Chapter 21

40.Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.41.Pietro Gritti,Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia l’ottobre1620.42.Tassoni, nelleFilippiche.43.Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova al principio del secoloXVI: speculazione privata, che andava a usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale; e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire settemila cinquecento.44.Cavazio Della Somaglia,Alleggiamento dello Stato di Milano. 1653.45.Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.46.Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo, a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano; i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate, nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli, i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito, i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni, i Somaglia, i Masserati...47.Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».48.Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano:Sous cet Etat et celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan n’en fournit.Della cittadella dice chec’est la plus accomplie que j’aie jamais vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas française.49.Varie gride. E vedi i nostriRagionamenti sulla storia lombarda nel secoloXVII.50.«Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida 4 marzo 1637.51.Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nellaPietra del Paragone politico, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamatiprimogeniti delle lettere».52.In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello. Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda, ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli. Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del Puciniello o Pulcinella.53.Tesoro politico, tom.I. p. 317;Conti,Storia de’ suoi tempi, lib.II. 37.54.Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio. Ecco i vicerè di Napoli.1501Don Gonsalvo di Cordova.7Don Giovanni d’Aragona, conte di Ripacorsa.9Don Ramon di Cardona.22Carlo di Lannoy.27Don Ugo di Moncada.28Filiberto di Châlons, principe d’Orange.29Cardinale Pompeo Colonna.32Don Pedro Alvarez di Toledo.53Cardinale Pacheco.55Ferdinando di Toledo, duca d’Alba.59Don Perafan di Rivera, duca d’Alcala.71Cardinale Granuela.75Don Inigo Lopez Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar.79Don Giovanni di Zuniga, principe di Pietraporsia.82Don Pedro Giron, duca d’Ossuna.86Don Giovanni di Zuniga, conte di Miranda.95Don Enrico di Guzman, conte d’Olivarez.99Don Ferrante Ruiz di Castro, conte di Lemos.1603Don Giovanni Pimentel d’Herrera.10Don Pedro di Castro, conte di Lemos.18Don Pedro Tellez y Giron duca d’Osanna.21Cardinale Borgia di Candia.Cardinale Zapata.22Don Antonio di Toledo, duca d’Alba.29Don Ferrante Afan di Ribera, duca d’Alcala.31Don Emanuele di Guzman, marchese di Monterey.37Don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres.44Don Giovanni di Cabrera, ammiraglio di Castiglia.46Don Rodrigo Ponce di Leon, duca d’Arcos.48Don Inigo Velez, conte d’Ognate.53Don Garcia di Haro, conte di Castrillo.59Don Gaspare Bragamonte Guzman, conte di Pegnaranda.64Don Pasquale cardinale d’Aragona.66Don Pedro Antonio d’Aragona.72Don Antonio d’Alvarez, marchese d’Astorga.75Don Ferrante Fajardo, marchese di Los Velez.83Don Gaspare di Haro, marchese del Carpio.87Don Francesco Benavides, conte di Santo Stefano.96Don Luigi della Cerda, duca di Medina Cœli.55.È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il 28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum, ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori, baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie, feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri, habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma e maniera di sopra espressate.Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia Attuarius».56.Opera capitale èCamillo Tutini,Dell’origine e fondazione dei seggi di Napoli. 1644.57.Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».58.Zazzera,Governo del duca d’Ossuna. Perciò il Boccalini, nellaPietra del Paragone politico, dice che la Spagna «figurata da una potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».59.Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per forestieri, che è piccolissimo».23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si appesti, perchè le genti muoiono per le strade».10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina novità, è stato per farne tumulto».Francesco Palermo pubblicò nell’Archivio storico italianouna preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha altrettanto al mondo».17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola, tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per cento».4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può avere».60.Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri del littorale:In Terra di Lavoro32Nel Principato citeriore69Nella Basilicata7Nella Calabria citeriore27Nella Calabria ulteriore50In Terra d’Otranto65In Terra di Bari16Nell’Abruzzo citeriore7Nell’Abruzzo ulteriore6Nella Capitanata22Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma la rendita basta appena alle spese.61.Giulio Cesare Capaccio,Il forestiere. Napoli 1634.62.GuerraeBucca,Diurnali.63.Lib.XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (Relazione d’ambasciadori veneti, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».64.Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’Histoire des mathématiques, vol.IV. p. 151, asserisce cheil est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap.CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’Exequatur, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica».Della monarchia di Spagna, cap.XXI.65.Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro, parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle, dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi, cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato varie industrie.«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi, e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi, invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia. In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa. Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto e di complessione caldissima...«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza, ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di piccola condizione...«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi, che in tutto è oltre a mezzo milione.«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari, vedendo che vien posto il più sopra il capitale...«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola, odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa contenere ciascheduno in ufficio».66.Gregorio, nellaBibliotheca aragonensis, riferisce unaDescriptio feudorum sub rege Federico, ove si vide di quanta potenza dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno, segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi, Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica, Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno, Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed altri, sottoposti all’amministrazione della regina.67.Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedereVillabianca,Sicilia nobile, part.II. t.I.* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona,Archivio storico italiano, t.XVII. p. 25 e seg.68.«Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene, veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi».Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente.69.Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere del cardinale d’Ossat,CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nellaStoria della guerra di Fiandra, lib.VIII, asserisce che, all’uscir dal governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini (Pietra del paragone politico) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma collaristrettivadi non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori perniciosissimi senza poterli risolvere».— Sappiate (dice il Torre nelRitratto di Milano) che questo fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».70.Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una vita Gregorio Leti.71.Vedi tom.X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non ammettervi stranieri.Wicquefort,L’ambassadeur, 416. Questo dice che laRépublique de Venise est admirable en toute sa conduite et en toutes ses maximes.

40.Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.

40.Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.

41.Pietro Gritti,Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia l’ottobre1620.

41.Pietro Gritti,Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia l’ottobre1620.

42.Tassoni, nelleFilippiche.

42.Tassoni, nelleFilippiche.

43.Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova al principio del secoloXVI: speculazione privata, che andava a usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale; e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire settemila cinquecento.

43.Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova al principio del secoloXVI: speculazione privata, che andava a usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale; e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire settemila cinquecento.

44.Cavazio Della Somaglia,Alleggiamento dello Stato di Milano. 1653.

44.Cavazio Della Somaglia,Alleggiamento dello Stato di Milano. 1653.

45.Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.

45.Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.

46.Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo, a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano; i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate, nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli, i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito, i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni, i Somaglia, i Masserati...

46.Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo, a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano; i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate, nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli, i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito, i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni, i Somaglia, i Masserati...

47.Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».

47.Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».

48.Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano:Sous cet Etat et celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan n’en fournit.Della cittadella dice chec’est la plus accomplie que j’aie jamais vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas française.

48.Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano:Sous cet Etat et celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan n’en fournit.

Della cittadella dice chec’est la plus accomplie que j’aie jamais vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas française.

49.Varie gride. E vedi i nostriRagionamenti sulla storia lombarda nel secoloXVII.

49.Varie gride. E vedi i nostriRagionamenti sulla storia lombarda nel secoloXVII.

50.«Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida 4 marzo 1637.

50.«Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida 4 marzo 1637.

51.Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nellaPietra del Paragone politico, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamatiprimogeniti delle lettere».

51.Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nellaPietra del Paragone politico, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamatiprimogeniti delle lettere».

52.In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello. Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda, ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli. Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del Puciniello o Pulcinella.

52.In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello. Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda, ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli. Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del Puciniello o Pulcinella.

53.Tesoro politico, tom.I. p. 317;Conti,Storia de’ suoi tempi, lib.II. 37.

53.Tesoro politico, tom.I. p. 317;Conti,Storia de’ suoi tempi, lib.II. 37.

54.Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio. Ecco i vicerè di Napoli.1501Don Gonsalvo di Cordova.7Don Giovanni d’Aragona, conte di Ripacorsa.9Don Ramon di Cardona.22Carlo di Lannoy.27Don Ugo di Moncada.28Filiberto di Châlons, principe d’Orange.29Cardinale Pompeo Colonna.32Don Pedro Alvarez di Toledo.53Cardinale Pacheco.55Ferdinando di Toledo, duca d’Alba.59Don Perafan di Rivera, duca d’Alcala.71Cardinale Granuela.75Don Inigo Lopez Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar.79Don Giovanni di Zuniga, principe di Pietraporsia.82Don Pedro Giron, duca d’Ossuna.86Don Giovanni di Zuniga, conte di Miranda.95Don Enrico di Guzman, conte d’Olivarez.99Don Ferrante Ruiz di Castro, conte di Lemos.1603Don Giovanni Pimentel d’Herrera.10Don Pedro di Castro, conte di Lemos.18Don Pedro Tellez y Giron duca d’Osanna.21Cardinale Borgia di Candia.Cardinale Zapata.22Don Antonio di Toledo, duca d’Alba.29Don Ferrante Afan di Ribera, duca d’Alcala.31Don Emanuele di Guzman, marchese di Monterey.37Don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres.44Don Giovanni di Cabrera, ammiraglio di Castiglia.46Don Rodrigo Ponce di Leon, duca d’Arcos.48Don Inigo Velez, conte d’Ognate.53Don Garcia di Haro, conte di Castrillo.59Don Gaspare Bragamonte Guzman, conte di Pegnaranda.64Don Pasquale cardinale d’Aragona.66Don Pedro Antonio d’Aragona.72Don Antonio d’Alvarez, marchese d’Astorga.75Don Ferrante Fajardo, marchese di Los Velez.83Don Gaspare di Haro, marchese del Carpio.87Don Francesco Benavides, conte di Santo Stefano.96Don Luigi della Cerda, duca di Medina Cœli.

54.Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio. Ecco i vicerè di Napoli.

55.È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il 28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum, ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori, baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie, feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri, habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma e maniera di sopra espressate.Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia Attuarius».

55.È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il 28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum, ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori, baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie, feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri, habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma e maniera di sopra espressate.Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia Attuarius».

56.Opera capitale èCamillo Tutini,Dell’origine e fondazione dei seggi di Napoli. 1644.

56.Opera capitale èCamillo Tutini,Dell’origine e fondazione dei seggi di Napoli. 1644.

57.Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».

57.Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».

58.Zazzera,Governo del duca d’Ossuna. Perciò il Boccalini, nellaPietra del Paragone politico, dice che la Spagna «figurata da una potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».

58.Zazzera,Governo del duca d’Ossuna. Perciò il Boccalini, nellaPietra del Paragone politico, dice che la Spagna «figurata da una potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».

59.Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per forestieri, che è piccolissimo».23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si appesti, perchè le genti muoiono per le strade».10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina novità, è stato per farne tumulto».Francesco Palermo pubblicò nell’Archivio storico italianouna preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha altrettanto al mondo».17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola, tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per cento».4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può avere».

59.Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».

5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per forestieri, che è piccolissimo».

23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si appesti, perchè le genti muoiono per le strade».

10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina novità, è stato per farne tumulto».

Francesco Palermo pubblicò nell’Archivio storico italianouna preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha altrettanto al mondo».

17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola, tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per cento».

4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può avere».

60.Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri del littorale:In Terra di Lavoro32Nel Principato citeriore69Nella Basilicata7Nella Calabria citeriore27Nella Calabria ulteriore50In Terra d’Otranto65In Terra di Bari16Nell’Abruzzo citeriore7Nell’Abruzzo ulteriore6Nella Capitanata22Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma la rendita basta appena alle spese.

60.Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri del littorale:

Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma la rendita basta appena alle spese.

61.Giulio Cesare Capaccio,Il forestiere. Napoli 1634.

61.Giulio Cesare Capaccio,Il forestiere. Napoli 1634.

62.GuerraeBucca,Diurnali.

62.GuerraeBucca,Diurnali.

63.Lib.XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (Relazione d’ambasciadori veneti, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».

63.Lib.XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (Relazione d’ambasciadori veneti, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.

«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.

«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...

«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.

«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.

«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».

Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...

«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.

«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...

«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.

«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».

64.Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’Histoire des mathématiques, vol.IV. p. 151, asserisce cheil est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap.CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’Exequatur, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica».Della monarchia di Spagna, cap.XXI.

64.Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’Histoire des mathématiques, vol.IV. p. 151, asserisce cheil est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!

Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap.CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’Exequatur, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica».Della monarchia di Spagna, cap.XXI.

65.Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro, parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle, dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi, cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato varie industrie.«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi, e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi, invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia. In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa. Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto e di complessione caldissima...«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza, ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di piccola condizione...«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi, che in tutto è oltre a mezzo milione.«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari, vedendo che vien posto il più sopra il capitale...«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola, odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa contenere ciascheduno in ufficio».

65.Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro, parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle, dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi, cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato varie industrie.

«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi, e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi, invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia. In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa. Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto e di complessione caldissima...

«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...

«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza, ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di piccola condizione...

«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi, che in tutto è oltre a mezzo milione.

«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari, vedendo che vien posto il più sopra il capitale...

«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola, odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa contenere ciascheduno in ufficio».

66.Gregorio, nellaBibliotheca aragonensis, riferisce unaDescriptio feudorum sub rege Federico, ove si vide di quanta potenza dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno, segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi, Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica, Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno, Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed altri, sottoposti all’amministrazione della regina.

66.Gregorio, nellaBibliotheca aragonensis, riferisce unaDescriptio feudorum sub rege Federico, ove si vide di quanta potenza dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno, segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi, Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica, Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno, Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini, Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed altri, sottoposti all’amministrazione della regina.

67.Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedereVillabianca,Sicilia nobile, part.II. t.I.* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona,Archivio storico italiano, t.XVII. p. 25 e seg.

67.Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedereVillabianca,Sicilia nobile, part.II. t.I.

* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona,Archivio storico italiano, t.XVII. p. 25 e seg.

68.«Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene, veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi».Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente.

68.«Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene, veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi».Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente.

69.Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere del cardinale d’Ossat,CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nellaStoria della guerra di Fiandra, lib.VIII, asserisce che, all’uscir dal governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini (Pietra del paragone politico) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma collaristrettivadi non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori perniciosissimi senza poterli risolvere».— Sappiate (dice il Torre nelRitratto di Milano) che questo fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».

69.Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere del cardinale d’Ossat,CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nellaStoria della guerra di Fiandra, lib.VIII, asserisce che, all’uscir dal governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini (Pietra del paragone politico) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma collaristrettivadi non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori perniciosissimi senza poterli risolvere».

— Sappiate (dice il Torre nelRitratto di Milano) che questo fonte navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca; nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».

70.Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una vita Gregorio Leti.

70.Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una vita Gregorio Leti.

71.Vedi tom.X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non ammettervi stranieri.Wicquefort,L’ambassadeur, 416. Questo dice che laRépublique de Venise est admirable en toute sa conduite et en toutes ses maximes.

71.Vedi tom.X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non ammettervi stranieri.Wicquefort,L’ambassadeur, 416. Questo dice che laRépublique de Venise est admirable en toute sa conduite et en toutes ses maximes.


Back to IndexNext