122.Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezzaNobiltà d’alma, lealtade e fede,Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.Ben vi so dir che qui negletto siedeParnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oroFebo, Vener, Minerva e Marte cede;Qui non bisogna ordir sottil lavoroPer adempir le sue bramose voglie,Chè ricchezze mostrar basta con loro.123.Gli furono pagate ducento scudi romani.124.A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».125.Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula, il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria volesse intender della Francia, vedete nelIIlibro al cap. 20, dove Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità, o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».126.E non il Rucellaj; il quale nella dedica delleApigli scrive: — Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni liberi dalle rime poneste in luce».127.Io son pur giunto al desiato fineDel faticoso e lungo mio poema,Che fatto è tal che non avrà più temaDi tempo e guerre, o d’altre empie ruine;Anzi di poi che al natural confineGiungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,Spera aver laudi ancor quasi divine.128.Sia maledetta l’ora e il giorno, quandoPresi la penna, e non cantai d’Orlando.129.Nella dedica delleLettere facete e piacevoli di diversi grandi uomini et chiari ingegni. Venezia 1565.130.Viveva allegramenteNè mai troppo pensoso o tristo stava...Era faceto, e capitoli a menteD’orinali e d’anguille recitava...Onde il suo sommo bene era il giacereNudo, lungo disteso; e il suo dilettoEra non far mai nulla e starsi a letto.131.O poveri infelici cortigiani,Usciti dalle man de’ FiorentiniE dati in preda a Tedeschi e marrani,Che credete che importin quegli unciniChe porta per impresa quest’Arlotto,Figliol d’un cimador di pannilini?132.Empio signor, che della roba altruiLieto ti vai godendo e del sudore,Venir ti possa un canchero nel coreChe ti porti di peso a’ regni bui.E venir possa un canchero a coluiChe di quella città ti fe signore;E s’egli è altri che ti dia favore,Possa venir un canchero anche a lui.133.Come m’insegna la natura e mostra,Così scrivo senz’arte, e così parlo.134.Ma prima di lui Giovan Giorgio Arione d’Asti avea pubblicatoOpera jocunda metro maccheronico materno et gallico composita, con lodi a Carlo VIII e Luigi XII. Nelle sue commedie costui ritrasse troppo al vivo la depravazione de’ nobili e del clero, onde dovette ritrattarsi, e i suoi libri furono arsi dal Sant’Uffizio.135.Di salnitro e di solfo oscura polveChiude altri in ferro cavo, e poi la toccaDietro col foco, e in foco la risolve,Onde fragoroso suon subito scocca,Scocca e lampeggia, ed una palla volve,Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:Crudel saetta che imitar s’attentaL’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.136.Di se stessa cantava:Un sol dardo pungente il petto offeseSì ch’ei riserba la piaga immortalePer schermo contro ogni amoroso impaccio.Amor le faci spense ove le accese,L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.Nel 1558 si stampò unTempio alla divina signora Giovanna d’Aragona, poetessa, moglie di Ascanio Colonna. Laura Battiferri, figliuola naturale d’un Urbinate e moglie dello scultore Ammanato, fece poesie, la più parte sacre, ed ebbe gran lodi da Bernardo Tasso, da Annibal Caro, da Benedetto Varchi. Isotta Brembati bergamasca fu poetessa lodatissima; sapeva latino e francese; in spagnuolo potè trattare affari proprj nel senato di Milano. Lucia Bertani genovese univa alla bellezza virtuosa il talento del poetare, e molto s’industriò per rappacificare il Castelvetro col Caro. Giulia Rigolini padovana scrisse in lode dell’Aretino, che la ripagò d’encomj; e fra i molti che la encomiarono, lo Scardeoni dice che compose rime e novelle al modo del Boccaccioinsigni argumento, artificio mirabili, eventu vario et exitu inexpectato. Ersilia Cortese del Monte, nipote del cardinal Gregorio Cortese e moglie d’un nipote di Giulio III, fu lodata assai pe’ suoi versi, ma più per la virile virtù, con cui nello stato vedovile perseverò contro i tanti che vagheggiavano i meriti di lei o forse le signorie di cui l’avea dotata papa Giulio. Suor Lorenza Strozzi, domenicana di Firenze, scrisse centoquattro canti latini, più volte stampati e messi in musica, e che si cantavano per le chiese. Ponno aggiungersi Isabella d’Este, Argentina Pallavicino, Bianca e Lucrezia Rangone, Francesca Trivulzio, Maria di Cardona, Malvezzi, Angiola Sirena, Claudia della Rovere, Laura Terracina, le lucchesi Silvia Bandinelli e Clara Matriani, ecc. VedansiChiesa,Teatro delle donne letterate;Luisa Bergalli,Raccolta delle più illustri rimatrici d’ogni secolo; conteLeopoldo Ferri,Le donne letterate.137.A Parma nel 1414 si diè nella cattedrale una rappresentazione dei tre re Magi: nel 1481 la storia di Abramo ed Isacco, probabilmente quella di Feo Belcari.Pezzana,ad annum.138.Sansovino,Venetia città nobilissima e singolare; colle giunte delloStringa.139.O nelle lettere di Isabella d’Este al marito Francesco Gonzaga, edite nell’Archivio storico.140.Biografia universale; traduzione veneta, in Plauto.141.Il Campi scrive che Francesco Affaitati, ricchissimo e nobile cremonese, fu della Compagnia della Calza, «la quale è solita di farsi alle volte con tal splendore, che i primi principi d’Europa si recavano a grandissimo onore l’esservi o ricevuti o invitati».De’ grandiosi apparati che accompagnavano la recita delle commedie è prova una lettera del Vasari a Ottaviano de’ Medici, a proposito delle grandi pitture ch’ei fece quando l’Atalantadell’Aretino fu recitata dai Sempiterni in Venezia. Ancor più magnifici descrive gl’intermezzi pel matrimonio del granduca Francesco con Giovanna d’Austria.142.Lettere di C. Castiglioni.143.Di una particolare favola scenica di Aurelio Vergerio parla così il Muzio nell’Arte poetica:Il mio Vergerio già felicementeCon una sola favola due nottiTenne lo spettator più volte intento.Chiudean cinque e cinque atti gli accidentiDi due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.Il popolo, infiammato dal diletto,Ne stava il giorno che veniva appresso,Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;Quindi correa la calca a tutti i seggi,Vaga del fine, ed a pena soffrivaD’aspettar ch’altri ne levasse i velti.144.Sin dal 1502 era conosciuta unaSinfonisbain ottave di Galeotto Del Carretto da Casal Monferrato, autor di commedie in versi e d’una cronaca del Monferrato. VediMonum. Hist. patriæ.145.Ancor manoscritta fu criticata e sostenuta calorosamente, ed egli la difese con cinque lezioni, donde botte e risposte clamorose.146.Non 1508, come in Tiraboschi.147.Vedi principalmente il prologo allaStregache è recitato dal Prologo e dall’Argomento.148.Sansovino, lib.X. p. 450.149.Fra questi pantomimi merita ricordo la famiglia Grimaldi, che si trapiantò in Inghilterra, e da cui uscì il famoso clown Giuseppe Grimaldi, morto nel 1857, e che scrisse le proprie memorie, all’edizione delle quali assistette lo spiritoso romanziere Dickens.150.Molière copiò molto dalCandellajodi Giovanni Bruno, dall’Assiuolodi Gianmaria Cecchi, daiSuppositidell’Ariosto, dall’Emiliadi Luigi Grotto, dallaTrinuziadel Firenzuola.Nella Memoria, premiata dall’Accademia francese il 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, Rathery scrive:C’est par le côté régulier que le théâtre italien a dû plaire à l’école de Ronsard et de Dubelloy. C’est là que Lazare de Baïf, Thomas Sebilet, Jodelle et Garnier puisèrent leurs imitations de sujets grecs..... Pour compléter la ressemblance, il y eut aussi chez nous, à côté de cette école classique, une autre veine comique plus franche, et qui, bien que représentée par un auteur italien d’origine, peut passer pour la chaîne qui relie à Molière nos vieux gabeurs français. Pierre de Larivey(L’Arrivato)était fils d’un des Giunti, cette famille d’imprimeurs florentins ou vénitiens, venu à Troyes à la suite d’artistes ou de banquiers du même pays. Son théâtre se compose de traductions ou d’imitations d’italien, non pas de pièces régulières, mais desimbroglio, improvisades,commedie dell’arte, parade de la foire: en un mot, de tout ce répertoire anonyme et non imprimè, qui subsista de tout temps en Italie à côtè du théâtre classique. Tel est le fond qui, chez Larivey, s’échauffe de la verve gauloise, et s’assaisonne du sel champenois.151.Milano 1496. È il primo libro ove s’imprimessero note musicali, con caratteri di legno.152.Cristoforo Landinonel commento di Dante.153.Almeno l’opera più antica ch’io conosca è l’Orbecche, tragedia di Cintio Giraldi, rappresentata in Ferrara in casa dell’autore il 1541, dinanzi ad Ercole II d’Este, quarto duca di Ferrara; fece la musica Alfonso della Viola; fu architetto e dipintore Girolamo Carpi ferrarese.154.A quest’ultimo il Grillo scriveva: — Ella è padre di nuova maniera di musica, o piuttosto di un cantar senza canto, di un cantar recitativo, nobile e non popolare, che non tronca, non mangia, non toglie la vita alle parole, non l’affetto: anzi glielo accresce raddoppiando il loro spirito e forza. È dunque invenzione sua questa bellissima maniera di canto, o forse ella è nuovo ritrovatore di quella forma antica, perduta già tanto tempo fa nel vario costume d’infinite genti, e sepolta nell’antica caligine di tanti secoli. Il che mi si va più confermando dopo l’essersi recitata sotto cotal sua maniera la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini, nella quale, coloro che stimano nella poesia drammatica e rappresentativa il coro essere ozioso, possono benissimo chiarirsi a che se ne servivano gli antichi, e di quanto rilievo sia in simili componimenti».155.Tiraboschi, vol.XII. pag. 1560.156.Giraldi,Discorsi di varie considerazioni di poesia, p. 78;Crescimbeni,Storia della poesia, tom.I. p. 361.157.Morì intendente delle finanze di Francia nel 1575 a ottantasei anni, e lasciò la più ricca collezione di libri e di medaglie che fosse colà.158.Aretino,Lettere, tom.I, p. 205. — Sono della più stupenda gonfiezza le lodi che l’Alunno dà a se stesso per l’abilità calligrafica. Della quale ebbe gloria anche il patrizio milanese Gianfrancesco Cresci, che superò il napoletano Giambattista Palatino, inventò la scrittura cancelleresca, stampò opere e modelli, e fu a servizio di Pio V e del cardinale Federico Borromeo.159.Condivi,Vita di Michelangelo, §LVII.160.Da un quadro dell’Università romana nel 1514 si raccoglie che mastro Luca di Borgo avea cenventi fiorini l’anno per insegnare le matematiche; Guarino, trecento pel greco; Angelo di Siena medico, cinquecentotrenta; Scipione Lancelloti pur medico, cinquecento; in ogni rione di Roma v’era un maestro di grammatica a cinquanta fiorini. I corsi cominciavano il 3 novembre; faceasi lezione mattina e sera, ed anche i giorni festivi. V’erano sei professori di retorica, undici di diritto canonico, venti di diritto civile, quindici di medicina, cinque di filosofia morale.161.Gian Bologna ad essi scriveva ora, al dir suo,philosofesco, oraa lo escoultoresco, ma sempre barbaramente; e per es.: — O ricevuto duo suo amorevola alquanto don medesimo tenore, el quale infinitamente ringratia vostra signoria del bona offitio aver fatta apresa a sua Altezza serenissima per conto di quele giovano di Sachognia ecc.».162.Promisit duci... annis singulis una vel iterata vice dare, præsentare, tradere duos libros qui sint jucundæ et delectabilis lectionis pro captu animi ejus excellentiæ, in hoc satis noti ipsi feudatario, sub pœna dupli sólemni stipulatione promissa.Ap.Tiraboschi. Doveano essere libri suoi o d’altri?163.Del duca d’Urbino l’Atanagi scriveva:Anime belle e di virtude amiche,Cui fero sdegno di fortuna offende,Sì che ven gite povere e mendicheCome a lei piace che pietà contende,Se di por fine alle miserie anticheCaldo desio l’afflitto cor v’accende,Ratte correte alla gran Quercia d’oro,Onde avrete alimento, ombra, ristoro.164.Ce li conservò l’Aretino, e riduconsi a un bisticcio:Quel generasti di cui concepisti,Portasti quel di cui fosti fattura,E di te nacque quel di cui nascesti.165.Campi,Storia di Cremona, al 1571.166.Finchè me ne rimembre, esser non puoteChe di promesse altrui mai più mi fidi.La sciocca speme a le contrade ignoteSalì del ciel quel dì che ’l pastor santoLa man mi strinse e mi baciò le gote. (Satire).Nel Ginguené il bene che Leon X fece alle lettereest si incontestable et si grand, qu’il couvre toutes ses fautes; pt.II, c. 1. Di Clemente VII dice:Cette tête si forte ou du moins si ténace!167.Opra che in esaltarlo abbia compostaNon vuol che ad acquistar mercè sia buona;Di mercè degno è l’ir correndo in posta...S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;Più grato fora essergli stato appresso. (Satire).«È una baja che fosse coronato» dice dell’Ariosto Virginio suo figlio. Jacopo Nardi nel prologo dellaCommedia d’Amiciziachiede compatimento sul poco merito di questa, giacchè non v’è oggi chi pareggi «gli antichi esempj de’ poetici ingegni»:Ma sia chi a me insegniIn questa nostra etateAugusto o Mecenate,Il qual conforti e sproni,Porga sussidj e doniAgli animi gentili,I qual diventan viliVedendosi negletti,Conculcati ed abjetti,E senza alcuno onore.Chi a virtù porti onoreNon trovo di mille uno,Benchè benigno alcunoE grato esser conosco.168.Il Tiziano scrive a Carlo V: — Restami di supplicare l’Altezza di vostra maestà di concedermi grazia che la provvisione mia sopra la camera di Milano di scudi duecento, di cui non ho mai ricevuto cosa alcuna, e così delle tratte delle trecento carra di grano del regno di Napoli, e della pensione della naturalezza di Spagna di scudi cinquecento per mio figliuolo, abbino ormai quella espedizione che si ricerca alla cortesia di vostra maestà e alli bisogni del servo suo poter soddisfare con la sua liberalità alla dote di mia figlia».E più tardi a Filippo II, mandandogli la Cena, scrive ancora: — Se è stata giammai grata in qualche parte la mia lunghissima servitù, ella si degni di compiacersi ch’io non sia più tanto lungamente tormentato da’ suoi ministri in riscuotere le mie provvisioni, acciocchè io possa più tranquillamente vivere questi pochi giorni che mi restano... senza spenderne la maggior parte, come mi convien fare al presente, in iscrivere or qua or là a diversi suoi negoziatori, non senza mio gravissimo dispendio, e quasi sempre indarno per avere quel poco denaro che posso appena trarre dopo molto tempo».169.Decreto del senato 29 agosto 1560.170.Sono sei mesi passati ch’io diedi una mia canzone indirizzata all’eccellenza vostra, al suo segretario in Venezia, a fine che gliela facesse capitar nelle mani, come mi promise di fare, e come il dovere vorrebbe che avesse fatto. Non ho avuto fino al dì d’oggi alcuna risposta nè da lei in iscritto, nè dal suo segretario, nè in alcun altro modo; mi pare impossibile, se l’avesse avuta, che non m’avesse almeno renduto canzon per canzone, come pare che da un tempo in qua si sia cominciato ad usare... Nel caso dunque che detta mia canzone non le sia pervenuta, io la prego che faccia che don Silvano gliela presti, e la legga, che non dubito di avere quella cortese risposta che si conviene alla sua grandezza. Che don Silvano n’abbia copia ne sono sicuro, perchè non solo mi rispose d’averla avuta, e me ne ringraziò con parole, ma in ricompenso mi mandò un ricco presente di lavori di tele sottilissime, non da frati, ma da papi, e di tal valore, che se i principi, a’ quali ho scritto, mi avessero presentato a proporzione a quel modo, io mi troverei aver più tele e più lavori nelle casse, che versi in istampa... Torno a dire che vostra eccellenza parli un poco con don Silvano, che mi conosce, e, al modo suo di procedere, mostra aver giudizio e conoscere il buono; e mi perdoni se per risentirmi contro un disprezzo, che mi pare patire a torto, sono uscito alquanto dei termini; che non resta per questo ch’io non le sia quel devotissimo servitore che dicono i miei versi, ai quali riportandomi farò fine, pregando a lei ogni felicità, ed aspettando a me risposta da duca e non da sofista. Di Venezia il dì 22 maggio di 1563». È pubblicata dal Gamba nelleMemorie dell’Ateneo veneto, ed è lunghissima.171.Lettere, pag. 19. E a messer Girolamo Anglerio a Pisa, la vigilia di carnevale 1522, scrive: — Vorrei bene che (il cardinale di Tornone) mi raccomandasse al signor cardinale di Guisa, che facesse che il vescovo di Tul fosse uomo da bene, con pagarmi la pensione per l’anima del magnanimo re Francesco e per la felicità del generosissimo re Enrico, li quali sono stati finquì onoratamente celebrati da me... Se vi venisse fatto di parlare al signor cardinale Montepulciano, vogliate pregarlo si degni nelle sue lettere al signor cardinale Poggio di ricordargli la promessa opera circa il farmi pagare la pensione di Pamplona. E perchè il denaroest hodie sanguis secundus, pregate un poco il signor cardinale Maffeo che mi renda agevole il signor Bozzuto con esortare ancoralippomaniteril signor Francesco Corona a voler essere galantuomo, e non troppo riservatoerga veteres servitores lippomanæ domus».172.Archivio storico, appendice, vol.II. 322.173.Historia, lib.XIIeXXI.174.Dedica delle Epigrafie.175.«Dammi la cetra omai, musa gentile»; così comincia egli, eab uno disce omnes.176.Niceron,Memorie, tom.XXI, p. 115.177.— Io certamente per essere di me sparsa opinione che alquanto ne partecipassi (della pazzia), so bene quanta comodità e quanti vantaggi n’ho riportato: altri di me si rideva, ed io lor tacitamente uccellava; e godendo de’ privilegi pazzeschi, sedeva quando altrui, che ben forbito si teneva, stavasi ritto; coprivami quando altri stava a capo ignudo; e saporitamente dormiva quando altri non senza gran molestia vegliava».Landi,Parad.5 del lib.I.178.Prologo dell’Orazia.179.Scriveva a madonna Lucietta Saracina: — Per non sapere con qual sorta di gratitudine ricompensare i saluti che mi mandate per bocca del di voi signor Gasparo senza menda e senza inganno consorte, mi è parso di mio uffizio e di mio debito il commettere con i prieghi ad Alessandro Vittoria che, subito costì giunto in Vicenza, l’idea del volto vostro rassempli».180.Al cardinale di Mantova scrive: — Io mi credo che oggi mai si sappia con che sorte siano in grado le mie composizioni, massimamente quelle che si fanno temere; e chi mancasse di tal notizia, può domandare il caso del Brocardo, la brava memoria del quale fulminata fra loro, se ne morì col testimonio di tutta Padova». E a Bernardo Tasso: — Io che vi sono più fratello in la benevolenza che voi non mostrate d’essermi amico in l’onore, non mi credevo che il sereno del mio animo dovesse mai più comprendersi dalla sorte di que’ nuvoli, che dopo i tuoni e i baleni scoppiarono nel folgore che mandò Antonio Brocardo sotterra».181.Sotto Milan dieci volte, non ch’una,Mi disse: Piero, se di questa guerraMi campa Dio e la buona fortuna,Ti voglio insignorir della tua terra.182.Lib.II. p. 148.183.Lib.I. p. 102.184.Ad Ersilia del Monte, nipote di Giulio III.185.Vedi la sua vita nelMazzuchelli, pag. 57.186.E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».187.LetteraXXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli, ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.188.Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un suo mirabilissimo ritratto:«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta chesic transit gloria mundi».189.— Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato, del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e le bacio la mano.Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.Umil. servitore Anton Francesco Doni».190.D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta milanese, che punto nelCombattimento poetico del divino Aretino e del bestiale Albicante, rispose così furiosamente, che l’Aretino sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia, altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (Luca Contile), e volle che ogni amico suo scrivesse contra di quello.191.Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice:Peult dire qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie.192.Miglioridell’Artaud(Machiavelli, son génie et ses erreurs. Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della politica europea, di Norrisson, e di molti altri.193.— La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli compose e intitolòil Principe, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo, acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi; la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro».Varchi,Storie, lib.III. p. 210.— L’universale per conto del suoPrincipel’odiava; ai ricchi pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario: il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi, perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva d’essersi impacciato con papa Clemente».Busini,LetteraXI.194.Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre stato,ut plurimum, e stravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.195.In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata, misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti, e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati: così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».
122.Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezzaNobiltà d’alma, lealtade e fede,Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.Ben vi so dir che qui negletto siedeParnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oroFebo, Vener, Minerva e Marte cede;Qui non bisogna ordir sottil lavoroPer adempir le sue bramose voglie,Chè ricchezze mostrar basta con loro.
122.
Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezzaNobiltà d’alma, lealtade e fede,Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.Ben vi so dir che qui negletto siedeParnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oroFebo, Vener, Minerva e Marte cede;Qui non bisogna ordir sottil lavoroPer adempir le sue bramose voglie,Chè ricchezze mostrar basta con loro.
Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezzaNobiltà d’alma, lealtade e fede,Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.Ben vi so dir che qui negletto siedeParnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oroFebo, Vener, Minerva e Marte cede;Qui non bisogna ordir sottil lavoroPer adempir le sue bramose voglie,Chè ricchezze mostrar basta con loro.
Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezza
Nobiltà d’alma, lealtade e fede,
Quanto gemme e tesor s’onora e prezza.
Ben vi so dir che qui negletto siede
Parnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oro
Febo, Vener, Minerva e Marte cede;
Qui non bisogna ordir sottil lavoro
Per adempir le sue bramose voglie,
Chè ricchezze mostrar basta con loro.
123.Gli furono pagate ducento scudi romani.
123.Gli furono pagate ducento scudi romani.
124.A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».
124.A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».
125.Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula, il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria volesse intender della Francia, vedete nelIIlibro al cap. 20, dove Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità, o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».
125.Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula, il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria volesse intender della Francia, vedete nelIIlibro al cap. 20, dove Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità, o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».
126.E non il Rucellaj; il quale nella dedica delleApigli scrive: — Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni liberi dalle rime poneste in luce».
126.E non il Rucellaj; il quale nella dedica delleApigli scrive: — Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni liberi dalle rime poneste in luce».
127.Io son pur giunto al desiato fineDel faticoso e lungo mio poema,Che fatto è tal che non avrà più temaDi tempo e guerre, o d’altre empie ruine;Anzi di poi che al natural confineGiungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,Spera aver laudi ancor quasi divine.
127.
Io son pur giunto al desiato fineDel faticoso e lungo mio poema,Che fatto è tal che non avrà più temaDi tempo e guerre, o d’altre empie ruine;Anzi di poi che al natural confineGiungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,Spera aver laudi ancor quasi divine.
Io son pur giunto al desiato fineDel faticoso e lungo mio poema,Che fatto è tal che non avrà più temaDi tempo e guerre, o d’altre empie ruine;Anzi di poi che al natural confineGiungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,Spera aver laudi ancor quasi divine.
Io son pur giunto al desiato fine
Del faticoso e lungo mio poema,
Che fatto è tal che non avrà più tema
Di tempo e guerre, o d’altre empie ruine;
Anzi di poi che al natural confine
Giungerà l’alma, e dopo l’ora estrema,
Spera aver laudi ancor quasi divine.
128.Sia maledetta l’ora e il giorno, quandoPresi la penna, e non cantai d’Orlando.
128.
Sia maledetta l’ora e il giorno, quandoPresi la penna, e non cantai d’Orlando.
Sia maledetta l’ora e il giorno, quandoPresi la penna, e non cantai d’Orlando.
Sia maledetta l’ora e il giorno, quando
Presi la penna, e non cantai d’Orlando.
129.Nella dedica delleLettere facete e piacevoli di diversi grandi uomini et chiari ingegni. Venezia 1565.
129.Nella dedica delleLettere facete e piacevoli di diversi grandi uomini et chiari ingegni. Venezia 1565.
130.Viveva allegramenteNè mai troppo pensoso o tristo stava...Era faceto, e capitoli a menteD’orinali e d’anguille recitava...Onde il suo sommo bene era il giacereNudo, lungo disteso; e il suo dilettoEra non far mai nulla e starsi a letto.
130.
Viveva allegramenteNè mai troppo pensoso o tristo stava...Era faceto, e capitoli a menteD’orinali e d’anguille recitava...Onde il suo sommo bene era il giacereNudo, lungo disteso; e il suo dilettoEra non far mai nulla e starsi a letto.
Viveva allegramenteNè mai troppo pensoso o tristo stava...Era faceto, e capitoli a menteD’orinali e d’anguille recitava...Onde il suo sommo bene era il giacereNudo, lungo disteso; e il suo dilettoEra non far mai nulla e starsi a letto.
Viveva allegramente
Nè mai troppo pensoso o tristo stava...
Era faceto, e capitoli a mente
D’orinali e d’anguille recitava...
Onde il suo sommo bene era il giacere
Nudo, lungo disteso; e il suo diletto
Era non far mai nulla e starsi a letto.
131.O poveri infelici cortigiani,Usciti dalle man de’ FiorentiniE dati in preda a Tedeschi e marrani,Che credete che importin quegli unciniChe porta per impresa quest’Arlotto,Figliol d’un cimador di pannilini?
131.
O poveri infelici cortigiani,Usciti dalle man de’ FiorentiniE dati in preda a Tedeschi e marrani,Che credete che importin quegli unciniChe porta per impresa quest’Arlotto,Figliol d’un cimador di pannilini?
O poveri infelici cortigiani,Usciti dalle man de’ FiorentiniE dati in preda a Tedeschi e marrani,Che credete che importin quegli unciniChe porta per impresa quest’Arlotto,Figliol d’un cimador di pannilini?
O poveri infelici cortigiani,
Usciti dalle man de’ Fiorentini
E dati in preda a Tedeschi e marrani,
Che credete che importin quegli uncini
Che porta per impresa quest’Arlotto,
Figliol d’un cimador di pannilini?
132.Empio signor, che della roba altruiLieto ti vai godendo e del sudore,Venir ti possa un canchero nel coreChe ti porti di peso a’ regni bui.E venir possa un canchero a coluiChe di quella città ti fe signore;E s’egli è altri che ti dia favore,Possa venir un canchero anche a lui.
132.
Empio signor, che della roba altruiLieto ti vai godendo e del sudore,Venir ti possa un canchero nel coreChe ti porti di peso a’ regni bui.E venir possa un canchero a coluiChe di quella città ti fe signore;E s’egli è altri che ti dia favore,Possa venir un canchero anche a lui.
Empio signor, che della roba altruiLieto ti vai godendo e del sudore,Venir ti possa un canchero nel coreChe ti porti di peso a’ regni bui.E venir possa un canchero a coluiChe di quella città ti fe signore;E s’egli è altri che ti dia favore,Possa venir un canchero anche a lui.
Empio signor, che della roba altrui
Lieto ti vai godendo e del sudore,
Venir ti possa un canchero nel core
Che ti porti di peso a’ regni bui.
E venir possa un canchero a colui
Che di quella città ti fe signore;
E s’egli è altri che ti dia favore,
Possa venir un canchero anche a lui.
133.Come m’insegna la natura e mostra,Così scrivo senz’arte, e così parlo.
133.
Come m’insegna la natura e mostra,Così scrivo senz’arte, e così parlo.
Come m’insegna la natura e mostra,Così scrivo senz’arte, e così parlo.
Come m’insegna la natura e mostra,
Così scrivo senz’arte, e così parlo.
134.Ma prima di lui Giovan Giorgio Arione d’Asti avea pubblicatoOpera jocunda metro maccheronico materno et gallico composita, con lodi a Carlo VIII e Luigi XII. Nelle sue commedie costui ritrasse troppo al vivo la depravazione de’ nobili e del clero, onde dovette ritrattarsi, e i suoi libri furono arsi dal Sant’Uffizio.
134.Ma prima di lui Giovan Giorgio Arione d’Asti avea pubblicatoOpera jocunda metro maccheronico materno et gallico composita, con lodi a Carlo VIII e Luigi XII. Nelle sue commedie costui ritrasse troppo al vivo la depravazione de’ nobili e del clero, onde dovette ritrattarsi, e i suoi libri furono arsi dal Sant’Uffizio.
135.Di salnitro e di solfo oscura polveChiude altri in ferro cavo, e poi la toccaDietro col foco, e in foco la risolve,Onde fragoroso suon subito scocca,Scocca e lampeggia, ed una palla volve,Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:Crudel saetta che imitar s’attentaL’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.
135.
Di salnitro e di solfo oscura polveChiude altri in ferro cavo, e poi la toccaDietro col foco, e in foco la risolve,Onde fragoroso suon subito scocca,Scocca e lampeggia, ed una palla volve,Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:Crudel saetta che imitar s’attentaL’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.
Di salnitro e di solfo oscura polveChiude altri in ferro cavo, e poi la toccaDietro col foco, e in foco la risolve,Onde fragoroso suon subito scocca,Scocca e lampeggia, ed una palla volve,Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:Crudel saetta che imitar s’attentaL’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.
Di salnitro e di solfo oscura polve
Chiude altri in ferro cavo, e poi la tocca
Dietro col foco, e in foco la risolve,
Onde fragoroso suon subito scocca,
Scocca e lampeggia, ed una palla volve,
Al cui scontro ogni duro arde e trabocca:
Crudel saetta che imitar s’attenta
L’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.
136.Di se stessa cantava:Un sol dardo pungente il petto offeseSì ch’ei riserba la piaga immortalePer schermo contro ogni amoroso impaccio.Amor le faci spense ove le accese,L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.Nel 1558 si stampò unTempio alla divina signora Giovanna d’Aragona, poetessa, moglie di Ascanio Colonna. Laura Battiferri, figliuola naturale d’un Urbinate e moglie dello scultore Ammanato, fece poesie, la più parte sacre, ed ebbe gran lodi da Bernardo Tasso, da Annibal Caro, da Benedetto Varchi. Isotta Brembati bergamasca fu poetessa lodatissima; sapeva latino e francese; in spagnuolo potè trattare affari proprj nel senato di Milano. Lucia Bertani genovese univa alla bellezza virtuosa il talento del poetare, e molto s’industriò per rappacificare il Castelvetro col Caro. Giulia Rigolini padovana scrisse in lode dell’Aretino, che la ripagò d’encomj; e fra i molti che la encomiarono, lo Scardeoni dice che compose rime e novelle al modo del Boccaccioinsigni argumento, artificio mirabili, eventu vario et exitu inexpectato. Ersilia Cortese del Monte, nipote del cardinal Gregorio Cortese e moglie d’un nipote di Giulio III, fu lodata assai pe’ suoi versi, ma più per la virile virtù, con cui nello stato vedovile perseverò contro i tanti che vagheggiavano i meriti di lei o forse le signorie di cui l’avea dotata papa Giulio. Suor Lorenza Strozzi, domenicana di Firenze, scrisse centoquattro canti latini, più volte stampati e messi in musica, e che si cantavano per le chiese. Ponno aggiungersi Isabella d’Este, Argentina Pallavicino, Bianca e Lucrezia Rangone, Francesca Trivulzio, Maria di Cardona, Malvezzi, Angiola Sirena, Claudia della Rovere, Laura Terracina, le lucchesi Silvia Bandinelli e Clara Matriani, ecc. VedansiChiesa,Teatro delle donne letterate;Luisa Bergalli,Raccolta delle più illustri rimatrici d’ogni secolo; conteLeopoldo Ferri,Le donne letterate.
136.Di se stessa cantava:
Un sol dardo pungente il petto offeseSì ch’ei riserba la piaga immortalePer schermo contro ogni amoroso impaccio.Amor le faci spense ove le accese,L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.
Un sol dardo pungente il petto offeseSì ch’ei riserba la piaga immortalePer schermo contro ogni amoroso impaccio.Amor le faci spense ove le accese,L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.
Un sol dardo pungente il petto offese
Sì ch’ei riserba la piaga immortale
Per schermo contro ogni amoroso impaccio.
Amor le faci spense ove le accese,
L’arco spezzò nell’avventar d’un strale,
Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.
Nel 1558 si stampò unTempio alla divina signora Giovanna d’Aragona, poetessa, moglie di Ascanio Colonna. Laura Battiferri, figliuola naturale d’un Urbinate e moglie dello scultore Ammanato, fece poesie, la più parte sacre, ed ebbe gran lodi da Bernardo Tasso, da Annibal Caro, da Benedetto Varchi. Isotta Brembati bergamasca fu poetessa lodatissima; sapeva latino e francese; in spagnuolo potè trattare affari proprj nel senato di Milano. Lucia Bertani genovese univa alla bellezza virtuosa il talento del poetare, e molto s’industriò per rappacificare il Castelvetro col Caro. Giulia Rigolini padovana scrisse in lode dell’Aretino, che la ripagò d’encomj; e fra i molti che la encomiarono, lo Scardeoni dice che compose rime e novelle al modo del Boccaccioinsigni argumento, artificio mirabili, eventu vario et exitu inexpectato. Ersilia Cortese del Monte, nipote del cardinal Gregorio Cortese e moglie d’un nipote di Giulio III, fu lodata assai pe’ suoi versi, ma più per la virile virtù, con cui nello stato vedovile perseverò contro i tanti che vagheggiavano i meriti di lei o forse le signorie di cui l’avea dotata papa Giulio. Suor Lorenza Strozzi, domenicana di Firenze, scrisse centoquattro canti latini, più volte stampati e messi in musica, e che si cantavano per le chiese. Ponno aggiungersi Isabella d’Este, Argentina Pallavicino, Bianca e Lucrezia Rangone, Francesca Trivulzio, Maria di Cardona, Malvezzi, Angiola Sirena, Claudia della Rovere, Laura Terracina, le lucchesi Silvia Bandinelli e Clara Matriani, ecc. VedansiChiesa,Teatro delle donne letterate;Luisa Bergalli,Raccolta delle più illustri rimatrici d’ogni secolo; conteLeopoldo Ferri,Le donne letterate.
137.A Parma nel 1414 si diè nella cattedrale una rappresentazione dei tre re Magi: nel 1481 la storia di Abramo ed Isacco, probabilmente quella di Feo Belcari.Pezzana,ad annum.
137.A Parma nel 1414 si diè nella cattedrale una rappresentazione dei tre re Magi: nel 1481 la storia di Abramo ed Isacco, probabilmente quella di Feo Belcari.Pezzana,ad annum.
138.Sansovino,Venetia città nobilissima e singolare; colle giunte delloStringa.
138.Sansovino,Venetia città nobilissima e singolare; colle giunte delloStringa.
139.O nelle lettere di Isabella d’Este al marito Francesco Gonzaga, edite nell’Archivio storico.
139.O nelle lettere di Isabella d’Este al marito Francesco Gonzaga, edite nell’Archivio storico.
140.Biografia universale; traduzione veneta, in Plauto.
140.Biografia universale; traduzione veneta, in Plauto.
141.Il Campi scrive che Francesco Affaitati, ricchissimo e nobile cremonese, fu della Compagnia della Calza, «la quale è solita di farsi alle volte con tal splendore, che i primi principi d’Europa si recavano a grandissimo onore l’esservi o ricevuti o invitati».De’ grandiosi apparati che accompagnavano la recita delle commedie è prova una lettera del Vasari a Ottaviano de’ Medici, a proposito delle grandi pitture ch’ei fece quando l’Atalantadell’Aretino fu recitata dai Sempiterni in Venezia. Ancor più magnifici descrive gl’intermezzi pel matrimonio del granduca Francesco con Giovanna d’Austria.
141.Il Campi scrive che Francesco Affaitati, ricchissimo e nobile cremonese, fu della Compagnia della Calza, «la quale è solita di farsi alle volte con tal splendore, che i primi principi d’Europa si recavano a grandissimo onore l’esservi o ricevuti o invitati».
De’ grandiosi apparati che accompagnavano la recita delle commedie è prova una lettera del Vasari a Ottaviano de’ Medici, a proposito delle grandi pitture ch’ei fece quando l’Atalantadell’Aretino fu recitata dai Sempiterni in Venezia. Ancor più magnifici descrive gl’intermezzi pel matrimonio del granduca Francesco con Giovanna d’Austria.
142.Lettere di C. Castiglioni.
142.Lettere di C. Castiglioni.
143.Di una particolare favola scenica di Aurelio Vergerio parla così il Muzio nell’Arte poetica:Il mio Vergerio già felicementeCon una sola favola due nottiTenne lo spettator più volte intento.Chiudean cinque e cinque atti gli accidentiDi due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.Il popolo, infiammato dal diletto,Ne stava il giorno che veniva appresso,Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;Quindi correa la calca a tutti i seggi,Vaga del fine, ed a pena soffrivaD’aspettar ch’altri ne levasse i velti.
143.Di una particolare favola scenica di Aurelio Vergerio parla così il Muzio nell’Arte poetica:
Il mio Vergerio già felicementeCon una sola favola due nottiTenne lo spettator più volte intento.Chiudean cinque e cinque atti gli accidentiDi due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.Il popolo, infiammato dal diletto,Ne stava il giorno che veniva appresso,Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;Quindi correa la calca a tutti i seggi,Vaga del fine, ed a pena soffrivaD’aspettar ch’altri ne levasse i velti.
Il mio Vergerio già felicementeCon una sola favola due nottiTenne lo spettator più volte intento.Chiudean cinque e cinque atti gli accidentiDi due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.Il popolo, infiammato dal diletto,Ne stava il giorno che veniva appresso,Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;Quindi correa la calca a tutti i seggi,Vaga del fine, ed a pena soffrivaD’aspettar ch’altri ne levasse i velti.
Il mio Vergerio già felicemente
Con una sola favola due notti
Tenne lo spettator più volte intento.
Chiudean cinque e cinque atti gli accidenti
Di due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima,
Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi,
Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi.
Il popolo, infiammato dal diletto,
Ne stava il giorno che veniva appresso,
Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi;
Quindi correa la calca a tutti i seggi,
Vaga del fine, ed a pena soffriva
D’aspettar ch’altri ne levasse i velti.
144.Sin dal 1502 era conosciuta unaSinfonisbain ottave di Galeotto Del Carretto da Casal Monferrato, autor di commedie in versi e d’una cronaca del Monferrato. VediMonum. Hist. patriæ.
144.Sin dal 1502 era conosciuta unaSinfonisbain ottave di Galeotto Del Carretto da Casal Monferrato, autor di commedie in versi e d’una cronaca del Monferrato. VediMonum. Hist. patriæ.
145.Ancor manoscritta fu criticata e sostenuta calorosamente, ed egli la difese con cinque lezioni, donde botte e risposte clamorose.
145.Ancor manoscritta fu criticata e sostenuta calorosamente, ed egli la difese con cinque lezioni, donde botte e risposte clamorose.
146.Non 1508, come in Tiraboschi.
146.Non 1508, come in Tiraboschi.
147.Vedi principalmente il prologo allaStregache è recitato dal Prologo e dall’Argomento.
147.Vedi principalmente il prologo allaStregache è recitato dal Prologo e dall’Argomento.
148.Sansovino, lib.X. p. 450.
148.Sansovino, lib.X. p. 450.
149.Fra questi pantomimi merita ricordo la famiglia Grimaldi, che si trapiantò in Inghilterra, e da cui uscì il famoso clown Giuseppe Grimaldi, morto nel 1857, e che scrisse le proprie memorie, all’edizione delle quali assistette lo spiritoso romanziere Dickens.
149.Fra questi pantomimi merita ricordo la famiglia Grimaldi, che si trapiantò in Inghilterra, e da cui uscì il famoso clown Giuseppe Grimaldi, morto nel 1857, e che scrisse le proprie memorie, all’edizione delle quali assistette lo spiritoso romanziere Dickens.
150.Molière copiò molto dalCandellajodi Giovanni Bruno, dall’Assiuolodi Gianmaria Cecchi, daiSuppositidell’Ariosto, dall’Emiliadi Luigi Grotto, dallaTrinuziadel Firenzuola.Nella Memoria, premiata dall’Accademia francese il 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, Rathery scrive:C’est par le côté régulier que le théâtre italien a dû plaire à l’école de Ronsard et de Dubelloy. C’est là que Lazare de Baïf, Thomas Sebilet, Jodelle et Garnier puisèrent leurs imitations de sujets grecs..... Pour compléter la ressemblance, il y eut aussi chez nous, à côté de cette école classique, une autre veine comique plus franche, et qui, bien que représentée par un auteur italien d’origine, peut passer pour la chaîne qui relie à Molière nos vieux gabeurs français. Pierre de Larivey(L’Arrivato)était fils d’un des Giunti, cette famille d’imprimeurs florentins ou vénitiens, venu à Troyes à la suite d’artistes ou de banquiers du même pays. Son théâtre se compose de traductions ou d’imitations d’italien, non pas de pièces régulières, mais desimbroglio, improvisades,commedie dell’arte, parade de la foire: en un mot, de tout ce répertoire anonyme et non imprimè, qui subsista de tout temps en Italie à côtè du théâtre classique. Tel est le fond qui, chez Larivey, s’échauffe de la verve gauloise, et s’assaisonne du sel champenois.
150.Molière copiò molto dalCandellajodi Giovanni Bruno, dall’Assiuolodi Gianmaria Cecchi, daiSuppositidell’Ariosto, dall’Emiliadi Luigi Grotto, dallaTrinuziadel Firenzuola.
Nella Memoria, premiata dall’Accademia francese il 1852 intorno all’Influenza dell’Italia sulle lettere francesi, Rathery scrive:C’est par le côté régulier que le théâtre italien a dû plaire à l’école de Ronsard et de Dubelloy. C’est là que Lazare de Baïf, Thomas Sebilet, Jodelle et Garnier puisèrent leurs imitations de sujets grecs..... Pour compléter la ressemblance, il y eut aussi chez nous, à côté de cette école classique, une autre veine comique plus franche, et qui, bien que représentée par un auteur italien d’origine, peut passer pour la chaîne qui relie à Molière nos vieux gabeurs français. Pierre de Larivey(L’Arrivato)était fils d’un des Giunti, cette famille d’imprimeurs florentins ou vénitiens, venu à Troyes à la suite d’artistes ou de banquiers du même pays. Son théâtre se compose de traductions ou d’imitations d’italien, non pas de pièces régulières, mais desimbroglio, improvisades,commedie dell’arte, parade de la foire: en un mot, de tout ce répertoire anonyme et non imprimè, qui subsista de tout temps en Italie à côtè du théâtre classique. Tel est le fond qui, chez Larivey, s’échauffe de la verve gauloise, et s’assaisonne du sel champenois.
151.Milano 1496. È il primo libro ove s’imprimessero note musicali, con caratteri di legno.
151.Milano 1496. È il primo libro ove s’imprimessero note musicali, con caratteri di legno.
152.Cristoforo Landinonel commento di Dante.
152.Cristoforo Landinonel commento di Dante.
153.Almeno l’opera più antica ch’io conosca è l’Orbecche, tragedia di Cintio Giraldi, rappresentata in Ferrara in casa dell’autore il 1541, dinanzi ad Ercole II d’Este, quarto duca di Ferrara; fece la musica Alfonso della Viola; fu architetto e dipintore Girolamo Carpi ferrarese.
153.Almeno l’opera più antica ch’io conosca è l’Orbecche, tragedia di Cintio Giraldi, rappresentata in Ferrara in casa dell’autore il 1541, dinanzi ad Ercole II d’Este, quarto duca di Ferrara; fece la musica Alfonso della Viola; fu architetto e dipintore Girolamo Carpi ferrarese.
154.A quest’ultimo il Grillo scriveva: — Ella è padre di nuova maniera di musica, o piuttosto di un cantar senza canto, di un cantar recitativo, nobile e non popolare, che non tronca, non mangia, non toglie la vita alle parole, non l’affetto: anzi glielo accresce raddoppiando il loro spirito e forza. È dunque invenzione sua questa bellissima maniera di canto, o forse ella è nuovo ritrovatore di quella forma antica, perduta già tanto tempo fa nel vario costume d’infinite genti, e sepolta nell’antica caligine di tanti secoli. Il che mi si va più confermando dopo l’essersi recitata sotto cotal sua maniera la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini, nella quale, coloro che stimano nella poesia drammatica e rappresentativa il coro essere ozioso, possono benissimo chiarirsi a che se ne servivano gli antichi, e di quanto rilievo sia in simili componimenti».
154.A quest’ultimo il Grillo scriveva: — Ella è padre di nuova maniera di musica, o piuttosto di un cantar senza canto, di un cantar recitativo, nobile e non popolare, che non tronca, non mangia, non toglie la vita alle parole, non l’affetto: anzi glielo accresce raddoppiando il loro spirito e forza. È dunque invenzione sua questa bellissima maniera di canto, o forse ella è nuovo ritrovatore di quella forma antica, perduta già tanto tempo fa nel vario costume d’infinite genti, e sepolta nell’antica caligine di tanti secoli. Il che mi si va più confermando dopo l’essersi recitata sotto cotal sua maniera la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini, nella quale, coloro che stimano nella poesia drammatica e rappresentativa il coro essere ozioso, possono benissimo chiarirsi a che se ne servivano gli antichi, e di quanto rilievo sia in simili componimenti».
155.Tiraboschi, vol.XII. pag. 1560.
155.Tiraboschi, vol.XII. pag. 1560.
156.Giraldi,Discorsi di varie considerazioni di poesia, p. 78;Crescimbeni,Storia della poesia, tom.I. p. 361.
156.Giraldi,Discorsi di varie considerazioni di poesia, p. 78;Crescimbeni,Storia della poesia, tom.I. p. 361.
157.Morì intendente delle finanze di Francia nel 1575 a ottantasei anni, e lasciò la più ricca collezione di libri e di medaglie che fosse colà.
157.Morì intendente delle finanze di Francia nel 1575 a ottantasei anni, e lasciò la più ricca collezione di libri e di medaglie che fosse colà.
158.Aretino,Lettere, tom.I, p. 205. — Sono della più stupenda gonfiezza le lodi che l’Alunno dà a se stesso per l’abilità calligrafica. Della quale ebbe gloria anche il patrizio milanese Gianfrancesco Cresci, che superò il napoletano Giambattista Palatino, inventò la scrittura cancelleresca, stampò opere e modelli, e fu a servizio di Pio V e del cardinale Federico Borromeo.
158.Aretino,Lettere, tom.I, p. 205. — Sono della più stupenda gonfiezza le lodi che l’Alunno dà a se stesso per l’abilità calligrafica. Della quale ebbe gloria anche il patrizio milanese Gianfrancesco Cresci, che superò il napoletano Giambattista Palatino, inventò la scrittura cancelleresca, stampò opere e modelli, e fu a servizio di Pio V e del cardinale Federico Borromeo.
159.Condivi,Vita di Michelangelo, §LVII.
159.Condivi,Vita di Michelangelo, §LVII.
160.Da un quadro dell’Università romana nel 1514 si raccoglie che mastro Luca di Borgo avea cenventi fiorini l’anno per insegnare le matematiche; Guarino, trecento pel greco; Angelo di Siena medico, cinquecentotrenta; Scipione Lancelloti pur medico, cinquecento; in ogni rione di Roma v’era un maestro di grammatica a cinquanta fiorini. I corsi cominciavano il 3 novembre; faceasi lezione mattina e sera, ed anche i giorni festivi. V’erano sei professori di retorica, undici di diritto canonico, venti di diritto civile, quindici di medicina, cinque di filosofia morale.
160.Da un quadro dell’Università romana nel 1514 si raccoglie che mastro Luca di Borgo avea cenventi fiorini l’anno per insegnare le matematiche; Guarino, trecento pel greco; Angelo di Siena medico, cinquecentotrenta; Scipione Lancelloti pur medico, cinquecento; in ogni rione di Roma v’era un maestro di grammatica a cinquanta fiorini. I corsi cominciavano il 3 novembre; faceasi lezione mattina e sera, ed anche i giorni festivi. V’erano sei professori di retorica, undici di diritto canonico, venti di diritto civile, quindici di medicina, cinque di filosofia morale.
161.Gian Bologna ad essi scriveva ora, al dir suo,philosofesco, oraa lo escoultoresco, ma sempre barbaramente; e per es.: — O ricevuto duo suo amorevola alquanto don medesimo tenore, el quale infinitamente ringratia vostra signoria del bona offitio aver fatta apresa a sua Altezza serenissima per conto di quele giovano di Sachognia ecc.».
161.Gian Bologna ad essi scriveva ora, al dir suo,philosofesco, oraa lo escoultoresco, ma sempre barbaramente; e per es.: — O ricevuto duo suo amorevola alquanto don medesimo tenore, el quale infinitamente ringratia vostra signoria del bona offitio aver fatta apresa a sua Altezza serenissima per conto di quele giovano di Sachognia ecc.».
162.Promisit duci... annis singulis una vel iterata vice dare, præsentare, tradere duos libros qui sint jucundæ et delectabilis lectionis pro captu animi ejus excellentiæ, in hoc satis noti ipsi feudatario, sub pœna dupli sólemni stipulatione promissa.Ap.Tiraboschi. Doveano essere libri suoi o d’altri?
162.Promisit duci... annis singulis una vel iterata vice dare, præsentare, tradere duos libros qui sint jucundæ et delectabilis lectionis pro captu animi ejus excellentiæ, in hoc satis noti ipsi feudatario, sub pœna dupli sólemni stipulatione promissa.Ap.Tiraboschi. Doveano essere libri suoi o d’altri?
163.Del duca d’Urbino l’Atanagi scriveva:Anime belle e di virtude amiche,Cui fero sdegno di fortuna offende,Sì che ven gite povere e mendicheCome a lei piace che pietà contende,Se di por fine alle miserie anticheCaldo desio l’afflitto cor v’accende,Ratte correte alla gran Quercia d’oro,Onde avrete alimento, ombra, ristoro.
163.Del duca d’Urbino l’Atanagi scriveva:
Anime belle e di virtude amiche,Cui fero sdegno di fortuna offende,Sì che ven gite povere e mendicheCome a lei piace che pietà contende,Se di por fine alle miserie anticheCaldo desio l’afflitto cor v’accende,Ratte correte alla gran Quercia d’oro,Onde avrete alimento, ombra, ristoro.
Anime belle e di virtude amiche,Cui fero sdegno di fortuna offende,Sì che ven gite povere e mendicheCome a lei piace che pietà contende,Se di por fine alle miserie anticheCaldo desio l’afflitto cor v’accende,Ratte correte alla gran Quercia d’oro,Onde avrete alimento, ombra, ristoro.
Anime belle e di virtude amiche,
Cui fero sdegno di fortuna offende,
Sì che ven gite povere e mendiche
Come a lei piace che pietà contende,
Se di por fine alle miserie antiche
Caldo desio l’afflitto cor v’accende,
Ratte correte alla gran Quercia d’oro,
Onde avrete alimento, ombra, ristoro.
164.Ce li conservò l’Aretino, e riduconsi a un bisticcio:Quel generasti di cui concepisti,Portasti quel di cui fosti fattura,E di te nacque quel di cui nascesti.
164.Ce li conservò l’Aretino, e riduconsi a un bisticcio:
Quel generasti di cui concepisti,Portasti quel di cui fosti fattura,E di te nacque quel di cui nascesti.
Quel generasti di cui concepisti,Portasti quel di cui fosti fattura,E di te nacque quel di cui nascesti.
Quel generasti di cui concepisti,
Portasti quel di cui fosti fattura,
E di te nacque quel di cui nascesti.
165.Campi,Storia di Cremona, al 1571.
165.Campi,Storia di Cremona, al 1571.
166.Finchè me ne rimembre, esser non puoteChe di promesse altrui mai più mi fidi.La sciocca speme a le contrade ignoteSalì del ciel quel dì che ’l pastor santoLa man mi strinse e mi baciò le gote. (Satire).Nel Ginguené il bene che Leon X fece alle lettereest si incontestable et si grand, qu’il couvre toutes ses fautes; pt.II, c. 1. Di Clemente VII dice:Cette tête si forte ou du moins si ténace!
166.
Finchè me ne rimembre, esser non puoteChe di promesse altrui mai più mi fidi.La sciocca speme a le contrade ignoteSalì del ciel quel dì che ’l pastor santoLa man mi strinse e mi baciò le gote. (Satire).
Finchè me ne rimembre, esser non puoteChe di promesse altrui mai più mi fidi.La sciocca speme a le contrade ignoteSalì del ciel quel dì che ’l pastor santoLa man mi strinse e mi baciò le gote. (Satire).
Finchè me ne rimembre, esser non puote
Che di promesse altrui mai più mi fidi.
La sciocca speme a le contrade ignote
Salì del ciel quel dì che ’l pastor santo
La man mi strinse e mi baciò le gote. (Satire).
Nel Ginguené il bene che Leon X fece alle lettereest si incontestable et si grand, qu’il couvre toutes ses fautes; pt.II, c. 1. Di Clemente VII dice:Cette tête si forte ou du moins si ténace!
167.Opra che in esaltarlo abbia compostaNon vuol che ad acquistar mercè sia buona;Di mercè degno è l’ir correndo in posta...S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;Più grato fora essergli stato appresso. (Satire).«È una baja che fosse coronato» dice dell’Ariosto Virginio suo figlio. Jacopo Nardi nel prologo dellaCommedia d’Amiciziachiede compatimento sul poco merito di questa, giacchè non v’è oggi chi pareggi «gli antichi esempj de’ poetici ingegni»:Ma sia chi a me insegniIn questa nostra etateAugusto o Mecenate,Il qual conforti e sproni,Porga sussidj e doniAgli animi gentili,I qual diventan viliVedendosi negletti,Conculcati ed abjetti,E senza alcuno onore.Chi a virtù porti onoreNon trovo di mille uno,Benchè benigno alcunoE grato esser conosco.
167.
Opra che in esaltarlo abbia compostaNon vuol che ad acquistar mercè sia buona;Di mercè degno è l’ir correndo in posta...S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;Più grato fora essergli stato appresso. (Satire).
Opra che in esaltarlo abbia compostaNon vuol che ad acquistar mercè sia buona;Di mercè degno è l’ir correndo in posta...S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;Più grato fora essergli stato appresso. (Satire).
Opra che in esaltarlo abbia composta
Non vuol che ad acquistar mercè sia buona;
Di mercè degno è l’ir correndo in posta...
S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo,
Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio;
Più grato fora essergli stato appresso. (Satire).
«È una baja che fosse coronato» dice dell’Ariosto Virginio suo figlio. Jacopo Nardi nel prologo dellaCommedia d’Amiciziachiede compatimento sul poco merito di questa, giacchè non v’è oggi chi pareggi «gli antichi esempj de’ poetici ingegni»:
Ma sia chi a me insegniIn questa nostra etateAugusto o Mecenate,Il qual conforti e sproni,Porga sussidj e doniAgli animi gentili,I qual diventan viliVedendosi negletti,Conculcati ed abjetti,E senza alcuno onore.Chi a virtù porti onoreNon trovo di mille uno,Benchè benigno alcunoE grato esser conosco.
Ma sia chi a me insegniIn questa nostra etateAugusto o Mecenate,Il qual conforti e sproni,Porga sussidj e doniAgli animi gentili,I qual diventan viliVedendosi negletti,Conculcati ed abjetti,E senza alcuno onore.Chi a virtù porti onoreNon trovo di mille uno,Benchè benigno alcunoE grato esser conosco.
Ma sia chi a me insegni
In questa nostra etate
Augusto o Mecenate,
Il qual conforti e sproni,
Porga sussidj e doni
Agli animi gentili,
I qual diventan vili
Vedendosi negletti,
Conculcati ed abjetti,
E senza alcuno onore.
Chi a virtù porti onore
Non trovo di mille uno,
Benchè benigno alcuno
E grato esser conosco.
168.Il Tiziano scrive a Carlo V: — Restami di supplicare l’Altezza di vostra maestà di concedermi grazia che la provvisione mia sopra la camera di Milano di scudi duecento, di cui non ho mai ricevuto cosa alcuna, e così delle tratte delle trecento carra di grano del regno di Napoli, e della pensione della naturalezza di Spagna di scudi cinquecento per mio figliuolo, abbino ormai quella espedizione che si ricerca alla cortesia di vostra maestà e alli bisogni del servo suo poter soddisfare con la sua liberalità alla dote di mia figlia».E più tardi a Filippo II, mandandogli la Cena, scrive ancora: — Se è stata giammai grata in qualche parte la mia lunghissima servitù, ella si degni di compiacersi ch’io non sia più tanto lungamente tormentato da’ suoi ministri in riscuotere le mie provvisioni, acciocchè io possa più tranquillamente vivere questi pochi giorni che mi restano... senza spenderne la maggior parte, come mi convien fare al presente, in iscrivere or qua or là a diversi suoi negoziatori, non senza mio gravissimo dispendio, e quasi sempre indarno per avere quel poco denaro che posso appena trarre dopo molto tempo».
168.Il Tiziano scrive a Carlo V: — Restami di supplicare l’Altezza di vostra maestà di concedermi grazia che la provvisione mia sopra la camera di Milano di scudi duecento, di cui non ho mai ricevuto cosa alcuna, e così delle tratte delle trecento carra di grano del regno di Napoli, e della pensione della naturalezza di Spagna di scudi cinquecento per mio figliuolo, abbino ormai quella espedizione che si ricerca alla cortesia di vostra maestà e alli bisogni del servo suo poter soddisfare con la sua liberalità alla dote di mia figlia».
E più tardi a Filippo II, mandandogli la Cena, scrive ancora: — Se è stata giammai grata in qualche parte la mia lunghissima servitù, ella si degni di compiacersi ch’io non sia più tanto lungamente tormentato da’ suoi ministri in riscuotere le mie provvisioni, acciocchè io possa più tranquillamente vivere questi pochi giorni che mi restano... senza spenderne la maggior parte, come mi convien fare al presente, in iscrivere or qua or là a diversi suoi negoziatori, non senza mio gravissimo dispendio, e quasi sempre indarno per avere quel poco denaro che posso appena trarre dopo molto tempo».
169.Decreto del senato 29 agosto 1560.
169.Decreto del senato 29 agosto 1560.
170.Sono sei mesi passati ch’io diedi una mia canzone indirizzata all’eccellenza vostra, al suo segretario in Venezia, a fine che gliela facesse capitar nelle mani, come mi promise di fare, e come il dovere vorrebbe che avesse fatto. Non ho avuto fino al dì d’oggi alcuna risposta nè da lei in iscritto, nè dal suo segretario, nè in alcun altro modo; mi pare impossibile, se l’avesse avuta, che non m’avesse almeno renduto canzon per canzone, come pare che da un tempo in qua si sia cominciato ad usare... Nel caso dunque che detta mia canzone non le sia pervenuta, io la prego che faccia che don Silvano gliela presti, e la legga, che non dubito di avere quella cortese risposta che si conviene alla sua grandezza. Che don Silvano n’abbia copia ne sono sicuro, perchè non solo mi rispose d’averla avuta, e me ne ringraziò con parole, ma in ricompenso mi mandò un ricco presente di lavori di tele sottilissime, non da frati, ma da papi, e di tal valore, che se i principi, a’ quali ho scritto, mi avessero presentato a proporzione a quel modo, io mi troverei aver più tele e più lavori nelle casse, che versi in istampa... Torno a dire che vostra eccellenza parli un poco con don Silvano, che mi conosce, e, al modo suo di procedere, mostra aver giudizio e conoscere il buono; e mi perdoni se per risentirmi contro un disprezzo, che mi pare patire a torto, sono uscito alquanto dei termini; che non resta per questo ch’io non le sia quel devotissimo servitore che dicono i miei versi, ai quali riportandomi farò fine, pregando a lei ogni felicità, ed aspettando a me risposta da duca e non da sofista. Di Venezia il dì 22 maggio di 1563». È pubblicata dal Gamba nelleMemorie dell’Ateneo veneto, ed è lunghissima.
170.Sono sei mesi passati ch’io diedi una mia canzone indirizzata all’eccellenza vostra, al suo segretario in Venezia, a fine che gliela facesse capitar nelle mani, come mi promise di fare, e come il dovere vorrebbe che avesse fatto. Non ho avuto fino al dì d’oggi alcuna risposta nè da lei in iscritto, nè dal suo segretario, nè in alcun altro modo; mi pare impossibile, se l’avesse avuta, che non m’avesse almeno renduto canzon per canzone, come pare che da un tempo in qua si sia cominciato ad usare... Nel caso dunque che detta mia canzone non le sia pervenuta, io la prego che faccia che don Silvano gliela presti, e la legga, che non dubito di avere quella cortese risposta che si conviene alla sua grandezza. Che don Silvano n’abbia copia ne sono sicuro, perchè non solo mi rispose d’averla avuta, e me ne ringraziò con parole, ma in ricompenso mi mandò un ricco presente di lavori di tele sottilissime, non da frati, ma da papi, e di tal valore, che se i principi, a’ quali ho scritto, mi avessero presentato a proporzione a quel modo, io mi troverei aver più tele e più lavori nelle casse, che versi in istampa... Torno a dire che vostra eccellenza parli un poco con don Silvano, che mi conosce, e, al modo suo di procedere, mostra aver giudizio e conoscere il buono; e mi perdoni se per risentirmi contro un disprezzo, che mi pare patire a torto, sono uscito alquanto dei termini; che non resta per questo ch’io non le sia quel devotissimo servitore che dicono i miei versi, ai quali riportandomi farò fine, pregando a lei ogni felicità, ed aspettando a me risposta da duca e non da sofista. Di Venezia il dì 22 maggio di 1563». È pubblicata dal Gamba nelleMemorie dell’Ateneo veneto, ed è lunghissima.
171.Lettere, pag. 19. E a messer Girolamo Anglerio a Pisa, la vigilia di carnevale 1522, scrive: — Vorrei bene che (il cardinale di Tornone) mi raccomandasse al signor cardinale di Guisa, che facesse che il vescovo di Tul fosse uomo da bene, con pagarmi la pensione per l’anima del magnanimo re Francesco e per la felicità del generosissimo re Enrico, li quali sono stati finquì onoratamente celebrati da me... Se vi venisse fatto di parlare al signor cardinale Montepulciano, vogliate pregarlo si degni nelle sue lettere al signor cardinale Poggio di ricordargli la promessa opera circa il farmi pagare la pensione di Pamplona. E perchè il denaroest hodie sanguis secundus, pregate un poco il signor cardinale Maffeo che mi renda agevole il signor Bozzuto con esortare ancoralippomaniteril signor Francesco Corona a voler essere galantuomo, e non troppo riservatoerga veteres servitores lippomanæ domus».
171.Lettere, pag. 19. E a messer Girolamo Anglerio a Pisa, la vigilia di carnevale 1522, scrive: — Vorrei bene che (il cardinale di Tornone) mi raccomandasse al signor cardinale di Guisa, che facesse che il vescovo di Tul fosse uomo da bene, con pagarmi la pensione per l’anima del magnanimo re Francesco e per la felicità del generosissimo re Enrico, li quali sono stati finquì onoratamente celebrati da me... Se vi venisse fatto di parlare al signor cardinale Montepulciano, vogliate pregarlo si degni nelle sue lettere al signor cardinale Poggio di ricordargli la promessa opera circa il farmi pagare la pensione di Pamplona. E perchè il denaroest hodie sanguis secundus, pregate un poco il signor cardinale Maffeo che mi renda agevole il signor Bozzuto con esortare ancoralippomaniteril signor Francesco Corona a voler essere galantuomo, e non troppo riservatoerga veteres servitores lippomanæ domus».
172.Archivio storico, appendice, vol.II. 322.
172.Archivio storico, appendice, vol.II. 322.
173.Historia, lib.XIIeXXI.
173.Historia, lib.XIIeXXI.
174.Dedica delle Epigrafie.
174.Dedica delle Epigrafie.
175.«Dammi la cetra omai, musa gentile»; così comincia egli, eab uno disce omnes.
175.«Dammi la cetra omai, musa gentile»; così comincia egli, eab uno disce omnes.
176.Niceron,Memorie, tom.XXI, p. 115.
176.Niceron,Memorie, tom.XXI, p. 115.
177.— Io certamente per essere di me sparsa opinione che alquanto ne partecipassi (della pazzia), so bene quanta comodità e quanti vantaggi n’ho riportato: altri di me si rideva, ed io lor tacitamente uccellava; e godendo de’ privilegi pazzeschi, sedeva quando altrui, che ben forbito si teneva, stavasi ritto; coprivami quando altri stava a capo ignudo; e saporitamente dormiva quando altri non senza gran molestia vegliava».Landi,Parad.5 del lib.I.
177.— Io certamente per essere di me sparsa opinione che alquanto ne partecipassi (della pazzia), so bene quanta comodità e quanti vantaggi n’ho riportato: altri di me si rideva, ed io lor tacitamente uccellava; e godendo de’ privilegi pazzeschi, sedeva quando altrui, che ben forbito si teneva, stavasi ritto; coprivami quando altri stava a capo ignudo; e saporitamente dormiva quando altri non senza gran molestia vegliava».Landi,Parad.5 del lib.I.
178.Prologo dell’Orazia.
178.Prologo dell’Orazia.
179.Scriveva a madonna Lucietta Saracina: — Per non sapere con qual sorta di gratitudine ricompensare i saluti che mi mandate per bocca del di voi signor Gasparo senza menda e senza inganno consorte, mi è parso di mio uffizio e di mio debito il commettere con i prieghi ad Alessandro Vittoria che, subito costì giunto in Vicenza, l’idea del volto vostro rassempli».
179.Scriveva a madonna Lucietta Saracina: — Per non sapere con qual sorta di gratitudine ricompensare i saluti che mi mandate per bocca del di voi signor Gasparo senza menda e senza inganno consorte, mi è parso di mio uffizio e di mio debito il commettere con i prieghi ad Alessandro Vittoria che, subito costì giunto in Vicenza, l’idea del volto vostro rassempli».
180.Al cardinale di Mantova scrive: — Io mi credo che oggi mai si sappia con che sorte siano in grado le mie composizioni, massimamente quelle che si fanno temere; e chi mancasse di tal notizia, può domandare il caso del Brocardo, la brava memoria del quale fulminata fra loro, se ne morì col testimonio di tutta Padova». E a Bernardo Tasso: — Io che vi sono più fratello in la benevolenza che voi non mostrate d’essermi amico in l’onore, non mi credevo che il sereno del mio animo dovesse mai più comprendersi dalla sorte di que’ nuvoli, che dopo i tuoni e i baleni scoppiarono nel folgore che mandò Antonio Brocardo sotterra».
180.Al cardinale di Mantova scrive: — Io mi credo che oggi mai si sappia con che sorte siano in grado le mie composizioni, massimamente quelle che si fanno temere; e chi mancasse di tal notizia, può domandare il caso del Brocardo, la brava memoria del quale fulminata fra loro, se ne morì col testimonio di tutta Padova». E a Bernardo Tasso: — Io che vi sono più fratello in la benevolenza che voi non mostrate d’essermi amico in l’onore, non mi credevo che il sereno del mio animo dovesse mai più comprendersi dalla sorte di que’ nuvoli, che dopo i tuoni e i baleni scoppiarono nel folgore che mandò Antonio Brocardo sotterra».
181.Sotto Milan dieci volte, non ch’una,Mi disse: Piero, se di questa guerraMi campa Dio e la buona fortuna,Ti voglio insignorir della tua terra.
181.
Sotto Milan dieci volte, non ch’una,Mi disse: Piero, se di questa guerraMi campa Dio e la buona fortuna,Ti voglio insignorir della tua terra.
Sotto Milan dieci volte, non ch’una,Mi disse: Piero, se di questa guerraMi campa Dio e la buona fortuna,Ti voglio insignorir della tua terra.
Sotto Milan dieci volte, non ch’una,
Mi disse: Piero, se di questa guerra
Mi campa Dio e la buona fortuna,
Ti voglio insignorir della tua terra.
182.Lib.II. p. 148.
182.Lib.II. p. 148.
183.Lib.I. p. 102.
183.Lib.I. p. 102.
184.Ad Ersilia del Monte, nipote di Giulio III.
184.Ad Ersilia del Monte, nipote di Giulio III.
185.Vedi la sua vita nelMazzuchelli, pag. 57.
185.Vedi la sua vita nelMazzuchelli, pag. 57.
186.E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».
186.E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».
187.LetteraXXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli, ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.
187.LetteraXXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli, ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.
188.Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un suo mirabilissimo ritratto:«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta chesic transit gloria mundi».
188.Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un suo mirabilissimo ritratto:
«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.
Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta chesic transit gloria mundi».
189.— Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato, del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e le bacio la mano.Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.Umil. servitore Anton Francesco Doni».
189.— Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato, del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e le bacio la mano.
Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.
Umil. servitore Anton Francesco Doni».
190.D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta milanese, che punto nelCombattimento poetico del divino Aretino e del bestiale Albicante, rispose così furiosamente, che l’Aretino sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia, altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (Luca Contile), e volle che ogni amico suo scrivesse contra di quello.
190.D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta milanese, che punto nelCombattimento poetico del divino Aretino e del bestiale Albicante, rispose così furiosamente, che l’Aretino sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia, altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (Luca Contile), e volle che ogni amico suo scrivesse contra di quello.
191.Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice:Peult dire qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie.
191.Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice:Peult dire qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie.
192.Miglioridell’Artaud(Machiavelli, son génie et ses erreurs. Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della politica europea, di Norrisson, e di molti altri.
192.Miglioridell’Artaud(Machiavelli, son génie et ses erreurs. Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della politica europea, di Norrisson, e di molti altri.
193.— La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli compose e intitolòil Principe, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo, acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi; la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro».Varchi,Storie, lib.III. p. 210.— L’universale per conto del suoPrincipel’odiava; ai ricchi pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario: il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi, perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva d’essersi impacciato con papa Clemente».Busini,LetteraXI.
193.— La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli compose e intitolòil Principe, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo, acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi; la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro».Varchi,Storie, lib.III. p. 210.
— L’universale per conto del suoPrincipel’odiava; ai ricchi pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario: il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi, perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva d’essersi impacciato con papa Clemente».Busini,LetteraXI.
194.Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre stato,ut plurimum, e stravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.
194.Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre stato,ut plurimum, e stravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.
195.In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata, misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti, e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati: così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».
195.In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata, misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti, e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati: così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».