Chapter 22

72.Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nelcomunicato26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no, giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.Il ragguaglio uffiziale più esteso è ilcomunicatoda detto consiglio ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo nellaStoria universale. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier. In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero; rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna, e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima bene».Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse: vediLince d’Italia. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere, supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri, nelleMemorie recondite, adduce interrogatorj e lettere relativi a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note al Daru, ma s’appoggiava a unSommario della famosa congiura, che si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso. Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate, immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma vedasi meglioRanke,Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr1618, Berlino 1832.Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato nell’Archivio storico, tom.IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge: — Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale. Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con molti baroni, si millantò che ai Venezianiaveria messo il cervello a sesto.D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli, eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava mirabilmente i progressi di Alemagna».* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice: questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata». E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto, com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia... Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio, ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano; che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo) che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il predominio e l’arbitrio di essa...»73.Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi: — Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci: e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo. Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue stravaganze.Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.74.I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli (Storia Arcana, vol.III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».75.Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570 alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in Castelnuovo».Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso; interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale prepotenza.76.Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620 «intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta la città e il regno di Napoli:—I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.«II. Si pratica con parecchie case ilcrescite, e anche in pubblico, con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che si apra la terra.«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne, e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimenlese.«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi, acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte scelleraggini.«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e mostra ch’egli può levare la vita e la robaimpune.«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti, e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua maestà.«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni cosa resta estinta e confusa.«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo onorato e qualificato ardisce parlare con lui.«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levarimpunela roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere e anco sospettare di tai cose.«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro signore?«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse. Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle, rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in disservizio di Dio e di sua maestà».Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto potesse un di questi vicerè:«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di galere, fruste e altri gastighi.«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli, facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza processare, a modo di guerra...«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.«VIII-XI.Molte disonestà.«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte persone onorate.«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche, che tenevano molta comunicazione con lui.«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di giustizia.«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo ordine fece molte sedizioni e delitti.«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo, andava dando denari.«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di quelli.«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa, nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un doblone d oro che aveva nella mano.«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse aggradimenti...«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20 settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna, è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella, che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor cardinale avessero gusto d’attenderci».77.VediDaru,Storia di Venezia, libroXXXIin fine.78.Carteggio del residente d’Urbino, nell’Archivio storico.79.Ivi, 28 gennajo 1623.80.Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib.XXXV. 5, scrive: — Lavil plebeche vuol satollarsi, nè sapere d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra,vedendosi mancar il pane, cominciò a tumultuare e aperder il rispettoai ministri che presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse: — Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale sorrise, il vulgotemerariamentegli disse in faccia: — Non bisogna riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir altre parolepiene di contumelie.Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.81.Nativo di Napoli. VediVolpicella,Della patria e famiglia di Tommaso Aniello.82.È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nelLunig, tom.II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelleche non fossero state vendute. Ora tutte quante erano vendute.83.Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo, — Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del Turri, del De Santis, e laPartenope liberatadel dottor Donzelli, gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano, in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui ilDiario di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni1647-1650, Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont al fine della sua operaDie Carafa von Maddaloni, Berlino 1851. Altri ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate, perchè allusive; fra cui citeremoInsurrection de Naples en 1647 par le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys, Parigi 1849. Nelle migliaja di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle metafore scientifiche.84.Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del coro.85.Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città, suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare, procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».86.Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12 ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue, fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo, poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni... Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte, non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli... Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino, che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».87.Il Guisa nelle sueMemorieracconta, nel solito tono di fanfara, le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine, dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno, occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie, bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone... Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e glien’indicassi il contenuto...«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla spada alla mano (Gian Luigi del Ferro) e due gran rosarj al collo, uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli, chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante, spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato e sciorinare la biancheria...«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie, rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto... Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti, perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case... Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina, carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso entro scodelle».88.Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale, genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a violenza da gente popolare per farlo eletto,ipso renitente».89.Vedansi leMemoriedella Motteville, che fa tristissimo ritratto di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran principe di Condé:Il me faut travailler incessamment pour soutenir les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume.90.«Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso, nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari; e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con le lacrime agli occhi gridavano:Viva Spagna che ci ha liberato dai lazzari e dai Francesi; e molti voleano baciare li piedi alli Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e disse:Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così barbaro ed incostante». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.91.Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napolil’affaire de la plus grande importance qui se puisse presque concevoir. E al 15 agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso:Jamais la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer, les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug bien plus dur. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere dell’egualissimo tenore.Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva:Je regrette fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots, Votre très-humble servante,la république de Naples; ce qui les a rendu ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a commencée.Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal Mazarino il 22.92.Tutti costoro sono dipinti come eroi nellaVita di Salvator Rosadi lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor dell’Italia. Il Rosa, nella satirasulla guerra, cantava,Senti come cangiato ha il mio SebetoIn sistri bellicosi le zampogne,Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;Quante ingiustizie in un sol giorno opprimeUn vile, un scalzo, un pescatore, un verme.Mira in basso una tale alma sublime;Che per serbar della sua patria i pregi,Le più superbe teste adegua all’ime.Ecco ripullular gli antichi fregiDe’ Codri, e degli Ancuri e de’ TrasiboliS’oggi un vil pescator dà norma ai regi.

72.Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nelcomunicato26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no, giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.Il ragguaglio uffiziale più esteso è ilcomunicatoda detto consiglio ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo nellaStoria universale. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier. In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero; rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna, e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima bene».Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse: vediLince d’Italia. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere, supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri, nelleMemorie recondite, adduce interrogatorj e lettere relativi a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note al Daru, ma s’appoggiava a unSommario della famosa congiura, che si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso. Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate, immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma vedasi meglioRanke,Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr1618, Berlino 1832.Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato nell’Archivio storico, tom.IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge: — Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale. Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con molti baroni, si millantò che ai Venezianiaveria messo il cervello a sesto.D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli, eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava mirabilmente i progressi di Alemagna».* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice: questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata». E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto, com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia... Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio, ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano; che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo) che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il predominio e l’arbitrio di essa...»

72.Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nelcomunicato26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no, giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.

Il ragguaglio uffiziale più esteso è ilcomunicatoda detto consiglio ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo nellaStoria universale. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier. In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero; rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna, e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima bene».

Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse: vediLince d’Italia. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere, supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri, nelleMemorie recondite, adduce interrogatorj e lettere relativi a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note al Daru, ma s’appoggiava a unSommario della famosa congiura, che si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso. Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate, immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma vedasi meglioRanke,Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr1618, Berlino 1832.

Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato nell’Archivio storico, tom.IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge: — Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale. Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con molti baroni, si millantò che ai Venezianiaveria messo il cervello a sesto.

D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli, eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava mirabilmente i progressi di Alemagna».

* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice: questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata». E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto, com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia... Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio, ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano; che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo) che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il predominio e l’arbitrio di essa...»

73.Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi: — Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci: e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo. Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue stravaganze.Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.

73.Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi: — Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci: e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo. Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue stravaganze.

Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.

74.I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli (Storia Arcana, vol.III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».

74.I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli (Storia Arcana, vol.III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».

75.Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570 alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in Castelnuovo».Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso; interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale prepotenza.

75.Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570 alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in Castelnuovo».

Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso; interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale prepotenza.

76.Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620 «intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta la città e il regno di Napoli:—I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.«II. Si pratica con parecchie case ilcrescite, e anche in pubblico, con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che si apra la terra.«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne, e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimenlese.«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi, acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte scelleraggini.«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e mostra ch’egli può levare la vita e la robaimpune.«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti, e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua maestà.«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni cosa resta estinta e confusa.«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo onorato e qualificato ardisce parlare con lui.«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levarimpunela roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere e anco sospettare di tai cose.«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro signore?«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse. Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle, rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in disservizio di Dio e di sua maestà».Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto potesse un di questi vicerè:«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di galere, fruste e altri gastighi.«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli, facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza processare, a modo di guerra...«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.«VIII-XI.Molte disonestà.«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte persone onorate.«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche, che tenevano molta comunicazione con lui.«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di giustizia.«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo ordine fece molte sedizioni e delitti.«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo, andava dando denari.«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di quelli.«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa, nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un doblone d oro che aveva nella mano.«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse aggradimenti...«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20 settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna, è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella, che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor cardinale avessero gusto d’attenderci».

76.Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620 «intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta la città e il regno di Napoli:

—I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.

«II. Si pratica con parecchie case ilcrescite, e anche in pubblico, con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che si apra la terra.

«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne, e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimenlese.

«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.

«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi, acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte scelleraggini.

«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e mostra ch’egli può levare la vita e la robaimpune.

«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti, e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.

«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.

«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.

«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua maestà.

«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.

«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni cosa resta estinta e confusa.

«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo onorato e qualificato ardisce parlare con lui.

«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?

«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.

«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levarimpunela roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.

«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.

«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.

«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere e anco sospettare di tai cose.

«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro signore?

«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!

«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.

«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse. Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle, rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in disservizio di Dio e di sua maestà».

Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto potesse un di questi vicerè:

«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di galere, fruste e altri gastighi.

«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.

«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli, facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.

«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza processare, a modo di guerra...

«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.

«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.

«VIII-XI.Molte disonestà.

«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte persone onorate.

«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche, che tenevano molta comunicazione con lui.

«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di giustizia.

«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo ordine fece molte sedizioni e delitti.

«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo, andava dando denari.

«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di quelli.

«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa, nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un doblone d oro che aveva nella mano.

«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse aggradimenti...

«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.

«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».

L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20 settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna, è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella, che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor cardinale avessero gusto d’attenderci».

77.VediDaru,Storia di Venezia, libroXXXIin fine.

77.VediDaru,Storia di Venezia, libroXXXIin fine.

78.Carteggio del residente d’Urbino, nell’Archivio storico.

78.Carteggio del residente d’Urbino, nell’Archivio storico.

79.Ivi, 28 gennajo 1623.

79.Ivi, 28 gennajo 1623.

80.Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib.XXXV. 5, scrive: — Lavil plebeche vuol satollarsi, nè sapere d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra,vedendosi mancar il pane, cominciò a tumultuare e aperder il rispettoai ministri che presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse: — Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale sorrise, il vulgotemerariamentegli disse in faccia: — Non bisogna riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir altre parolepiene di contumelie.Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.

80.Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib.XXXV. 5, scrive: — Lavil plebeche vuol satollarsi, nè sapere d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra,vedendosi mancar il pane, cominciò a tumultuare e aperder il rispettoai ministri che presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse: — Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale sorrise, il vulgotemerariamentegli disse in faccia: — Non bisogna riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir altre parolepiene di contumelie.

Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.

81.Nativo di Napoli. VediVolpicella,Della patria e famiglia di Tommaso Aniello.

81.Nativo di Napoli. VediVolpicella,Della patria e famiglia di Tommaso Aniello.

82.È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nelLunig, tom.II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelleche non fossero state vendute. Ora tutte quante erano vendute.

82.È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nelLunig, tom.II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelleche non fossero state vendute. Ora tutte quante erano vendute.

83.Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo, — Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del Turri, del De Santis, e laPartenope liberatadel dottor Donzelli, gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano, in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui ilDiario di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni1647-1650, Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont al fine della sua operaDie Carafa von Maddaloni, Berlino 1851. Altri ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate, perchè allusive; fra cui citeremoInsurrection de Naples en 1647 par le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys, Parigi 1849. Nelle migliaja di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle metafore scientifiche.

83.Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo, — Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del Turri, del De Santis, e laPartenope liberatadel dottor Donzelli, gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano, in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui ilDiario di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni1647-1650, Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont al fine della sua operaDie Carafa von Maddaloni, Berlino 1851. Altri ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate, perchè allusive; fra cui citeremoInsurrection de Naples en 1647 par le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys, Parigi 1849. Nelle migliaja di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle metafore scientifiche.

84.Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del coro.

84.Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del coro.

85.Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città, suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare, procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».

85.Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città, suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare, procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».

86.Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12 ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue, fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo, poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni... Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte, non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli... Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino, che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».

86.Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12 ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue, fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo, poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni... Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte, non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli... Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino, che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».

87.Il Guisa nelle sueMemorieracconta, nel solito tono di fanfara, le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine, dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno, occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie, bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone... Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e glien’indicassi il contenuto...«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla spada alla mano (Gian Luigi del Ferro) e due gran rosarj al collo, uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli, chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante, spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato e sciorinare la biancheria...«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie, rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto... Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti, perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case... Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina, carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso entro scodelle».

87.Il Guisa nelle sueMemorieracconta, nel solito tono di fanfara, le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine, dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno, occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie, bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone... Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e glien’indicassi il contenuto...

«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla spada alla mano (Gian Luigi del Ferro) e due gran rosarj al collo, uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli, chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante, spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato e sciorinare la biancheria...

«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie, rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto... Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti, perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case... Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina, carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...

«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso entro scodelle».

88.Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale, genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a violenza da gente popolare per farlo eletto,ipso renitente».

88.Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale, genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a violenza da gente popolare per farlo eletto,ipso renitente».

89.Vedansi leMemoriedella Motteville, che fa tristissimo ritratto di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran principe di Condé:Il me faut travailler incessamment pour soutenir les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume.

89.Vedansi leMemoriedella Motteville, che fa tristissimo ritratto di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran principe di Condé:Il me faut travailler incessamment pour soutenir les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume.

90.«Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso, nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari; e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con le lacrime agli occhi gridavano:Viva Spagna che ci ha liberato dai lazzari e dai Francesi; e molti voleano baciare li piedi alli Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e disse:Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così barbaro ed incostante». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.

90.«Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso, nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari; e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con le lacrime agli occhi gridavano:Viva Spagna che ci ha liberato dai lazzari e dai Francesi; e molti voleano baciare li piedi alli Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e disse:Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così barbaro ed incostante». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.

91.Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napolil’affaire de la plus grande importance qui se puisse presque concevoir. E al 15 agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso:Jamais la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer, les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug bien plus dur. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere dell’egualissimo tenore.Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva:Je regrette fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots, Votre très-humble servante,la république de Naples; ce qui les a rendu ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a commencée.Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal Mazarino il 22.

91.Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napolil’affaire de la plus grande importance qui se puisse presque concevoir. E al 15 agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso:Jamais la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer, les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug bien plus dur. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere dell’egualissimo tenore.

Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva:Je regrette fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots, Votre très-humble servante,la république de Naples; ce qui les a rendu ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a commencée.

Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal Mazarino il 22.

92.Tutti costoro sono dipinti come eroi nellaVita di Salvator Rosadi lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor dell’Italia. Il Rosa, nella satirasulla guerra, cantava,Senti come cangiato ha il mio SebetoIn sistri bellicosi le zampogne,Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;Quante ingiustizie in un sol giorno opprimeUn vile, un scalzo, un pescatore, un verme.Mira in basso una tale alma sublime;Che per serbar della sua patria i pregi,Le più superbe teste adegua all’ime.Ecco ripullular gli antichi fregiDe’ Codri, e degli Ancuri e de’ TrasiboliS’oggi un vil pescator dà norma ai regi.

92.Tutti costoro sono dipinti come eroi nellaVita di Salvator Rosadi lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor dell’Italia. Il Rosa, nella satirasulla guerra, cantava,

Senti come cangiato ha il mio SebetoIn sistri bellicosi le zampogne,Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;Quante ingiustizie in un sol giorno opprimeUn vile, un scalzo, un pescatore, un verme.Mira in basso una tale alma sublime;Che per serbar della sua patria i pregi,Le più superbe teste adegua all’ime.Ecco ripullular gli antichi fregiDe’ Codri, e degli Ancuri e de’ TrasiboliS’oggi un vil pescator dà norma ai regi.

Senti come cangiato ha il mio SebetoIn sistri bellicosi le zampogne,Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;Quante ingiustizie in un sol giorno opprimeUn vile, un scalzo, un pescatore, un verme.Mira in basso una tale alma sublime;Che per serbar della sua patria i pregi,Le più superbe teste adegua all’ime.Ecco ripullular gli antichi fregiDe’ Codri, e degli Ancuri e de’ TrasiboliS’oggi un vil pescator dà norma ai regi.

Senti come cangiato ha il mio Sebeto

In sistri bellicosi le zampogne,

Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...

Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;

Quante ingiustizie in un sol giorno opprime

Un vile, un scalzo, un pescatore, un verme.

Mira in basso una tale alma sublime;

Che per serbar della sua patria i pregi,

Le più superbe teste adegua all’ime.

Ecco ripullular gli antichi fregi

De’ Codri, e degli Ancuri e de’ Trasiboli

S’oggi un vil pescator dà norma ai regi.


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