Apri all’amante le serrate porte...Pon giù quella superbia che tu hai;Segui il regno di Venere e la corte...Usa pietà, e pietà troverai.
Apri all’amante le serrate porte...Pon giù quella superbia che tu hai;Segui il regno di Venere e la corte...Usa pietà, e pietà troverai.
Apri all’amante le serrate porte...
Pon giù quella superbia che tu hai;
Segui il regno di Venere e la corte...
Usa pietà, e pietà troverai.
Perocchè questi ritorni dalla dissipazione e dalla corruttela a sentimenti pii e religiosi son naturali in tempo che l’educazione vi predisponeva; e non c’è artista, compresi l’Ariosto e il Cellini, che non sentisse rinascer il bisogno di raccogliersi talvolta a Dio, e rinnovare quelle pratiche in cui gli avea nodriti la madre. Di Michelangelo già lo vedemmo; e compreso d’ammirazione per la natura semplice, al Vasari scriveva: — Io ho avuto questi dì nelle montagne di Spoleto a visitare que’ romiti, in modo che io son tornato men che mezzo a Roma, perchè veramente non si trova pacese non ne’ boschi». Esso Vasari, tutto arte, pur a tratto sentivasi preso dalle bellezze naturali e dalle ispirazioni della pietà; e quando, alla morte del duca Alessandro[195], vide interrotti i suoi lavori, sicchè preso da melanconia temeva un cattivo fine, risolse darsi alla solitudine e all’arte sua, «e così offenderò meno Iddio, il prossimo e me stesso. La solitudine sarà in cambio dello stuolo di coloro che, per lodarti e per metterti innanzi, sei obbligato a temerli, amarli e presentarli; dove in essa contemplazione d’Iddio, leggendo si passerà il tempo senza peccato, e senza offendere il prossimo nella maldicenza». Avendogli poi Giovanni Pollastra suggerito di ricoverare fra i monaci di Camaldoli, di là gli scriveva: — Siate voi benedetto da Dio mille volte, poichè sono per mezzo vostro condotto all’ermodi Camaldoli, dove non potevo, per cognoscer me stesso, capitare in luogo nessuno migliore; perchè, oltre che passo il tempo con util mio in compagnia di questi santi religiosi, i quali hanno in due giorni fatto un giovamento alla natura mia sì buono e sano, che già comincio a conoscere la mia folle pazzia dove ella ciecamente mi menava, scorgo qui in questo altissimo giogo dell’Alpe, fra questi dritti abeti, la perfezione che si cava dalla quiete; così come ogni anno fanno essi intorno a loro un palco di rami a croce, andando dritti al cielo; così questi romiti santi imitandoli, ed insieme chi dimora qui, lassando la terra vana, con il fervore dello spirito elevato a Dio alzandosi per la perfezione, del continuo se gli avvicina più; e così come qui non curano le tentazioni nemiche e le vanità mondane, ancorchè il crollare de’ venti e la tempesta gli batta e percuota del continuo, nondimeno ridonsi di noi, poichè nel rasserenar dell’aria si fan più dritti, più belli, più duri e più perfetti che fussero mai, che certamente si conosce che ’l cielo dona loro la costanza e la fede; così a questi animi che in tutto servono a lui. Ho visto e parlato sino a ora a cinque vecchi di anni ottanta l’uno in circa, fortificati di perfezione nel Signore che m’è parso sentir parlare cinque angioli di paradiso; e stupito a vederli di quell’età decrepita, la notte per questi ghiacci levarsi come i giovani, e partirsi dalle lor celle, sparse lontano centocinquanta passi per l’ermo, venire alla chiesa ai mattutini ed a tutte l’ore diurne, con un’allegrezza e giocondità come se andassero a nozze. Quivi il silenzio sta con quella muta loquela sua, che non ardisce appena sospirare, nè le foglie degli abeti ardiscono di ragionar co’ venti; e le acque, che vanno per certe docce di legno per tutto l’ermo, portano dall’una all’altra cella de’ romiti acque, camminando sempre chiarissime, con un rispetto maraviglioso».