CAPITOLO CLVII.Letteratura.
Le cause medesime produceano il medesimo degradamento nella letteratura, toltasi anch’essa dall’azione quando non più la vita pubblica batteva sulla selce del genio per trarne faville, la lenta compressione riduceva a studj esanimi, cui unico merito era la manualità; abbandonando lo spontaneo, si cercò o una svigorita imitazione degli antichi, o novità anfanate, sagrificando il bello all’enfatico, l’elegante al pomposo, il vero alla ricerca dell’effetto, a colpi di forza dove l’inanità dell’internocontrasta colla pretensiva esteriorità. Nessun più sa tenere la penna di Machiavelli, non tesser periodi rotondi e corretti come il Casa, non ischerzar leggero e arguto come il Firenzuola o il Berni, non tessere strofe colla lucida agevolezza dell’Ariosto, non descrizioni ampie ed evidenti come Guicciardini: ai tipi d’eleganza surrogansi tipi di mal gusto; l’amore uccide la tenerezza cogli epigrammi; l’ispirazione si manifesta con contorsioni da ossesso. Eppure il Seicento può mostrare bei nomi, fantasie più originali, sentimenti più individuali e patriotici che l’età precedente: or perchè ricordando gli sciagurati che si sfrenarono al mal gusto oblieremo quelli che seppero traversarlo senza contaminarsene?
Celio Magno (-1602), segretario del consiglio de’ Dieci e da alcuni chiamato il maggior petrarchesco, celebrò le vittorie de’ Veneziani sui Turchi, e volea stendere sei canzoni su ciascuna di queste parole,Deus pro nobis natus mortuus resurrexit rediturus. Fatta la prima, la lesse a una brigata di Milanesi, i quali la trovarono stupenda, e ne scrissero dissertazioni e lodi, col cui corredo si stampò nel 1597 quella «divina canzone, che si lascia di gran lunga addietro quante canzoni sono state mai scritte in questo proposito»: e veramente è delle migliori ed ultime produzioni del Cinquecento[183].
Vanto più durevole ottenne Torquato Tasso bergamasco (1544-95), nato a Sorrento da Bernardo, che conoscemmo gentiluomo e poeta (t.X, pag. 189). Dai primi anni ne attinse amore dei versi e subordinazione di cortigiano; e per quanto quegli il distornasse da una via che avea trovata irta di triboli, egli si prefisse di riuscire poeta.Che natura non ve lo spingesse prepotentemente il mostrò coll’andare tentando diversi generi, senza in uno acchetarsi, come chi opera non tanto pel bisogno di creare, quanto per riflessione sulle opere altrui; egli lirico, egli tragico, egli romanzesco, egli epico, egli cavalleresco, egli sacro e descrittivo.
A diciott’anni mentr’era ancora studente, sull’orme paterne compose ilRinaldo, e si scusa di non cominciar ogni canto col prologo, di conservare unità d’azione anzichè interrompere il filo. A tali discolpe era ridotto! e davvero la gemebonda melanconia che già vi spira, dovea rimoverlo dalle ebbrezze di moda, e dai gavazzieri poemi cavallereschi: ma nobilmente invidiando alla gloria dell’Omero ferrarese, lo osservò soltanto dal suo debole; e poichè troppo era lontano da tanta ricchezza e padronanza di stile e di poesia, sperò poterlo superare mediante la regolarità che a quello mancava. Di Dante non parla Torquato che tardi[184], e ammirando il portoghese Camoens, prefisse di scegliere, come esso, un argomento moderno, e modellarlo sul tipo virgiliano. Che se Camoens avea cantato le glorie della sua nazione, egli, dopo molto ondeggiare, prescelse l’impresacomune della cristianità, la prima, anzi l’unica dove tutta Europa si unisse a combattere «d’Asia e di Libia il popol misto», per proteggere la severa civiltà della croce contro la voluttuosa barbarie dell’islam, per decidere se l’umanità dovea retrocedere fino alla schiavitù, al despotismo, alla poligamia, o lanciarsi all’eguaglianza ed al progresso. Quanta poesia sgorgava dalla descrizione della prima crociata! quante reminiscenze classiche e quante devote! quanto pittoresco ne’ costumi radunati di tutta Europa! quanta forza e varietà in que’ baroni, ciascun de’ quali formava storia da sè, e com’era re nel proprio castello, così operava indipendente e risoluto e non per cenno di principe, in un’impresa ove ciascuno volea mettere tutti i mezzi e il valor proprio, ma senza sottoporlo a comandi altrui. E quell’impresa, che riusciva a un fine più grandioso, ma diverso dal preveduto, non avea perduto opportunità ai giorni del Tasso, quando ancora i Turchi minacciavano, e contro questi la Chiesa pregava ogni giorno[185].
Un tale soggetto baleni ad un’intelligenza poetica, e ne sentirà l’impareggiabile elevatezza: eppure Torquato esitò fra questo ed altri di troppo inferiore dignità; e il suo peritarsi fra la prima e la seconda crociatasarebbe inesplicabile, se non si riflettesse che, secondo il modulo virgiliano, credeva necessaria l’unità del protagonista. Alla seconda crociata armaronsi i re, nessuno alla prima: onde il Tasso dovette falsarla essenzialmente, attribuendovi ciò che più le repugnava, vale a dire un capo a cui tutte le volontà si sottomettessero nell’intento di «liberare il gran sepolcro e ridurre gli erranti compagni sotto i santi segni». Com’è pio Enea, così pio dev’essere Goffredo; nè soltanto virtuoso come gli eroi di Bernardo Tasso, ma anche religioso. Gli amori formano il viluppo dell’Eneide, e così devono esser qui; e dopo che nei primi due canti ci spiegò innanzi la maestosa marcia di tutta Europa e le opposizioni preparate dall’Asia e dall’Africa, eccolo impicciolirsi nel rinterzato romanzo di Tancredi amato da Erminia e amante di Clorinda, e di Rinaldo vagheggiante Armida. Un «concilio degli Dei d’Averno» si risolve in mandare una fanciulla a sedurre qualche cavaliero. Un incanto della foresta che somministra il legname sospende l’impresa, finchè traverso all’Atlantico due messaggeri, non contraddistinti che dal nome, vanno a svellere dalla voluttà Rinaldo affinchè giunga di sì lontano a recidere una pianta. Allora tutto si ravvia prosperamente; Gerusalemme è presa; è sciolto il voto alla tomba di Cristo: ma la conciliazione d’Armida con Rinaldo è solo lasciata indovinare, è incerta la sorte d’Erminia.
Questi amori, che riempiono due terzi del poema, atteggiano a mollezza un’impresa tutta vigoria; e quella regolarità la riduce simile a tante spedizioni, a tanti assedj, che la storia ricanta. Nulla intendendo dell’età feudale, il Tasso fallisce ad ogni convenienza di persone e di età; nè vigoroso quanto bastasse per uscire di sè, trasformarsi negli eroi che descrive, sentire com’essi, come i loro tempi, al soprannaturale del pensierosurroga quel dell’immaginazione; alle stregherie de’ suoi tempi toglie a prestanza un meraviglioso vulgare, mentre i Crociati nella loro concitazione vedeano Dio e santi dappertutto, e apparimenti di angeli nei fenomeni della natura; tutto riduce ad ordine, perchè ordine era la sua mente; a ragione in luogo di fantasia; a calcoli invece d’entusiasmo. Il soggetto lo porta a situazioni confacenti col suo sentire? allora il Tasso è veramente artista, come negli episodj d’Olindo e Sofronia, d’Erminia, d’Armida, tanto ben trovati quanto fuor di luogo; nè la poesia di verun paese ha situazione meglio immaginata che la morte di Clorinda.
Ma prima d’ordire il suo poema, il Tasso avea scritto iDiscorsi sull’epopea, studiato Aristotele, analizzati Omero e Virgilio; ogni poetica che uscisse, egli volea vederla, e forse furono queste che tanto gli tardarono di sentire il bisogno d’un senso profondo[186]: allora al difetto cercò supplire con un’allegoria; oscura superfluità, dove non propone al pensiero che la psicologia, scevera dalla storia e dalla metafisica, le idee separando dal loro principio e dall’applicazione. Camoens doveva insegnargli a far grandeggiare la propria nazione: ma benchè Tancredi e Boemondo gliene offerissero il destro, dell’Italia non fa cenno forse che in due versi.
Quella soave melanconia stacca insignemente dal fare burlevole de’ suoi contemporanei, quanto l’aver preso il lato nobile e serio della cavalleria dove gli altri la trattarono da celia, pretendendo frenare le capresterie della cavalleresca coll’epopea classica, unire il Trissino e l’Ariosto, il raziocinio e l’immaginativa; coll’interesse sempre sostenuto, con ostacoli via via crescenti fin ad una catastrofe, alla quale non toglie curiosità l’essere già nel titolo annunziata; sicchè come arte, come romanzo, è stupendamente composto.
Però a grandezza vera non sale mai; le occasioni poetiche lascia sfuggirsi. Per dipingere il paradiso traduce ilSognodi Scipione, egli cristiano[187]; delle ambascerie, atti e parole copia da Tito Livio; Goffredo non sa riconfortar il campo se non colle frasi d’Enea; il viaggio traverso al Mediterraneo e all’Atlantico è ricalcato su quel d’Astolfo nell’Ariosto; dalla scienza cavalleresca dell’età sua stilla la descrizione dei duelli[188]; dai libri di retorica i compassati discorsi; da quei di morale scolastica le pompose sentenze del suo Buglione. Questo mostrasi capitano perfetto, ma troppo inaccessibile alle passioni; Tancredi, cavaliere compiuto, si smaschia in amori che nol portano ad altamente operare, ma a femminei lamenti; Rinaldo, bizzarro e passionato, trae unica impronta dal destino che il serba a uccidere Solimano, e divenir padre dei duchi estensi.
Perocchè il Tasso pagò largo tributo al genio piacentiero dell’età sua,spiegando le vele nel mar dellelodi[189]; al gusto di quella profuse i concettini, di cui a gran torto il vollero inventore; nella grazia artifiziata del suo lavoro cercando le bellezze di tutti i predecessori, o le frantende, o esagerando le corrompe; le situazioni affettuose guasta colle arguzie e coll’eccesso.
Eppure quest’opera, sebbene non popolana come l’Iliade, ma aristocratica e monarchica come l’Eneide, ogni Italiano lesse per la prima, la sa a mente, testè cantavasi sulla spiaggia di Mergellina e nelle gondole di Venezia; tanto sopra un popolo sovranamente musicale può l’armonia poetica! Ma quello che rende popolare il Tasso sono gli episodj; prova che sono sconnessi dal tutt’insieme, e proprj di qualsivoglia tempo; siccome quel tono di sentimento, quell’elegiaco, che egli non depone neppur nella voluttà. Anima buona, amorevole, gemebonda, senza la forza che fa reluttare ai mali e ringrandisce nelle patite ingiustizie; la sensibilità formò il suo merito e la sua espiazione; e il secol nostro, cui più non si confaceva la forma del suo poema, si accorò alla persona di lui ed ai misteriosi suoi sofferimenti.
Nella Corte d’Alfonso II di Ferrara fu segno all’invidia de’ cortigiani e all’affetto della duchessa Eleonora. S’indispettì qualche volta della protezione; nella conoscenza del proprio merito, la diffidenza come un’idea fissa lo perseguitava; parendogli essere vilipeso dai valletti, contrariato ne’ suoi amori; Scipione Gonzaga tiene in sua casa convegni dove si disputa del merito delle operedi esso, ed egli dubita di burle; dubita di Orazio Ariosto che lo loda; dubita del conte Tassoni che a Modena lo distrae; dubita del cardinale Medici che gli esibisce ricovero a Firenze se gli Estensi lo abbandonassero; il servidorame ride delle sue bizzarrie; i cortigiani godono deprimere colla compassione quel che li sorpassa in ingegno; ed egli or piagnucola, ora stizzisce, tira coltellate, prorompe in parole ingiuriose al duca; questo gli proibisce di scrivere, ed egli parte per Mantova, per Torino; ben accolto, sta per accettare l’invito del granduca, ma pur torna a Ferrara, e continua le stranezze.
Già all’inquisitore di Bologna erasi accusato di dubbj intorno all’Incarnazione, e quello avealo rimandato colVa in pace. Malato, gli risorsero que’ dubbj, e il duca gli consigliò di presentarsi al Sant’Uffizio, che ancora l’assicurò o d’innocenza o di perdono; il duca stesso accertollo di non aver nulla contro di lui; ma il Tasso avea trovato quell’assicurazione non essere in forma, non sufficiente l’esame degli inquisitori, e smarrivasi in sottigliezze, e dava a rider colle bizzarrie; sicchè la sua ragione parendo offuscata, Alfonso lo fece chiudere nell’ospedale di Sant’Anna. È uno dei temi più vulgari per declamare sulla tirannide dei mecenati e sui patimenti dell’uomo di genio; e persone di senno consumarono libri per accertare la causa di quella disgrazia, e per iscoprire l’arcano, di cui egli stesso mostravasi geloso allorchè scriveva: — Amico, non sai tu che Aristone giudicava niun vento essere più nojoso di quello che toglie altrui d’attorno la cappa? Or intendi che la prudenza ha per mantello il segreto».
In fatti, sebbene tanto parlasse di sè, ci lascia incertissimi su molte sue condizioni e sulla causa di sue ambasce: ma convince ch’egli soffriva d’allucinazioni; da sè confessasi pazzo[190]; cerca guarire or consultandoi medici migliori e il famoso Mercuriale[191], or usando rimedj taumaturgici, quali la manna di sant’Andrea; ma perchè lo scatolino arriva dissugellato, egli teme sia veleno, e lo ricusa. Soprattutto si duole della svanita memoria, e la meravigliosa sua lettera a Scipione Gonzaga, del 1579, non è d’un frenetico, ma neppure d’una mente sana. Gli sta fissa l’idea d’essere perseguitato, ma per quali accuse? In tale indagine passa in rassegna tutte quelle che mai possano essergli apposte, falli di gioventù, eresie, e la più vaga di tutte, quella di fellonia[192]. Poi rivolgendosi a Dio, si scagiona delleincredulità: — Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che tutto dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione cheopera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s’io ti conosceva solo come una certa cagione dell’universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come Signore che in universale provvede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o seab eternoegli da te dipendesse; se tu avessi dotato l’uomo d’anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d’umanità... Come poteva io credere fermamente ne’ sacramenti o nell’autorità del tuo pontefice, se dell’incarnazione del tuo figliuolo o dell’immortalità dell’anima era dubbio?... Pur m’incresceva il dubitarne, e volentieri l’intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell’inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell’immaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento,Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentire nell’animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro chenon avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l’esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de’ secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d’eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com’essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».
Così penò sette anni (1579-86), supplicando or l’uno or l’altro per la sua liberazione, e intanto altri pubblicò la suaGerusalemme, non ancor bene limata; e tosto volò per Italia coll’esito più desiderabile, cioè con molti strapazzi e moltissima ammirazione. Torquato scese a difendersi, o piuttosto a confessarsi in colpa, giacchè insiste continuo sul non aver potuto perfezionare il poema suo; anzi lo rifuse nellaGerusalemme conquistata(1593), opera più fedele alla storia, più castigata di stile e d’invenzioni, ma che la posterità ripudiò, benchè egli la preferisse all’altra, di cui dicea vergognarsi[193]. Religioso sempre, e più negli ultimi anni,tentò anche un poema biblico, leSette giornate del mondo creato, stucchevole com’è sempre il descrivere senz’azione, quand’anche fosser minori le controversie e più vive le pitture, e in quella fredda enumerazione non lasciasse sentire la fatica d’un poeta, anzichè la voce de’ cieli che narrano la gloria di Dio. Del suoAmintagià parlammo (t.X, p. 217). La tragedia delTorrismondo, amore incestuoso di fratello, tiene degl’intrecci romanzeschi che allora piacevano, e degli orrori che oggi ripiaciono. I sonetti e le canzoni di lui diconsi i migliori dopo il Petrarca; ma niun li legge, e pochi le prose, dettate senza pretensione, ma senza forza, perocchè i difetti del Tasso sono piuttosto negativi.
Del resto il farne il tipo dell’ingiustizia critica è esagerazione. In sei mesi comparvero sei stampe delGoffredo; diciotto in cinque anni; ed una in Francia, dove era veneratissimo, e dove Balzac, dispensiero della gloria, diceva che «Virgilio è causa che il Tasso non sia il primo, e il Tasso è causa che Virgilio non sia solo», benchè il rimproveri perchè mescola il sacro al gentilesco, e come il suo Ismeno, «sovente in uso empio e profano Confonde le due leggi a sè mal note». Malherbe non saziavasi d’ammirare l’Aminta, e avrebbe dato (dice Ménage) tutto un mondo per esserne l’autore[194]. In Italia il Tasso ebbe per lo meno tanti difensoriquanti aggressori; e ruppero lancie per lui Giulio Gustavini, l’Iseo, Nicolò degli Oddi, Malatesta Porta, Alessandro Tassoni, Giambattista Marini, Camillo Pellegrini, Giulio Ottonelli, Paolo Beni. Che se il Salviati, anche col nome di Ormanozzo Rigoli, Orlando Pescetti, Giovanni Talentoni, Orazio Ariosto, Lodovico del Pellegrino, Francesco Patrizio, Gian de’ Bardi, Orazio Lombardelli il combattevano, serbavangli però altissimo seggio, giacchè disputavano qual fosse superiore esso o l’Ariosto.
Ma l’Ariosto è il poeta del libero slancio, della fantasia apparentemente sbrigliata; rinterza quattro o cinque avvenimenti contemporanei, e tutto si fa perdonare colla lucida eleganza e l’animata soavità. Il Tasso non sa ribellarsi nè alla Crusca nè ad Aristotele nè all’opinione, e si sottomette alle credenze, agli usi, ai precetti. L’Ariosto non bada nè ad Omero nè a Virgilio, ma al proprio capriccio; si ride del soggetto, degli uditori, di se stesso; maneggia la lingua da padrone e padrone ricchissimo. Il Tasso s’assoggetta al desiderio de’ dotti contemporanei, che voleano ripristinare la grammatica e la politica antica, non dà un passo se nol giustifichi cogli esempj, non un viluppo arrischia se non serva a tardare o svolgere l’azione principale; e il suo riprodurre i Classici non consiste in reminiscenze, come avviene a Dante e all’Ariosto, ma in imitazioni fino al plagio. Canta armi e cavalieri, ma rimovendo l’ironia per ridursi sentimentale e galante; cerca lo splendore più che l’originalità e l’avventuroso; poeta della grazia artifiziata, della forma plastica inalterabile, povero nella lingua, zoppo nell’ottava, dando ai Secentisti l’esempio del descriver perdescrivere e dell’iperbole. L’Ariosto esprime la reviviscenza pagana al tempo de’ Medici, con quell’innamoramento della forma esteriore, della vaghezza corporea, e la foga de’ sensi e della vita, e il barbaglio delle fantasie: il Tasso, sempre in tono di convinzione, sebbene profitti della macchina cavalleresca coi duelli e colle magìe, indica il ritorno dello spirito cristiano nella devota impressione, nella religiosità di quei cavalieri, nelle processioni, nella compunzione, nella costante dignità di eroi, non affascinati dalla verga romanzesca, e ribattezzati nel lavacro di Trento. Se non che da fantasia e memoria lascia usurpare troppo spesso il luogo della fede reale; i prodigi vacillano fra il miracolo e la spiegazion naturale; Musulmani e Cristiani adoprano il linguaggio stesso, amano allo stesso modo; il continuo imitare elide l’impressione d’un’epica originalità; tanta mescolanza di falso e di fittizio, tanta malaticcia dolcezza rivelano il languore che invadeva la letteratura come la nazione, riducendola a falsa retorica, a poesia dotta, come quando è perduto il senso della poesia creatrice. Ma se la fantasia più vivace, le invenzioni più abbaglianti, una più vasta concezione, una maggior libertà ci fanno ammirar altri, nel Tasso amiamo quella mesta armonia, quelle voci di cuore, quella simmetria, quel converger tutte le forze cristiane a un fine grande, al quale mettono capo le molteplici avventure. E que’ sentimenti son ancora d’oggi, più che non le cupe architetture di Dante o il caleidoscopio dell’Ariosto: la gran quistione del recuperar la terra ove nacque la civiltà e fu compita la redenzione, non è per anco risolta; laonde le simpatie sono tuttavia assicurate a Torquato, nel quale amiam pure i difetti e le piccolezze, perchè il gusto di scoprirle ci toglie la mortificazione d’un confronto trascendente.
Ma dei difetti del Tasso è colpa in parte l’indole dilui, uno di quelli che pajono predestinati a soffrire. Bisognoso d’uscir da se stesso, di piacere alle donne, alla Corte, ispirazione principale de’ suoi canti; anche dopo scarcerato, e quantunque avesse scritto «non convenire per le ingiustizie degli uomini i buoni ingegni avvilirsi, ma doversi separare dal vulgo con l’altezza dell’animo e con gli scritti, ne’ quali ha poca forza la fortuna, nessuna la potenza de’ grandi», non si sentì forza di abbandonare i principi[195]e raccogliersi nella dignità d’uomo grande. Se si sentisse stanco della continua fatica di piacere, trovavasi senza affetti domestici, senza una patria, senza una dimora fissa; e andava vagando, ricevuto a onore dappertutto; i vescovi si pregiavano di ospitarlo, le città ne registravano sui loro fasti il passaggio[196]; Genova l’invitò a legger filosofia «con la provvigione di quattrocento scudi d’oro fermi e altrettanti straordinarj»: eppure sempre pareagli esser infelice, lamentavasi de’ libraj indiscreti[197], per povertà non potea soddisfare innocentissime voglie, e dovea vendere o impegnare i doni[198].
Continuò querele e preghiere finchè il papa lo chiamò a ricevere in Campidoglio la corona che aveva onorato Petrarca. Venne, ma stremo di salute, benchè ancora in buona età; e non nei palagi degli Aldobrandini, ma si raccolse nel convento di Sant’Onofrio, su quell’altura, così opportuna a contemplare la città delle glorie cadute; e sentendosi finire, scriveva: — Il mondo ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quand’io pensava che quella gloria che, malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo da’ miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi son fatto condurre in questo monastero... quasi per cominciar da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi buoni padri, la mia conversazione in cielo». E di cinquantun anno morì come un santo, e l’alloro non potè fregiare che la sua bara.
Muori in pace, anima gemebonda, e lascia la scena al gran ciarlatano, che alla simmetria virgiliana e petrarchesca surroghi la bizzarria mescolata di audace e di pedantesco.
Giambattista Marini da Napoli (1569-1625), toltosi al fôro per seguire il genio poetico, cioè le volubilità del suo carattere, come negli atti così nello stile imitando gli Spagnuoli, voleva il gonfio, il pomposo, il madrigalesco; ponea scopo della poesia l’eccitare stupore[199]; e gli scambiettiginnastici fra gente che si storpiava nella purezza parvero non solo perdonabili ma lodevoli. Tutto prosopopee e lambiccature, le sue intitolaPoesie amorose, lugubri, marittime, polifemiche, risate, fischiate, baci, lacrime, devozioni... Che ragionevolezza di sentimenti o di frase? che politica? che coraggio? che morale? Allegro cortigiano, non pensa a riformare nè l’arte nè l’opinione; veste al suo ingegno la livrea del tempo, e navigando a fior d’acqua sulla corrente, qualunque soggetto trova buono a’ sonori suoi nulla; mai non osservando il lato serio della vita, indulge a una voluttà sistematica, senza trasporti meretricj, ma senza pudore; soprattutto sa mettere in iscena se stesso, segnalarsi per amicizie e nimicizie, e così scrocca la gloria, com’altri scroccavano un impiego.
Chi va curioso sulle velleità della moda, indagherà il perchè l’amore del gonfio e del vanitoso sì nella letteratura, sì nelle arti, divenisse allora epidemico. La Germania anfanò nella scuola del Lohenstein; l’Inghilterra nell’eufuismo; la Spagna principalmente nello stile colto del Gongora. Centro de’ begli spiriti parigini erano Giulia Savelli marchesa Pisani, e Caterina di Vivonne nata a Roma (1600) da un Pisani, poi divenuta marchesa di Rambouillet, che nel loro palazzo, costruito e disposto all’italiana, introdussero le tradizioni del natìo paese sul vivere elegante; e adottato un nome e un linguaggio convenzionale, pretensivo, lambiccato, si fecero legislatrici d’un gusto frivolmente colto, pedantescamente arguto. Se v’aggiungiamo l’azione di Maria de’ Medici regina, circondata di cortigiani fiorentini, è facile comprendere quanto dovesse acquistarvi predominio l’italiano.
Giusta i concetti d’allora, chiamavasi Plejade l’eletta degl’ingegni francesi, e questi s’affaticavano dietro ai nostri classici non meno che agli antichi: di Ronsarddicevasi che pindarizzava e petrarcheggiava; di Voiture abbiamo versi italiani; di cose e frasi italiane ribocca Balzac, l’autore allora più rinomato; citazioni di versi italiani frequentano in Racine e Boileau. Ménage, corifeo della consorteria italianizzante, commentò l’Amintae le rime di monsignor Della Casa; soccorso dal Redi e dal Dati, cercò della lingua nostra etimologie, stravaganti le più e ridicole, tutte senza sistema; ed egli e Chapelain, l’epico aspettato di quell’età, inviavano alla nostra Crusca l’interpretazione di qualche verso del Petrarca. L’abate Regnier Desmarets italianizzò Anacreonte, e a tacer altre opere, fece una canzone che i sopracciò credettero del Petrarca, e gli meritò posto nella Crusca; e il Redi, colla condiscendenza d’amico, asseriva che «scrive prose e versi con tanta proprietà, purità e finezza, che qualsiasi più oculatissimo critico non potrà mai credere ch’egli non sia nato e nutrito nel cuore della Toscana».
Reggendo Maria de’ Medici, nell’intervallo tra la potenza del Concini accademico della Crusca e quella del Richelieu, spiegossi colà il furore de’ romanzi, a capo di tutti camminando l’Astreadi D’Urfé, il quale era molto vissuto in Savoja praticandovi san Francesco di Sales, e diceva: — Io ha fatto il manuale de’ cortigiani, come quel santo il manuale de’ devoti». Dietro a lui un armento d’imitatori ebbe rinomanza effimera, ma estesa efficacia sulla società; ed abbandonato il vero nell’invenzione, facilmente se ne staccarono anche nell’espressione, tutta concetti e smancerie.
Per trovare il peggior secentismo basterebbe assaggiare un de’ migliori, Gian Pietro Camus vescovo di Belley, che alla pietà credette servire non meno coll’ardentissimo zelo in convertire protestanti che col pubblicare ben cinquanta romanzi, quali leMemorie di Daria, dove si vede l’idea d’una vita devota e d’unamorte religiosa, l’Agathonfiloo iMartiri siciliani, dove si scopre l’arte di ben amare per antidoto alle affezioni disoneste, gliSpettacoli d’orrore, l’Anfiteatro insanguinato, ilPentagono istoricoche mostra in cinque facciate altrettanti accidenti segnalati[200]. Che dirò del Bartas, il quale chiama i ventipostiglioni di Eolo, il soleduca delle candele, i monti della sua Guascognainfarinati d’una neve eterna?
In questa Francia era venuto il Tasso, e n’aveva osservato con finezza e dipinto con verità i costumi. Vi capitò anche il Marini (1615), e non comprese nulla di quel grand’intrico di furberia e menzogna che fu la Fronda,nè di quella società ove tutti i vizj ammantavansi di tutte le grazie; ove le sollevazioni erano un intermezzo delle galanterie; ove, tra il profondo disordine recato dalla mancanza d’istituzioni, i Francesi apparivano insolenti fin nell’umiliarsi, rispettosi fin nella ribellione. Il Marini non vi riconobbe che materia di ciarlatanesche gofferie: «Mi son dato al linguaggio francioso, del qual per altro fin qui non ho imparato chehuyeneni; ma neanche questo mi par poco, poichè quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa o negativa. Circa al paese che dirvi? egli è un mondo; un mondo, dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà, quanto perchè egli è mirabile per le sue stravaganze: le stravaganze fanno bello il mondo; perciocchè sendo composto di contrarj, questa contrarietà costituisce una lega che lo mantiene: nè più nè meno la Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde che la conservano; costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, guerre civili perpetue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni; cose insomma che la dovrebbero distruggere, per miracolo la tengono in piedi; un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante del mondo istesso.
«Incominciate prima dalla maniera del vivere: ogni cosa va alla rovescia, e le donne son uomini, intendetemi sanamente; voglio dire che quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti i lor ricami e tutte le loro pompe. Le dame studiano la pallidezza, e quasi tutte pajono quotidiane; e per essere tenute più belle sogliono mettersi degl’impiastri e dei bullettini sul viso; si spruzzan le chiome di certa polvere di Zanni che le fa diventar canute, talchè da principio io stimava che tutte fossero vecchie.
«Veniamo al vestire. Usano portar attorno certi cerchi di botte a guisa di pergole, che si chiamano vertugadi; questo quanto alle donne: gli uomini in sulle freddure maggiori vanno in camiscia; ma vi ha un’altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camiscia portano il farsetto; guardate che nuova foggia d’ipocrisia cortigiana! Portano la schiena aperta d’alto a basso, appunto come le tinche che si spaccano per le spalle; i manichini son più lunghi delle maniche, onde rovesciandoli sulle braccia, par che la camiscia venga a ricoprirne il giubbone; hanno per costume di andare sempre stivalati e speronati: e questa è pure una delle stravaganze notabili; perchè tal ci è che non ebbe mai cavallo in sua stalla, nè cavalcò in sua vita, e tuttavia va in arnese di cavallerizzo: nè per altra cagione penso io che costoro sien chiamatigallise non perchè appunto, come tanti galletti, hanno a tutte l’ore gli sproni ai piedi: in quanto a me, piuttosto chegallidovrebbero esser dettipappagalli; poichè, sebben la maggior parte, quanto alla cappa ed alle calze, vestano di scarlatto, il resto è di più colori che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere lunghe come code di volpi, e sopra la testa tengono un’altra testa posticcia con capegli contraffatti, e si chiamaparrucca...
«Anch’io, per non uscir dell’usanza, sono stato costretto a pigliare i medesimi abiti: oh Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie da mammalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la punta della pancia del mio giubbone confina con le natiche; il diametro della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe pigliar Euclide; fortificate poi di stringhe a quattro doppj: due pezze intere di zendado sono andate a farmi un pajo di legami che mi vanno sbattocchiando pendoloni fino a mezza gamba colla musica deltif taf: l’inventore di questi collari ebbepiù sottile lo ingegno di colui che fece il pertugio all’ago; son edificati con architettura dorica, ed hanno il suo controforte e ’l rivellino intorno, giusti, tesi, tirati a livello; ma bisogna far conto di aver la testa entro un bacino di majolica, e di tener sempre il collo incollato come se fosse di stucco. Calzo certe scarpe che pajono quelle di Enea, secondo che io lo vidi dipinto nelle figure d’un mio Virgilio vecchio; nè per farle entrare bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poichè hanno d’ambedue i lati l’apertura sì sbrandellata che mi convien quasi trascinare gli scarpellini per terra: per fettuccie hanno su certi rosoni, o vogliam dire cavoli-cappucci, che mi fanno i piedi pellicciuti come i piccioni casarecci; sono scarpe e zoccoli insieme insieme, e le suole hanno uno scannetto sotto il tallone, per lo quale potrebbono pretendere dell’Altezza. Paro poi Cibele colla testa turrita, perchè porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Marocco, più aguzzo dell’aguglia di San Maguto: infine tutte le cose hanno qui dello appuntato, i capelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze maggiori? vanno i cavalieri la notte e il giornopermenandosi(così si dice qui andar a spasso), e per ogni mosca che passa, le disfide e i duelli volano... Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante, e i complimenti son tali, che per arrivare a saper fare una riverenza bisogna andare alla scuola delle danze ad imparar le capriole, perchè ci va un balletto prima che s’incominci a parlare.
«Le signore non hanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico, e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire comodamente alla sua ninfa il fatto suo: per tutto il resto non si vede che giuochi, conviti, festini, e con balletti e con banchetti continui si fa gozzoviglia... L’acqua si vende; e gli speziali tengono bottegadi castagne, di capperi, di formaggi, di caviaro. Di frutti, questo so, ce n’è più dovizia che di creanza in tinello: si fa gran guasto di vino, e per tutti i cantoni ad ogni momento si vede trafficar la bottiglia. La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berrettino: bisogna soprattutto guardarsi dalle furie de’ signori lacchè, creature anch’esse stravagantissime e insolenti di sette cotte: io ho opinione che costoro sono una spezie di gente differente dagli altri uomini, verbigrazia come i satiri o i fauni...
«Dove lascio la seccaggine dei pitocchi? Oh che zanzare fastidiose! a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l’acqua bollita! e vi è tanti di questi furfantoni, e accattano per le chiese e per le strade con tanta importunità, che sono insopportabili. Tutto questo è nulla rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all’umore degli abitanti, non ha giammai fermezza e stabilità. Il sole va sempre in maschera, per imitar forse le damigelle che costumano anch’esse di andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perchè allora si lavano le strade; in altri tempi la broda e la mostarda vi baciano le mani, ed è un diavol di mota più attaccaticcia e tenace che non è il male de’ suoi bordelli.
«Volete voi altro? Infino il parlare è pieno di stravaganze; l’oro si appellaargento, far colazione si dicedigiunare; le città son detteville, i medicimedicini, le meretriciganze, i ruffianimaccheroni, e il brodobuglione, come se fosse della schiatta di Goffredo; unbusosignifica un pezzo di legno; aver unabottain sulla gamba vuol dire uno stivale»[201].
La futilità non potrà mai arrivare alla grandezza:eppure il Marini trova fortuna in Francia; la società Rambouillet lo corteggia, ed egli sa cattivarsela, e formare scuola di galanti voluttà; canta in seicento versi«lo stupore delle bellezze corporali della regina», e «delle chiome sottil la massa bionda», e «il naso, muro di confine fra due prati di candid’ostro e di purpureaneve», e la «leggerissima foresta» del labbro superiore, e le pupille «dov’è scritto in brunoIl Sole è qui», e il seno «valle di giglio ove passeggia aprile»[202].
Mentre il Tasso vi era rimasto e partito col medesimo abito, dovè farsi prestare uno scudo, e gli mancava di che comprar un popone, Maria assegna al Marini duemila scudi, e ferma la carrozza quando lo scontraper via; il Concini gli concede d’andar a farsi pagare cinquecento scudi d’oro, ed egli va e ne domanda mille; e perchè il ministro gli dice: — Diavolo, siete ben napoletano!» egli risponde: — Eccellenza, è una fortuna che non ho inteso tremila; così poco capisco del vostro francese». Quando tornò a Napoli (1624), i lazzaroni furongli incontro ballonzando e spargendo rose; i gentiluomini a cavallo, le signore ai balconi, e s’una bandiera leggevansi applausi al Marini, «mare d’incomparabile dottrina, spirito delle cetre, scopo delle penne, materia degl’inchiostri, facondissimo, fecondissimo, felice, fenice, decoro dell’alloro, degli oziosi cigni principe emeritissimo».
Carlo Emanuele I di Savoja, che prima avealo fatto arrestare supponendosi ingiuriato nellaCuccagna, dappoi lo protesse, e gli suggerì un’epopea sugli amori diAdone e Venere. Addio dunque ogni moralità, ogni sentimento generoso; addio anche l’interesse, che non può legarci al duolo o ai gaudj d’esseri soprannaturali, nè a situazioni che non ci ritornano sovra noi stessi; tutto converrà sostenere sull’ingegno e abbandonando l’istintiva spontaneità, immolar il bello al magnifico, la purezza al barbaglio. E il Marini ne fece un poema più lungo delFurioso, cioè di quarantacinquemila versi, ove ogni canto forma quadro da sè, con titolo distinto, come ilPalagio d’Amore, laSorpresa d’Amore, laTragedia, ilGiardino. Coloritore fluido, armonico, dovizioso, con versi agevoli, cadenze melodiose, frasi volubili, arte di esprimer le cose più ribelli; pure non una forma nuova creò, non un suo verso rimase nel discorso. Quell’orditura gracilissima e monotona è obbligato riempiere con succedentisi descrizioni, fatte per descrivere, e in un labirinto d’affetti, di voluttà, d’immagini, di pitture, moltiplicar le facili particolarità a capriccio e senza scelta nè castigatezza; centodieci strofeconsumando a descrivere una partita di scacchi fra Venere e Mercurio, e riponendo il merito nel litigar colle parole per trovarvi contrasti e giocherelli. Appena il pubblicava di cinquantaquattro anni, l’Adoneè levato a cielo; Carlo Emanuele l’orna cavaliero; tutti sono affascinati da quella pittura voluttuosa, tutti adorano costui che avea saputo accoppiare il tipo italiano collo spagnuolo, l’armonia musicale colle sparate: — Nella più pura parte dell’anima mia sta viva opinione che voi siate il maggior poeta di quanti ne nascessero tra Toscani, tra Latini, o tra Greci, o tra gli Egizj, o tra i Caldei, o tra gli Ebrei», dicevagli l’Achillini, che doveva aver letto i poeti egizj e caldei, e che a vicenda poeta anch’egli de’ più strampalati, era messo in cielo, ebbe dall’Università di Bologna un’iscrizione comeMusageti omniscio, e da Luigi XIII il regalo di quattordicimila scudi per una canzone ove diceva cheA’ bronzi suoi serve di palla il mondo, e pel sonetto che cominciaSudate, o fuochi, a preparar metalli.
Dove vuolsi riflettere che prima dell’irruzione dei giornali, scarsissima diffondeasi la fama, pensando gli autori a meritare più che a farsi proclamare, nè essendovi chi per professione trafficasse di lodi e vituperi. Cristoforo Colombo non trovasi nominato da contemporanei che in una lettera del dicembre 1493 del nostro Pietro Martire d’Angera; e nel 1520 persone spagnuole ignoravano se ancora vivesse. Ecco perchè venivano accarezzati quei che alzavano la voce, come vedemmo dell’Aretino e simile schiuma, come ora fu del Leti, del Marini, di cotesti spaccamondo della letteratura, i quali secondavano l’andazzo manufatturando la propria gloria con un branco a sè devoto, blandendo i bassi istinti, celebrando da sè i proprj trionfi, volendo primeggiare qualunque ne fosse la via, e durando così una vita acclamata; — che importa se finirà tutta coll’esequie?Agli applausi però corrispondevano le contumelie; che se il Tasso ne piagnucolava, altri rimorsicavano; e in chiassose baruffe si scanagliarono il padre Noris col padre Macedo, il Mongelia col Magliabechi, il Vigliano con Alessandro Marchetti, il Borelli con molti; il Sergardi vien sino ai pugni col Gravina; alle capiglie fra il Tassoni, il Brusantini, l’Aromatari a proposito d’Aristotele e del Petrarca, intervennero processi e imprigionamenti; svergognatissime contumelie furono avventate al cardinale Pallavicino; Geminiano Montanari filosofo modenese clamorosi litigi sostenne con Donato Rossetti a proposito della capillarità, e molte stoccate diede e ricevette[203].
Avendo il Marini, in un sonetto sulle fatiche d’Ercole, confuso il leon nemeo coll’idra di Lerna, gliene fecero colpa quasi d’un dogma fallito, principalmente Gaspare Mùrtola genovese, segretario di Carlo Emanuele e autore delMondo creato; fioccarono epigrammi, sonetti, libelli: eMurtoleideeMarineidee sconcezze e infamie; il Mùrtola sparò una schioppettata all’emulo; e andava al patibolo se il Marini non avesse intercesso: ma il Mùrtola, cui pesava il benefizio, lo denunziò d’averesparlato del duca. Anche Tommaso Stigliani della Basilicata, nelMondo nuovo, sfoggio di meravigliosi capricci, sotto il simbolo dell’uom marinomalmenò il glorioso, che lo ripagò con sonetti intitolati leSmorfiee con lettere, poi nell’Adone, sicchè quegli, spaventato d’un’immortalità di vituperj, si umiliò; ma come l’emulo morì, egli caninamente addentò l’Adonenell’Occhiale, ove non trovi pur una buona critica a chi tante ne meritava. Tutto il mondo s’indignò di costui, che osava tirar pietre contro l’altare; Angelico Aprosio di Ventimiglia avventogli l’Occhiale stritolatoe ilVaglio[204]; Stigliani gli ribattè ilMolino; Aprosio rimbalzò ilBuratto. Ma nè ingiurie nè lodi salvarono il Marini dal meritato giudizio, ed egli restò ai posteri come il tipo del gusto dei Secentisti, i quali, invece di opporsi alla letteratura spagnuola almeno per ira contro i dominanti, prosatori e poeti s’anfanarono dietro a costui nel volere per calcolo l’originalità, ma cercandola non nel sentimento e nel vero, ma nelle forme e nelle parole, donde nasce la maniera; e rimbombo di voci oziose in luogo di pensieri e di sentimenti, e insistente gonfiezza, e profusione del superlativo. Chè di tutte le corruzioni la più seduttrice è il pensiero ricercato; e, preso quel gusto, difficilissimo riesce il divezzarsene.
A Giambattista delle Grottaglie presso Brindisi, amico de’ migliori d’allora, applaudito per le suePoesie melichee più per gliEpicedjtutti turgidezza e traslati arditissimi, alcuni suggerivano di tenersi al Petrarca; ma egli rispondeva: — Non voglio murar sul vecchio, ma fabbricare a mio talento lo stile; che sia di me solo: che ci sarebbe di nuovo se tutti imitassero il Petrarca? e se questi fosse vissuto al nostro tempo, avrebbe mutatomodo per ottenere applausi e gloria appresso gli eruditi».
La nostra letteratura nasceva nel Trecento, ma da una decrepita, onde alle inesperienze infantili univa i trastulli di rimbambita. Niuna meraviglia dunque se già allora troviamo lo stile a contrasti e l’antitesi; fin nel forbitissimo Petrarca possono indicarsi cotali lambiccature or di senso or di parole. Gl’imitatori pretesero farle passare per bellezze; tanto più che, moltiplicando versi sopra affetti non sentiti, e restringendosi a studiar le parole, doveano supplire con artifizj di testa alla tepidezza del cuore. Nel Cinquecento ne ricorre traccia anche ne’ migliori; ne abbonda il Tasso; ma coi Marinisti l’antitesi non fu più un mezzo, bensì il fine; non un ornamento, bensì la sostanza. Geografia, storia, l’universo non si esaminarono più che per bottinarvi metafore, guardando all’appariscenza dell’immagine non alla proprietà e finezza; niuna cosa dicendo direttamente, ma solo in relazione o contrapposizione di altre o da’ suoi effetti; accostando confusamente due termini di paragone, di cui coglieansi relazioni o dissomiglianze estrinseche e appariscenti; assumendo una voce o un modo in senso metaforico, poi recandone l’azione a senso reale; e così di frasi idropiche infarcendo l’etisia del soggetto, battendo di forza l’incudine sinchè s’infocasse.
Aborrita dunque la naturalezza, neglettissima la lingua, unica moda fu l’ingegnoso; e i magnati dello stile e della metafora, al par di quelli che andavano pel mondo, ostentavano oro sull’abito, e non aveano camicia; scambiavano la maniera per grazia, il gonfio per sublime, l’antitesi per eloquenza, i giochetti per leggiadria; barcollanti lunaticamente fra insipida affettazione e trivialità, volendo fuggire il monotono mediante il bizzarro, talento reputavano l’accoppiare idee disparatissime;e poichè la vulgarità si accorda benissimo colla gonfiezza, più non v’ebbe immagine, per isconcia, per frivola, che non si addobbasse di metafore: le stelle sononarcisi del cielo, sonolucciole eterne, mentre le lucciole risolvonsi in vivi moccoli, in incarnate candele; come il sole è unboja che taglia colla scure dei raggi il collo all’ombre; l’Etna nevato, l’arciprete dei monti che in cotta bianca manda incensi al cielo: per Ciro di Pers i calcoli sono i marmi che gli nascono nelle viscere per formargli la sepoltura; pel Marini gli sputi della sua bella sonospume di latte, fiocchi di neve; gl’insetti del capo della sua son per un altrocavalieri d’argento in campo d’oro; un terzo paragona le anime ai cavalli, cui, finita la corsa, è serbata in cielobiada d’eternità, stalla di stelle.
Vi davano l’intonatura le scuole e le accademie, dove si proponeano argomenti speciosi, paradossali, più spesso insulsi: «che il vizio e la virtù non possono celarsi, — se sia meglio ad una vecchia l’essere in gioventù stata bella o deforme»; ed orazioni sopra soggetti fittizj, finte ambasciate, accuse e difese di delitti immaginarj e perciò stravaganti, e sostenere il pro e il contro, e sempre battersi i fianchi per fare stupire con iscambietti d’ingegno.
Questo dovea scintillare nelle raccolte fin dal titolo,I ruscelletti di Parnaso, I fuggilozio, L’eclissi della luna ottomana: Carlo Pietrasanta milanese fece gliAborti di Clio; Guasco Annibale una Tela cangiante in madrigali; Marco Boschini veneziano scrisse in quartineLa carta del navegar pittoresco... comparti in oto venti, con i quali la nave venetiana vien conduta in l’alto mar de la pitura come assoluta dominante de quello, a confusion di chi non intende el bossolo de la calamita; Gianfrancesco Bonomi bolognese, poeta cesareo, pubblicòVirgulti di lauro,distinti in foglie, rami, bacche, sughi, corteccie e radici; Alessandro Adimari fiorentino, oltre raccolte col nome di altre muse, pubblicòLa Polinnia, ovvero cinquanta sonetti fondati sopra sentenze di Cornelio Tacito, con argomento a ciascuna di esse, che uniti insieme formano un breve discorso politico-morale. Abbiamo laMaschera jatropolitica aspirante alla monarchia del microcosmo, giuoco serio di Eureta Misoscolo. Il dizionario de’ pseudonimi dell’Aprosio è intitolatoLa visiera alzata, hecatoste di scrittori, che vaghi d’andare in maschera fuor del tempo di carnevale, sono scoperti daecc.; e vi mandò dietro unaPentecoste. Che più, se gli scienziati stessi v’incolgono? il Torricelli dice che «la forza della percossa porta nella scena delle meraviglie la corona del principato», e che «il famoso Galileo lavorava questa gioja per arricchirne il monile della toscana filosofia». Il Montanari a un trattato contro l’astrologia diede per titoloLa caccia del frugnuolo: a uno sul fulmineLe forze di Eolo; a uno sulle moneteZecca in consulta di Stato. Carlo Moraschi fece laCeleste anatomia delle comete; Corrado Confalonieri laCometa decomata; Carlo Manono ilCannocchiale istorico, che fa guardare dall’anno1668fin al principio del mondo, e tira appresso le cose più memorabili finora succedute.Via lacteaintitolansi le istituzioni canoniche del valentissimo teologo Chiericato di Padova: alGemitus columbædel Bellarmino il padre Gravina oppose laVox turturisin difesa de’ monaci: alla quale essendo risposto colCave turturi male contra gemitum columbæ exultanti, egli replicò laCongeminata vox turturis, ristampata col titoloResonans turturis concentus. Emanuele Tesauro, il Marini della prosa, stese in questo stile un non breve trattato di filosofia morale. Il famoso padre Lana ne scrisse unoDella beltà svelata in cui si scuoprono le bellezze dell’anima, eciascun capitolo presenta una metafora; il sesto èLa regina al balcone, cioè l’anima che per gli occhi fa vedere le sue bellezze; il decimoLe bevande amatorie date a bever alla sposa del suo servitore per farla adulterare, cioè i diletti del corpo che rapiscono l’anima a Dio; e così sempre. Perfino il celebre Lancisi nel 1720 stampava a RomaDe natura et præsagio Dioscurorum nautis in tempestate occurrentium; i quali Dioscuri sono le parotidi critiche che appajono nelle febbri maligne.
Viepiù si lardellarono di tali metafore le dissertazioni accademiche e le tesi. All’Università di Torino, Gianandrea Negro candidato in legge (-1594) sosteneva per quindici giorni novecennovantanove tesi dialettiche, fisiche, magiche, mediche, filosofiche, teologiche, morali, di diritto civile e canonico e di matematiche; Pio Appiani per nove giorni difendeva quattrocento proposizioni legali.
Sfoggio di tali ciarlatanerie divenne il pulpito. Era stato proverbialmente famoso il padre Panigarola di Milano, che aveva avuto a maestri in patria gl’illustri retori Natale Conti e Aonio Paleario, e a modello Cornelio Musso (t.IX, p. 289); e dopo una gioventù dissipata vestitosi francescano, levò grido dai pulpiti principali. Caterina de’ Medici il volle a Parigi; per le città d’Italia ove giungeva era accolto a battimani, e spesso costretto a recitar un discorso prima di riposarsi; fatto vescovo d’Asti e da Sisto V spedito in Francia per le contese degli Ugonotti, contro questi pubblicò leLezioni calviniche; e gloriavasi di aver congiunto la predicazione colla teologia, perchè questa gl’insegnò a far più sicure le prediche, quella a far più chiare le lezioni. Il cardinale Federico Borromeo non rifina di lodarlo, anzi da lui toglie il modello dell’oratore perfetto. Se più volte fu ristampata la suaRetorica ecclesiastica, e nei sermoninon manca d’un certo calore, benchè fomentato da figure più che da intima vigoria; nello stile barcolla fra il rozzo e l’affettato, e invano vi cercheresti quella cognizione del cuore che scuopre il vizio ne’ ripostigli, quella pratica de’ santi libri che di là toglie tesori di bellezze; nè più alcuno legge le novantasei opere che lasciò.
Poi ben presto quell’eloquenza, cui prima lode è la semplicità, non si credette poter conseguire che col pugno teso e coi capelli irti. I titoli medesimi delle prediche d’allora tradiscono quell’infelicissima mania: Cesare Battaglia milanese, fra molti panegirici, ha laSacra Torre del Faroper santa Caterina, ilCarbonchio fra le ceneri e la lingua immortaleper sant’Antonio, iTesori del nienteper san Gaetano, ilBriareo della Chiesaper san Nicola, e così l’Archimede sacro, l’Esemplare e il diadema del principe; Mario de’ Bignoni cappuccino veneziano intitola il suo quaresimaleSplendori serafici degli opachi delle più celebri accademie, rilucenti tra le ombre di vaghi geroglifici; Alessandro Maria Brianto fa l’Antiparistasi del santo amore; Tommaso Caracciolo arcivescovo di Taranto l’Elio clerio, cioè il Sole del beato Gaetano Tiene, intrecciato da un devoto del beato; così ilBalsamo della Fama Mamertina, discorso per la sacra lettera di Maria vergine ai Messinesi, del padre Epifania.
Bizzarrissime poi le proposizioni: e uno in sant’Antonio riscontrava le metamorfosi d’Ovidio: un altro in san Domenico le fatiche d’Ercole. Giuseppe Maria Fornara nelNuovo sole di Milano sotto del santo chiodo ascosoprovava in sei discorsi quella reliquia essere un sole che nasce, che illumina, che riscalda, che essica, che corre, che riposa. Il gesuita Ignazio Del Vio facevaLe gare di scambievole amore fra la rosa verginale santa Rosalia, li gigli reali di Filippo V nostro signore, e l’orto della Sicilia Palermo, intrecciatenella solenne festa di santa Rosalia(1702). Il Lemene, nell’elogio funebre di Filippo IV, dimostrava che fumagnum pietate, et magnitudine pium. Del padre Annibale Adami di Fermo abbiamo «Il santo fra’ grandi di Spagna, grande di quattro grandati; cioè san Francesco Borgia, esprimente nella sua santità e nel suo nome le virtù di quattro santi Franceschi d’Assisi, di Paola, di Savier e di Sales, giusta il detto dell’EcclesiasticoFuit magnus juxta nomen suum» (Roma 1672). Giacomo Lubiani celebravail solstizio della gloria divina, la cifera della divinità nell’augustissimo nome di Gesù, e in sant’Ignazio laspada infocata, dimostrandolo «Ercole della Biscaja che porta nelle fiamme del nome l’armeria de’ Serafini, il treno de’ miracolosi spaventi nel fulmine della spada, in cui potresti intagliar più vittorie che non fece Ruggero nella sua», e si scusa di non poterne dire abbastanza «perchè gli manca l’algebra dell’innumerevole». Paolo Arese, autore di sette volumi di prediche lodatissime, a difesa di queste dettòLa penna raffilataeLa retroguardia di se stesso. Frà Giuseppe Paolo comasco così esordisce il suo quaresimale: — Per adunare contro dei vizj, legionarj di Satanno, un esercito numeroso, tocca tamburo questa mattina la penitenza».
Gran maestro dell’affastellar le cose più disparate fu il padre Emanuele Orchi, pur da Como, che con brani d’erudizione profana, citazioni, epigrammi, filze di proverbj, divinità gentili, astrologia, regge la tronfia sua grandezza: ivi trovi gliartificiosi tirilirid’un uccello; ivi bachi da seta, chemangiano e dormono con saporoso sapore e saporito sopore; ivi la Maddalenasollevata di fronte, sfrontata di faccia, sfacciata d’aspetto; ma udendo Cristo,le si sveglia nel meriggio del cuore l’austro piovoso di tenero compungimento, e sollevando i vapori de’ confusi pensieri, stringe nelciel della mente i nuvoli del dolore. Non rispetto a sè mostra costui, non agli uditori, non a Dio[205], ma sempre l’immagine, la pittura; o ti paragoni l’uomo all’organo, o il peccatore alla lavandaja, che «nudata il gomito, succinta al fianco, prende il panno sucido, ginocchione si mette presso d’una fiumara, curva si piega su d’una pietra pendente, insciuppa il panno nell’acqua, lo stropiccia coi pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, l’avvolge, lo scuote, l’aggroppa, lo torce; indi postolo entro un secchione, ed al fervor del fuoco in un caldajo, fatto nell’acqua con le ceneri forti un mordente liscio, bollente gli lo cola di sopra; giuoca di nuovo di schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non meno che di sapone; e finalmente fattasi all’acqua chiara, in quattro stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una torta, candido più che prima e delicato ne cava il pannolino».
Per poco non prorompeva in applausi l’affollata udienza; dalla quale congedandosi, egli ragiona dell’amor suo che in pochi giorni gigante divenne, poichè la loro attenzione gli fece da balia, il fasciò, il cullò; poi dalle poppe divezzato coll’aloe dell’amara partenza, si pascerà col solito cibo del massiccio affetto: la brama poi di tornar a loro è una gravidanza matura, sicchè egli starà colle doglie del parto, finchè la grazia del cielo non gli serva da Lucina a figliar un nuovo maschio quaresimale. Una volta erige un processo in regola contro il ricco; un’altra espone il giudizio universale, distinto in atti e intermezzi; un’altra architetta un monumento trionfale per la risurrezione di Cristo. Così il padre Caminata, in San Pietro del Vaticano, nel primosermone fabbricò la statua dell’Ambizione; poi in ciascuno de’ seguenti «le dava quattro martellate» per levarne via le pecche.
Alberto Alberti trentino, il quale scagionò la Compagnia di Gesù dalle imputazioni di Gaspare Scioppio con tal calore, che questo, vedendosi stretto e smascherato, dicono ne morisse di dolore, scrisseActio in eloquentiæ cum profanæ tum sacræ corruptores(Milano 1651), abusando delle forme stesse che condanna. E Federico Borromeo in un’operetta a riprovazione di quel predicare, racconta di uno che, spiegando la tentazione di Gesù Cristo, e come Satana gli mostrò tutti i regni del mondo, fece un trattato di geografia; un altro cavò di sotto la cotta uno stilo; un terzo, esclamando non poter più reggere a tanti orrori, si mosse per andarsene, aspettando che il pubblico lo arrestasse; ma poichè tutti tacquero, egli dovette fermarsi da sè. NelDiario romanod’un austero cattolico dal 1640 al 50 leggiamo: — Colla quaresima la commedia finisce nelle case e nelle sale, e comincia nelle chiese e nei pulpiti; la santa occupazione della predica serve a soddisfar la sete di celebrità o l’adulazione. S’insegna la metafisica, che il predicatore intende poco e gli uditori niente: invece d’istruire e correggere, si decantano panegirici nel solo intento di far passata. La scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal favore». Nel giornale napoletano dello Zazzera, sotto il dicembre 1616: — Sua eccellenza venne in carrozza con la moglie in San Lorenzo, ove si cantò la messa con musica, e predicò il padre Aqualino cappuccino le sue solite facezie».
Insomma dappertutto un gusto licenzioso, che giudica gretto ciò ch’è semplice, non vuol andare di passo, ma a capriole. Nè la moda accecava a segno da non avvedersi di quel delirio: Giambattista delle Grottagliescrisse laCensura del poetar moderno; il gesuita Giuglaris, che nelle prediche tiene il campo di siffatte enormità, dettò piano e compostoLa scuola della verità aperta ai principi. E dettavano castigato quelli che a lode non aspiravano, potendosi ripetere dello stile ciò che alcuno disse della morale, che per esser cattivi bisogna fare uno sforzo.
Michelangelo Buonarroti il giovane (-1646) ammira il Petrarca, ma ciò nol preserva dal contagio; e illustrando il sonetto di luiAmor che nel pensier mio vive e regna, dice: — Però, cortesissimi accademici, non prenderete ad onta che io intorno a sì alto soggetto ardisca di favellare, ned incolperete me di follìa e di troppa temerità, poichè per obbedire a chi lo mi ha comandato, e che giustamente farlo potea, per sì ampio pileggio e sì pericoloso mare, tra l’onda di non certa lode, in preda ai venti dell’ignoranza e del biasimo che per avventura mi potrebbero sommergere, fiaccamente solcando colla navicella del mio debole ingegno, mi sono impelagato». A questo corvettare credeasi obbligato quando ragionasse a dotti; ma allorchè assumeva il linguaggio del popolo, tornava alla natura, come nellaTanciae nellaFiera[206], commedie scritte a bella posta per annicchiarvi una ricchezza di voci popolari, che ne’ libri non si trovavano, e di cui la Crusca voleva esempj pel vocabolario.
Certo allora si migliorò l’esposizione scientifica: Galileo vi mette evidenza e forza, emancipandosi dalle aridità scolastiche, e la chiarezza sua attribuiva alla continua lettura dell’Ariosto; gli accademici del Cimento davano a correggere a Carlo Dati le loro sperienze, esposte con eleganza filosofica; e a Firenze un bello stuolo si sceverò da queste ambiziose miserie.
Ivi utili fatiche continuava la Crusca, e molti s’industriavano attorno ai classici, principalmente al Boccaccio; a scrutare le opere nuove, o dar precetti di corretto scrivere. E di savj ne esibì negliAvvertimenti sopra il DecameroneLeonardo Salviati, scrittore lonzo, e diffamato dalla bassa persecuzione che portò al Tasso. Celso Cittadini cercò dottamente le origini della favella toscana. Al gesuita Mambelli col nome di Cinonio, dobbiamo leOsservazioni della lingua italiana. Daniele Bartoli, nelDiritto e il torto del non si può, sostenne non v’esser regola di grammatica senza esempj contrarj, col che precipita nello scetticismo, nè indaga se siano dovuti a scorrezione di testi, o se abbiasi a dedur le norme da un principio più largo. Benedetto Fioretti appuntò la Crusca e le prolissità dei classici, e nei Proginnasmi mostra bastante filosofia di stile. Benedetto Buonmattei avea dato la prima grammatica toscana nel 1643; un’altra ne diede il bolognese Salvatore Corticelli conCento discorsi sopra la toscana eloquenza, le regole deducendo dall’uso, ma uso de’ classici, anzi quasi solo de’ Trecentisti. Jacopo Mazzoni cesenate, nellaDifesa di Dante, elevasi a generalità estetiche notevoli. Girolamo Gigli da Siena, festevolissimo nelle conversazioni e in commediuole, nelPirloneadattò il soggetto delTartuffoalla società nostra, tanto al vivo da eccitare uffiziali lamenti. In Roma pubblicò le opere di santa Caterina, con un dizionario dei modi a lei proprj, valendosene per bersagliare la Crusca, anzi tutti i Fiorentini, neppur i principi risparmiando. Questi ne fecero un capo grosso, e il libro fu bruciato dal boja, messo all’indice a Roma; e il Gigli si ritrattò[207].
Anton Maria Salvini fiorentino (1653-1729), eccitato agli studj ameni dal Redi, cercatissimo nelle buone società[208], conobbe molte lingue, e ne tradusse prosatori e poeti; singolarmente vulgarizzò Omero alla lettera, fatica screditata, ma di cui fecero pro i successivi: scrivendo di proprio, e commentando laTancia, laFiera, ilMalmantile, usa da padrone la lingua, non solo col riprodurre i bei modi de’ Trecentisti, ma e nuove ricchezze di classici forastieri innestando, e più raccogliendone dalle bocche nel paese natìo, talchè meritò d’esser subito noverato fra i testi della Crusca. Sotto quest’unico aspetto vanno lodati i suoi discorsi accademici, del resto leggeri sempre, spesso vuoti, affrettati, sorreggentisi su qualche autorità in luogo di ragioni.
Anche forestieri s’occuparono intorno alla nostra favella: i Francesi imitavano e traducevano i nostri come oggi noi loro, senza discernimento; e come fu ammirato il Tasso, così leLacrime di san Pietrodel Tansillo furono tradotte da Malherbe; imitata la poesia lirica, la descrittiva, il nostro sonetto; il genere eroicomico nelVirgilio travestito[209], nellaGigantomachiae simili; il pastorale del Bembo e del Sannazaro, coll’affettazione che di tutte è la peggiore, quella della semplicità. Sui teatri riproducevano le nostreSofonisbe, laCalandral’Orfeo: Rabelais avea tolto da Merlin Coccaj l’episodio de’ montoni di Panurgo, l’arringa di Gianotto di Bragmardo, la disputa al cospetto di Pantagruele, fin il carattere di Gargantua da quel di Fracasso. L’arguto Montaigne scrisse parte del suo viaggio in «questa lingua straniera, della quale si serviva molto facilmente, ma molto scorrettamente» (pag. 322). Le persone più gentili della bella società valeansi di questo idioma dell’ingegno e della cortesia, come la Longueville e la incomparabile Sévigné; le lettere erano picchiettate di frasi italiane; e i modi nostri metteano rischio di far nella lingua francese i guasti che or fa questa nell’italiana[210]. Alla corte d’Inghilterra parlavasi comunemente l’italiano, e verseggiò in questo il Milton, che conobbe Galileo a Firenze, a Napoli il Manso amico del Tasso; a Milano vide rappresentare l’Adamodell’Andreini, da cui, se non il concetto del suoParadiso perduto, dedusse alcune scene, come altre dall’Angeleidedi Erasmo da Valvasone, e nominatamente l’infelice trovato delle artiglierie usate dai demonj[211]. E molto trasse da’ nostri il lirico Dryden; anzi il devoto RuggeroAscham si lamentava che in Inghilterra si avesse maggior riverenza pe’ Trionfi del Petrarca che non per la Genesi, si reputasse una novella del Boccaccio più che una pagina della Bibbia. A Vienna predicavasi italiano[212], e Leopoldo imperatore v’introdusse un’accademia italiana, di cui erano Raimondo Montecuccoli, il marchese Maffei, Francesco Piccolomini, Giberto Pio di Savoja, Orazio Bucceleni, Mattia Vertemati, l’abate Spinola, Francesco Dolci, Francesco Zorzi, l’abate Felice Marchetti, con domenicali adunanze nel gabinetto stesso dell’imperatore.
Non dunque per ignoranza e trascuraggine peccavasi di secentismo; anzi può dirsi che allora per la prima volta si ponesse mente all’artifizio dello stile, a dar modulazione e unità al periodo, a calcolare le cadenze, a dir ogni cosa nel modo migliore. Degli autori antecedenti alcuni pretendeano imitare i Latini, sforzando la tela delle parole; altri s’abbandonavano al naturale, senza il minimo artifizio; Machiavelli non si briga della scelta dei vocaboli; rotto è lo stile del Varchi, contorto quello del Bembo, anelante quel del Guicciardini; gli altri Cinquecentisti si sparpagliano in periodi attorcigliati,e con membri refrattarj, espressioni zoppicanti, immagini irresolute; appena eccettueremmo il maestoso Della Casa, il limpido Annibal Caro, e l’amabilissimo Firenzuola, il quale professa aver «sempre usato quei vocaboli e quel modo di parlare che si permuta tuttogiorno, spendendo quelle monete che corrono, e non i quattrini lisci»[213]. Ma nel Seicento lo scrivere fu ridotto ad arte, il periodo divenne una maestria, e i gesuiti Daniele Bartoli e Sforza Pallavicino ne furono supremi artefici.
Il primo (1608-85), nativo di Ferrara, dai trionfi del pulpito chiamato a Roma per iscrivere la storia della Compagnia di Gesù, la distinse secondo le varie provincie, Indie, Giappone, Cina, Inghilterra, Italia. In lussureggianti descrizioni e minute particolarità ostenta varietà stupenda di vocaboli e dizioni; ma quelle frasi uniformemente smaglianti «tutt’oro macinato e perle strutte», quell’ambizione di modi e di numero dove la novità consiste solo nella scorza, dove l’eleganza non conosce la sobrietà, e il pensiero è trascinato dalla frase non mai spontanea, il fanno ripudiare da chi non giudica stile la prolissità senz’affetto, nè gradisce quella letteratura azzimata tutta plastica, intenta unicamente a piacere, e che fu detta gesuitica. Sol qualche retore potè sentenziarlo aquila fra gli storici, lui che mai non ha nè fior di critica nè profondità di sentimento, che vuol esser ammirato non creduto: ben è vero che quando racconta è a gran pezza migliore che ne’ trattati morali[214], lambiccati di titolo, di concetto, d’espressioni scolastiche e declamatorie; e ne’ scientifici sul ghiaccio,sulla tensione e la pressione, sul suono e l’udito, tesi peripatetiche, indegne di venir dopo Galileo.
LaStoria del concilio di Trentodel Pallavicino (-1630) (tom.X, pag. 549), ove si sceveri della nojosa polemica, può servire di modello a chi si contenti alla mediocrità dello stile fiorito[215]. Le sueOsservazioni dello stilesono talvolta sottili, spesso attissime. IlTrattato del bene, e quello sullaPerfezione cristiana, vanno ingenui d’elocuzione ma freddi. La vita di Alessandro VII interruppe quando lo vide scivolare nel prima disapprovato nepotismo. Ornato della porpora, serbò la religiosa sobrietà. Confutò in latino Giulio Clemente Scoti, il quale ai Gesuiti avea dato un fiero carpiccio[216], mostrando quanto avessero tralignato, nè senza gravissimo pericolo della cristianità potersi lasciare di riformarli, abolirne i privilegi, le cariche spartirne fra altri Ordini religiosi.
Gemma di quella società Paolo Segneri di Nettuno (1624-94), abbondantissimo d’ingegno, di dottrine, d’arte, nelle prediche evita la gonfiezza come l’aridità; orecchio delicatissimo a numero oratorio; linguaggio proprio sempre, talvolta semplice e preciso, quando è anche sobrio e affettuoso toglie speranza di far meglio. Ma non di rado abbandonasi ai vizj di scuola; coll’enfasi attizza la vivacità; sfoggia figure retoriche, sospensioni, ritrattazioni, modi litigiosi, esclamazioni, concettuzzi; lardellandosi di citazioni, stravolge i testi per trascinarli alle allusioni sue; falsa la storia per cavarne esempj; stabilisce proposizioni false o puerili o contorte. Sta avanti a tutti i nostri, eppure quanto nondista dai predicatori francesi suoi contemporanei, che uniscono la grandezza del sentimento religioso alla cognizione del cuore umano e al sentimento delle necessità della vita, la coltura dello stile e la popolarità! E parlo sempre delQuaresimale; chè neiPanegiriciil presunto obbligo d’essere eloquente lo precipita a capofitto nel mal gusto; mentre in alcune opere edificanti, come ilCristiano istruitoe laManna dell’anima, porgesi modello di limpida catechesi. Nelle missioni, dove cogliea grandissimi frutti, massime di paci, furono adottati i metodi suoi e le sue laudi, facili al canto e all’intelligenza. Divenuto sordo, pur continuò a predicare, preferendo i villaggi; semplicissimo conservossi anche alla Corte di Roma, ed era oggetto d’un culto popolare, rapendosi i mobili della camera dov’era abitato, e le vesti ch’erangli servite. L’Inquisizione condannò la suaConcordia fra il lavoro ed il riposo, ed egli pazientemente aspettò che la si ravvedesse[217].