CAPITOLO CLVI.Belle arti.

CAPITOLO CLVI.Belle arti.

Se, non ostante ciò, il nome d’Italia e il carattere si conservarono, n’han merito le tradizioni, gli ordini municipali, la Chiesa, le arti, la lingua e la letteratura; nei quali elementi dee cercarla chi voglia studiar lei, non i suoi padroni. Ma come la patria non avea libertà da difendere e acquistare, così l’arte non avea pensiero proprio da esprimere, e cadeva a contraffare materialmente la natura o servilmente i predecessori, sostituendo l’intelligenza all’ispirazione. La stessa gloria de’ maestri del gran secolo tornava pregiudicevole ai nuovi, giacchè ammirando la grazia di Raffaello, il colorire del Tiziano, lo spiritoso movere del Tintoretto, lo sfarzo di Paolo, la prospettiva del Correggio, pensavano meno ad imitare il vero secondo quelli che a copiarli, alcuni con esatta imitazione, altri con un’imitazione erudita che esprime intelligenza e scelta, sprovvista però del genio e della grazia. Chiamati a proseguire e compiere i lavori di quei grandi, ne riproduceano le figure con capricciosa speditezza, col caricarne i difetti ed esagerarne le bellezze. Pertanto i Michelangioleschi faceano Veneri che pareano Ercoli; i Rafaelleschi pervertivano la graziain ismorfia; Veneti e Lombardi voleano sempre scorti e vivacità, convenissero o no al soggetto. Abbagliati dalle pericolose meraviglie di Michelangelo, volevanoingrandirelo stile, secco e povero giudicando ogni altro: invece di studiare per quali mezzi egli raggiungesse gli stupendi effetti e quel rilievo delle figure, credettero tutto il suo merito consistesse nell’anatomia, e di questa fecero sfoggio, neppur deducendola dal vero, ma raffazzonandola secondo certe convenzioni, che chiamavano bello ideale. Ragionevolezza nell’insieme, correzione nelle particolarità, finito nell’esecuzione più non si cercava, lavorando di maniera, cioè alla spiccia applicando formole identiche a qualsifosse soggetto e situazione, a scapito dell’individualità: se aspirassero al nuovo, traboccavano nelle bizzarrie. Lasciato il vero pel convenzionale, reputando trivialità un gesto naturale, una piega semplice, tutto fu positure manierate, panni svolazzanti anche in sale chiuse, gesti violenti anche negli affetti pacati, coscie e braccia torose benchè a storia e a dignità repugnassero. E chi più presto, meglio; tirando via a schizzi senza modelli, nè bozzetti o cartone, alcuni si vantarono di coprire dieci braccia di muro in un giorno: volle superarli il Cambiaso col dipingere a due mani.

La scultura, che fra gli antichi avea dato norma alla pittura, nei moderni la ricevette, traviò con questa, massime da che le si pose a coadjutrice per le decorazioni, mirando all’effetto per via di spicciative convenzioni, cercando il pittoresco nel panneggiamento, nelle movenze, negli accessorj, con atteggiamenti forzati, contorsioni, musculatura, enormi drappi; la difficoltà credendo merito primo, sommo dell’arte la meccanica, più ammirabile il trapano che lo scalpello. Quando mai il marmo fu condotto meglio che dall’Algardi, dal Bernini, dal Le Gros? ma alla finitezza sisagrificò il bello severo e corretto; e invece dell’affetto che spira dagl’ineruditi tentativi dei trecentisti, s’ebbero esagerazioni in cui l’uomo più non ravvisa se stesso.

«Le circostanze che mettono a prova l’ingegno ed il merito degli artisti, erano grandemente diminuite in tutta l’Italia», dice lo storico accademico della scultura: eppure in realtà mai non si fabbricò e lavorò tanto; o per fasto de’ signori, o per pomposa devozione de’ Gesuiti, o pel proposito di cogliere questa gloria quando ogni altra era interdetta; nè v’ha città, ove non fastidiscano chiese, palazzi, cortili, fontane con forme barocche e concetti sottoposti sempre alla decorazione. Roma proseguì le opere del secolo precedente, restaurò le antiche, ne intraprese di nuove; Sant’Agnese, San Carlo, Sant’Andrea, Santa Maria in Compitelli, la Vittoria, le cappelle di Santa Maria Maggiore, il palazzo di Laterano, San Giovanni de’ Fiorentini, ponte Sant’Angelo, la fontana di piazza Navona, le ville Borghesi, Ludovisi, Pamfili, i palazzi del Quirinale e di Monte Citorio ed altri assai, furono eretti ed ornati in quel tempo. Come il gotico era cresciuto nelle fabbriche de’ Francescani, così il barocco sfoggiò a servigio de’ Gesuiti, e stupendo monumento ne sono colà il Sant’Ignazio e il Gesù. Tale ricchezza trascende nelle chiese di Sicilia, ajutata dalle tante pietre fine dell’isola (Cap.CLXII).

Indicammo i grandiosi lavori che Domenico Fontana (1543-1607) da Melide presso Lugano terminò a Roma ne’ soli cinque anni di papa Sisto[173]; morto il quale, Clemente VIII, insusurrato da’ malevoli, lo cassò da architetto pontifizio, e volle conto delle somme impiegate; ma il vicerèconte Miranda chiamollo a Napoli, ove raddrizzò vie, palazzi, la piazza del Castelnuovo; fece nell’arcivescovado le tombe di Carlo I, Carlo Martello e Clemenza, il palazzo reale, molti altari, principalmente quello della cattedrale d’Amalfi, e il bellissimosottocorpodi San Matteo a Salerno; non di rado sagrificando alla novità la correzione. Suo fratello Giovanni fece ripari al Po, servì di acqua molte ville e città, ne condusse da Bracciano al Fontanone di Roma, e di là, traverso a ponte Sisto, all’altra cascata rimpetto a via Giulia.

Di Gian Lorenzo Bernini napoletano (1598-1680) furono applauditissimi i primi busti, per facilità e gusto stupendo, e l’Apollo e Dafni, sfoggio di difficoltà esente da convenzionale[174]. La sua santa Bibiana, colla santa Cecilia del Maderno, la Susanna del Fiammingo, e il san Bruno di Houtton sono le migliori sculture di quel secolo. Imbaldanzito, credette poter aprirsi una via che non fosse nè l’antica nè la Michelangiolesca; ma sebbene intendesse la bellezza classica fin ad accorgersi che Pasquino apparteneva ai migliori tempi dell’arte; e sebbene insuperabile nel maneggiare lo scalpello, declinò sempre più al manierato, non nobilitò l’espressione, atteggiò smorfiosamente, mirò più al pittoresco e al lezioso: e il suo movimento non essendo d’ispirazione, sibbene riflesso, faceva epigrammi in marmo; scolpiva al modo onde si dipinge, in onta delle leggi dello stile plastico; alle teste imprimeva il carattere dei dipinti contemporanei, e quando vecchissimo rivide i suoi imparaticci, esclamò: — Ben poco progredii nell’arte, se giovinetto trattavo i marmi a questo modo». La sua santa Teresa nella chiesa eretta a Roma dal Maderno per la vittoria di Lépanto, esprime un deliquioisterico, reso più indecente dall’età adulta dell’angelo. Nel mausoleo di Urbano VIII, tutto a gravissimi drappi, a una polposa Giustizia sgarbatamente preme il turgido seno un lattante; la Morte scrive frattanto sul suo libro il nome del pontefice. In quello d’Alessandro VII ricorre la Carità colla poppa compressa, e il globo terracqueo schiacciato da una Verità, indecentemente ignuda; un enorme tappeto casca sopra la sottostante porta, cui la Morte solleva spargendo la clessidra ad annunziare che l’età è compita. Con tali concetti senza nè studio nè purezza nè convenienza, destava meraviglia, e diventava in lui bisogno il destarla; Urbano VIII, prima d’esser papa, gli teneva lo specchio mentre effigiava se stesso nel David; e alla sua esaltazione gli disse: — Voi vi felicitate di veder papa Matteo Barberini; ma più fortunato si crede egli, che il Bernini viva sotto il suo regno».

In architettura con ricca e docile immaginativa e ripieghi inesauribili meritò luogo fra i sommi, sebbene più della vera grandezza affettasse la pompa. Avendo un bel corpo d’acqua in piazza di Spagna, ma senza poterle dar getto, finse labarcaccia, che affondandosi preme sull’acqua, e la fa uscire dagli spilli laterali. Al contrario in piazza Barberini avendone un solo filo ma di getto altissimo, finse un tritone che il soffia dalla conchiglia, più bello perchè senza pretensione d’eleganza. Nella fontana di piazza Navona, benchè senza unità di concetto, è grandioso quell’obelisco, circondato da statue di fiumi; Innocenzo X stette due ore ad ammirarla ancora in lavoro, indi partiva esortando a presto finire e condurvi le acque; quand’ecco d’ogni parte zampillarne abbondantissime, onde il papa esclamò: — Questa sorpresa mi prolunga dieci anni di vita». L’esterno del Noviziato de’ Gesuiti a monte Cavallo è il colmo dello stile pittoresco, su piccolissimospazio, e con cupola ovale di ricchezza estrema.

Anche questo secolo faticò attorno al San Pietro in Vaticano, che, cambiati pontefici, artisti, gusto, mancò di quell’unità che forma il vanto delle opere come della vita, e fu non più l’espressione di Dio e dell’universo da lui riempiuto, ma della grandezza dei pontefici. Il Barozzi da Vignola, succeduto a Michelangelo, rispettò i disegni di questo, benchè capace di migliorarli; Giacomo Della Porta finì di coprirlo; la tazza della cupola fu da Sisto fatta chiudere in due anni, e sotto Clemente VIII dal Fontana fu collocata la lanterna.

Restava la navata: e Paolo V non volendo si profanasse un pezzo di terreno consacrato dalla tradizione, o parendogli non bastare la chiesa alle maggiori solennità, o perchè nessun tempio cristiano pareggiasse in grandezza quel che era primo in dignità, preferì il disegno di Carlo Maderno (1556-1629) stuccatore di Bissone, che, abbandonando il proposito di Michelangelo di far campeggiare la cupola, aggiunse tre arcate, mutandola così a croce da greca in latina, onde, perduta l’armonia delle parti, sembrò più piccolo del vero quell’immenso monumento; alla fronte allargata mancò la severa bellezza del restante edifizio, tacendo anche la scorrezione delle forme e dei particolari: benchè meglio s’acconciasse ai riti, massime colla loggia da cui il papa benediceurbi et orbi.

Più d’ogni altro in San Pietro lavorò il Bernini: pose le statue ai piedritti della cupola, ed eseguì l’altar maggiore alto metri ventinove, cioè quanto il palazzo Farnese, con colonne di undici metri torse, quali già vedeansi nell’altare antico, e una farragine di frangie, festoni, volute. Lo compie la cattedra di san Pietro, mole resa ancor più pesante da farraginosi cartocci, eppure sostenuta con un dito dai quattro giganteschidottori, atteggiati teatralmente: pensiero epigrammatico[175].

Il colonnato della piazza è l’edifizio più magnifico che al mondo s’ergesse per sola bellezza: e il Bernini seppe porlo in armonia coll’immensa mole e col frontispizio bizzarro, disponendo in quadruplice semicircolo ventiquattro pilastri quadrati e cenquaranta colonne per parte, alte tredici metri, sormontate d’un balaustro con censessantadue statue; tutto sì preciso, che chi pongasi ad un fuoco dell’ellissi non vede che una fila sola. Dovendo far la scala, che dal vestibolo mena alla sala regia, senza toccar le pareti, il Bernini trasse dalla difficoltà un motivo bellissimo d’effetto prospettico: nel che lodan pure il Costantino a cavallo in basso rilievo.

Colto, di bei modi, e toccando a lui dare le commissioni, il Bernini diffondeva il mal gusto[176]. Non essendosi mai trovato un disegno dicevole per finire il palazzo del Louvre, Luigi XIV mandò invitare il Bernini, come l’architetto più famoso. Di sessantotto anni egli si mosse, da feste e trionfi accompagnato; Ferdinando Medici gli preparò un’entrata solenne in Firenze, alloggio in palazzo, la propria lettiga sino ai confini d’Italia; non men cortese gli fu il duca di Savoja; in Francia le autorità rendevangli onori uffiziali, e uffiziosii ministri e cortigiani perchè volealo il re. Bernini usava coi principi il genere di adulazione che maggiormente lusinga, quel che s’ammanta di franchezza. Ricevè la regina Maria Cristina in casacca da scarpellino, ed essa toccandola gli diceva, — È più onorevole che la porpora». Avendo essa lodato una sua statua della Verità, egli esclamò: — Siete la prima testa coronata, cui la verità piaccia»; e Cristina: — Ma non tutte le verità sono di marmo». Ritraendo Luigi XIV, proruppe: — Oh miracolo, miracolo! un re sì attivo e francese è stato fermo un’ora!» Un’altra volta andò ad alzargli i capelli sulla fronte, dicendo: — Vostra maestà può mostrar la fronte a tutto il mondo», e subito i cortigiani acconciarono il ciuffoalla bernina. Chiesto dalle dame se fosser più belle le italiane o le francesi, — Belle tutte (egli riprese); ma le italiane sotto la pelle han sangue, le francesi latte».

Il suo disegno pel Louvre, malgrado molti difetti, fu aggradito; si collocò la prima pietra con una gran medaglia d’oro che ne porta la facciata: ma egli non volle passar l’inverno colà, e subito partito, ogni cosa fu mutata o pel troppo spendio, o per emulazione nazionale; certo non fu squisitezza di gusto il preferire il disegno di Claudio Perrault, traduttore di Vitruvio, il quale chiama il Bernini mediocre architetto, ma assai buono scultore[177], mentre noi lo crediamo insigne architetto, pittore e scultore infelice. Riccamente donato, egli tornò a Roma, per la quale sentivasi nato, e seguitò adabbellirla fino agli ottantadue anni, dandosi unico riposo il cambiar lavoro.

Francesco Borromini da Bissone (1559-1667), lavorando da marmorajo in San Pietro, conobbe il Bernini, e postosi ad emularlo, il punzecchiava. L’avesse fatto per ritornar lui e tener sè nella via buona! ma quando mai i censori mordono i difetti veri, e si propongono l’emenda del censurato? Già farneticavasi per gusto di novità, e si confondeva il campo delle arti diverse; or egli toccò gli estremi, rinnegando ogni principio d’ordine, ogni sistema tradizionale, per unicamente regolarsi al capriccio, e far l’opposto di quel che una volta parea buon gusto. Bando alle rette; sol linee ondeggianti e tortuose in ogni senso, e cartocci e risalti d’angoli. Egli credeasi genio creatore sol perchè combinava o trasponeva a stravaganza, d’un accessorio ornamentale formava un sostegno, dava apparenza leggera a ciò che dovea piantar sodo, sostituiva il falso alla realtà; l’architettura riducendo a tarsia, ad arte d’orefice, a decorazione, che pur considerava come il principale caricando di cincigli le costruzioni. Un campanile fece a chiocciola, uno con due lati convessi e due concavi; la voluta jonica ripiegò in senso inverso; San Carlo alle quattro fontane piantò s’una figura indefinibile; bistorse San Giovanni Laterano. A questo Seneca e Marini dell’architettura, decorazioni e pensioni fioccarono; ma vedendosi disapprovato dai buoni artisti e dal Bernini, cadde in umor sì nero che si passò con una spada.

Gli sopravvisse il gusto del difficile senza bellezza, dell’esagerato senza forza, del bizzarro senza novità; poichè supremo carattere della corruzione è il trovare insufficienti i mezzi semplici, con cui s’erano sublimati i maestri. Il barocco, naturalismo difforme e manierismo di pensiero, seguitava a confondere il campo della pittura e della scultura a scapito dell’una e dell’altra,riuscenti monotone per istudio di varietà. Non parvero gli antichi ordini bastare alle nuove fantasie; le colonne s’attorcigliarono, s’avvolsero di viticci di bronzo; in un luogo sembrano spezzate in due, in un altro cascano ma un angelo le sostiene; vi si impostano architravi accartocciati, frontoni rotti e convulsi. Alle chiese nostre ampie ed elevate, volendosi adattare le classiche fronti degli antichi tempj stretti e bassi, convenne porre un ordine sull’altro. Eppure i barocchi han cortili, scale, saloni felici; solida costruzione, talvolta grandiosi insieme, più che nell’armonia di questo delirando nelle particolarità ammanierate, serpentine, repugnanti ai ragionevoli contrasti[178].

Volendosi cacciare statue dappertutto, avvilupparle in nuvole, assiderle sui cornicioni, ergerle sui balaustri, come le censessantadue del colonnato di San Pietro, rannicchiarle ne’ pendenti degli archi come alle Procuratìe di Venezia, non poteasi accurarne l’espressione, e bisognava adagiarsi a facili trovati. Oltre i giganti s’introdussero nani e caricature; angioletti senza affetto sono disposti sui balaustri e sugli altari; o a sostenere un piano su cui sta la Madonna, come nel Rosario de’ Frari; o a portare smorfiosamente simboli, medaglioni, panneggiamenti: si moltiplicano figure simboliche, come sull’altare di sant’Ignazio a Roma l’Eresiacalpestata dalla Religione, l’Empietà dalla Fede; e nel coro di Santa Maddalena de’ Pazzi a Firenze, tutto splendidezze e allegorie: molta parte vi hanno gli scheletri, come in S. Paolino a Firenze dove si svolgono dai drappi funerarj: molta le figure femminee del male. Anzichè il riposo proprio delle statue, cercavasi l’atto istantaneo de’ dipinti; se i Michelangioleschi sdrajavano le statue sui frontoni, or si doveano anche drammatizzare, significando affetto, dolore, meraviglia, estasi e spasimi de’ martiri, invece dell’espressione della speranza. Lo scarpello non potendo raggiungere gli effetti del colorito, supplivasi con compensi triviali: ora il santo parla con un angelo, ora uno cerimoniosamente gli regge un libro o la palma o la mitra e il pastorale, o gli stromenti di passione, non soltanto accennati, ma alla grandezza naturale di ruote, graticole, spade, che non capendo nelle nicchie, ne sportano. Riproduconsi altri motivi triviali, la predica, il sonno che deve credersi estasi, e l’estasi congiunta talora al martirio, come a Genova nel san Sebastiano del Puget, e nel san Bartolomeo del David, che ha il petto mezzo squojato, e un angelo sostiene la pelle staccata. Altrove si fanno statue vestite a colori, come il Maragliano a Genova, e come i presepj, allora di moda. Quest’orgoglio d’arte drammatica pompeggiava nei gruppi, che abbondano ne’ giardini e più ne’ sepolcri.

Alla ben distribuita cappella di Sisto V in Santa Maria Maggiore lavorarono artisti di merito diversissimo e alcuni buoni: nella Paolina, esuberante come tutte le commissioni in cui quel pontefice profuse tesori, Ambrogio Buonvicino milanese volle far inarcare le ciglia con iscorci e sporti e arditezze di meccanica.

Eppure a rimettersi sul buono non avrebbero dovuto che risparmiarsi la ricerca della difficoltà, ed essendosi scoperto in Trastevere il corpo di santa Cecilia, StefanoMaderno, comandato di copiarlo tal quale, ne trasse quell’opera di sì casta delicatezza, che la semplicità rese originale; e dimostra quanto si possa toccar i cuori mediante i contorni soltanto, senza tampoco l’ajuto della fisonomia.

Tra la folla discerniamo Alessandro Algardi bolognese (1583-1654), non servile al Bernini, di cui in Vaticano ammirano l’Attila di cinque massi uniti, alto trentadue e largo diciotto palmi; pittura anzichè scultura, con ogni varietà di rilievo, ravvicinando il vero coll’imitato. Di Camillo Rusconi milanese lodansi i depositi di Gregorio XIII e di Alessandro VIII, ma più i due angeli della cappella di Sant’Ignazio al Gesù. Il Fiammingo (Francesco di Quesnoy) (1594-1646) pochi pari ebbe nel ritrarre la grazia infantile e la pastosità delle carni; e nulla è più vago che quelli ne’ Santi Apostoli di Napoli. La sua Susanna nella Madonna di Loreto al fôro Trajano ha pieghe sobrie e dolce espressione; ma nel sant’Andrea pel Vaticano non isguagliò dalle altre opere di quel tempio, che alcuno paragonò alla reggia d’Eolo pei tanti svolazzi in ogni senso. E a chi ci dice sieno necessarj a quell’ampio vaso, dove la correzione riesce meschinità, noi mostriamo il mausoleo di papa Rezzonico.

Anche la pittura, in mano di artisti facili e materiali, quali il Nebbia, il Ricci, il Circignani e siffatti, in Roma perdeva l’intimo vigore, crescendo l’esterno finimento. Federico Baroccio d’Urbino, manierato ma di buon sentimento nelle rappresentazioni dilicate e nelle mosse affettuose, con molle e calda fusione di colorito somigliante ad Andrea del Sarto, uscì dalle gofferie de’ michelangeleschi. Sì egli, sì l’imitator suo Francesco Vanni si fermarono a soggetti sacri, e col Cigoli, il Pastignani, il Castello ebbero incarico d’un quadro ciascuno pel Vaticano, con ricche rimunerazioni. La Giuditta dell’Allori è delle più insigni ed espressive operedi quel secolo. Bartolomeo Schedoni da Modena sapea meglio che imitare; ma ridotto a miseria dal giuoco morì giovane.

Luigi Caracci bolognese (1554-1619), confrontando i degeneri imitatori coi sommi maestri, credette arte suprema il fondere quanto i varj han di meglio, e cominciò quella scuola eclettica, dove l’artista non superava mai il suo modello, mentre non potea ben imitarne le qualità, derivanti da condizioni di tempo e d’animo. Innamorò dell’arte Agostino ed Annibale suoi cugini, i quali, con un’accuratezza che ai vecchi pareva stento, trionfarono; apersero in casa scuola di nudo, prospettiva, anatomia, con gessi e stampe; Guido, Albani, Domenichino, staccandosi dal Calvart, che fin allora avea tenuto lo scettro in Bologna, passarono nella scuola ove i tre Caracci insegnavano concordi e senza interesse; proponeano storie e premj, non obbligando a questa più che a quella maniera. Essi medesimi variavano stile, facendo una fusione talvolta non isgraziata, ma diretta all’effetto, non all’espressione, supplendo al genio colle rimembranze. Luigi in un quadro solo accostava cinque o sei teste di maestri diversi. Agostino, che scrisse anche le proprie lezioni[179], e incise al modo di Cornelio Cortcon miglior giro di tagli e capelli, inferiore a Raimondo per bellezza di contorni, superiore per stile d’intaglio, prevale come inventore, benchè mai indipendente: la sua Comunione di san Girolamo rimane un capolavoro, come l’Ecce homodi Luigi e il san Rocco di Annibale. Quest’ultimo nel palazzo Farnese risuscitò il paesaggio, il colorire dal vero, il disegno franco insieme e studiato, e il conveniente atteggiare; rileva del Tiziano, e ben coglie le forme plastiche del terreno e degli alberi, con una soave tranquillità, un colorire schietto, disponendo in grandi linee e semplici masse. Ma il miglior paesista di quella scuola, non eccettuato l’Albani, parmi Gianfrancesco Grimaldi detto il Bolognese.

Domenico Zampieri da Bologna (1581-1641), indeciso fra i modelli, scarso di fantasia, pur non sapeva sostenersi colla sola forma senza il pensiero; e avendo il sentimento del bello ingenuo, mesceasi al popolo per apprendere «a delineare gli animi, a colorire la vita»; le passioni che voleva esprimere eccitava in sè ridendo, piangendo, infuriandosi. Querelandolo i Teatini che da tempo non continuasse la cupola di Sant’Andrea alla Valle, rispose: — Eh! la sto dipingendo continuamente dentro di me», perocchè volea prima aver in sè perfetta l’idea del dipinto; postavi poi mano, tanto persisteva da neppur prendere cibo. Ben adattava le fisionomie ai caratteri, badava a rialzare le anime, coronava le composizioni con bellissime glorie: piacevasi di metter a contrasto i patimenti terreni colle gioje celesti, siccome nella Madonna del Rosario. Giambattista Agucchi dilettante il protesse contro i crescenti emuli, e l’introdusse al cardinale Aldobrandini, che gli fece dipingere il Belvedere. Pel cardinale Farnese eseguì a Grottaferrata i miracoli di san Nilo, stupendi di verità. Nella Comunione di san Girolamo superò il Caracci in varietà di gruppi e finezza d’espressione, e riuscì uno dei tre migliori quadridi Roma[180]: ma voglia paragonarsi alla Trasfigurazione di Rafaello che gli sta di faccia, per vedere quanta distanza corra fra il genio dello studio e la riflessione del genio. Nell’ammirata sant’Agnese affrontò il terribile, del quale poi si compiacquero Guido nella Strage degl’innocenti, Guercino nel Martirio di san Pietro, ed altri di quella scuola.

Mentre il Poussin ne diffondeva l’ammirazione in Francia, il Domenichino restava mal conosciuto in Italia; i Caracci, alla cui scienza faceva contrapposto l’ingenuità di lui, gli attraversavano le commissioni, e lo posero in tal diffidenza di se stesso, che più volte fu per gettare il pennello, più volte non s’affidò che sull’orme altrui. Soli cinquanta scudi gli si pagò il san Girolamo[181]; quando poi fu chiesto a dipingere la cupola di San Gennaro a Napoli, assicurandogli cinquanta scudi ogni figura intera, venticinque le mezze, dodici e mezzo le teste, trovò congiurati contro di sè gli artisti di colà, e massime Lanfranco e Ribera, che di veleno il finirono.

Anche il suo amico e concittadino Francesco Albani (1578-1660) gustò il disegnare scelto e sodo; ai soggetti adattava vaghe scene campestri, corrispondenti ai drammi pastoralid’allora per sentimentalità convenzionale: e in generale i suoi accessorj valgono meglio che la parte storica e il colorito; i modelli sceglieva felicemente e nobilitava; ben intendeva l’allegoria: scrisse anche intorno all’arte sua. Invidioso de’ contemporanei, vide declinare la sua fama, e morì dimenticato.

Eccellente fra gli eclettici, Guido Reni bolognese (1575-1642) al limpido colorito e al disegno sovrappose eleganza e nobiltà e fantasia vivace. Ostinato allo studio, fin da mediocrissimi accetta pareri; la bellezza e varietà dei volti studia nella natura non men che nell’antico, nelle stampe del Dürer non men che in Rafaello e Paolo; vagheggia il soave, non isdegna le biacche come i Caracceschi, e non manca di concepimenti originali. Dicono che Albani, nol potendo deprimere, s’applicasse a corromperlo col giuoco, sicchè buttatosi a frettolosa trascuranza, cadde nell’ideale e nel manierato, finchè povero e screditato morì.

Giacomo Cavedone di Sassuolo, esatto nel disegno, tranquillo nelle pose e nell’espressione, vigoroso nel tingere, accorato dalla perdita d’un figlio, morì miserabile. Le ottime disposizioni di Francesco Solimene furono guaste dai maestri, e chiese e Corti per tutta Europa empì d’opere facili, e con forme ignobili, colori esagerati, tocco manierato.

Sempre studiar gli antichi! sempre copiare! La natura sia l’unica maestra; unica arte il copiarla tal qual è. Così parve a Michelangelo Merighi (1569-1609), che da Caravaggio venuto a Roma come muratore, si gittò a pitturare, e indispettito de’ precetti arbitrari e dell’arte goffamente accurata, conculcò anche le buone tradizioni. Pretendeva che il quadro fosse copia fedele della natura: ma tumultuando di passioni che reluttavano a ogni freno, sceglie nature vulgari, situazioni tragiche, avventure notturne, ruine, cenci, cadaveri: maledicendo agli azzurrie ai cinabri de’ manieristi, tinge in nero il suo studio, la luce introducendovi solo da un elevato spiraglio, sicchè i modelli acquistavano ombre vigorose e taglienti; e così al rilievo del modello, usanza dei Michelangioleschi, egli surrogò i contrasti del chiaroscuro, eccesso ad eccesso, da cui neppure si temperava nei quadri da chiesa. Rozzo della persona, dei modi, del vestire, vagabondo, spesso mancante del pane, invido, accattabrighe; per omicidio dovette da Roma ricoverarsi a Napoli, di là a Malta; ove insultato un cavaliere, è messo prigione; salvasi in Sicilia, ma sicarj disposti il feriscono, sicchè rifugge verso Roma. Sbarcato, è preso in iscambio e messo in carcere; poi sciolto, trova già partita la feluca su cui era giunto: onde stizzito va e va lungo al mare fino a Portercole; ma il sol cocente gli dà una febbre, di cui muore a quarant’anni. Quella selvaggia violenza in contrasto colla freddezza eclettica, gli effetti del suo tocco vigoroso, il lumeggiare che dava stacco e quasi vita alle figure, fecero perdonare le scorrezioni, la durezza, la vulgarità; e venne considerato capo d’una scuola naturalista, in opposizione ai Caracceschi. Ma alla natura non conviene accostarsi con orgoglioso disprezzo dell’esperienza, nè interrogarla senza scelta, senz’occhio esercitato, senza la verga magica per cui nell’imitazione si conserva la vita.

Lionello Spada bolognese, fattorino de’ Caracci, s’innamorò della pittura, ma Guido e gli altri lo celiavano, e diceano andasse a scopare; onde fuggì a Roma, ammirò il Caravaggio da cui contrasse lo spirito litigioso, il dipinger risoluto e dietro natura, e il colorito esagerato; decorò il teatro di Parma più bene che fin allora non si fosse veduto, e meglio lavorò nella Madonna di Reggio col moderato e melanconico Tiarini.

Gianfrancesco Barbieri, detto il Guercino da Cento (1590?-1666), prese indirizzo da un quadro di Luigi Caracci, del qualevarieggiò il fosco colorito studiando a Roma sopra i migliori, e dal Caravaggio contrasse il gusto pei gagliardi contrasti di luce ed ombra, e pel caratterizzare vigorosamente la realtà. L’artifizio del rilievo lo fece denominare il mago della pittura; accurò il disegno; e il difetto d’eleganza e nobiltà palliò colla facilità del fecondissimo pennello; alfine cadde in un sentimentalismo svigorito. Uomo pacifico e buon cristiano, perdonava le offese, nel che pure distinguevasi dagli altri artisti.

Perocchè Tiziano lavorava col coltello allato; Giorgione portava la corazza quando dipingesse in pubblico; al Baroccio fu guasta la vita col veleno a Roma, procurandogli cinquantadue anni di continui dolori; il Domenichino fu più volte insidiato, e alfine morto; anche Guido da Napoli dovette fuggire per le minaccie di quegli artisti, che non miglior sorte prepararono al cavaliere d’Arpino; Gessi allievo di Guido osa andarvi a dipingere la cupola di San Gennaro con due allievi, e questi gli sono rapiti sopra una galea, senza che più se ne sappia; il Tempesta fa ammazzare la moglie, onde subisce cinque anni di prigione; Giorgio Gozzale bresciano nel 1605 fu ucciso dal proprio figlio, pittore anch’esso; Agostino Tassi remando sulle galere imparò a dipingere marine, Simone Contarini pesarese, di merito discreto nel colorire e nel disegnare, credevasi sommo e criticava senza riguardo l’Albani e Guido non solo, ma e Giulio Romano e Rafaello, sicchè detestato dovè passar continuo di paese in paese, e si dubitò fosse avvelenato, come fu certo dalla fante la pittrice Elisabetta Sirani. Mattia Preti di Taverna (1613-78), detto il Calabrese, lavorò a Napoli e a Malta con gran prestezza e di primo getto, senza cura d’abbellire il naturale, imitando il Guercino e preferendo soggetti tragici. Entrato cavaliere di Malta, ferisce uno spadaccino protetto dall’imperatore;onde costretto rifuggirsi sulle galee dell’Ordine, quivi ferisce a morte un cavaliere che avevalo motteggiato sulla sua poca nobiltà. Fugge, e dopo gran tempo rimesso in Roma, ove aspirava terminare le pitture lasciate imperfette dal Domenichino, sfida un critico e feritolo gravemente, ricovera a Napoli: e perchè, essendovi la peste, una sentinella gl’impedisce l’entrata, esso la uccide, disarma un’altra; il vicerè lo salva dal carcere, a patto che sulle otto porte della città ne dipinga i patroni. Vecchio, divenne mite, e non lavorava più che pei poveri.

Salvator Rosa d’Arenella (1615-73) da suo padre era distolto dall’arte, che «l’avrebbe condotto all’ospedale»: e in fatti, orfano a diciassette anni con numerosa famiglia e mal avviata, provò tutte le miserie, e dell’alterato sentimento diè prova in quadri aspri e selvaggi, ove non mai calma o sereno, ma scogli, tronchi fulminati, querce nude, aquiloni, torrenti, rovine e streghe, Democrito fra le rovine, Prometeo alla rupe, lo Spettro di Samuele, la congiura di Catilina. Sempre immaginoso, talora in un sol giorno ebbe cominciato e finito un soggetto. Venuto a Roma, il correre attorno ad ammirare i prodigi dell’arte lo ridusse all’orlo del sepolcro; ma come farsi strada tra la folla de’ pittori, che vantavansi originali mentre imitavano o il Caravaggio o i Caracci, lavorando a fretta e furia? Una mascherata in cui, vestito da Orvietano, vendette faceti rimedj alle morali calamità, gli acquista nome, e, più ancora l’ardimento con cui sul teatro deride le farse che in Vaticano facea recitare il Bernini: allora si trovano valorosi anche i suoi quadri, ed esso li moltiplica, guadagna discepoli e denari che profonde. Del nuovo stato viene a far pompa in patria, dove ha a lottare con Giuseppe Ribera, Correnzio Belisario, Giambattista Caracciolo, terribile triumvirato, nemici fra loro maaccordatisi nel proscrivere chiunque desse ombra alla loro mediocrità.

Questo Belisario, natìo greco, da Napoli cacciava a coltellate chi fossevi chiesto di fuori a qualche opera, e ottenne di dipingere la cappella di san Gennaro. Caracciolo seguiva i Bolognesi. Ribera (1586-1656), detto lo Spagnoletto perchè nacque da un soldato spagnuolo a Gallipoli, pretto naturalista, cercava i luccicamenti fino allo sgarbo, ed ebbe non poca efficacia sulla scuola napoletana. Appreso il fasto dal duca d’Ossuna, grandeggiava alla spagnuola; carrozza, livree; sua moglie aveva un bracciere che l’accompagnasse uscendo; un alfiere veterano facea da gentiluomo porgendogli i pennelli, e dopo tre ore alla mattina, due al dopo pranzo l’avvertiva, — Signor cavaliere, si è lavorato abbastanza; resti servito di passeggiare alquanto». La sera ricevea in bellissimo alloggio; ma a quest’orgoglio accompagnava una naturale giovialità, amando scherzare, sebbene facilmente s’offendesse. Bella figliolanza e bellissima la maggiore Maria Rosa; ma nel subuglio di Masaniello, don Giovanni d’Austria se ne invaghì, e trassela in palazzo poi a Palermo; onde l’artista, trafitto negli affetti e nell’orgoglio, si disperò, e fuggito con un solo servo, più non se ne seppe; la fanciulla morì poco poi di crepacuore.

Anche Salvator Rosa credette all’eroismo di Masaniello, onde dovette spatriare. Orgoglioso, non cerca denaro ma fama, «fra modesti desìi dipingendo per gloria e poetando per giuoco»: sparla arditamente degli altri artisti, che perciò gli suscitano guaj. Sapea poco di lettere, ma l’amicizia di Antonio Abati, povero e lepido poeta, l’invogliò a comporre satire biliose, declamatorie, neglette e originali come il tocco del suo pennello. Non confondiamo le stranezze coll’originalità, nè col genio che finisce lo schizzare dell’improvvisatore.Ben rammenteremo come egli rinfacci i soggetti osceni, le nudità invereconde, i modelli profani adoprati fin a dipingere santi[182]. Il quadro della Fortuna che prodiga i favori, e la satira della Babilonia l’obbligarono a ritirarsi da Roma a Firenze. Quando tornò a Roma, la società degliAmici delle articollocò i suoi quadri fra gli antichi, onde negli ultimi anni assaporò la gloria e la ricchezza.

Le grandi volte di chiese e di sale, genere ignoto agli antichi, offriano campo all’originalità. Giovanni Lanfranco di Parma, spontaneo e robusto, non dotto e riflessivo nè elevato, ai santi e alle madonne nulla infonde di celeste fuorchè l’aureola; ma trascurando certe estreme diligenze, acquista aria larga, fa vivi contrasti; improvvisa farraginosi dipinti, e diviene modello del dipingere in lontananza. Cotestimacchinistischizzavano con fuoco giganteschi dipinti che il vulgo ammira: ciascuno formava una scuola; ma n’uscivano settarj non pittori, che buttavano giù più facilmente, quanto meno cose aveano ad esprimere.

Poco disegno, poco colore, poco condotta ebbe Pietro Berrettini da Cortona, ma molta abilità meccanica, sperienzadel sotto insù, artifizio nella gradazione delle tinte; e si possono dire belle la Conversione di san Paolo e le volte del palazzo Barberini a Roma e dei Pitti a Firenze. Più che al concetto badando alla disposizione e ai contrasti di gruppi con gruppi, di parti con parti, dalla facilità degenerò in negligenza, dal gustoso nell’affettato, insegnò ad introdurre figure oziose, ed atteggiarle smorfiosamente.

Luca Giordano da Napoli fu soprannominato Fapresto per la celerità con cui finì la galleria Riccardi a Firenze, l’Escuriale e infiniti altri lavori: contraffece la maniera dei varj maestri, e le grandi facoltà riducendo a sciagurata abilità di mano, nocque all’arte come i giornalisti alla letteratura.

Come un giornalista, fu debole pittore ma largo di precetti il cavaliere d’Arpino, che scandolezzato degli ardimenti, proclamò l’idealismo, e coll’affettata ricerca del bello convenzionale, alle scuole degli eclettici e dei naturalisti unì quella dei manieristi; vulgari tutte, come qualunque non vede se non cogli occhi del corpo; eppure onorate d’artisti degni di stare coi sommi.

Carlo Maratta anconitano parve emulare Rafaello per alcune composizioni devote, che gli acquistarono il titolo di Carlo delle Madonne; mentre ha posto fra i gran corruttori, insieme col fratello e colla figlia Faustina poetessa. Luigi Cardi da Cigoli, voltosi al Correggio, un dotto disegno accoppiò a colorito più vivo, benchè gli manchi il contrapposto di tinte e il grazioso scortar del maestro. Poeta, sonatore, accademico della Crusca, anatomico, pittore, scultore, stampò un trattato di prospettiva pratica; dispose in Firenze le decorazioni pel matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV, e disegnò il piedestallo per la statua di questo a Parigi; in Firenze il cortile degli Strozzi, e principalmente il palazzo Rinuccini, e in Roma il sovraccarico palazzo Madama.Molti Fiorentini il seguirono, massime Cristoforo Allori, che poco fece ma insignemente. Carlin Dolce s’ingegna esprimere gli affetti pietosi, accordandovi anche il colorito, niente sfarzoso, ma non abbastanza armonico; altrettanto finisce un Cristo quanto un ubriaco e dalla delicatezza degenera in sentimentalità.

Il Sassoferrato (Giambattista Salvi), di scarso vigore ma amabile concetto, disegna correttamente, armonizza il colore, benchè penda al roseo; graziosissimo nel paesaggio e più nelle madonne. Benedetto Luti, nato poveramente, educatosi da sè, acquistò disegno, armonia e buona intelligenza di colorito; ma inesperto agl’intrighi, fu posposto a gente che nol valeva a gran pezza. Matteo Rosselli s’accosta al Domenichino, studia il naturale, sparge una quiete quale l’avea nell’anima; i suoi freschi si direbbero di jeri. Di Bernardino Beccatelli, detto il Poccetti, ne’ freschi della certosa di Firenze, e nella morte di san Bruno si trovano verità, sentimento, calore. Lorenzo Lippi avea per massima di scrivere come parlava e dipingere come vedeva; proposito che nol salvò da metodici artifizj, massime nel piegare.

Nella scultura Giovan Gonelli, detto il Cieco da Gambassi, perduta la vista, continuò a lavorare. In Toscana i Feggini, migliori degli altri, sono cattivi; alquanto men depravato Innocenzo Spinazzi, eseguì la Fede velata in Santa Maria Maddalena, e la statua sul sepolcro di Machiavelli. Cosimo Lotti, architetto bizzarro, fece le figure nobili a Pratolino, giuochi d’acqua nella villa di Castello, altri balocchi pei figliolini di Cosmo II; a Madrid una testa colossale, che spalancava la bocca, aggrottava la fronte, stralunava gli occhi; e macchine da teatro per speditamente cambiar decorazioni. Buontalenti Bernardo fu nominato dalla Girandola per avere perfezionato i giuochi d’artifizio, che recò anche in Ispagna; inventò il cannone scacciadiavoli, la granata e il conservaril ghiaccio in estate. Giovan Boccapani, ingegnere militare dell’imperatore, in Firenze eseguì la villa imperiale e il convento di Santa Teresa, e vi professò matematica, applicandola anche alla prospettiva, all’architettura, alla meccanica. Ivi il Nigetti, sopra un pensiero di don Giovanni d’Austria, disegnò la cappella dei principi in San Lorenzo, e lavorò alle pietre dure. Anche Alfonso Parigi, dopo servito d’ingegnere in Germania, rassettò il palazzo Pitti che strapiombava. Più lavori vi fece Gherardo Silvani in novantasei anni di vita, e palazzi che sono de’ migliori di Firenze.

Paolo Guidotti Lucchese, conservatore del Campidoglio, oltre pittura e scultura, studiò matematica, astrologia, giurisprudenza, musica; per amore dell’anatomia frugava i cimiteri; fece unaGerusalemme distrutta, le cui ottave finivano colla parola stessa del Tasso: cimento pari a quel del volare, ch’egli tentò in patria, e donde riportò una gamba fiaccata.

Il gusto dell’insolito e del manierato trasportò in Napoli Cosimo Fansaga bergamasco, che vi fece moltissime chiese e facciate, la bella fontana Medina, il traricco altare della Nunziata, la cappella di san Gennaro con un profluvio di statue, di colonne, d’allusioni, e la splendida certosa di san Martino. Parendo grettezza la semplicità degli obelischi antichi, e’ li straricchì di trofei, come balocchi di zuccaro. Il supremo della difficoltà e delle bizzarrie può ammirarsi a Napoli nella cappella della Pietà de’ Sangri in San Severo. Un Cristo morto, opera del Sanmartino, coperto d’un lenzuolo da cui traspare la figura, e cogli stromenti della passione gettati alla rinfusa, eppur tutto d’un pezzo; non potrebbe censurarsi: e buona è pure la statua di Giovanna di Sangro. Ma ecco il Disinganno ravviluppato in una rete di cui tutte le maglie sono staccate, opera del Guccirolo; ecco l’Educazione del Queiroli, la Pudicizia del venezianoCorradini, che traspare ignuda da un velo; ecco le figure sull’altar maggiore del Celebrano, e gli angeli di Paolo Persico. Massimo Stanzioni napoletano ha sentimento elevato e semplice bellezza. Lodovico del Duca siciliano fuse la statua di Massimiliano I imperatore per l’insigne mausoleo erettogli a Innspruck.

I Campi cremonesi empirono di lavori eclettici la Lombardia. Giulio e Bernardino, per disegno e tingere lodevoli, abborracciavano talvolta, come sempre Antonio e Vincenzo. In San Sigismondo (il Panteon di Cremona) Bernardino con effetto stupendo distribuì santi innumerevoli, nè però confusi. Tra’ suoi scolari, lavoratori di pratica, Giambattista Trotti, detto il Malosso, colorisce estremamente chiaro, e disegna gajo; Pamfilo Nuvolone è più solido e men vago; la Sofonisba Anguissola conta fra’ migliori ritrattisti.

Ercole Procaccini portò il far bolognese a Parma, con poca prospettiva, debole disegno, facile colore. Suo figlio Camillo molto lavorò nel Milanese con una facilità e naturalezza che piace a prima vista; e meglio in San Procolo di Reggio il Giudizio a fresco, e il san Rocco, che facea sgomento ad Annibale Caracci, invitato a farne il riscontro. Suo fratello Giulio Cesare unì allo studio de’ Caracci quel del Correggio. Carlantonio si voltò al paesaggio e a fiori e frutti. Ercole, figlio di Camillo, deteriorò il gusto de’ molti suoi allievi. Il Salmeggia ormò Leonardo e Rafaello, traendone pennello morbido, grazia di mosse e di espressione, contorni puri ne’ quadri che accurò, come due in Santa Grata a Bergamo, e due nella Passione di Milano.

A Milano era perita l’antica scuola del Luini e di Gaudenzio, sicchè i due cardinali Borromei, volendo colle arti crescere decoro al culto, dovettero invitare forestieri. Studiarono fuori il Morazzone (Pier Francesco Mazzucchelli), buon coloritore; e Giovanni Crespi daCerano, che fu pure architetto, plastico, letterato. Daniele Crespi, studioso de’ Veneziani e degli Spagnuoli, ritrasse con verità, componeva con immaginazione e con energia da naturalista; e non è abbastanza conosciuto da chi non vide la sua storia di san Brunone alla certosa di Garignano.

Al duomo di Milano si lavorò scarso e male, e già lodammo valentissimi architetti di quell’età (tom.X, pag. 77 e 102). Dappoi vennero di moda il Bianchi, che piantò San Francesco di Paola in figura di violoncello, e il Croce che il Foppone disegnò in quattro segmenti di croce grandi e quattro piccoli. Martino Lunghi tagliapietre di Vigiù, a Roma divenuto architetto, aggiunse al Quirinale la torre dei Venti, fece molte chiese. La sua famiglia continuò in quest’arte; Onorio fece il grandioso San Carlo al Corso e altri lavori nello stile d’allora; Martino suo figlio lavorò con capriccio più che con arte, e vantasi la bella scala del palazzo Ruspoli. Uomo strano e bestiale, pur lasciavasi battere da sua madre, solo dicendo: — Mamma mia, mi faceste sano, ed or mi vorreste storpiare?» Di Santino Solari comasco è il duomo di Salisburgo, una delle più semplici imitazioni di San Pietro.

A Genova la scuola fondata da Perin del Vaga progredì, e i Calvi fecero buone facciate, e storie meno lontane dal costume che non quelle de’ Veneziani. Andrea e Ottavio Semini si attennero a Rafaello. Dugenventi pittori liguri sono noverati nelle scarmigliate biografie di Rafaele Soprani, ma il solo ricordevole è Luca Cambiaso, fecondo d’immagini, ingegnoso negli spedienti; fece le loggie del palazzo Imperiali che vanno tra le più belle: dipinse anche all’Escuriale. Emulo eppure amicissimo ebbe Giambattista Castello, detto il Bergamasco. Giambattista Paggi, nobile e letterato, fuoruscì per omicidio, sinchè cresciuto in fama di pittorefra gli stranieri, fu revocato, e lavorò in competenza di Rubens e Van Dyck. Perocchè i patrizj genovesi chiamarono i migliori artisti, e dalla cieca Sofonisba vi riceveano lezioni i Procaccini, il Roncalli, il Gentileschi, il pisano Lomi, il fiorentino Balli, l’urbinate Antoniano, il Salimbeni, il Sorri, il Dassi, il Vouet, i fiamminghi Rosa, Legi, Wael, Malò, il tedesco Waals ed altri, che vi lasciarono opere. Sopra esempj sì variati potè formarsi la gioventù; e perchè nella ricerca del colorito non negligessero il disegno, il Paggi stampò laDefinizione ossia divisione della pittura(1607). Famosa galleria aveva radunata Vincenzo Giustiniani, che fu pubblicata a Roma il 1640 con cinquecenventidue tavole, intagliate da’ migliori.

Giovanni Carlone, disegnatore accurato, frescò nitido ed ilare: e più grandioso e diligente suo fratello Giambattista, alla Nunziata del Guastato e alla cappella in palazzo, con teste vivaci, figure rilevate, color vigoroso. Nè valse meno all’olio; e in ambi i generi continuò senza decadenza fino agli ottantasei anni. Bernardo Strozzi cappuccino coprì i palazzi genovesi di affreschi bene immaginati; nelle tele è armonico insieme e vigoroso, benchè volgare nel disegno e ne’ visi di angeli e madonne. Tacendo i molti ritrattisti, nel paesaggio valsero Antonio Travi detto il Sordo di Sestri, e Sinibaldo Scorza di Voltaggio che direbbesi fiammingo: Gian Benedetto Castiglione per animali non cede che al Bassano. La peste del 1657, che parve colpire di preferenza gli artisti, dissipò quella scuola, che poi si ricompose imitando il Moretto; e v’ebbero qualche nome Andrea Carloni, Pellegrino Piola, il Banchero di Sestri, il Parodi scultore e architetto di variati stili, e del quale si ammira il salotto Negroni.

Il Moncalvo (Guglielmo Caccia di Montabone) è il solo piemontese che meriti essere nominato per le cappelledel sacro monte di Crea, la cupola di San Paolo a Novara, e le storie ne’ Conventuali di Moncalvo. Torino, occupato nell’armi, poco curavasi d’arti; sebbene al 1652 fondasse una società di San Luca, furono chiesti piuttosto di fuori quei che ornarono i palazzi reali, come Giovanni Miel d’Anversa, Daniele Leiter viennese, Carlo Delfino francese, e il Banier, e il Vanloo. Guarino Guarini teatino modenese, malgrado che avesse letto i migliori e conoscesse filosofia e fisica, empì di cattive opere Torino, quali San Lorenzo dei Teatini, il palazzo Carignano, la cappella della S. Sindone tutta di marmo nero e a forme grandiose, che fa ammirarsi per le difficoltà statiche e stereotomiche da lui vinte onde alzar quella cupola a zone esagone in forma di stelle, disposte in modo da riuscire tutta a trafori, e chiusa in cima da una stella pur traforata, traverso alla quale vedesi un’altra volta. Le contorsioni, il forzato nelle piante, negli alzati, negli ornamenti, le finestre ovali, le colonne torse, i frontoni spezzati, i bizzarri sopraccaricamenti all’ordine dorico non gli tolsero d’essere cercato oltremonti e oltremare. Gli tiene la lancia alle reni il gesuita Andrea Pozzo trentino, che disegnò l’altare di sant’Ignazio nel Gesù di Roma, e del Gonzaga in Sant’Ignazio, portenti di ricchezza e di mal gusto. NellaProspettiva dei pittoried architetti diede regole ed esempj che sono il preciso opposto di quel che deve fare chi vuol far bene. Egli stesso eseguì molte finte cupole, e nella tribuna di Frascati fece apparire convessi tutti i membri architettonici sopra superficie concava.

Di tali artifizj si abusò stranamente, massime nelle volte, ove si doveano vedere di sott’in su uomini, case, piante; e la quadratura sopraccaricò le architetture di fogliami, vasi, gemme, grotteschi, mostruosità. Girolamo Curti Dentone avea studiato il rilievo in modo chesi credette ajutasse con stucchi le sue cornici; tratteggiò d’oro i lavori a fresco. Michelangelo Colonna sapeva adattarsi allo stile de’ pittori con cui lavorava. Giacomo Torelli da Fano a Venezia inventò un congegno per mutar di tratto le scene, alzò a Parigi il teatro del piccolo Borbone, e giovò alle rappresentazioni di Corneille; in patria eresse un teatro che passò pel migliore, tanto che bruciatosi quello di Vienna nel 1699, l’imperatore ordinò si fabbricasse su quel modello. Ferdinando, Francesco e Antonio Galli da Bibiena erano chiamati a gara per ordinare feste, dipingere scene e decorazioni.

Fra i Veneziani, Jacobo Palma il giovane guastava l’ottima sua attitudine col credere fosse merito il far presto; Girolamo Forabosco fu terribile ritrattista. Carlo Ridolfi si tenne a’ buoni metodi, e scrisse anche le vite dei pittori di quella scuola. Dario Varotari in Sant’Egidio di Padova mostrasi studioso de’ trecentisti. Suo figlio Alessandro detto il Padovanino scorta con poca intelligenza, e la gentilezza riduce a convenzione. Sebastiano Ricci di Belluno de’ tanti quadri veduti in molti paesi contraffaceva lo stile con facilità. Migliore a fresco. Marco suo nipote e scolaro attese al paesaggio con una fedeltà inusata, e lasciò le migliori opere in Inghilterra.

A Venezia toccò la sua parte delle mostruosità scultorie, massime ne’ mausolei. In San Giovanni e Paolo una donna, guardandosi nello specchio, deve vedere uno scheletro che sostiene un cartello lacero e accartocciato, portante l’epitafio: altrove il cartello è portato da un’aquila: nel monumento Mocenigo da due morti nere: nel Valier un immenso manto aggettato rinvolge tre statue lussureggiamente drappeggiate dal Barrata. In San Pier di Castello la cappella Vendramin è manieratissima, tutta a virtù e vizj, e una figura che fa capolino dal sepolcro. Nel mausoleo Pesaro ai Frari, fannoda Atlante al cornicione quattro mori, da’ cui laceri panni traspajono le nere carni: vi sono virtù e vizj, e scheletri che recano epigrafi, e due camelli che sostengono un trono, e angeli e festoni, e putti in bassorilievo, scorrettissime fantasie del Longhena, e buona scoltura del Bartel: fino l’iscrizione è stileggiata colla medesima vanità.

Camillo Mazza bolognese fece bella prova nella vita di san Domenico a San Giovanni e Paolo, bassorilievi di bronzo: altri in marmi con poco gusto, ma stupenda condotta nella cappella del Rosario, dianzi consunta dal fuoco. La architettò il Vittoria; fece l’altare e alcune statue il genovese Campagna; vi dipinsero il Tintoretto, Jacopo Palma, Francesco Bassano, Andrea Vicentino, Paolo Fiammingo, Leonardo Corona; intagliò i legni l’inarrivabile Brustolon. Alessandro Vittoria trentino, abilissimo nello stucco, è nobile e pastoso nell’esecuzione, fecondo nelle invenzioni, manierato nel disegno: al vantato suo san Gerolamo che si contorce ignobilmente per isfoggio d’anatomia, preferisco il san Sebastiano in San Salvadore, e il proprio sepolcro in San Zaccaria, dove alludendo ai molti ritratti fu scritto:Qui vivens vivos duxit de marmore vultus. Altro tipo del barocco v’è la chiesa dei Gesuiti, che si figura tappezzata, e sul pergamo gettato un gran tappeto, tutto marmo: sull’altare la Trinità s’asside sopra un mappamondo sostenuto da angeli che s’appoggiano sopra nuvole. Le facciate degli Scalzi, di San Moisè, del Ricovero, di Santa Maria Zobenigo sono compassionevoli di rilievi ed ombre. La Salute, eretta da Baldassarre Longhena per voto nella peste del 1630, ne’ cui fondamenti affondaronsi 1,156,657 travi, dentro è ammirata, fuori di bizzarra strabbondanza, pure grandiosa e in armonia cogli edifizj circostanti, e con un insieme di tal effetto, che fa perdonare le irragionevolezze. Nell’altaretutto marmi, il tabernacolo è sorretto da angeli in positure variate, e sopra di esso Maria in gloria, a sinistra della quale una matrona figurante Venezia che la prega di salute, mentre a destra una schifosa vecchia, simboleggiante la peste, fugge, sporgendosi dalla base nuvolosa, insultata da un angioletto: due santi d’assai maggior dimensione, eretti sulla predella dell’altare, guardano a questa scena. Del Longhena sono pure il palazzo Rezzonico in grandiose proporzioni, e il Pésaro, uno de’ più suntuosi d’Italia. Giuseppe Benoni trentino, che come architetto della repubblica attese ad arginar le lagune, su spazio angustissimo fece la dogana di mare, di mal gusto, ma vistosa e pittoresca.

Verona nel 1718 fabbricò la fiera in Campo Marzio con ducensettanta botteghe, di disegno migliore che l’esecuzione. Il Ligozzi veronese, non inferiore a nessuno de’ naturalisti pel colorire, e meglio corretto, supera forse tutti i frescanti d’allora nel chiostro d’Ognissanti a Firenze.

Nell’incisione, molto progredita al di fuori, poco si fece da noi, e quasi da soli pittori. Distingueremo Francesco Villamena di Assisi; Giambattista Vanni, che all’acquaforte conservò molte opere del Correggio; Stefano della Bella fiorentino, condiscepolo del Callot, col quale eseguì molte vignette per libri; Giambattista Falda di Valduggia che fece le principali vedute di Roma. Giacomo Lauro dopo un lavoro di venticinque anni pubblicòAntiquæ urbis splendor(1612), che sono i monumenti della gran città, mediocri come arte, e con spiegazione in tre lingue. Pietro Sante Bartoli romano incise con sapore e grazia monumenti antichi, conservandone molti che di poi perirono; benchè li riduca a carattere troppo uniforme. In pietre dure incisero Cosimo Sirles fiorentino, Carlo Costanzi napoletano, Francesco Chingi senese, di cui lodatissima una Venere in amatista dicentottantuna libbra di peso. Massimiliano Soldati scultore fiorentino fece la storia metallica della regina Cristina in venti medaglie che doveano essere cento, altre per Luigi XIV, i magnifici candelabri di bronzo dorato nella Nunziata di Firenze, un ostensorio per San Lorenzo.

Il ferrarese Antonio Contri inventò di trasportare le pitture dai muri su tela. Jacopo Strada di Mantova, che scrisse d’antiquaria e applicò le medaglie alla storia, fu il primo a trafficar in grande di capi d’arte; comprò i portafogli del Serlio a Lione, a Roma quei di Perin del Vaga, tra cui n’avea di Rafaello; a Mantova i cartoni di Giulio Romano, e li rivendette a gran vantaggio in Germania.

Il mal gusto diffondeasi nel resto d’Europa, mercè dei nostri chiamati fuori, e delle accademie dai forestieri istituite a Roma per allevare i giovani. A Madrid il Sacchetti di Torino eresse il palazzo di Filippo V; Juvara messinese quel della Grazia; Bonavia lombardo quello d’Aranjuez. Rodrigo Velasquez di Siviglia, venuto in Italia col generale Ambrogio Spinola, guarda tutto, copia molto benchè già illustre in patria; fa stupire Roma coi ritratti, e commette un quadro a ciascun dei dodici pittori che allora tenevano il primato; i quali portati in Ispagna con altri e con modelli, fregiarono i regj palazzi. Il maggiore architetto inglese Jones avea studiato in Italia pittura, e si propose di imitare Palladio: Wren non seppe scegliere miglior modello che il San Pietro per edificare San Paolo di Londra. Su Michelangelo e sui Caracci fermaronsi gli architetti e pittori francesi: il Mazarino, come procacciavasi carrozze fatte a Roma, stipi fiorentini intarsiati d’avorio e di pietre, damaschi rossi di Milano, specchi di Venezia, biancheria e merletti di Genova, e scene, vestiarj, teatranti pe’ suoi splendidi banchetti, così traevadi qui artisti, come il pittore Grimaldi e il Romanelli che fece a Parigi la famosa volta. Nicola Poussin, amico del Marini e de’ nostri migliori, visse quasi sempre a Roma, e in mezzo a quegli sragionamenti meritò essere intitolato il filosofo della pittura. Il Callot si aggregò a una banda di zingari per vedere l’Italia. Anche Claudio di Lorena, venuto a Roma fanciullo, e quivi o a Napoli educato, poveretto da prima e servo del pittore Tassi, s’invaghì del paesaggio, scorreva le campagne osservando senza parlare nè disegnare, e riuscì il maggior paesista, con potenza serena e calma incantando senza esagerazione nè maniera. Di questa invece è tutto infetto Mignard, che imitò i Caracci e Pier da Cortona. Puget, che dissero il Michelangelo francese, lasciò molte opere a Genova. Altri francesi porsero saggio di tribune e stranezze nella cappella di Sant’Ignazio al Gesù di Roma. Luigi XIV, o piuttosto il ministro Colbert, consigliato da Perrault traduttore di Vitruvio, manda a Roma Desgodetz lautamente provvisto per copiarvi i migliori edifizj; i quali poi, incisi da Lepautre che avea studiato sui nostri cinquecentisti, vennero pubblicati con isplendida eleganza.

Non mancò chi scrisse delle arti, piantando anche sistemi falsi e teoriche deliranti. Il Bibiena diede unCorso d’architettura civilee laDirezione ai giovani studenti. Il gesuita Francesco Eschinardi romano, autore d’unaArchitettura civilee d’unamilitare, espose molti proprj esperimenti e dissertazioni sull’urto, sulle comete, e sul taglio dell’istmo di Suez, la cui difficoltà riponeva non nella supposta diversità di livello fra i due mari, ma nelle sabbie accumulantisi. Teofilo Gallacini senese (1564-1641), medico poi matematico, scrisse degli errori degli architetti, importante lavoro rimasto inedito come le altre opere sue, finchè nel 1767 fu stampato a Venezia; esame di sicuro gusto. GianpaoloBaglioni continuò inettamente il Vasari; Gian Pietro Bellori approva gli antichi, e ne trae gusto migliore; Filippo Baldinucci, la storia dell’arte divise in secoli e questi in decennali, sminuzzamento vizioso, come quello in iscuole, generalmente adottato; supplì alle molte omissioni del Vasari, e nelVocabolario del disegnofa troppo scorgere di non essere artista. Delle varie scuole si hanno storici parziali, Carlo Ridolfi della veneta, Vedriani della modenese, Soprani della genovese, Bongiovanni della napoletana, Passeri dei lavori in Roma; e tutti esaltano i contemporanei per modo che di tutti que’ mediocri ci restano memorie, mentre perirono quelle degl’insigni del medioevo. Cesare Malvasia nellaFélsina pittriceimpugna accannitamente il Vasari; ma essendo trascorso a nominar Rafaello ilboccalajo d’Urbino, per quanto se ne pentisse e cancellasse tutte le copie, gli si levò addosso un rumore che non è ancor cessato.


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