Riedificare quella basilica in modo che, sorpassando i monumenti eretti dai padroni del mondo, rappresentasse la grandiosità cattolica, pensò Nicola V, e ridurre il palazzo Vaticano bastante a tutti i cardinali, che circonderebbero il papa quasi un concilio permanente; ivi tutti gli uffizj della curia; ivi grandioso ricinto del conclave; immenso teatro per la coronazione; sontuosi appartamenti pei principi; il colle, tutto sparso di edifizj, comunicherebbe colla città per lunghi portici a botteghe; attorno giardini, fontane, cappelle, biblioteca. Morte interruppe il disegno datone da Nicolò Rosellini; e il piano di Leon Battista Alberti per la chiesa conosciamo solo dalla descrizione del Bonanni.
Fatto che sarà il mausoleo di Giulio II, dove collocarlo? Michelangelo propose di compiere la tribuna, dal Rosellini divisata in testa all’antica basilica; non vi vorrebbero meno di centomila scudi. — Ducentomila se occorrono», rispose Giulio; e si cominciò a discuterne; e come di cosa nasce cosa, quel papa, a cui nulla parea troppo grande, sentì nascersi il desiderio di dare degna occupazione ai valenti artisti col ricostruire San Pietro. Bramante prevalse ai competitori, ma i disegni andarono perduti, salvo quel che Rafaello raccolse e che il Serlio pubblicò. Davanti, un peristilio a triplici colonne; dentro, croce latina terminante in tre semicircoli, donde l’occhio s’alzerebbe alla cupola, per la quale, sopra le volte gigantesche del Tempio della Pace, proponevasi collocare la rotonda del Panteon.
Niuno dunque può contendergli il merito del granconcetto, benchè non effettuato: e quella perfetta unità, con armonia delle linee e delle parti, avrebbe fatto parere San Pietro più grande del vero, come ora accade il contrario. Postovi mano, della fretta apparvero risentimenti nei crepacci; e i contrafforti con cui Michelangelo rinforzò i deboli piloni, alterarono l’economia dell’edifizio. Morti Giulio e Bramante; morto il Sangallo che aveva compilato tutti gli edifizj di Roma antica in un disegno che sarebbe riuscito interminabile; morti frà Giocondo e Rafaello, cui Leone X l’avea successivamente affidato, l’ebbe Baldassarre Peruzzi. Costui disegnò una croce greca, finita in quattro emicicli, sopra cui quattro campanili: entrandovi per quattro porte, l’occhio da ogni parte cadeva sopra l’altare posto in mezzo, sotto alla cupola. Bello e armonico disegno, ma al quale sarebbe stato mestieri altro coraggio e vivacità che non n’avesse il Peruzzi, meglio opportuno a disporre piccoli palazzi e facciate eleganti.
Paolo III nel 1546 affidò la fabbrica a Michelangelo, il quale di settantadue anni si accinse a coprire San Pietro. L’età e più il carattere toglievano ch’e’ pensasse, come altri, a perpetuarsi l’impiego eternando il lavoro; ricusò l’assegno di seicento zecchini; e mentre un modello complicatissimo del Sangallo era valso cinquemila centottantaquattro scudi, egli finì il suo in quindici giorni, e con venticinque scudi, sopprimendo le particolarità dispendiose, e con ciò aumentando maestà, grandezza, facilità. Preferì la croce greca, corintia dentro e fuori, con un ordine solo, e colla più possibile unità. Il papa gli concesse di mutare quel che voleva, ma nulla alterasse il modello; ond’egli, vinte le cabale, superando le maldicenze coll’unico mezzo da ciò, il disprezzarle, inoltrò di pari passo tutto l’edifizio. La cupola doveva costituirne la parte principale, e dai quattro bracci godersene la vista; e il grandioso stilobate, sovra cui rilevòtutto l’edifizio, accenna qual sarebbe riuscita la fronte se i successivi non l’avessero guasta.
Tra questi lavori morì a novant’anni. Al suo mortorio in San Lorenzo soprastavano il Vasari e il Bronzino pittori, l’Ammanato e il Cellini scultori: Benedetto Varchi recitò l’orazione funebre, molti poetarono, altri fecero una quantità d’iscrizioni. V’assisteano da ottanta fra pittori e scultori: molti aveano fatto mostra di abilità nel catafalco, ornato di storie a chiaroscuro e di statue: e Fame ed Eternità, e l’Odio e la Sproporzione e la Pietà, tutti i fiumi del mondo che venivano a condolersi coll’Arno; tutti i pittori da Cimabue in poi che incontravano l’ombra di Michelangelo; e varj atti della vita di questo, e massimamente gli onori rendutigli da principi; ed altre invenzioni ed allegorie, perdonabili ad apparati effimeri[29].
Certo egli fu uno de’ caratteri più nobilmente improntati. Molto doveva ai Medici, pure ne aborrì la tirannia; munì di difese Firenze, ma prima che assediata fosse partì per Venezia. Reduce poi, e perdonato da Clemente VII, s’adoprò per quelli che aveano resa serva la sua patria; ma sulla statua della Notte scrisse, « — È bene ch’ella dorma per non vedere i mali e l’obbrobrio»[30]: rifiutò d’architettare la fortezza; e chi dicesse che poco monta perchè altri la farebbe, non merita di capire cosa sia la dignità. Di profondità morale e religiosa son monumento le sue lettere al Vasari, che gli narrava le feste per la nascita d’un nipotino di lui: — Mi dispiace tal pompa, perchè l’uomo non deve ridere quando il mondo tutto piange; e mi pare cheLionardo a un che nasce non abbia a fare quella allegrezza che s’ha a serbare alla morte di chi è ben vissuto». Austero di condotta, frugale e perciò incorruttibile, amò quei che gli stavano attorno, la morte d’un fedel servo l’accorò come fosse d’un figlio, e scriveva al Vasari: — Voi sapete come Urbino è morto, di che m’è stata grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata che, dove in vita mi teneva vivo, morendo m’ha insegnato morire non con dispiacere, ma con desiderio della morte. Io l’ho tenuto ventisei anni, e hollo trovato carissimo e fedele; e ora che lo avevo fatto ricco, e che io lo aspettavo bastone e riposo della mia vecchiezza, m’è sparito, nè m’è rimasta altra speranza che di rivederlo in paradiso. E di questo m’ha mostro segno Iddio per la felicissima morte che ha fatto, chè, più assai che ’l morire, gli è rincresciuto lasciarmi in questo mondo traditore con tanti affanni, benchè la maggior parte di me n’è ita seco, nè mi rimane altro che un’infinita miseria».
Amò Vittoria Colonna d’amor casto e profondo, e nella morte di lei risentì tutta la poesia del dolore; «e mi ricorda d’averlo udito dire che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a vedere nel passare di questa vita, non così le baciò la fronte o la faccia, come baciò la mano»[31]. Agli emuli non rispondeva, dicendo: — Chi combatte con dappochi non vince a nulla». La persuasione del suo merito s’avvicinava all’arroganza, eppure tratto tratto ricadeva nella diffidenza, non delineava più che soggetti della Divina Commedia, e rifuggiva sotto l’ale della misericordia eterna[32], e credevasi insufficiente all’arte, mentre gli fioccavano onori.
Con sì splendide, anzi uniche commissioni abbracciando l’intero ciclo delle arti, sopravvivendo a quanti aveano levato grido, colla robustezza di un genio che ne’ suoi vortici trascinava quanto l’avvicinasse, colla nobiltà d’un carattere incontaminato, colla franchezza nel dar precetti e sentenze, coll’aver creato modelli in ciascuna delle arti e nelle due città che n’erano centri, dovea naturalmente eccitare l’entusiasmo del suo secolo, che lo proclamava «più che mortale angel divino»; entusiasmo alimentato anche dagli scrittori d’arte, fiorentini i più, e dai successivi che voleano innestare la nascente loro gloria sul nome del maestro di cattiva scuola. Perocchè, amico siccom’era del singolare più che del vero, proponendosi che le produzioni dell’arte riuscissero più belle che quelle della natura, e mirando agli effetti anche dove il soggetto non li domanda, avviò ad un bello di convenzione, e a quel precipizio di cui egli accorgevasi di camminare sull’orlo, quando, nel compiacersi della cappella Sistina, esclamava: — Quanti quest’opera mia ne vuole ingoffire!»
Fu nel maggior trionfo di Michelangelo che tornò a Firenze il Perugino, e mentre le sue figure erano dichiarate goffe da quello, egli trovava dure e senz’anima quelle di Michelangelo: ne derivarono ingiurie e risse,e il tribunale degli Otto interpostosi, die’ torto al Perugino. Il quale allora scredette in se stesso, volle emulare la scuola naturalista, e mal riuscendo, era bersagliato dai Michelangioleschi con epigrammi e pasquinate, come secco di stile, duro e povero nel drappeggiare, monotono ne’ caratteri e nelle pose, scarso e ripetuto nelle invenzioni; aggiungevano fosse avaro[33]; le quali maldicenze raccolsero e tramandarono il Vasari per piaggiare a Michelangelo, e Paolo Giovio, pel cui museo egli non volle tributare. Il Perugino difendevasi male, come chi un tempo si vide lodatissime le qualità che allora gli si rinfacciavano; uscì di Firenze per sempre, ma continuò a lavorare; e attorno a lui fiorivano Giovannispagnuolo, Gaudenzio Ferrari lombardo, Girolamo Genga d’Urbino eccellente prospettista, Pierino da Pistoja, il Boccaccini di Cremona, il Pinturicchio, il Rossetti, l’Ingegno, come era soprannominato Andrea Luigi d’Assisi, che divenuto cieco, visse fino a ottantasei anni, consolandosi che sol questa miseria l’avesse impedito d’eguagliare Rafaello.
Coi due sommi s’accompagna Leonardo da Vinci (1452-1519), pittore, scultore, poeta, musico, geometra, architetto; talento universale, eppure in niuna parte leggero; se non che quel suo bisogno di cercar sempre novità gli lasciò eseguire poche cose, poche finirne. Carattere puro e fermo, a’ suoi scolari largheggiava soccorsi; a chi non fosse contento de’ suoi quadri, restituiva il prezzo convenuto; e quanto fosse disinteressato lo attestano le centinaja di disegni che lasciò, la cui finitezza prova pure quanto e come studiasse. Comprava uccelli per diletto di liberarli: sbizzarriva d’invenzioni; e per sorprendere gli amici or diffondeva esalazioni fragranti, ora fetide; or disponeva un immenso budello, e riempiendolo d’aria con un soffietto, ravviluppava gli astanti fra quelle inaspettate spire; or dava il volo ad uccelletti meccanici, trastulli di mente bisognosa di creare.
Lodovico il Moro, «il quale molto si dilettava del suono della lira», lo chiamò a Milano «perchè sonasse uno stromento, di sua mano fabbricato»; ma datosi a conoscere per meglio che sonatore, fu adoperato in opere di meccanica e idrostatica. Mentre però tanto ardimento mostrava in queste, «pareva che di ogni ora tremasse quando si poneva a dipingere; e però non diede mai fine ad alcuna cosa cominciata, considerando la grandezza dell’arte, talchè egli scorgeva errori in quelle cose che ad altri parevano miracoli» (Lomazzo). Sedici anni si ostinò attorno al modello della statua equestre di Francesco Sforza, e indugiossi a fonderlatanto, che i Francesi di Luigi XII venuti a Milano la presero a bersaglio. Nel refettorio delle Grazie dipinse con lunghissima attenzione il Cenacolo[34]; dove, escludendo i materiali indizj della santità e divinità e i simboli tradizionali degli apostoli, volle che ciascuno restasse conosciuto dall’aria e dall’emozione natagli all’udire le patetiche parole: onde in quel dramma armonico e ragionevole presentò la scala ascendente nella bellezza della forma, usandola come pacata manifestazione di sentimenti profondi. E dipinger la passione fu la sua gran lode, e col rappresentare i caratteri elevò l’arte al patetico che n’è il trionfo. Duole che, oltre l’infelice situazione, egli abbia compromesso quest’insigne lavoro col dipingerlo non a fresco, ma a olio; sicchè ormai non si va che a deplorarne gli smunti avanzi. Con sentimento ragionato coglie felicemente l’insieme e i particolari, unendo l’ideale e il reale penetra nella vita del corpo e dello spirito; giovasi di tutte le scuole per vestir forme perfette a concetto assegnato e profondo, nè cede a veruno de’ contemporanei per isquisito disegnare e fermezza di linee e forme. Sommo nel magistero del colorire, colla grazia e il giuoco dell’impasto dava ai lumi uno splendore misurato cheportasse rilievo alle figure, sicchè divenne maestro del tingere ai Veneziani stessi, e al Giorgione[35]non meno che a frà Bartolomeo.
Caduto Lodovico il Moro, Leonardo tornò a Firenze, e per quattro anni carezzò il ritratto di madonna Lisa, dove il sorriso della voluttà antica è rialzato dall’intelligenza moderna, e che fu da re Francesco comprato quattromila scudi; come la bellezza misteriosa e il riso fugace si ammirano in quella sua Gioconda, attorno alla quale s’industriò vent’anni il bulino del Calamatta, per offrirla come un giojello all’esposizione universale del 1855. Preparò il cartone della battaglia d’Anghiari, che a concorrenza con Michelangelo dovea dipingere, tutto impeto e vita d’uomini e di cavalli: ma nato un tumulto, gli invidiosi o gli ammiratori (spesso per vie diverse riescono al medesimo fine) lo fecero in brani per disputarseli: quasi fosse destino l’andar a male le opere di lui più studiate. Aveva allora cinquantadue anni; e incontentabile com’era, non potè più reggere a fronte de’ Michelangioleschi, che a vedere e non vedere finivano le loro opere; onde volentieri accettò la chiamata di re Francesco, ma non pare compisse alcun lavoro in quella Francia, che or tanti possiede dei quadri e degli scritti suoi[36].
Quanto profondo scrutatore fosse della natura, lo attestano gli scritti di variatissima scienza, che lasciò confusi ed informi, e gli estratti o raccozzamenti che se ne stamparono; dove la qualità che campeggia è la sagacità. Il suo trattato della pittura è delle prime disquisizioni intorno ai canoni dell’arte, solendo dire che la teorica è il capitano, la pratica i soldati: meditato scientificamente il corpo umano, diede una teorica precisa d’anatomia pittoresca. Pose prima di Bacone che, «senza la sperienza, nulla dà di sè certezza»; e vuole per mezzo di questa si scopra la ragione: essa è interprete della natura, nè mai s’inganna, bensì il giudizio nostro coll’aspettare effetti ch’essa non porge; la si consulti dunque, variando di modi, finchè possano trarsene conseguenze generali. Mancano di certezza le scienze cui non possa applicarsi qualche parte delle matematiche. Quelli che non consultano i fatti ma gli autori, non sono figli della natura, ma nipoti, poichè essa sola è maestra de’ veri ingegni. Benchè essa cominci dal ragionamento e finisca colla sperienza, via opposta dobbiamo tener noi; citare prima lo sperimento, poi dimostrare perchè i corpi sieno costretti operare a quel modo.
La meccanica chiamava «paradiso delle scienze matematiche, perchè con quella si viene al frutto d’esse scienze»: onde fece moltissime macchine per le arti o per le occorrenze domestiche, e v’applicò la geometria. Conobbe la teorica delle forze obliquamente applicatealla leva, e il contrasto delle travi; tenne conto degli sfregamenti, con metodi ingegnosi che poi Amontons perfezionò; dichiarava impossibile il moto perpetuo e la quadratura del circolo; inventò un dinamometro; applicò a molti casi il teorema delle celerità eventuali; primo de’ moderni si occupò del centro di gravità e dell’influenza sua sui corpi in riposo e in moto; spesso ripete che i corpi pesano nella direzione del loro movimento, e che il peso (oggi diremmo la forza) cresce in ragione della velocità; sa che, nella discesa per piani inclinati di eguale altezza, il tempo sta come le lunghezze; che un corpo discende per l’arco d’un circolo, piuttosto che per la corda; e che calando per un declive, risale con altrettanta velocità come fosse caduto perpendicolarmente da altezza eguale.
Scrisse sulle fortificazioni; d’idrostatica stese un compiuto trattato con un concatenamento di problemi, e prevenne d’un secolo il Castelli posando le basi della teoria delle onde e delle correnti; conobbe la forza del vapore, e pensò fin applicarlo ai cannoni da guerra[37]. A lui è dovuto il pensiero d’incanalar l’Arno dopo Pisa, opera compiuta due secoli appresso da VincenzoViviani; insegnò le colmate, o almeno le descrisse esattamente e ne diede la teorica; descrive la camera oscura prima del Porta; prima del Maurolìco spiega lo spettro solare in un buco angoloso; prima di Argand osserva che, se il lucignolo d’una lampada fosse forato, il colore della luce riuscirebbe uniforme; insegna la prospettiva aerea, la natura delle ombre colorate, i movimenti dell’iride, gli effetti dell’impressione visuale e altri fenomeni dell’occhio, ignoti a Vittelion.
In un capitoloSull’antico stato della terraconfuta coloro che diceano la natura e l’influenza degli astri aver potuto formare le conchiglie d’età differenti che si trovano nelle roccie, e indurire le sabbie a varie altezze, in varj tempi; ma supponendo il mare abbia coperti i terreni, non solo spiega per via di sedimenti le stratificazioni orizzontali o diversamente inclinate, ma accenna anche il sollevamento de’ continenti. Attribuì alla forza del sole l’esser le acque sotto all’equatore più elevate che ai poli, affine di «ristabilire la perfetta sfericità»; errore, ma che indica come conoscesse la disuguaglianza degli assi. Prima di Copernico sostiene la rotazione della Terra, in grazia della quale considera come composto il movimento de’ corpi nel cadere. La luce cinerica della parte oscura della Luna spiega colla riflessione della Terra, come gran tempo di poi asserì Mästlin[38]. Capì che l’aria atta alla respirazione doveva alimentare la fiamma. All’universalità di cognizioni univa quella potenza magistrale, che non solo trova la perfezione, ma sa trasmetterla, e alle due scuole distinte che lasciò a Firenze e in Lombardia insegnava a dipinger la vita, il movimento, farvi concorrere alla rappresentazione tutte le abilità, disegno, colorito, carattere, e tutte regolate dalla ragione.
Collochiamo dunque il Vinci tra i restauratori della scienza e della filosofia, col rincrescimento che le occupazioni troppo variate gli abbiano impedito di trarre a compimento o di far pubbliche tante sottilissime e capitali invenzioni. E agl’ineducati artisti dei giorni nostri non si finisca di ripetere come i tre più grandi fossero addottrinati così che sarebbero immortali se anche non avessero dipinto e scolpito. L’intelligenza dà all’arte l’ultima forma e grandezza.
Meno per genio proprio che per fatica perseverante e armoniosa imitazione si schiera coi sommi Andrea del Sarto (1488-1530), il quale la devozione di frate Angelico e la meditazione di Leonardo riprodusse nella Madonna di San Francesco, e in quella del Sacco, che Rafaello non avrebbe finita più delicatamente, nè Michelangelo più largamente disegnata. La storia del Battista nello Scalzo del 1514 ha disegno puro e facile, semplice disposizione di figure, pôse assicurate, angeli e bambini deliziosi a vedersi, e inarrivabile contrasto di luce e d’ombre. Nel cortile dell’Annunziata cominciò, il 1510, la vita di san Filippo Benizzi, ridente sempre e grazioso, con ischietta dignità, pur già piegando verso la monotonia e la negligente facilità: che se meritò il nome diAndrea senza errori, difettò nella poesia di grandiosi concetti, e nel robusto aggruppare. Chiamato in Francia, e avuto da quel re denari per venir qui a comprare quadri, se li tenne per passione della Lucrezia del Fede; dalla quale bassezza avvilito, si rimpiattò; ebbe a soffrire dei disastri ultimi della sua patria, infine morì di quarantadue anni, derelitto perfino dalla Lucrezia. Quando, per l’assedio del 1529, si demolivano i sobborghi di Firenze, non si osò porre il martello ad una parete di San Salvi, dove Andrea avea dipinto la Cena.
Furongli amici e ajuto il Franciabigio e il Puligo; e migliore Jacopo Carducci, detto il Pontormo, che,vedute le incisioni di Alberto Dürer, chinò a quel fare, poi al michelangiolesco, e così variando sempre senza proprio carattere, l’altrui imitava per modo di farsi scambiare. Del Bronzino suo scolaro lodano l’Adultera e il Sagrifizio d’Abramo; gentile ne’ volti e vago nelle composizioni, ma con poco rilievo e colorire giallastro e scarsa varietà. La Deposizione alla Trinità de’ Monti, uno dei tre migliori quadri di Roma, loda Daniele Ricciarelli di Volterra, indipendente scolaro di Michelangelo, come la strage degli Innocenti alla galleria di Firenze. L’intimo sentimento religioso, ricavato dalla venerazione pel Savonarola, salvò frà Bartolomeo della Porta (1469-1517) dalle invenzioni voluttuose, allora domandate, e colla tranquillità dignitosa che infuse nelle sue figure meritò un posto nella tribuna di Firenze. A lui Pier Soderini gonfaloniere commise un quadro da collocare nella sala del gran consiglio, dove fossero tutti i santi e protettori di Firenze, e quelli nel cui giorno ebbe vittorie. Sommo coloritore e maestro nel panneggiare, dai Michelangioleschi era motteggiato come inetto alle grandi proporzioni e inesperto d’anatomia; al che rispose trionfalmente col colossale San Marco e col nudo San Sebastiano: ma la moda e le statue antiche lo trassero negli ultimi tempi in crudezze di linee e di tinte[39].
Fede all’arte cristiana conservarono l’incisore Baldini, devoto al Savonarola, Giannantonio Sogliani, che ne’ visi dei santi esprimeva «un riverbero della gloriadel cielo», e dell’inferno in quelli dei ribaldi; Lorenzo di Credi, puro, ingenuo, tutto soave melanconia; Ridolfo del Ghirlandajo, che spira pietà nella Madonna in San Pietro di Pistoja, e nei due miracoli di San Zanobi alla galleria de’ Pitti. Ebbe carissimo un Michele, per ciò detto di Ridolfo, che seco lavorò in molte chiese di Firenze. Le costoro botteghe prendeano spesso apparenza di oratorj; e deposto il pennello, or recitavano passi di Dante, ora sul liuto accompagnavano qualche sacra cantilena, o ragionavano della morte; mentre la bellezza delle modelle, le braverie, le canzoni amorose spassavano quelle del Cellini o del Peruzzi.
Fra gli aneddoti, di cui è tessuta e forse travisata la storia artistica d’allora, vien raccontato che Michelangelo, volendo emulare Rafaello nelle temperate invenzioni e nel colorire armonico, desse i proprj disegni a tingere a Sebastiano del Piombo (1485-1547), imitatore del Giorgione, e diligente nel finire. A questo modo la Risurrezione di Lazzaro fu contrapposta alla Trasfigurazione; e Sebastiano, invanito, pretese pareggiarsi a Michelangelo e Rafaello: ma quando egli accompagnava Tiziano alla visita delle pitture, questi vedendo i restauri fatti nelle stanze vaticane dopo i danni del sacco, proruppe, — Chi fu il presuntuoso ignorante che guastò quelle faccie?» Era stato Sebastiano.
Di Francesco Rustici, scolaro di Leonardo, e morto in Francia, sono le statue di bronzo sopra il battistero di Firenze, dove lavorò pure Andrea Contucci da Sansovino, scultore, fonditore, architetto, che lasciò opere a Genova, a Roma nella chiesa del Popolo, in Portogallo, e principalmente l’esterno della Santa Casa di Loreto. Molti Fiesolani continuavano la disciplina del Ferruccio e del Boscoli.
E già pareva non si potesse far meglio che imitareo le delicatezze di Rafaello o le grandiosità di Michelangelo; ma, come disse ad altro proposito il Guicciardini, «l’imitazione del male supera sempre l’esempio, siccome, al contrario, l’imitazione del bene rimane sempre inferiore». Gli scolari di Raffaello ne seguirono principalmente il lato sensuale; e cacciati dalla peste e dai Tedeschi, si diffusero per tutta Italia propagatori del buon gusto, che modificò le qualità primitive delle varie scuole.
A Giulio Pippi (1492-1546), di storia ignota, pien d’estro e celerità più che scelto nelle idee, Rafaello dava a compire le invenzioni architettoniche appena schizzate; donde nacquero varj casini di Roma, e la elegantissima villa Madama a monte Mario, colle decorazioni più gentili dopo le loggie vaticane. Dal marchese Gonzaga fu chiamato a Mantova, dove la scuola del Mantegna era sopravvissuta in due suoi figliuoli, nei Monsignori, in altri che scolpendo e pitturando modificarono la maniera di quel maestro, poi il ferrarese Costa avea formato eccellenti scolari, fra cui il Leonbruno e il Febus. Giulio di robuste dighe vi frenava il Po ed il Mincio, sanò le bassure, intere vie rifece, restaurò antichi e pose edifizj nuovi, tra cui principale è il palazzo del Te, quadro di sessanta metri di lato, con immenso cortile; ed egli stesso lo storiò imitando l’antico, massime nei bassorilievi di stucco[40], e nella sala de’ Giganti mascherando la forma architettonica colla pittura, e sempre decrescendo di nobiltà e purezza con invenzioni gentilesche, conformi alla sensuale sua vita, nè sdegnò prostituirsi alle infamie dell’Aretino. La cattedrale di Mantova rifece sul gusto antico; nella facciata ineseguitadi San Petronio a Bologna tenne il mezzo fra il gotico e il greco.
Baldassarre Peruzzi (1481-1556), abbandonato a Volterra da un Fiorentino fuoruscito, per vivere copiò quadri, finchè potette fare di suo. Come ajuto di Rafaello dipinse in Vaticano, poi sostentato da Agostino Chigi, perfezionò la prospettiva da teatro, dipingendo scene per le feste di Giuliano de’ Medici, e per laCalandradel Bibiena. Opere temporanee, di cui possiamo farci un’idea nella galleria della Farnesina, dipinta con tanta illusione, che Tiziano la credette rilievo[41]. Nel sacco di Roma bistrattato, e costretto a fare il ritratto dell’ucciso Borbone, fugge ignudo a Siena. Ivi fabbricò, e principalmente le fortificazioni; ricusò assistere Clemente VII nell’assedio di Firenze; pure da quel pontefice e da altri ebbe lavori a Roma più che denari, e conduceva il palazzo Massimi, capo suo, quando morì.
Il Fattorino (Francesco Penni) andò a ravvivare la scuola napoletana. Perino, figlio abbandonato da un de’ Francesi di Carlo VIII, fu posto a dipingere sotto il Vaga, da cui prese il nome; e adoperato da Rafaello ad eseguire a fresco, al fare di questo s’attenne poi sempre, ma declinando al materiale. Anche Polidoro da Caravaggio, capitato a Roma come manovale, e da Rafaello avviato alla pittura, con Maturino dipinse di chiaroscuro al modo del Peruzzi, perciò copiando l’antico. Fuggendo dai Tedeschi ripararono a Napoli, ove Maturino morì, nè a Polidoro badavano i nobili, dediti a caccie e comparse: in Sicilia abbondarongli commissioni, fin quando il servo per rubarlo l’assassinò. Da Rafaello e dal Pinturicchio, che vi effigiò le imprese diPaolo II, di bei paesaggi variando il fondo, Siena conobbe l’arte moderna, che la fece infedele alle caste ispirazioni, conservate fino a quell’ora.
Fu detto che Rafaello visse poco per le arti, e il Buonarroti troppo; e in fatto già sul costui sepolcro in Santa Croce le statue, atteggiate in aria di farsi copiare, preludono ai difetti de’ suoi scolari. I quali, dimenticando quel suo detto che «chi va dietro non passerà mai avanti», copiavano dalle sue figure il rilievo muscolare, non la morbidezza de’ rivestimenti, nè sovrattutto l’impetuoso immaginare e il profondo sentire. L’esecuzione era migliorata, modellavasi e scolpivasi vivo e ben composto, meglio foggiavansi le prospettive, ma più sempre dalla pia semplicità si sviava alla mera apparenza; stil grande voleasi; nulla di magro, di secco; movimento, muscoli, appariscenza, grazia; dimenticando che questa è schiva di chi la cerca, e che il bello degli antichi non salta agli occhi con pretensione, ma esce a forza di contemplarlo. Quindi dappertutto atteggiamenti ostentati, arida anatomia, giganti, statue sdrajate su cartelloni: quindi una spensata facilità d’invenzioni, tanto più che i Medici, piuttosto generosi che savj mecenati, soggetti mitologici o adulatorj surrogarono alla devozione e al sentimento; e il profano Paolo Giovio sceglieva e divisava quei della villa di Poggio a Cajano. Fra quella turba, improntata d’un’aria di famiglia, distingueremo il Granacci fiorentino; Battista Franco, che emulò Giovanni da Udine nel dipingere le majoliche di Castel Durante; Mariotto Albertinelli, avverso al Savonarola per ligezza ai Medici, che non fece scelta fra’ suoi tipi, e morì d’intemperanza; Bernardino Poccetti, che il miracolo dell’Annegato nel chiostro dell’Annunziata farebbe porre tra i sommi se all’estro e al tocco risoluto avesse unito la pazienza.
Pier di Cosimo, idolatro della natura fino a nonsoffrire che l’uomo la modificasse, stizziva quando fossero potate le piante o svelte le erbaccie dal suo verziere; non teneva ora fissa al mangiare, vagolava in luoghi strani, e contemplava le figure disegnate dalle nubi e dagli sputi; onde riuscì sommo nell’imitare, nella prospettiva e nel chiaroscuro, quanto scarso nel sentimento. Il Battista nel duomo di Firenze, e il monumento di san Giovanni Gualberto, disperso nel 30, lodano Benedetto da Rovezzano. I mausolei dei Doria a Genova e del Sannazaro a Posilipo, e la fontana di Messina di frate Montorsoli sono macchinose esecuzioni di poveri concetti. Nelle porte di San Petronio a Bologna il Tribolo seppe schivare le esagerazioni. Vincenzo Danti perugino del fondere lasciò ragionevolissimi suggerimenti e opere finissime, comechè peccanti di leziosaggine. Giacomo della Porta milanese voltò la cupola di San Pietro, finì i lavori di Michelangelo in Campidoglio, e fece palazzi, facciate, fontane in Roma, a Frascati il Belvedere degli Aldobrandini, a Genova la bella cappella del Battista. Suo nipote frà Guglielmo, addestratosi alla Certosa di Pavia e a Genova, abbandonò le sobrie finitezze de’ Lombardi per ormare Michelangelo; e il suo deposito di Paolo III è delle migliori opere in San Pietro, chi guardi all’atto soltanto, alla grazia, alla carnosità: ma ai due lati del bellissimo papa son coricate una giovane e una vecchia che, sotto il simbolo di non so quali virtù, ritraggono l’amica del papa e la madre di lei, inverecondamente ignude, sicchè l’un corpo raggrinzito eccita schifo, l’altro voluttà e peccato.
Tra gl’Italiani si schiera Gian Bologna, di Fiandra venuto giovanissimo in Firenze, dove lavorò assai marmi e bronzi, fra cui il Mercurio volante, di componimento ardito e d’esecuzione gentile; il ratto della Sabina, ove s’intrecciano con arte le figure di tre differenti età; la bella statua equestre di Cosmo I; e preparò quella diEnrico IV, terminata poi da Pietro Tacca. Molto gli giovò il valente fonditore Domenico Portigiani fiorentino, principalmente nella grandiosa cappella di Sant’Antonio ne’ frati di San Marco, i quali vi spesero ottantamila scudi; e nelle porte della cattedrale di Pisa.
Ai Michelangioleschi e all’emula stizza di Benvenuto Cellini fu bersaglio Baccio Bandinelli, inventore scorretto ma robusto, qual si vede nell’Ercole e Caco, opera non inferiore alle contemporanee. Il Nettuno in piazza del granduca, fatto da Bartolomeo Ammanato a concorso con Gian Bologna, col Danti e col Cellini, fu preferito perchè le decisioni non dipendeano più dal popolo, ma da Cosmo (1490-1559). Quell’edificatore di colossi fece il Giove Pluvio a Pratolino, che rizzandosi sarebbe alto sedici metri; a Roma fabbricò il palazzo Ruspoli, che doveva avere quattro faccie, e il vastissimo collegio de’ Gesuiti; finì il palazzo Pitti, adattando l’interno alla facciata con opportuni abbellimenti. I ponti soleano voltarsi su pile massiccie fin d’un quarto o un terzo della luce dell’arco, col che restringevasi il letto, e tanto più quanto più crescea la piena; mentre la curva a tutto sesto crescea la ripidezza del pendìo. L’Ammanato in quello di Santa Trinita a Firenze aprì i tre archi circa trenta metri, e sopra le pile, grosse otto, li curvò in ellissi molto scema. Vecchio si raccolse a Dio, e pentivasi delle figure nude[42].
Infervorato di Michelangelo, Giorgio Vasari aretino (1512-74) ancor giovinetto diceva a se stesso: — Chè non poss’io procacciarmi le grandezze e i gradi che hanno acquistato tant’altri?» Misero scopo per un artista, e il conseguì dipingendo a furia per la coronazione di Carlo V, poi a Roma pel cardinale Medici una Venere con le Grazie; e quell’impudica composizione tanto aggeniòal prelato, che diede una veste nuova al pittore, e la commissione di un gran baccanale, per cui entrò nelle grazie di Clemente VII, e fu l’artista di que’ dinasti dopo ch’ebbero impugnata Firenze. Valoroso architetto si palesa nell’ardita fabbrica degli Uffizj e negli appartamenti di Palazzo Vecchio, ch’egli poi coprì di storie medicee, tirando via di pratica e a giorni contati. In quanto si dice, dipinse la sala della cancelleria, sempre con concetti superficiali o frivole allegorie e fisionomie insignificanti, colorito abjetto e disarmonico, scarso rilievo, negletta prospettiva aerea, studio delle statue e di Michelangelo, non della natura. Egli cavaliero, egli pittor di corte, egli in grado di dare occupazione alla gioventù, col suo esempio avvezzò al toccare audace e negligente, allo stile manierato.
Più che dall’arte trasse lode dalle sueVite de’ Pittori. Affatto incerto di cronologia, quasi solo di cose toscane vi ragiona, anzi di fiorentine, e colle passioni di contemporaneo e d’artista; encomiasta de’ recenti, dimentica che essi aveano ammirato e studiato i quattrocentisti[43], quasi volesse adulare i Medici col cancellare anche in ciò le memorie, come restaurando Santa Maria Novella avea cancellato affreschi di Masaccio e dell’Angelico; e prendendo per canone unico la scuola propria, pone mente soltanto alla forma, alla materialità del disegno, alla collocazione dei piani, al muscoleggiare, al rilievo delle teste, armonizzino poi o no collo stato dell’animo; mai un istante non elevasi alla poesia, a contemplare il concetto; innanzi al mirabile componimento di Giotto ad Assisi non vede che «il grandissimo e veramente meraviglioso effetto d’uno che beve standochinato in terra a una fonte»; non calcola i tempi in cui l’artista fiorì, e le circostanze che il poterono soccorrere o disajutare; quasi a un gran pittore bastasse essere abile operajo, non interprete del pensiero morale de’ suoi contemporanei.
Pure egli dissodava un campo vergine; vide infinite opere co’ proprj occhi, e giudicolle da esperto; per la seconda edizione moltissime correzioni e mutamenti gli suggerirono il tempo, gli amici, la prudenza e un nuovo viaggio per Italia; e sebbene non vi sia storico che non abbia dovuto ad ogni piè sospinto confutarlo, pure rimarrà sempre uno de’ più cari testi per l’ingenuità del parlare; per la copia di aneddoti che ci dànno vera e spirante la vita d’allora; sovrattutto per la passione che mette nella descrizione di quadri. Con quale evidenza non ritrae la Crocifissione del Gaddi in Arezzo, la cappella Spinelli in Santa Croce, le pitture della beata Michelina in Rimini! come si esalta per la Maria in gloria del frate Angelico[44], pel ritratto di Leone X e per lo Spasimo di Rafaello! con che impeto ritrae i capolavori di Michelangelo! Solo l’artista può innamorarsi così; e chi ha gustato le delizie stesse esulta di riprovarle con esso. Si gode pure del suo piacersi nell’amicizia de’ grandi, e del vantarsi che «nessuno abbia praticato Michelangelo più di lui, e gli sia stato piùamico e servitor fedele; nessuno possa mostrare maggior numero di lettere, scritte da lui proprio, nè con più affetto». Aggiungete ch’egli non è costretto alla polemica, nella quale s’imbroncano perpetuamente i successivi scrittori d’arte, anche per colpa de’ molti errori di lui.
Pareriscrisse Bernardino Campi;Veri precettiGiambattista Armenini di Firenze, appoggiandosi agli esempj; Rafaele Borghini estrae dal Vasari per esporre in dialoghi, che sono lunghissimi discorsi di stentati tragetti, coll’assurdità di far recitare a memoria tante notizie positive. Trattò di pittura anche Federico Zuccari, che col fratello Taddeo dipinse i palazzi Farnesi a Roma e Caprarola, poi l’Escuriale di Spagna, e fu presidente all’accademia di San Luca; la quale, fondata sotto Gregorio XIII, ottenne che nessuno scritto sulle belle arti si pubblicasse in Roma senza sua licenza; spediente sicuro d’impedire che si conoscessero ed emendassero gli abusi.
Gianpaolo Lomazzo milanese, buon pittore quanto vedesi principalmente a Tradate, e che a trentun anno perdè la vista, avea dettato precetti dell’arte sua[45], che considerava come un sacerdozio privilegiato a rappresentare Dio e i santi. Da queste idee, rinvolte in astruserie e circonlocuzioni e metafore secentiste e osservazioni di stelle, deduce alti concetti e devote pratiche;più che lo studio degli antichi e de’ Tedeschi vuole si cerchi d’avere nell’idea quel che poi s’ha da ridurre in tela; molta cura domanda dei caratteri, e in quelli dei santi vuol combinate maestà e bellezza, onde crescere in noi i sentimenti di pietà e venerazione; mostrasi arguto osservatore nell’esprimere le passioni, principalmente nelle delicate, battendo il mal gusto, e gli sfoggi teatrali de’ Michelangioleschi, e la predilezione per soggetti lubrici e il rappresentar la donna sol come oggetto sensuale, o villanamente nelle cariatidi; predilige la venustà infantile, sin a credere che senz’essa un quadro non possa essere bello; nell’architettura e nella decorazione preferisce il modo antico e il bramantesco a quegli introdotti dagli idolatri di Vitruvio. Dopo di che fa meraviglia come secondi i pregiudizj correnti nel giudicar degli autori, nell’ammirare la muscularità, nello sprezzo del medioevo. Ma oltrechè men superficiale del Vasari ne’ giudizj, giova alla storia in quanto i suoi precetti appoggia d’esempj anche lombardi, altronde ignoti.
La scuola lombarda rimontava fino ai giotteschi Andrino d’Edesia e Giovan da Milano, che lasciò bei dipinti in Firenze, e fu seguito da Vincenzo Foppa bresciano, dal Crivelli, da Nolfo di Monza, imperfetti di forme, non senza grandezza di carattere. I due Civerchi, Bernardino Zenale e il Buttinoni da Treviglio poterono profittare degli esempj del Bramante. Sull’orme di questo, Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, delicato modellatore, valse assai nella prospettiva, studiò gli effetti più che il carattere, lavorò pure a Roma, e scrisse sulle antichità greche e romane, come il Foppa e lo Zenale sulla prospettiva lineare e le proporzioni del corpo umano. Anche dopo che il Mantegna vi aveva recato le pratiche prospettiche, Gentile Bellini le tradizioni dell’Umbria, poi le raffinatezze fiorentine Leonardo,una fisionomia particolare conservarono i migliori; quali Francesco Melzo prediletto del Vinci, ma più grazioso che robusto; Gianantonio Boltraffio, che della scuola arcaica mantenne la gravità e le vigorose concezioni, pur diffondendovi freschezza di vita, magia di chiaroscuro, finezza di modello, ed esatta traduzione della fisionomia. Marco d’Oggiono rimane inferiore, massime per disegno, quando non copiò il maestro; ma è maggior di sè nel quadro in Sant’Eufemia a Milano.
E fa meraviglia come la scuola lombarda continuasse a fiorire, malgrado di tante sventure pubbliche e quasi a consolazione della perduta indipendenza; ma non fortunata di storici come le altre, restò quasi ignorata di fuori. Eppure gli affreschi di Bernardino Luini (-1528?), abbastanza frequenti in Lombardia, non iscapitano dai migliori, e le sue tele sono dai forestieri scambiate con quelle di Leonardo, sul quale egli avea studiato a segno, da farne propria la sublime schiettezza, la purità del concetto, la vereconda soavità, sebbene di quell’iniziatore non raggiunga la veemenza e l’espressione grandiosa e profonda, prevalendo nella dolcezza di spirito e nella grazia armonica. Ma egli non fu protetto dai re, bensì da quei che piangevano e pregavano nelle sopravvenute miserie, e lavorò quasi soltanto in chiese e conventi. Della Santa Caterina, leggenda prediletta dei pittori lombardi, non è possibile trovare una composizione e un’esecuzione più felice che il trasporto del cadavere per man degli angeli, qual si vede a Brera. Nulla di più soave e patetico degli affreschi nel Monastero Maggiore. Nell’età piena dipinse a Saronno la disputa di Cristo, e a Lugano la Crocifissione, vero poema, con infinite persone in atti e panni ed affetti tutti varj e veri, con teste spiccanti, e quella magia di guardatura che pajono chiederti risposta. Eppure sembra non avesse veduto i sommi contemporanei se nonforse per via delle stampe; ed era retribuito a miseria[46].
Cesare da Sesto (-1524) tiensi nella ragionevolezza del soggetto come il maestro, e come lui si prepara con lunghi studj e attenti disegni; e se non l’eguaglia in ricchezza d’idee e costanza di correzione, e se spesso abbandonasi alla sicurezza dell’applauso, non si torrebbe mai l’occhio dalle tele dove ha voluto esser grande. Passò poi a vedere modelli differenti in Sicilia e a Roma, dove ajutò Rafaello, il quale vuolsi gli dicesse: — Non comprendo come, essendo noi tanto amici, ci usiamo così pochi riguardi». Il suo carissimo Bernazzano spesso gli lavorava i fondi con paesaggi, ne’ quali era eccellente. Quando si scoperse il quadro di Antonio Salaino della sagristia di San Celso, tratto da cartone di Leonardo, tutta Milano concorse ad ammirarlo.
Gaudenzio Ferrari di Valdugia (-1550), educato a Vercelli da Girolamo Giovenone, poi ajuto di Rafaello quand’ancora attenevasi alle maniere dell’Umbria, ma soprattutto studioso del Vinci[47], ancor meglio di questo unì la forza alla grazia, sebbene al fine s’ingrandisse, cioè degenerasse dietro ai Michelangioleschi. Singolarmente accurò l’espressione de’ volti, e la pia affezione; e il Lomazzo sfida chiunque a rappresentare la divina maestà meglio che nella sua morte di Cristo, al sacro Monte di Varallo. Quel santuario e quel di Saronno, allora frequentati a proporzione delle pubbliche miserie, furono il campo dell’abilità di Gaudenzio, e d’ogni parte eragli chiesto qualche episodio del gran dramma della redenzione, che a Varallo avea rappresentato intero.
Bernardino Lanini vercellese, più che nel disegno e nel chiaroscuro valse nel buon comporre anche in grande, come nella Santa Caterina presso San Nazaro. Di Giannantonio Bazzi da Vercelli (1477-1519), detto il cavaliere Soddoma, peniamo a credere le turpitudini che il Vasari racconta, poichè la bellezza de’ suoi dipinti in Lombardia tiene del leonardesco, anzi nelle Madonne supera per grazia naturale il maestro; i Senesi, della cui scuola ridestò lo spirito, gli affidarono a dipingere le storie di san Bernardino e santa Caterina, e gonfaloni veneratissimi; altre pie immagini fece altrove, leggiadre insieme ed elevate e gravi principalmente a Napoli, e veramente di Rafaello mostrasi scolaro ne’ puttini e anche negli adulti: vero è che non sa comporre storia, e invecchiando declinò verso i manieristi.
Con questi pittori va una eletta di scultori, massime ornatisti. Maestri di muro e di pietre, venuti dai laghidi Lugano, di Como, di Varese, divenivano scultori e architetti; e le cattedrali lombarde e Venezia s’allietano d’opere di autori non nominati, o appena col titolo di Lombardi, di Campioni, di Bregni. Gaspare e Cristoforo Pedoni luganesi assai lavorarono d’ornato a Cremona, e a Brescia il vestibolo de’ Miracoli; i fratelli Rodari di Maroggia con incantevole pulizia nel duomo di Como, e probabilmente nella semicattedrale di Lugano; Bonino da Campione il mausoleo di Cansignorio a Verona, una delle più belle opere gotiche, a sei faccie con sei colonne d’eleganti capitelli, e con bellissimo serraglio di ferro; Antonio Amedeo pavese in Bergamo quel del Coleone.
Gian Galeazzo avea dotato lautamente i monaci della Certosa di Pavia perchè continuassero la fabbrica (tom.VII, pag. 185); finita, quella somma dovesse compartirsi ai poveri. La distribuzione cominciossi nel 1542; ma i grandi miglioramenti recati ai terreni lasciarono ai monaci di che proseguire, e farne, come il Guicciardini lo chiamava, «il monastero il più bello che alcun altro non sia in Italia».
Fu architettata da Giacomo da Campione milanese nel 1396, non dal fiorentino Nicolò de’ Galli, cui molti l’attribuiscono. Disposta al modo bramantesco e policromatico, senz’archi acuti, sessanta medaglioni sulla base della facciata offrono ritratti di imperatori e re, stemmi, simboli, fatti scritturali, la più parte d’eccellente gusto: i quattro finestroni direbbonsi incomparabili, se non li vincesse la porta, con un incantevole complesso di sculture, storianti la fondazione del tempio, i funerali di Gian Galeazzo, le vite de’ santi Ambrogio, Siro ed altri: e l’infinità delle figure, la finitezza di tutte, l’espressione di qualcuna incantano gli occhi, per quanto il vandalismo rivoluzionario e la villania irreligiosa le abbiano mutile e guaste. Dentro, la maestàdelle ampie arcate, le volte ad oltremare stellato e a fregi, la cupola ottagona a gallerie, le quattordici cappelle ornate a gara, gli avanzi d’alcune vetriate dipinte, le ricche balaustrate di ferro e ottone, toccano di meraviglia prima che si venga ad ammirare le particolarità.
A tacere altri lombardi, Andrea Solaro, che lavorò a Venezia e in Francia[48], e Bernardino Campi meritano lode di vivace espressione e vigorosa tavolozza in un quadro della sacristia nuova, ora spoglia delle ricchezze religiose e artistiche. Aggiungi le prospettive felicissime e le riquadrature, con qua e là alcuni monaci, che si direbbe veramente sporgano e ti guardino, e solo non parlino perchè la regola lo vieta[49]. Ma qui è a conoscere ed ammirare come pittore il Borgognone, cioè Ambrogio da Fossano, quasi ignoto alle storie[50], e che per vigor di disegno, artifizio di ombre, varietà di scorci va co’ migliori, mentre per espressiva e castigata dolcezza, pel posare grazioso, per la mistica delicatezza può dirsi il frate Angelico lombardo. Sempre mosso da pie ispirazioni, e ascetici ricordi, senza perdersi in allusioni e simboli, imprime carattere serafico agli angeli, grave devozione ai santi, aura divina allaMadonna, come può vedersi nel coro di San Sebastiano a Milano, e a Bergamo nell’Assunta di Santo Spirito, con quegli apostoli d’estatica espressione, irradiati dall’alto.
Ne’ tempi di decadenza vi si proseguirono i lavori, ed enormi colossi ingombrarono le arcate minori; gli altari furono sopraccarichi di tarsie, di marmi, d’intagli, diligentissime esecuzioni principalmente dei Sacchi, famiglia che restò per secoli addetta a questa chiesa. I quadri del Procaccino, del Cornara, del Fava, gli affreschi del Lanzani, de’ Carloni, del Ghisolfi, del Bianchi, del Montalto, del Vairone, del Cerano, del Morazzoni, le sculture del Begarelli, del Bussola, del Simonetta, del Brambilla, del Rosnati, per quanto stacchino dalla cara semplicità dei primitivi, non mancano di merito, e formano una galleria tutta lombarda, che a noi non parve fuor di luogo descrivere.
Su disegno del Borgognone gli stalli del coro della Certosa furono intarsiati da Bartolomeo Dalla Porta o da Pola nel 1486, con atteggiamenti semplici. Nella sacrista vecchia un trittico di denti d’ippopotamo in sessantasette bassorilievi e ottanta statuine presenta storie sacre, opera pazientissima di Bernardo degli Ubriachi di Firenze. Nel mausoleo del fondatore, cominciato il 1490 a disegno d’un Galeazzo Pellegrini, e finito solo nel 1562, con lautezza di ornati, Antonio Amedeo ne espresse la storia in sei medaglioni: la statua è stesa sul proprio avello, dove impropriamente si aggiunsero due statue simboliche di Bernardino da Novi, sedute sul monumento come aveano introdotto i Michelangioleschi. Nè minore miracolo è il sarcofago della duchessa Beatrice d’Este, opera di Cristoforo Solaro il Gobbo. Capolavoro d’architettura è il chiostro, disegno di Francesco Richino, portico a cenventi campate con colonnette di marmo sostenenti bassorilievi di terra cotta, busti, statuine,fogliami, arabeschi che danno la più vistosa varietà policromatica, e tutt’attorno al gran cortile, ventiquattro cellette, ciascuna disposta come un compiuto quartiere, e con giardinetto ove ricrearsi dall’obbligata solitudine.
Un’altra è il duomo di Milano, del quale manca una descrizione, che per sentimento d’arte e giustezza d’erudizione convenga ai tempi. Il Martino V, lavorato da Jacopino da Tradate, e alcune guglie dell’Omodeo, son di gotico grazioso. Oltre il Gobbo Solaro, ricordiamo il Bambaja che mettea per tutto rabeschi, fiori, recami e nettissimamente conduceva i capelli, le barbe, le pieghe; e prova di prospettiva più da ammirare che da imitare fece nella Presentazione al tempio, scorciando una scala, in cima alla quale sta Simeone, ed al piede Maria. S’abbandonò al gusto ammodernato nel deposito del Caracciolo; ma più memorabile era quello di Gastone di Foix, che, cambiati i dominatori, andò dissipato, e i pezzi che sopravanzano si direbbero di cera, sicchè il Vasari «mirandoli con istupore, stette un pezzo pensando se è possibile che si facciano con mano e con ferri sì sottili e meravigliose opere»[51].
Annibale Fontana, Andrea Biffi, Andrea Fusina, chinavano al manierato: Francesco Brambilla ornò la cappella dell’Albero, e fuse le cariatidi del pulpito, squisitamente condotte, ma tormentate di minuzie; Marco Agrati volle scaltrito il pubblico non esser opera di Prassitele[52]quell’ammirato suo San Bartolomeoscorticato che panneggia la propria pelle, senza espressione nè idealità. Altri bellissimi lavori de’ suddetti offrono le facciate di San Paolo e di San Celso in Milano. È fra i più notevoli lavori di Napoli la cripta dell’arcivescovado, fatica di Tommaso Malvita comasco; sala tutta marmo, col più bel lacunare a mezze figure, sostenuto da colonne e pilastri squisiti.
Noi ci diffondiamo sul Lombardi perchè i patrioti, con vezzo non più disimparato, neglessero le glorie compaesane, e i forestieri gl’ignorano. Il Vasari, che solo per incidente li nominò, confessa che il Bambaja, il Solaio, l’Agrati, Gaudenzio, Cesare da Sesto, Marco d’Oggiono, il Luini «farebbero assai se avesser tanti studj quanti n’ha Roma; onde fu bene che Leon Leoni vi recasse tante opere antiche e modelli». Intende dello scultore Leon Leoni d’Arezzo, che a Milano fuse pulitissimamente il mausoleo del Medeghino in duomo, sopra disegno di Michelangelo alquanto manierato; e per sè costruì un palazzo colla facciata sostenuta da grandi cariatidi (gli Omenoni), e l’aveva empito di gessi e modelli che propagarono il gusto delle prominenze musculari e delle manifestazioni esagerate della forza vitale, sempre più spegnendo l’ideale artistico.
E artisti e scuole avea si può dire ciascuna città d’Italia; ma troppo spesso i paesani trascurarono di darcene contezza, o svisarono. Bergamo, fra molti che vi chiamò o nutrì il patronato del Coleone e dei Martinengo, ci mostra il suo Lorenzo Lotti, che quando da Alessandro Martinengo ebbe commissione di un quadro per la chiesa di San Domenico, «pubbliche preci si fecero alla Madonna e ai santi perchè l’ispirassero; e finito che fu, venne portato in processione per le vie» (Tassi). Lodi aveva in San Francesco pitture vecchie d’eccellente maniera, quando la pietà e la scienza delsanto vescovo Carlo Sforza Pallavicino fece erigere il tempio dell’Incoronata dal Battaggio lodigiano bramantesco, e chiamò a dipingerla il Borgognone, con Giovanni e Matteo della Chiesa, e a scolpirvi Ambrogio e Gianpietro Donati milanesi. Forse da loro prese scuola la famiglia Piazza, che diede molti artisti, fedeli alla tradizione affettuosa, finchè Calisto, quasi unico nominato fuor di patria, si gettò al giorgionesco, pur qualche volta raggiungendo l’affetto, come nell’Assunta di Codogno e nel monastero Maggiore di Milano.
Nulla in Piemonte fino al 1488, il che fa strana la pretensione del Galeani Napione, che la scuola senese, la genovese, la milanese devano i cominciamenti a tre piemontesi, Antonio Razzi di Vercelli, Lodovico Brea di Nizza, Gaudenzio Ferrari[53]. A Genova nel 1481 gli statuti de’ pittori sono detti antichissimi; poi si costituirono come arte distinta, pel cui esercizio si chiedevano sette anni di tirocinio. Dal 1475 al 1525 v’ebbe ottantatre pittori, non contando quei che lavoravano nelle Riviere, e v’appartenevano alcuni de’ Grimaldi, dei Calvi, dei Da Passano, d’altre casate illustri. Un Damiano dei Lercari sopra un osso di ciliegia scolpì tre santi, e sopra uno di pesca la passione di Cristo. Daniele Téramo nel 1437 vi fece la bella cassa di san Giovanni Battista d’argento dorato, colle storie in rilievo; collocata nel tempietto, splendido di marmi e d’oro, cominciato il 1451.
Napoli imparò la scultura da Nicolò e Giovanni di Pisa, i cui lavori nel duomo e nelle cappelle de’ Minutoli e Caraccioli furono finiti da Masuccio primo: il secondo rifabbricò Santa Chiara, San Giovanni a Carbonara ed altre chiese, ed eseguì i farraginosi depositi dei re in San Lorenzo e Santa Chiara. Se la torre di quest’ultimachiesa, fondata il 1318, fosse del primo Masuccio, un secolo prima di Bramante avrebbe tornato in uso gli ordini greci[54]; ma ogni occhio avverte il diversissimo modo con cui al rustico del primo ordine si sovrapposero il dorico e lo jonico, che aspettano ancora il finimento. Sembra dovuto a Pier di Martino milanese[55]l’arco di marmo bianco erettovi pel trionfo di Alfonso I, il migliore dopo i romani, e non copiato da essi: sebbene disacconciamente serrato fra le due torri del Castel Nuovo, ne sono ben disposte le parti e gli accessorj, rigogliosa la generale decorazione. Di venti anni posteriori, assai meno lodevoli sono le porte di bronzo, da Guglielmo Monaco poste ad esso castello.
Il macchinoso e complicato mausoleo di re Ladislao in San Giovanni a Carbonara loderebbe Andrea Ciccione se fosse del trecento. Poco migliore, ma di più interesse è l’altro deposito suo in quella cappella Caracciolo, nella quale Silla e Giannotto milanese ritrassero guerrieri, col vestire di que’ tempi[56]. Nellacappella di Tommaso d’Aquino in San Domenico, Angelo Aniello Fiore mostrò abilità e purezza; mentre disordinatamente cariche sono le composizioni di Antonio Bamboccio da Piperno.
La scuola giottesca fu colà propagata da maestro Simone napoletano, di cui nessun’opera certa. Antonio Salario, di Civita degli Abruzzi o più veramente veneto, detto lo Zingano, s’invaghì della figlia di Colantonio pittore[57], e per ottenerla si mutò da pentolajo in dipintore, e si segnalò per colorir fresco e buone mosse, principalmente nella storia di san Benedetto a San Severino. Incerti e poco degni di nota gli altri di quella scuola, finchè allo stile nuovo dal Fattorino e da Polidoro di Caravaggio furono allevati Andrea di Salerno, il Lama, il Ruviale detto Polidorino; poi altri dal Vasari e dal Soddoma. Simone Papa il giovane si scevera da tutti codesti per nobile semplicità. Giovanni Marlianoda Nola finì scolture eccellenti in Montoliveto, in San Domenico Maggiore e al monumento di tre Sanseverino avvelenati dalla zia, di Antonio Gandino in Santa Chiara, di Pier Toledo in San Giacomo degli Spagnuoli. A gara con lui Girolamo Santacroce fece le pale di marmo alle Grazie, e altri lavori a Montoliveto, al sepolcro del Sannazaro, e alla cappella dei Vico in San Giovanni a Carbonara.
A Modena, Properzia de’ Rossi, rejetta dall’amante, per allusione ai proprj casi, scolpì egregiamente il casto Giuseppe. A Bologna Lorenzo Costa mantegnesco, di vigoroso colorito e lieta fantasia, frescò pei Bentivoglio favole greche; datosi a quadri di chiesa, e visti i buoni a Roma, depose le durezze, e ben avviò una scuola ricca di ducento allievi. Simone dei Crocifissi e Lippo Dalmasio delle Madonne trassero il soprannome dai soggetti di cui si piacquero. Jacopo Davanzi a dipingere preparavasi col digiuno e colla comunione. Anche Francesco Raibolini, detto il Francia, abilissimo in far nielli e medaglie, passato di quarant’anni alla tavolozza e al fresco, dipinse quasi sempre Madonne, con pazienza più che dottrina e varietà. Rafaello quando spedì a Bologna la santa Cecilia, il pregò a ritoccarla se alcun guasto v’avvenisse: complimento di modestia; ma è favola che il Francia ne morisse d’invidia, giacchè sopravvisse fino al 1533. Il suo san Sebastiano della Zecca fu il tipo dei Bolognesi; mentre altri formavansi sui nuovi, come Ippolito Costa, che empì Mantova di manierati dipinti; come il Sabbatini, grazioso nel comporre, debole nel colorire; come Orazio Sammachini, suo grand’amico, che nei santi infonde dignitosa e tenera pietà, mentre seppe esser robusto nella volta di Sant’Abbondio in Cremona. Tommaso Vincidor, pittore e scultore di Carlo V, che lasciò insigni monumenti nelle Fiandre, non è tampoco citato dal Vasari, dallo Zani èdato per forestiero: ma l’Accademia Belgica negli atti del 1854 lo provava bolognese.
Poichè i principi aveano il sentimento del bello anche mancando dell’intelletto del buono, la trista genìa degli Estensi fece lavorare gli artisti a Ferrara; e il marchese Nicola, oltre la gran chiesa votiva a san Gotardo, fabbricava Belriguardo, le cui trecensessanta camere furono dipinte da un Giovanni da Siena: come in quello di Schifanoja il duca Borso fece da Piero della Francesca effigiare principalmente uccelli e caccie, la meno ignobile delle sue passioni: poi il duca Ercole di pitture coprì palazzi e chiese. Francesco Cossa devotamente dipinse la miracolosa Madonna del Baracano a Bologna, e vi allevò Lorenzo Costa. A Bologna si drizzarono gli artisti ferraresi, quali Ercole Grandi, dal Vasari appajato ai migliori, il Vaccarini, l’Ortolano, il Cortellini, Girolamo Marchesi da Cotignola. Il Garofolo (Benvenuto Tisi) da Rafaello, da Leonardo e dal Boccaccino trasse gentilezza, perfezione di modello dalle statue antiche; ma ripete gli stessi tipi, gli stessi partiti di pieghe, collo stesso valore di toni: che se l’eleganza e soavità il fanno encomiare, e quella finitezza da miniatura ne’ piccoli lavori, e la devota idealità di molti suoi quadri, in altri sacrificò alla moda o alle commissioni ducali; collocò in paradiso l’Ariosto fra santa Caterina e san Sebastiano; fece il bambin Gesù che si diverte con una scimmia sulle ginocchia di Maria. In vecchiezza votò di lavorare tutte le domeniche a ornare il convento di San Bernardino, dove s’erano consacrate due sue figliuole; finchè divenne cieco.
Nel Giudizio universale della metropolitana, Sebastiano Filippi, detto il Bastianino, seppe riuscir grande e nuovo anche dopo Michelangelo. Sigismondino Scarsella suo competitore fu superato dal figlio Ippolito, gentile nelle fisionomie e nelle velature, e di agiledisegno. Il Bastarolo (Giuseppe Mazzola), dipintor lento e studiato, è conosciuto men del merito. Alfonso ed Ercole d’Este, che facevano dipingere nudità mitologiche e le imprese d’Ercole, trovavano compiacenza nell’estro pagano di Giambattista Dossi paesista e di Dosso Dossi figurista e coloritore vantato, fratelli sempre in rissa, e che pure lavorarono sempre insieme ai palazzi ducali e altrove, e non meritavano certo che l’Ariosto gli affastellasse coi sommi.
La forma, la grazia, l’armonia pareano incarnate in Leonardo, Michelangelo, Rafaello, eppure con questi trova posto originale Antonio Allegri di Correggio (1494-1534). I documenti odierni smentiscono quanto ne disse il Vasari, benchè scrivesse appena ventott’anni dopo lui morto, ma non rendono bastante conto degli atti e del genio di lui. Formato sui Lombardi, anzichè sul Mantegna, istruitosi nelle lettere e nella storia, si fa stile indipendente e grazioso, e insieme potente e ardito, benchè non paja essersi mai mosso da Parma, ove non ebbe larghezze di lodi e compensi, ma non è vero languisse nell’inedia[58]. La Madonna di Sant’Antonio fatta a diciott’anni è forse il quadro suo più bello, elegante e puro. Nell’appartamento della badessadi San Paolo scene più che mondane ritrasse colla libera facilità e la limpida grazia degli antichi, ammirate per leggerezza di capelli, labbra femminili, sorrisi innamorati. Chiesto a dipingere in San Giovanni la cupola, fece miracolo nuovo, giacchè non esisteva ancora il Giudizio della Sistina, colla quale gareggia per grandezza d’espressione e ardimento d’attitudini, principalmente negli apostoli de’ pennacchi. Ben gli sta a fianco l’Assunta della cupola del duomo, composizione fin troppo ricca, sicchè la celestiale purità è confusa dal desiderio di ostentare abilità.
Nell’espressione degli affetti il Correggio possiede una tenerezza qual neppure Rafaello conobbe, sebbene talora l’esageri quando domanderebbe tranquillità: e desta la maraviglia degli accademici collo scortare di sotto in su, e colla prospettiva della figura umana, ove contorna sempre con curve eleganti fino alla leziosaggine. Ma o dipinga momenti sereni come le sacre Famiglie e il riposo in Egitto e la Notte, o dolorosi come Cristo all’orto e davanti a Pilato, o colla mitologia non miri che alla vita esterna, sempre primeggia, sempre vi si ammira la sovrana intelligenza de’ chiaroscuri, l’armonica fusione della luce coll’ombra, le tinte impercettibilmente graduate in modo da parer sobrio quel ch’è trattato con una ricchezza, valutabile solo da chi tenta copiarla; come la facilità che sembra d’improvvisatore dileguasi a chi esamini la varietà delle pose e la ragionevolezza degli atti. Testimonio ch’egli associava l’immaginazione all’erudizione, l’eleganza alla ricchezza.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (1503-40), ingegno precocemente maturo, la grazia di lui esagerò fin al lezioso. Attento alle sue tele, non s’accorse quando le bande del Borbone devastavano Roma, e lui come tanti altri ridussero alla miseria. Cominciò a dipingere allaSteccata di Parma, poi non finendo benchè avesse tocchi i denari, dovette fuggire a Casalmaggiore, dove ne vive la memoria in popolari tradizioni e in quadri grandiosi, di buon concetto e di miglior esecuzione[59]; dappertutto ottenendo onori e non ricchezze, queste cercò all’alchimia, e finì di rovinarsi, e morì all’età del suo Rafaello. Abilissimo nell’incidere, pare v’introducesse l’acqua forte. Girolamo Beduli viadanese, marito di Elena sua cugina, bene impasta e colorisce, felice nelle prospettive, vario nelle composizioni ma dalla fretta pregiudicato.
I Farnesi, nuovi dominatori di Parma, non vi suscitarono alcun grande; quando poi il Sammachini ed Ercole Procaccino furono chiamati a dipingervi, poi l’Aretusi e Annibale Caracci, la correggesca fu modificata dalla maniera bolognese, come si vede nel Tinti e nel Lanfranco.
Nella depravazion generale galleggiò la scuola veneta. Tiziano Vecelli cadorino (1477-1576) cominciò la sua reputazione dal terminar opere di Giovan Bellini, fosse il Federico Barbarossa nella sala del gran consiglio, fosser quelle nel palazzo di Ferrara; e lo studio di tal maestro, poi l’emulazione del Dürer lo fecero attentissimo alle particolarità, e fin minuto quando volesse. Dicea dover il pittore esser padrone del bianco, del nero, del rosso, benchè non sia vero che soli questi adoprasse; e per virtù de’ contrapposti ottenne un ombreggiar robusto di stupendo effetto. Nelle invenzioni non mostra gran fantasia; agli uomini impronta dignità ed espressione ben meglio che negli angeli e santi; nè le composizioni sacre anima di devozione affettuosa, sempre i concettisubordinando all’effetto, e questo cercando dal colorito, fin a trascurare il segno.
Han riflesso che le opere sue per la patria son meno accurate di quelle commessegli di fuori; forse perchè erangli retribuite scarsamente. In fatto ben poco guadagnava, sinchè non capitò a Venezia l’infame Aretino, il quale, sprezzatore di Dio e adoratore dei potenti, non potea che contaminare una scuola educata nella fede. Tiziano n’ebbe l’amicizia e le lodi, e sua mercè la commissione di ritrarre Carlo V; e subito, entrato di moda fra i cortigiani, divenne il pittore dei re, e gli chiesero l’immortalità del ritratto Francesco I, Paolo III, Solimano II, Filippo II, l’imperator Ferdinando, il duca e la duchessa d’Urbino, il Farnese, varj dogi e cardinali. Cresciuto di gloria e denaro, a Venezia in palazzo ricchissimamente addobbato, riceveva principescamente; ottenne trionfi a Roma, alla corte dell’imperatore, in Ispagna, ove lasciò le opere sue più encomiate. Non potea dunque tenersi sempre alle ispirazioni de’ suoi maestri, la patria, e la fede; sfoggiò maestria in soggetti di mera e inespressiva bellezza naturale, come le tante sue Veneri e Danae e Diane; dal quale naturalismo deriva la sua abilità nel paesaggio. Lunghissimi giorni menò e tranquilli, sopravvissuto agli amici; e senza conoscere nè tardità nè decrepitezza, moriva in tempo di peste, e il senato dispensava il suo cadavere dall’esser bruciato come gli altri.
Poco paziente all’insegnare o forse geloso, non formò scolari; pure una famiglia di pittori gli si cacciò dietro, con composizioni macchinose e trascurate. Mentre Michelangelo cerca espresso le difficoltà, il Tiziano le declina, volendo imitar la natura senza che vi paja stento: e però gl’imitatori del primo peggiorarono esagerando, quei dell’altro dall’apparenza di semplicità furono strascinati nel triviale. Perocchè le scuole apparvero distintissimequando ciascuna si sforzò d’elevare sopra la natura l’ideale a cui propendeva; a Firenze sottoponendola alla dottrina delle proporzioni coll’armonia delle tinte e le soavi gradazioni; a Roma dandole espressione leggiadra, col disegno fino e la squisitezza dei contorni e delle forme, derivati dalle statue antiche, pel cui studio si deteriorò nel sentimento, non già nell’esecuzione: la scuola lombarda, meno attenta alla regolarità dell’arte, forzò l’espressione; la veneta, corrispondente alla tedesca per fedeltà alla natura, volle esprimerne tutta la forza mediante il colorito sereno e splendidamente armonioso, fin al punto di negligere il concetto e il disegno. Nei frequentissimi ritratti non avendo campo a inventare, i veneti si raffinavano sulle particolarità; donde la loro maestria in riprodurre panni, velluti, metalli, oltre le architetture, le mense ed altri accessorj.
Francesco I fece ritrarre le principali damigelle della sua Corte a Paris Bordone trevisano, di colorito ridente e variatissimo, di teste vivaci, di decente composizione, ma che sfumando sagrifica il contorno, nè vale dove si richiede forza. Licinio da Pordenone, nei tre Giudizj del palazzo ducale, al colorito tizianesco unisce il chiaroscuro e il fuso modellare lombardo, ma dà nel caricato: vivea selvatico, figurandosi continuamente nemici, dai quali dicesi fosse avvelenato. Il Tintoretto (Giacomo Robusti 1512-91), avea scritto sul suo studioil disegno di Michelangelo e il colorito di Tiziano, e su tali modelli più che sul vero s’esercitava. Dicendo non potersi trovare corpo perfetto, disponeva figurine di cera o creta, e le illuminava secondo l’occorrenza, per copiarle, ottenendone un ombreggiare tetro, lontano dal chiaro e vivace di Tiziano. Dell’acquistata facilità abusò per precipitare i lavori, sicchè alcuni quadri pajono appena sbozzi, e diceva che accurandoli li fredderebbe. Buonuomo, ambiva la gloria, purchè senza macchia: gli scolari ne imitarono i difetti, non la potenza.
Verona, non dimentica dei modi di frà Giocondo, più che del Brusasorci manierista deve gloriarsi di Paolo Cavazzola, che l’affetto esprimeva secondo le migliori tradizioni, e fu il più corretto disegnatore dell’arte veneta. Paolo Caliari (1528?-88) s’ingrandì dietro al Tiziano e al Tintoretto, e sulle stampe e le statue antiche, il cui studio accoppiando a quel della natura, tradusse piena ed esultante la vita con pompose architetture, gente briosa, metalli e vetri smaglianti, giojelli, festivi banchetti, e più d’ogni altro rivela i meriti e i difetti della scuola veneziana. A dipinger la vôlta della libreria vecchia di Venezia concorsero il Salviati, il Franco, Andrea Schiavone, lo Zelotti[60], il Licinio, il Varotari, facendo ciascuno tre dei ventuno compartimenti; e per giudizio di Tiziano, la palma fu data a Paolo, che dai procuratori di San Marco ebbe allora la commissione de’ quattro suoi quadri migliori: due Maddalene a’ piedi di Cristo, Gesù coi pubblicani, e le nozze di Cana. In quest’ultimo, di ben centrenta figure, tutti ritratti, fin il cane di Tiziano, finge una suntuosità, degna solo dello sfarzo delXVIsecolo; tra sfoggiato vestire e cani e mori e nani e infinito servidorame fingendo un concerto, ove ciascun artista suona lo stromento che simboleggia la sua qualità; e Carlo V siede da imperatore a quel banchetto de’ mal provvisti artigiani galilei: tanto il naturalismo soffocava e convenienze e tradizioni[61]. Nè Paolo badava a costume o carattere; la stalla di Betlemme pareggiava a una reggia; le donne di Dariosvisava col guardinfante. Ester si presenta ad Assuero col corteggio d’una dogaressa: ma tutto si perdona a quella gaudiosa serenità, a quell’inarrivabile freschezza e trasparenza di colorito.
A malgrado di questo irrazionale naturalismo, il palazzo ducale, che è la vera galleria veneta con tanta profusione di dipinti, di stucchi, d’oro, d’intagli, respira dappertutto devozione e patriotismo. I ventidue quadri della sala del maggior consiglio, ove il Pisanello, il Guariento ed altri aveano dipinto il convegno di Alessandro III col Barbarossa, essendosi guasti precocemente,nel 1474 si decretò fossero rinnovati da Giovanni e Gentile Bellini, Alvise Vivarini, Cristoforo da Parma ed altri, fin a Giorgione, Tiziano e Tintoretto; ma l’incendio del 1577 li mandò in rovina. Quelli che si vedono ora, esaminati distintamente, accusano la ricerca dell’effetto, eppure formano un grandioso complesso.
Francesco da Ponte, piantatosi a Bassano, vi cominciò una scuola rinomata. Giacomo suo figlio (1510-92) imitò Tiziano e il Parmigianino, ma con semplicità naturale; preferì soggetti di modica forza, lumi di candela, lustri di rame, capanne, paesaggi; tutto quello che poi si caratterizzò per fiammingo, e dove il soggetto si smarrisce negli accessorj. Lavorò moltissimo, e meglio di tutto il Presepio a Bassano. Vivere in pace, non intrigare, non accattare o invidiar lodi, fu il suo piacere. Francesco suo figlio, al contrario, si piaceva di soggetti tragici, e n’ebbe alterata la mente a segno che credevasi sempre assalito, e una volta balzò dalla finestra. Altri di quel cognome empirono le botteghe di loro quadri, ai quali mancava anche la spontaneità, essendo manuale riproduzione di anteriori. Giacomo Palma emulò Giorgione nella vivacità del colore e nello sfumare: fu detto il Vecchio per distinguerlo dall’omonimo suo nipote, che mal pretese gareggiare con Paolo Veronese e col Tintoretto finchè vissero; morti, diè al pessimo. Non è inferiore al Vecchio il Verla, benchè poco dipingesse, e fu dimenticato da tutti gli storici dell’arte.