Chapter 12

E molte avventure e assai processi nacquero da gelosia. Perocchè, come ai tempi d’Atene quando la vita pubblica deperiva, la domestica non esisteva ancora, così nel secolo precedente vedemmo le donne per genio d’intrigo più che per furor di passione cercare di rendersi centro del movimento sociale; e poichè parea gli Dei pagani fosser tornati a esultare fra gli uomini, facevansi perdonare il libertinaggio coll’eleganza, e col mescere al filtro della seduzione il miele dell’arte. Ma adesso furono rinserrate nelle case e nelle cerimonie: e poichè la vita domestica era disabbellita dalla prepotenza d’un capocasa, tiranno dei diseredati fratelli, e un austero ascetismo brigavasi di pratiche esterne più che dell’interiore perfezionamento, guardavansi quali schiave, pronte a ribellarsi, come fecero quando irruppe il deplorabile cicisbeismo.

Jacopo de’ Salviati, di ricchissima casa fiorentina imparentata coi Medici, marito di Veronica Cibo dei principi di Massa, vagheggiava Caterina Canacci cittadina. La moglie gelosa guadagna un costei figliastro, che staccato il capo alla matrigna, il porta alla principessa; ed ella il presenta al marito. Il governo perseguitò gli assassini, ma non la più rea.

Isabella, figlia di Cosmo de’ Medici e sospettata d’infande dimestichezze con questo, fu sposata da Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano; e continuò in amoreggiamenti, mentr’esso a Roma faceva altrettanto. Troilo fratello di lui, invaghitosi della cognata, uccise di propria mano un paggio cui ella davasi in piacere. Paolo tornato, chiamò l’infida moglie, e tra gli abbracci conjugali le strinse al collo un laccio.

Questo Paolo amoreggiava Vittoria Acoramboni,moglie di Francesco Peretti nipote di papa Sisto: ma mentre due fratelli di essa il favorivano, due sostenevano l’altro amante cardinale Farnese sessagenario. L’Orsini si liberò del geloso marito uccidendolo in Roma stessa, e subito volea sposar la donna se il cardinale de’ Medici non avesse trovato quelle nozze troppo disuguali per un suo cognato, e papa Gregorio gliel’impedì sotto pena di ribellione. Morto questo, e succeduto Sisto, l’Orsini sposò la Vittoria, e temendo non il papa lo punisse del nipote ucciso, ricoverò sul Veneto; e a Salò morì ben presto improvvisamente, chiamata erede la Vittoria, a danno di Virginio partoritole dalla Isabella. I Medici si accinsero a cassare il testamento: ma Lodovico Orsini, che serviva agli stipendj di Venezia, trovò molto più spiccio coll’assalire la casa in Padova dove la Vittoria stava, e scannarla con un cognato. Subito la città dà all’arme; i Dieci ne vogliono giustizia; e l’Orsini, che erasi cogli sgherri fortificato in casa, viene a forza preso e strozzato.

E strozzature e avvelenamenti ricorsero spesso nel nostro racconto, e famosi furono i tossici che allora si stillavano, come l’acqua tofána che faceva effetto un anno dopo bevuta; e così l’anello di morte, che a chi lo portasse diveniva letale; e la chiave che il principe Savelli dava ad alcun famigliare per aprir un mobile, dov’era una punta impercettibile, da cui restava appena scalfita la mano, ma ventiquattr’ore dopo seguiva la morte. Casa Medici passava per tremenda mescitrice di letali bevande; e mentre Ferdinando Tacca, figlio dello scultore, avea portato in Ispagna un suo cavallo di bronzo, fu adoperato da don Luigi de Haro o dal conte duca per fabbricar veleni, a richiesta di re Filippo. L’ambasciadore fiorentino a quella Corte, nel riferirne al granduca, aggiunge che il Tacca ne stillò di due sorta, una dal tabacco, l’altra dall’arsenico, e che crededovessero servire contro il duca di Medina Sidonia, sospetto di voler farsi re di Andalusia, e contro altri grandi, temuti dal conte duca[172].

Insomma nell’altro secolo erasi patito di gravissime sventure esterne, in questo piuttosto d’interna decadenza; colà eranvi bottoni di fuoco e amputazione, qui visceri guasti, e corrotto il principio della vita; e n’era sintomo l’invasione dell’ozio, delle sottilità, dell’enfasi, rivelata nel barocco, ne’ guardinfanti, nelle parrucche. Ampollosa ostentazione di sentimenti non provati, ipocrisia di atti, passioni e nimistà nè sfogate nè dome, limano una gente divenuta decrepita fra patimenti senza lotta, fra miserie deprimenti, e che straziando ciascuno in grembo alla propria famiglia, non ispiravano veruna magnanima risoluzione, ma impotente dispetto o accasciata rassegnazione.

Ai costumi antichi signorilmente domestici subentrava un fasto isolante; a quella franchezza alquanto selvaggia, che seconda gl’istinti e abbandonasi all’immaginativa, alla coscienza, ed è forse necessaria a tutelare la libertà, succedeva un orgoglio senza fermezza, un’ambizione senza pubblica virtù; universale adulazione, inerzia senza riposo, apparato e cerimoniale negli atti come nello scrivere, nel fabbricare come nel dipingere, avventure senza gloria, religione abbujata eintollerante, amministrazione ignara, pazienza trascurante, studj senza progresso, miserie senza compianto sono lo spettacolo d’allora. Rimossi dagli elevati interessi sociali e dalle idee che ingrandivano nella restante Europa, i nostri non cooperarono al prosperamento dell’universale civiltà, côlti da letargo in mezzo ai segnalati movimenti. Più non s’acquistava nome che rinnegando l’indole italiana per farsi di modi e di pensare stranieri. L’uomo interno sparisce, o si nasconde sotto le esteriorità; a queste ogni cosa si riferisce, più curando la devozione che la fede, più la creanza che l’onestà, più i convenevoli sociali che non la moralità, più lo scopo pratico e temporale della convivenza, che non l’ideale ed eterno. Lo spirito in conseguenza si esinanisce; stillansi regole e argomentazioni non sull’essere un’azione onesta o no, ma se o no permessa; non sul diritto, ma sul titolo di esercitarlo; come l’acqua ne’ giardini, così la vita e l’arte doveano serpeggiare per canali artefatti; combattere, pregare, vestire, amare, sposarsi, predicare, poetare, tutto doveva essere conforme alle regole; insomma in ogni cosa il sentimento e l’idea subordinati agli artifizj della forma. Allora concesso ad una classe di poter accumulare senza misura e senza frutto: allora ai governatori un potere indisciplinato e, più che tirannico, irragionevole e schifoso, perchè toglieva ogni limite all’esazione, ogni sicurezza ai possessori: allora l’autorità, non limitandosi alla giustizia civile e criminale, s’impacciava direttamente dell’arti e del commercio, sicchè questa impastojava, e a se medesima diminuiva il rispetto: allora sicurezza nella forza, pericolo nell’innocenza; il vulgo arrozzito ed abituato a prostrarsi silenzioso e stupido sotto l’estremità de’ suoi mali; i signori, involti entro una rete di convenienze, più micidiali che non l’Inquisizione e la Polizia; estesi gli oscuri vizj dell’ignavia edella debolezza; mali soltanto in parte medicati da una pietà piuttosto diffusa che profonda, dal rispetto a se stessi e alla famiglia, da qualche resto di consuetudini patriarcali, che davano ancora ai casati e alla città un’importanza, la quale poi andò smarrita nei dissocianti sistemi dell’universale accentramento.


Back to IndexNext