NOTE:

NOTE:1.Quante cose restino ancora a rivelarsi sulle arti nostrali appare dall’opera di Runge, che testè si pubblicò a Berlino,Beiträge zur Kenntniss der Backsteinarchitecture Italiens.2.Ha il diametro di quarantatre metri, alta cento metri dal suolo, quarantadue dalla cornice del tamburo all’occhio del lanternino; meno alta di quella del Vaticano sol perchè meno elevati i piloni su cui imposta; ma la supera di quattro braccia di larghezza; non ha rinfianchi o gradinate o speroni, bastando alla solidità sua i costoloni degli otto spicchi; eppure non ebbe bisogno di cerchi di ferro, nè diede quelle tante paure, per cui grossi volumi si scrissero e i principali architetti studiarono intorno a quella di Michelangelo.3.Duplices facito clausuras, secto duobus locis flumine, spacio intermisso quod navis longitudinem capiat, ut, si erit navis conscensura, cum ea applicarit inferior clausura occludatur, aperiatur superior; sin autem erit descensura, contra claudatur superior, aperiatur inferior. Navis eo pacto, cum instar dimissa parte fluenti evehetur fluvio secundo: residuum autem aquæ superior asservabit clausura. — De re ædificatoria, lib.X. c. 12.Gli Olandesi pretenderebbero il passo sovra gl’Italiani, riportando quest’invenzione fino al 1220: ma chi ponga mente al trattatoDella fortificazione per chiusedi Simone Stevin, ingegnere del principe Maurizio di Nassau, stampato nel 1608, sarà chiaro dalle figure, che le chiuse a doppia imposta da lui descritte non servono che a rimontare coll’alta marea ne’ canali che vi sboccano, e non a discenderne dopo il riflusso, come si potrebbe colle nostre. In Francia dovett’essere portata l’invenzione da Leonardo da Vinci al principio del 1500; il quale forse inventò di mettere le porte ad angolo, spediente a farle facilmente servibili.4.L’ultimo descrittore delle arti italiane ch’io conosca, Jacopo Burckhardt, dice che le finestre dell’ospedale di MilanoSind die reichsten und elegantesten gothischen Fenster, die sich in diesem Stoff bilden liessen. — Der Cicerone; eine Anleitung zum Genuss der Kunstwercke Italiens.Basel, 1855.5.Donde l’epigramma del Sannazaro:Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;Hunc in jure potes dicere pontificem.6.Rafaello scriveva a suo zio Simon di Battista Ciarla: — Circa a stare a Roma, non posso star altrove più per tempo alcuno, per amor della fabbrica di Santo Pietro, che sono in loco di Bramante: ma qual loco è più degno al mondo che Roma? qual impresa è più degna di San Pietro? che è il primo tempio del mondo, e che questa è la più gran fabbrica che sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro. E sappiate che ’l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno per questa fabbrica, e non pensa mai altro. Mi ha dato un compagno, frate dottissimo e vecchio di più d’ottant’anni: il papa vede che ’l può vivere poco: ha risoluto sua santità di darmelo per compagno, ch’è uomo di gran riputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare se ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo in quest’arte. Ha nome frà Giocondo, e ogni dì il papa ci manda a chiamare, e ragiona con noi un pezzo di questa fabbrica».7.Sulle moltissime opere d’oreficeria di Perugia lesse un discorso Angelo Angelucci nell’accademia di quella città il 18 settembre 1853.8.L’Oldrado da Tresseno nel Broletto di Milano è ad alto rilievo. È pur a mentovare la statua di Alberto d’Este sulla cattedrale di Ferrara.9.Si dà per un monumento della riconoscenza de’ Veneziani; ma in fatto il Coicone lasciò di che erigergli questa statua in piazza di San Marco, il che dal senato non fu consentito. Di cavalli ricorderemo quello di Enrico II, per ordine di Caterina de’ Medici fuso da Daniele Ricciarelli da Volterra; e le due statue di Piacenza per Francesco Mocchi di Montevarchi, con svolazzi ed attitudini teatrali. Un gigantesco cavallo stava davanti a Santa Restituta in Napoli, che il vulgo credeva fatto per incanto da Virgilio, e vi si conducevano i cavalli per guarirli o preservarli da malattie. I vescovi credettero bene distruggere cotesta superstizione, e ne fecero le campane del duomo; solo la magnifica testa fu conservata dai Caraffa.10.Sul Civitali e sulle opere d’altri di sua casa a lui attribuite, vediMemorie lucchesi, vol.VIII. p. 57 e seg., e due lezioni del marchese Mazzarosa.11.Lo stile le fa credere più recenti, quand’anche non vi fosse la data del 1515, cioè di ottant’anni dopo che Luca era morto. Suo nipote Andrea cominciò a corromperne la purezza. Seguirono Giovanni, Girolamo, Luca, e frà Ambrogio seguace del Savonarola, che fecero importanti lavori ma sempre deteriorando.12.Di quel mirabile palazzo è la parte più notevole la cappella, dipinta nel 1407 da Taddeo Bartoli con istorie di Maria e di santi, figure simboliche, eroi, ecc.13.Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hosteEsse, foris muros, pax vos liget intus amoris.....Arboreis frustra petitur sub frondibus umbraInterius morbus si viscera torret acutus.Ne pereant igitur labor ac impendia muri,Cives, consilium vestri servate Johannis.È del 1240.14.In controversiis causarum corporales inimicitiæ oriuntur, fit amissio expensarum, labor animi exercetur, corpus quotidie fatigatur, multa et inhonesta crimina inde consequuntur, bona et utilia opera postponuntur, et qui sæpe credunt obtinere, frequenter succumbunt, et si obtinent, computatis laboribus et expenses, nihil acquirunt.15.Hos spectate viros, animisque infigite, cives.Publica concordi nam dum bona mente secutiMajestas romana duces tremefecit et orbem;Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,Libertas romana perit, scissoque senatu,Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ.16.Specchiatevi in costor, voi che reggete,Se volete regnar mille e mille anni:Seguite il ben comune, e non v’inganniSe alcuna passione in voi avete.Dritti consigli, come quei, rendete,Che qui di sotto son con lunghi panni,Giusti coll’arme ne’ comuni affanniCome quest’altri che quaggiù vedete.Sempre maggior sarete insieme unitiE salirete al ciel pien d’ogni gloriaSiccome fece il gran popol di Marte,Il quale avendo del mondo vittoria,Poichè in fra lor si fur dentro partiti,Perdè la libertà in ogni parte.17.L’epitafio in onor di esso composto da Annibal Caro dice:Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,Le diedi affetto: insegni il BuonarrotoA tutti gli altri, e da me solo impari.18.Nella storia di san Francesco, il Vasari ammira «un vescovo, parato con gli occhiali al naso, che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto».Vita del Ghirlandajo.19.Vasari. Il Cicognara,Storia della scultura, lib.III. c. 2, c il Tambroni nell’edizione del Cennino sostengono averci pitture nostre a olio, anteriori a Giovanni da Brugia. Raspe,A critical essay on oil Painting, cita un manoscrittoDe artibus Romanorumdi un Eraclio romano, che si suppone vissuto nell’XIsecolo, ove si parlade omnibus coloribus oleo distemperatis, ma per dipingere muri a somiglianza di marmi.Nei documenti che Sebastiano Ciampi trasse dalla sagristia pistoiese leggo al 1301 che, per dipingere lamaestà(in Lombardia si dà ancora tal nome alle immaginette di foglio) furon datelibreXXXIXtrementina; e pro pretio centinarum quatuor linseminis ad operam magiestatis et aliarum figurarum quæ fiunt in majori ecclesia. Il padre Marchesi, nelCommentario alla vita di Antonello da Messina, raccolse tutte le ragioni pro e contro, e asserisce a Van-Eyck l’invenzione di stemperare i colori nell’olio vegetale, poi combinarli insieme, e condur francamente il pennello in modo che paja opera d’un sol getto, senza che occorra aspettare che le varie velature si asciughino.* Il conte Giovanni Secco-Suardo (Sulla scoperta e introduzione in Italia dell’odierno sistema di dipinger ad olio, Milano 1858) tolse a chiarire che lo stemperare i colori nell’olio naturale di linseme non erasi mai fatto prima di Van-Eyck, che lo trovò fra il 1410 e il 1417: che Antonello, nato verso il 1414 da padre pittore, presso re Renato vide un quadro di Van-Eyck a olio, e invaghitosene, andò in Fiandra per apprenderne l’arte, e nel 1445 vi dipinse il Calvario ad Anversa. Tornato in patria, dipingeva ancora nel 1497, cioè avendo ottant’anni.20.Le molte pitture di Fiamminghi e Tedeschi che trovavansi in Italia nel cinquecento son noverate da Burkhardt,Der Cicerone, pag. 845.21.Sotto due quadri nell’accademia di Venezia leggesi:Gentilis Bellinus amore incensus crucis1496. —Gentilis Bellinus pio sanctissimæ crucis affectu lubens fecit1500. Giovanni, sotto la madonna della sacristia dei Frari scrisse:Janua certa poli, duc mentem, dirige vitamQuæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ.22.È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida operaHolzschnitte berühmter Meister, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.* NelKunstblattdel 1835, nº 58, è riferita un’immagine coll’iscrizioneS. Nicola d’Tholentino. Il santo porta un libro ov’è scrittoprecepta pris mei servavi. 1446. È l’anno appunto in cui quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno, fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.23.Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr,Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes Papier abzudrucken. Lipsia 1841.24.È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de Quincy, Passavant (Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi), resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della bellezza armonica.25.«Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono affatto quelli nella volta del palazzo Chigi».Vasari,Vita di Rafaello.26.Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H. Fortoul (Etudes d’archéologie et d’histoire, 1854). Alla prima epoca paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio; alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione; nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo, Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia; nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi Caracci.27.Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi. In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera, di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui mezzo il cadavere del papa.Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le prove inGaye,Carteggio, tom.II.28.Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’innocente semplicità delcinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto della Magliabechiana,cl.XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549 si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare, e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste».Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye alquanto diversa dalle edite:— Signor mio, nel vedere lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del giudicio, ho fornito di conoscere la illustre gratia di Rafaello ne la grata bellezza de la inventione. Intanto io, come battezzato, mi vergogno de la licentia sì illecita a lo spirito, che havete preso ne lo esprimere i concetti, u’ si risolve il fine, al quale aspira ogni senso de la veracissima credenza nostra. Adunque quel Michelagnolo stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare alle genti non meno empietà di irreligione che perfettion di pittura? È possibile che voi che, per essere divino, non degnate il consortio degli huomini, haviate ciò fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Gesù, ne la più gran cappella del mondo, dove i gran cardini della Chiesa, dove i sacerdoti riverendi, dove il vicario di Cristo con ceremonie cattoliche, con ordini sacri, e con orazioni divine confessano, contemplano et adorano il suo corpo, il suo sangue e la sua carne? Se non fusse cosa nefanda lo introdurre de la similitudine, mi vanterei di bontade nel trattato de la Nanna, preponendo il savio mio avvedimento a la indiscreta vostra conscienza, avvenga che io in materia lasciva ed impudica non pure uso parole avvertite e costumate, ma favello con detti irreprensibili e casti; e voi nel suggetto di sì alta historia mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena honestà, e quegli privi d’ogni celeste ornamento. Ecco i Gentili, ne lo iscolpire non dico Diana vestita, ma nel formare Venere ignuda, le fanno ricoprir con la mano le parti che non si scoprono; e chi pur è cristiano, per più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il far vostro; onde saria men vitio che voi non credeste, che in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui. Ma sin a qui la eccellenza di sì temerarie maraviglie non rimane impunita, poichè il miracolo di loro istesse è morte de la vostra laude. Sì che risuscitatele il nome col far de fiamme di fuoco le vergogne de i dannati, e quelle de’ beati di raggi di sole; o imitate la modestia fiorentina, la quale sotto alcune foglie auree sotterra quelle del suo bel colosso, e pure è posto in piazza pubblica e non in luogo sacrato... Ma conciosiachè le nostre anime han più bisogno de lo affetto de la devotione, che de la vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che torre, bontà loro, la riverentia a l’humil imagini de i santi...»Anche Salvator Rosa tira contro le nudità della Sistina:Dovevi pur distinguere e pensareChe dipingevi in chiesa: in quanto a meSembra una stufa questo vostro altare...Dunque là, dove al Ciel porgendo offerteIl sovrano pastore i voti scioglie,S’hanno a veder le oscenità scoperte?29.Sono descritti dal Vasari in lettera 14 luglio 1564 al duca Cosmo.30.Grato m’è il sonno, e più l’esser di sassoMentre che il danno e la vergogna dura;Non veder, non sentir m’è gran ventura;Però non mi destar; deh, parla basso.31.Condivi,Vita di Michelangelo. Celebrandosene il centenario a Firenze nel 1875, si pubblicarono molte cose di Michelangelo e sopra di lui.32.Al Vasari dirigeva questo sonetto:Giunto è già ’l corso della vita miaCon tempestoso mar, per fragil barca,Al comun porto, ov’a render si varcaConto e ragion d’ogni opra trista e pia.Onde l’affettuosa fantasia,Che l’arte mi fece idolo e monarca,Conosco or ben quant’era d’error carca,E quel che a mal suo grado ognor desia.Gli amorosi pensier già vani e lietiChe fien or, s’a due morti mi avvicino?D’una so certo, e l’altra mi minaccia.Nè pinger nè scolpir fia più che quetiL’anima volta a quello amor divinoCh’aperse a prender noi in croce le braccia.33.Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto: — Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! — Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiduciati, come voi siete».Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano il minio:Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus.Hist. nat.,XXXIII. 40.34.Il Roscoe, fra tante altre inesattezze, scrive che Leonardo non finì il Cenacolo, e che «non indicando se non per un semplice tratto la testa del suo personaggio principale, ha confessato la sua incapacità, e a noi rimane da compiangere o la poca audacia dell’artista, o l’impotenza dell’arte».Vita di Leone X, cap. 2. Anche il Vasari dice che «la testa di Cristo lasciò imperfetta». Invece il cardinal Federico Borromeo, nelMusæumstampato il 1625, loda tanto quella testa:Salvatoris os altum animi mœrorem indicat, qui gravissima moderatione occultatus atque suppressus intelligitur. VedasiGallenberg,Lionardo Vinci, Lipsia 1834. L’opera di Giuseppe Bossi sulCenacoloè di mera accademia. Interessanti pubblicazioni su Lionardo si fecero quando nel 1871 se ne inaugurò il monumento a Milano. Vedi principalmente ilSaggio delle opere di L. Da V., con 24 tavole litografiche tratte dal Codice Atlantico. Milano, Ricordi 1872, in gran folio.35.Vasari mette fuor di dubbio questo fatto.36.Dopo i furti fattine all’Ambrosiana di Milano, dove non fu reso che il Codice Atlantico, molti dei suoi manoscritti si conservano alla biblioteca dell’Istituto di Francia, uno a Holkham in Inghilterra dal conte di Leicester.Francesco Melzo descriveva a minuto la morte di Leonardo in una lettera al fratello: ma non dice spirasse tra le braccia di Francesco I, il quale re sappiam di certo che al 2 maggio 1549 era a San Germano in Laja. Mentisce dunque il Vasari, come probabilmente nelle altre circostanze di sua morte, ove il fa non solo convertito, ma istruito nella fede soltanto in quegli estremi; benchè temperasse quel che avea messo nella prima edizione, che fosse infetto di nozioni eretiche «in modo che non credeva ad alcuna specie di religione, e metteva la filosofia molto sopra il cristianesimo». Abbiamo il testamento, da Leonardo fatto nove giorni prima di morire, tutto pietà; ove «raccomanda l’anima sua a nostro Signore messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»; vuole si dicano trenta messe basse e tre alte per l’anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise. Oggi gl’invidiosi, quando non sanno di peggio, tacciano gl’invidiati di illiberalità e servilità: dubito che il Vasari, per lo spirito stesso, tacciasse d’irreligiosi quelli con cui non simpatizzava, come Leonardo e il Perugino.37.Nel manoscritto B, pag. 33 dei codici parigini di Leonardo, stanno varj disegni di lui, postillati al solito, e sotto l’uno si legge: — Inventione d’Archimede. Architronito è una macchina di fino rame, e gitta balotte di ferro con gran strepito e furore. E usasi in questo modo: la terza parte dello strumento sta infra gran quantità di foco di carboni, e quando sarà bene lacqua infocata, serra la viteb, chè sopra al vaso de lacquabc, e nel serrare la vite, si distoperà di sotto, e tutta la sua acqua discenderà nella parte infocata de lo strumento, e di subito si convertirà in tanto fumo che parerà maraviglia, e massime a vedere la furia e sentire lo strepito. Questa cacciava una balotta che pesava uno talento». Voi vedete che qui Leonardo non lo dà per suo trovato, ma l’assegna ad Archimede; e quel suo nominare il talento fa credere lo desumesse da qualche antico libro del Siracusano, ora perduto, e che attesterebbe conosciuta in antichissimo la potenza del vapore, la quale è caratteristica del nostro secolo.38.Nel 1604 nellaAstronomiæ pars optica Kepleri.39.Il suo epitafio sente l’età pagana, che bada solo a forme e colorito:Apelle nel colore e ’l BuonarrotoImitai nel disegno; e la naturaVinsi, dando vigor ’n ogni figuraE carne ed ossa e pelle e spirti e moto.Invece quella di frate Angelico diceva:Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.40.Lo coadjuvarono Francesco Primaticcio e Giambattista Mantovano, e alcuno vorrebbe anche Rinaldo da Mantova, scolaro di Giulio Romano.41.Genere allora usitato: si tracciavano i contorni sullo smalto, poi si adombravano con argilla, carbone e polvere di travertino, che davano aspetto di bassorilievo.42.Scriveva al granduca Ferdinando:«I pesi della gioventù mia, gli anni et ogni industria per servigio di cotesta serenissima casa di vostra altezza, e già vicino agli ottant’anni, nè lungi da quella voce colla quale Iddio chiama tutti a sè, sono costretto dalla coscienza a dire a vostra altezza quel che spero di conseguire facilmente. È ito in questo secolo intorno quell’abuso nella scoltura e pittura, che per tutto si vede, di dipingere e scolpire persone ignude, e per questo mezzo, sotto colore e mostra dell’arte, far vivere la memoria di cose sporche, o svegliare una tacita adoratione di quegli idoli, per togliere i quali tenevano per bene impiegata la vita e ’l sangue i martiri et altri santi amici di Dio. Or io, dolentissimo d’essere stato in mia vita instromento di tali statue, nè veggendo come poterle togliere dalla vista de gli occhi molti, scrissi, già alcuni anni, una epistola che si stampò, a gli uomini della profession mia, acciocchè codesto Stato di vostra altezza non ricevesse, fra gli altri vitii a che siamo inclinati, qualche ira da Dio. Et hora che in questa mia vecchiaja debbo sentire l’importanza di questo fatto, e con tanta età mi sento crescere un vivo desiderio della vera grandezza e felicità di vostra altezza, la voglio, prima che muoja, supplicare per l’onore di Dio, che non lasci più scolpire o pingere cose ignude; e quelle, che o da me o da altri sono state fatte, si cuoprano, o del tutto si tolgano, in modo che Dio ne resti servito, nè si pensi che Fiorenza sia il nido degli idoli, o delle cose provocanti a libidine et a cose che a Dio sommamente dispiaciono. E perciocchè ultimamente vostra altezza comandò che quelle statue, che già trent’anni io feci per commissione del serenissimo granduca, vostro padre, in Pratolino, si trasportassero nel giardino de’ Pitti, siccome si è fatto, sento grandissimo rimorso che fatica di mie mani tale debba quivi restare per stimolo di molti disonesti pensieri, che a chi le mira potranno venire. Però anche in questo la supplico con ogni riverenza, per il maggior dono e rimuneratione di ogni mio servigio potessi ricevere, che mi faccia gratia, prima, che io non ci ponga punto di altra cooperatione per assettarle; da poi, che mi conceda ch’io possa vestirle così artificiosamente e decentemente sotto titolo di qualche virtù, che non possano mai dare occasione di brutti pensieri a persona veruna. E questo anco tanto più converrà, quanto a gli occhi della serenissima granduchessa, e della compagnia che menerà con seco, et a tante signore che verranno spesso a visitarla, essa havrà occasione di vedere in ogni parte e luoco di vostra altezza cose, le quali christianamente edifichino una principessa, come è christianissima. Et io in eterno ne resterò obbligatissimo a vostra altezza».Sono noti i rimorsi che laceravano gli ultimi anni di Agostino Caracci per le sue incisioni lascive. Sel sappiano i giovani.43.Narra egli stesso che Michelangelo si fermò a riguardare il San Marco di Donatello a Or San Michele, e disse non aver mai visto figura che avesse più aria da uom dabbene; e che se san Marco era tale, se gli poteva creder ciò che avea scritto.44.Nel descrivere questa gli scappano molte verità di sentimento, e che «devono coloro che in cose ecclesiastiche s’adoperano, essere ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali cose sono operate da persone che poco credono e poco stimano la religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive, onde nasce il biasimo delle opere nel disonesto, e la lode nell’artificio e nella virtù».Poc’anzi il sig. Didron scriveva:Vasari est coutumier de l’erreur, et je connais peu d’historiens qui se trompent plus souvent que lui, ou volontairement, ou par ignorance. — Annales archéologiques, 1856, pag. 23. Molti errori suoi furono raddrizzati nell’edizione fattane dal Le Monnier.45.Trattato dell’arte della pittura, diviso in sette libri, nei quali si contiene tutta la teorica e la pratica di essa pittura; Milano, 1584.Idea del tempio della pittura; 1590. A ciascun pittore appropria un metallo ed un animale; Michelangelo è il dragone, Polidoro il cavallo, Rafaello l’uomo, Tiziano il bue, Mantegna il serpente. Avea raccolti quattromila quadri; riferisce molte particolarità del Bramantino (lib.IV, e 21); possedeva un trattato di prospettiva di Bernardino Zenale, e un altro di Vincenzo Foppa, dove erano prevenuti Alberto Dürer e Daniele Barbaro.46.Su Bernardino Luini riferiamo questa nota, del Cantù stesso, tolta dallaIllustrazione del Lombardo-Veneto.Fu da Luino, ma le notizie ne sono scarse e favoleggiate. Povero di casa, ricco d’ingegno, robusto di volontà, bizzarro e rissoso, vuolsi avesse a maestro Stefano Scotto pittore di arabeschi, il quale lo innamorò dei vecchi pittori. Infatto il suo primo modo ritrae del Civercio, del Montorsolo, del Borgognone, con fregi d’oro, ombreggiar timido, colorito pacato, che si direbbe anche freddo. Di quel primo modo sarebbero la Addolorata dietro l’altar maggiore della Passione, il Noè in Brera, ed anche la spettacolosa Crocifissione a Lugano, ove gli adoratori della forma appuntano il poco rilievo e la scarsa gradazione di chiaroscuro. Gran progresso appare nella Coronazione di spine all’Ambrosiana, ne’ freschi del Monastero Maggiore, e specialmente in quelli di Saronno, nell’Ecce homoe nella Deposizione dalla Croce a San Giorgio in Palazzo. Abbiamo a credere che profittasse della scuola di Leonardo da Vinci? Sicuramente l’amabile e affettuosa espressione della Madonna con sant’Antonio e santa Barbara in Brera, la Madonna in grembo a sant’Anna nell’Ambrosiana, e quella degli Archinti, altre pitture delle gallerie Melzi, Borromeo... non lasciano invidiare qualsiasi maestro. Io poi non so staccarmi dalla carissima composizione della santa Caterina trasportata dagli angeli, affresco or messo in Brera, come tanti altri che erano sparsi qua e là. Il Monastero Maggiore è una vera galleria di opere luinesche: e le figure dal corno dell’epistola non potrebbero dirsi più care e maestose.E d’un tanto maestro, pochissimo (lo ripetiamo) si sa. Che fosse compensato a miseria lo prova il sapersi che per la Crocifissione di Lugano ricevette lire 244 e 8 soldi imperiali. Della mirabile Coronazione di spine, dipinta in un oratorio di Santa Corona, ora annesso alla Biblioteca Ambrosiana, una memoria del 1521 dice: «Messer Bernardino da Luino pictore s’è accordato a pingere il Cristo con li dodici compagni in lo oratorio, et comenzò a lavorare il dì 12 octobre, e l’opera fu finita a dì 22 marzo 1522. È vero che lui lavorò solo opere 38, et uno suo giovene opere 11, et oltre le dicte opere 11, li teneva missà la molta (gli rimeschiava la calcina) al bisogno, ed anche sempre aveva uno garzone che li serviva. Li fu dato per sua mercede, computati tutti i colori, lire 115, soldi 9».Delle sue vicende si favoleggia. Dicono che, partito da Milano per la peste, andasse a dipingere una chiesetta presso la Pelucca. Indi tornato a Milano, lavorò nella chiesa di San Giorgio le belle opere che ancora vi si ammirano. Ma piantatisi i palchi, il parroco volle salirvi, e cadde, e si ruppe la persona. Temendo esserne imputato, il Luino fuggì e i signori della Pelucca lo tennero in protezione, ove dipinse quasi tutto il palazzo a storie e mitologie, delle quali una parte fu recata poi in Brera, fra cui la suddetta santa Caterina. Ivi s’invaghì d’una figlia di que’ signori, e avendo essa per amor di lui rifiutato un illustre cavaliere, fu mandata monaca a Lugano.Trovò subito occasione il Luino di recarsi colà, ove, messosi ne’ frati, per loro dipinse la grande Crocifissione, la Cena nel refettorio, e la Madonna sopra una porta del chiostro, così sentita e cara, che tu non vorresti veder altro. V’è il millesimo 1528, sicchè è posteriore ai dipinti di Saronno.Ma la fanciulla soccombette al dolore, e il Luino tornò in patria, ma non dimenticolla mai, e pose spesso il ritratto dell’amata fanciulla, e principalmente nel quadro che dicesi la Monaca di Luino. Occasione di questo dipinto fu il cav. Giambattista Pusterla quando, combattendo per Massimiliano Sforza, cadde prigioniero de’ Francesi, e votatosi alla beata Caterina Brùgora, si trovò trasportato alle proprie tende; onde fece dipinger questo fatto dal Luino, ove la fanciulla della Pelucca compare in sembianza della santa, con un crocifisso nella destra serrato al cuore, la palma nella sinistra, e sulla spalla la colomba.Danno al Luino due figli, Aurelio ed Evangelista; e un fratello Ambrogio che gli servì d’ajuto, e al quale si attribuiscono alcuni dipinti del santuario di Saronno, e alcuni del Monastero Maggiore, men chiari e di un fare meno spigliato. (Gli editori).47.Il Bordiga (Notizia intorno a Gaudenzio, Milano 1821) reca un concilio novarese, dov’è menzionatoGaudentius noster, opera quidem eximius, sed magis eximie pius. Non crediamo fosse scolaro del Perugino. Nel suo quadro del 1511 per la chiesa d’Arona si sottoscriveGaudenzio Vinci.48.Egli e Cristoforo detto il Gobbo pare nascessero da Boniforte, che per Francesco Sforza a Milano fabbricò l’Incoronata, la Rosa, la Pace, le Grazie, sempre attenendosi al gotico.49.Gli scultori, che si trovano mentovati nei rendiconti dal principio del cinquecento alla Certosa di Pavia, sono Antonio Amedeo, Gian Giacomo della Porta, Silvestro di Carate, Giuseppe Rosnati, Dionigi Bussola, Carlo Simonetta, Alberto di Carrara, Giambattista De Magistris detto il Volpino, Cristoforo Romano, Bernardino da Novi, il Gobbo Cristoforo Solaro, Agostino Busti detto Bambaja, Battista Gattoni, Antonio Tamagini, Tommaso Orsolino, Andrea Fusina, Angelo Marino, Marco Agrati, i fratelli Mantegazza, Ettore d’Alva, Antonio da Locate, Battista e Stefano da Sesto, Biagio di Vairano, Francesco Piontello, Giacomo Nava.50.Il Lomazzo lo nomina una volta, nessuna il Lattuada.51.Un altro artista trovo menzionato. Giovan Cristoforo Romano, «oltra le altre virtù e massimamente della musica, fu al suo tempo scultore eccellente e famoso, e molto delicato e diligente, e massimamente per la nobile ed ingegnosa sepoltura di Galeazzo Visconti nella Certosa di Pavia. E se non che nell’età sua più verde e più fiorita fu assalito d’incurabile infermità, forse fra Michelangelo e Donatello stato sarebbe il terzo».Saba Castiglioni,Ricordo409.52.Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus.53.Vite ed elogi d’illustri Italiani, inFederico Asinari.54.Lo stesso pensiero effettuò Antonio di Sangallo nel campanile di San Biagio a Montepulciano. Accumula molti errori il Valery,Voyage historique et littéraire en Italie, ove dice: Le clocher de Sainte Claire par Masuccio II, est d’un beau et pur gothique. On remarque au troisième étage l’heureuse innovation du chapitau ionique, opérée par Michelange, avec lequel l’architecte napolitain doit en partager l’honneur.55.In Santa Maria Nuova leggesi:Petrus de Martino mediolanensis, ob triumphalem arcis novæ arcum solerter structum, et multa statuariæ artis suæ munera huic ædi pie oblata, a divo Alphonso rege in equestrem adscribi ordinem et in ecclesia sepulchro pro se ac posteris suis donari meruitMCCCCLXX. A torto il Vasari l’attribuisce a Giulian di Majano, che neanche può aver eseguito le scolture, opere di diversi, e nominatamente di Isaia da Pisa, figlio di Filippo, secondo un manoscritto della Vaticana Nº 1670.56.Un altro milanese sconosciuto ci è rivelato dalla pittura di San Giovanni a Carbonara coll’iscrizione:Leonardos Bisucio de Mediolano hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit1417. Quelle pitture fin oggi furono attribuite a Gennaro di Cola e Stefanone. Un Ambrogio da Milano fece il sepolcro del vescovo di Ferrara in San Giorgio di questa città. Ottavio Scotto da Monza incise nel 1484 un soggetto della Divina Commedia, rarissimo intaglio che venne recentemente al marchese Campana di Roma.

1.Quante cose restino ancora a rivelarsi sulle arti nostrali appare dall’opera di Runge, che testè si pubblicò a Berlino,Beiträge zur Kenntniss der Backsteinarchitecture Italiens.

1.Quante cose restino ancora a rivelarsi sulle arti nostrali appare dall’opera di Runge, che testè si pubblicò a Berlino,Beiträge zur Kenntniss der Backsteinarchitecture Italiens.

2.Ha il diametro di quarantatre metri, alta cento metri dal suolo, quarantadue dalla cornice del tamburo all’occhio del lanternino; meno alta di quella del Vaticano sol perchè meno elevati i piloni su cui imposta; ma la supera di quattro braccia di larghezza; non ha rinfianchi o gradinate o speroni, bastando alla solidità sua i costoloni degli otto spicchi; eppure non ebbe bisogno di cerchi di ferro, nè diede quelle tante paure, per cui grossi volumi si scrissero e i principali architetti studiarono intorno a quella di Michelangelo.

2.Ha il diametro di quarantatre metri, alta cento metri dal suolo, quarantadue dalla cornice del tamburo all’occhio del lanternino; meno alta di quella del Vaticano sol perchè meno elevati i piloni su cui imposta; ma la supera di quattro braccia di larghezza; non ha rinfianchi o gradinate o speroni, bastando alla solidità sua i costoloni degli otto spicchi; eppure non ebbe bisogno di cerchi di ferro, nè diede quelle tante paure, per cui grossi volumi si scrissero e i principali architetti studiarono intorno a quella di Michelangelo.

3.Duplices facito clausuras, secto duobus locis flumine, spacio intermisso quod navis longitudinem capiat, ut, si erit navis conscensura, cum ea applicarit inferior clausura occludatur, aperiatur superior; sin autem erit descensura, contra claudatur superior, aperiatur inferior. Navis eo pacto, cum instar dimissa parte fluenti evehetur fluvio secundo: residuum autem aquæ superior asservabit clausura. — De re ædificatoria, lib.X. c. 12.Gli Olandesi pretenderebbero il passo sovra gl’Italiani, riportando quest’invenzione fino al 1220: ma chi ponga mente al trattatoDella fortificazione per chiusedi Simone Stevin, ingegnere del principe Maurizio di Nassau, stampato nel 1608, sarà chiaro dalle figure, che le chiuse a doppia imposta da lui descritte non servono che a rimontare coll’alta marea ne’ canali che vi sboccano, e non a discenderne dopo il riflusso, come si potrebbe colle nostre. In Francia dovett’essere portata l’invenzione da Leonardo da Vinci al principio del 1500; il quale forse inventò di mettere le porte ad angolo, spediente a farle facilmente servibili.

3.Duplices facito clausuras, secto duobus locis flumine, spacio intermisso quod navis longitudinem capiat, ut, si erit navis conscensura, cum ea applicarit inferior clausura occludatur, aperiatur superior; sin autem erit descensura, contra claudatur superior, aperiatur inferior. Navis eo pacto, cum instar dimissa parte fluenti evehetur fluvio secundo: residuum autem aquæ superior asservabit clausura. — De re ædificatoria, lib.X. c. 12.

Gli Olandesi pretenderebbero il passo sovra gl’Italiani, riportando quest’invenzione fino al 1220: ma chi ponga mente al trattatoDella fortificazione per chiusedi Simone Stevin, ingegnere del principe Maurizio di Nassau, stampato nel 1608, sarà chiaro dalle figure, che le chiuse a doppia imposta da lui descritte non servono che a rimontare coll’alta marea ne’ canali che vi sboccano, e non a discenderne dopo il riflusso, come si potrebbe colle nostre. In Francia dovett’essere portata l’invenzione da Leonardo da Vinci al principio del 1500; il quale forse inventò di mettere le porte ad angolo, spediente a farle facilmente servibili.

4.L’ultimo descrittore delle arti italiane ch’io conosca, Jacopo Burckhardt, dice che le finestre dell’ospedale di MilanoSind die reichsten und elegantesten gothischen Fenster, die sich in diesem Stoff bilden liessen. — Der Cicerone; eine Anleitung zum Genuss der Kunstwercke Italiens.Basel, 1855.

4.L’ultimo descrittore delle arti italiane ch’io conosca, Jacopo Burckhardt, dice che le finestre dell’ospedale di MilanoSind die reichsten und elegantesten gothischen Fenster, die sich in diesem Stoff bilden liessen. — Der Cicerone; eine Anleitung zum Genuss der Kunstwercke Italiens.Basel, 1855.

5.Donde l’epigramma del Sannazaro:Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;Hunc in jure potes dicere pontificem.

5.Donde l’epigramma del Sannazaro:

Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;Hunc in jure potes dicere pontificem.

Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;Hunc in jure potes dicere pontificem.

Jucundus geminum imposuit tibi, Sequana, pontem;

Hunc in jure potes dicere pontificem.

6.Rafaello scriveva a suo zio Simon di Battista Ciarla: — Circa a stare a Roma, non posso star altrove più per tempo alcuno, per amor della fabbrica di Santo Pietro, che sono in loco di Bramante: ma qual loco è più degno al mondo che Roma? qual impresa è più degna di San Pietro? che è il primo tempio del mondo, e che questa è la più gran fabbrica che sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro. E sappiate che ’l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno per questa fabbrica, e non pensa mai altro. Mi ha dato un compagno, frate dottissimo e vecchio di più d’ottant’anni: il papa vede che ’l può vivere poco: ha risoluto sua santità di darmelo per compagno, ch’è uomo di gran riputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare se ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo in quest’arte. Ha nome frà Giocondo, e ogni dì il papa ci manda a chiamare, e ragiona con noi un pezzo di questa fabbrica».

6.Rafaello scriveva a suo zio Simon di Battista Ciarla: — Circa a stare a Roma, non posso star altrove più per tempo alcuno, per amor della fabbrica di Santo Pietro, che sono in loco di Bramante: ma qual loco è più degno al mondo che Roma? qual impresa è più degna di San Pietro? che è il primo tempio del mondo, e che questa è la più gran fabbrica che sia mai vista, che monterà più d’un milione d’oro. E sappiate che ’l papa ha deputato di spendere sessantamila ducati l’anno per questa fabbrica, e non pensa mai altro. Mi ha dato un compagno, frate dottissimo e vecchio di più d’ottant’anni: il papa vede che ’l può vivere poco: ha risoluto sua santità di darmelo per compagno, ch’è uomo di gran riputazione, sapientissimo, acciò che io possa imparare se ha alcun bello secreto in architettura, acciò io diventa perfettissimo in quest’arte. Ha nome frà Giocondo, e ogni dì il papa ci manda a chiamare, e ragiona con noi un pezzo di questa fabbrica».

7.Sulle moltissime opere d’oreficeria di Perugia lesse un discorso Angelo Angelucci nell’accademia di quella città il 18 settembre 1853.

7.Sulle moltissime opere d’oreficeria di Perugia lesse un discorso Angelo Angelucci nell’accademia di quella città il 18 settembre 1853.

8.L’Oldrado da Tresseno nel Broletto di Milano è ad alto rilievo. È pur a mentovare la statua di Alberto d’Este sulla cattedrale di Ferrara.

8.L’Oldrado da Tresseno nel Broletto di Milano è ad alto rilievo. È pur a mentovare la statua di Alberto d’Este sulla cattedrale di Ferrara.

9.Si dà per un monumento della riconoscenza de’ Veneziani; ma in fatto il Coicone lasciò di che erigergli questa statua in piazza di San Marco, il che dal senato non fu consentito. Di cavalli ricorderemo quello di Enrico II, per ordine di Caterina de’ Medici fuso da Daniele Ricciarelli da Volterra; e le due statue di Piacenza per Francesco Mocchi di Montevarchi, con svolazzi ed attitudini teatrali. Un gigantesco cavallo stava davanti a Santa Restituta in Napoli, che il vulgo credeva fatto per incanto da Virgilio, e vi si conducevano i cavalli per guarirli o preservarli da malattie. I vescovi credettero bene distruggere cotesta superstizione, e ne fecero le campane del duomo; solo la magnifica testa fu conservata dai Caraffa.

9.Si dà per un monumento della riconoscenza de’ Veneziani; ma in fatto il Coicone lasciò di che erigergli questa statua in piazza di San Marco, il che dal senato non fu consentito. Di cavalli ricorderemo quello di Enrico II, per ordine di Caterina de’ Medici fuso da Daniele Ricciarelli da Volterra; e le due statue di Piacenza per Francesco Mocchi di Montevarchi, con svolazzi ed attitudini teatrali. Un gigantesco cavallo stava davanti a Santa Restituta in Napoli, che il vulgo credeva fatto per incanto da Virgilio, e vi si conducevano i cavalli per guarirli o preservarli da malattie. I vescovi credettero bene distruggere cotesta superstizione, e ne fecero le campane del duomo; solo la magnifica testa fu conservata dai Caraffa.

10.Sul Civitali e sulle opere d’altri di sua casa a lui attribuite, vediMemorie lucchesi, vol.VIII. p. 57 e seg., e due lezioni del marchese Mazzarosa.

10.Sul Civitali e sulle opere d’altri di sua casa a lui attribuite, vediMemorie lucchesi, vol.VIII. p. 57 e seg., e due lezioni del marchese Mazzarosa.

11.Lo stile le fa credere più recenti, quand’anche non vi fosse la data del 1515, cioè di ottant’anni dopo che Luca era morto. Suo nipote Andrea cominciò a corromperne la purezza. Seguirono Giovanni, Girolamo, Luca, e frà Ambrogio seguace del Savonarola, che fecero importanti lavori ma sempre deteriorando.

11.Lo stile le fa credere più recenti, quand’anche non vi fosse la data del 1515, cioè di ottant’anni dopo che Luca era morto. Suo nipote Andrea cominciò a corromperne la purezza. Seguirono Giovanni, Girolamo, Luca, e frà Ambrogio seguace del Savonarola, che fecero importanti lavori ma sempre deteriorando.

12.Di quel mirabile palazzo è la parte più notevole la cappella, dipinta nel 1407 da Taddeo Bartoli con istorie di Maria e di santi, figure simboliche, eroi, ecc.

12.Di quel mirabile palazzo è la parte più notevole la cappella, dipinta nel 1407 da Taddeo Bartoli con istorie di Maria e di santi, figure simboliche, eroi, ecc.

13.Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hosteEsse, foris muros, pax vos liget intus amoris.....Arboreis frustra petitur sub frondibus umbraInterius morbus si viscera torret acutus.Ne pereant igitur labor ac impendia muri,Cives, consilium vestri servate Johannis.È del 1240.

13.

Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hosteEsse, foris muros, pax vos liget intus amoris.....Arboreis frustra petitur sub frondibus umbraInterius morbus si viscera torret acutus.Ne pereant igitur labor ac impendia muri,Cives, consilium vestri servate Johannis.

Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hosteEsse, foris muros, pax vos liget intus amoris.....Arboreis frustra petitur sub frondibus umbraInterius morbus si viscera torret acutus.Ne pereant igitur labor ac impendia muri,Cives, consilium vestri servate Johannis.

Vos, Antenoridæ, si tuti vultis ab hoste

Esse, foris muros, pax vos liget intus amoris.....

Arboreis frustra petitur sub frondibus umbra

Interius morbus si viscera torret acutus.

Ne pereant igitur labor ac impendia muri,

Cives, consilium vestri servate Johannis.

È del 1240.

14.In controversiis causarum corporales inimicitiæ oriuntur, fit amissio expensarum, labor animi exercetur, corpus quotidie fatigatur, multa et inhonesta crimina inde consequuntur, bona et utilia opera postponuntur, et qui sæpe credunt obtinere, frequenter succumbunt, et si obtinent, computatis laboribus et expenses, nihil acquirunt.

14.In controversiis causarum corporales inimicitiæ oriuntur, fit amissio expensarum, labor animi exercetur, corpus quotidie fatigatur, multa et inhonesta crimina inde consequuntur, bona et utilia opera postponuntur, et qui sæpe credunt obtinere, frequenter succumbunt, et si obtinent, computatis laboribus et expenses, nihil acquirunt.

15.Hos spectate viros, animisque infigite, cives.Publica concordi nam dum bona mente secutiMajestas romana duces tremefecit et orbem;Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,Libertas romana perit, scissoque senatu,Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ.

15.

Hos spectate viros, animisque infigite, cives.Publica concordi nam dum bona mente secutiMajestas romana duces tremefecit et orbem;Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,Libertas romana perit, scissoque senatu,Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ.

Hos spectate viros, animisque infigite, cives.Publica concordi nam dum bona mente secutiMajestas romana duces tremefecit et orbem;Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,Libertas romana perit, scissoque senatu,Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ.

Hos spectate viros, animisque infigite, cives.

Publica concordi nam dum bona mente secuti

Majestas romana duces tremefecit et orbem;

Ambitio sed cæca duos ubi traxit ad arma,

Libertas romana perit, scissoque senatu,

Heu licet et puero caput altæ abscindere Romæ.

16.Specchiatevi in costor, voi che reggete,Se volete regnar mille e mille anni:Seguite il ben comune, e non v’inganniSe alcuna passione in voi avete.Dritti consigli, come quei, rendete,Che qui di sotto son con lunghi panni,Giusti coll’arme ne’ comuni affanniCome quest’altri che quaggiù vedete.Sempre maggior sarete insieme unitiE salirete al ciel pien d’ogni gloriaSiccome fece il gran popol di Marte,Il quale avendo del mondo vittoria,Poichè in fra lor si fur dentro partiti,Perdè la libertà in ogni parte.

16.

Specchiatevi in costor, voi che reggete,Se volete regnar mille e mille anni:Seguite il ben comune, e non v’inganniSe alcuna passione in voi avete.Dritti consigli, come quei, rendete,Che qui di sotto son con lunghi panni,Giusti coll’arme ne’ comuni affanniCome quest’altri che quaggiù vedete.Sempre maggior sarete insieme unitiE salirete al ciel pien d’ogni gloriaSiccome fece il gran popol di Marte,Il quale avendo del mondo vittoria,Poichè in fra lor si fur dentro partiti,Perdè la libertà in ogni parte.

Specchiatevi in costor, voi che reggete,Se volete regnar mille e mille anni:Seguite il ben comune, e non v’inganniSe alcuna passione in voi avete.Dritti consigli, come quei, rendete,Che qui di sotto son con lunghi panni,Giusti coll’arme ne’ comuni affanniCome quest’altri che quaggiù vedete.Sempre maggior sarete insieme unitiE salirete al ciel pien d’ogni gloriaSiccome fece il gran popol di Marte,Il quale avendo del mondo vittoria,Poichè in fra lor si fur dentro partiti,Perdè la libertà in ogni parte.

Specchiatevi in costor, voi che reggete,

Se volete regnar mille e mille anni:

Seguite il ben comune, e non v’inganni

Se alcuna passione in voi avete.

Dritti consigli, come quei, rendete,

Che qui di sotto son con lunghi panni,

Giusti coll’arme ne’ comuni affanni

Come quest’altri che quaggiù vedete.

Sempre maggior sarete insieme uniti

E salirete al ciel pien d’ogni gloria

Siccome fece il gran popol di Marte,

Il quale avendo del mondo vittoria,

Poichè in fra lor si fur dentro partiti,

Perdè la libertà in ogni parte.

17.L’epitafio in onor di esso composto da Annibal Caro dice:Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,Le diedi affetto: insegni il BuonarrotoA tutti gli altri, e da me solo impari.

17.L’epitafio in onor di esso composto da Annibal Caro dice:

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,Le diedi affetto: insegni il BuonarrotoA tutti gli altri, e da me solo impari.

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,Le diedi affetto: insegni il BuonarrotoA tutti gli altri, e da me solo impari.

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari;

L’atteggiai, l’avvivai, le diedi moto,

Le diedi affetto: insegni il Buonarroto

A tutti gli altri, e da me solo impari.

18.Nella storia di san Francesco, il Vasari ammira «un vescovo, parato con gli occhiali al naso, che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto».Vita del Ghirlandajo.

18.Nella storia di san Francesco, il Vasari ammira «un vescovo, parato con gli occhiali al naso, che gli canta la vigilia, che il non sentirlo solamente lo dimostra dipinto».Vita del Ghirlandajo.

19.Vasari. Il Cicognara,Storia della scultura, lib.III. c. 2, c il Tambroni nell’edizione del Cennino sostengono averci pitture nostre a olio, anteriori a Giovanni da Brugia. Raspe,A critical essay on oil Painting, cita un manoscrittoDe artibus Romanorumdi un Eraclio romano, che si suppone vissuto nell’XIsecolo, ove si parlade omnibus coloribus oleo distemperatis, ma per dipingere muri a somiglianza di marmi.Nei documenti che Sebastiano Ciampi trasse dalla sagristia pistoiese leggo al 1301 che, per dipingere lamaestà(in Lombardia si dà ancora tal nome alle immaginette di foglio) furon datelibreXXXIXtrementina; e pro pretio centinarum quatuor linseminis ad operam magiestatis et aliarum figurarum quæ fiunt in majori ecclesia. Il padre Marchesi, nelCommentario alla vita di Antonello da Messina, raccolse tutte le ragioni pro e contro, e asserisce a Van-Eyck l’invenzione di stemperare i colori nell’olio vegetale, poi combinarli insieme, e condur francamente il pennello in modo che paja opera d’un sol getto, senza che occorra aspettare che le varie velature si asciughino.* Il conte Giovanni Secco-Suardo (Sulla scoperta e introduzione in Italia dell’odierno sistema di dipinger ad olio, Milano 1858) tolse a chiarire che lo stemperare i colori nell’olio naturale di linseme non erasi mai fatto prima di Van-Eyck, che lo trovò fra il 1410 e il 1417: che Antonello, nato verso il 1414 da padre pittore, presso re Renato vide un quadro di Van-Eyck a olio, e invaghitosene, andò in Fiandra per apprenderne l’arte, e nel 1445 vi dipinse il Calvario ad Anversa. Tornato in patria, dipingeva ancora nel 1497, cioè avendo ottant’anni.

19.Vasari. Il Cicognara,Storia della scultura, lib.III. c. 2, c il Tambroni nell’edizione del Cennino sostengono averci pitture nostre a olio, anteriori a Giovanni da Brugia. Raspe,A critical essay on oil Painting, cita un manoscrittoDe artibus Romanorumdi un Eraclio romano, che si suppone vissuto nell’XIsecolo, ove si parlade omnibus coloribus oleo distemperatis, ma per dipingere muri a somiglianza di marmi.

Nei documenti che Sebastiano Ciampi trasse dalla sagristia pistoiese leggo al 1301 che, per dipingere lamaestà(in Lombardia si dà ancora tal nome alle immaginette di foglio) furon datelibreXXXIXtrementina; e pro pretio centinarum quatuor linseminis ad operam magiestatis et aliarum figurarum quæ fiunt in majori ecclesia. Il padre Marchesi, nelCommentario alla vita di Antonello da Messina, raccolse tutte le ragioni pro e contro, e asserisce a Van-Eyck l’invenzione di stemperare i colori nell’olio vegetale, poi combinarli insieme, e condur francamente il pennello in modo che paja opera d’un sol getto, senza che occorra aspettare che le varie velature si asciughino.

* Il conte Giovanni Secco-Suardo (Sulla scoperta e introduzione in Italia dell’odierno sistema di dipinger ad olio, Milano 1858) tolse a chiarire che lo stemperare i colori nell’olio naturale di linseme non erasi mai fatto prima di Van-Eyck, che lo trovò fra il 1410 e il 1417: che Antonello, nato verso il 1414 da padre pittore, presso re Renato vide un quadro di Van-Eyck a olio, e invaghitosene, andò in Fiandra per apprenderne l’arte, e nel 1445 vi dipinse il Calvario ad Anversa. Tornato in patria, dipingeva ancora nel 1497, cioè avendo ottant’anni.

20.Le molte pitture di Fiamminghi e Tedeschi che trovavansi in Italia nel cinquecento son noverate da Burkhardt,Der Cicerone, pag. 845.

20.Le molte pitture di Fiamminghi e Tedeschi che trovavansi in Italia nel cinquecento son noverate da Burkhardt,Der Cicerone, pag. 845.

21.Sotto due quadri nell’accademia di Venezia leggesi:Gentilis Bellinus amore incensus crucis1496. —Gentilis Bellinus pio sanctissimæ crucis affectu lubens fecit1500. Giovanni, sotto la madonna della sacristia dei Frari scrisse:Janua certa poli, duc mentem, dirige vitamQuæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ.

21.Sotto due quadri nell’accademia di Venezia leggesi:Gentilis Bellinus amore incensus crucis1496. —Gentilis Bellinus pio sanctissimæ crucis affectu lubens fecit1500. Giovanni, sotto la madonna della sacristia dei Frari scrisse:

Janua certa poli, duc mentem, dirige vitamQuæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ.

Janua certa poli, duc mentem, dirige vitamQuæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ.

Janua certa poli, duc mentem, dirige vitam

Quæ peragam, commissa tuæ sint omnia curæ.

22.È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida operaHolzschnitte berühmter Meister, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.* NelKunstblattdel 1835, nº 58, è riferita un’immagine coll’iscrizioneS. Nicola d’Tholentino. Il santo porta un libro ov’è scrittoprecepta pris mei servavi. 1446. È l’anno appunto in cui quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno, fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.

22.È noto che l’intaglio in legno fin al 1795 consistette nell’abbassare col temperino tutte le parti che non fossero disegnate: dopo d’allora vi si adoprò il bulino, e perciò vi si richiede esercizio, come in arte particolare. Nella splendida operaHolzschnitte berühmter Meister, Rodolfo Weigel vuol dimostrare che i grandi pittori d’ogni età amarono e coltivarono l’intaglio in legno.

* NelKunstblattdel 1835, nº 58, è riferita un’immagine coll’iscrizioneS. Nicola d’Tholentino. Il santo porta un libro ov’è scrittoprecepta pris mei servavi. 1446. È l’anno appunto in cui quel santo fu canonizzato: e se quella data sogna il tempo di tale incisione, sarebbe un documento antichissimo dell’intaglio in legno, fatto, secondo tutte le probabilità, in Italia.

23.Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr,Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes Papier abzudrucken. Lipsia 1841.

23.Le ragioni dei Tedeschi sono sostenute principalmente da Rumohr,Untersuchung der Gründe für die Annahme, dass Maso di Finiguerra Erfinder des Handgriffs sei, gestochene Metalplatten auf genetztes Papier abzudrucken. Lipsia 1841.

24.È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de Quincy, Passavant (Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi), resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della bellezza armonica.

24.È forse anteriore alla Crocifissione della galleria Fesch. Anche dopo il Vasari, Duppa, Braun, Rumohr, Nagler, Rehberg, Quatremère de Quincy, Passavant (Rafael von Urbino und sein Vater Giovanni Santi), resta a desiderarsi una compiuta monografia di quel genio della bellezza armonica.

25.«Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono affatto quelli nella volta del palazzo Chigi».Vasari,Vita di Rafaello.

25.«Gl’ignudi, che fece nella camera di Torre Borgia, ancorchè siano buoni, non sono in tutto eccellenti. Parimenti non soddisfeciono affatto quelli nella volta del palazzo Chigi».Vasari,Vita di Rafaello.

26.Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H. Fortoul (Etudes d’archéologie et d’histoire, 1854). Alla prima epoca paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio; alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione; nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo, Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia; nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi Caracci.

26.Il parallelo fra i pittori antichi e i nostri fu da molti istituito, e ultimamente con più sistematica erudizione da M. H. Fortoul (Etudes d’archéologie et d’histoire, 1854). Alla prima epoca paragona Polignoto con Giotto; alla seconda, Apollodoro con Masaccio; alla terza, dell’imitazione esatta, Aristide e Pamfilo con Leonardo da Vinci, Eupompo e la scuola Sicionia col Mantegna e coi Veneti, Melanto con frà Bartolomeo, Aetione col Correggio, Pausia con Giorgione; nelle scuole dell’imitazione dotta, Asclepiodoro col Ghirlandajo, Eufranore col Michelangelo, Nicia con Andrea del Sarto; nelle scuole dell’imitazione bella, Apelle con Rafaello, Protogene col Francia; nella quarta epoca, Nealco, Timomaco e gli altri imitatori vanno coi Caracci.

27.Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi. In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera, di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui mezzo il cadavere del papa.Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le prove inGaye,Carteggio, tom.II.

27.Non s’accordano nel descrivere quel monumento. Doveva esser lungo diciotto braccia, largo dodici, isolato; di fuori girava un ordine di nicchie, tramezzate da termini che sostenevano colla testa la prima cornice; e ciascuno con bizzarra attitudine teneva legato un prigione ignudo, posato co’ piedi sul risalto d’un basamento; i quali prigioni rappresentavano le provincie riunite al dominio pontifizio. Altre statue pur legate figuravano le Virtù e le Arti, soggiogate dalla morte come il papa che le favoriva. Sui canti della prima cornice andavano quattro statue grandi, la Vita attiva, la contemplativa, san Paolo e Mosè. Alzavasi l’opera sopra la cornice, diminuendo con un fregio di storie di bronzo, e con altre figure, puttini e ornati diversi. In cima due statue; una il Cielo sostenente sulle spalle una bara, e ridente che l’anima del papa fosse passata alla gloria; l’altra Cibele dea della terra, reggendo anch’essa la bara, ma dolente per la perdita fatta. Si entrava ed usciva per le teste della quadratura dell’opera, di mezzo alle nicchie; e dentro si trovava un tempio ovale, nel cui mezzo il cadavere del papa.

Si tacciano gli eredi di Giulio II di non averlo fatto compire: però aveano con lui stipulato lo finisse per sedicimila ducati. Vedi le prove inGaye,Carteggio, tom.II.

28.Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’innocente semplicità delcinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto della Magliabechiana,cl.XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549 si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare, e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste».Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye alquanto diversa dalle edite:— Signor mio, nel vedere lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del giudicio, ho fornito di conoscere la illustre gratia di Rafaello ne la grata bellezza de la inventione. Intanto io, come battezzato, mi vergogno de la licentia sì illecita a lo spirito, che havete preso ne lo esprimere i concetti, u’ si risolve il fine, al quale aspira ogni senso de la veracissima credenza nostra. Adunque quel Michelagnolo stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare alle genti non meno empietà di irreligione che perfettion di pittura? È possibile che voi che, per essere divino, non degnate il consortio degli huomini, haviate ciò fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Gesù, ne la più gran cappella del mondo, dove i gran cardini della Chiesa, dove i sacerdoti riverendi, dove il vicario di Cristo con ceremonie cattoliche, con ordini sacri, e con orazioni divine confessano, contemplano et adorano il suo corpo, il suo sangue e la sua carne? Se non fusse cosa nefanda lo introdurre de la similitudine, mi vanterei di bontade nel trattato de la Nanna, preponendo il savio mio avvedimento a la indiscreta vostra conscienza, avvenga che io in materia lasciva ed impudica non pure uso parole avvertite e costumate, ma favello con detti irreprensibili e casti; e voi nel suggetto di sì alta historia mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena honestà, e quegli privi d’ogni celeste ornamento. Ecco i Gentili, ne lo iscolpire non dico Diana vestita, ma nel formare Venere ignuda, le fanno ricoprir con la mano le parti che non si scoprono; e chi pur è cristiano, per più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il far vostro; onde saria men vitio che voi non credeste, che in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui. Ma sin a qui la eccellenza di sì temerarie maraviglie non rimane impunita, poichè il miracolo di loro istesse è morte de la vostra laude. Sì che risuscitatele il nome col far de fiamme di fuoco le vergogne de i dannati, e quelle de’ beati di raggi di sole; o imitate la modestia fiorentina, la quale sotto alcune foglie auree sotterra quelle del suo bel colosso, e pure è posto in piazza pubblica e non in luogo sacrato... Ma conciosiachè le nostre anime han più bisogno de lo affetto de la devotione, che de la vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che torre, bontà loro, la riverentia a l’humil imagini de i santi...»Anche Salvator Rosa tira contro le nudità della Sistina:Dovevi pur distinguere e pensareChe dipingevi in chiesa: in quanto a meSembra una stufa questo vostro altare...Dunque là, dove al Ciel porgendo offerteIl sovrano pastore i voti scioglie,S’hanno a veder le oscenità scoperte?

28.Al Cicognara queste nudità parvero effetto dell’innocente semplicità delcinquecento! Ma che anco allora scandolezzassero, e non solo i pusilli, appare, a tacer altri testimonj, da un manoscritto della Magliabechiana,cl.XXV. 274, ove si legge: «19 di marzo 1549 si scoprì le lorde e sporche figure di marmo in Santa Maria del Fiore di mano di Baccio Bandinello, che furono un Adamo ed un’Eva; della qual cosa ne fu da tutta la città biasimato grandemente, e con seco il duca che comportasse una simil cosa in un duomo dinanzi all’altare, e dove si posa il santissimo Sacramento. — Nel medesimo mese si scoperse in Santo Spirito una Pietà, la quale la mandò un Fiorentino a detta Chiesa, e si diceva che l’origine veniva dallo inventor delle porcherie, salvandogli l’arte ma non la devotione, Michelangelo Bonarruoto. Che tutti i moderni pittori e scultori per imitare simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipigne o scarpella che figure da sotterrar le fede e la devotione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste».

Dell’Aretino una lettera, tra di senno e di baja, è prodotta dal Gaye alquanto diversa dalle edite:

— Signor mio, nel vedere lo schizzo intiero di tutto il vostro dì del giudicio, ho fornito di conoscere la illustre gratia di Rafaello ne la grata bellezza de la inventione. Intanto io, come battezzato, mi vergogno de la licentia sì illecita a lo spirito, che havete preso ne lo esprimere i concetti, u’ si risolve il fine, al quale aspira ogni senso de la veracissima credenza nostra. Adunque quel Michelagnolo stupendo in la fama, quel Michelagnolo notabile in la prudentia, quel Michelagnolo ammirando, ha voluto mostrare alle genti non meno empietà di irreligione che perfettion di pittura? È possibile che voi che, per essere divino, non degnate il consortio degli huomini, haviate ciò fatto nel maggior tempio di Dio, sopra il primo altare di Gesù, ne la più gran cappella del mondo, dove i gran cardini della Chiesa, dove i sacerdoti riverendi, dove il vicario di Cristo con ceremonie cattoliche, con ordini sacri, e con orazioni divine confessano, contemplano et adorano il suo corpo, il suo sangue e la sua carne? Se non fusse cosa nefanda lo introdurre de la similitudine, mi vanterei di bontade nel trattato de la Nanna, preponendo il savio mio avvedimento a la indiscreta vostra conscienza, avvenga che io in materia lasciva ed impudica non pure uso parole avvertite e costumate, ma favello con detti irreprensibili e casti; e voi nel suggetto di sì alta historia mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena honestà, e quegli privi d’ogni celeste ornamento. Ecco i Gentili, ne lo iscolpire non dico Diana vestita, ma nel formare Venere ignuda, le fanno ricoprir con la mano le parti che non si scoprono; e chi pur è cristiano, per più stimare l’arte che la fede, tiene per reale ispettacolo tanto il decoro non osservato nei martiri e nelle vergini, quanto il gesto del rapito per i membri genitali, che anco serrarebbe gli occhi il postribolo per non mirarlo. In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il far vostro; onde saria men vitio che voi non credeste, che in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui. Ma sin a qui la eccellenza di sì temerarie maraviglie non rimane impunita, poichè il miracolo di loro istesse è morte de la vostra laude. Sì che risuscitatele il nome col far de fiamme di fuoco le vergogne de i dannati, e quelle de’ beati di raggi di sole; o imitate la modestia fiorentina, la quale sotto alcune foglie auree sotterra quelle del suo bel colosso, e pure è posto in piazza pubblica e non in luogo sacrato... Ma conciosiachè le nostre anime han più bisogno de lo affetto de la devotione, che de la vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma de le superbe statue degli idoli, che torre, bontà loro, la riverentia a l’humil imagini de i santi...»

Anche Salvator Rosa tira contro le nudità della Sistina:

Dovevi pur distinguere e pensareChe dipingevi in chiesa: in quanto a meSembra una stufa questo vostro altare...Dunque là, dove al Ciel porgendo offerteIl sovrano pastore i voti scioglie,S’hanno a veder le oscenità scoperte?

Dovevi pur distinguere e pensareChe dipingevi in chiesa: in quanto a meSembra una stufa questo vostro altare...Dunque là, dove al Ciel porgendo offerteIl sovrano pastore i voti scioglie,S’hanno a veder le oscenità scoperte?

Dovevi pur distinguere e pensare

Che dipingevi in chiesa: in quanto a me

Sembra una stufa questo vostro altare...

Dunque là, dove al Ciel porgendo offerte

Il sovrano pastore i voti scioglie,

S’hanno a veder le oscenità scoperte?

29.Sono descritti dal Vasari in lettera 14 luglio 1564 al duca Cosmo.

29.Sono descritti dal Vasari in lettera 14 luglio 1564 al duca Cosmo.

30.Grato m’è il sonno, e più l’esser di sassoMentre che il danno e la vergogna dura;Non veder, non sentir m’è gran ventura;Però non mi destar; deh, parla basso.

30.

Grato m’è il sonno, e più l’esser di sassoMentre che il danno e la vergogna dura;Non veder, non sentir m’è gran ventura;Però non mi destar; deh, parla basso.

Grato m’è il sonno, e più l’esser di sassoMentre che il danno e la vergogna dura;Non veder, non sentir m’è gran ventura;Però non mi destar; deh, parla basso.

Grato m’è il sonno, e più l’esser di sasso

Mentre che il danno e la vergogna dura;

Non veder, non sentir m’è gran ventura;

Però non mi destar; deh, parla basso.

31.Condivi,Vita di Michelangelo. Celebrandosene il centenario a Firenze nel 1875, si pubblicarono molte cose di Michelangelo e sopra di lui.

31.Condivi,Vita di Michelangelo. Celebrandosene il centenario a Firenze nel 1875, si pubblicarono molte cose di Michelangelo e sopra di lui.

32.Al Vasari dirigeva questo sonetto:Giunto è già ’l corso della vita miaCon tempestoso mar, per fragil barca,Al comun porto, ov’a render si varcaConto e ragion d’ogni opra trista e pia.Onde l’affettuosa fantasia,Che l’arte mi fece idolo e monarca,Conosco or ben quant’era d’error carca,E quel che a mal suo grado ognor desia.Gli amorosi pensier già vani e lietiChe fien or, s’a due morti mi avvicino?D’una so certo, e l’altra mi minaccia.Nè pinger nè scolpir fia più che quetiL’anima volta a quello amor divinoCh’aperse a prender noi in croce le braccia.

32.Al Vasari dirigeva questo sonetto:

Giunto è già ’l corso della vita miaCon tempestoso mar, per fragil barca,Al comun porto, ov’a render si varcaConto e ragion d’ogni opra trista e pia.Onde l’affettuosa fantasia,Che l’arte mi fece idolo e monarca,Conosco or ben quant’era d’error carca,E quel che a mal suo grado ognor desia.Gli amorosi pensier già vani e lietiChe fien or, s’a due morti mi avvicino?D’una so certo, e l’altra mi minaccia.Nè pinger nè scolpir fia più che quetiL’anima volta a quello amor divinoCh’aperse a prender noi in croce le braccia.

Giunto è già ’l corso della vita miaCon tempestoso mar, per fragil barca,Al comun porto, ov’a render si varcaConto e ragion d’ogni opra trista e pia.Onde l’affettuosa fantasia,Che l’arte mi fece idolo e monarca,Conosco or ben quant’era d’error carca,E quel che a mal suo grado ognor desia.Gli amorosi pensier già vani e lietiChe fien or, s’a due morti mi avvicino?D’una so certo, e l’altra mi minaccia.Nè pinger nè scolpir fia più che quetiL’anima volta a quello amor divinoCh’aperse a prender noi in croce le braccia.

Giunto è già ’l corso della vita mia

Con tempestoso mar, per fragil barca,

Al comun porto, ov’a render si varca

Conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Onde l’affettuosa fantasia,

Che l’arte mi fece idolo e monarca,

Conosco or ben quant’era d’error carca,

E quel che a mal suo grado ognor desia.

Gli amorosi pensier già vani e lieti

Che fien or, s’a due morti mi avvicino?

D’una so certo, e l’altra mi minaccia.

Nè pinger nè scolpir fia più che queti

L’anima volta a quello amor divino

Ch’aperse a prender noi in croce le braccia.

33.Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto: — Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! — Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiduciati, come voi siete».Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano il minio:Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus.Hist. nat.,XXXIII. 40.

33.Il Vasari, che pur denigra il Perugino, ne racconta questo tratto: — Era il priore (de’ Gesuati a Firenze) molto eccellente in fare gli azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Pietro in tutte le sopraddette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiduciato, che, non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non desiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare, e così, presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Pietro risciacquava il pennello nella catinella; onde era più quello che nell’acqua rimaneva che quello ch’egli aveva messo in opera; ed il priore che si vedea votar il sacchetto ed il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: — Oh quanto oltramarino consuma questa calcina! — Voi vedete», rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: — Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degli uomini da bene, che non ingannano mai chi si fida, ma sibbene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiduciati, come voi siete».

Plinio racconta che coll’artifizio stesso i pittori antichi rubavano il minio:Pingentium furto opportunum est; plenos subinde abluentium penicillos; sidit autem in aqua, constatque furantibus.Hist. nat.,XXXIII. 40.

34.Il Roscoe, fra tante altre inesattezze, scrive che Leonardo non finì il Cenacolo, e che «non indicando se non per un semplice tratto la testa del suo personaggio principale, ha confessato la sua incapacità, e a noi rimane da compiangere o la poca audacia dell’artista, o l’impotenza dell’arte».Vita di Leone X, cap. 2. Anche il Vasari dice che «la testa di Cristo lasciò imperfetta». Invece il cardinal Federico Borromeo, nelMusæumstampato il 1625, loda tanto quella testa:Salvatoris os altum animi mœrorem indicat, qui gravissima moderatione occultatus atque suppressus intelligitur. VedasiGallenberg,Lionardo Vinci, Lipsia 1834. L’opera di Giuseppe Bossi sulCenacoloè di mera accademia. Interessanti pubblicazioni su Lionardo si fecero quando nel 1871 se ne inaugurò il monumento a Milano. Vedi principalmente ilSaggio delle opere di L. Da V., con 24 tavole litografiche tratte dal Codice Atlantico. Milano, Ricordi 1872, in gran folio.

34.Il Roscoe, fra tante altre inesattezze, scrive che Leonardo non finì il Cenacolo, e che «non indicando se non per un semplice tratto la testa del suo personaggio principale, ha confessato la sua incapacità, e a noi rimane da compiangere o la poca audacia dell’artista, o l’impotenza dell’arte».Vita di Leone X, cap. 2. Anche il Vasari dice che «la testa di Cristo lasciò imperfetta». Invece il cardinal Federico Borromeo, nelMusæumstampato il 1625, loda tanto quella testa:Salvatoris os altum animi mœrorem indicat, qui gravissima moderatione occultatus atque suppressus intelligitur. VedasiGallenberg,Lionardo Vinci, Lipsia 1834. L’opera di Giuseppe Bossi sulCenacoloè di mera accademia. Interessanti pubblicazioni su Lionardo si fecero quando nel 1871 se ne inaugurò il monumento a Milano. Vedi principalmente ilSaggio delle opere di L. Da V., con 24 tavole litografiche tratte dal Codice Atlantico. Milano, Ricordi 1872, in gran folio.

35.Vasari mette fuor di dubbio questo fatto.

35.Vasari mette fuor di dubbio questo fatto.

36.Dopo i furti fattine all’Ambrosiana di Milano, dove non fu reso che il Codice Atlantico, molti dei suoi manoscritti si conservano alla biblioteca dell’Istituto di Francia, uno a Holkham in Inghilterra dal conte di Leicester.Francesco Melzo descriveva a minuto la morte di Leonardo in una lettera al fratello: ma non dice spirasse tra le braccia di Francesco I, il quale re sappiam di certo che al 2 maggio 1549 era a San Germano in Laja. Mentisce dunque il Vasari, come probabilmente nelle altre circostanze di sua morte, ove il fa non solo convertito, ma istruito nella fede soltanto in quegli estremi; benchè temperasse quel che avea messo nella prima edizione, che fosse infetto di nozioni eretiche «in modo che non credeva ad alcuna specie di religione, e metteva la filosofia molto sopra il cristianesimo». Abbiamo il testamento, da Leonardo fatto nove giorni prima di morire, tutto pietà; ove «raccomanda l’anima sua a nostro Signore messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»; vuole si dicano trenta messe basse e tre alte per l’anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise. Oggi gl’invidiosi, quando non sanno di peggio, tacciano gl’invidiati di illiberalità e servilità: dubito che il Vasari, per lo spirito stesso, tacciasse d’irreligiosi quelli con cui non simpatizzava, come Leonardo e il Perugino.

36.Dopo i furti fattine all’Ambrosiana di Milano, dove non fu reso che il Codice Atlantico, molti dei suoi manoscritti si conservano alla biblioteca dell’Istituto di Francia, uno a Holkham in Inghilterra dal conte di Leicester.

Francesco Melzo descriveva a minuto la morte di Leonardo in una lettera al fratello: ma non dice spirasse tra le braccia di Francesco I, il quale re sappiam di certo che al 2 maggio 1549 era a San Germano in Laja. Mentisce dunque il Vasari, come probabilmente nelle altre circostanze di sua morte, ove il fa non solo convertito, ma istruito nella fede soltanto in quegli estremi; benchè temperasse quel che avea messo nella prima edizione, che fosse infetto di nozioni eretiche «in modo che non credeva ad alcuna specie di religione, e metteva la filosofia molto sopra il cristianesimo». Abbiamo il testamento, da Leonardo fatto nove giorni prima di morire, tutto pietà; ove «raccomanda l’anima sua a nostro Signore messer Domenedio, alla gloriosa Vergine Maria, a monsignor san Michele»; vuole si dicano trenta messe basse e tre alte per l’anima sua in tre chiese di regolari ad Amboise. Oggi gl’invidiosi, quando non sanno di peggio, tacciano gl’invidiati di illiberalità e servilità: dubito che il Vasari, per lo spirito stesso, tacciasse d’irreligiosi quelli con cui non simpatizzava, come Leonardo e il Perugino.

37.Nel manoscritto B, pag. 33 dei codici parigini di Leonardo, stanno varj disegni di lui, postillati al solito, e sotto l’uno si legge: — Inventione d’Archimede. Architronito è una macchina di fino rame, e gitta balotte di ferro con gran strepito e furore. E usasi in questo modo: la terza parte dello strumento sta infra gran quantità di foco di carboni, e quando sarà bene lacqua infocata, serra la viteb, chè sopra al vaso de lacquabc, e nel serrare la vite, si distoperà di sotto, e tutta la sua acqua discenderà nella parte infocata de lo strumento, e di subito si convertirà in tanto fumo che parerà maraviglia, e massime a vedere la furia e sentire lo strepito. Questa cacciava una balotta che pesava uno talento». Voi vedete che qui Leonardo non lo dà per suo trovato, ma l’assegna ad Archimede; e quel suo nominare il talento fa credere lo desumesse da qualche antico libro del Siracusano, ora perduto, e che attesterebbe conosciuta in antichissimo la potenza del vapore, la quale è caratteristica del nostro secolo.

37.Nel manoscritto B, pag. 33 dei codici parigini di Leonardo, stanno varj disegni di lui, postillati al solito, e sotto l’uno si legge: — Inventione d’Archimede. Architronito è una macchina di fino rame, e gitta balotte di ferro con gran strepito e furore. E usasi in questo modo: la terza parte dello strumento sta infra gran quantità di foco di carboni, e quando sarà bene lacqua infocata, serra la viteb, chè sopra al vaso de lacquabc, e nel serrare la vite, si distoperà di sotto, e tutta la sua acqua discenderà nella parte infocata de lo strumento, e di subito si convertirà in tanto fumo che parerà maraviglia, e massime a vedere la furia e sentire lo strepito. Questa cacciava una balotta che pesava uno talento». Voi vedete che qui Leonardo non lo dà per suo trovato, ma l’assegna ad Archimede; e quel suo nominare il talento fa credere lo desumesse da qualche antico libro del Siracusano, ora perduto, e che attesterebbe conosciuta in antichissimo la potenza del vapore, la quale è caratteristica del nostro secolo.

38.Nel 1604 nellaAstronomiæ pars optica Kepleri.

38.Nel 1604 nellaAstronomiæ pars optica Kepleri.

39.Il suo epitafio sente l’età pagana, che bada solo a forme e colorito:Apelle nel colore e ’l BuonarrotoImitai nel disegno; e la naturaVinsi, dando vigor ’n ogni figuraE carne ed ossa e pelle e spirti e moto.Invece quella di frate Angelico diceva:Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.

39.Il suo epitafio sente l’età pagana, che bada solo a forme e colorito:

Apelle nel colore e ’l BuonarrotoImitai nel disegno; e la naturaVinsi, dando vigor ’n ogni figuraE carne ed ossa e pelle e spirti e moto.

Apelle nel colore e ’l BuonarrotoImitai nel disegno; e la naturaVinsi, dando vigor ’n ogni figuraE carne ed ossa e pelle e spirti e moto.

Apelle nel colore e ’l Buonarroto

Imitai nel disegno; e la natura

Vinsi, dando vigor ’n ogni figura

E carne ed ossa e pelle e spirti e moto.

Invece quella di frate Angelico diceva:

Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.

Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.

Non mihi sit laudi quod eram velut alter Apelles,

Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam.

40.Lo coadjuvarono Francesco Primaticcio e Giambattista Mantovano, e alcuno vorrebbe anche Rinaldo da Mantova, scolaro di Giulio Romano.

40.Lo coadjuvarono Francesco Primaticcio e Giambattista Mantovano, e alcuno vorrebbe anche Rinaldo da Mantova, scolaro di Giulio Romano.

41.Genere allora usitato: si tracciavano i contorni sullo smalto, poi si adombravano con argilla, carbone e polvere di travertino, che davano aspetto di bassorilievo.

41.Genere allora usitato: si tracciavano i contorni sullo smalto, poi si adombravano con argilla, carbone e polvere di travertino, che davano aspetto di bassorilievo.

42.Scriveva al granduca Ferdinando:«I pesi della gioventù mia, gli anni et ogni industria per servigio di cotesta serenissima casa di vostra altezza, e già vicino agli ottant’anni, nè lungi da quella voce colla quale Iddio chiama tutti a sè, sono costretto dalla coscienza a dire a vostra altezza quel che spero di conseguire facilmente. È ito in questo secolo intorno quell’abuso nella scoltura e pittura, che per tutto si vede, di dipingere e scolpire persone ignude, e per questo mezzo, sotto colore e mostra dell’arte, far vivere la memoria di cose sporche, o svegliare una tacita adoratione di quegli idoli, per togliere i quali tenevano per bene impiegata la vita e ’l sangue i martiri et altri santi amici di Dio. Or io, dolentissimo d’essere stato in mia vita instromento di tali statue, nè veggendo come poterle togliere dalla vista de gli occhi molti, scrissi, già alcuni anni, una epistola che si stampò, a gli uomini della profession mia, acciocchè codesto Stato di vostra altezza non ricevesse, fra gli altri vitii a che siamo inclinati, qualche ira da Dio. Et hora che in questa mia vecchiaja debbo sentire l’importanza di questo fatto, e con tanta età mi sento crescere un vivo desiderio della vera grandezza e felicità di vostra altezza, la voglio, prima che muoja, supplicare per l’onore di Dio, che non lasci più scolpire o pingere cose ignude; e quelle, che o da me o da altri sono state fatte, si cuoprano, o del tutto si tolgano, in modo che Dio ne resti servito, nè si pensi che Fiorenza sia il nido degli idoli, o delle cose provocanti a libidine et a cose che a Dio sommamente dispiaciono. E perciocchè ultimamente vostra altezza comandò che quelle statue, che già trent’anni io feci per commissione del serenissimo granduca, vostro padre, in Pratolino, si trasportassero nel giardino de’ Pitti, siccome si è fatto, sento grandissimo rimorso che fatica di mie mani tale debba quivi restare per stimolo di molti disonesti pensieri, che a chi le mira potranno venire. Però anche in questo la supplico con ogni riverenza, per il maggior dono e rimuneratione di ogni mio servigio potessi ricevere, che mi faccia gratia, prima, che io non ci ponga punto di altra cooperatione per assettarle; da poi, che mi conceda ch’io possa vestirle così artificiosamente e decentemente sotto titolo di qualche virtù, che non possano mai dare occasione di brutti pensieri a persona veruna. E questo anco tanto più converrà, quanto a gli occhi della serenissima granduchessa, e della compagnia che menerà con seco, et a tante signore che verranno spesso a visitarla, essa havrà occasione di vedere in ogni parte e luoco di vostra altezza cose, le quali christianamente edifichino una principessa, come è christianissima. Et io in eterno ne resterò obbligatissimo a vostra altezza».Sono noti i rimorsi che laceravano gli ultimi anni di Agostino Caracci per le sue incisioni lascive. Sel sappiano i giovani.

42.Scriveva al granduca Ferdinando:

«I pesi della gioventù mia, gli anni et ogni industria per servigio di cotesta serenissima casa di vostra altezza, e già vicino agli ottant’anni, nè lungi da quella voce colla quale Iddio chiama tutti a sè, sono costretto dalla coscienza a dire a vostra altezza quel che spero di conseguire facilmente. È ito in questo secolo intorno quell’abuso nella scoltura e pittura, che per tutto si vede, di dipingere e scolpire persone ignude, e per questo mezzo, sotto colore e mostra dell’arte, far vivere la memoria di cose sporche, o svegliare una tacita adoratione di quegli idoli, per togliere i quali tenevano per bene impiegata la vita e ’l sangue i martiri et altri santi amici di Dio. Or io, dolentissimo d’essere stato in mia vita instromento di tali statue, nè veggendo come poterle togliere dalla vista de gli occhi molti, scrissi, già alcuni anni, una epistola che si stampò, a gli uomini della profession mia, acciocchè codesto Stato di vostra altezza non ricevesse, fra gli altri vitii a che siamo inclinati, qualche ira da Dio. Et hora che in questa mia vecchiaja debbo sentire l’importanza di questo fatto, e con tanta età mi sento crescere un vivo desiderio della vera grandezza e felicità di vostra altezza, la voglio, prima che muoja, supplicare per l’onore di Dio, che non lasci più scolpire o pingere cose ignude; e quelle, che o da me o da altri sono state fatte, si cuoprano, o del tutto si tolgano, in modo che Dio ne resti servito, nè si pensi che Fiorenza sia il nido degli idoli, o delle cose provocanti a libidine et a cose che a Dio sommamente dispiaciono. E perciocchè ultimamente vostra altezza comandò che quelle statue, che già trent’anni io feci per commissione del serenissimo granduca, vostro padre, in Pratolino, si trasportassero nel giardino de’ Pitti, siccome si è fatto, sento grandissimo rimorso che fatica di mie mani tale debba quivi restare per stimolo di molti disonesti pensieri, che a chi le mira potranno venire. Però anche in questo la supplico con ogni riverenza, per il maggior dono e rimuneratione di ogni mio servigio potessi ricevere, che mi faccia gratia, prima, che io non ci ponga punto di altra cooperatione per assettarle; da poi, che mi conceda ch’io possa vestirle così artificiosamente e decentemente sotto titolo di qualche virtù, che non possano mai dare occasione di brutti pensieri a persona veruna. E questo anco tanto più converrà, quanto a gli occhi della serenissima granduchessa, e della compagnia che menerà con seco, et a tante signore che verranno spesso a visitarla, essa havrà occasione di vedere in ogni parte e luoco di vostra altezza cose, le quali christianamente edifichino una principessa, come è christianissima. Et io in eterno ne resterò obbligatissimo a vostra altezza».

Sono noti i rimorsi che laceravano gli ultimi anni di Agostino Caracci per le sue incisioni lascive. Sel sappiano i giovani.

43.Narra egli stesso che Michelangelo si fermò a riguardare il San Marco di Donatello a Or San Michele, e disse non aver mai visto figura che avesse più aria da uom dabbene; e che se san Marco era tale, se gli poteva creder ciò che avea scritto.

43.Narra egli stesso che Michelangelo si fermò a riguardare il San Marco di Donatello a Or San Michele, e disse non aver mai visto figura che avesse più aria da uom dabbene; e che se san Marco era tale, se gli poteva creder ciò che avea scritto.

44.Nel descrivere questa gli scappano molte verità di sentimento, e che «devono coloro che in cose ecclesiastiche s’adoperano, essere ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali cose sono operate da persone che poco credono e poco stimano la religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive, onde nasce il biasimo delle opere nel disonesto, e la lode nell’artificio e nella virtù».Poc’anzi il sig. Didron scriveva:Vasari est coutumier de l’erreur, et je connais peu d’historiens qui se trompent plus souvent que lui, ou volontairement, ou par ignorance. — Annales archéologiques, 1856, pag. 23. Molti errori suoi furono raddrizzati nell’edizione fattane dal Le Monnier.

44.Nel descrivere questa gli scappano molte verità di sentimento, e che «devono coloro che in cose ecclesiastiche s’adoperano, essere ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali cose sono operate da persone che poco credono e poco stimano la religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive, onde nasce il biasimo delle opere nel disonesto, e la lode nell’artificio e nella virtù».

Poc’anzi il sig. Didron scriveva:Vasari est coutumier de l’erreur, et je connais peu d’historiens qui se trompent plus souvent que lui, ou volontairement, ou par ignorance. — Annales archéologiques, 1856, pag. 23. Molti errori suoi furono raddrizzati nell’edizione fattane dal Le Monnier.

45.Trattato dell’arte della pittura, diviso in sette libri, nei quali si contiene tutta la teorica e la pratica di essa pittura; Milano, 1584.Idea del tempio della pittura; 1590. A ciascun pittore appropria un metallo ed un animale; Michelangelo è il dragone, Polidoro il cavallo, Rafaello l’uomo, Tiziano il bue, Mantegna il serpente. Avea raccolti quattromila quadri; riferisce molte particolarità del Bramantino (lib.IV, e 21); possedeva un trattato di prospettiva di Bernardino Zenale, e un altro di Vincenzo Foppa, dove erano prevenuti Alberto Dürer e Daniele Barbaro.

45.Trattato dell’arte della pittura, diviso in sette libri, nei quali si contiene tutta la teorica e la pratica di essa pittura; Milano, 1584.Idea del tempio della pittura; 1590. A ciascun pittore appropria un metallo ed un animale; Michelangelo è il dragone, Polidoro il cavallo, Rafaello l’uomo, Tiziano il bue, Mantegna il serpente. Avea raccolti quattromila quadri; riferisce molte particolarità del Bramantino (lib.IV, e 21); possedeva un trattato di prospettiva di Bernardino Zenale, e un altro di Vincenzo Foppa, dove erano prevenuti Alberto Dürer e Daniele Barbaro.

46.Su Bernardino Luini riferiamo questa nota, del Cantù stesso, tolta dallaIllustrazione del Lombardo-Veneto.Fu da Luino, ma le notizie ne sono scarse e favoleggiate. Povero di casa, ricco d’ingegno, robusto di volontà, bizzarro e rissoso, vuolsi avesse a maestro Stefano Scotto pittore di arabeschi, il quale lo innamorò dei vecchi pittori. Infatto il suo primo modo ritrae del Civercio, del Montorsolo, del Borgognone, con fregi d’oro, ombreggiar timido, colorito pacato, che si direbbe anche freddo. Di quel primo modo sarebbero la Addolorata dietro l’altar maggiore della Passione, il Noè in Brera, ed anche la spettacolosa Crocifissione a Lugano, ove gli adoratori della forma appuntano il poco rilievo e la scarsa gradazione di chiaroscuro. Gran progresso appare nella Coronazione di spine all’Ambrosiana, ne’ freschi del Monastero Maggiore, e specialmente in quelli di Saronno, nell’Ecce homoe nella Deposizione dalla Croce a San Giorgio in Palazzo. Abbiamo a credere che profittasse della scuola di Leonardo da Vinci? Sicuramente l’amabile e affettuosa espressione della Madonna con sant’Antonio e santa Barbara in Brera, la Madonna in grembo a sant’Anna nell’Ambrosiana, e quella degli Archinti, altre pitture delle gallerie Melzi, Borromeo... non lasciano invidiare qualsiasi maestro. Io poi non so staccarmi dalla carissima composizione della santa Caterina trasportata dagli angeli, affresco or messo in Brera, come tanti altri che erano sparsi qua e là. Il Monastero Maggiore è una vera galleria di opere luinesche: e le figure dal corno dell’epistola non potrebbero dirsi più care e maestose.E d’un tanto maestro, pochissimo (lo ripetiamo) si sa. Che fosse compensato a miseria lo prova il sapersi che per la Crocifissione di Lugano ricevette lire 244 e 8 soldi imperiali. Della mirabile Coronazione di spine, dipinta in un oratorio di Santa Corona, ora annesso alla Biblioteca Ambrosiana, una memoria del 1521 dice: «Messer Bernardino da Luino pictore s’è accordato a pingere il Cristo con li dodici compagni in lo oratorio, et comenzò a lavorare il dì 12 octobre, e l’opera fu finita a dì 22 marzo 1522. È vero che lui lavorò solo opere 38, et uno suo giovene opere 11, et oltre le dicte opere 11, li teneva missà la molta (gli rimeschiava la calcina) al bisogno, ed anche sempre aveva uno garzone che li serviva. Li fu dato per sua mercede, computati tutti i colori, lire 115, soldi 9».Delle sue vicende si favoleggia. Dicono che, partito da Milano per la peste, andasse a dipingere una chiesetta presso la Pelucca. Indi tornato a Milano, lavorò nella chiesa di San Giorgio le belle opere che ancora vi si ammirano. Ma piantatisi i palchi, il parroco volle salirvi, e cadde, e si ruppe la persona. Temendo esserne imputato, il Luino fuggì e i signori della Pelucca lo tennero in protezione, ove dipinse quasi tutto il palazzo a storie e mitologie, delle quali una parte fu recata poi in Brera, fra cui la suddetta santa Caterina. Ivi s’invaghì d’una figlia di que’ signori, e avendo essa per amor di lui rifiutato un illustre cavaliere, fu mandata monaca a Lugano.Trovò subito occasione il Luino di recarsi colà, ove, messosi ne’ frati, per loro dipinse la grande Crocifissione, la Cena nel refettorio, e la Madonna sopra una porta del chiostro, così sentita e cara, che tu non vorresti veder altro. V’è il millesimo 1528, sicchè è posteriore ai dipinti di Saronno.Ma la fanciulla soccombette al dolore, e il Luino tornò in patria, ma non dimenticolla mai, e pose spesso il ritratto dell’amata fanciulla, e principalmente nel quadro che dicesi la Monaca di Luino. Occasione di questo dipinto fu il cav. Giambattista Pusterla quando, combattendo per Massimiliano Sforza, cadde prigioniero de’ Francesi, e votatosi alla beata Caterina Brùgora, si trovò trasportato alle proprie tende; onde fece dipinger questo fatto dal Luino, ove la fanciulla della Pelucca compare in sembianza della santa, con un crocifisso nella destra serrato al cuore, la palma nella sinistra, e sulla spalla la colomba.Danno al Luino due figli, Aurelio ed Evangelista; e un fratello Ambrogio che gli servì d’ajuto, e al quale si attribuiscono alcuni dipinti del santuario di Saronno, e alcuni del Monastero Maggiore, men chiari e di un fare meno spigliato. (Gli editori).

46.Su Bernardino Luini riferiamo questa nota, del Cantù stesso, tolta dallaIllustrazione del Lombardo-Veneto.

Fu da Luino, ma le notizie ne sono scarse e favoleggiate. Povero di casa, ricco d’ingegno, robusto di volontà, bizzarro e rissoso, vuolsi avesse a maestro Stefano Scotto pittore di arabeschi, il quale lo innamorò dei vecchi pittori. Infatto il suo primo modo ritrae del Civercio, del Montorsolo, del Borgognone, con fregi d’oro, ombreggiar timido, colorito pacato, che si direbbe anche freddo. Di quel primo modo sarebbero la Addolorata dietro l’altar maggiore della Passione, il Noè in Brera, ed anche la spettacolosa Crocifissione a Lugano, ove gli adoratori della forma appuntano il poco rilievo e la scarsa gradazione di chiaroscuro. Gran progresso appare nella Coronazione di spine all’Ambrosiana, ne’ freschi del Monastero Maggiore, e specialmente in quelli di Saronno, nell’Ecce homoe nella Deposizione dalla Croce a San Giorgio in Palazzo. Abbiamo a credere che profittasse della scuola di Leonardo da Vinci? Sicuramente l’amabile e affettuosa espressione della Madonna con sant’Antonio e santa Barbara in Brera, la Madonna in grembo a sant’Anna nell’Ambrosiana, e quella degli Archinti, altre pitture delle gallerie Melzi, Borromeo... non lasciano invidiare qualsiasi maestro. Io poi non so staccarmi dalla carissima composizione della santa Caterina trasportata dagli angeli, affresco or messo in Brera, come tanti altri che erano sparsi qua e là. Il Monastero Maggiore è una vera galleria di opere luinesche: e le figure dal corno dell’epistola non potrebbero dirsi più care e maestose.

E d’un tanto maestro, pochissimo (lo ripetiamo) si sa. Che fosse compensato a miseria lo prova il sapersi che per la Crocifissione di Lugano ricevette lire 244 e 8 soldi imperiali. Della mirabile Coronazione di spine, dipinta in un oratorio di Santa Corona, ora annesso alla Biblioteca Ambrosiana, una memoria del 1521 dice: «Messer Bernardino da Luino pictore s’è accordato a pingere il Cristo con li dodici compagni in lo oratorio, et comenzò a lavorare il dì 12 octobre, e l’opera fu finita a dì 22 marzo 1522. È vero che lui lavorò solo opere 38, et uno suo giovene opere 11, et oltre le dicte opere 11, li teneva missà la molta (gli rimeschiava la calcina) al bisogno, ed anche sempre aveva uno garzone che li serviva. Li fu dato per sua mercede, computati tutti i colori, lire 115, soldi 9».

Delle sue vicende si favoleggia. Dicono che, partito da Milano per la peste, andasse a dipingere una chiesetta presso la Pelucca. Indi tornato a Milano, lavorò nella chiesa di San Giorgio le belle opere che ancora vi si ammirano. Ma piantatisi i palchi, il parroco volle salirvi, e cadde, e si ruppe la persona. Temendo esserne imputato, il Luino fuggì e i signori della Pelucca lo tennero in protezione, ove dipinse quasi tutto il palazzo a storie e mitologie, delle quali una parte fu recata poi in Brera, fra cui la suddetta santa Caterina. Ivi s’invaghì d’una figlia di que’ signori, e avendo essa per amor di lui rifiutato un illustre cavaliere, fu mandata monaca a Lugano.

Trovò subito occasione il Luino di recarsi colà, ove, messosi ne’ frati, per loro dipinse la grande Crocifissione, la Cena nel refettorio, e la Madonna sopra una porta del chiostro, così sentita e cara, che tu non vorresti veder altro. V’è il millesimo 1528, sicchè è posteriore ai dipinti di Saronno.

Ma la fanciulla soccombette al dolore, e il Luino tornò in patria, ma non dimenticolla mai, e pose spesso il ritratto dell’amata fanciulla, e principalmente nel quadro che dicesi la Monaca di Luino. Occasione di questo dipinto fu il cav. Giambattista Pusterla quando, combattendo per Massimiliano Sforza, cadde prigioniero de’ Francesi, e votatosi alla beata Caterina Brùgora, si trovò trasportato alle proprie tende; onde fece dipinger questo fatto dal Luino, ove la fanciulla della Pelucca compare in sembianza della santa, con un crocifisso nella destra serrato al cuore, la palma nella sinistra, e sulla spalla la colomba.

Danno al Luino due figli, Aurelio ed Evangelista; e un fratello Ambrogio che gli servì d’ajuto, e al quale si attribuiscono alcuni dipinti del santuario di Saronno, e alcuni del Monastero Maggiore, men chiari e di un fare meno spigliato. (Gli editori).

47.Il Bordiga (Notizia intorno a Gaudenzio, Milano 1821) reca un concilio novarese, dov’è menzionatoGaudentius noster, opera quidem eximius, sed magis eximie pius. Non crediamo fosse scolaro del Perugino. Nel suo quadro del 1511 per la chiesa d’Arona si sottoscriveGaudenzio Vinci.

47.Il Bordiga (Notizia intorno a Gaudenzio, Milano 1821) reca un concilio novarese, dov’è menzionatoGaudentius noster, opera quidem eximius, sed magis eximie pius. Non crediamo fosse scolaro del Perugino. Nel suo quadro del 1511 per la chiesa d’Arona si sottoscriveGaudenzio Vinci.

48.Egli e Cristoforo detto il Gobbo pare nascessero da Boniforte, che per Francesco Sforza a Milano fabbricò l’Incoronata, la Rosa, la Pace, le Grazie, sempre attenendosi al gotico.

48.Egli e Cristoforo detto il Gobbo pare nascessero da Boniforte, che per Francesco Sforza a Milano fabbricò l’Incoronata, la Rosa, la Pace, le Grazie, sempre attenendosi al gotico.

49.Gli scultori, che si trovano mentovati nei rendiconti dal principio del cinquecento alla Certosa di Pavia, sono Antonio Amedeo, Gian Giacomo della Porta, Silvestro di Carate, Giuseppe Rosnati, Dionigi Bussola, Carlo Simonetta, Alberto di Carrara, Giambattista De Magistris detto il Volpino, Cristoforo Romano, Bernardino da Novi, il Gobbo Cristoforo Solaro, Agostino Busti detto Bambaja, Battista Gattoni, Antonio Tamagini, Tommaso Orsolino, Andrea Fusina, Angelo Marino, Marco Agrati, i fratelli Mantegazza, Ettore d’Alva, Antonio da Locate, Battista e Stefano da Sesto, Biagio di Vairano, Francesco Piontello, Giacomo Nava.

49.Gli scultori, che si trovano mentovati nei rendiconti dal principio del cinquecento alla Certosa di Pavia, sono Antonio Amedeo, Gian Giacomo della Porta, Silvestro di Carate, Giuseppe Rosnati, Dionigi Bussola, Carlo Simonetta, Alberto di Carrara, Giambattista De Magistris detto il Volpino, Cristoforo Romano, Bernardino da Novi, il Gobbo Cristoforo Solaro, Agostino Busti detto Bambaja, Battista Gattoni, Antonio Tamagini, Tommaso Orsolino, Andrea Fusina, Angelo Marino, Marco Agrati, i fratelli Mantegazza, Ettore d’Alva, Antonio da Locate, Battista e Stefano da Sesto, Biagio di Vairano, Francesco Piontello, Giacomo Nava.

50.Il Lomazzo lo nomina una volta, nessuna il Lattuada.

50.Il Lomazzo lo nomina una volta, nessuna il Lattuada.

51.Un altro artista trovo menzionato. Giovan Cristoforo Romano, «oltra le altre virtù e massimamente della musica, fu al suo tempo scultore eccellente e famoso, e molto delicato e diligente, e massimamente per la nobile ed ingegnosa sepoltura di Galeazzo Visconti nella Certosa di Pavia. E se non che nell’età sua più verde e più fiorita fu assalito d’incurabile infermità, forse fra Michelangelo e Donatello stato sarebbe il terzo».Saba Castiglioni,Ricordo409.

51.Un altro artista trovo menzionato. Giovan Cristoforo Romano, «oltra le altre virtù e massimamente della musica, fu al suo tempo scultore eccellente e famoso, e molto delicato e diligente, e massimamente per la nobile ed ingegnosa sepoltura di Galeazzo Visconti nella Certosa di Pavia. E se non che nell’età sua più verde e più fiorita fu assalito d’incurabile infermità, forse fra Michelangelo e Donatello stato sarebbe il terzo».Saba Castiglioni,Ricordo409.

52.Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus.

52.Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus.

53.Vite ed elogi d’illustri Italiani, inFederico Asinari.

53.Vite ed elogi d’illustri Italiani, inFederico Asinari.

54.Lo stesso pensiero effettuò Antonio di Sangallo nel campanile di San Biagio a Montepulciano. Accumula molti errori il Valery,Voyage historique et littéraire en Italie, ove dice: Le clocher de Sainte Claire par Masuccio II, est d’un beau et pur gothique. On remarque au troisième étage l’heureuse innovation du chapitau ionique, opérée par Michelange, avec lequel l’architecte napolitain doit en partager l’honneur.

54.Lo stesso pensiero effettuò Antonio di Sangallo nel campanile di San Biagio a Montepulciano. Accumula molti errori il Valery,Voyage historique et littéraire en Italie, ove dice: Le clocher de Sainte Claire par Masuccio II, est d’un beau et pur gothique. On remarque au troisième étage l’heureuse innovation du chapitau ionique, opérée par Michelange, avec lequel l’architecte napolitain doit en partager l’honneur.

55.In Santa Maria Nuova leggesi:Petrus de Martino mediolanensis, ob triumphalem arcis novæ arcum solerter structum, et multa statuariæ artis suæ munera huic ædi pie oblata, a divo Alphonso rege in equestrem adscribi ordinem et in ecclesia sepulchro pro se ac posteris suis donari meruitMCCCCLXX. A torto il Vasari l’attribuisce a Giulian di Majano, che neanche può aver eseguito le scolture, opere di diversi, e nominatamente di Isaia da Pisa, figlio di Filippo, secondo un manoscritto della Vaticana Nº 1670.

55.In Santa Maria Nuova leggesi:Petrus de Martino mediolanensis, ob triumphalem arcis novæ arcum solerter structum, et multa statuariæ artis suæ munera huic ædi pie oblata, a divo Alphonso rege in equestrem adscribi ordinem et in ecclesia sepulchro pro se ac posteris suis donari meruitMCCCCLXX. A torto il Vasari l’attribuisce a Giulian di Majano, che neanche può aver eseguito le scolture, opere di diversi, e nominatamente di Isaia da Pisa, figlio di Filippo, secondo un manoscritto della Vaticana Nº 1670.

56.Un altro milanese sconosciuto ci è rivelato dalla pittura di San Giovanni a Carbonara coll’iscrizione:Leonardos Bisucio de Mediolano hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit1417. Quelle pitture fin oggi furono attribuite a Gennaro di Cola e Stefanone. Un Ambrogio da Milano fece il sepolcro del vescovo di Ferrara in San Giorgio di questa città. Ottavio Scotto da Monza incise nel 1484 un soggetto della Divina Commedia, rarissimo intaglio che venne recentemente al marchese Campana di Roma.

56.Un altro milanese sconosciuto ci è rivelato dalla pittura di San Giovanni a Carbonara coll’iscrizione:Leonardos Bisucio de Mediolano hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit1417. Quelle pitture fin oggi furono attribuite a Gennaro di Cola e Stefanone. Un Ambrogio da Milano fece il sepolcro del vescovo di Ferrara in San Giorgio di questa città. Ottavio Scotto da Monza incise nel 1484 un soggetto della Divina Commedia, rarissimo intaglio che venne recentemente al marchese Campana di Roma.


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