57.Due pajono i Colantonio. I primordj dell’arte a Napoli furono ingombrati di favole da Bernardo Dominichi,Vite dei pittori, scultori e architetti napoletani; seguitato dal Lanzi. Volea correggere i troppi errori Enrico Guglielmo Schulz prussiano, che da molti anni lavorava a una storia delle arti nell’Italia meridionale, ma morì precoce. Masuccio secondo forse scomparirà dalle storie successive. Si veda ilDiscorso sui monumenti patrj, dell’architetto Luigi Catalani. Napoli 1842.Quasi ogni scuola, anzi ogni paese ha storie artistiche particolari, comeMariotti,Lettere pittoriche perugine;Vidoni,La pittura cremonese;Averoldi,Pitture scelte di Brescia;Zamboni,Memorie intorno alle fabbriche di Brescia;Pino,Dialogo della pittura veneziana;Morona,Pisa illustrata nelle arti del disegno;Trotti per Bergamo, Milanesi e Porri per Siena, Cricco per le arti trevisane, Maniago per le friulane, Malvasia, Ridolfi ecc. e i recenti editori del Vasari e il Cavalcasella.58.Appartiene agli aneddoti plateali la povertà del Correggio e la tenuità dei prezzi attribuiti alle sue opere. Il Tiraboschi ricavò dalle carte che, per la cupola di San Giovanni cogli ornamenti aggiunti alla nave maggiore, toccò quattrocentosettantadue zecchini; millecento per la cupola della cattedrale, cento per la Madonna e sant’Antonio, ottanta pel san Girolamo, quarantasette e mezzo scudi d’oro pel quadro della Notte, ora a Dresda. I moltissimi errori tradizionali sul conto del Correggio furono confutati da Tiraboschi, Pungileoni, Affò; e parecchi documenti si pubblicarono da poi. Al disegno che nella biblioteca Ambrosiana è indicato come lafamiglia del Correggio, e che offre un vecchio, colla moglie ancor giovane, e una figliuola e tre ragazzi a piè nudi, bisognerà cambiar titolo; giacchè il Correggio di ventisei anni sposò Girolama Merlini di sedici, e n’ebbe un maschio e tre ragazze.59.Enrico Mortara, in un’affettata biografia di questo pittore, dubita se alchimiasse, e se intagliasse in legno. Il tipo delle sue Madonne vorrebbesi riconoscere nella famiglia Beduschi. Alla Carossa, un miglio da Casalmaggiore, additano la cascina ove dicono morisse di sifilide sopra un pagliajo.60.Paolo, non molto abile nel frescare, volea sempre seco lo Zelotti in tale uffizio.61.L’Algarotti,Opere, tom.VIII, p. 26, dice che Paolo della sua Cena ebbe soli novanta ducati d’oro, «siccome io ho ricavato dai quaderni della celleraria del monastero di San Giorgio Maggiore». Noi addurremo il contratto qual si legge nell’archivio di esso San Giorgio, donde apparirà quanto l’Algarottiricavassemale:«Addì 6 zugno 1562.Se dichiara per il presente scritto, come in questo giorno il padre don Alessandro da Bergamo procurator, e io don Mauritio da Bergamo cellerario, semo rimansi dacordio con messer Paulo Caliar da Verona pictor di far uno nostro quadro nel refectorio novo, di la larghesa et alteza ch se trova la fazada, facendola tutta piena, facendo la istoria di la cena del miracolo fatto da Cristo in Cana Galilea, facendo quella quantità de figure che le potrà intrar acomodadamente, et che si richiede a tale intentione: metendo il detto messer Paulo la sua opera de pictor et ancor tutte le colori de qual sorte se sia, et così la tela et ogni altra cosa che se possa intrar a tuti soe spesi. Et il monasterio mettira solum la tela simplizamente, et farà far il telaro per ditto quadro; del resto poi inchiudarà la tela a soi spesi et altre manifatura a che le potrà intrar. Et il detto messer Paulo sarà obligado a metter in ditta opera boni et optimi colori, et no mancar in niuna cosa dove abia a intrar oltremarin finissimo, et altre colori perfettissimi che siano aprobati da ogni perito. Et per sua mercede l’abiamo promesso per detta opera ducati trecentovintiquatro da ll. sei ss. quattro per cadauno, dandoli detti danari alla zornada secondo farà bisogno; et per capara le abiamo dato ducati cinquanta, promettendo il detto messer Paulo dar l’opera finita alla festa de la Madona de septembre 1563; et sopra mercado le abiamo promesso una botta di vino condotta in Venezia, da esser data a sua requisition. Et il monasterio le darà le spese di bocca per el tempo che lavorerà a detta opera, et averà quelle spese di bocca che se manzarà in refectorio. Et in fede».Seguono le sottoscrizioni e la quitanza finale di ducati trecento di esso Paolo, sotto il 6 ottobre 1563.62.Antonio Campi pittore e storico numera molte Cremonesi del suo tempo, celebri nelle belle arti o per virtù. Al 1572, altre pittrici del cinquecento conosciamo; e suor Plautilla Nelli bolognese, non potendo uomini, copiava donne, sicchè diceano che facea non Cristi ma Criste. Altre monache, e principalmente Domenicane, coltivarono le arti belle.63.Di bel gotico sono a Venezia il coro di San Zaccaria, la porta della Carta, il portico del palazzo dogale verso la scala de’ Giganti, la facciata di San Giovanni e Paolo, il monumento del doge Foscari, ecc.64.Ma l’architetto di quel palazzo non fu il Calendario, e piuttosto Pietro Baseggio: nè la facciata e la scala de’ Giganti sono del Bregno, indicato dalla tradizione, se pur questo non era il soprannome del Rizzo. Un’iscrizione infissa nella gran finestra del palazzo ducale, che dà sul molo, porta:Mille quadrigenti currebant quatuor anniHoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit.Dunque già allora parte della facciata era costruita. Forse nel 1424, additato da due cronache contemporanee, si fece la porzione che va dalla tredicesima colonna fin alla porta della Carta. Ma come spiegare la bellezza de’ capitelli, che li mostra posteriori al 1404? Il lavoro continuò fino al settembre 1463, quando «fo saldado la raxon a maistro Pantalon et a maistro Bartolamio tajapiera per el lavor del palazzo a lor deliberado». Questo Bartolomeo Bon, autore dell’ammirata porta della Carta nel 1439, è differente dal Buono, che diresse la fabbrica delle Procuratie vecchie e il campanile di San Marco. Tutto ciò consta da documenti recentemente scoperti. Il Morelli pubblicòNotizia d’opere di disegni nella prima metà del secoloXVI, esistenti in Padova Cremona, Milano, Pavia, Bergamo, Crema e Venezia(Bassano 1800), tratta da manoscritti di Apostolo Zeno, e con copiose annotazioni. Meglio giovano i documenti che pubblicò il Cadorin ne’Pareri diXVarchitetti sopra il palazzo ducale. VediZanotto,Il palazzo ducale illustrato, 1854.65.Di costui trovo a Ravenna un altare e un sepolcro in San Francesco, un san Marco in duomo del 1491.66.Il cardinale Zen nel 1501 testò lasciando cinquemila ducati, perchè in San Marco gli si facesse la sepoltura di bronzo, altri milleseicento per ornare la cappella, e duemila da investire in beni stabili, del cui reddito vestir gentiluomini di casa Zen con mantello nero ogni suo anniversario, e cinquecento per un paliotto broccato con velluto e oro, da mettere quel giorno; al Sant’Antonio di Padova ducati cinquemila per una cappella con messa quotidiana; al duomo di Vicenza ducati cinquemila per una messa quotidiana e altre opere pie; al San Marco di Venezia nove grandi vasi d’argento; ai poveri di Venezia diecimila ducati; dodicimila per la fabbrica di San Fantino, oltre minori legati; e dell’avanzo, consistente in oro, argento, gemme, costituiva eredi Alessandro VI e la repubblica di Venezia.67.Alcuni bronzi della loggetta sono di Tiziano Aspetti, che altri lodevolmente ne fuse a Bologna. Nella necessità della guerra turca, la repubblica impose tassa su tutti, eccettuati Tiziano e Sansovino. Francesco, costui figlio, lasciò una descrizione di Venezia. Il Sansovino allevò Tommaso Lombardo da Lugano, buon architetto, mediocre scrittore e cattivo cantore di Marfisa.68.Menzioneremo anche l’Architetturadi Antonio Labacco.69.Ha ventotto metri di corda, ventidue di larghezza, e sorge metri sette sopra l’acqua media. Or ora l’abate Magrini, autore delleMemorie del Palladio, raccolse dai documenti che quel ponte fu architettato da Giovanni Aluise Bolchi, patrizio, di cui null’altro si conosce.70.VediBassi,Dispareri in materia d’architettura e di prospettiva. 1572.71.Che i baluardi del Sanmicheli non fossero i primi è dimostrato dal Promis nei Commenti al Martini, ii. 300. Attorno a Firenze già n’erano nel 1526; a Urbino dopo il 1521; a Bari prima del 1524. Nell’assedio di Rodi nel 1522, i baluardi già erano formati alla moderna per opera di Basilio della Scala vicentino, ingegnere di Massimiliano I e Carlo V: nel 1518, Carlo III di Savoja aggiunse baluardi siffatti al castello sul monte di Nizza: nel 1518 Alberto Pio muniva così Carpi: e al modo stesso furono bastionate Padova, Treviso, Ferrara ed altre.72.La manière de fortifier villes, châteaux, et faire autres lieux forts; mis en français par le seigneur de Beroil François de la Treille. Lione 1586. Vedi pureMaffei,Verona illustrata, part.III. cap. 5.73.Ugurgieri,Pompe sanesi.74.Crasso,Elogi d’illustri capitani.75.Nuove invenzioni sopra il modo di navigare. Roma 1595.76.Arte militare terrestre e marittima secondo la ragione e l’uso de’ più valorosi capitani antichi e moderni. 1599.77.Trattato delle acque, Padova 1560.78.Gaye,Carteggio d’artisti,II. 364.79.Matteo Pasti, Giulio della Torre, il Pomedello, il Caroto; inoltre Galeazzo e Girolamo Mondella, Nicolò Avvanzo, Giacomo Caralio, che intagliarono anche pietre dure; Sperandio mantovano, Giovanni Boldù veneziano, Francesco Francia bolognese, Vittorio Camelo veneziano. Domenico di Paolo era valente per imitare le medaglie antiche, come Lodovico Marmitta parmigiano.Cicognara,Storia della scoltura, lib.V. c. 7.80.E dipinti li credeva Carlo V quando fu per la coronazione a Bologna, e tratto lo stocco, ne distaccò alcune scheggie per chiarirsi. Andò poi alla cella ove il frate lavorava; il quale, appena lui entrato, richiuse l’uscio. L’imperatore gli disse che il suo compagno era Alfonso duca di Ferrara; e il frate soggiunge ben conoscerlo, ma nol voler ammettere alla sua officina perchè, traversando gli Stati di lui, era stato costretto pagar dazio pei pochi ferri di suo mestiere. L’imperatore lo chetò, e il duca concesse franchezza d’ogni pedaggio a lui ed a’ suoi allievi.81.Passeri,Storia delle majoliche fatte in Pesaro, 1857.82.NegliArchives de l’art français, per P. De Chennevières, lib.II, leggesi l’état des gages des ouvriers italiens employés par Charles VIII; dove, insieme con pittori e scultori, appajono artigiani d’ogni sorta, falegnami, sartori, un giardiniere, profumieri, ricamatori ecc.83.Klaproth,Tableaux historiques, pag. 274.84.Crispo,Vita del Sannazaro.85.Per un saggio citeremo Matteo,Ars dictatorum; Tommaso da Capua,Summa dictaminis; Maestro Punicio, id.; Bernardo da Napoli,Dictamina; Pier delle Vigne,Flores dictaminum, Summa salutationum; Guidone Fabio,Summa dictaminis, Viridarium dictaminis, Summa purperea; e Buoncompagno, Teodoro da Niem, Ricardo da Pophi, Giovanni retore, Giovanni di Garlando, che ciascuno fecero unaSumma dictaminis; Alberto di Morca, che fu poi papa Gregorio VIII,Forma dictandi quam Romæ notarios docuit...Sin dai primordj le lettere papali adottarono la forma e le formole delle imperiali: ce ne restano fin del 614 che hanno attaccata la bolla di piombo, sulla quale da un lato l’Α Ω, e dall’altro l’agnello, o il buon pastore, o i santi Pietro e Paolo, e ben presto il nome medesimo del papa, spesso in lettere greche. Si conservò l’uso del papiro fin all’XIsecolo. Talvolta i papi stessi scrivevano, più spesso i notaj e scriniarj, e furono modelli di calligrafia.Leone IX è il primo che nelle bolle di piombo adottò le lettere numerali per distinguere i papi del medesimo nome. Vittore II vi fece un personaggio che dal cielo riceveva una chiave, e sul rovescio una città coll’iscrizioneAurea Roma. Alessandro II vi fece scendere dal cielo il motto,Quod nectes nectam, quod solves ipse resolvam. Urbano II pose la croce fra i due Apostoli, il che fu adottato da tutti i successivi fino a Clemente VII.Il nome de’ consoli è scritto nelle bolle fino al 546: quel degli imperatori greci fin al 772. Adriano I, cessando di porre il nome degl’imperatori d’Oriente, segna coll’anno del proprio pontificato: i successivi v’aggiungono quel degl’imperatori d’Occidente, ma or sì, or no. Fin a Urbano II il computo dell’indizione si riferisce alla costantinopolitana, di poi alla romana che cominciava al 1º gennajo. Non prima di Giovanni III compare l’anno dell’Incarnazione. Sol fino a Urbano II è usata l’êra vulgare: ma Nicola II torna a valersene secondo l’uso fiorentino, cioè cominciando al 25 di marzo, come divien comune dopo Eugenio III. Nelle semplici lettere non mettono che l’anno del pontificato.86.È piuttosto a dire vario; ma parmi bellissimo in questo elogio di esso Giovio a Venezia:Ea tempestate Veneti, et magnitudine opum, et diuturnitate imperii, et rebus terra marique feliciter gestis, summam auctoritatem obtinebant. Urbs eorum ampla atque magnifica, mercaturæ et rei navalis studio a parvis initiis crevit. Sed ea propter incredibilem situs munitionem, ante alias et beata et admirabilis æstimatur, quod interfluentis Hadriæ paludibus cincta, nullisque ob id opportuna hostium injuriis, veteres thesauros domestica in pace cumulatos periculosis etiam temporibus conservavit. Nulli etenim a terra aditus, intercedente quadraginta stadiorum pelago, nulli penitus a mari ingressus propter cœca atque humilia vada, usu tantum indigenis nota, aut ingruentium Barbarorum avaritiæ, aut magnis ab alto classibus patuerunt. Veneti homines in universum consilio sunt graves, severi in judiciis, et in adversa rerum fortuna constantes, in altera nunquam immodici. Omnibus quum idem sit conservandæ libertatis et augendi imperii incredibile studium, in senatu libere et sæpius acerrime sententias dicunt; nec quemquam temere ex optimatibus, qui vel insigni virtute, vel spiritu in gerendis rebus cæteris antecellat, nimio plus crescere, vel collecta gratia potentem et clarum fieri patiuntur. Quibus institutis, dum servitutis metu, aliena virtute quam sua terrestri in bello uti longe utilius et tutius putant, togati omnes per octingentos amplius annos rempublicam nullis fere intestinis seditionibus exagitatam, administrarunt. Cæterum ipsa nobilitas totius maritimi negotii et navalis disciplinæ munera naviter implet, exutisque togis arma desumit.87.La prima opera che siasi stampata a Parigi, furono le epistole del nostro Barziza, il 1469, e vi sono premessi de’ versi, che finiscono:Primos ecce libros quos hæc industria finxitFrancorum in terris, ædibus atque tuis(della Sorbona).Michael Udalricus Martinusque magistriHos impresserunt, ac facient alios.88.Così il Poliziano nell’orazione su Omero:Primæ nobilitatis pueri ita sincere attico sermone, ita facile expediteque loquuntur, ut non deletæ jam Athenæ atque a Barbaris occupatæ, sed ipsæ sua sponte cum proprio avulsæ solo, cumque omni, ut sic dixerim, sua supellectile in florentinam urbem immigrasse, eique se totas penitus infudisse videantur.89.Molti italiani cultori dell’arabo nel cinquecento sono ricordati dalDe Wette,Orientalische Studien, nell’Enciclopedia di Ersch e Gruber. In questi tempi fu famoso il rabino Barbanella (Abarbinel) portoghese, che, dopo esclusi gli Ebrei dalla penisola, venne alla corte di Ferdinando I di Napoli, dal quale e da Alfonso II fu adoprato in affari; all’invasione di Carlo VIII, seguì i reali a Messina, poi si collocò a Monopoli in Puglia, occupandosi in commenti sui libri santi e in combattere Aristotele. A nome del re di Portogallo andò a trattare colla repubblica a Venezia, ove morì di settant’anni, e fu onorato di splendidissime esequie. Accannito contro i Cristiani, da molti di questi fu confutato. Di due suoi figli, uno si fece cristiano, l’altro, Giuda, fu medico e poeta e scrisse dialoghi d’amore.90.Prefazione allaStoria romana. Citerò i lavori più celebri:Manuzio,De legibus Romanorum, 1558,De civitate, 1585;Panvinio,De civitate romana interiore;Sigonio,De jure civium romanorum, 1560,De jure Italiæ, 1562,De judiciis Romanorum, 1574;Patrizi,Della milizia romana, 1583, che è il primo trattato di cose guerresche;Panciroli,Notitia dignitatumecc. Potremmo aggiungere Gian Pierio Valeriano, Lelio Giraldi, Celio Calcagnini, ecc.91.Alcune cose furono pubblicate dal Maj, vol.IXdelloSpicilegium Romanum, 1839; come anche alcune delleVitescritte dal Vespasiano.92.Il Sigonio avendo trovato frammenti delDe consolationedi Cicerone, li supplì di suo, e passarono per opera tulliana, finchè il Tiraboschi non trovò lettere, ove il Sigonio confessava l’inganno.93.Il dottor Maccaferri, che nell’Irneriostudiò il genio d’Alciato, lo riguarda come quello che chiuse le scuole della giurisprudenza del medioevo; intrammezzò ed espresse il trapasso dall’epoca di autorità a quella di libertà: sostituì alcredamus ut intelligamus, l’intelligamus ut credamus; eresse l’umana ragione a supremo criterio di verità legale, ma non lo condusse tutte le malefiche conseguenze, e ciò perchè fu genio che iniziò soltanto ma non portò la riforma al suo compimento. Restituendo la primazia della ragione individuale sulla opinione comune, sollevava la forza del genio individuale, e toglieva dallo stato di torpore e di stazione la giurisprudenza. Sostituendo la ragione libera ed intera alla dialettica delle scuole di Bartolo, emancipava la scienza della legge positiva dal formalismo scolastico, e poneva in suo luogo la filosofia, guidata dalla logica naturale. Quindi attingeva il suo movimento scientifico dal concetto supremo della giustizia assoluta, guardando alla quale, si proponeva di migliorare il criterio oggettivo, dimenticato ed oscurato dalla scuola di Bartolo, in causa delle sottigliezze dialettiche; al qual fine si serviva delle notizie molteplici e indefinite, che gli erano offerte dalla enciclopedia umana. Il genio d’Alciato fu precursore dell’erudizione e della filosofia, dell’enciclopedia e del sistema, applicati alla scienza del romano diritto, ed appartiene al novero dei genj progressisti.I titoli delle opere sue più studiate ne indicano l’importanza:De verborum obligationibus — De verborum significationibus — De jurejurando — De pactis — De sacrosancta Ecclesia etc.94.La prima ch’io sappia è di Francesco Fortunio,Regole grammaticali della vulgar lingua. Ancona 1516; ma vuolsi approfittasse dell’opera d’egual titolo del Bembo, comparsa solo nel 1525, dopo che dal 1521 erano uscite leVulgari eleganzedi Nicolò Liburnio.95.Avvertimenti della lingua,II. 21.96.Proemio agli statuti dell’Accademia.97.Le continuarono anche dopo istituita la Crusca: e in quella datasi il 17 settembre 1599 intervennero coi Cruscanti sei accademici Desiosi e sei Alterati; e dopo un discorso dell’Impastato ch’era Michelangelo Buonarroti il Giovane, si posero a tavola, il cui servizio è ricordato ne’ Diarj; e verso la fine si servirono delle grandissime schiacciate, che pareano di crusca, come quelle chiamate inferigne, ma realmente erano di pistacchi e zucchero, e tutte divise in spicchi che non apparivano. Nel pigliare ciascuno la sua porzione, vi trovava sotto quattro versi in lode o satira sua.La storia dell’Accademia della Crusca può leggersi in fronte al volumeIdegliAttidi questa, pubblicato nel 1819.98.È curioso a vedere come i Cruscanti lottino contro questa loro convinzione, sacrificandola al pregiudizio universale e scolastico. Il Magalotti, fiorentino e accademico, riconobbe colpa principale del dizionario il volersi appoggiare all’autorità de’ classici. «Il vocabolario della Crusca ha questo di particolare sopra quelli di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, che, laddove essi sono una sicura guida nelle rispettive lingue, il nostro c’inganna addirittura delle dieci volte le otto, e ciò perchè noi non siamo ancora tanto coraggiosi d’approvar per buono, come gli altri popoli fanno, quello che di mano in mano si parla, eNON ALTRO».99.«Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (il doge) quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno, altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola, niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle; ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte. Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie sue...«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancoraanzipure ancora non conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città, che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono, mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi l’han fatto depositario e guardiano, rivendere,anzirenderla loro falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime reliquie ed il vicario di Cristo;anzipure il santissimo corpo di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre false paci e non con alcuna real guerra vinto...«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato, sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata, oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente s’è potuto rimovere...»Egli stesso, nell’orazione a Veneziaper la Lega, descrive la monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare, di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto (perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe. Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».100.«E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno che quest’opera (l’occupazione di Piacenza) è giusta, perchè ella è vostra e da voi operata...»101.Delle orazioni scritte da molti uomini illustri de’ nostri tempi, raccolte da Francesco Sansovino; Venezia 1661: e spesso ristampate con cambiamenti.102.Trajano Boccalini, negli spiritosi suoiRagguagli del Parnaso, introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri, deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente, ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro, conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose, perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità, acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di remissione d’animo».103.LoScisma d’Inghilterradel Davanzati è traduzione o compendio di Nicolò Saunders, illanguidito dal passare in silenzio la parte politica; pure è savio il giudizio che, sul fine, dà intorno ad Enrico VIII.104.Il Napione, ne’Piemontesi illustri, ha coraggio di lodare l’armonica brevità de’ costui periodi, la rapidità della narrazione e la nativa semplicità.105.È pur notevole che la prima traduzione dell’Eneidein francese è d’un anonimo del 1483, oggi illeggibile, mentre noi leggiamo iFatti di Enea, anteriori di due secoli. Lemaire de Belges, che viaggiò in Italia nel 1508 e 9, scrisse laConcorde de deux langages, ove disputa sulla preminenza tra il francese e l’italiano, e concede la superiorità di questo nel tempio d’Amore, ma l’eguaglianza nel tempio di Minerva. Or bene, egli non può opporre a Dante che Jean de Meung, autore delRomanzo della Rosa, e a Boccaccio e Petrarca, Crétin e Meschinot; autori ignoti fino ai più eruditi francesi, mentre noi leggiamo tuttodì que’ nostri.106.Nota al lib.I. c. 9,Politic.107.Fu edito nelloSpicilegiumdel Maj.108.Lettere, nell’edizione de’ Classici, tom.III. c. 218.109.— Di grazia, signor Bernardo, quando vi scrivo da qui innanzi, stracciate le lettere, chè io non ho tempo di scrivere quasi a persona, non che di fare ogni lettera col compasso in mano; e questi furbi libraj stampano ogni scempiezza. Fatelo, se volete ch’io vi scriva alle volte: altramente mi protesto che non vi scriverò mai. Dico questo in collera, perchè adesso ho visto andare in processione alcune mie letteraccie, che me ne sono vergognato fin dentro l’anima».110.Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,E come te sol amo, pregoti me sol ama.111.Giammaria Barbieri di Modena stette molti anni in Francia per istudiare i poeti provenzali, dai quali esso induceva l’origine della poesia italiana; ricco di cognizioni e di manoscritti tornò in patria, e chiese la collaborazione del Castelvetro; ma morì, non lasciando compiuto che un trattato sull’origine della poesia rimata.112.Quando gli stranieri irrompevano contro Pavia, fece una canzone, ove dice:Eran tutta la turba di GuascognaI vil fanti di Francia anime ladreContro l’alma Pavia giurati insiemeCo’ pastor di Lamagna e mille squadreD’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!Con loro Italia preme.Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e temeD’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;Questo in disparte or lascio,Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.Tutte accampate son le schiere inique;Come le rive, il Barco arme risuona,Già son piantati i fulmini infernali.113.Novantasei opere del Sansovino cataloga il Cicogna,Iscrizioni venete, tom.IV. p. 40.114.Se altro mancasse, citerei l’Oliviero e l’Orlando colla durindana in pugno, scolpiti sulla facciata di San Zeno a Verona.115.Io ti rispondo: era così permesso,Era nato costui per ingannarlo,E convenìa che gli credesse Carlo.Cap.XXVIII. 15.116.Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,Multa cito ut placeant, displicitura brevi.Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus imparIpsa sibi, longa non retinenda mora.Carmina, lib.II.117.NelIII. 25, Melissa predice che da Ruggero nascerà un fanciullo, il quale sarà in ajuto di Carlo contro i Longobardi.118.V’è una fontanabella e ben intesa, fatta come un padiglione ottagono,copertada un cielo d’orocoloritodi smalti, e sostenuto col braccio manco da otto statue, ognuna delle quali nella destra ha un corno d’Amaltea da cui versa acqua; poi pilastri in forma di donne, che fermano ciascuna il piede sugli omeri di due immagini, con la bocca aperta, e con lunghe ed amplissime scritture in mano.119.Un’Allegoria sopra il Furiosofu stampata nel 1584 da Giuseppe Bonanome, dedicandola al cavalier Bonifazio Agliardi bergamasco, «che in sostegno della patria era stato un Sobrino, un Nestore, un saggio senatore, senza mancargli punto di consiglio ne’ turbolentissimi tempi, e adoperandosi sempre con sommo studio e fatica e come privata e pubblica persona».120.L’Ariosto diede il suo poema da correggere ad Annibale Richi senese, capitano: e il Muzio fa le grosse meraviglie che si valesse «d’un soldato senese che di lingua toscana sapeva quanto egli ne aveva appreso dalla mamma». Questa condizione, per chi non sia un pedante, è appunto la meglio opportuna a diligenze di tal genere.121.Non è mio costume domandar perdono della verità. Ma voglio dire come, fa alquanti anni, credetti dover mio avvisare altamente i padri e i maestri del danno a cui esponevano la gioventù col darle in mano questo scrittore, che fra’ nostri è il più pericoloso perchè il più bello. Mi si levò ’ncontro la sfuriata de’ pedanti vecchi e de’ nuovi, e fu chi, a nome dell’Italia, mi sfidava a disdire o a provare l’ingiuria fatta al gran poeta. Miserabili! Inchinatevi agl’idoli del bello; ornate di balocchi i sonni e le orgie della vostra patria. Noi sentiamo nelle lettere una vocazione, un sacerdozio; noi abbiam bisogno, abbiamo dovere di ammonir la gioventù, e di avvezzarla a torcere dal bello, quando nemico del buono.
57.Due pajono i Colantonio. I primordj dell’arte a Napoli furono ingombrati di favole da Bernardo Dominichi,Vite dei pittori, scultori e architetti napoletani; seguitato dal Lanzi. Volea correggere i troppi errori Enrico Guglielmo Schulz prussiano, che da molti anni lavorava a una storia delle arti nell’Italia meridionale, ma morì precoce. Masuccio secondo forse scomparirà dalle storie successive. Si veda ilDiscorso sui monumenti patrj, dell’architetto Luigi Catalani. Napoli 1842.Quasi ogni scuola, anzi ogni paese ha storie artistiche particolari, comeMariotti,Lettere pittoriche perugine;Vidoni,La pittura cremonese;Averoldi,Pitture scelte di Brescia;Zamboni,Memorie intorno alle fabbriche di Brescia;Pino,Dialogo della pittura veneziana;Morona,Pisa illustrata nelle arti del disegno;Trotti per Bergamo, Milanesi e Porri per Siena, Cricco per le arti trevisane, Maniago per le friulane, Malvasia, Ridolfi ecc. e i recenti editori del Vasari e il Cavalcasella.
57.Due pajono i Colantonio. I primordj dell’arte a Napoli furono ingombrati di favole da Bernardo Dominichi,Vite dei pittori, scultori e architetti napoletani; seguitato dal Lanzi. Volea correggere i troppi errori Enrico Guglielmo Schulz prussiano, che da molti anni lavorava a una storia delle arti nell’Italia meridionale, ma morì precoce. Masuccio secondo forse scomparirà dalle storie successive. Si veda ilDiscorso sui monumenti patrj, dell’architetto Luigi Catalani. Napoli 1842.
Quasi ogni scuola, anzi ogni paese ha storie artistiche particolari, come
Mariotti,Lettere pittoriche perugine;
Vidoni,La pittura cremonese;
Averoldi,Pitture scelte di Brescia;
Zamboni,Memorie intorno alle fabbriche di Brescia;
Pino,Dialogo della pittura veneziana;
Morona,Pisa illustrata nelle arti del disegno;
Trotti per Bergamo, Milanesi e Porri per Siena, Cricco per le arti trevisane, Maniago per le friulane, Malvasia, Ridolfi ecc. e i recenti editori del Vasari e il Cavalcasella.
58.Appartiene agli aneddoti plateali la povertà del Correggio e la tenuità dei prezzi attribuiti alle sue opere. Il Tiraboschi ricavò dalle carte che, per la cupola di San Giovanni cogli ornamenti aggiunti alla nave maggiore, toccò quattrocentosettantadue zecchini; millecento per la cupola della cattedrale, cento per la Madonna e sant’Antonio, ottanta pel san Girolamo, quarantasette e mezzo scudi d’oro pel quadro della Notte, ora a Dresda. I moltissimi errori tradizionali sul conto del Correggio furono confutati da Tiraboschi, Pungileoni, Affò; e parecchi documenti si pubblicarono da poi. Al disegno che nella biblioteca Ambrosiana è indicato come lafamiglia del Correggio, e che offre un vecchio, colla moglie ancor giovane, e una figliuola e tre ragazzi a piè nudi, bisognerà cambiar titolo; giacchè il Correggio di ventisei anni sposò Girolama Merlini di sedici, e n’ebbe un maschio e tre ragazze.
58.Appartiene agli aneddoti plateali la povertà del Correggio e la tenuità dei prezzi attribuiti alle sue opere. Il Tiraboschi ricavò dalle carte che, per la cupola di San Giovanni cogli ornamenti aggiunti alla nave maggiore, toccò quattrocentosettantadue zecchini; millecento per la cupola della cattedrale, cento per la Madonna e sant’Antonio, ottanta pel san Girolamo, quarantasette e mezzo scudi d’oro pel quadro della Notte, ora a Dresda. I moltissimi errori tradizionali sul conto del Correggio furono confutati da Tiraboschi, Pungileoni, Affò; e parecchi documenti si pubblicarono da poi. Al disegno che nella biblioteca Ambrosiana è indicato come lafamiglia del Correggio, e che offre un vecchio, colla moglie ancor giovane, e una figliuola e tre ragazzi a piè nudi, bisognerà cambiar titolo; giacchè il Correggio di ventisei anni sposò Girolama Merlini di sedici, e n’ebbe un maschio e tre ragazze.
59.Enrico Mortara, in un’affettata biografia di questo pittore, dubita se alchimiasse, e se intagliasse in legno. Il tipo delle sue Madonne vorrebbesi riconoscere nella famiglia Beduschi. Alla Carossa, un miglio da Casalmaggiore, additano la cascina ove dicono morisse di sifilide sopra un pagliajo.
59.Enrico Mortara, in un’affettata biografia di questo pittore, dubita se alchimiasse, e se intagliasse in legno. Il tipo delle sue Madonne vorrebbesi riconoscere nella famiglia Beduschi. Alla Carossa, un miglio da Casalmaggiore, additano la cascina ove dicono morisse di sifilide sopra un pagliajo.
60.Paolo, non molto abile nel frescare, volea sempre seco lo Zelotti in tale uffizio.
60.Paolo, non molto abile nel frescare, volea sempre seco lo Zelotti in tale uffizio.
61.L’Algarotti,Opere, tom.VIII, p. 26, dice che Paolo della sua Cena ebbe soli novanta ducati d’oro, «siccome io ho ricavato dai quaderni della celleraria del monastero di San Giorgio Maggiore». Noi addurremo il contratto qual si legge nell’archivio di esso San Giorgio, donde apparirà quanto l’Algarottiricavassemale:«Addì 6 zugno 1562.Se dichiara per il presente scritto, come in questo giorno il padre don Alessandro da Bergamo procurator, e io don Mauritio da Bergamo cellerario, semo rimansi dacordio con messer Paulo Caliar da Verona pictor di far uno nostro quadro nel refectorio novo, di la larghesa et alteza ch se trova la fazada, facendola tutta piena, facendo la istoria di la cena del miracolo fatto da Cristo in Cana Galilea, facendo quella quantità de figure che le potrà intrar acomodadamente, et che si richiede a tale intentione: metendo il detto messer Paulo la sua opera de pictor et ancor tutte le colori de qual sorte se sia, et così la tela et ogni altra cosa che se possa intrar a tuti soe spesi. Et il monasterio mettira solum la tela simplizamente, et farà far il telaro per ditto quadro; del resto poi inchiudarà la tela a soi spesi et altre manifatura a che le potrà intrar. Et il detto messer Paulo sarà obligado a metter in ditta opera boni et optimi colori, et no mancar in niuna cosa dove abia a intrar oltremarin finissimo, et altre colori perfettissimi che siano aprobati da ogni perito. Et per sua mercede l’abiamo promesso per detta opera ducati trecentovintiquatro da ll. sei ss. quattro per cadauno, dandoli detti danari alla zornada secondo farà bisogno; et per capara le abiamo dato ducati cinquanta, promettendo il detto messer Paulo dar l’opera finita alla festa de la Madona de septembre 1563; et sopra mercado le abiamo promesso una botta di vino condotta in Venezia, da esser data a sua requisition. Et il monasterio le darà le spese di bocca per el tempo che lavorerà a detta opera, et averà quelle spese di bocca che se manzarà in refectorio. Et in fede».Seguono le sottoscrizioni e la quitanza finale di ducati trecento di esso Paolo, sotto il 6 ottobre 1563.
61.L’Algarotti,Opere, tom.VIII, p. 26, dice che Paolo della sua Cena ebbe soli novanta ducati d’oro, «siccome io ho ricavato dai quaderni della celleraria del monastero di San Giorgio Maggiore». Noi addurremo il contratto qual si legge nell’archivio di esso San Giorgio, donde apparirà quanto l’Algarottiricavassemale:
«Addì 6 zugno 1562.
Se dichiara per il presente scritto, come in questo giorno il padre don Alessandro da Bergamo procurator, e io don Mauritio da Bergamo cellerario, semo rimansi dacordio con messer Paulo Caliar da Verona pictor di far uno nostro quadro nel refectorio novo, di la larghesa et alteza ch se trova la fazada, facendola tutta piena, facendo la istoria di la cena del miracolo fatto da Cristo in Cana Galilea, facendo quella quantità de figure che le potrà intrar acomodadamente, et che si richiede a tale intentione: metendo il detto messer Paulo la sua opera de pictor et ancor tutte le colori de qual sorte se sia, et così la tela et ogni altra cosa che se possa intrar a tuti soe spesi. Et il monasterio mettira solum la tela simplizamente, et farà far il telaro per ditto quadro; del resto poi inchiudarà la tela a soi spesi et altre manifatura a che le potrà intrar. Et il detto messer Paulo sarà obligado a metter in ditta opera boni et optimi colori, et no mancar in niuna cosa dove abia a intrar oltremarin finissimo, et altre colori perfettissimi che siano aprobati da ogni perito. Et per sua mercede l’abiamo promesso per detta opera ducati trecentovintiquatro da ll. sei ss. quattro per cadauno, dandoli detti danari alla zornada secondo farà bisogno; et per capara le abiamo dato ducati cinquanta, promettendo il detto messer Paulo dar l’opera finita alla festa de la Madona de septembre 1563; et sopra mercado le abiamo promesso una botta di vino condotta in Venezia, da esser data a sua requisition. Et il monasterio le darà le spese di bocca per el tempo che lavorerà a detta opera, et averà quelle spese di bocca che se manzarà in refectorio. Et in fede».
Seguono le sottoscrizioni e la quitanza finale di ducati trecento di esso Paolo, sotto il 6 ottobre 1563.
62.Antonio Campi pittore e storico numera molte Cremonesi del suo tempo, celebri nelle belle arti o per virtù. Al 1572, altre pittrici del cinquecento conosciamo; e suor Plautilla Nelli bolognese, non potendo uomini, copiava donne, sicchè diceano che facea non Cristi ma Criste. Altre monache, e principalmente Domenicane, coltivarono le arti belle.
62.Antonio Campi pittore e storico numera molte Cremonesi del suo tempo, celebri nelle belle arti o per virtù. Al 1572, altre pittrici del cinquecento conosciamo; e suor Plautilla Nelli bolognese, non potendo uomini, copiava donne, sicchè diceano che facea non Cristi ma Criste. Altre monache, e principalmente Domenicane, coltivarono le arti belle.
63.Di bel gotico sono a Venezia il coro di San Zaccaria, la porta della Carta, il portico del palazzo dogale verso la scala de’ Giganti, la facciata di San Giovanni e Paolo, il monumento del doge Foscari, ecc.
63.Di bel gotico sono a Venezia il coro di San Zaccaria, la porta della Carta, il portico del palazzo dogale verso la scala de’ Giganti, la facciata di San Giovanni e Paolo, il monumento del doge Foscari, ecc.
64.Ma l’architetto di quel palazzo non fu il Calendario, e piuttosto Pietro Baseggio: nè la facciata e la scala de’ Giganti sono del Bregno, indicato dalla tradizione, se pur questo non era il soprannome del Rizzo. Un’iscrizione infissa nella gran finestra del palazzo ducale, che dà sul molo, porta:Mille quadrigenti currebant quatuor anniHoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit.Dunque già allora parte della facciata era costruita. Forse nel 1424, additato da due cronache contemporanee, si fece la porzione che va dalla tredicesima colonna fin alla porta della Carta. Ma come spiegare la bellezza de’ capitelli, che li mostra posteriori al 1404? Il lavoro continuò fino al settembre 1463, quando «fo saldado la raxon a maistro Pantalon et a maistro Bartolamio tajapiera per el lavor del palazzo a lor deliberado». Questo Bartolomeo Bon, autore dell’ammirata porta della Carta nel 1439, è differente dal Buono, che diresse la fabbrica delle Procuratie vecchie e il campanile di San Marco. Tutto ciò consta da documenti recentemente scoperti. Il Morelli pubblicòNotizia d’opere di disegni nella prima metà del secoloXVI, esistenti in Padova Cremona, Milano, Pavia, Bergamo, Crema e Venezia(Bassano 1800), tratta da manoscritti di Apostolo Zeno, e con copiose annotazioni. Meglio giovano i documenti che pubblicò il Cadorin ne’Pareri diXVarchitetti sopra il palazzo ducale. VediZanotto,Il palazzo ducale illustrato, 1854.
64.Ma l’architetto di quel palazzo non fu il Calendario, e piuttosto Pietro Baseggio: nè la facciata e la scala de’ Giganti sono del Bregno, indicato dalla tradizione, se pur questo non era il soprannome del Rizzo. Un’iscrizione infissa nella gran finestra del palazzo ducale, che dà sul molo, porta:
Mille quadrigenti currebant quatuor anniHoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit.
Mille quadrigenti currebant quatuor anniHoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit.
Mille quadrigenti currebant quatuor anni
Hoc opus illustris Michael dux Stellifer auxit.
Dunque già allora parte della facciata era costruita. Forse nel 1424, additato da due cronache contemporanee, si fece la porzione che va dalla tredicesima colonna fin alla porta della Carta. Ma come spiegare la bellezza de’ capitelli, che li mostra posteriori al 1404? Il lavoro continuò fino al settembre 1463, quando «fo saldado la raxon a maistro Pantalon et a maistro Bartolamio tajapiera per el lavor del palazzo a lor deliberado». Questo Bartolomeo Bon, autore dell’ammirata porta della Carta nel 1439, è differente dal Buono, che diresse la fabbrica delle Procuratie vecchie e il campanile di San Marco. Tutto ciò consta da documenti recentemente scoperti. Il Morelli pubblicòNotizia d’opere di disegni nella prima metà del secoloXVI, esistenti in Padova Cremona, Milano, Pavia, Bergamo, Crema e Venezia(Bassano 1800), tratta da manoscritti di Apostolo Zeno, e con copiose annotazioni. Meglio giovano i documenti che pubblicò il Cadorin ne’Pareri diXVarchitetti sopra il palazzo ducale. VediZanotto,Il palazzo ducale illustrato, 1854.
65.Di costui trovo a Ravenna un altare e un sepolcro in San Francesco, un san Marco in duomo del 1491.
65.Di costui trovo a Ravenna un altare e un sepolcro in San Francesco, un san Marco in duomo del 1491.
66.Il cardinale Zen nel 1501 testò lasciando cinquemila ducati, perchè in San Marco gli si facesse la sepoltura di bronzo, altri milleseicento per ornare la cappella, e duemila da investire in beni stabili, del cui reddito vestir gentiluomini di casa Zen con mantello nero ogni suo anniversario, e cinquecento per un paliotto broccato con velluto e oro, da mettere quel giorno; al Sant’Antonio di Padova ducati cinquemila per una cappella con messa quotidiana; al duomo di Vicenza ducati cinquemila per una messa quotidiana e altre opere pie; al San Marco di Venezia nove grandi vasi d’argento; ai poveri di Venezia diecimila ducati; dodicimila per la fabbrica di San Fantino, oltre minori legati; e dell’avanzo, consistente in oro, argento, gemme, costituiva eredi Alessandro VI e la repubblica di Venezia.
66.Il cardinale Zen nel 1501 testò lasciando cinquemila ducati, perchè in San Marco gli si facesse la sepoltura di bronzo, altri milleseicento per ornare la cappella, e duemila da investire in beni stabili, del cui reddito vestir gentiluomini di casa Zen con mantello nero ogni suo anniversario, e cinquecento per un paliotto broccato con velluto e oro, da mettere quel giorno; al Sant’Antonio di Padova ducati cinquemila per una cappella con messa quotidiana; al duomo di Vicenza ducati cinquemila per una messa quotidiana e altre opere pie; al San Marco di Venezia nove grandi vasi d’argento; ai poveri di Venezia diecimila ducati; dodicimila per la fabbrica di San Fantino, oltre minori legati; e dell’avanzo, consistente in oro, argento, gemme, costituiva eredi Alessandro VI e la repubblica di Venezia.
67.Alcuni bronzi della loggetta sono di Tiziano Aspetti, che altri lodevolmente ne fuse a Bologna. Nella necessità della guerra turca, la repubblica impose tassa su tutti, eccettuati Tiziano e Sansovino. Francesco, costui figlio, lasciò una descrizione di Venezia. Il Sansovino allevò Tommaso Lombardo da Lugano, buon architetto, mediocre scrittore e cattivo cantore di Marfisa.
67.Alcuni bronzi della loggetta sono di Tiziano Aspetti, che altri lodevolmente ne fuse a Bologna. Nella necessità della guerra turca, la repubblica impose tassa su tutti, eccettuati Tiziano e Sansovino. Francesco, costui figlio, lasciò una descrizione di Venezia. Il Sansovino allevò Tommaso Lombardo da Lugano, buon architetto, mediocre scrittore e cattivo cantore di Marfisa.
68.Menzioneremo anche l’Architetturadi Antonio Labacco.
68.Menzioneremo anche l’Architetturadi Antonio Labacco.
69.Ha ventotto metri di corda, ventidue di larghezza, e sorge metri sette sopra l’acqua media. Or ora l’abate Magrini, autore delleMemorie del Palladio, raccolse dai documenti che quel ponte fu architettato da Giovanni Aluise Bolchi, patrizio, di cui null’altro si conosce.
69.Ha ventotto metri di corda, ventidue di larghezza, e sorge metri sette sopra l’acqua media. Or ora l’abate Magrini, autore delleMemorie del Palladio, raccolse dai documenti che quel ponte fu architettato da Giovanni Aluise Bolchi, patrizio, di cui null’altro si conosce.
70.VediBassi,Dispareri in materia d’architettura e di prospettiva. 1572.
70.VediBassi,Dispareri in materia d’architettura e di prospettiva. 1572.
71.Che i baluardi del Sanmicheli non fossero i primi è dimostrato dal Promis nei Commenti al Martini, ii. 300. Attorno a Firenze già n’erano nel 1526; a Urbino dopo il 1521; a Bari prima del 1524. Nell’assedio di Rodi nel 1522, i baluardi già erano formati alla moderna per opera di Basilio della Scala vicentino, ingegnere di Massimiliano I e Carlo V: nel 1518, Carlo III di Savoja aggiunse baluardi siffatti al castello sul monte di Nizza: nel 1518 Alberto Pio muniva così Carpi: e al modo stesso furono bastionate Padova, Treviso, Ferrara ed altre.
71.Che i baluardi del Sanmicheli non fossero i primi è dimostrato dal Promis nei Commenti al Martini, ii. 300. Attorno a Firenze già n’erano nel 1526; a Urbino dopo il 1521; a Bari prima del 1524. Nell’assedio di Rodi nel 1522, i baluardi già erano formati alla moderna per opera di Basilio della Scala vicentino, ingegnere di Massimiliano I e Carlo V: nel 1518, Carlo III di Savoja aggiunse baluardi siffatti al castello sul monte di Nizza: nel 1518 Alberto Pio muniva così Carpi: e al modo stesso furono bastionate Padova, Treviso, Ferrara ed altre.
72.La manière de fortifier villes, châteaux, et faire autres lieux forts; mis en français par le seigneur de Beroil François de la Treille. Lione 1586. Vedi pureMaffei,Verona illustrata, part.III. cap. 5.
72.La manière de fortifier villes, châteaux, et faire autres lieux forts; mis en français par le seigneur de Beroil François de la Treille. Lione 1586. Vedi pureMaffei,Verona illustrata, part.III. cap. 5.
73.Ugurgieri,Pompe sanesi.
73.Ugurgieri,Pompe sanesi.
74.Crasso,Elogi d’illustri capitani.
74.Crasso,Elogi d’illustri capitani.
75.Nuove invenzioni sopra il modo di navigare. Roma 1595.
75.Nuove invenzioni sopra il modo di navigare. Roma 1595.
76.Arte militare terrestre e marittima secondo la ragione e l’uso de’ più valorosi capitani antichi e moderni. 1599.
76.Arte militare terrestre e marittima secondo la ragione e l’uso de’ più valorosi capitani antichi e moderni. 1599.
77.Trattato delle acque, Padova 1560.
77.Trattato delle acque, Padova 1560.
78.Gaye,Carteggio d’artisti,II. 364.
78.Gaye,Carteggio d’artisti,II. 364.
79.Matteo Pasti, Giulio della Torre, il Pomedello, il Caroto; inoltre Galeazzo e Girolamo Mondella, Nicolò Avvanzo, Giacomo Caralio, che intagliarono anche pietre dure; Sperandio mantovano, Giovanni Boldù veneziano, Francesco Francia bolognese, Vittorio Camelo veneziano. Domenico di Paolo era valente per imitare le medaglie antiche, come Lodovico Marmitta parmigiano.Cicognara,Storia della scoltura, lib.V. c. 7.
79.Matteo Pasti, Giulio della Torre, il Pomedello, il Caroto; inoltre Galeazzo e Girolamo Mondella, Nicolò Avvanzo, Giacomo Caralio, che intagliarono anche pietre dure; Sperandio mantovano, Giovanni Boldù veneziano, Francesco Francia bolognese, Vittorio Camelo veneziano. Domenico di Paolo era valente per imitare le medaglie antiche, come Lodovico Marmitta parmigiano.Cicognara,Storia della scoltura, lib.V. c. 7.
80.E dipinti li credeva Carlo V quando fu per la coronazione a Bologna, e tratto lo stocco, ne distaccò alcune scheggie per chiarirsi. Andò poi alla cella ove il frate lavorava; il quale, appena lui entrato, richiuse l’uscio. L’imperatore gli disse che il suo compagno era Alfonso duca di Ferrara; e il frate soggiunge ben conoscerlo, ma nol voler ammettere alla sua officina perchè, traversando gli Stati di lui, era stato costretto pagar dazio pei pochi ferri di suo mestiere. L’imperatore lo chetò, e il duca concesse franchezza d’ogni pedaggio a lui ed a’ suoi allievi.
80.E dipinti li credeva Carlo V quando fu per la coronazione a Bologna, e tratto lo stocco, ne distaccò alcune scheggie per chiarirsi. Andò poi alla cella ove il frate lavorava; il quale, appena lui entrato, richiuse l’uscio. L’imperatore gli disse che il suo compagno era Alfonso duca di Ferrara; e il frate soggiunge ben conoscerlo, ma nol voler ammettere alla sua officina perchè, traversando gli Stati di lui, era stato costretto pagar dazio pei pochi ferri di suo mestiere. L’imperatore lo chetò, e il duca concesse franchezza d’ogni pedaggio a lui ed a’ suoi allievi.
81.Passeri,Storia delle majoliche fatte in Pesaro, 1857.
81.Passeri,Storia delle majoliche fatte in Pesaro, 1857.
82.NegliArchives de l’art français, per P. De Chennevières, lib.II, leggesi l’état des gages des ouvriers italiens employés par Charles VIII; dove, insieme con pittori e scultori, appajono artigiani d’ogni sorta, falegnami, sartori, un giardiniere, profumieri, ricamatori ecc.
82.NegliArchives de l’art français, per P. De Chennevières, lib.II, leggesi l’état des gages des ouvriers italiens employés par Charles VIII; dove, insieme con pittori e scultori, appajono artigiani d’ogni sorta, falegnami, sartori, un giardiniere, profumieri, ricamatori ecc.
83.Klaproth,Tableaux historiques, pag. 274.
83.Klaproth,Tableaux historiques, pag. 274.
84.Crispo,Vita del Sannazaro.
84.Crispo,Vita del Sannazaro.
85.Per un saggio citeremo Matteo,Ars dictatorum; Tommaso da Capua,Summa dictaminis; Maestro Punicio, id.; Bernardo da Napoli,Dictamina; Pier delle Vigne,Flores dictaminum, Summa salutationum; Guidone Fabio,Summa dictaminis, Viridarium dictaminis, Summa purperea; e Buoncompagno, Teodoro da Niem, Ricardo da Pophi, Giovanni retore, Giovanni di Garlando, che ciascuno fecero unaSumma dictaminis; Alberto di Morca, che fu poi papa Gregorio VIII,Forma dictandi quam Romæ notarios docuit...Sin dai primordj le lettere papali adottarono la forma e le formole delle imperiali: ce ne restano fin del 614 che hanno attaccata la bolla di piombo, sulla quale da un lato l’Α Ω, e dall’altro l’agnello, o il buon pastore, o i santi Pietro e Paolo, e ben presto il nome medesimo del papa, spesso in lettere greche. Si conservò l’uso del papiro fin all’XIsecolo. Talvolta i papi stessi scrivevano, più spesso i notaj e scriniarj, e furono modelli di calligrafia.Leone IX è il primo che nelle bolle di piombo adottò le lettere numerali per distinguere i papi del medesimo nome. Vittore II vi fece un personaggio che dal cielo riceveva una chiave, e sul rovescio una città coll’iscrizioneAurea Roma. Alessandro II vi fece scendere dal cielo il motto,Quod nectes nectam, quod solves ipse resolvam. Urbano II pose la croce fra i due Apostoli, il che fu adottato da tutti i successivi fino a Clemente VII.Il nome de’ consoli è scritto nelle bolle fino al 546: quel degli imperatori greci fin al 772. Adriano I, cessando di porre il nome degl’imperatori d’Oriente, segna coll’anno del proprio pontificato: i successivi v’aggiungono quel degl’imperatori d’Occidente, ma or sì, or no. Fin a Urbano II il computo dell’indizione si riferisce alla costantinopolitana, di poi alla romana che cominciava al 1º gennajo. Non prima di Giovanni III compare l’anno dell’Incarnazione. Sol fino a Urbano II è usata l’êra vulgare: ma Nicola II torna a valersene secondo l’uso fiorentino, cioè cominciando al 25 di marzo, come divien comune dopo Eugenio III. Nelle semplici lettere non mettono che l’anno del pontificato.
85.Per un saggio citeremo Matteo,Ars dictatorum; Tommaso da Capua,Summa dictaminis; Maestro Punicio, id.; Bernardo da Napoli,Dictamina; Pier delle Vigne,Flores dictaminum, Summa salutationum; Guidone Fabio,Summa dictaminis, Viridarium dictaminis, Summa purperea; e Buoncompagno, Teodoro da Niem, Ricardo da Pophi, Giovanni retore, Giovanni di Garlando, che ciascuno fecero unaSumma dictaminis; Alberto di Morca, che fu poi papa Gregorio VIII,Forma dictandi quam Romæ notarios docuit...
Sin dai primordj le lettere papali adottarono la forma e le formole delle imperiali: ce ne restano fin del 614 che hanno attaccata la bolla di piombo, sulla quale da un lato l’Α Ω, e dall’altro l’agnello, o il buon pastore, o i santi Pietro e Paolo, e ben presto il nome medesimo del papa, spesso in lettere greche. Si conservò l’uso del papiro fin all’XIsecolo. Talvolta i papi stessi scrivevano, più spesso i notaj e scriniarj, e furono modelli di calligrafia.
Leone IX è il primo che nelle bolle di piombo adottò le lettere numerali per distinguere i papi del medesimo nome. Vittore II vi fece un personaggio che dal cielo riceveva una chiave, e sul rovescio una città coll’iscrizioneAurea Roma. Alessandro II vi fece scendere dal cielo il motto,Quod nectes nectam, quod solves ipse resolvam. Urbano II pose la croce fra i due Apostoli, il che fu adottato da tutti i successivi fino a Clemente VII.
Il nome de’ consoli è scritto nelle bolle fino al 546: quel degli imperatori greci fin al 772. Adriano I, cessando di porre il nome degl’imperatori d’Oriente, segna coll’anno del proprio pontificato: i successivi v’aggiungono quel degl’imperatori d’Occidente, ma or sì, or no. Fin a Urbano II il computo dell’indizione si riferisce alla costantinopolitana, di poi alla romana che cominciava al 1º gennajo. Non prima di Giovanni III compare l’anno dell’Incarnazione. Sol fino a Urbano II è usata l’êra vulgare: ma Nicola II torna a valersene secondo l’uso fiorentino, cioè cominciando al 25 di marzo, come divien comune dopo Eugenio III. Nelle semplici lettere non mettono che l’anno del pontificato.
86.È piuttosto a dire vario; ma parmi bellissimo in questo elogio di esso Giovio a Venezia:Ea tempestate Veneti, et magnitudine opum, et diuturnitate imperii, et rebus terra marique feliciter gestis, summam auctoritatem obtinebant. Urbs eorum ampla atque magnifica, mercaturæ et rei navalis studio a parvis initiis crevit. Sed ea propter incredibilem situs munitionem, ante alias et beata et admirabilis æstimatur, quod interfluentis Hadriæ paludibus cincta, nullisque ob id opportuna hostium injuriis, veteres thesauros domestica in pace cumulatos periculosis etiam temporibus conservavit. Nulli etenim a terra aditus, intercedente quadraginta stadiorum pelago, nulli penitus a mari ingressus propter cœca atque humilia vada, usu tantum indigenis nota, aut ingruentium Barbarorum avaritiæ, aut magnis ab alto classibus patuerunt. Veneti homines in universum consilio sunt graves, severi in judiciis, et in adversa rerum fortuna constantes, in altera nunquam immodici. Omnibus quum idem sit conservandæ libertatis et augendi imperii incredibile studium, in senatu libere et sæpius acerrime sententias dicunt; nec quemquam temere ex optimatibus, qui vel insigni virtute, vel spiritu in gerendis rebus cæteris antecellat, nimio plus crescere, vel collecta gratia potentem et clarum fieri patiuntur. Quibus institutis, dum servitutis metu, aliena virtute quam sua terrestri in bello uti longe utilius et tutius putant, togati omnes per octingentos amplius annos rempublicam nullis fere intestinis seditionibus exagitatam, administrarunt. Cæterum ipsa nobilitas totius maritimi negotii et navalis disciplinæ munera naviter implet, exutisque togis arma desumit.
86.È piuttosto a dire vario; ma parmi bellissimo in questo elogio di esso Giovio a Venezia:Ea tempestate Veneti, et magnitudine opum, et diuturnitate imperii, et rebus terra marique feliciter gestis, summam auctoritatem obtinebant. Urbs eorum ampla atque magnifica, mercaturæ et rei navalis studio a parvis initiis crevit. Sed ea propter incredibilem situs munitionem, ante alias et beata et admirabilis æstimatur, quod interfluentis Hadriæ paludibus cincta, nullisque ob id opportuna hostium injuriis, veteres thesauros domestica in pace cumulatos periculosis etiam temporibus conservavit. Nulli etenim a terra aditus, intercedente quadraginta stadiorum pelago, nulli penitus a mari ingressus propter cœca atque humilia vada, usu tantum indigenis nota, aut ingruentium Barbarorum avaritiæ, aut magnis ab alto classibus patuerunt. Veneti homines in universum consilio sunt graves, severi in judiciis, et in adversa rerum fortuna constantes, in altera nunquam immodici. Omnibus quum idem sit conservandæ libertatis et augendi imperii incredibile studium, in senatu libere et sæpius acerrime sententias dicunt; nec quemquam temere ex optimatibus, qui vel insigni virtute, vel spiritu in gerendis rebus cæteris antecellat, nimio plus crescere, vel collecta gratia potentem et clarum fieri patiuntur. Quibus institutis, dum servitutis metu, aliena virtute quam sua terrestri in bello uti longe utilius et tutius putant, togati omnes per octingentos amplius annos rempublicam nullis fere intestinis seditionibus exagitatam, administrarunt. Cæterum ipsa nobilitas totius maritimi negotii et navalis disciplinæ munera naviter implet, exutisque togis arma desumit.
87.La prima opera che siasi stampata a Parigi, furono le epistole del nostro Barziza, il 1469, e vi sono premessi de’ versi, che finiscono:Primos ecce libros quos hæc industria finxitFrancorum in terris, ædibus atque tuis(della Sorbona).Michael Udalricus Martinusque magistriHos impresserunt, ac facient alios.
87.La prima opera che siasi stampata a Parigi, furono le epistole del nostro Barziza, il 1469, e vi sono premessi de’ versi, che finiscono:
Primos ecce libros quos hæc industria finxitFrancorum in terris, ædibus atque tuis(della Sorbona).Michael Udalricus Martinusque magistriHos impresserunt, ac facient alios.
Primos ecce libros quos hæc industria finxitFrancorum in terris, ædibus atque tuis(della Sorbona).Michael Udalricus Martinusque magistriHos impresserunt, ac facient alios.
Primos ecce libros quos hæc industria finxit
Francorum in terris, ædibus atque tuis(della Sorbona).
Michael Udalricus Martinusque magistri
Hos impresserunt, ac facient alios.
88.Così il Poliziano nell’orazione su Omero:Primæ nobilitatis pueri ita sincere attico sermone, ita facile expediteque loquuntur, ut non deletæ jam Athenæ atque a Barbaris occupatæ, sed ipsæ sua sponte cum proprio avulsæ solo, cumque omni, ut sic dixerim, sua supellectile in florentinam urbem immigrasse, eique se totas penitus infudisse videantur.
88.Così il Poliziano nell’orazione su Omero:Primæ nobilitatis pueri ita sincere attico sermone, ita facile expediteque loquuntur, ut non deletæ jam Athenæ atque a Barbaris occupatæ, sed ipsæ sua sponte cum proprio avulsæ solo, cumque omni, ut sic dixerim, sua supellectile in florentinam urbem immigrasse, eique se totas penitus infudisse videantur.
89.Molti italiani cultori dell’arabo nel cinquecento sono ricordati dalDe Wette,Orientalische Studien, nell’Enciclopedia di Ersch e Gruber. In questi tempi fu famoso il rabino Barbanella (Abarbinel) portoghese, che, dopo esclusi gli Ebrei dalla penisola, venne alla corte di Ferdinando I di Napoli, dal quale e da Alfonso II fu adoprato in affari; all’invasione di Carlo VIII, seguì i reali a Messina, poi si collocò a Monopoli in Puglia, occupandosi in commenti sui libri santi e in combattere Aristotele. A nome del re di Portogallo andò a trattare colla repubblica a Venezia, ove morì di settant’anni, e fu onorato di splendidissime esequie. Accannito contro i Cristiani, da molti di questi fu confutato. Di due suoi figli, uno si fece cristiano, l’altro, Giuda, fu medico e poeta e scrisse dialoghi d’amore.
89.Molti italiani cultori dell’arabo nel cinquecento sono ricordati dalDe Wette,Orientalische Studien, nell’Enciclopedia di Ersch e Gruber. In questi tempi fu famoso il rabino Barbanella (Abarbinel) portoghese, che, dopo esclusi gli Ebrei dalla penisola, venne alla corte di Ferdinando I di Napoli, dal quale e da Alfonso II fu adoprato in affari; all’invasione di Carlo VIII, seguì i reali a Messina, poi si collocò a Monopoli in Puglia, occupandosi in commenti sui libri santi e in combattere Aristotele. A nome del re di Portogallo andò a trattare colla repubblica a Venezia, ove morì di settant’anni, e fu onorato di splendidissime esequie. Accannito contro i Cristiani, da molti di questi fu confutato. Di due suoi figli, uno si fece cristiano, l’altro, Giuda, fu medico e poeta e scrisse dialoghi d’amore.
90.Prefazione allaStoria romana. Citerò i lavori più celebri:Manuzio,De legibus Romanorum, 1558,De civitate, 1585;Panvinio,De civitate romana interiore;Sigonio,De jure civium romanorum, 1560,De jure Italiæ, 1562,De judiciis Romanorum, 1574;Patrizi,Della milizia romana, 1583, che è il primo trattato di cose guerresche;Panciroli,Notitia dignitatumecc. Potremmo aggiungere Gian Pierio Valeriano, Lelio Giraldi, Celio Calcagnini, ecc.
90.Prefazione allaStoria romana. Citerò i lavori più celebri:Manuzio,De legibus Romanorum, 1558,De civitate, 1585;Panvinio,De civitate romana interiore;Sigonio,De jure civium romanorum, 1560,De jure Italiæ, 1562,De judiciis Romanorum, 1574;Patrizi,Della milizia romana, 1583, che è il primo trattato di cose guerresche;Panciroli,Notitia dignitatumecc. Potremmo aggiungere Gian Pierio Valeriano, Lelio Giraldi, Celio Calcagnini, ecc.
91.Alcune cose furono pubblicate dal Maj, vol.IXdelloSpicilegium Romanum, 1839; come anche alcune delleVitescritte dal Vespasiano.
91.Alcune cose furono pubblicate dal Maj, vol.IXdelloSpicilegium Romanum, 1839; come anche alcune delleVitescritte dal Vespasiano.
92.Il Sigonio avendo trovato frammenti delDe consolationedi Cicerone, li supplì di suo, e passarono per opera tulliana, finchè il Tiraboschi non trovò lettere, ove il Sigonio confessava l’inganno.
92.Il Sigonio avendo trovato frammenti delDe consolationedi Cicerone, li supplì di suo, e passarono per opera tulliana, finchè il Tiraboschi non trovò lettere, ove il Sigonio confessava l’inganno.
93.Il dottor Maccaferri, che nell’Irneriostudiò il genio d’Alciato, lo riguarda come quello che chiuse le scuole della giurisprudenza del medioevo; intrammezzò ed espresse il trapasso dall’epoca di autorità a quella di libertà: sostituì alcredamus ut intelligamus, l’intelligamus ut credamus; eresse l’umana ragione a supremo criterio di verità legale, ma non lo condusse tutte le malefiche conseguenze, e ciò perchè fu genio che iniziò soltanto ma non portò la riforma al suo compimento. Restituendo la primazia della ragione individuale sulla opinione comune, sollevava la forza del genio individuale, e toglieva dallo stato di torpore e di stazione la giurisprudenza. Sostituendo la ragione libera ed intera alla dialettica delle scuole di Bartolo, emancipava la scienza della legge positiva dal formalismo scolastico, e poneva in suo luogo la filosofia, guidata dalla logica naturale. Quindi attingeva il suo movimento scientifico dal concetto supremo della giustizia assoluta, guardando alla quale, si proponeva di migliorare il criterio oggettivo, dimenticato ed oscurato dalla scuola di Bartolo, in causa delle sottigliezze dialettiche; al qual fine si serviva delle notizie molteplici e indefinite, che gli erano offerte dalla enciclopedia umana. Il genio d’Alciato fu precursore dell’erudizione e della filosofia, dell’enciclopedia e del sistema, applicati alla scienza del romano diritto, ed appartiene al novero dei genj progressisti.I titoli delle opere sue più studiate ne indicano l’importanza:De verborum obligationibus — De verborum significationibus — De jurejurando — De pactis — De sacrosancta Ecclesia etc.
93.Il dottor Maccaferri, che nell’Irneriostudiò il genio d’Alciato, lo riguarda come quello che chiuse le scuole della giurisprudenza del medioevo; intrammezzò ed espresse il trapasso dall’epoca di autorità a quella di libertà: sostituì alcredamus ut intelligamus, l’intelligamus ut credamus; eresse l’umana ragione a supremo criterio di verità legale, ma non lo condusse tutte le malefiche conseguenze, e ciò perchè fu genio che iniziò soltanto ma non portò la riforma al suo compimento. Restituendo la primazia della ragione individuale sulla opinione comune, sollevava la forza del genio individuale, e toglieva dallo stato di torpore e di stazione la giurisprudenza. Sostituendo la ragione libera ed intera alla dialettica delle scuole di Bartolo, emancipava la scienza della legge positiva dal formalismo scolastico, e poneva in suo luogo la filosofia, guidata dalla logica naturale. Quindi attingeva il suo movimento scientifico dal concetto supremo della giustizia assoluta, guardando alla quale, si proponeva di migliorare il criterio oggettivo, dimenticato ed oscurato dalla scuola di Bartolo, in causa delle sottigliezze dialettiche; al qual fine si serviva delle notizie molteplici e indefinite, che gli erano offerte dalla enciclopedia umana. Il genio d’Alciato fu precursore dell’erudizione e della filosofia, dell’enciclopedia e del sistema, applicati alla scienza del romano diritto, ed appartiene al novero dei genj progressisti.
I titoli delle opere sue più studiate ne indicano l’importanza:De verborum obligationibus — De verborum significationibus — De jurejurando — De pactis — De sacrosancta Ecclesia etc.
94.La prima ch’io sappia è di Francesco Fortunio,Regole grammaticali della vulgar lingua. Ancona 1516; ma vuolsi approfittasse dell’opera d’egual titolo del Bembo, comparsa solo nel 1525, dopo che dal 1521 erano uscite leVulgari eleganzedi Nicolò Liburnio.
94.La prima ch’io sappia è di Francesco Fortunio,Regole grammaticali della vulgar lingua. Ancona 1516; ma vuolsi approfittasse dell’opera d’egual titolo del Bembo, comparsa solo nel 1525, dopo che dal 1521 erano uscite leVulgari eleganzedi Nicolò Liburnio.
95.Avvertimenti della lingua,II. 21.
95.Avvertimenti della lingua,II. 21.
96.Proemio agli statuti dell’Accademia.
96.Proemio agli statuti dell’Accademia.
97.Le continuarono anche dopo istituita la Crusca: e in quella datasi il 17 settembre 1599 intervennero coi Cruscanti sei accademici Desiosi e sei Alterati; e dopo un discorso dell’Impastato ch’era Michelangelo Buonarroti il Giovane, si posero a tavola, il cui servizio è ricordato ne’ Diarj; e verso la fine si servirono delle grandissime schiacciate, che pareano di crusca, come quelle chiamate inferigne, ma realmente erano di pistacchi e zucchero, e tutte divise in spicchi che non apparivano. Nel pigliare ciascuno la sua porzione, vi trovava sotto quattro versi in lode o satira sua.La storia dell’Accademia della Crusca può leggersi in fronte al volumeIdegliAttidi questa, pubblicato nel 1819.
97.Le continuarono anche dopo istituita la Crusca: e in quella datasi il 17 settembre 1599 intervennero coi Cruscanti sei accademici Desiosi e sei Alterati; e dopo un discorso dell’Impastato ch’era Michelangelo Buonarroti il Giovane, si posero a tavola, il cui servizio è ricordato ne’ Diarj; e verso la fine si servirono delle grandissime schiacciate, che pareano di crusca, come quelle chiamate inferigne, ma realmente erano di pistacchi e zucchero, e tutte divise in spicchi che non apparivano. Nel pigliare ciascuno la sua porzione, vi trovava sotto quattro versi in lode o satira sua.
La storia dell’Accademia della Crusca può leggersi in fronte al volumeIdegliAttidi questa, pubblicato nel 1819.
98.È curioso a vedere come i Cruscanti lottino contro questa loro convinzione, sacrificandola al pregiudizio universale e scolastico. Il Magalotti, fiorentino e accademico, riconobbe colpa principale del dizionario il volersi appoggiare all’autorità de’ classici. «Il vocabolario della Crusca ha questo di particolare sopra quelli di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, che, laddove essi sono una sicura guida nelle rispettive lingue, il nostro c’inganna addirittura delle dieci volte le otto, e ciò perchè noi non siamo ancora tanto coraggiosi d’approvar per buono, come gli altri popoli fanno, quello che di mano in mano si parla, eNON ALTRO».
98.È curioso a vedere come i Cruscanti lottino contro questa loro convinzione, sacrificandola al pregiudizio universale e scolastico. Il Magalotti, fiorentino e accademico, riconobbe colpa principale del dizionario il volersi appoggiare all’autorità de’ classici. «Il vocabolario della Crusca ha questo di particolare sopra quelli di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, che, laddove essi sono una sicura guida nelle rispettive lingue, il nostro c’inganna addirittura delle dieci volte le otto, e ciò perchè noi non siamo ancora tanto coraggiosi d’approvar per buono, come gli altri popoli fanno, quello che di mano in mano si parla, eNON ALTRO».
99.«Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (il doge) quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno, altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola, niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle; ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte. Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie sue...«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancoraanzipure ancora non conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città, che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono, mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi l’han fatto depositario e guardiano, rivendere,anzirenderla loro falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime reliquie ed il vicario di Cristo;anzipure il santissimo corpo di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre false paci e non con alcuna real guerra vinto...«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato, sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata, oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente s’è potuto rimovere...»Egli stesso, nell’orazione a Veneziaper la Lega, descrive la monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare, di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto (perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe. Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».
99.«Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (il doge) quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...
«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno, altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...
«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola, niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle; ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte. Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie sue...
«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancoraanzipure ancora non conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città, che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono, mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi l’han fatto depositario e guardiano, rivendere,anzirenderla loro falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...
«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime reliquie ed il vicario di Cristo;anzipure il santissimo corpo di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre false paci e non con alcuna real guerra vinto...
«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato, sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata, oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!
«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente s’è potuto rimovere...»
Egli stesso, nell’orazione a Veneziaper la Lega, descrive la monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare, di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto (perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe. Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».
100.«E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno che quest’opera (l’occupazione di Piacenza) è giusta, perchè ella è vostra e da voi operata...»
100.«E quantunque assai chiaro indizio possa essere a ciascuno che quest’opera (l’occupazione di Piacenza) è giusta, perchè ella è vostra e da voi operata...»
101.Delle orazioni scritte da molti uomini illustri de’ nostri tempi, raccolte da Francesco Sansovino; Venezia 1661: e spesso ristampate con cambiamenti.
101.Delle orazioni scritte da molti uomini illustri de’ nostri tempi, raccolte da Francesco Sansovino; Venezia 1661: e spesso ristampate con cambiamenti.
102.Trajano Boccalini, negli spiritosi suoiRagguagli del Parnaso, introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri, deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente, ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro, conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose, perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità, acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di remissione d’animo».
102.Trajano Boccalini, negli spiritosi suoiRagguagli del Parnaso, introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri, deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente, ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro, conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose, perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità, acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di remissione d’animo».
103.LoScisma d’Inghilterradel Davanzati è traduzione o compendio di Nicolò Saunders, illanguidito dal passare in silenzio la parte politica; pure è savio il giudizio che, sul fine, dà intorno ad Enrico VIII.
103.LoScisma d’Inghilterradel Davanzati è traduzione o compendio di Nicolò Saunders, illanguidito dal passare in silenzio la parte politica; pure è savio il giudizio che, sul fine, dà intorno ad Enrico VIII.
104.Il Napione, ne’Piemontesi illustri, ha coraggio di lodare l’armonica brevità de’ costui periodi, la rapidità della narrazione e la nativa semplicità.
104.Il Napione, ne’Piemontesi illustri, ha coraggio di lodare l’armonica brevità de’ costui periodi, la rapidità della narrazione e la nativa semplicità.
105.È pur notevole che la prima traduzione dell’Eneidein francese è d’un anonimo del 1483, oggi illeggibile, mentre noi leggiamo iFatti di Enea, anteriori di due secoli. Lemaire de Belges, che viaggiò in Italia nel 1508 e 9, scrisse laConcorde de deux langages, ove disputa sulla preminenza tra il francese e l’italiano, e concede la superiorità di questo nel tempio d’Amore, ma l’eguaglianza nel tempio di Minerva. Or bene, egli non può opporre a Dante che Jean de Meung, autore delRomanzo della Rosa, e a Boccaccio e Petrarca, Crétin e Meschinot; autori ignoti fino ai più eruditi francesi, mentre noi leggiamo tuttodì que’ nostri.
105.È pur notevole che la prima traduzione dell’Eneidein francese è d’un anonimo del 1483, oggi illeggibile, mentre noi leggiamo iFatti di Enea, anteriori di due secoli. Lemaire de Belges, che viaggiò in Italia nel 1508 e 9, scrisse laConcorde de deux langages, ove disputa sulla preminenza tra il francese e l’italiano, e concede la superiorità di questo nel tempio d’Amore, ma l’eguaglianza nel tempio di Minerva. Or bene, egli non può opporre a Dante che Jean de Meung, autore delRomanzo della Rosa, e a Boccaccio e Petrarca, Crétin e Meschinot; autori ignoti fino ai più eruditi francesi, mentre noi leggiamo tuttodì que’ nostri.
106.Nota al lib.I. c. 9,Politic.
106.Nota al lib.I. c. 9,Politic.
107.Fu edito nelloSpicilegiumdel Maj.
107.Fu edito nelloSpicilegiumdel Maj.
108.Lettere, nell’edizione de’ Classici, tom.III. c. 218.
108.Lettere, nell’edizione de’ Classici, tom.III. c. 218.
109.— Di grazia, signor Bernardo, quando vi scrivo da qui innanzi, stracciate le lettere, chè io non ho tempo di scrivere quasi a persona, non che di fare ogni lettera col compasso in mano; e questi furbi libraj stampano ogni scempiezza. Fatelo, se volete ch’io vi scriva alle volte: altramente mi protesto che non vi scriverò mai. Dico questo in collera, perchè adesso ho visto andare in processione alcune mie letteraccie, che me ne sono vergognato fin dentro l’anima».
109.— Di grazia, signor Bernardo, quando vi scrivo da qui innanzi, stracciate le lettere, chè io non ho tempo di scrivere quasi a persona, non che di fare ogni lettera col compasso in mano; e questi furbi libraj stampano ogni scempiezza. Fatelo, se volete ch’io vi scriva alle volte: altramente mi protesto che non vi scriverò mai. Dico questo in collera, perchè adesso ho visto andare in processione alcune mie letteraccie, che me ne sono vergognato fin dentro l’anima».
110.Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,E come te sol amo, pregoti me sol ama.
110.
Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,E come te sol amo, pregoti me sol ama.
Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,E come te sol amo, pregoti me sol ama.
Te sola amo e te solo amare, Lisetta, desio,
Che sol tra l’altre degna d’amor mi pari.
Giusto guiderdone deh rendimi dunque, Lisetta,
E come te sol amo, pregoti me sol ama.
111.Giammaria Barbieri di Modena stette molti anni in Francia per istudiare i poeti provenzali, dai quali esso induceva l’origine della poesia italiana; ricco di cognizioni e di manoscritti tornò in patria, e chiese la collaborazione del Castelvetro; ma morì, non lasciando compiuto che un trattato sull’origine della poesia rimata.
111.Giammaria Barbieri di Modena stette molti anni in Francia per istudiare i poeti provenzali, dai quali esso induceva l’origine della poesia italiana; ricco di cognizioni e di manoscritti tornò in patria, e chiese la collaborazione del Castelvetro; ma morì, non lasciando compiuto che un trattato sull’origine della poesia rimata.
112.Quando gli stranieri irrompevano contro Pavia, fece una canzone, ove dice:Eran tutta la turba di GuascognaI vil fanti di Francia anime ladreContro l’alma Pavia giurati insiemeCo’ pastor di Lamagna e mille squadreD’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!Con loro Italia preme.Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e temeD’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;Questo in disparte or lascio,Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.Tutte accampate son le schiere inique;Come le rive, il Barco arme risuona,Già son piantati i fulmini infernali.
112.Quando gli stranieri irrompevano contro Pavia, fece una canzone, ove dice:
Eran tutta la turba di GuascognaI vil fanti di Francia anime ladreContro l’alma Pavia giurati insiemeCo’ pastor di Lamagna e mille squadreD’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!Con loro Italia preme.Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e temeD’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;Questo in disparte or lascio,Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.Tutte accampate son le schiere inique;Come le rive, il Barco arme risuona,Già son piantati i fulmini infernali.
Eran tutta la turba di GuascognaI vil fanti di Francia anime ladreContro l’alma Pavia giurati insiemeCo’ pastor di Lamagna e mille squadreD’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!Con loro Italia preme.Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e temeD’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;Questo in disparte or lascio,Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.Tutte accampate son le schiere inique;Come le rive, il Barco arme risuona,Già son piantati i fulmini infernali.
Eran tutta la turba di Guascogna
I vil fanti di Francia anime ladre
Contro l’alma Pavia giurati insieme
Co’ pastor di Lamagna e mille squadre
D’altri Tedeschi: ed oh nostra vergogna!
Con loro Italia preme.
Bastarda Italia, ahi che il cor m’arde, e teme
D’accoglier tutto a un tempo un sì gran fascio;
Questo in disparte or lascio,
Chè ’l primo carco pur troppo mi pesa, ecc.
Tutte accampate son le schiere inique;
Come le rive, il Barco arme risuona,
Già son piantati i fulmini infernali.
113.Novantasei opere del Sansovino cataloga il Cicogna,Iscrizioni venete, tom.IV. p. 40.
113.Novantasei opere del Sansovino cataloga il Cicogna,Iscrizioni venete, tom.IV. p. 40.
114.Se altro mancasse, citerei l’Oliviero e l’Orlando colla durindana in pugno, scolpiti sulla facciata di San Zeno a Verona.
114.Se altro mancasse, citerei l’Oliviero e l’Orlando colla durindana in pugno, scolpiti sulla facciata di San Zeno a Verona.
115.Io ti rispondo: era così permesso,Era nato costui per ingannarlo,E convenìa che gli credesse Carlo.Cap.XXVIII. 15.
115.
Io ti rispondo: era così permesso,Era nato costui per ingannarlo,E convenìa che gli credesse Carlo.Cap.XXVIII. 15.
Io ti rispondo: era così permesso,Era nato costui per ingannarlo,E convenìa che gli credesse Carlo.Cap.XXVIII. 15.
Io ti rispondo: era così permesso,
Era nato costui per ingannarlo,
E convenìa che gli credesse Carlo.
Cap.XXVIII. 15.
116.Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,Multa cito ut placeant, displicitura brevi.Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus imparIpsa sibi, longa non retinenda mora.Carmina, lib.II.
116.
Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,Multa cito ut placeant, displicitura brevi.Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus imparIpsa sibi, longa non retinenda mora.Carmina, lib.II.
Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,Multa cito ut placeant, displicitura brevi.Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus imparIpsa sibi, longa non retinenda mora.Carmina, lib.II.
Hoc olim ingenio vitales hausimus auras,
Multa cito ut placeant, displicitura brevi.
Non in amore modo mens hæc, sed in omnibus impar
Ipsa sibi, longa non retinenda mora.
Carmina, lib.II.
117.NelIII. 25, Melissa predice che da Ruggero nascerà un fanciullo, il quale sarà in ajuto di Carlo contro i Longobardi.
117.NelIII. 25, Melissa predice che da Ruggero nascerà un fanciullo, il quale sarà in ajuto di Carlo contro i Longobardi.
118.V’è una fontanabella e ben intesa, fatta come un padiglione ottagono,copertada un cielo d’orocoloritodi smalti, e sostenuto col braccio manco da otto statue, ognuna delle quali nella destra ha un corno d’Amaltea da cui versa acqua; poi pilastri in forma di donne, che fermano ciascuna il piede sugli omeri di due immagini, con la bocca aperta, e con lunghe ed amplissime scritture in mano.
118.V’è una fontanabella e ben intesa, fatta come un padiglione ottagono,copertada un cielo d’orocoloritodi smalti, e sostenuto col braccio manco da otto statue, ognuna delle quali nella destra ha un corno d’Amaltea da cui versa acqua; poi pilastri in forma di donne, che fermano ciascuna il piede sugli omeri di due immagini, con la bocca aperta, e con lunghe ed amplissime scritture in mano.
119.Un’Allegoria sopra il Furiosofu stampata nel 1584 da Giuseppe Bonanome, dedicandola al cavalier Bonifazio Agliardi bergamasco, «che in sostegno della patria era stato un Sobrino, un Nestore, un saggio senatore, senza mancargli punto di consiglio ne’ turbolentissimi tempi, e adoperandosi sempre con sommo studio e fatica e come privata e pubblica persona».
119.Un’Allegoria sopra il Furiosofu stampata nel 1584 da Giuseppe Bonanome, dedicandola al cavalier Bonifazio Agliardi bergamasco, «che in sostegno della patria era stato un Sobrino, un Nestore, un saggio senatore, senza mancargli punto di consiglio ne’ turbolentissimi tempi, e adoperandosi sempre con sommo studio e fatica e come privata e pubblica persona».
120.L’Ariosto diede il suo poema da correggere ad Annibale Richi senese, capitano: e il Muzio fa le grosse meraviglie che si valesse «d’un soldato senese che di lingua toscana sapeva quanto egli ne aveva appreso dalla mamma». Questa condizione, per chi non sia un pedante, è appunto la meglio opportuna a diligenze di tal genere.
120.L’Ariosto diede il suo poema da correggere ad Annibale Richi senese, capitano: e il Muzio fa le grosse meraviglie che si valesse «d’un soldato senese che di lingua toscana sapeva quanto egli ne aveva appreso dalla mamma». Questa condizione, per chi non sia un pedante, è appunto la meglio opportuna a diligenze di tal genere.
121.Non è mio costume domandar perdono della verità. Ma voglio dire come, fa alquanti anni, credetti dover mio avvisare altamente i padri e i maestri del danno a cui esponevano la gioventù col darle in mano questo scrittore, che fra’ nostri è il più pericoloso perchè il più bello. Mi si levò ’ncontro la sfuriata de’ pedanti vecchi e de’ nuovi, e fu chi, a nome dell’Italia, mi sfidava a disdire o a provare l’ingiuria fatta al gran poeta. Miserabili! Inchinatevi agl’idoli del bello; ornate di balocchi i sonni e le orgie della vostra patria. Noi sentiamo nelle lettere una vocazione, un sacerdozio; noi abbiam bisogno, abbiamo dovere di ammonir la gioventù, e di avvezzarla a torcere dal bello, quando nemico del buono.
121.Non è mio costume domandar perdono della verità. Ma voglio dire come, fa alquanti anni, credetti dover mio avvisare altamente i padri e i maestri del danno a cui esponevano la gioventù col darle in mano questo scrittore, che fra’ nostri è il più pericoloso perchè il più bello. Mi si levò ’ncontro la sfuriata de’ pedanti vecchi e de’ nuovi, e fu chi, a nome dell’Italia, mi sfidava a disdire o a provare l’ingiuria fatta al gran poeta. Miserabili! Inchinatevi agl’idoli del bello; ornate di balocchi i sonni e le orgie della vostra patria. Noi sentiamo nelle lettere una vocazione, un sacerdozio; noi abbiam bisogno, abbiamo dovere di ammonir la gioventù, e di avvezzarla a torcere dal bello, quando nemico del buono.