E facciam fede al secolo futuroTu qui coll’ossa, io con la vita altrove,Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.
E facciam fede al secolo futuroTu qui coll’ossa, io con la vita altrove,Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.
E facciam fede al secolo futuro
Tu qui coll’ossa, io con la vita altrove,
Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.
La suaTetrarchia di Vinegia, Milano, Mantova, Ferraraè un aborto di storia. Nella prefazione alleSatire alla bernescasostiene esser questo genere il solo ove possa mostrarsi ingegno, perocchè «mille si trovano poeti capaci di cantare i gesti d’un eroe, ma pochi assai capaci di celebrare le oneste qualità di una fara, d’un forno, d’un’anguilla»; e ne mandava copie manoscritte ai principi in essa lodati. In un’altr’opera figurata rappresenta enigmaticamente i varj Stati d’Italia, esortando Enrico II a conquistarla, derivando i re francesi da Franco figlio d’Ettore, mentre i Romani, discesi da Enea, non erano che un ramo cadetto. Altrettanto presuntuose e ignoranti sono le tante altre sue opere, illustrate anche di belle stampe; alcune in francese; sempre rifriggendo le poche sue cognizioni, promettendo opere grandiose che mai non cominciò.
Come Raimondo Lullo aveva inventato un’arte di ragionare, così altri volle inventare una meccanica di scriver bene. Camillo Delmino da Portogruaro, autore di varie opere retoriche, diceva a chi nol volesse ascoltare, di aver l’idea d’un teatro, nel quale entrerebbero tutti gli oggetti sensibili, tutti i concetti umani, e quanto spetta alle scienze, all’eloquenza, all’arti belle e meccaniche. Dal conte Giulio Rangone suo protettore menato in Francia, spiegò il suo divisamento a Francesco I e ad altri principali, e n’ebbe in dono seicento scudi, ma non effettuò mai la sua idea; bensì voleva stamparla e dedicarla al re purchè gli assegnasse duemila scudi di pensione, e Francesco non stimò d’esaudirlo. Tornato in patria, il Muzio suo ammiratore lo presentò ad Alfonso d’Avalos; e questi per cinque mattine di seguito lo ascoltò esporre la generalità e i particolari di cotesto teatro, ch’era omai la favola del mondo, e ne prese tal meraviglia, che gli assegnò quattrocento scudi di rendita, oltre cinquecento pel viaggio; e volle che al Muzio dettasse l’idea. Dormivano il Muzio e Camillo nella stessa camera, e ogni mattina quegli scriveva sottodettatura, e così nacque il libro stampato col titolo diIdea del teatro. Osceni eccessi trassero al sepolcro il Delmino di sessantacinque anni, e fu sepolto nelle Grazie a Milano: il nome di lui visse alcun tempo, le opere sue furono ristampate, e il Muzio ci descrive l’estro che sfavillava dal volto di esso quando parlava, simile a quel della sibilla sul tripode; ma chi cercasse quell’opera sua, nel poco che potrebbe intendere troverebbe le vanità d’un ciarlatano e una miscea di cabala, d’astrologia, di mitologia, di tutto insomma, eccetto quello che il titolo promette.
Giacomo Critonio (Crichton) nato altamente in Iscozia, e detto l’Ammirabile, a vent’anni sapea quanto conosceasi del suo tempo, sonava molti stromenti, parlava venti lingue, primeggiava negli esercizj cavallereschi. Di tali sue abilità volle dar mostra all’Europa, e dopo Parigi venne a Roma, affiggendo una cedola dove sfidava chiunque fosse versato in una qualunque scienza a disputar seco in qualsifosse lingua; e intanto si diede alla caccia, ai giuochi, alla cavallerizza, alla scherma. Pasquino lo canzonò dunque come un ciarlatano, ond’egli se n’andò a Venezia, ove divenne amico di Aldo Manuzio e d’altri eruditi; davanti al doge e ai pregadi orò con tanta eloquenza, da colmar tutti d’ammirazione, e la gente affollavasi a vederlo e udirlo. Passato a Padova, vi recitò le lodi di questa città; sei ore disputò coi più valenti professori sopra ogni varietà d’argomenti, confutò gli errori aristotelici, poi finì con uno stupendo elogio dell’ignoranza. Di gloria onusto, capitò a Mantova mentre il duca trovavasi dolente di aver concesso la sua protezione a uno spadaccino rinomato che già aveva ucciso tre persone: e Critonio si esibì di combatterlo, e di fatti lo trafisse a morte. Il duca pertanto, oltre mille cinquecento pistole già promessegli, il chiese maestro di suo figlio VincenzoGonzaga. Ma ecco una sera del 1583 è assalito da dodici persone mascherate; esso tien testa a tutti, finchè il loro capo, ridotto alle strette, scopre esser il principe suo allievo. Critonio se gli butta a’ piedi domandandogli scusa, ma quegli stizzito o ubriaco il passa fuor fuori. Tali e molte più avventure furono certo esagerate; ma di lui abbiamo varj componimenti di bella latinità, e di lodi altissime l’onora Paolo Manuzio.
Altro ingegno bizzarro, Ortensio Landi milanese (1500-60), porge di se medesimo la più trista pittura ne’Cataloghie nellaConfutazione dei Paradossi: contraffatto, di volto tisicuccio e macilento, sordo, benchè sia più ricco d’orecchie che un asino; mezzo losco, piccolo di statura, labbra d’etiope, naso schiacciato, mani storte, color di cenere, favella e accento lombardo, quantunque molto s’affaticasse di parer toscano; pazzarone, superbo, impaziente ne’ desiderj, collerico sin alla frenesia, e composto, non come gli altri uomini di quattro elementi, ma d’ira, di sdegno, di collera e d’alterizia. Le opere sue lo scoprono temerario, arguto, vigoroso; batte tutte le verità, non con serrato argomentare, ma con scettica burla; sputacchia gl’idoli del suo tempo; dice il contrario di quel che pensa la comune e che forse pensa egli stesso, e maschera di pazzia la libertà. Il Boccaccio è la bibbia dei pedanti? ed esso lo conculca come imbecille, incolto, ruffianesco, spregevolissimo, e amar meglio il parlar milanese e bergamasco che il boccaccevole. Bestemmia quell’animalacciod’Aristotele, lodando Lutero che se n’emancipò. Muore Erasmo, e tutti l’elevano al cielo come si fa sulle tombe recenti: ed esso lo mette in canzone. Se la piglia coi Toscani per fatto della lingua; encomia l’infedeltà conjugale, il libertinaggio e i pregiudizj. Eppure non gli mancano nobili aspirazioni; nelCommento delle cose più notabili e mostruose d’Italiamena una specie diviaggio burlesco traverso al bel paese, mostrandone il decadimento; contro i vizj che lo producono s’irrita fin all’invettiva; e torna ogni tratto, e principalmente nel libroDe persecutione Barbarorum, a scagliarsi contro i principi e prelati, solleciti a nodrir buffoni, più che uomini dotti. Fastidito de’ costumi italiani, e desideroso «d’una patria libera, ben accostumata e del tutto aliena dall’ambizione», andò in Isvizzera e fra’ Grigioni: ma se quivi sulle prime «fu allettato da un soavissimo odore d’una certa equalità troppo dolce e troppo amabile», ben presto vi scôrse «tanta ambizione e tanto fumo, che fu per accecarne».
Che importa qualche goccia di senno in un mar di follie, d’immoralità, d’empietà? Egli medesimo disdiceasi, contraddicevasi, e sempre con pari sicurezza; i suoi Paradossi confutò egli stesso coll’accannimento d’un nemico; nellaSferza degli antichi e moderni scrittorimena a strapazzo non solo gli autori, ma le scienze stesse; eppure finisce coll’esortare i giovani allo studio. Conosceva ben addentro gli autori antichi, e, come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo; ma quello nei libri non avea; se questo avesse in cuore, Dio lo sa[176].
Insomma costoro personificano la parte rivoluzionaria della letteratura, in lizza colla madrigalesca e accademica, però in nome soltanto del materialismo, con fantasie sbrigliate, invocando il privilegio della pazzia[177], drappeggiandosi nella propria abjettezzaper isfuggire la persecuzione; e niuna fidanza ponendo nell’efficacia riparatrice della letteratura, l’ardor razionale non esercitavano nell’esame, ma svampavano nel riso.
Ed ecco farcisi innanzi il più sguajato esempio del domandare, del lodare, del censurare. Per un sonetto contro le indulgenze merita costui d’essere cacciato da Arezzo, dov’era nato in un ospedale, non avendo altro nome che di Pietro, cui aggiunse quel della patria (1492-1557). A Perugia vede dipinta una Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli nottetempo vi dipinge un liuto che essa in quell’atto sembra sonare; vive alcun tempo di legar libri, col che conosce opere e letterati; poi spintosi fin a Roma pedone e senza bagaglio, dal Chigi, mecenate di Rafaello, è ricevuto per valletto, poi cacciato per ladro; ma egli campa di scostumatezze, si fa cappuccino, si sfrata, adula, sparla; busca un bell’abito, e con quello si presenta a Leone X offrendogli un elogio, e ricevendone un pugno di ducati; offre elogi a Giuliano Medici, e n’ha un cavallo, e ottien rinomanza collo scrivere in quel modo, che non richiede altro che sfacciataggine.
E la sfacciataggine è l’unica scienza di costui. Ingegno naturale non educato, «come un asino (diceva) io non so nè ballare nè cantare, ma far all’amore». Guardatosi attorno, s’avvide che sfrontatezza e ribalderia gli procaccierebbero gloria meglio che le placide virtù; e traendo al peggio la potenza della stampa, di mezzo ai sonetti sospirosi e ai torniti periodi si pone ad avventare limacciosi strapazzi in istile bislacco; simile all’assassino, apposta la gente inerme sulla via, e intima, — La borsa, o vi ammazzo con uno scritto». Cuculiando gli studiosi e gl’imitatori, vantavasi di non somigliarli; sapea vilipendere le lettere allorchè tutti le idolatravano; scaraventare metafore tra la forbitezzaeunuca degli umanisti; metter impeto ed estri ove gli altri accuratezza e gelo. E diceva: — Ascoltate, acciò chiaro s’intenda se più meritano in sè lode di gloria della natura i discepoli, ovvero gli scolari dell’arte. Io mi rido dei pedanti, i quali si credono che la dottrina consista nella lingua greca, dando tutta la riputazione allo inbusinbasdella grammatica... Io non mi son tolto dagli andari del Petrarca e del Boccaccio per ignoranza, che pur so ciò ch’essi sono; ma per non perdere il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia di volermi trasformare in loro. Più pro fa il pane asciutto in casa propria, che l’accompagnato con molte vivande su altrui tavola. Imita qua, imita là; tutto è fava, si può dire alle composizioni dei più... Di chi ha invenzione, stupisco; di chi imita, mi faccio beffe: conciossiachè gl’inventori sono mirabili, gl’imitatori ridicoli. Io per me d’ognora mi sforzo di trasformarmi talmente nell’uso del sapere, nella disposizion dei trovati, che posso giurare d’esser sempre me stesso, ed altri non mai. Non nego la divinità del Boccaccio; confermo il miracoloso comporre del Petrarca; ma sebbene i loro ingegni ammiro, non però cerco di mascherarmi con essi: credo al giudizio dei due spiriti eterni, ma credendoli vado prestando un po’ di fede al mio»[178].
Con uno scrivere contorto e scarmigliato, con frasi affettate e fuor di luogo, con metafore sbardellate[179], stupiremmo che fosse salito a potenza così irrefrenata, se anche ai dì nostri non la vedessimo usurpare nelle gazzette da chi ha la fronte di dire e fare ciò cheonest’uomo non ardisce. Su quel tono dunque egli scriveva satire, commedie, lettere, libelli, e li dedicava a persone virtuose e a sacre; e alla vita e genealogia di tutte le cortigiane di Roma, al dialogo di Maddalena e Giulia, a libri di cui neppur il titolo si può trascrivere, alternava prediche e i sette salmi e il Genesi e dell’umanità di Cristo e vite di santi e opere d’asceticismo esagerato, nelle quali c’era di che bruciarlo quanto nelle laide.
Così divenne terribile; cerco e scacciato da chi imitava o aborriva la scapestrata sua vita, o ne temeva gl’irreparabili assalti[180]. — Io mi trovo a Mantova appresso il signor marchese, e in tanta sua grazia, che il dormire e il mangiare lascia per ragionar meco, e dice non aver altro intero piacere, ed ha scritto al cardinale cose di me, che veramente onorevolmente mi gioveranno; e sono io regalato di trecento scudi, e gran cose mi dona. A Bologna mi fu cominciato ad esser donato; il vescovo di Pisa mi fe una casacca di raso nero, che fu mai la più superba; e così da principe io venni a Mantova». Avendo Giulio Romano dipinti, e Marc’Antonio Raimondo incisi sedici voluttuosi atteggiamenti, l’Aretino impetra ad essi il perdono da Clemente VII, e intanto li correda di altrettanti sonetti descrittivi; e quest’infame alleanza di belle arti corse il mondo, e crebbe la deplorabile fama diPietro. Cacciato allora da Roma «che sembra con esso perdere la vita», va e ricovera al campo di Giovanni dalle Bande nere, e v’arriva mentre questi avea concesso a’ suoi unanotte franca, cioè di potere abbandonarsi ad ogni lor voglia; sicchè pensate gli stravizzi, le risse, i furti, gli amori rapiti o pagati o conquisi, le violenze, la scena d’inferno, e come l’Aretino vi si trovasse nel proprio terreno. E Giovanni, ribaldo quanto qualunque de’ suoi ribaldi, si compiace di sì bell’acquisto, lo vuol sempre a tavola, spesso a letto seco, pensa farlo principe[181], e gli scrive: — Il re jeri si dolse ch’io non t’avea menato meco al solito; diedi la colpa al piacerti più lo stare in corte che in campo. Mi replicò che ti scrivessi, facendoti qui venire. So che non manco verrai pel tuo benefizio che per veder me, che non so vivere senza l’Aretino». Questo re gli regalò una catena d’oro; ed esso ilDialogo delle corti, «come l’ostia della virtù sull’altare della fama consacrò al nome del glorioso Francesco I, creatura saggia ed anima piena di valore».
Don Ferrante Gonzaga gli passava una pensione. Luigi Gonzaga gli spediva versi e denaro; e l’Aretino rispondevagli trovandoli scarsi: — Se voi sapeste sì ben donare come sapete ben versificare, Alessandro e Cesare potrebbero andare a riporsi. Attendete dunque a far versi, poichè la liberalità non è vostr’arte»[182]. Guido Rangone e sua moglie Argentina Pallavicini anch’essi gl’inviavano lettere e doni; ed esso ringraziando lei d’uno scatolino con una medaglia e ventiquattro puntali d’oro, — Quanto è (soggiunge) che iole ebbi le due vesti di seta, che vi spogliaste il dì che ve le metteste? quanto è che mi daste i velluti d’oro e le ricchissime maniche e la bellissima cuffia? quanto è che mi mandaste i dieci e dieci e otto scudi? quanto è che faceste porre il trebbiano nella cantina? quanto è che mi accomodaste dei fazzoletti lavorati? quanto è che mi poneste in dito la turchina? Sei mesi sono, anzi non pur quattro»[183].
Vuol vivere, come sguajatamente scriveva, «col sudore de’ suoi inchiostri»; e denari, gioje, vesti gli fioccavano; «più di venticinquemila scudi l’alchimia del suo calamo ha tratto dalle viscere dei principi»; duemila n’aveva di pensioni; mille all’anno ne guadagnava, dic’egli, con una risma di carta e un’ampolla d’inchiostro; più di ottantamila dicono ne buscasse in tutta la vita. Eppure non gli pajono abbastanza quegli onori e quelle ricchezze. Al tesoriere di Francia che gli pagava una somma, — Non vi meravigliate se tacio; ho consumata la voce nel chiedere, e non me ne resta per ringraziare». A tanto arrivava per pura sfacciataggine, e intitolandosiper divina grazia uom libero, e vituperando i principi in generale mentre li loda ciascuno, o vituperando come gli giova per istigare le reciproche gelosie: — Emmi forza di secondare l’altezza de’ grandi con le grandi lodi, tenendomi sempre in cielo con l’ali delle iperboli. A me bisogna trasformare digressioni, metafore, pedagogerie in argani che movano e in tenaglie che aprano: bisogna far sì che le voci de’ miei scritti rompano il sonno all’avarizia».
E voi, re della terra, che vantate di non curvar più la fronte dinanzi al vicario di Dio, abbassatela al masnadiere della penna. Enrico VIII gl’invia trecento corone d’oro in una volta; mille Giulio III per un sonetto ricevutone,oltre la bolla di cavaliere di San Pietro, e lo bacia in fronte. Ma altro e’ voleva, e non ottenendo quanto le sue speranze, tornò a Venezia dicendo non aver voluto accettare il cappello rosso. Sì; fin alla speranza di diventar cardinale s’elevò costui, fiancheggiato dal duca di Parma; poi prese il nome didivinoeflagello dei principi; fu ritratto dai primi artisti, ebbe medaglie per sè, per la moglie, per la figlia, pei bastardi, e sul rovescio d’una leggevasi:I principi tributati dai popoli il servo loro tributano.
Carlo V gl’inviò una collana del valore di cento zecchini, dopo sconfitto in Barberia, perchè nol beffasse, ma egli rispose: — È cosa ben piccola per una sciocchezza sì grande». E Carlo, che aspirava alla monarchia universale, tributò onori e una pensione aldivino; se lo fece cavalcar alla destra a Bologna, ond’egli scriveva: — Gran cosa che, non pur mi sia il di lui favore successo siccome a me il divisate, ma la mansuetudine del religioso imperadore ha d’assai avanzato l’opinione di voi nello affermarvi che, riscontrandolo per ventura per il cammino, m’imporrebbe il cavalcare con seco, fin a darmi la man destra che mi diede, atto tanto degno della sua clemenza, quanto indegno della mia condizione. Io certamente sono uscito di me in udirlo e in vederlo; conciossiachè chi non l’ode e nol vede, immaginarsi non può l’inimmaginabile senno della umana famigliaritade di quella piacevole grazia...»
E con che arti gli s’insinua? col protestargli che i pittori gli han fatto torto ne’ ritratti, col parlargli d’Isabella sua moglie defunta; «nel poi dirgli io, che non pensava che le mie carte fossero lette da lui che tiene in sè le faccende del mondo, rispose che tutti i grandi di Spagna aveano copia di quanto gli scrissi sulla ritirata d’Algeri, la cui impresa minutamente contandomi, mi scoppiò l’anima nel pianto, sì mi commosse la tenerezzaudendogli dire:E a che fine voleva io più venirci, se in cotal fatto moriva tanta gente per me!Ancora sento il timido della sonora favella augusta... Il mio non esser punto vano mi faceva dimenticare il suo aver chiamato a sè cavalcando i miserabili veneti ambasciadori, alle cui solenni spettabilitadi disse:Amici onorati, certo che non vi sarà grave dire alla Signoria ch’io le chieggo in grazia di tener rispetto alla persona dell’Aretino, come cosa carissima alla mia affezione».
Altra volta scriveva: — Leone e Clemente, in cambio d’asciugarmi il sudore della servitù colle pronte mani del premio, le intinsero con presta crudelità nel mio sangue, non per altro che per esser io senza inganni, perchè l’adulazione non mi guasta, perchè la crapula fuggo, perchè procedo alla libera, perchè conosco i ribaldi, perchè aborrisco gl’ingrati, e perchè non lo vuo’ dir per modestia, eppure si sa nè si nega, per sì môre offesa e sì turche non manco di battezzata credenza alla Chiesa; del che fanno pubblica fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi... Intanto è manifesto ch’io son noto al Sofì, agl’Indiani ed al mondo, al pari di qualunque oggi in bocca della fama risuoni. Che più? i principi, dai popoli tributati, di continuo me loro schiavo e flagello tributano. Io non allego la forza dello incredibil miracolo per superbia che n’abbi o per vanto; ma ne favello per confessare a me stesso l’obbligo che ho con Dio, che mi ha fatto tale»[184].
Tardasi a donare? minaccia di porre Cristo in man de’ Turchi: — Intanto comincio a metter la penna in tutto il leggendario dei santi, e tosto ch’io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provvegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne’ futuri secoli ilmondo; imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria moverlo a lasciar la moschea per la chiesa». È regalato scarsamente? rifiuta: — Ho rimandato i dieci ducati, pregandolo che si degni, nel ritor del suo dono, di rendermi le lodi da me dategli; imperocchè non mi pare onesto di onorare chi mi vitupera nel modo che mi vituperebbe lo aver accettato cotal piuttosto limosina da mendici che presenti da virtuosi. Certo che a quelli che comprano la fama, conviene esser larghi da senno, dando, non secondo il grado del loro animo, ma come richiede la condizione di chi gliene rende; conciossiachè i poveri inchiostri hanno che fare a sollevare un uomo impiombato in terra da ogni demerito». A Francesco I scriveva: — Astenetevi dal promettere almeno ai virtuosi, acciò consumati dietro a la speranza, non abbino con che mordervi la fama... Non sapete voi, sire, che non si conviene al grado della vostra altezza il non rammentarvi dei seicento scudi che, con il moto proprio della reale lingua, diceste al messo mio che qui mi si pagherebbero da lo imbasciatore?... E perciò la gloria vostra riguardi la ingiuria che fa a se medesima, mentre indugia la mercede offerta da se stessa a me che la predico».
Se talora indignati lo caccino, restagli aperta Venezia, «ricevitrice d’ogni bruttura», come dice il Boccaccio, dove il vivere licenzioso è in moda, e libera ogni cosa fuorchè il parlar di Stato. — Io (scrive al doge Gritti) io, che nella libertà di cotanto Stato ho fornito d’imparare a esser libero, refuto la corte in eterno, e qui faccio tabernacolo in perpetuo agli anni che ne avanzano; perchè qui non ha luogo il tradimento, qui il favore non può far torto al diritto, qui non regna la crudeltà delle meretrici, qui non comanda l’insolenza degli effeminati, qui non si ruba, qui non si sforza, qui non si ammazza. Perciò io che ho spaventato i rei edassicurati i buoni, mi dono a voi, padri dei vostri popoli, fratelli dei vostri servi, figliuoli della verità, amici della virtù, compagni degli strani, sostegno della religione, osservatori della fede, esecutori della giustizia, eroi della caritade, e subjetti della clemenza. Per la qual cosa, principe inclito, raccogliete l’affezion mia in un lembo della vostra pietà, acciò ch’io possa lodare la nutrice dell’altre città, e la madre eletta da Dio per fare più famoso il mondo, per raddolcire le consuetudini, per dare umanità all’uomo, e per umiliare i superbi perdonando agli erranti... O patria universale! o libertà comune! o albergo delle genti disperse!» Torna a Roma? — Fuori da me sempre fui, non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la corte a vedermi, non m’incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re, non da servo. Veramente si è visto il tumulto de’ popoli, che in ciascuna terra che siam passati, hanno dimostrato nel caso miracoloso del contemplarmi, dell’onorarmi e presentarmi di sorte che la peste dello stesso veleno ha sprofondato sotterra l’invidia... Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo divoto».
Qual meraviglia se gonfiavasi in superbia? — Tanti signori mi rompono continuamente la testa colle visite, che le mie scale son consumate dal frequentar de’ loro piedi, come il pavimento del Campidoglio dalle ruote di carri trionfali. Nè mi credo che Roma, per via di parlare, vedesse mai sì gran mescolanza di nazioni, come è quella che mi capita in casa. A me vengono Turchi, Giudei, Indiani, Francesi, Tedeschi e Spagnuoli. Del popol minuto dico nulla; perciocchè è più facile di tor voi dalla divozione imperiale, che veder me un attimosenza soldati, senza scolari, senza frati e senza preti intorno: per la qual cosa mi par essere diventato l’oracolo della verità, da che ognuno mi viene a contare il torto fattogli da tal principe o da cotal prelato; onde io sono il segretario del mondo, e così m’intitolate nelle soprascritte... Qual dotto in greco e in latino è pari a me in vulgare? quali colossi d’argento e d’oro pareggiano i capitoli, ne’ quali ho scolpito Giulio papa, Carlo imperatore, Caterina regina e Francesco Maria duca? Se io avessi predicato Cristo nel modo che per me si è laudato Cesare, avrei più tesori in cielo, che non ho debiti in terra»[185].
Per onore dell’umanità vorremmo crederli nulla più che un bugiardo galloriarsi di quel vituperoso briffaldo, se non ce ne rimanessero documenti; e principi più elevati, quei delle lettere e delle arti, gli porsero tributo. Il Bertussi dedicava i madrigali del Cassola al divinissimo signor Pietro Aretino: Alessandro Piccolomini, scrittore moralista, gli professava stima, e lo fece iscrivere tra gli Infiammati di Padova. Quando Adria sua bastarda andò sposa a Bernardino Rota, gli Urbinati le furono incontro per otto miglia, e poichè era notte quando tornarono, si posero i lumi a tutte le finestre. Frà Bellandini gli mandava un’elegia sull’Assunzione, e quattro sonetti al sepolcro di Cristo, per averne il parere: ne accettava le lodi il piissimo Beccadelli. Fausto da Longiano, precettore e poligrafo, che moltissimo si mosse, ed ebbe qualche somiglianza e grand’amicizia coll’Aretino, nelle lettere a questo loda sguajatamente se stesso e lui, fin a dire che un suo fratello predicatore avea terminato una predica coll’asserire che se la natura e Dio voleano riformar la razza umana, non poteano far meglio che produrre molti Aretini. Aldo Manuzio gli scriveva: — Nonmi meraviglio che i maggiori principi e re del mondo temano ed onorino le forze della vostra eloquenza, nè che i pontefici vi bacino in fronte, nè che gl’imperatori vi pongano a man dritta; maravigliomi piuttosto che non dividano le signorie con voi, comprando l’immortalità che può dar loro la virtù vostra, per quanto ella vale». E la pia e casta Veronica Gambara: — Divino messer Pietro mio, mio figliuolo mi pregò in nome vostro ch’io fossi contenta di far un sonetto in lode della avventurosa donna novellamente amata da voi... Ve lo mando qui incluso»[186]. L’Ariosto il collocò fra quelli onde Italia si onorava: Ferdinando d’Adda, rettore dell’Università di Padova, gli dirigeva un epigramma ove il mette di sopra di Carlo V e Francesco I: nessun’accademia voleva esser senza il suo ritratto, il quale vedeasi ne’ gabinetti de’ principi come nelle bettole e ne’ lupanari: la città d’Arezzo lo dichiara nobile e gonfaloniere onorario: c’è un volume di lettere in sua lode: che più? lo denominarono persino il quinto evangelista.
Diciamo altrettanto degli artisti. Il Sanmicheli era frequente bersaglio di sue celie, onde montava sulle furie, ma essendo timorato di Dio, pentivasene tosto, e gli mandava frutti e leccornie, ch’egli poi godeva col Tiziano e col Sansovino. Il Vasari si loda ogni tratto di esso, e gli scrive: — Se nello intervallo di qualche mese non vi ho visitato, non è per questo che ogni minuto d’ora non vi ricordi e ancora non visiti con l’animo riverentemente quella gran presenza ch’è in voi; e così come il ricordarvi e il vedervi mi fa sentore nella memoriadi riguardare la divinità della vostra virtù, dove si specchia ogni persona rara, che delle cose mirande che la natura produce fa che la vostra è più colma di meraviglia; e ben gloriare mi poss’io nell’età sì giovane essere stato da un Pietro tale chiamato figlio, a aver meritato dalle virtù sue esser messo nelle sue opere»[187].
Il Tiziano ne prendeva consigli, lo dipinse[188]più volte, e da Augusta nel novembre 1550 scriveagli d’avere presentata una sua lettera all’imperatore, e averglisoggiunto che «a Venezia, in Roma e per tutta Italia si confermava dal pubblico che sua santità teneva buona mente circa il farvi cardinale. In questo, Cesare mostrò segno d’allegrezza nel viso, dicendo che molto gli piaceria, e che non potrà mancare di farvi piacere, ed anche soggiungendo altre parole nel caso di voi, onorate e grandissime»; e tutto ciò in presenza di suo figlio, del duca d’Alba, e d’altri gran signori. «Il duca d’Alba non passa mai giorno che non parli meco del divino Aretino, perchè molto vi ama, e dice che vuol esser agente vostro appresso sua maestà. Io gli ho raccontato che spendereste un mondo, e che ciò che avete è di tutti, e che date ai poveri fino i panni di dosso, e che siete l’onor d’Italia».
A Michelangelo «bersaglio di meraviglie, nel quale la gara del favor delle stelle ha saettato tutte le freccie delle grazie loro», l’Aretino domandava licenza di dir le sue lodi, perchè «il mondo ha molti re, e un sol Michelangelo»; e questi gli rispondeva: — M. Pietro mio signore e fratello», lo esortava a scrivere di lui, e — Non solo l’ho caro, ma vi supplico di farlo, dacchè i re e gli imperatori hanno per somma grazia che la vostra penna li nomini». L’Aretino gli mandava suggerimenti sulla cappella Sistina, e consistevano in quelle allegorie della Speranza, la Disperazione, la Vita, la Morte, il Tempo, la Fama e altrettali, che i letterati trovano sulla punta della penna, ma che mal rispondono al dovere della pittura, che è di rappresentare delle forme. E Michelangelo se ne scusa come si farebbe oggi con un giornalista, desolato di non potere dargli ascolto perchè già avanzato il lavoro.
Non crederete se la passasse liscia coi tanti che malmenava. Il Berni in un sonetto caudato gli avventò un tal risciacquo d’ingiurie e sconcezze, che dovette rimanerne ancor più ingelosito che offeso, e disperò di poterlosorpassare. Altrettanto fecero il Muzio e Bernardo Tasso; e a chi gli mostrasse il dente, esso s’acchetava; anzi il Boccalini lo chiamava «calamita de’ pugnali e de’ bastoni». Un Volta, con cui rivaleggiava nel corteggiare una contessa, gli appoggia cinque coltellate: Pietro Strozzi, nominato in un sonetto, gli manda dire che, se lasciasi uscir mai il suo nome, lo farà freddare, ed egli sel tiene per detto: l’ambasciadore d’Enrico VIII, da lui sospettato di frode nel trasmettergli i doni del re, lo fa bastonare, ed egli ringrazia Dio che gli concede forza di perdonar l’offesa. Il Tintoretto, da lui pizzicato, chiamosselo nello studio col pretesto di fargli il ritratto, e cavato un pistolese, l’andò misurando pel lungo e pel largo, e infine gli disse: — Voi siete lungo due pistolesi e mezzo, ve ne ricordi»; e lo rimandò collo spavento, e l’ebbe da poi lodatore.
Si raccolse infine a Venezia, quivi scapestrando in amori, e insieme facendo del bene a partorienti, a pitocchi; finchè, ridendo all’ascoltare dalle sue sorelle, che tenevano postribolo, le salacità da tal luogo, cascò dalla scranna, e si percosse a morte. Ricevuto l’olio santo, sclamò: — Guardatemi dai topi or che son unto», e morì in luogo e modo degni di sua vita.
Contro di lui era diretto il «Terremoto del Doni fiorentino, colla rovina di un gran colosso, bestiale anticristo della nostra età, opera scritta ad onor di Dio e della santa Chiesa per difesa non meno dei buoni Cristiani», con una prefazione «al vituperoso, scellerato e d’ogni tristizia fonte ed origine Pietro Aretino, membro puzzolente della pubblica falsità, e vero anticristo del secol nostro».
Questo Anton Francesco Doni da Firenze (-1574), servita, poi prete secolare, «vivendo dikyrieleisone difidelium animæ», bizzarrissimo come uomo e come scrittore, stampava opere, che poi riproduceva sotto mutatotitolo, e lavori altrui pubblicava col proprio, sempre variando di mecenati, per buscare. Le sueLibreriesono cataloghi e giudizj di opere, ma talora fine o mutate a capriccio, e sempre inesatti. LaZucca, iMarmi, iMondi, lePitture, iPistolotti, e l’infinità de’ libercoli suoi riboccano di capresterie pazzesche, non ben discernendosi quando burli o parli da senno. Volle sin fare una dichiarazione sopra il terzo dell’Apocalisse contro gli Eretici.
Ferocissimamente lo nimicò Lodovico Domenichi (-1564), scrittore spiritoso e vuoto, vissuto in corte de’ Medici e sotto i cui auspizj si formò a Piacenza sua patria un’accademia, che avea per patrono Priapo e le costui insegne. Egli stampò come originali alcune traduzioni, e come sue delle opere altrui, fra le quali un dialogo, che dieci anni prima era comparso fra iMarmi, e a cui allora aggiungeva tre invettive contro il Doni. Il quale, oltre la taccia di plagiario, allora molto comune, in una lettera che rimane a suo perpetuo vitupero[189]lo accusava con infamie da spia, ed ebbe il dispetto di non vedere esaudita la sua ira. Eppure fin medaglie si coniarono al Domenichi[190].
Amico, nemico, imitatore dell’Aretino, Nicolò Franco beneventano (-1569) cerca incessantemente e ottiene, e ne’ suoi sonetti l’accocca a re, a papi, a cardinali, a letterati, al concilio di Trento, con vomito di rabbia e di sudiceria. L’Aretino lo adoprò per iscrivere satire e per farsi correggere i proprj scritti, come dotto che era di latino e greco: poi guastatisi, Nicolò intitolossiflagello del flagello, con oscenità grossolane il serpentava, «agli infami principi dell’infame secolo» diresse un virulento rimbrotto de’ favori a un tal mostro conceduti, e — Principi, io v’ho parlato in rima, ed ora vi parlo in prosa. Che parte aggiate fra tante infamie vel potrete conoscere, se la vostra trascuraggine non sia così ciecain leggere com’è stata in donare». Fece i commenti allaPriapea, e toccò anch’egli pugnalate eroiche, come diceva l’Aretino: ma avendo pizzicato persona potente, o piuttosto a punizione delle scritture ed azioni infami, Pio V il condannò alla forca. Il Franco esclamò: — Questo è poi troppo», e fu strozzato.
Di perversità men profonda, ma non meno bizzarro a conoscersi è Benvenuto Cellini da Firenze (1500-70), che direste un disutile millantatore, se nol conosceste uno de’ più lodati artisti. Suona di cornetto e di flauto, e se ne vanta non men che del suo bulino; tutto ammirazione pe’ bei colpi degli spadaccini, e per coloro che ne’ duelli versano labravosissimaanima; onde guaj a chi gli tocca un dito, o vien con esso a paragone di mestiere! non ha parole bastanti per denigrarlo, e nella sua jattanza non comporta d’essere posposto che aldivinissimoMichelangelo. Vengono i Tedeschi del 27? in quellainfernalitàcrudele egli serve d’artigliere; a credergli, da lui partono i colpi che uccidono il Borbone e feriscono il principe d’Orange; e si lagna gli abbiano impedito un tiro, col quale avrebbe schiacciato i capi nemici, radunati a parlamento; s’inginocchia al papa pregandolo di ribenedirlo degli omicidj fatti in servizio della Chiesa, e «il papa, alzate le mani e fattogli un potente crocione sulla figura», lo manda assolto. I principi lo hanno famigliarissimo; il granduca capita tratto tratto nella sua bottega; i principotti d’Italia, i cardinali, le mogli e le ganze di questi e di quelli gareggiano per averne qualche lavoro. Il papa gli dice: — Se io fossi un imperator ricco, donerei al mio Benvenuto tanto terreno quanto il suo occhio scorresse; ma perchè noi del dì d’oggi siamo poveri imperatori falliti, ad ogni modo gli daremo tanto pane che basterà alle sue piccole voglie». Ma i doni o non vengono o sempre inadeguati al suo merito ch’era grande, o allasua presunzione ch’era più grande ancora; le lodi gli sono contrastate: onde egli adopera una lingua che fora e taglia, e quello schioppetto «col quale e’ dà in un quattrino», e una spada eccellente con cui assalì più volte i suoi nemici e sgominò i birri.
Un oste esagera lo scotto? Benvenuto «vien in pensiero di ficcargli il fuoco in casa, o di scannargli quattro cavalli buoni ch’egli aveva nella stalla»; ma si contenta di tritargli col coltellino quattro letti. Un’altra volta tira stoccate, e il nemico gli cade morto, «qual non fu mia intenzione, ma li colpi non si danno a patti». Al papa froda bravamente l’oro, salvo a farsene assolvere; ruba fanciulle, corrompe ragazzi; e le sue ribalderie racconta con tale sicurezza, come fossero atti di giustizia; e pretende che «gli uomini come Benvenuto, unici nella loro professione, non hanno ad essere obbligati alle leggi»; e trova un gran torto quando, a trentanove anni, per la prima volta è messo prigione. Eppure ha la sua morale anch’esso, a’ servigi della passione; e se muore un suo nemico, «si vede che Iddio tien conto de’ buoni e de’ tristi, e a ciascuno dà il suo merito». È religioso, è credulo; nel Coliseo gli è fatta vedere la tregenda de’ diavoli, dov’egli solo non ha paura; messo prigione, legge continuo la Bibbia italiana, ed ha apparizioni di Dio e di santi, onde ne porta una fiammella sulla sommità del capo, «la quale si è evidente ad ogni sorta d’uomo a chi io l’ho voluto mostrare, quali sono stati pochissimi». Alfine, lieto di fuggire di Castel sant’Angelo «a dispetto di colui che in terra e in cielo il vero spiana, liberamente perdona alla santa madre Chiesa, sebben gli abbia fatto questo scellerato torto». Poi nel terribile momento della fusione del Perseo, momento le cui convulsioni non può immaginare se non chi sia artista, invoca Dio, e a questa devozione attribuisce la buona e inaspettata riuscita, e perciò va inpellegrinaggio ai santuarj «nel nome di Dio sempre cantando salmi e orazioni».
E «sempre cantando e ridendo» era ito da Firenze a Parigi tra molti pericoli della vita. Ivi si mette a vivere magnificamente con tre cavalli e tre servitori; è alloggiato in una villa reale: ma l’invidia si solleva contro di lui, ed egli si compiace di nemici potenti. Tale a Firenze era la duchessa, tale è quivi madama d’Etampes: e s’arrovella coi cortigianiscannapagnottedi colà; e sempre sono i subalterni che gli mandano attraverso le buone fortune, guastando le intenzioni dei re. Ivi trova «una certa razza di brigate, le quali si domandano venturieri, che volontieri assassinano alla strada; e sebbene ogni di assai se ne impicca, quasi pare che non se ne curino». Un altro impaccio v’incontra, le liti, perchè «subito ch’ei cominciano a vedere qualche vantaggio nella lite, trovano da venderla, e alcuni l’hanno data per dote a certi, che fanno totalmente quest’arte di comperare liti[191]. Hanno un’altra brutta cosa, che gli uomini di Normandia hanno, quasi la maggior parte, per arte loro il far testimonio falso; di modo che questi che compran la lite, subito istruiscono quattro di questi testimonj o sei, secondo il bisogno; e per via di questi, chi non è avvertito a produrne tanti in contrario, e che non sappia l’usanza, subito ha la sentenza contro». Ma quand’egli vede la causa pigliar mala piega, ricorre per suo ajuto a una gran daga, e «all’uno tronca le gambe, l’altro tocca di sorte, che tal lite si fermò»; ringraziando sempre di questa e d’ogni altra ventura Iddio.
Il suo racconto, tutto brio e bugie, non lo scrisse lui,ma lo dettava, e ben te n’accorgi all’enfasi e alle vanterie; sotto aspetto d’ingenua confidenza lo svisa, come tutte le autobiografie, coi sentimenti d’autore e con un’insaziabile jattanza, per la quale si dà vanto fin del delitto. Terribile agli altri, era o credeasi in continui pericoli; più volte assaltato, più altre avvelenato: porta i denari in dosso «per non essere appostato o assassinato come è il costume di Napoli»; il papa lo fa avvelenare con diamante in polvere, ma l’avaro orefice pesta invece un berillo; le altre volte la sua robusta costituzione trionfa. E scapola da processi di delitti orribili, talvolta col solo far fracasso, come con colei che l’accusava di peccato infame, di cui non fece altra discolpa che col gridare cominciassero dal bruciar lei, complice e paziente.
Leon Leoni tenta per invidia avvelenare il Cellini, sfregia il viso a un tedesco giojelliere di Paolo III, ond’è condannato alla galera; in Venezia fa da un sicario attentare alla vita d’un Martino suo discepolo; nella propria casa a Milano assalì col pugnale il pittore Orazio Vecellio per ammazzarlo e derubarlo; eppure egli è carezzato da Annibal Caro, chiesto e largamente rimunerato dal governatore di Milano, dal duca di Parma, da Carlo V.
Non ci s’imputi di confondere con coteste un’esistenza molto più nobile, ma che tanto ritrae del suo secolo. Nicolò Machiavelli, nato d’illustre sangue fiorentino, entra giovane agli affari; e presto nominato segretario ai Dieci della guerra, vi si mantiene quattordici anni, finchè mutata signoria è deposto: sopraggiunti i Medici, per sospetto vien messo in prigione e alla tortura; resiste al manigoldo, ma non alle blandizie del principe buon padre, al quale dal carcere dirige versi supplichevoli e scuse[192]. La repubblica ristabilita lo trascuracome ligio ai Medici: quando questi ritornano, e’ mette di mezzo amici e donne per ottenere impiego; e non contentato, piagnucola e bela, senza sapersi acconciare colla fortuna e colla propria dignità.
Capace di vedere quanto v’avea di moderno nell’antichità e d’antico nel medioevo, venuto in tempo che la assolutezza dello Stato pugnava colla democrazia sovrana, a quella s’affisse, e precorse l’età dell’onnipotenza dello Stato, oggi stabilita dappertutto fuorchè in Inghilterra. Che bizzarre origini, che strani intenti non si attribuirono al suoPrincipe! Udiamo lui stesso confessarceli: — Io mi sto in villa, e poichè seguiono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho insino a qui uccellato ai tordi di mia mano, levandomi innanzi dì; impaniavo, andavane oltre con un fascio di gabbie addosso, che pareva il Geta quando torna dal porto con i libri d’Anfitrione; pigliava al meno due, al più sette tordi. Così stetti tutto settembre; di poi questo badalucco, ancorachè dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere; e quale la vita mia dipoi vi dirò. Mi levo col sole, e vommi in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto due ore a riveder le opere del giorno passato, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o coi vicini. Partitomi dal bosco, io me ne vo ad una fonte, e di qui in un uccellare, con un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come dire Tibullo, Ovidio e simili. Leggo quelle amorose passioni, e quelli loro amori ricordanmi de’ miei, e godomi un pezzo in questo pensiero. Trasferiscomi poi in sulla strada nell’osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove dei paesi loro, intendo varie cose, e noto varj gusti e diverse fantasie di uomini. Viene inquesto mentre l’ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi, che questa mia povera villa e paulolo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’osteria: qui è l’oste per l’ordinario, un beccajo, un mugnajo, due fornaciaj. Con questi io m’ingaglioffo per tutto il dì giuocando a cricca, a tric trac, e dove nascono mille contese e mille dispetti di parole ingiuriose, ed il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così rinvolto in questa viltà, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittojo; ed in sull’uscio mi spoglio quella vesta contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni: e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento per quattro ore di tempo alcuna noja, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.
«Perchè Dante diceChe non fa scienza senza ritener lo inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscoloDe principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subjetto, disputando che cosa è principato, di quali spezie sono, come e’ si acquistino, come e’ si mantengono, perchè e’ si perdono; e se vi piacque mai alcun mio ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere; e ad un principe, e massime ad un principe nuovo, dovrebb’essere accetto; però io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano.
«Io ho ragionato con Filippo Casavecchia di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo o non lo dare; e se gli è ben darlo, se gli era bene ch’io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano non fussi, non che altro, letto: il darlo mi faceva necessità che mi caccia, perchè io mi logoro, e lungo tempo non posso stare così, che io non diventi per povertà contennendo. Appresso, il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me: e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell’arte dello Stato, non gli ho nè dormiti nè giucati; e dovrebbe ciascuno aver caro servirsi d’uno, che alle spese di altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatre anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia».
Finì l’opera al modo che conosciamo (t.IX, p. 150), e la dirigeva all’inetto Lorenzo dicendogli: — Pigli vostra magnificenza questo piccolo dono con quell’animo che io lo mando; il quale, se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo mio desiderio che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità le promettono. E se vostra magnificenza dall’apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna».
Che glien’incontrò? I tiranni nol curarono; solo alla fine il cardinale de’ Medici lo deputò al capitolo de’ frati di Carpi, e il fratello di quello gli fece un assegno affinchèscrivesse le storie di Firenze. Nella qual opera stava ben sull’avviso di non offendere, e al Guicciardini scriveva: — Essendo per entrare in certe particolarità, avrei duopo sapere da voi s’io mettami a rischio di dispiacere sia rivelando, sia rappicciolendo gli avvenimenti; consiglierommi del resto meco medesimo, e m’ingegnerò a far sì che, pur dicendo la verità, a niuno debba ella rincrescere». Fortuna fu dunque che morte il togliesse dall’impaccio di narrare i casi contemporanei, ove impossibile l’orzeggiare.
Che se lo ammiravano i politici, la sana cittadinanza gli volle male di quella sregolata politica[193], la qualedovea non liberare l’Italia dagli stranieri, ma buttarla in loro braccio pervertita e derisa.
Intanto conosciuto per bizzarro e d’opinioni singolari[194], detta sconcie commedie, e da Firenze gli scrivono: — Ora che non ci siete voi, nè giuoco nè taverne nè qualche altra cosetta non ci s’intende». A cinquant’anni spasima d’una fanciulla, e, fra altre sudicie lettere, nel gennajo 1514 scriveva al Vettori, inviandogli un sonetto amoroso: — Io non saprei rispondere all’ultima vostra lettera con altre parole che mi paressino a proposito, che con questo sonetto, per il quale vedrete quanta industria abbia usato quel ladroncello d’Amore per incatenarmi. E sono, quelle che ha messo, sì forti catene, che io son al tutto disperato della libertà. Nè posso pensar mai come io abbia a scatenarmi: e quando pur la sorte, o altro aggiramento umano, mi aprisse qualche cammino a uscirmene per avventura, non vorrei entrarvi; tanto mi pajono ora dolci, or leggiere, or gravi quelle catene; e fanno un mescolo di sorte, che io giudico non poter vivere contento senza quella qualità di vita. Io mi dolgo che voi non siate presente per ridervi ora dei miei pianti, ora delle mia risa; e tutto quel piacere ne avreste voi, se lo prova Donato nostro, il quale insieme coll’amica, della quale altre volte vi ragionai, sono unici porti e refugi al mio legno, già rimaso per la continua tempesta senza timone e senza vele». Vive discolo sempre, corifeo de’ bontemponi; e nelle regole che dettava peruna brigata compagnevole, imponeva che tutti intervenissero puntuali ai perdoni, alle feste, alle cerimonie ecclesiastiche, e insieme a tutti i balli, le colazioni, le cene, gli spettacoli, le veglie ed altri spassi, sotto comminatoria d’essere relegati gli uomini in un convento di monache, le donne in uno di frati.
Poi di mezzo a questa vita godereccia dava arguti pareri intorno alla situazione dell’Italia, o andava ad una delle tante confraternite devote, e alla sua volta vi recitava una predica sulDe profundis, conchiudendo coll’esortare a penitenza, e ad «imitare san Francesco e san Girolamo, i quali per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli alle inique tentazioni, l’uno si rivoltava su per i pruni, l’altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine, incôlti negli errori, e inviluppati ne’ lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo; perciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David,Miserere meiDeus, e con san Pietro piangere amaramente». Così predicava forse prima d’uscire a cantar la serenata: