Chapter 11

I ricchi non aveano la passione dell’agricoltura, intorno alla quale pochi cenni ci rimangono. Agostino Gallo bresciano pubblicò nel 1550 leVenti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa, dialoghi prolissi e male scritti, ma con cognizioni pratiche, esponendo ciò che avesse egli medesimo sperimentato, o avuto da persone degne di fede; onde Haller eccede di rigore ove dice che questoverbosus senex omnia obvia, etiam aliena profert; non satisfecit mihi neque in hortis, neque in agrorum cultu. Egli parla della coltura del riso e di quella del trifoglio, che ormai non praticavasi se non in Ispagna. Giambattista Cassandri cremonese, nellaEconomia, ovvero disciplina domestica(Cremona 1616), tratta di tutto ciò che serve a prosperar una famiglia per l’anima e pel corpo. Vincenzo Tanaro bolognese fece l’Economia del cittadino in villa(Bologna 1644), distinta in sette libri intitolatiPan e Vino, la Vigna e le Alpi, il Pollajo, l’Orto, il Verziere, i Campi, la Luna e il Sole.Non pare v’avesse pratica personale, ma raccoglieva, e ci tramandò bizzarre particolarità; per esempio l’uso allora più divulgato di sostenere la vite colle canne; la ricca coltura de’ cavoli ne’ paesi di monte; il finocchio di Bologna collo stelo grosso quanto una coscia; le giunchiglie vendeansi molto care a Bologna e le tuberose v’eran di fresco introdotte. Marco Bussato di Ravenna nelGiardino d’agricoltura(Venezia 1592) distendesi sulla potagione e gl’innesti de’ frutti, prevenendo Quintinié, Normand e altri francesi: si vale molto degli antichi, e scrive negletto. IlRicordo d’agricoltura(1567) di Camillo Tarello dà buoni avvedimenti, non desunti dagli antichi, e fra altri la replicata solcatura de’ campi e la rotazione, volendo che a frumento mettasi solo una quarta parte del fondo, e il rimanente ad altri prodotti; raccomanda di macerar il grano in orina o acqua di calce avanti seminarlo, spargerlo rado e ricalcarlo; loda la coltivazione del trifoglio, e il rimutar di tempo in tempo i prati in campo. Non toccherebbe dunque agli Inglesi la scoperta della rotazione agraria. Di Domenico Maria Clarici anconitano abbiamo laIstoria e coltura delle piante che sono per il fiore più riguardevoli e più distinte per ornare un giardino in tutto il tempo dell’anno(Venezia 1726), con un copioso trattato degli agrumi.

Prima che Luigi XIV divulgasse per tutta Europa il tono e le foggie di Francia, s’imitava Spagna nel bene e nel male, nella letteratura come nel vestire. A Napoli predicavasi spesso in spagnuolo, in spagnuolo recitavasi, di spagnolerie empivansi scritture, come oggi di gallicismi, e il discorrere era pieno dibacio le mani,resti servita, ebuglieeconvojareepapelareemontieraefar provecioealborotoe simili. Chè è colpaantica e nuova degl’Italiani l’adottare i difetti dei dominatori quand’anche gli odiano o disprezzano, or le gonfiezze spagnuole, or i gingilli francesi, or la pippa tedesca[158].

Qui sopra divisammo i costumi di Lombardia e del Regno. Firenze, che ci si presentò con Cacciaguida sobria e pudica, poi massaja e operosa ne’ Comuni, poi colta e splendida sotto i primi duchi, può ancora offrirci molti colori a incarnar il quadro degli usi d’allora; ed uno de’ cittadini d’antico taglio, notando sui registri di casa i fatti della giornata, ci ritrae il mutamento operatosi sul dechino del secolo[159]:

«Concluso che era un parentado, gl’interessati dell’una e dell’altra banda ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo di un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa, s’invitavano le parenti sino in terzo grado ad accompagnarla alla messa, e nell’uscir di casa s’incontrava alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de’ suoi contenti, e mostrare di non volerla lasciare uscire se non dava loro qualcosa; al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro o anello o smanigli o cosa simile, ed allora quello che aveva parlato ringraziava, e pigliava a servir la sposa, con darle di braccio sino alla carrozza, o per tutta la strada se s’andava a piedi, ed al ritorno a casa restavano a banchettotutti i parenti invitati, e quelli del serraglio erano licenziati. L’anello poi si dava in altro giorno, nel quale si faceva una colazione grande di confettura bianca, ed un festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giocava a giulè se era stagion da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c’era un uomo in capo alla sala, che con una lista chiamava per ordine di parentela ciascuno, che così senza confusione andava al suo luogo, le donne da una banda e gli uomini dall’altra. Al banchetto soleva comparire un mandato di quello che aveva parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d’odore il regalo che aveva avuto da lei; e lo sposo rimandava il bacile con trenta, quaranta e fino sessanta e cento scudi, secondo le facoltà; che servivano ad una cena, o in fare una mascherata, o altra festa.

«Si dismesse poi il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del denaro in uso proprio. Si dismesse ancora di chiamare i parenti nel mettersi a tavola con l’ordine del grado: onde due disordini, cioè che non tutti gl’invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a tante cerimonie per voler mandare in su gli altri, con confusione e disagio per chi è di già al suo posto; l’altro, che invece di molti parenti s’invitano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quegli, e qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall’invito molti parenti, che si va perdendo quella famigliarità che dovrebbe essere fra i parenti. S’è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d’altri, ma s’è introdotto di farlo per polizza, scrivendo in un quarto di foglio:N. dà conto a vostra signoria illustrissima che ha maritato la N. sua figliuola o sorella al signor N., via tale; e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno,lasciandole in casa di ciascuno; e molti hanno cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze.

«La funzione dell’anello s’è fatta quasi sempre in casa, se bene qualcuno l’ha voluto per devozione dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che avea le maniche aperte sino a terra; ma poi s’è dismesso e il colore e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all’uso delle altre donne, e di che colore più le piace.

«Subito che qualcuno era morto, se ne mandava a dar conto ai parenti, e s’esponeva il morto in una sala, o camera grande in terreno tra molti lumi, e si parava di rasce nere non solo detto luogo, ma tutto lo spazio ancora che era di lì sino in istrada, sicchè ognuno che passava aveva contrassegno di poter entrare a segnare il morto; e nell’istesso tempo i parenti stavano in una camera con le finestre quasi chiuse, e ricevevano la visita di condoglianza dai parenti e amici senza moversi a riceverli e accompagnarli. Sul farsi notte si portava il morto in chiesa con l’accompagnatura di quattro o sei regole di frati, ed un numero di preti con torcie gialle alla croce ed intorno alla bara, che per l’ordinario sarebbono state diciotto e sedici, ventiquattro e ventotto e più o meno secondo le facoltà: ed in chiesa, mentre si dicevano l’orazioni ordinarie, si posava la bara sotto un’arca di falcole gialle, e poi si dava sepoltura al cadavere. La mattina dopo si facevano l’esequie, alle quali erano invitati tutti i parenti per assistere alla messa di requie, e stavano gli uomini da una banda, e le donne dall’altra in panche parate di nero, con l’ordine della prossimità di parentado, e nel mezzo stava eretto un catafalco con molti lumi di cera gialla. Finita la cerimonia, si raccompagnava i parenti prossimi del morto sino a casa, se era vicino alla chiesa; se non, alla porta della chiesa si licenziava ognuno: ed in talfunzione i parenti stretti del morto portavano un velo pendente di qua e di là dal soppanno del cappello, che arrivava in mezzo al petto.

«Si cominciò poi, invece di tener esposto in casa il morto, a mandarlo di notte e privatamente nella chiesa più vicina alla casa, o parrocchia, o confraternita, e quivi si teneva esposto, e di quivi si levava per portarlo come sopra alla sepoltura. Si mutò anche questo, perchè si cominciò a tenere il morto in casa privatamente fino alla sera, che era portato in chiesa, dove la mattina dopo stava esposto a tutte le messe; e si dismesse il chiamare i parenti all’esequie e l’uso della cera gialla, introducendosi la bianca, siccome il chiamar tante regole di frati, ma se ne chiamava una sola, e più numero di preti.

«Oggi si tiene il morto privatamente in casa fino alla sera, che si manda alla sepoltura accompagnato da una regola di frati e dal parrocchiano con buon numero di preti, e con cinquanta torcie in circa di cera bianca, le quali si distribuiscono anco tra i frati ed i preti; e perchè la chiesa dove va il morto e la parrocchia devono aver certa partecipazione nella cera, si procura innanzi d’accordarle per sfuggir le liti, e la dichiarazione di che numero di torcie sia alla croce e che numero alla bara, dipendendo da questo la loro pretensione. In chiesa si pone il cadavere sopra una tavola parata di nero tra dieci o dodici doppieri con lumi di cera bianca, e fatte le cerimonie ecclesiastiche, si sepellisce, e se gli fanno celebrare le messe di requie più o meno, secondo la carità degli eredi, e nella medesima chiesa ed in altre, secondo il loro arbitrio. Ed ai parenti si dà conto con polizza, o scritta o stampata, come s’è detto nelle nozze, e vi s’aggiunge,E non s’incomodino, che vuol dire che quelli che ne danno conto, non vogliono complimenti di condoglianza in casa.

«Nata che era una creatura, il padre invitava un gentiluomo ed una gentildonna per essere compare e comare, e questi andavano a levar di casa la creatura, che in braccio all’allevatrice si conduceva a San Giovanni; e finita che era la funzione, il compare e la comare mettevano al collo della creatura un regalo, che ordinariamente era una collanetta d’oro con una medaglia o reliquia, e tornati a casa visitavano la partoriente, e ne’ primogeniti si faceva una colazione di confetture. Oggi s’è dismesso il regalare (e si fa solamente dai compari gentiluomini alle genti basse, in denari), ed anco bene spesso s’invita solamente un compare senza comare, e il padre della creatura va a levarlo di casa, e lo conduce a San Giovanni, e la creatura viene accompagnata dalla comare se vi è, o da altre parenti; ma si conserva bene l’uso che il compare visiti dopo la partoriente.

«È stato sempre uso tra la nobiltà che le donne di parto, particolarmente ne’ primi figliuoli, tenessero visite, e così le spose tre o quattro giorni, e con facilità se ne spargeva la voce per la città; e passati que’ giorni, se fosse arrivata qualche gentildonna, un servitore alla porta la licenziava senza che fosse ricevuta per mala creanza. Tanto segue ancora adesso, ma con questa sola varietà, che prima le spose per se medesime, e le partorienti per mezzo di suocera, madre, cognata, sorella o altra accompagnavano tutte le dame fino alla porta di casa; il che essendosi considerato con il tempo che riusciva di grande incomodo, s’è introdotto di non scendere le scale: e così s’osserva ai festini che si fanno il carnovale, o d’altro tempo di ballo o di giuoco, mantenendosi però in altre occasioni la dovuta creanza civile ed antica accompagnatura.

«Tutti i parenti s’invitavano al vestimento delle monache, e all’offertorio della messa si faceva l’offerta,stando la sposa accanto al celebrante rivolta al popolo, con due bacili di qua e di là in mano a due chierici, e tutti i parenti andavano a salutarla con lasciare in quei bacili le mancie. Ed in quei monasteri dove si faceva dentro il vestimento, s’andava a dare detta mancia a una grata della chiesa. S’è poi interamente dismessa quest’usanza della mancia, ed i parenti s’invitano al vestimento con la polizza scritta o stampata come in altre occasioni. Si praticava nel principio del secolo con sincerissima fedeltà, che chi voleva essere sicuro di aver buon luogo alle prediche della quaresima, e non poteva trattenersi per avere a sentir messa o altra occupazione, lasciava sulla panca qualche cosa, come libro, chiave, fazzoletto o altro: il che da chi arrivava dopo s’intendeva per luogo preso, e se gli portava rispetto, ed il padrone al ritorno ritrovava la sua roba ed il luogo. S’è poi dismesso quest’uso, forse per essere mancato la fedeltà; nel 1676 essendo stato in duomo un predicatore con gran concorso, molti gentiluomini, per esser sicuri d’aver buon luogo, hanno mandato a buon’ora uno de’ loro staffieri con la livrea a mettersi a sedere per serbarglielo.

«Nell’ultimo del secolo passato s’era incominciato a introdurre l’uso delle carrozze, ma nel principio del seguente non era ancora diventato comune, e molti della nobiltà non la tenevano; ma a poco a poco, con l’occasione di far parentadi o d’altro pretesto, ognuno l’ha messa su, e molti la tengono a quattro cavalli, ed i più ricchi a sei. Da principio le carrozze erano piccole, di cuojo dentro e fuora, e poste sulla sala delle ruote, che andavano assai scomode; poi si cominciò a fabbricarle sulle cigne perchè andassero meglio; e finalmente si sono attaccate dette cigne ad archi di acciajo ben temperati, che cedendo all’urto, fa che vanno assai più comode. Si fanno per i più ricchi divelluto nero, ed anco di colore, e con frangie di fuori e di dentro, e con il cielo di dentro dorato. Fino a mezzo il secolo usarono alcuni più ricchi, per le solennità della città, il cocchio, che di dentro era di velluto per lo più rosino, e di fuora paonazzo con otto pomi alle testate dorati; mai poi si sono intieramente dismessi. Nel 1670 s’è introdotta una foggia di carrozze venuta da Parigi, rette da lunghi cignoni che brandiscono assai, e si chiamano poltroncine, perchè vanno comodissime; e si sono dismessi gli archi, per il rischio di rompersi.

«Quasi in tutte le case nobili si teneva un cavallo di quelli chiamati chinea, o un mulotto, che servivano per chi non poteva o non voleva andare a piedi; e si adoperava per la città con gualdrappa di ermisino, ed anco di velluto, o di panno listato di velluto, ed in campagna con sella di corame. Ma con il moltiplicare delle carrozze si sono del tutto dismessi, e solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo nobile per passeggiare per la città. Quando le donne andavano in villa, andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste: ma oggi vanno in carrozza dove la strada è buona; se non, in lettiga a vettura, che presentemente ne sono moltissime a nolo, quando al principio del secolo non ce n’era se non una, che solamente serviva per tornare un ammalato di villa in città. Qualcuno de’ più ricchi e de’ più infingardi tiene da sè la lettiga per servirsene in campagna.

«In questo medesimo tempo che scrivo pare che s’introduca una comodità venuta da Parigi d’una tal sedia coperta, posta su due lunghe stanghe che brandiscono, posate su la groppa d’un cavallo e di dietro su due ruote. A questa tal sedia s’è dato nome di calesse; e sono così presto moltiplicate, che nell’anno 1667 s’è trovato esserne nella città intorno a mille e le lettighesono in gran numero scemate. Nell’andare per la città si servivano i primi granduchi del cocchio a due cavalli; ma cavalcavano innanzi alcuni gentiluomini in numero di sei o otto, che avevano titolo di lancie spezzate. Il granduca Ferdinando dismesse il cocchio, ed introdusse la carrozza con quattro cavalli, e due cocchieri a cavallo all’uso di Spagna; e le serenissime imitarono con introdurre la carrozza a sei cavalli anco per la città, e lasciarono la cavalcata delle lancie spezzate. Il granduca in città conduce alla portiera a piede il paggio di valigia, ma in campagna va a cavallo dietro alla carrozza: e portava già una valigia dinanzi, dove era un vestito ed ogni altra cosa che potesse occorrere quando venisse occasione di mutarsi; ma s’è poi dismessa questa diligenza parendo superflua. Alle serenissime ancora il paggio di valigia va per la città a piedi alla portiera, ed in campagna a cavallo.

«Fuor dei cavalieri di Santo Stefano e di Malta, e gli stipendiati dalla Corte del granduca, non c’era nessuno che portasse spada accanto; e quei pochi gentiluomini che n’avevano da S. A. S. la permissione, usavano di portar solamente il pugnale. Ugo d’Alessandro Rinaldi fu il primo che nel 1616 si cinse la spada, e fu immediatamente seguitato dagli altri giovani nobili, che non attendevano al negozio, avendo anco S. A. S. allargato la mano in concederne a tutti la facoltà, sì che presto si vide la città ripiena di spadaccini; poi a poco a poco s’andò dismettendo, sì che in oggi non solo l’hanno lasciata i gentiluomini, ma ancora i cavalieri e stipendiati di Corte. Nè meno per quasi nessuno si porta il pugnale, benchè S. A. S. ne conceda indifferentemente la facoltà ad ognuno con pagare certa tassa l’anno; e chi crede d’aver bisogno di valersi della spada, o per inimicizia o per altro, se la fanno portar dietro a un servitore, che può riuscire cosa malfatta. L’archibusonon era già concesso ai gentiluomini se non fuori delle otto miglia dalla città, ed a fuoco solamente, e non a fucile e ruota: ma oggi S. A. S. lo concede a tutti a ruota e fucile fino alla porta della città, mediante il pagamento della tassa; ed anco tollera molti che lo tengono nella città, e per passatempo se ne servono in casa per tirare a’ rondoni. Chi ha qualche timore va armato di giaco, e particolarmente la notte; ed oggi S. A. S. ne concede la facoltà ad ognuno, che già erano pochissimi quelli che avessero tal facoltà. Tutti i giovani nobili che stanno su la bizzarria, e che conducono dietro servitori, hanno introdotto di far portare al medesimo servitore sotto braccio una spada assai lunga.

«Si teneva già per i più solamente due servitori, uno con titolo di spenditore comprava e teneva i conti delle spese, e l’altro faceva le faccende in casa d’apparecchiare ed altro, andava fuori con la padrona, e faceva ogni altro negozio per la città secondo l’occorrenze; e dove era la carrozza, si teneva di più il cocchiere, al quale si dava di salario dieci lire il mese, allo spenditore dieci, all’altro servitor otto, e tutti vestivano del proprio. S’introdusse a poco a poco l’uso delle livree, e si cominciò a vestire il cocchiere ed il servitore che andava con la padrona, e finalmente a crescere il numero di questi, che oggi la nobiltà della prima riga tiene più servitori a livrea; e le donne ne conducevano almeno due, e gli uomini uno: se gli dà, oltre al vestito, uno scudo il mese.

«Le serve erano già tre, cioè una col nome di cuoca faceva le faccende della cucina; un’altra si chiamava donna di mezzo, perchè andava fuora con la padrona, spazzava le camere, rifaceva i letti, e serviva tutti gli altri bisogni, ed anche occorrendo ajutava qualche volta alla cuoca a fare il pane ed altro: ed a queste due si dava, oltre alle spese, un mezzo scudo o lirequattro il mese. La terza donna era di qualche civiltà più, e si chiamava matrona; la quale fuori di casa teneva compagnia ed in carrozza ed a piedi alla padrona, ed in casa cuciva per la medesima, e la serviva nel vestirla ed assettarle la testa, benchè per questa faccenda qualche padrona teneva una fanciulla: e si dava alla matrona sei o sette lire il mese, e la fanciulla in capo a qualch’anno si maritava con dargli cento o cencinquanta scudi di dote. Il servizio della matrona s’è del tutto dismesso, perchè le padrone non conducono fuora più nessuna donna, andando in carrozza sole, ed a piedi s’appoggiano a un servitor di livrea; ma le signore titolate più ricche conducono in carrozza qualche giovane fanciulla che chiamano damigella, e s’appoggiano ad uomo d’età senza livrea; che se gli è dato il nome d’uomo nero o di bracciere. Le artiere, per non andar sole fuori, tengono provvisionato un bottegajo con dargli dieci lire il mese, il quale le feste va ad accompagnarle alla messa ed altrove; e quest’uomo il vulgo lo chiama domenichino, perchè va in opera la domenica.

«I giuochi d’esercizio erano, la state quello della palla lesina e della pillotta: ed alla palla lesina si giocava quasi per tutte le strade, perchè i ragazzi nobili di un vicinato si mettevano insieme dopo il desinare, e mandavano al tetto più comodo della loro strada. Questo giuoco è in oggi del tutto dismesso e spento[160]. Perle case, e particolarmente l’inverno, si giuoca alle minchiate ed a sbaraglino: tutti due questi giuochi resi col tempo più belli. Il maglio era in uso come oggi, ma assai più frequentato. Si giocava ancora assai ai dadi, benchè dalle leggi fosse proibito; ma oggi tra i giovani gentiluomini si trova pochi che lo sappiano giocare. S’è aperto da qualche anno in qua una casa su la piazza di Santa Trinita, alla quale hanno dato nome di casino, dove si raguna il giorno e la sera, secondo la stagione, tutta la nobiltà, e vi si giuoca, oltre a’ soprannominati giuochi, anco a primiera, tantio ed altri simili giuochi: e viene da S. A. S. permesso questo pubblico giuoco, perchè non v’intervenendo altre persone che della prima nobiltà, pare che non vi possino avvenire di quei casi, per cagione dei quali sogliono le leggi proibire simili ridotti.

«Le donne giocavano già, e particolarmente l’inverno, a giulè; ma una ambasciatrice di Lucca insegnò in una conversazione il giuoco di cocconetto, che a poco a poco si è introdotto per le altre conversazioni, e s’è del tutto dismesso il giuoco del giulè. Per gli uomini s’è introdotto ancora il giuoco del palloncino con la mestola da pochi anni in qua; e qualcuno giuoca al pallone con i bracciali, ma pochi sono i gentiluomini che vi si diano. Il giuoco del calcio, come antico nella città, si procura di mantenere nel carnovale: ma già vi giocavano persone di età e con la barba, che oggi non v’interviene se non gioventù.

«Sono state tante le vanità del vestire che in questo secolo sono seguìte, che si rende impossibile di poterle narrare: nel principio del secolo si premeva d’accostarsi all’uso di Spagna, e adesso intieramente alla franzese, e di là vengono tutte le usanze e le mode. Per gli uomini, il vestire è usato sempre color nero; ma per la gioventù si portava il giubbone e le calzettedi colore, e con le legacce con merletto d’oro e d’argento secondo che tornava meglio al detto colore; e gli uomini di trentatre a quarant’anni incirca portavano ancor nero il giubbone, ma le calzette sempre di colore. La materia era secondo le stagioni, e per lo più nell’inverno di rascia o perpignano di Firenze o di velluto, e la state di tabì, terzanello ermisino, ecc.; e si guarnivano con molte guarnizioni di raso e tabì ricamate, che venivano ordinariamente da Milano. Ciascuno aveva per stagione un vestito ricamato riccamente di seta nera per servirsene nelle occasioni più cospicue, come nelle foresterie ed altro. Oggi si veste per ognuno interamente di nero, nè si veggono calzette di colore se non qualche volta a qualcuno dei giovani più bizzarri. S’è dismesso del tutto di ricamare i vestiti, ed il guarnirli con quelle guarnizioni ricamate accennate di sopra; siccome s’è ancora dismesso il guarnire con frangie di seta nera, come s’era introdotto a mezzo del secolo; e s’è preso ad adornarli con nastri rasati o tabissati in tanta quantità, che è cosa mostruosa a vedere la quantità delle braccia che si mettono in un vestito. Gli uomini d’età li usano neri, ma i giovani di colore, e molte volte mescolati di più colori, che fa parere un vestito sia un prato fiorito; ed i medesimi nastri si mettono al cordone del cappello. L’inverno la materia è velluto o panno d’Olanda, e la state ermesino o taffetà rasato, ed i mezzi tempi vellutini o grossagrane.

«A festini, giostre, cavalcate d’incontri, di funzioni ed altre occasioni speciose, si premeva già di comparire in calza intera con fodera a detta ed al cappotto di teletta d’oro, con stivaletto di marocchino nero con speroni dorati o inargentati o bruniti di nero, secondo la fodera del vestito, e con il collare a lattughe, il quale si portava anco assai spesso fuori delle suddette occasioni. Ma a mezzo il secolo erano tutte queste cose quasiin disuso, ed oggi sono del tutto dismesse, a segno che farebbono ridere se si vedessero addosso ad uno. Ora quasi tutti i giovani hanno introdotto di portar le calzette di colore perlato che pajono vestiti a livrea; ma presto s’è dismesso. Portano la parrucca linda, senza avere riguardo al colore del suo proprio capello, e si radono tutti i mostacci; portano le scarpe piene di nastri, ed anco qualcuno vi mette delle gioje. Son ritornate le frangie di seta nera per guarnire i vestiti.

«Le spose comparivano in abito tutto bianco, ma per le altre donne non s’aveva riguardo nessuno nè al colore nè al concerto dell’abito, perchè taluna avrebbe portato una veste gialla ed una zimarra verde; un’altra, zimarra gialla e la veste verde, e così degli altri colori senza nessuna considerazione; e le donne di tempo se eran maritate portavano la zimarra nera, ma la sottana o veste di colore: era però per tutto guarnito ogni cosa riccamente. Si cominciò poi a premere nel concerto, e si portava ogni cosa del medesimo colore, che qualcuna sarebbe parsa botata[161]. Ed oggi finalmente portan tutte l’abito franzese con la zimarra o veste nera di sopra, e di sotto la sottana di colore, che va variandosi come più piace, e si guernisce riccamente con oro o argento, e quella di sopra solamente di nero, e si porta alzata, acciò si vegga quella di sotto. Usavano già il ciuffo e la grandiglia assai grandi, che sono dismesse, andando assai scollacciate, e con molti ricci solamente alle tempia. Le vedove portavano un manto sino in terra e ripiegato sulla spalla, a foggia d’un lettuccio; e poi cominciarono a mettersi in capo quella parte che soleva ripiegarsi sulle spalle, e finalmente hanno lasciato interamente il manto, e vestono di nero del tutto come le maritate, con ricci le giovani, nè son da quelle distintecon altro che con una piccola cuffia nera di velo in capo. Hanno introdotto le giovani di portar sulla fronte un cerchietto di capelli biondi che lo chiamano parrucchino, che sta malissimo a chi ha la capellatura d’un altro colore.

«Le meretrici portavano già tutte un segno apparente del loro infame esercizio, ed era un nastro giallo al cordone del cappello, che allora s’usava assai di portare; e quando non l’avevano s’appuntavano un segno giallo alle treccie; e se fussino state trovate senza, sarebbero state castigate. A poco a poco si cominciò a dismettere col pagamento di non so che tassa, ed in oggi non è più in uso, nè si conoscono se non alla loro sfacciataggine.

«Gli Ebrei portavano già tutti il cappello rosso, eccetto qualcuno de’ negozianti che per supplica otteneva grazia di portarlo nero. Oggi, qual se ne sia cagione, tutti lo portano nero, nè si distinguono dai Cristiani.

«Per paramento della sala e camere non usava altro nel principio del secolo che corame, il quale per i più briosi era dorato, e nelle portiere delle camere v’era l’arme del padrone; poi a poco a poco si cominciò a fare i paramenti nelle camere principali di rasetti, poi dommaschi; e finalmente i più ricchi gli fanno di velluti, telette d’oro e dommaschi con trine d’oro, e le sedie e le portiere compagne; ed alcuni fanno anche tessere a posta le portiere con la loro arme. Le sale si tengono oggi senza paramenti, ma con molti quadri adornate, li quali quadri hanno le cornici dorate tutte e grandi, dove già usavano tinte di nero, con due o tre filetti d’oro al più. Nelle sale ordinariamente c’era un camino grande ed un acquajo, ed in questo si teneva una secchia d’ottone per lavarsi le mani nell’andare a tavola, e vicino v’era la bandinella (che ritengono ancoroggi i frati) per rasciugarsi; si sono poi rimurati questi acquaj ed i camini; ed essendosi cresciuti (come ho detto) i servitori, ognuno si fa dare l’acqua alle mani da’ medesimi servitori in bacile d’argento, e l’inverno per i medesimi servitori si tiene in sala un caldano di fuoco. A tavola s’usava già di mangiare in piatti di terra o di stagno, e così si seguita per i più, adoperandosi però argento nelle sottocoppe, bacili, forchette e cucchiaj e saliera; ma i più ricchi hanno fatto tutti anco d’argento la piatteria, e tengono ancora le camere adornate di vasi d’argento e simili galanterie su tavolini e stipetti di pietra e d’ebano.

«In sala usava già tenersi sedie di corame con un’arme piccola del padrone nella spalliera, e sgabelli di noce: oggi vi si tengono per molti panche con spalliera dipinta con l’arme o impresa del padrone, e fanno cassa per servizio de’ servitori; e se pure vi si tengono sgabelli, son rabescati con intagli dorati.

«Cominciò nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del bere fresco, ma si procurava di ottenerla dai pozzi col calarvi le bocce del vino qualche ora innanzi il pasto; ed il pozzo di qualche casa, che aveva concetto di fresco, serviva spesso anche per i vicini, che vi mandavano le loro bocce, che per lo più erano di terra. Si cominciò a riporre, l’inverno, il diaccio per valersene l’estate a rinfrescar il vino, l’acqua, le frutte ed altro, e ha preso tanto piede questa delizia, che molti l’usano continuamente anche l’inverno, ed è degno da notarsi l’augumento che ha fatto; perchè l’anno 1609 Antonio Paolsanti, ajutante di camera del serenissimo granduca, prese l’appalto del diaccio per lire quattrocento l’anno, e il 1665 fu appaltato per lire quattromila trecento. E per dir qualche cosa ancora di fuora, in Pisa non si trovò l’anno 1605 chi volesse l’appalto per scudi cinquanta; e oggi è sopra scudi millenovecencinquanta: è però vero che l’appaltatore serve ancora Livorno. Quando l’inverno non diaccia, sono obbligati gli appaltatori, così di Firenze come d’altrove, di far venire la neve dalle montagne, e però procurano di riporla a suo tempo nelle buche fatte a posta per conservarla all’estate. Usano le persone ricche e doviziose di far fare, per bere fra giorno, acque concie di varie sorte con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di cannella ed altro, raddolcite con zucchero; e ne’ luoghi più frequentati della città ci sono botteghe, dove si vendono in carafine diacciate, che riesce all’universale una gran comodità.

«S’è introdotto in Firenze nel 1668 assai comunemente una bevanda all’uso di Spagna, che si chiama cioccolata; ed anco di questa vende uno dei sopradetti bottegaj in bicchieretti di terra, e par che gusti così calda come fredda.

«Ciascun padre di famiglia che avea facoltà di poterlo fare, teneva in casa un prete per insegnare ai figliuoli, e per accompagnarli fuori; e ci erano suggetti di lettere e di bontà riguardevoli. E per quelli che non potevano tenere il maestro in casa, c’erano parecchi che tenevano scuola pubblica, e vi si mandavano i figliuoli con un servitore o con altri. Avendo poi preso credito le scuole che tengono i Gesuiti, ognuno s’è voltato a loro per non spendere, e si sono smesse le scuole pubbliche; e quel che è peggio, nessuno studia, o pochi, per fare il mestiere del maestro, perchè questo impiego è svanito, ma ai più basta imparare tanto che basti loro per passare all’esame e divenir preti».

Delle persone da tutto il mondo accorrenti a Roma per cercare fortuna, era dimezzato il numero colla riforma religiosa: e i pellegrini della scienza, dell’arte, della civiltà non teneano più di primario interesse Firenze, Venezia, e altre città nostre, quando grandeggiavanoMadrid, Londra, Amsterdam, Parigi; v’ebbe colà artisti che pareggiarono e vinsero i nostri maggiori, quantunque si mettessero sull’orme di questi. Pure continuava a visitarsi l’Italia con rispetto tradizionale, e a tacere gli artisti, quasi tutti educati qui, fra i molti viaggiatori vuolsi ricordare l’arguto Michele Montaigne. Avvezzo ad osservare gli uomini e le cose, e paragonare l’antico coll’odierno, ne aspetteremmo fini giudizj: ma preoccupato della sua salute, continuo parla di sè, fin a stomacare chi non consideri che non destinava alla pubblicità quel giornale, di cui una parte scrisse in italiano[162]. Entrato, il 1580, dal Tirolo, a Verona stupì del poco devoto contegno nelle chiese, dove si voltavano le spalle all’altare, e tenevasi il cappello, mostrando badar alla messa soltanto all’elevazione. Che gli alberghi fossero tanto peggiori di quelli di Francia e di Germania, è lamento ripetuto da tutti i viaggiatori, benchè più tardi il presidente De Brosse lo dichiarasse affatto ingiusto. In generale egli trova che qui si mangia in istoviglie, anzichè in peltro e stagno; e disgrada la nostra cucina a confronto della francese. Fin a sette e otto miglia vengono incontro gli ostieri, allettando con buone condizioni a scavalcar da loro. Case cattive, con ampie finestre, grossolani controventi, nessuna stufa, letti duri senza cortine; visite e dogane lo remorano ogni tratto; ogni tratto vede scritto,Ricordati delle bollette, ch’erano richieste per ragione di sanità.

Padova trae vita dagli studenti; ma i francesi gentiluomini accorrenti a quell’università sono in tal numero, che vivendo tra loro, non imparano i costumi forestieri: anche molte famiglie vengono ad abitarvi a cagione del buon mercato. Di Venezia ripete le solitedicerie; vi conta cencinquanta gentildonne da mercato, che faceano grandi spese in mobili, in vesti, e la nobiltà ne manteneva pubblicamente; vi si vivea con poco, non bisognando gran servi nè cavalli. I giovani nobili (ci vien riferito da altri[163]) vanno alla commedia per ridere delle buffonerie e degli attori, non meno che per atteggiare essi stessi; menano cortigiane nelle loggie, e fanno schiamazzi e atti da non dire; si divertono non solo di sputare in platea, ma di gettarvi la smoccolatura delle candele, massime sopra qualche galante; e per poterlo fare impunemente tengono alla porta dei bravi mascherati.

Firenze invece era la città più costosa; le donne ben apparivano con scarpe bianche e cappelli di paglia, i quali vendeansi quindici soldi l’uno, mentre in Francia costerebbero quindici lire; belle le meretrici, raccolte tutte in un luogo; il grano lasciavasi dieci e quindici giorni sul campo, senza paura del vicino; sin le contadine aveano l’Ariosto in bocca. A Siena, sulla piazza più bella del mondo, si celebrava ogni giorno la messa, sicchè gli artigiani la sentivano senza staccarsi dalle proprie faccende. Ornamento del paese sono i portici; e sotto questi i signori a Lucca pranzavano l’estate. Quivi molto si giocava al pallone; gli alloggi erano ad alto prezzo, attesochè non vi capitano forestieri; ma frequentati erano i bagni, intorno ai quali moltissimo si occupa Montaigne. A Pisa ognuno stava occupato a lavorare. Nelle nazioni libere (egli riflette) non si fa distinzione fra le persone; anche le infime tengono alcun che di signorile ne’ modi; fin nel domandare lalimosina mescolano sempre qualche parola d’autorità: — Datemi l’elemosina, volete? — Fatemi la carità, sapete?» e uno a Roma diceva: — Fatemi bene per l’anima vostra».

A Roma, dopo rigorosissimo rimuginar di bauli, specialmente pei libri, trattenendogli i sospetti, alloggia all’Orso; pranzasi alle due, cenasi alle nove; vi si sentono meno campane che non in qualche villaggio di Francia, e non immagini; le chiese men belle che nel resto d’Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure, a segno che chi avesse denari gli affidava ai banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de’ prelati. In carnevale facevansi corse or di fanciulli, or di vecchi nudi, or di ebrei o di cavalli con ragazzi, o d’asini, o bufali: gentiluomini e dame vi correano la quintana, e faceano altri esercizj cavallereschi, in cui erano spertissimi; e anche le donne mostravansi senza maschera. Il popolo minuto assai più devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondavano gli spiritati e gli ossessi. Alla processione del Volto Santo forse dodicimila torcie si accesero, e file di Battuti si flagellavano, mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino l’estremità del loro staffile.

Tutto era pieno di forestieri, sicchè la varietà d’abiti e costumi non facea colpo. Vide arrivarvi un ambasciatore del re di Moscovia, con lettere dirette al gran governatore della signoria di Venezia, credendo questa città fosse nella dizione del papa; invitato a una cavalcata che fu di cencinquanta a duecento cavalli, quell’ambasciatore rise, dicendo che nel suo paese si fanno di venticinque o trentamila.

Il veder tante cose, l’udir prediche, il bazzicare cortigiane, che faceano pagare anche la conversazione, cacciavano la malinconia da Montaigne, il quale ambì eda fatica ottenne il titolo di cittadino romano. La bellezza delle nostre donne non gli pareva poi tanto mirabile; pure di brutte ne vedeva assai meno che in Francia, e migliore la testa e dalla cintola in giù; maggior maestà di comporto, mollezza e soavità; maggior ricchezza nel vestire, tutte perle e pietre; molte appajono in pubblico, però distinte dagli uomini, eccetto che nelle danze, ove procedono con molta libertà. Gli uomini vestono positivo, di nero e di sargia di Firenze, ed hanno apparenza alquanto vulgare, benchè cortesi e graziosi; quantunque i Francesi non vogliano confessare tali quei che non sopportano le loro trascendenze. «E benchè noi (soggiunge) facciamo ogni possibile per iscreditarci, pure hanno affezione antica e riverenza per la Francia, in modo che vi sono rispettati tutti quelli che il meritano, o che si comportano senza offenderli».

Da Roma a Milano i mulattieri consumavano venti giornate, e pagavasi due bajocchi per libbra il trasporto delle merci. Tutta la costa era orlata di torri per respingere i pirati; del cui accostarsi correva l’avviso in un’ora dall’estrema Italia fino a Venezia. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e di miracoli. A Pavia trovò il peggior albergo che mai al Falcone; e quivi e a Milano carissima la legna, e rari i materassi. Milano, la città più popolata d’Italia, piena di ogni sorta artigiani e mercanzia, ha aria di città francese. Torino, piccola, in luogo molto acquoso, è mal edificata e non piacevole[164], benchè per mezzo della via corra un fiumicello che la deterge: la lingua popolesca non ha quasi d’italiano che la pronunzia e francesi le parole[165].

Un viaggio in Italia scrisse pure, fra altri, il presidente Misson (Aja 1702), tutto sfavillante di scherzi e rimproveri contro le superstizioni romane; eppure egli stesso empì il suoTeatro sacro delle Sevennedi miracoli, operati a onore de’ Protestanti ivi uccisi.

Le potenti individualità, ch’erano comparse al tempo del rinnovamento, dileguavansi entro un’uniformità regolare; non la rompevano che il disordine o il misfatto, i bravi o gli artisti, de’ quali ancora fu spesso bizzarra e agitata la vita. Il Chiabrera ammazzò un gentiluomo romano; il Davila un altro, e al fine egli stesso fu assassinato in viaggio; Torquato Tasso tira stoccate; il Murtola e il Marini si fanno guerra sia di fucilate sia di spionaggio; il Boccalini è battuto a morte con sacchetti d’arena; Annibale Bimbioli, professore di medicina a Padova, fu nel palazzo vescovile trafitto da un Padovano di casa Trivigiani; Giuseppe Ortale, poeta siciliano, era detto il cavaliere sanguinario per la sua maestria nella scherma; Alessandro Stradella, famosocompositore napoletano, avendo sedotta l’amante d’un signore veneziano, questi mandò sicarj a cercarlo per tutto, i quali lo assalsero più volte, lo pugnalarono a Torino, e appena guarito l’assassinarono a Genova; Lorenzo Lorenzini, turcimanno agli amori di Luigia d’Orléans col principe Ferdinando, fu da Cosmo III tenuto vent’anni in fortezza a Volterra, ove studiò le matematiche, e fece il libroXIIdelleSezioni coniche; Muzio Oddi, convinto di comunicare i secreti del Consiglio alla duchessa, fu dal duca d’Urbino chiuso in prigione per sette anni, ove fabbricatosi inchiostro e carta, scrisse di matematica, e uscitone il 1609, fu molto adoprato come ingegnere militare.

E assalti, schioppettate, coltellate s’imbattono nella vita di qualunque, anche più quieto. In Venezia, dov’era proibito portar armi, fu permesso a frà Paolo Sarpi di farsi accompagnare da un frate laico coll’archibugio. Elisabetta, figlia del pittore Andrea Sirani allievo di Guido, e rinomata per la quantità e il merito de’ suoi dipinti e delle incisioni all’acquaforte, a ventisei anni fu avvelenata. Giacomo Torelli di Fano macchinista architetto, a Venezia assalito una sera, difendendosi perdette alcune dita. Il Panigarola, famosissimo predicatore milanese di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d’allora. — A poco a poco (narra egli stesso) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d’esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de’ quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimenocolla felicità dell’ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l’aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò colle schermo solo d’una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni».

Domenico Moni di Ferrara, strappatosi all’austerità certosine, sposò una fanciulla che amava, e si diede alla filosofia. Non traendone però di che vivere, si fece medico; ma non meno di quelle povere verità gli spiacque (com’e’ diceva) questa ricca impostura. Si applicò alle leggi, e qui pure soffrì disgusti; finchè imbattutosi a vedere il Bastarolo che dipingeva, s’attaccò affatto a quest’arte, e vi fu de’ più fecondi e non dei più infelici; in pochi giorni concependo e finendo quei quadri, di cui è sparso il Ferrarese. Mortagli la moglie, ne concepì fiera malinconia; dominato dalla quale, passò fuor fuori un abate romano che per caso l’urtò, e salvossi presso il duca di Modena.

Venuto per una lite a Milano Bartolomeo Dotti della Valcamonica, il senato ebbe a farlo arrestare, e bruciar per mano del boja alcuni suoi scritti satirici contro quei senatori: dal castello di Tortona riuscito a fuggire, e a Venezia preso servigio, meritò il cavalierato, e infine vi si stabilì come agente della valle natìa. Careggiato pel suo motteggiare, ma insieme temuto e odiato, una sera, mentre in pianelle e vestone tornava da un vicino ritrovo, fu trucidato.

Vita avventurosissima menò pure il conte Majolino Bisaccioni ferrarese. Servendo agli stipendj di Venezia, ebbe un affar d’onore con un capitano; un altro conAlessandro Gonzaga, sotto il quale avea militato in Ungheria: toltosi dall’armi, fu podestà nel Modenese; accusato d’una fucilata contro un avversario, si scagionò; e il principe di Correggio il prese amministratore civile e militare del suo paese, e con onori compensollo di nuova prigionia inflittagli per sospetti che dissipò; il volle seco a mensa, in carrozza, e a tenere un torneo. Rimessosi militare, difese Vienna nell’assedio del 1618; fu poi adoprato in affari d’importanza anche da Vittorio Amedeo di Savoja, finchè un nuovo duello lo pose in altri guaj. Ritirossi alfine a Venezia, ebbe titoli e onori dal re di Francia, i quali nol tolsero dall’indigenza: scrisse novelle e drammi e apparati scenici, e sull’arte della guerra, e alquante operette storiche, e una violenta letteraa un certo Fulvio Testi, che l’aveva attaccato con un libello infame.

Se vogliamo seguitare cotesti genj eterocliti, ecco Paolo Beni, reputatissimo letterato, ma accattabrighe in tutte le baruffe di quel tempo; difese il Tasso, e in generale credeva la lingua moderna migliore e più ordinata dell’antica; sul qual conto lanciò severe critiche alla Crusca, non risparmiando Dante, Petrarca, Boccaccio, e tanto meno i viventi, e n’ebbe ripicchi durissimi. Paolo Guidotto Borghesi da Lucca fu pittore, scultore, letterato, astrologo, sonatore, musico, architetto, matematico, insomma quattordici arti possedette, ciascuna delle quali sarebbe bastata a farlo ricco, e tutte insieme nol tolsero di miseria; volle fare sperimento di volare, a grave suo costo; eseguiva gruppi di molte figure, lodati dal Marini e da altri contemporanei; emulò il Tasso, opponendogli laGerusalemme rovinata e distruttain altrettante ottave.

Antonio Oliva di Reggio in Calabria, teologo del cardinale Barberini, cacciatone per immoralità, si mette capo di briganti, è arrestato, poi uscito di prigionediviene professore di medicina a Pisa, e alla prima lezione recita una diceria del Moreto come sua, e scoperto di tale soperchieria, risponde: — Non volevo dir male, e non avrei saputo dir meglio che colle parole di quel latinista». Eppure nelle grazie del granduca entrò sì avanti, che fu posto uno dei nove nell’Accademia del Cimento, nella quale però non troviamo operasse nulla d’importante, solo avendo l’arte dei ciarlatani che non fan nulla, di farsi credere un ingegno grande. Bentosto scandalose avventure gli resero necessario il ricoverare a Roma, dove come medico avvicinò cardinali e pontefici: finchè scoperto che era uno dei fondatori di una società de’ Bianchi, imputata di oscene adunanze, Alessandro VIII lo fece arrestare: posto ad esame e temendo di peggio, si precipitò da una finestra.

Tra gli scrittori bizzarri cerniremo Tommaso Garzoni di Bagnocavallo, che a undici anni compose un poema in ottave sui trastulli fanciulleschi; poi fatto canonico lateranese, crebbe di cognizioni; nelTeatro de’ varj cervelli mondani(1583) passa in rivista i cervelli, cervellini, cervelluzzi, cervelletti, cervelloni, cervellazzi, ciascuno suddividendo in modo da ordirne cinquantacinque discorsi, ove lo spirito è scipito quanto affastellata e indigesta l’erudizione. NellaPiazza di tutte le professioni del mondodiscorre su cencinquantacinque professioni, dal re ai dotti, ai ciurmadori, ai mestieranti, a ciascuno soggiungendo quel che gli casca alla memoria. Nell’Ospedale de’ pazzi incurabilipassa in rassegna le diverse follie in trentatre discorsi, ognuno de’ quali conchiude con una preghiera a qualche dio per la guarigione delle specie de’ pazzi di cui parlò. LaSinagoga degli ignorantiva sul piede stesso, definendo l’ignoranza, i segni suoi, le cause che la sviluppano e mantengono, le funzioni degli ignoranti, fra le quali è precipua il censurare i dotti, calunniarli pressoai grandi o al mondo. NelMirabile cornucopia consolatorioloda le corna a consolazione d’un marito malcapitato. NelSerraglio degli stupori del mondodistribuiva in dieci appartamenti i diversi soggetti straordinarj, mostri, prestigj, oracoli, sogni, e quanto avea tratto da una indigesta lettura. Queste opere levarono grido e furono volte in francese, ma nessuno più ne sopporterebbe la lettura.

Non dimentichiamo Giulio Cesare della Croce, nato a Persiceto nel Bolognese: povero orfano educato da uno zio maniscalco, aperse bottega a Bologna, e invaghitosi dello scrivere, fece molte opere rozzissime, fra cui una che sopravviverà a tutte queste nostre, ilBertoldo. Le ripetute edizioni nol trassero dalla sua mascalcìa, e solo invecchiando accettò una pensione da signori bolognesi.

Vincenzo Bianchi veneziano a vent’anni supplica di leggere nell’Università di Padova iDialoghi di Platonegratuitamente: ma i Riformatori rispondono esser legge che niun professore manchi di stipendio. Dal celebre Du Fresne, allora ambasciadore di Francia a Venezia, raccomandato ai ministri e al re, passa in Francia, vi ha grandi accoglienze e facoltà di dar lezioni nel collegio de’ professori regj e di «poter di ciò che più gli piacesse ragionare dalla cattedra»: distinzione che spiacque ai Francesi. Molte cose scrisse, fu in corrispondenza con Keplero; ma credeva fermamente alla predizione degli astri, e si vantava di gran nascita e gran titoli, conte, discendente dai Comneni imperiali, mentre era figlio d’un ragioniere.

Lo strano erudito Teofilo Rainaud di Sospello, gesuita, ricusò il vescovado di Ginevra; a Ciamberì essendo entrato in corrispondenza col padre Monod, prigione allora nel castello di Montmeillant per castigo del Richelieu, meritò le costui vendette, sicchè venne côlto eprocessato; fu scoperto innocente, ma solendo i potenti persistere per non confessare d’aver avuto torto, eccolo di nuovo prigione; poi liberato, s’acquistò la grazia del legato pontifizio, e fu adoprato in varie pratiche. Scrisse ben novantatre opere senza un morso di lima; il genio storico esercitò contro i Giansenisti; la sterminata erudizione sparpagliava col vaglio, talchè il titolo non corrisponde mai alla materia che assume, e per esempio, nel trattatoDella Rosa benedettaragiona della quaresima.

Del pari stravagante fu Antonio Magliabechi di Firenze (1633-1714). Messo a giojelliere, la sua passione pei libri gli guadagna il cardinale Leopoldo de’ Medici, e Cosmo III gli affida la biblioteca da lui fondata. Vero divoratore di libri, li esaminava come fanno i giornalisti, cioè leggendo il frontispizio, l’indice, la dedicatoria, la prefazione, al più un’occhiata a ciascuna divisione, e tanto gli bastava per dirne il valore. Quanto leggea restavagli nella ferrea memoria: de’ libri ammonticchiati sapeva per reminiscenza la postura, e rimuginando mettea le mani su quel che gli occorresse. Perciò come a biblioteca vivente ricorrevano a lui i dotti d’ogni parte, ed egli rispondeva a pieno e a fondo, citando fin le parole e le pagine: — Io non ho mai notato (scrive egli al Fontanini nel 1698) cosa alcuna di quelle che mi abbia letto; del che ne sono stato ripreso infino da questi serenissimi principi. Diverse cose ho io in mente; ma non posso fidarmi della memoria, ed il riscontrarle mi si rende quasi impossibile, per aver tutti i miei libri ammassati.... onde per prenderne uno è necessario il rovistarne dugento.... Il nobilissimo signor Rostgaard potrà attestarle che, avendo esso avuto bisogno del secondo tomo delle opere del Libanio, io gli dissi subito dove l’avevo, ma gli convenne levar prima intorno a cinquecento libri in-folio sotto li quali era. Le notizieche ella brama le ho in mente senza aver bisogno di cercarle, ma in nessuna maniera mi fiderei della mia memoria senza riscontrarle ne’ libri, ne’ quali le lessi». Rispondendo a tutti, cercava ingordamente la fama, e l’ottenne estesissima, dando per riavere, lodando in faccia, poi tassando alle spalle[166], e fin al granduca scrivendo lettere ad aggravio ed infamia del terzo e del quarto, eper le viscere di Gesù Cristopregandolo le bruciasse. Quanto cortese agli stranieri, tanto mostravasi burbero e sprezzante verso i nazionali; ne eccitava le gelosie, lieto di vederli deprimersi tra loro; chiamava asino il Viviani, mordacchiava il Redi, il Magalotti, il Coccapani ed altri: ma trovò chi lo rimorse. Il suo più lungo viaggio fu sino a Prato per riconoscere un manoscritto. Deforme, zotico, strano ad ogni gentil sentire, sempre solitario senza manco un servo, addosso un abito a strappi e a frittelle, non mutando la camicia finchè non gli cadesse a brandelli, stava fitto l’intiero giorno sul suo seggiolone, ivi dormiva, ivi mangiava senza interrompere la lettura, e i rimasugli de’ cibi servivano di segnale ne’ libri, o imputridivano tra la rinfusa congerie di questi, unico arredo di sua casa. Teneva un caldanino per le mani, neppur lasciandolo quando andava dal granduca; e avendogli quello una volta bruciato i panni, egli non se ne avvide che allo scottar delle mani. Nulla scrisse; e noi che vogliamo misurare la potenza dall’atto, temiamo doverlo porre fra quei molti che, per serbarsi in reputazione, hanno duopo di non pubblicare le cose che promettono.

Ferdinando Stocchi di Cosenza vantavasi astrologo, e di scoprire colla cabala i ladri, i tesori nascosti, i rimedj contro malattie inveterate. A Carlo Calà, avvocato che coll’arte sua erasi guadagnato tanto da divenire duca di Diano e marchese di Villanova, fece credere d’avere scoperto i fasti d’un suo antenato, discendente da re e morto santo; inventò documenti e reliquie; e queste furono poste sugli altari, quelli esposti in unaStoria degli Svevi e del conquisto de’ regni di Napoli e di Sicilia per l’imperatore Enrico VI, con la vita del beato Giovanni Calà, capitan generale che fu di detto imperatore(Napoli 1660): ma un suo complice morendo lo palesò, e le ossa si scoprì essere di un asino.

Fra questi tipi bizzarri non dimenticheremo il lucchese Zamet, che condottosi in Francia sotto la protezione di Caterina de’ Medici, e addetto ad Enrico III come calzolaio e guardaroba, si fece gradito coi molti, e mostrò grand’abilità nei maneggi, sicchè presto accumulò ricchezze, e divenne amico di Mayenne, di Enrico IV, di Maria de’ Medici. Applicatosi alle finanze, prese grossa parte negli appalti, fabbricò e addobbò un ricchissimo palazzo, convitava suntuosamente, fu spesso usato a trattare nei tumulti della Lega, e adoprò alla conversione di Enrico IV, che poi se ne valeva quando volesse deporre la regia maestà, e per conversare alla domestica colla Gabriella e con qualche altra, e alla borsa di lui ricorreva, fosse per comprar amici o amiche, fosse per pagare le grosse perdite al giuoco. Anche i primarj signori valeansi di esso; in casa di lui si trattò se accettare il concilio di Trento; con lui Carlo Emanuele menò le tresche a Parigi (pag. 63); da lui scavalcò Maria de’ Medici arrivando sposa del re; e dopo la morte di questo procurò elidere la funesta influenza del Concini sulla Reggente, della quale infineottenne la confidenza, sicchè spesso ella andava a pranzo da lui e vi riceveva i grandi. Impetrava posti lucrosi, e col denaro sapea farsi perdonare gli abusi; conseguiva favori di grandi e di belle; fu signore, barone, consigliere, capitano, soprintendente alle fabbriche di Fontainebleau e alla casa della regina, insomma quel che volle; e stipulando il matrimonio di suo figlio, al notaro che gli chiedeva i suoi titoli disse: — Qualificatemi signore d’un milione e settecentomila scudi». La sua stirpe fu tra le illustri di Francia.

Ivi il banchiere italiano Tonti nel 1653 istituì primamente i prestiti a vitalizio, dal suo nome detti Tontine. Suo figlio cavaliere Tonti, datosi all’armi, e in una fazione in Sicilia perduta una mano, con Lasalle operò assai alla scoperta del Mississippi; e morto quello (1687), vi rimase ad assodare i nuovi possedimenti della Francia; e i cantoni ch’e’ popolò in riva al gran fiume, furono detti Piccole e Grandi Tontine.

Famiglia di ben maggiore interesse in Francia fu quella che il cardinale Mazarino chiamossi attorno dacchè si trovò a capo di quel regno, e bisognoso di formarsi un circolo d’amici e parenti ricchi colà dove era sprezzato come uomo nuovo da una nobiltà che nulla valutava il merito personale. Due delle sue nipoti avrebbero potuto divenire regine di Francia s’egli non poneva freno alla benevolenza dei regnanti: una come reggente del ducato di Modena, non si mostrò meno abile di qual altra si fosse gran donna: una indovinò il talento di La Fontaine, e lo incoraggiò sulla via nella quale non dovea trovar competitori: una divenne la madre del principe Eugenio di Savoja. E se la cronaca troppi soggetti di scandalo trasse dai prestigi di loro avvenenza, anzichè bassi istinti e cuore corrotto, palesarono splendide facoltà, come che non dirette, nè sofferenti di freno nel bisogno prepotente d’azione.

Lucilio Vanini (1585-1619), prete napoletano, viaggiò Europa sotto diversi nomi, e con alquanti compagni predicando tutt’altro che il vangelo, professandosi scolaro del Pomponazzi, del Cardano, di Averroe, di Aristotele «dio de’ filosofi, dittatore dell’umana sapienza, sommo pontefice de’ sapienti»; e dicendo il diavolo essere più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio. Le critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito all’udirle; come si finge encomiatore de’ Gesuiti, apologista del concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo move guerra da filosofo nell’Amphiteatrum æternæ Providentiæ, da fisico nei sessanta dialoghi sugliArcani della natura, a vicenda panteista e materialista. Nel primo spiegando cos’è Dio, agita il problema della provvidenza e della fatalità, e mostrando ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; e le prove della provvidenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un’aria dabbene che non può fare illusione. Fisicamente deriva l’uomo dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è sopravanzato dagli animali, onde non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere. «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi.

Traverso alla Germania, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionavano la guerra dei Trent’anni; ivi discusse con un Anabattista, meravigliantesi che i Cristiani disputino di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, e sentendovisi mal sicuro, passò a Lione; donde per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de’ Protestanti, tenuto prigione quarantanovegiorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[167]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata: ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione, poi si veste monaco in Guascogna, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto vizioso viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, aprendogli la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè, dice il padre Mersenne, a lui avversissimo, cinquantamila atei contavansi a Parigi. La Sorbona riprovò i suoiDialoghi sulla natura, ed egli piantatosi a Tolosa vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani: e poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, egli fu denunziato al parlamento; e gravemente sospetto anche per esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un’ampolla, venne condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e ateo: accuse per verità repugnanti. Durante il processo avea professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale avea sudato d’ambascia.

Anche Ferrante Pallavicino (1618-44), primogenito d’insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano, lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori volgari, spendeva, scribacchiava, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere come venissero da Lione, da Parigi, d’altrove, narrando finti viaggi: — Stupisce chi mi vede occupato in ogni altro passatempo fuorchè nello scrivere, e pure scorge la frequenza de’ miei libri. Questo stupore mi è sovrabbondante mercede»[168]. In fatto acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici,epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e con descrizioni lascive: e per esempio, nelleBellezze dell’anima, trattato spirituale, al capitoloXIIIdiscorre della bellezza delle poppe. Pari contaminazione hanno laSusanna, ilGiuseppe, ilSansone, laBersabea.

Parlò con disprezzo stizzoso degli Spagnuoli, e dei principi in generale con arroganza, il che gli procacciò reputazione di liberale. In Germania vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell’anima, se ne lasciò convincere, e d’indi in poi menò a strapazzo le cose e le persone sacre. Il suoDivorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de’ scrupolosi(1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, iCostumi dissoluti dell’adultera, ilProcesso de’ bastardi di quella, ilConcorso di varie Chiese allo sposalizio di Cristo(1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d’ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i Gesuiti, tutti i governi, i letterati, con oscenità e sali putidi. Lo stampò alla macchia, onde la Signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de’ principi e di papa Urbano VIII e del buon costume, e fra altro scrisse laRetorica della p... dedicata all’università delle cortigiane più celebri. Un De Brèche parigino, assoldato dai Barberini, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato a ventisei anni. Subito comparvero due dialoghi intitolatiL’anima di Ferrante Pallavicino; forse fattura di Gianfrancesco Loredano, ove si malmenano papa, prelati, letterati, costumi.

Osteggiò le dottrine cattoliche anche Gregorio Leti (1630-1701) milanese, che dissipato in viaggi ogni aver suo, e impigliatosi coi Riformati, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, e scrivendo contro la Chiesa cattolica v’ottenne la cittadinanza. La maldicenza sua il fece presto sgradito, e da «una inquisizione più orribile di quella di Roma» furon dati al fuoco ilLivello politico, l’Itinerario, ilVaticano languente, come portanti proposizioni contrarie alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli cancellato di cittadino. A Parigi cercò il favore di Luigi XIV col gonfio panegiricoLa fama gelosa della fortuna. Passò in Inghilterra, ove, dic’egli, dallo scisma di Enrico VIII «sono nate tante disgrazie a quell’isola ed a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[169]. Da Carlo II ebbe accoglienze e mille scudi per iscrivere l’Istoria della Grande Brittania; ma il fece in modo che dovette ancora andarsene, e ingiuriò quelli che dianzi avea blanditi. In Olanda l’erudito Le Clerc, vago di sua figlia, il fece accogliere e creare storiografo della città di Amsterdam, ove morì improvviso.

Parodia dilavata dell’Aretino, vivente dal trafficare d’incensi e d’ammoniaca, forse cento volumi lasciò di storie non meditate e prolisse; sulla Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Spagna, Carlo V, Filippo II, il duca d’Ossuna, il presidente Aresi, scambietti di ira o adulazione, zuppe di baje. Vantava aver sempre tre opere ad un tempo sul telajo, e quando gli mancassero materiali per l’una, s’occupava dell’altra: ma non pensava, come dice Bayle, se non a ingrossar volumi e moltiplicare dedicatorie; rapsodo senza pel di critica, e cosìirriflessivo, che pur abitando in Olanda, disse che la Schelda e il Reno passano per Rotterdam. Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che scrisse di Sisto V, di Filippo II, d’Elisabetta, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Ma la menzogna neppur sa coprire collo spirito e collo stile: sempre negletto e nojoso scribacchiatore, ridicolosamente pretenzioso, grottescamente iperbolico, lonzo, prolisso, nessun mai lo leggerebbe, se non allettassero le invereconde diatribe di cui insozza i suoi scritti, massime contro Roma: e i suoiPrecipizj della Sede apostolica, laStrage dei Riformati innocenti, ilSindacato di Alessandro VII col suo viaggio all’altro mondo, Roma piangente, laVita di donna Olimpia Maldachini, ilNepotismo, ilP...nesimo romano, l’Ambasciata di Romolo ai Romanifurono divulgati e tradotti per sentimento malevolo; solo un liberalismo limaccioso testè, insultando al buon senso e fidando nei troppi lettori che non l’hanno, osò lodare e riprodurre le costui opere sol perchè codardamente sputacchia papi e preti in seconde edizioni di libri, dove gli avea codardamente leccati[170].

Giuseppe Francesco Borri milanese (1625-95) entrò nella Corte del papa come chimico e medico, e rotto alle peggiori sregolatezze, fuggì castigo col fingersi corretto, e cominciò a dirsi ispirato dal Cielo a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne’ costumi, ridur tutti in un solo ovile, e chi ricusasse, sterminare per mezzo degli eserciti pontifizj, di cui egli sarebbe capitano con una spada datagli da san Michele. Impastò allora una strana religione, secondo la quale Maria Vergine era di natura divina, presente essa pure nel santissimo sacramento, figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio, e incarnazione dello Spirito Santo; e questo e il Figlio sono inferiori al Padre. Con Lucifero caddero molti angeli, i quali volteggiano per le regioni dell’aria: e per loro mezzo Iddio creò la materia e gli animali bruti; mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà; ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato, ne serbano la sozzura.

Attuando la sua Chiesa, dai discepoli, che chiamava Ragionevoli o Evangelici, esigeva voti d’unione fraterna, di segreto inviolabile, d’obbedienza a Cristo, agli angeli, di fervente apostolato, e di povertà; per la quale consegnavano ad esso ogni aver loro, ed egli coll’imposizione delle mani impartiva ad essi la divina missione. Copriva gl’insegnamenti di arcano e di formole iniziatrici: ma venuto papa Alessandro VII, il Borri dovette ritirarsi a Milano, continuando a far proseliti. Come l’Inquisizione sì a lungo il lasciò predicare? peggio gli avvenne quando si scoperse che divisava ribellare Milano e Italia dagli Spagnuoli, e di là estenderle conquiste. In contumacia condannato al fuoco e alla confisca, egli era fuggito a Strasburgo, donde ad Amsterdam, ben accolto come vittima dell’Inquisizione; ma in breve caduto di credito, cercò denari cogli strologamenti e coll’alchimia.

Le costui dottrine son deposte nellaChiave del gabinetto del cavalier Giuseppe Francesco Borri, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi(Colonia 1681). Fingonsi scritte a principi, e trattano dei segreti della grand’arte; per la quale ottenne molte somme dalla regina Cristina di Svezia per fabbricare oro, molte da Federico III di Danimarca, pel quale dettò anche istruzioni politiche. Ma alla morte di questo, si sottrasse colla fuga all’odio del successore, e avviossi per la Moravia in Turchia: arrestato qual complice delle trame allora ordite in Ungheria, l’imperatore lo fece consegnare al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma. Ivi dal Sant’Uffizio fu obbligato a pubblica e solenne ritrattazione de’ suoi errori e far penitenza nelle carceri: l’ambasciadore di Francia ch’egli aveva risanato, ottenne fosse trasferito in castel Sant’Angelo, ove ebbe anche laboratorio e larghezza fin di uscire, e vi morì di settantanove anni. I suoi seguaci in Milano «dopo lunghi esami, convinti di complicità nelle sue eresie, furono pubblicamente abjurati, e rimessi a tempi determinati e ad arbitrio nelle carceri dell’Inquisizione, con altre penitenze ancora, e con obbligazione di portare per contrassegno de’ loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Così il Brusoni[171], il quale largamente ragguaglia delle dottrine del Borri «perchè veramente di nessun altro eresiarcasi leggono tante e così stravaganti follie nella materia della fede».

Pochissimi altri uscirono di patria per professare dottrine avverse alla Chiesa; e dentro non restavano altri eretici che nelle valli valdesi. Nel 1614 fu scoperta nel Napoletano una setta di mistici sotto suor Giulia di Marco di Sepino terziaria di san Francesco, e il padre Agnello Arciero crocifero, e il dottore Giuseppe De Vicarj, che sotto aspetto di gran devozione si abbandonavano a laidezze: scoperta dai padri Teatini, mentre moltissimi li tenevano in conto di santi, il vescovo di Calvi qual legato dell’Inquisizione di Roma cominciò processo, gran rumore levandone i partitanti numerosi e i Gesuiti che credeano alla coloro virtù; sicchè la causa s’impegnò fra due Ordini potenti, e in conseguenza clamorosissima. Pure quei tre furono come eretici condannati a carcere perpetuo.

Ma già s’insinuavano nelle menti lo scetticismo e l’incredulità; e se l’errore diffuso dai Riformatori era stato vinto, i giovani attingevano da Hobbes o da Bayle il dubbio e l’indifferenza. Il Magalotti credette doversi opporre a questi nuovi scredenti, e ad un conte, ateo per moda, scriveva: — Voi vi trovate in capitale, nascita, gioventù, robustezza, valore e condotta; vi vedete amato dal vostro padrone, stimato dai vostri generali, e corteggiato dalle dame... Aggiungete tavole, giuoco, conversazioni, delizie, piaceri e fortuna. Questa fa che, se uscite in campagna, tutte le cose vi vanno sempre bene, facendo voi sempre il vostro dovere; se vi battete in duello, ne uscite sempre con vantaggio; se vi è da fare un’azione di brio, siete sempre il primo chiamato; andate, battete l’inimico, tornate, provvedete di sciarpe tutte le pettiniere delle dame. Entrate a tavola in gran compagnia; ecco il discorso della religione in campagna; sentite un brutale discorrerne con pocorispetto; un altro, che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; accudir quello che ci fa il filosofo, e farne spiccar l’implicanza colla corrotta ragion naturale. Voi ridete e applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo all’esigenza del vostro cuore, la compiacenza poco a poco, senza avvedervene, vi tien luogo di persuasione. Intanto mangiate e bevete allegramente; uscite da tavola bollente di vino, di concupiscenza, di vanità; tornate a casa due ore dopo mezzanotte; per poco alzate la canna, e la battete sul capo al paggio che non vi corre subito avanti a pigliare il lume, al valletto di camera che vi si fa incontro balordo dal sonno; talvolta per energia bestemmiate; entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo delTrattato teologico-politico o del Leviathan, dite subito che hanno ragione, e prima di addormentarvi, cominciate a sognare che Alessandro e Cesare, per dire assai, dovevano essere presso a poco come voi, ma non più, certo. Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo; affettate soprattutto l’irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura; e in questo caso solamente, sto per dire, vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».

Alcuni delitti ottennero storica celebrità. Un tesoriere di Pio V si travagliò sì bene, che lasciò ottantamila scudi di rendita al figlio Francesco Cenci, il quale ne usò per voltolarsi nelle peggiori sozzure. Da una condanna per vizio nefando si salvò coll’ammenda di ducento scudi, da altri con cinquecentomila. Odiava moglie e figli, che a vicenda odiavano lui, e cercavano che il papa lo facesse morire, rivelandogliene le infamie: uccisigli due figliuoli, neppure un bajocco volledar pel funerale, dicendo aspetterebbe a far galloria quando fossero morti tutti. Attentò all’onore di Beatrice, sua bellissima figlia, che maltrattata in guise oscene e feroci, ricorse al papa e non n’ebbe ascolto, mentre il padre sopra di essa crebbe di sevizie e d’oscenità: dalle quali o per salvarsi o per vendicarsi, ella tramò coi fratelli e colla madre di farlo assassinare (1605). Un amante di lei lo promise, poi nicchiò, per quanto ella instasse; ma due vassalli vi s’indussero per denaro, poi fuggirono nel Napoletano. Arrestati, e chiaritasi la colpa, i Cenci alla tortura confessarono, e Beatrice anch’essa, senza voler denunziare il misfatto paterno contro di lei. Valenti avvocati tolsero a difenderla, e principalmente l’illustre Farinaccio, non negando l’uccisione: e papa Clemente VIII, che da prima stupiva si trovasse chi difendeva parricidi, dappoi vi prese interesse. Ma già d’assassinj eransi quell’anno contaminati un Troilo-Savelli che fu mandato al patibolo, e i fratelli Massimi uccidendo la matrigna e fuggendo: poi uno di questi, sperimentato un veleno sopra il cocchiere, lo propinò al primogenito per restare egli stesso capocasa. Intanto poi che agitavasi il processo de’ Cenci, Paolo Santacroce assassinò la propria madre per averne l’eredità. Indignato e sbigottito da tante colpe, il papa lasciò che la giustizia avesse corso; e Beatrice, sua madre e il fratello Giacomo furono giustiziati; il minor fratello Bernardino, conscio e non complice, obbligato ad assistere sul palco al loro supplizio. Guido Reni aveva copiato e tramandò ai posteri l’effigie di Beatrice, compianta universalmente quasi fosse perita per non voler palesare la peggior infamia di quel che avea cessato d’esserle padre; il confessore di lei, mostrandone la testa al pubblico, disse: — Ecco una vittima della propria bellezza»; e fiori ed esequie pomposissime prepararono agli scrittori un tema d’immensa compassione,e talvolta di forsennata bestemmia contro il pontefice, quasi avesse prestabilito una tal fine per impinguare di quelle ricchezze i suoi Borghesi.


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