnevali; e allo sposalizio del mare, e all’altre patriotiche commemorazioni, il popolo illudevasi di partecipare ancora a un governo che lo invitava alle feste e ai pranzi. Quando Zilia Dandolo sposò il doge Lorenzo Priuli nel 1557, i senatori, passando sotto una serie di archi trionfali, mossero alla casa della novizza, e come salirono le scale e posero il piede in quelle stanze fornite a gran ricchezza, si fece loro bellamente incontro la sposa vestita alla ducale, con sulle spalle un bianchissimo velo di Candia, fissato a sommo la testa al diadema. Dopo salutazioni ed ossequj, le fecero giurare l’osservanza del suo capitolare; ella rese grazie, donò a’ consiglieri una borsa d’oro riccio, e un’altra al cancelliere grande. Correvasi poscia la regata in canale, mentre convenivano da ogni lato barche e gondole, di gran vista pei damaschi e ricchi velluti onde andavano adorne, e lustravano da lunge per molto oro. In queste erano tutte le arti, con tal pompa che gli orefici traevano quattordici gondole; e tutte insieme solcavano la laguna al suono di pifferi, e tra allegri balli e viva, e sotto archi e trionfi; ultimo il bucintoro che trasportava in trono la dogaressa. Allorchè la pompa fiottante approdava alla piazza San Marco, tutta a parati bianchi, calavano prima le arti con innanzi i mazzieri e la musica, indi gli uomini più ragguardevoli, e seguiti da trombetti e donne, fra le quali sei spose, diffusi sulle spalle i capelli intrecciatid’oro; indi ventuna matrone in nero e velate; poi i senatori, il cancellier grande, i parenti del doge; finalmente tra due consiglieri e gran corteggio la principessa, la quale, cantate grazie e rinnovato il giuramento in San Marco, salì negli appartamenti, passandovi a rassegna nelle ricchissime sale le arti, che per mezzo de’ loro castaldi offrivano ciascuna complimenti e doni. Pervenuta alla gran sala, andava assidersi sul trono ducale. Le facevano corona i grandi dello Stato, e per la sala s’aggiravano signori e maschere di bizzarrissime guise.

Caduta la notte e fatta gran luminaria per tutto il palazzo, apparvero in giro sulla piazza trecensessanta uomini divisati a un modo, ciascuno sollevando un piatto d’argento riboccante di confetti e dolci, e accompagnati da cento torcie portate da giovinetti in seta, seguiti da venticinque gentiluomini con mazzieri e musica: poichè ebbero condotto un lungo giro fra la plaudente moltitudine, si condussero in palazzo, ed entrati nel salone, offrivano quelle delicatezze al corteggio e alla principessa; intanto davasi fuoco a una macchina d’artifizio. Indi cominciava la danza, intramezzata da splendida cena; nè si cessava dal ballo fino al nuovo giorno, in cui ritornavasi alla festa ed in ispecie i macellaj vi facevano la caccia de’ tori. E durarono molti giorni quelle allegrezze[209].

Superò ogni anteriore magnificenza la festa fatta nel 1574 a Enrico III, quando fuggiasco dalla mal governata Polonia, passava a governar peggio la Francia. Nell’arsenale gli fu imbandita una colazione di frutti canditi, ove forchette, cucchiaj, piatti erano di zucchero: stavano allora in lavoro ducento galee sottili, sei galeazze e molti piccoli legni; e mentr’egli girava visitando, si compaginò e allestì una galea. Alla festa nella sala del maggior consiglio intervennero da ducento gentildonne, biancovestite con ricchissime gioje, e tutte ebbero cena nella sala dello Squittinio. Il re prese gran divertimento delle recite e invenzioni di mascherate e musiche di Andrea Calmo; visitò le belle, e le ville signorili: peccato che tanta splendidezza siasi sciupata per chi non la meritava[210].

Quando a Milano il magno Trivulzio sposò Beatrice d’Avalos, il banchetto fu siffatto. Data alle mani acquarosa, cominciossi da pasticci di pignuoli e zuccaro e focaccia di mandorle e altre delicature, tutte messe a oro; vennero poi belli asparagi, più ammirati perchè fuor di stagione; indi polpe e fegatelli, carne di starne arrostita, teste di vitelli intere, colla pelle messa a oro e argento; capponi e piccioni con salsiccia e presciutto e vivande di cinghiali conpotaggi delicati; un castrato intero arrosto con savore di cerase; tortore, pernici, fagiani e altri uccelli arrosto, con olive per concia; pollastri con zuccaro, aspersi d’acquarosa; un porchetto intero arrosto con agro dolce, un pavone arrosto, una miscela d’ova, latte, salvia, zuccaro; pomi cotogni con zuccaro, pini e carciofi; altre dolcezze pruriginose; infine dieci maniere di torte e molte confetture; ognicosa in piatti d’argento e oro, accompagnata ciascuna da fiaccole e trombe; e in esse fiaccole v’avea gabbie di tutti quegli uccelli e quadrupedi che si servirono cotti. Si finì al solito con commedianti, saltatori, musici e funamboli»[211].

Nel febbrajo 1515 Prospero Colonna, quando divenne capitano della gente d’arme del duca di Milano, fece al duca, a’ cortigiani, ed a trentasei damigelle un mirabile convito e festa da ballo, sotto un atrio di legname dipinto e indorato, di gran bellezza e misteriosità, dice il Prato, che prosegue: «Stavano gli uomini alle sue tavole, e le donne altresì, con sì lunga varietà di cibi, che per quattro ore durò il portare. E a ogni bocca si serviva un intiero fagiano, una pernice, un pavone e altre cose: portando per ogni imbandigione una cosa di zuccaro indorata, somigliante a quella che si offeriva; ed in compagnia altri tanti pesci: e tre volte fu levato e rimesso la tovaglia e mantili, con tanti adornamenti di acque e di foglie, che l’Arabia ne avria avuto scorno. Venuto il fine della cena, venne un giovine, il quale s’infinse di esser giojelliero, molte collanette, braccialetti e altre fantasie d’oro mostrando: onde le damigelle con maraviglia cominciorno tante bellezze a vedere, e domandavano il prezzo d’una cosa e d’un’altra, finchè sopraggiunse esso signor Prospero, mostrando d’intromettersi; e alla fine ogni cosa finse comprare, e a quelle damigelle le donò, talchè niuna partì che non avesse presente per venti scudi d’oro, e chi trenta; e dicesi che questo fece, solo per potere la sua amata, senza biasimo d’infamia, con le proprie mani presentare. Poi la mattina seguente a tutte mandò un cesto inargentato, con entro la sua colazione; e al duca fece portare venticinque cariche di salvaggine, a lui avanzate»[212].

Avvertiremo di nuovo come un lusso di tanta ostentazione andasse scompagnato da quelle comodità che fanno confortevole il vivere. Pure di molte n’erano state introdotte. In Santa Maria Maggiore a Firenze leggeasi sopra un sepolcro:Qui diace Salvino l’Armato degli Armati di Firenze, inventor degli occhiali, Dio gli perdoni le peccata. Anno D.MCCCXVII. Altri ne nominano inventore fra Alessandro da Spina pisano, morto il 1313, che forse non fece che divulgare quest’arte tenuta in prima secreta; poichè nelTrattato del governo della famigliadi Sandro di Pipozzo fiorentino, nel 1299, già si legge: — Mi trovo così gravoso d’anni, che non avrei valor di leggere e scrivere senza vetri appellati occhiali,trovati novellamenteper comoditate de li poveri vecchi quando affiebolano dal vedere»; e il famoso frà Girolamo da Rivalta predicava in Firenze nel 1305: Non è ancor vent’anni che si trovò l’arte di far gli occhiali... ed io vidi colui che fece gli occhiali, e favellaigli».

Il primo oriuolo da torre che si ricordi fu a Padova per un Dondi, la cui famiglia conserva il titolo dell’Orologio; poi a Milano quelli di Sant’Eustorgio nel 1306 e di San Gotardo nel 1335; nel 1328 Wallingford n’avea posto uno a Londra, e da quel tempo si estesero. A Firenze nel 1512 «si mise in palazzo de’ Signori un nuovo oriuolo, che cominciò a sonar l’ore in calen di febbrajo 1512 a dodici ore: dove prima sonava da un’ora per insino ore ventiquattro, ch’è il dì e la notte, lo ridussero a ore dodici per volta, che vengono a dividere la notte e il dì per metà a uso di ponente» (Cambi). Anche gli oriuoli da tasca divulgaronsi; venivano di Germania, e dalla forma erano detti ova di Norimberga.

Le strade pure miglioravano, ad alcuna si posero cartelli indicatori: ma viaggi e passeggiate faceansi acavallo o in bussola, finchè le carrozze divennero più comuni; in qualcuna la cassa fu sospesa a cinghie per diminuire le sciacche; ma non v’avea mantice nè vetri, e al più erano protette da cortine, mentre le dorature, le pitture, gl’intagli le rendevano dispendiose. Nella facilità odierna è curioso leggere come lord Russell, incaricato di pagare al connestabile di Borbone i sussidj di Enrico VIII, dovette da Genova a Chambéry portar il denaro a schiena di muli entro ballotti e sacchi, sotto forma di biancheria vecchia e di legumi venderecci. Da Chambéry scrisse a quel re qualmente il duca di Savoja «da nobile e generoso principe» degnò permettere si trasportasse il denaro a Torino «sui proprj muli nel forziere della casa reale, ove stanno di solito gli ornamenti della sua cappella; sovra ciascuno compartimento di esso baule è scritto il contenuto, affinchè nessuno dubiti che v’abbia altra cosa»[213]. Sotto tale artifizio viaggiò a salvamento il sussidio, che doveva fomentare la guerra in Francia. Il cardinale Bibiena rimprovera Giuliano de’ Medici che era in Torino, di non dar notizie sue al papa; «nè si scusi con dire che per essere il loco fuor di mano, non ha saputo ove indirizzare lettere; perciocchè a Genova o a Piacenza si potevano ad ogn’ora mandare per uomo a posta»[214]. La comodità delle poste fu introdotta prima che altrove in Italia, mediante corrieri a cavallo, regolarmente stabiliti agli opportuni ricambi, per servizio de’ negozianti, ancor prima che de’ principi e del pubblico. Noi dicemmo (pag. 190) come i signori Della Torre portassero fuori quell’uso.

Dovette certamente scompigliare le abitudini l’affluenza del metallo d’America, che alterò i salarj,agevolò le transazioni e il modo di pagare i debiti; ma sul principio angustiò i poveri, pei quali erano rincarite tutte le necessità, nè ancora cresciuti i compensi. Insieme vennero diffuse molte droghe, lo zuccaro principalmente e il caffè. Il Redi nelBaccoloda Antonio Cadetti fiorentino di aver dei primi fatto conoscere la cioccolata in Europa, aggiungendo che la corte toscana v’introdusse scorze fresche di cedrati e odore di gelsomino insieme colla cannella, la vaniglia, l’ambra. Allora pur venne la sudiceria del tabacco, indarno contrastata dall’igiene e dalla buona creanza[215].

In Italia, più che negli altri paesi, mangiavasi bene, abitavasi comodo: le vesti, impreteribile distintivo delle condizioni, non erano cenciose nelle infime classi, mentre nelle superiori caricavansi di pelliccie e ricami e ori e perle: straordinaria la profusione dei profumi. Il Bandello[216]riferisce d’un Milanese che «vestiva molto riccamente e spesso di vestimenta si cangiava, ritrovando tutto il dì alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed altre invenzioni. Le sue berrette di velluto[217]ora una medaglia ed ora un’altra mostravano; tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature, o mula o ginetto o turco o chinea che si fosse, erano più pulite che le mosche: quella che quel giornodoveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e tempestati d’oro battuto, era da capo a piedi profumata, di maniera che l’odore di muschio, di zibetto, d’ambra e d’altro si faceva sentire per tutta la contrada... Teneva un poco anzichè no del portogallese, che ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei servitori nettare le scarpe, nè poteva soffrire di vedersi addosso un minimo peluzzo».

Francesco I in una spettacolosa festa di Corte ricevette sul capo un tizzone ardente, e per medicare la ferita fecesi rasare i capelli, tenendo invece la barba prolissa come gli Svizzeri e gl’Italiani; i cortigiani, che si fanno merito de’ morbi del re, subito adottarono le lunghe barbe; l’Università e il Parlamento non vollero accettarle. Leone X ordinò che i preti smettessero le barbe; e tutta Roma fece scene sul dolore che provò Domenico d’Ancona nel tagliarsi la sua, immortalata dal sonetto del Berni quanto la chioma di Berenice da Callimaco.

I mobili domestici, se mancavano di quell’opportunità che oggi reputiamo dote prima, erano magnifici, intagliati maestrevolmente, dipinti dai migliori pennelli. Girolamo Negro[218]scrive, il cardinal suo padrone trovarsi in estrema povertà pel suo grado; «tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per più, e bocca quaranta; vivesi mediocremente a guisa de’ religiosi senza pompe; e il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provvisione, con gli emolumenti del cappello, basta per l’ordinario della spesa; e scorrerassi così finchè Dio mandi altro». Quale splendido e ricco cardinale d’oggi raggiunge la costui povertà?

Gli oratori spediti da Venezia nel 1523 ad Adriano VI,in Roma furono festeggiati dal cardinale Cornér, che diè loro un «pasto bellissimo, da sessantacinque portate, e per ciascuna venivano tre sorta di vivande, che erano mutate con gran prestezza, sì che appena si aveva degustata una, che ne sopraggiungeva un’altra, il tutto in bellissimi argenti e in gran quantità. Finito il pasto, si levarono stufi e storditi e per la copia delle vivande, e perchè vennero ogni sorte di musici; pifferi eccellenti sonarono di continuo; erano clavicembali con voci dentro mirabilissime, liuti a quattro, violoni, lironi, canti dentro e fuori, una musica dietro all’altra[219].

Luigi d’Este cardinale, fratello del duca di Ferrara, una volta mandò al re di Francia in dono quaranta superbi cavalli da guerra di grandissima valuta, con selle e gualdrappe a oro, e condotti da quaranta palafrenieri vestiti di seta con oro alla levantina. Non meno di ottocento persone componeano la sua famiglia; ed essendo venuto a Roma il granmaestro de’ Giovanniti con trecento cavalieri per purgarsi d’un’accusa, esso li ricevette e trattò tutti nel suo palazzo.

Eppure non di rado uscivano prammatiche severissime contro il lusso, e potremmo addurre quella che il consiglio generale di Cremona emanò il 1547, e fece approvare dal senato di Milano e da Carlo V. Proibiva essa di portar collane, braccialetti o altro ornamento d’oro, salvo una medaglia al berretto di non più che dodici scudi d’oro, e anelli; sugli abiti nessun ricamo o intaglio di seta; alle cavalcature non fornimenti con oro o argento o ricami. Le donne maritate abbiano negli abiti oro o argento, nè ricami, trine, cordoncini; non più di tre vesti di seta, e una sola di cremisino; non perle o gioje, fuorchè due anelli d’oro con pietre alle dita, una collana d’oro discudi venticinque non più, un’altra al ventaglio di scudi quindici al più; non guanti ricamati o zibellini, non berrette fuorchè la notte e in viaggio. Le fanciulle non mettano vesta di seta, nè gioje od oro, salvo un vezzo di coralli al collo del valore al più di scudi quattro; nè vadano a ballo che i tre ultimi giorni di carnevale. Ai banchetti, vietati assolutamente pavoni e fagiani, una sola o due sorta di selvaggina, non più di tre sorta di lessi domestici, escludendo la salsa reale, il biancomangiare, i pasticci, e i pesci e le ostriche o altre frutte di mare, nè più di due maniere di torta; ne’ pranzi di magro una sola qualità di pesce, escluse le ostriche. Le vivande si diano semplici, senza ornamento di pitture, intagli, banderuole ed altre frascherie trovate dagli scalchi. Ai battesimi non si doni cosa alcuna a compadri e comadri. Ai mortorj non si attacchino in chiesa insegne, scudi, pitture, nè si faccia banchetto.

Ciascuna città potrebbe mostrarne di consimili, più convenienti alla curiosità municipale che alla storica erudizione. Alla quale neppur so se sia duopo soggiungere che sempre erano delusi. In Venezia era vietato ai cittadini vestir altrimenti che nero. Ma che? aspettavano i giorni di carnevale per isfoggiar pompe e forestierie, e massime diamanti; attesochè le gioje non si vendevano dalle famiglie patrizie, ma trasmettevansi agli eredi accumulate. Colà sappiamo che le fanciulle non uscivano mai di casa, salvo che per andar alla messa e alla comunione a pasqua e a natale, ed anche allora velate; e contraevano nozze senza essere conosciute[220].

Dopo la calata di Carlo VIII si propagò l’uso delleimprese, che erano o figure o motti, e spesso figure e motti personali, a differenza degli stemmi; e che unoadottava per indicare lo stato o l’inclinazione propria; e si ricamavano o scolpivano sui mobili, sulle vesti, sulle arme. Di inventarne erano richiesti i letterati, e massime i secretarj; e dall’Ariosto fu trovata una pel duca di Ferrara, dal Molza pel cardinale De’ Medici, dal Santuario varie pei Colonna, dal Giovio pei Medici, pei Pescara, per gli Adorni. Esso Giovio in unDialogotrattò ampiamente delle impresemilitari e amorose, del modo di farle e delle loro significazioni; sulla qual ingegnosa arguzia dettarono pure il Simeoni, il Buommattei, il Ferri, il Contile; e Scipione Bargagli n’era reputato l’Aristotele. Le mille accademie d’allora aveano ciascuna la loro impresa, e ciascun accademico una particolare.

Cesare Borgia tolse per impresaAut Cæsar aut nihil. Lodovico il Moro, un’Italia in sembianza di regina, davanti a cui un Moro con una scopetta in mano; e all’ambasciator fiorentino che gli chiedeva a che servisse questa, rispose: — Per nettarla d’ogni bruttura»; al che il Fiorentino: — Bada che questo servo scopettando tira la polvere addosso a sè». Federico re di Napoli ebbe un libro bruciato col mottoRecedant vetera, ad indicare l’oblio de’ torti ricevuti. Il cardinale Sforza, ad esprimere l’ingratitudine di Alessandro VI, che da lui fatto papa, avea poi depresso il duca suo fratello, adottò la luna che eclissa il sole col mottoTotum adimit quo ingrata refulget. Alfonso di Ferrara, una bomba che scoppiaa tempo e luogo. Vittoria Colonna, uno scoglio contro cui l’onde spumavano, e il mottoConantia frangere franguntur. L’Ariosto, unabugna di pecchie cui il villano uccide col fumo per cavarne i favi, e il mottoPro bono malum. Il Burchelati letterato trevisano, un granchio colla zampa aperta, eMelius non tangere, clamo. Il Bembo, un Pegaso in atto di levarsi a volo, eSi te fata vocant. Il Davanzati, un cerchio di botte, eStrictius arctius, alludendo al suo stile stringato. Il grancapitano Gonzalvo ebbe una leva a corde che tende una balestra, col mottoIngenium superat vires. Carlo Orsini un pallone sbalzato dal bracciale, col mottoPercussus elevor. Francesco Gonzaga di Mantova, accusato d’aver lasciato sfuggire Carlo VIII a Fornovo, poi giustificatone, prese la divisaProbasti me, domine, et cognovisti. Alludendo ai proprj omonimi, Muzio Colonna adottò una mano che arde, eFortia facere et pati romanum est; e Fabrizio, un vaso di monete d’oro, conSamnitico non capitur auro. Pel duca Cosmo succeduto ad Alessandro si scrisseUno avulso, non deficit alter. Il magnifico Lorenzo aveva un lauro sempreverde, eIta et virtus. Luigi Marliano medico milanese inventò per Carlo V le colonne d’Ercole coll’aquila in mezzo, ePlus ultra.

Delle magnificenze italiane presero gusto i Francesi, sì dal vederle qui, sì dalle donne che per matrimonio passarono a quella reggia. Eppure ancora il Castiglioni diceva che «i Francesi solamente conoscono la nobiltà dell’arme, e tutto il resto nulla estimano, di modo che non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti i letterati tengono per vilissimi uomini, e pare dir gran villania a chi si sia quando lo chiamano clerco». Ma di là già venivano arguti osservatori e beffardi a esaminare i nostri costumi: Rabelais, che doveva alla corte romana affiggere il ridicolo; Montaigne, che col suo buon senso rilevava le stranezze di alcuni costumi italiani: il poeta Marot, che «in questo paese alberato, fertile di beni, beato di donne» imparava aparlar poco, far buona cera, non parlare di Dio, poltrire, e fermarsi un’ora sopra una parola[221]. E certamente moltissimo ci comunicarono i Francesi, dotati del genio della divulgazione, prodighi delle idee proprie quanto vaghi delle altrui, che danno e ricevono a piene mani senza far ragguaglio, che non arrossiscono d’esser obbligati, anzi sembrano credere che gli stranieri devano ringraziarli d’essersi lasciati beneficare.

L’amor de’ piaceri e delle comparse doveva crescere il desiderio dell’oro e dei doni, e la facilità del vendersi. Il cardinale d’Amboise ministro di Francia ricevea cinquantamila ducati di provvigione da varj principi e repubbliche d’Italia, di cui trentamila dalla sola Firenze. A Giovanni Micheli, ambasciador veneto alla Corte inglese, ricercava molti doni mistress Clarenzia cameriera della regina Maria «per bisogno e servizio di sua maestà, oltre un cocchio con i cavalli e tutti li apparecchi, presentato per la voglia che ne aveva la detta cameriera, alla quale la regina il donò: il quale cocchio fatto venire d’Italia, tenevo per mia comodità, avendolo usato tutta questa stagione, che non voglio per modestia dir quello che mi costasse; basta ch’era tale che non disonorava il grado d’ambasciatore»[222].

Tra questi godimenti dell’immaginazione, Italia consolavasi o stordivasi della servitù, o si divezzava dall’aborrirla; e come solennità e allegrie accoppiava alle miserie e ai patimenti, così a quel meriggio d’arti e dilettere accompagnava molti delirj, e le superstizioni che mai non abbondano quanto allo svanire del giusto sentimento religioso. Più delle altre funesta e universale fu la credenza a relazioni immediate fra l’uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e romper l’ordine morale e fisico del creato con atti materiali senza intelletto nè amore.

Si manifestò essa in forma scientifica e in forma vulgare, e l’una diede mano all’altra per riuscire a spaventosi effetti. Dal neoplatonismo, cioè da quell’impasto mezzo poetico e mezzo filosofico di dottrine indiane, egizie, greche, ebraiche, che la scuola d’Alessandria pretendeva sostituire ed opporre al cristianesimo, vennero inoculate alla società moderna le arti teosofistiche. Conservatesi traverso al medioevo, rinvalidate dal contatto coll’Asia nelle crociate, parve che il rinnovato studio degli antichi, che pur doveva invigorire il pensiero, trascinasse a credenze, ove da principj falsi deducevansi logicamente errori sciagurati. Alla ricerca dei tre maggiori beni del mondo, salute, oro, verità si dirigevano tali scienze.

Guardate gli scrittori più spregiudicati, e sarete chiari come si credesse generalmente all’astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il Pomponazzi, che impugna l’immortalità dell’anima, sostiene (De incantationibus) gl’influssi dei pianeti, ai quali non a demonj è dovuta la facoltà di alcuni d’indovinar l’avvenire; e secondo il loro ascendente, l’uomo può scongiurar il tempo, convertire in bestie, far altre meraviglie[223]. Credettero all’astrologiail Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando molti casi predetti da congiunzioni di pianeti. Carlo VIII acquistava fiducia alla sua spedizione col far correre una profezia promettitrice d’insigni vittorie. Del valente astrologo Galeotto Marzio di Montagnana è manoscritta nella biblioteca di Padova unaChiromanziadel 1476: accusato d’eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria e Boemia; cascando poi da cavallo fuor d’Italia, s’uccise. Ebbero pur grido il veronese Lionardo Montagna autore d’unBreviarium vaticinii, Lodovico Lazarelli da San Severino, Luca Guaríco napoletano, che molte opere scrisse, e fece fortuna; ma predetto al Bentivoglio di Bologna che per le sue crudeltà sarebbe espulso, questi fece dargli cinque tratti di corda, de’ quali risentì tutta la vita, e imparò ad esser meno preciso e più cauto. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell’astrologia, fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.

Più tardi il buon matematico Cavalieri nellaRuota planetariapretese rivelar ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e in male influiscano; il Borelli dettò una difesa dell’astrologia per Cristina di Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico, pubblicòAntrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc., con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo senz’acqua nè peso.

Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea sostenuto potersi, per mezzo dell’astrologia, prevedere il diluvio universale; e fu confutato nel 1516 da Gerolamo Armellini faentino, famoso inquisitore di quei tempi[224]. Sul qual proposito frà Giuliano Ughi nella cronica di Firenze scriveva: — A quel tempo si conobbe falsa una lunga opinione, la quale quasi da tutti gli astrologi era tenuta per vera; e questa fu, che per alcune congiunzioni di pianeti dovesse nell’anno 1524, di febbrajo e di marzo, venire in Italia e vicini paesi tanta quantità di pioggie, che dovesse distruggere e rovinare tutti o gran parte degli edificj e case propinque a’ fiumi o in luogo basso poste. Lo messono in scritto e nei pubblici pronostici: e furono tali che, per fare sollecita provvisione, le case loro fornirono di vittuaria per più tempo; alcuni altri di barchette e legnami; altri imbottarono il vino nei palchi, o vero in su i monti: ed era in tutte le parti d’Italia quasi un comune timore[225]. Ma Dio, che la notizia delle future cose ha a sè riservata, mostrò l’umano vedere esser di poca certezza; imperò ch’io non mi ricordo mai un febbrajo ed un marzo il più bel tempo, nè manco piovve, e fu un anno abbondantissimo d’ogni bene, e di buona sanità. Ben è vero che in molti seguenti anni, per sei o sette anni, seguitarono pioggie più che il consueto; onde dal 1525 in là, seguitò tre anni assai carestia e peste. E pensavasi che la divina Bontà misericordiosamente avesse le pioggie, che nel 1524 dovevano naturalmente con nocumento del mondo venire, in più anni scompartite, non senza qualche nocumento. E così nell’anno 1524 fu molto dileggiata e schernita l’astrologiada quelli che non pensavano che Dio fusse ai cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fusse moderatore de’ celesti corsi, pensarono esser vera l’astrologia; sicchè secondo il corso de’ cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l’avesse impedito».

Singolare contesto di pregiudizio e buon senso! Eppure quando lo Stöffer di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa fu in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in grand’apprensione, per quanto Agostino Nifo il rassicurasse. Altri parziali spaventi eccitarono i dotti compilatori degli almanacchi[226], or una peste minacciando, or la venuta dei Turchi, ora il mal anno; e poichè indicavanonon pure la stagione, ma i dì precisi in cui conveniva fare il salasso, molti morivano piuttosto che farsi trar sangue contro tale indicazione.

Tutte le vite son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranj che da’ suoi, e su quest’aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, lor avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentar al tribunale, gli diè una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l’indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa.

Due mercanti milanesi, mentre passavano per le foreste di Torino andando in Francia, incontrarono un uomo che ordinò loro di tornare in patria a presentare una lettera a Lodovico Sforza; e soggiunse lui essere Galeazzo Sforza, nipote defunto di questo. Obbedirono: ma come impostori furono incarcerati e posti al tormento; persistendo però essi all’affermativa, dopo lungo discutere del senato si aperse la lettera, e fu letto: — O Lodovico, guardati, perchè Veneziani e Francesi stanno per allearsi a’ tuoi danni, e annichilare la tua stirpe. Ma se mi darai tremila scudi, vedrò di conciliare gli spiriti, sicchè i destini siano sviati». Il duca non credette, e ne seguì quel che sapete.

Anche un secretario di Lodovico Alidosi signor di Imola incontrò il fantasma del padre di questo, che gli ordinò di dirgli al domani si trovasse in quel luogo stesso, e gli rivelerebbe cose di supremo rilievo. Lodovico mandò in sua vece altri; a cui affacciatosi lospettro, si lagnò della disobbedienza, e gli commise di annunziare a Lodovico che, dopo ventidue anni, il tal giorno perderebbe la città. E così fu appuntino, per quanto l’Alidosi se ne fosse tenuto in guardia[227].

Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura colà vicina, si vedeano di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall’altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano in battaglia due grandi eserciti per un’ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[228]. Benvenuto Cellini vede diavoli, come li vedeva Lutero. Machiavelli consuma uno de’ capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl’imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva sì a fondo meditate nella nequizia degli uomini e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe umana.

In quel sensualismo tra cui smarrivasi la legge morale, l’oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d’Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici invadendo i beni della Chiesa, così gli alchimisti persistevano a rintracciarlo in fondo ai crogiuoli, struggendosi ai fornelli ed ai lambicchi, o andando imparare lagrand’artefra gli Orientali, o a strapparla alla natura ne’ monti magnetici della Scandinavia.

Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, a quattordici anni già si occupava nell’alchimia,e ispiratosi da Geber e Rases, spese da tremila scudi in esperienze; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di prove «tanto in ciurmadori, che per me onde conoscerli, spesi circa seimila scudi». Cominciava a scoraggiarsi quando un suo paesano insegnogli a far la pietra con sal marino: ma in un anno e mezzo tentatala quindici volte invano, adottò un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte, argento e mercurio; e lasciatele un anno, mescolò le soluzioni e le concentrò su ceneri calde in modo da ridurle a due terzi; questo residuo pose al sole in una storta, poi lasciavalo cristallizzare durante cinque anni; ma non ne seguì l’effetto atteso. Bernardo, giunto a quarantasei anni, si mise per altra via, insegnatagli da mastro Goffredo cistercese: comprarono duemila ova di gallina, le fecero sodare, e levato il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i torli dall’albume, e li fecero fermentare a parte entro concio di cavallo; poi li distillarono trenta volte, finchè n’ebbero un’acqua bianca ed una rossa; si rifecero più volte da capo, variarono, ma senza frutto; onde Bernardo abbandonò anche questa via, dopo seguitala otto anni. Nè però disilluso, lavorò con un gran teologo e protonotaro, che pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coperosa; calcinavasi per tre mesi, poi metteasi in aceto distillato otto volte; il misto passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. Qual meraviglia se la fatica e l’ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita?

Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell’imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Detto fatto, eccolo in viaggio per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, n’ebbe dieci marchi d’argento e il processo che era siffatto. Mesci mercurio, argento, olio d’ulivo,solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi, si secchi in una storta di vetro coperta d’argilla, e il prodotto si tenga per tre settimane sulle ceneri calde; vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d’un terzo: ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.

Il Trevisano desolato giurò d’abbandonare quelle fantasie; i parenti esultavano della risoluzione sua; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia; e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grand’opera. Così arrivò ai settantadue anni, avendo dissipato il ricavo del venduto patrimonio, e giunse a Rodi senza denari, ma colla fiducia nella polvere cercata tutta la vita. Deh perchè una fede altrettanto viva non hanno i cercatori di ben più utili spedienti?

A Rodi tenea stanza un religioso, rinomato in tutto Levante come possessore del gran secreto; ma d’avvicinarlo il conte perdea la lusinga, se un mercante veneziano, conoscente di sua famiglia, non gli avesse prestato ottomila fiorini, e raccomandatolo a quel savio. Tre anni costui lo tenne in studj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d’oro e argento amalgamati a mercurio; e alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica. Perocchè gli indicò che tutto era frode, lo persuase a cessare dalle illusioni, nel codice della verità mostrandogli questo assioma, — Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura». Qui sta il gran secreto, significando in linguaggio comuneche per far oro ci vuol oro; e tutta l’alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.

Perdere a settantasett’anni l’illusione di tutta la vita, è pur penoso. Ma il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravvisse a scrivere diversi trattati su quella scienza, il più celebre de’ quali è intitolatoIl libro della filosofia naturale de’ metalli; e ognuno può leggerlo, e certo pochissimi il leggeranno nel tomoIIdellaBibliothèque des philosophes chimiques. Opera inutile anch’essa, giacchè, invece di confessar chiaro i suoi inganni a scanso degli altrui, si rinvolse in modo che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand’opera. Altrimenti pare a noi, sia per quell’assioma fondamentale, intorno a cui si raggira sempre, sia per questo passo del libro suddetto: — Ondechè io conchiudo, e credetemi; lasciate le sofisticazioni e chiunque vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni, separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni ed altre decezioni; e taciano quelli che offrono qualsiasi altra tintura diversa dalla nostra, non vera nè di alcun profitto; e taciano quei che van dicendo e sermonando altro solfo che il nostro, il quale è latente nella magnesia, e che vogliono trarre altro argento vivo che dal servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente, e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se non l’unità della propria natura; e non vi è altro aceto che il nostro, nè altro regolo che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra sublimazione che la nostra, nè altra soluzione che la nostra, nè altra che la nostra putrefazione»[229].

La lezione per verità non sembra abbastanza evidente: d’altra parte sarebbe stata inutile, giacchè qual avvi evidenza alla quale ceda la passione? E certamente allora si continuò in tali ricerche, formandosi una scienza tutta distinta, il cui canone fondamentale era che ogni metallo si compone di solfo e mercurio; per mercurio però intendendo il principio metallico, variante secondo i diversi corpi; e per solfo il principio combustibile[230]. Eppure nella ricerca del grande incognito e dell’immortalità in terra, questa scienza scontrava per via il gas acido carbonico, il fosforo, l’antimonio, l’arsenico, quella chimica insomma che oggi aspira ad essere la scienza delle scienze.

Sciagurata nominanza ne acquistò Marco Bragadin veneziano, che pretendeasi nato a Candia dal famoso Bragadino, segato dai Turchi. Gittata la tonaca per darsi tutto all’alchimia, e protetto da Giacomo Contarininobiluomo, spacciava aver trovato il secreto filosofale, s’intitolava conte di Mammona, cioè genio dell’oro, e menava seco due cani col colletto d’oro, che doveano credersi due demonj a suo servizio. Molte tramutazioni di metallo effettuò egli al cospetto del pubblico per mezzo d’una polvere che vendeva carissima: in fondo però il suo secreto consisteva in un amalgama di mercurio e d’oro, e facendo svaporar quello, restava questo. Ben avvedeansi che il peso era diminuito, eppure se ne faceano le meraviglie; il doge comprò a gran valsente il suo secreto, con uno scritto che trovasi nelTrattato chimicodi Manget; Enrico IV gli scrisse per averlo a sè; altri principi lo domandavano, ed egli splendidamente vivea corteggiato da tutti. Vero è che non mancava chi ne ridesse, e una brigata di giovani veneziani mandò in giro una mascherata di alchimisti con tutti i loro arnesi, e un tra loro, figurando ilMammona, gridava: — A tre lire il soldo l’oro fino». L’elettore Guglielmo II di Baviera l’ebbe poi; ma quando ne sperava ricchezze, trovatosi illuso, lui fece impiccare alla forca d’oro destinata agli alchimisti, e i suoi cani uccidere a schioppettate.

Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso (1501-70), predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni soprannaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell’imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al consiglio di Pisa, fatto professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da gran re, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che diede lo stillato delle teorie e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a questo entusiasta e scettico insieme possiamo raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, teosofista e insieme scienziato illustre, di variatissima erudizione e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, talaltra dissotto del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un bambino. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d’uomo vivente nel mondo poeticamente disposto dalla dottrina cabalistica. Se tu gli credi, e’ poteva a sua voglia cadere in estasi; vedeva quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premunito in sogno, e da certe macchie sull’unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s’impara a schivarlo: anzi per lui era un bisogno il penare o far penare altrui; flagellava se stesso, e morsicavasi le labbra o si pizzicava. Giocatore e perciò dissestato, ricorre a bassezze; un suo figlio fu attossicato dalla moglie, che perciò venne strozzata; a unaltro dovette far tagliare un orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita andò bersagliata da sciagure. Conoscevasi invido, lascivo, maledico, spensierato? ne riversava la colpa sulle stelle, ascendenti al suo natale[231]. Del resto credesi oggetto d’una predilezione speciale del cielo; sa più lingue senz’averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale l’avea tenuto per trent’anni[232]; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente, e prevede l’avvenire. Appena ogni mill’anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l’abilità nel disputare; infine, per avverare il pronostico fatto, lasciasi morir di fame.

Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; bizzarri elogi sulla podagra e di Nerone; pubblicò centotrentun’opere, ne lasciò centundici manoscritte, e ne’ dieci volumi in foglio[233]a stampa m’hal’aria di un giornalista ch’è obbligato ad empiere le pagine, e più tira in lungo meglio è pagato, meno riflette più lavora. Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch’egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In essa tre principj eterni e necessarj, lo spazio, la materia, l’intelligenza del mondo, cui funzione è il movimento. Lo spazio eterno, immobile, non è mai senza corpi; cioè, come poi disse Cartesio, non si dà vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma mutasi di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una ed immateriale, laonde tutti i corpi sono provveduti d’anima; tant’è vero, che sono suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell’anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; e somiglia alla luce del sole, una ed eguale nell’essenza, infinita nella diversità d’immagini.


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