93.Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76 di nuovo; e così in appresso.94.Pietra del paragone politico.95.Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (Ward Stall), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski, de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti; e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate leAngelichee leSignore della Guastallaa Milano, vi si ritirò a vita devota e morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577. Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta, colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.96.Memorie recondite,III. p. 367.97.Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorniIn pace col vicin? Se del SebetoStringe e le mani tue comune oliva?Miserabile Italia! Allor ben pormiDell’Ossuna in un punto e del ToletoSento a laccio servil la man cattiva.Di pace intempestivaDeh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.Sostieni e spera, e pria te stessa uccidaChe giammai ti dividaDal duca alpin l’insidioso Ibero.Marini.Carlo, quel generoso invitto coreDa cui spera soccorso Italia oppressa,A che bada, a che tarda, a che più cessa?Nostra perdita son le tue dimore...Gran cose ardisci, è ver; gran prove tentaTuo magnanimo cor, tua destra forte;Ma non innalza i timidi la sorte,E non trionfa mai uom che paventa...Chi fia se tu non sei che rompa il laccioOnde tant’anni avvinta Esperia giace?Chiabrera.Chi desia di sottrarti a grave pondoContro te non congiura; ardisci e spera.Ma non vedran del ciel gli occhi giocondiCh’io giammai per timor la man disarmi,O che deponga i soliti ardimenti.Testi.98.— E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri, chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri... Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio, abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la fortuna del più potente...«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma consiste nel poter comandare e non obbedire...«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».Nelmanifestoe nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.99.La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo, concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta, come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo di questo supplizio.Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois, che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio. Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi; infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo dei Gonzaga.Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone (-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi; Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia (-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre il regno.100.Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il ghetto, compito poi nel 1610.101.Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.102.Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632, nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia: il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di Modena, pubblicate nell’Archivio storico (Nuova serie, tom.III. p. 80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini, secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein, nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e sentenza formalein criminibus proditionis perduellionis vel lesæ majestatis notoriis, e che in tali casiexecutio instar sententiæ est.103.Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.La continuazione delFioretto delle cronache di Mantovadel Giunta al 1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi 150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.104.Sed belli graviores causæ: risposta che lo storico Ripamonti mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente si ripete ogni tratto.105.Tadini,Ragguaglio... della gran peste contagiosa. E su tutti questi fatti vedi la nostraLombardia nel secoloXVII.106.Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal Targioni Tozzetti,Viaggi, vol.IV, p. 298-316, sommano a nove mila i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio 1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono (dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno, e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia, e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini. Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a cui bacio le mani.«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165, 1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249, 1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357, 1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13, 1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap.Galliciolli.* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevoleAndrea Taurelli j. c. de peste italica, libri duo, Bologna 1641, ove discorre peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero. Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina specialmente,ut cæteros omittam, il padre Orimbelio veronese, teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo bresciano.107.A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il grave Nani nellaStoria di Veneziascrive: — La peste spopolava intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nellaStoria d’Italia in continuazione al Guicciardini, lib.XXI, pone: — Era sorta una voce per tutta Italia,voce non vana, ma dai fatti comprovata, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero,certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate».108.Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e cardinale e vicerè di Catalogna. VediNegoziati di monsignor Giulio Mazarinoin appendice allaStoria d’Italiadel Brusoni;Elpidio Benedetti,Vita del Mazarino;Priorato,Istoria del ministero del cardinale Mazarino, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche recentissime.109.Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più astuto.110.Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò unApplauso poeticoal divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo massimo; ma poi nelZimbello o l’Italia schernita(1641) deplorò le miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.111.Una nota contemporanea che trovasi nelCarteggio degli agenti toscanial 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui: e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero». Segue divisando i modi.Archivio storico, tom.IX. p. 318.112.Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli, e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in penitenza di edificare la Madonna della Rosa.113.Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650 sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas, ministro del primo re di Baviera.114.Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io, leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib.XXII, che in queste materie di frati e di confessori è a pasto.115.Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.116.Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.117.Esso la chiamasublime donna; ne cantala nobiltà ch’è del valor colonna; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe preferir Bianca, che havero candore, anzi splendor sereno e vero e casto amore; e non rifina sui vanti di questa.Casta beltà ch’alto giudizio elesse,Pudica moglie in lieta pace e santa,Che di candore e d’onestà s’ammanta.118.Molino, ap. Cicogna,Iscrizioni venete, tom.II.119.Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo 1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola «così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno, ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere, per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila, et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe, anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne, e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è cercato sempre di dar ad intendere».120.Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese fu aggregato nel 1847.121.«Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese. Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri, che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna, chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio, hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero, di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal marchese Luigi Strozzi...«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere tra loro chemolto illustrenella soprascritta ed ilvostra signorianel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia dicevaaffezionatissimo servitore; e quando un nobile capo di famiglia avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di famiglia, gli avrebbe dato dell’illustre, e ricevuto come sopra delmolto illustre; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella soprascritta il titolo d’illustrissimo, che fu subito abbracciato da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere, con la cortesia diobbligatissimo,devotissimo,umilissimo servitore,servoe simili, secondo che più o meno si è voluto adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di dare l’illustrissimoanche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed ilmolto illustreè trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati e Strozzi si dà dell’eccellentissimoed in iscritto ed in voce; ma nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari».Rinuccini,Ricordi storici.122.Nell’Archivio delle riformagioniè questo decreto del 7 agosto 1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».123.Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’Arcano del mare, magnifica raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della scienza delle longitudini e del navigare.124.Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: — Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana, cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia, senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici, all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti, non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina, domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima, vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata, che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta: poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo, si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto ragionare per tutto il mondo».Relazioni,II. 154.125.Mémoires de Groulard, nel vol.IIdella collezione di Petitot, pag. 384.126.Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24 (aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti, e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è ammazzato».Lettere diplomatiche.127.Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa, privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia, onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona, niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi, mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava ricevendo da questi principi...»Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata, cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».128.Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico lateranese.129.Galluzzi, lib.VIII, c. 10.130.Federico Schlegel nelQuadro della Storia moderna, c. 9, ammira l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come ilXVI. In mezzo a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole delTiraboschi,Storia della letteratura italiana. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli... possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al 1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625».Denina,Rivoluzioni d’Italia,XXII. 4.131.Al tempo di Mazarino cantavasi:Si vous n’êtes italien,Adieu l’espoir de la fortune;Si vous n’êtes italien,Vous n’attraperez jamais rien.Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi:Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce(buona pezza);il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps de guerre. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè egli stesso ogni tratto mette:Le cardinal d’Ascoli me fit lire et expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit etc. E a Venezia:Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie que vous m’en aviez envoyée. Negli archivj veneti trovansi carteggi di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano: l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete, locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.132.«Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo disegno che possa avere».D’Ossat,LettreCCLVI.
93.Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76 di nuovo; e così in appresso.
93.Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76 di nuovo; e così in appresso.
94.Pietra del paragone politico.
94.Pietra del paragone politico.
95.Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (Ward Stall), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski, de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti; e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate leAngelichee leSignore della Guastallaa Milano, vi si ritirò a vita devota e morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577. Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta, colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.
95.Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (Ward Stall), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski, de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti; e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate leAngelichee leSignore della Guastallaa Milano, vi si ritirò a vita devota e morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577. Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta, colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.
96.Memorie recondite,III. p. 367.
96.Memorie recondite,III. p. 367.
97.Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorniIn pace col vicin? Se del SebetoStringe e le mani tue comune oliva?Miserabile Italia! Allor ben pormiDell’Ossuna in un punto e del ToletoSento a laccio servil la man cattiva.Di pace intempestivaDeh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.Sostieni e spera, e pria te stessa uccidaChe giammai ti dividaDal duca alpin l’insidioso Ibero.Marini.Carlo, quel generoso invitto coreDa cui spera soccorso Italia oppressa,A che bada, a che tarda, a che più cessa?Nostra perdita son le tue dimore...Gran cose ardisci, è ver; gran prove tentaTuo magnanimo cor, tua destra forte;Ma non innalza i timidi la sorte,E non trionfa mai uom che paventa...Chi fia se tu non sei che rompa il laccioOnde tant’anni avvinta Esperia giace?Chiabrera.Chi desia di sottrarti a grave pondoContro te non congiura; ardisci e spera.Ma non vedran del ciel gli occhi giocondiCh’io giammai per timor la man disarmi,O che deponga i soliti ardimenti.Testi.
97.
Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorniIn pace col vicin? Se del SebetoStringe e le mani tue comune oliva?Miserabile Italia! Allor ben pormiDell’Ossuna in un punto e del ToletoSento a laccio servil la man cattiva.Di pace intempestivaDeh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.Sostieni e spera, e pria te stessa uccidaChe giammai ti dividaDal duca alpin l’insidioso Ibero.Marini.Carlo, quel generoso invitto coreDa cui spera soccorso Italia oppressa,A che bada, a che tarda, a che più cessa?Nostra perdita son le tue dimore...Gran cose ardisci, è ver; gran prove tentaTuo magnanimo cor, tua destra forte;Ma non innalza i timidi la sorte,E non trionfa mai uom che paventa...Chi fia se tu non sei che rompa il laccioOnde tant’anni avvinta Esperia giace?Chiabrera.Chi desia di sottrarti a grave pondoContro te non congiura; ardisci e spera.Ma non vedran del ciel gli occhi giocondiCh’io giammai per timor la man disarmi,O che deponga i soliti ardimenti.Testi.
Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorniIn pace col vicin? Se del SebetoStringe e le mani tue comune oliva?Miserabile Italia! Allor ben pormiDell’Ossuna in un punto e del ToletoSento a laccio servil la man cattiva.Di pace intempestivaDeh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.Sostieni e spera, e pria te stessa uccidaChe giammai ti dividaDal duca alpin l’insidioso Ibero.Marini.
Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorni
In pace col vicin? Se del Sebeto
Stringe e le mani tue comune oliva?
Miserabile Italia! Allor ben pormi
Dell’Ossuna in un punto e del Toleto
Sento a laccio servil la man cattiva.
Di pace intempestiva
Deh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.
Sostieni e spera, e pria te stessa uccida
Che giammai ti divida
Dal duca alpin l’insidioso Ibero.
Marini.
Carlo, quel generoso invitto coreDa cui spera soccorso Italia oppressa,A che bada, a che tarda, a che più cessa?Nostra perdita son le tue dimore...Gran cose ardisci, è ver; gran prove tentaTuo magnanimo cor, tua destra forte;Ma non innalza i timidi la sorte,E non trionfa mai uom che paventa...Chi fia se tu non sei che rompa il laccioOnde tant’anni avvinta Esperia giace?Chiabrera.
Carlo, quel generoso invitto core
Da cui spera soccorso Italia oppressa,
A che bada, a che tarda, a che più cessa?
Nostra perdita son le tue dimore...
Gran cose ardisci, è ver; gran prove tenta
Tuo magnanimo cor, tua destra forte;
Ma non innalza i timidi la sorte,
E non trionfa mai uom che paventa...
Chi fia se tu non sei che rompa il laccio
Onde tant’anni avvinta Esperia giace?
Chiabrera.
Chi desia di sottrarti a grave pondoContro te non congiura; ardisci e spera.Ma non vedran del ciel gli occhi giocondiCh’io giammai per timor la man disarmi,O che deponga i soliti ardimenti.Testi.
Chi desia di sottrarti a grave pondo
Contro te non congiura; ardisci e spera.
Ma non vedran del ciel gli occhi giocondi
Ch’io giammai per timor la man disarmi,
O che deponga i soliti ardimenti.
Testi.
98.— E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri, chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri... Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio, abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la fortuna del più potente...«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma consiste nel poter comandare e non obbedire...«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».Nelmanifestoe nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.
98.— E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri, chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri... Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio, abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la fortuna del più potente...
«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma consiste nel poter comandare e non obbedire...
«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.
«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».
Nelmanifestoe nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.
99.La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo, concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta, come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo di questo supplizio.Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois, che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio. Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi; infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo dei Gonzaga.Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone (-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi; Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia (-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre il regno.
99.La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta, moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo, concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta, come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo di questo supplizio.
Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois, che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio. Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.
Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi; infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo dei Gonzaga.
Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.
Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone (-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi; Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia (-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre il regno.
100.Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il ghetto, compito poi nel 1610.
100.Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il ghetto, compito poi nel 1610.
101.Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.
101.Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.
102.Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632, nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia: il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di Modena, pubblicate nell’Archivio storico (Nuova serie, tom.III. p. 80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini, secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein, nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e sentenza formalein criminibus proditionis perduellionis vel lesæ majestatis notoriis, e che in tali casiexecutio instar sententiæ est.
102.Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632, nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia: il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di Modena, pubblicate nell’Archivio storico (Nuova serie, tom.III. p. 80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini, secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein, nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e sentenza formalein criminibus proditionis perduellionis vel lesæ majestatis notoriis, e che in tali casiexecutio instar sententiæ est.
103.Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.La continuazione delFioretto delle cronache di Mantovadel Giunta al 1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi 150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.
103.Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.
La continuazione delFioretto delle cronache di Mantovadel Giunta al 1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi 150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.
104.Sed belli graviores causæ: risposta che lo storico Ripamonti mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente si ripete ogni tratto.
104.Sed belli graviores causæ: risposta che lo storico Ripamonti mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente si ripete ogni tratto.
105.Tadini,Ragguaglio... della gran peste contagiosa. E su tutti questi fatti vedi la nostraLombardia nel secoloXVII.
105.Tadini,Ragguaglio... della gran peste contagiosa. E su tutti questi fatti vedi la nostraLombardia nel secoloXVII.
106.Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal Targioni Tozzetti,Viaggi, vol.IV, p. 298-316, sommano a nove mila i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio 1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono (dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno, e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia, e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini. Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a cui bacio le mani.«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165, 1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249, 1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357, 1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13, 1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap.Galliciolli.* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevoleAndrea Taurelli j. c. de peste italica, libri duo, Bologna 1641, ove discorre peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero. Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina specialmente,ut cæteros omittam, il padre Orimbelio veronese, teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo bresciano.
106.Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal Targioni Tozzetti,Viaggi, vol.IV, p. 298-316, sommano a nove mila i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio 1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono (dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno, e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia, e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini. Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a cui bacio le mani.
«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».
Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010, 1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165, 1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249, 1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357, 1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13, 1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap.Galliciolli.
* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevoleAndrea Taurelli j. c. de peste italica, libri duo, Bologna 1641, ove discorre peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero. Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina specialmente,ut cæteros omittam, il padre Orimbelio veronese, teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo bresciano.
107.A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il grave Nani nellaStoria di Veneziascrive: — La peste spopolava intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nellaStoria d’Italia in continuazione al Guicciardini, lib.XXI, pone: — Era sorta una voce per tutta Italia,voce non vana, ma dai fatti comprovata, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero,certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate».
107.A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il grave Nani nellaStoria di Veneziascrive: — La peste spopolava intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva, il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena. Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nellaStoria d’Italia in continuazione al Guicciardini, lib.XXI, pone: — Era sorta una voce per tutta Italia,voce non vana, ma dai fatti comprovata, che certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste, comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare il veleno pestifero,certo è bene che questi uomini abbominevoli ciò facevano, sia che solamente spaventando volessero aprirsi via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti, e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con infamatorie inscrizioni notate».
108.Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e cardinale e vicerè di Catalogna. VediNegoziati di monsignor Giulio Mazarinoin appendice allaStoria d’Italiadel Brusoni;Elpidio Benedetti,Vita del Mazarino;Priorato,Istoria del ministero del cardinale Mazarino, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche recentissime.
108.Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e cardinale e vicerè di Catalogna. VediNegoziati di monsignor Giulio Mazarinoin appendice allaStoria d’Italiadel Brusoni;Elpidio Benedetti,Vita del Mazarino;Priorato,Istoria del ministero del cardinale Mazarino, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche recentissime.
109.Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più astuto.
109.Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più astuto.
110.Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò unApplauso poeticoal divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo massimo; ma poi nelZimbello o l’Italia schernita(1641) deplorò le miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.
110.Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.
* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò unApplauso poeticoal divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo massimo; ma poi nelZimbello o l’Italia schernita(1641) deplorò le miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.
111.Una nota contemporanea che trovasi nelCarteggio degli agenti toscanial 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui: e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero». Segue divisando i modi.Archivio storico, tom.IX. p. 318.
111.Una nota contemporanea che trovasi nelCarteggio degli agenti toscanial 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui: e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero». Segue divisando i modi.Archivio storico, tom.IX. p. 318.
112.Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli, e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in penitenza di edificare la Madonna della Rosa.
112.Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli, e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in penitenza di edificare la Madonna della Rosa.
113.Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650 sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas, ministro del primo re di Baviera.
113.Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650 sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas, ministro del primo re di Baviera.
114.Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io, leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib.XXII, che in queste materie di frati e di confessori è a pasto.
114.Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io, leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib.XXII, che in queste materie di frati e di confessori è a pasto.
115.Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.
115.Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.
116.Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.
116.Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.
117.Esso la chiamasublime donna; ne cantala nobiltà ch’è del valor colonna; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe preferir Bianca, che havero candore, anzi splendor sereno e vero e casto amore; e non rifina sui vanti di questa.Casta beltà ch’alto giudizio elesse,Pudica moglie in lieta pace e santa,Che di candore e d’onestà s’ammanta.
117.Esso la chiamasublime donna; ne cantala nobiltà ch’è del valor colonna; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe preferir Bianca, che havero candore, anzi splendor sereno e vero e casto amore; e non rifina sui vanti di questa.
Casta beltà ch’alto giudizio elesse,Pudica moglie in lieta pace e santa,Che di candore e d’onestà s’ammanta.
Casta beltà ch’alto giudizio elesse,Pudica moglie in lieta pace e santa,Che di candore e d’onestà s’ammanta.
Casta beltà ch’alto giudizio elesse,
Pudica moglie in lieta pace e santa,
Che di candore e d’onestà s’ammanta.
118.Molino, ap. Cicogna,Iscrizioni venete, tom.II.
118.Molino, ap. Cicogna,Iscrizioni venete, tom.II.
119.Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo 1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola «così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno, ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere, per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila, et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe, anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne, e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è cercato sempre di dar ad intendere».
119.Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo 1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola «così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno, ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere, per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila, et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe, anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne, e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è cercato sempre di dar ad intendere».
120.Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese fu aggregato nel 1847.
120.Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese fu aggregato nel 1847.
121.«Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese. Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri, che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna, chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio, hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero, di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal marchese Luigi Strozzi...«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere tra loro chemolto illustrenella soprascritta ed ilvostra signorianel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia dicevaaffezionatissimo servitore; e quando un nobile capo di famiglia avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di famiglia, gli avrebbe dato dell’illustre, e ricevuto come sopra delmolto illustre; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella soprascritta il titolo d’illustrissimo, che fu subito abbracciato da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere, con la cortesia diobbligatissimo,devotissimo,umilissimo servitore,servoe simili, secondo che più o meno si è voluto adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di dare l’illustrissimoanche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed ilmolto illustreè trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati e Strozzi si dà dell’eccellentissimoed in iscritto ed in voce; ma nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari».Rinuccini,Ricordi storici.
121.«Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese. Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri, che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna, chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio, hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero, di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal marchese Luigi Strozzi...
«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere tra loro chemolto illustrenella soprascritta ed ilvostra signorianel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia dicevaaffezionatissimo servitore; e quando un nobile capo di famiglia avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di famiglia, gli avrebbe dato dell’illustre, e ricevuto come sopra delmolto illustre; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella soprascritta il titolo d’illustrissimo, che fu subito abbracciato da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere, con la cortesia diobbligatissimo,devotissimo,umilissimo servitore,servoe simili, secondo che più o meno si è voluto adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di dare l’illustrissimoanche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed ilmolto illustreè trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati e Strozzi si dà dell’eccellentissimoed in iscritto ed in voce; ma nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari».Rinuccini,Ricordi storici.
122.Nell’Archivio delle riformagioniè questo decreto del 7 agosto 1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».
122.Nell’Archivio delle riformagioniè questo decreto del 7 agosto 1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».
123.Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’Arcano del mare, magnifica raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della scienza delle longitudini e del navigare.
123.Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’Arcano del mare, magnifica raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della scienza delle longitudini e del navigare.
124.Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: — Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana, cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia, senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici, all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti, non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina, domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima, vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata, che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta: poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo, si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto ragionare per tutto il mondo».Relazioni,II. 154.
124.Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: — Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana, cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia, senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici, all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti, non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina, domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima, vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata, che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta: poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo, si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto ragionare per tutto il mondo».Relazioni,II. 154.
125.Mémoires de Groulard, nel vol.IIdella collezione di Petitot, pag. 384.
125.Mémoires de Groulard, nel vol.IIdella collezione di Petitot, pag. 384.
126.Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24 (aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti, e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è ammazzato».Lettere diplomatiche.
126.Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24 (aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti, e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è ammazzato».Lettere diplomatiche.
127.Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa, privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia, onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona, niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi, mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava ricevendo da questi principi...»Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata, cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».
127.Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa, privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia, onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»
Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona, niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»
Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi, mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava ricevendo da questi principi...»
Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata, cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».
128.Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico lateranese.
128.Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico lateranese.
129.Galluzzi, lib.VIII, c. 10.
129.Galluzzi, lib.VIII, c. 10.
130.Federico Schlegel nelQuadro della Storia moderna, c. 9, ammira l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come ilXVI. In mezzo a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole delTiraboschi,Storia della letteratura italiana. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli... possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al 1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625».Denina,Rivoluzioni d’Italia,XXII. 4.
130.Federico Schlegel nelQuadro della Storia moderna, c. 9, ammira l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come ilXVI. In mezzo a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole delTiraboschi,Storia della letteratura italiana. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli... possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al 1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625».Denina,Rivoluzioni d’Italia,XXII. 4.
131.Al tempo di Mazarino cantavasi:Si vous n’êtes italien,Adieu l’espoir de la fortune;Si vous n’êtes italien,Vous n’attraperez jamais rien.Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi:Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce(buona pezza);il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps de guerre. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè egli stesso ogni tratto mette:Le cardinal d’Ascoli me fit lire et expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit etc. E a Venezia:Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie que vous m’en aviez envoyée. Negli archivj veneti trovansi carteggi di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano: l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete, locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.
131.Al tempo di Mazarino cantavasi:
Si vous n’êtes italien,Adieu l’espoir de la fortune;Si vous n’êtes italien,Vous n’attraperez jamais rien.
Si vous n’êtes italien,Adieu l’espoir de la fortune;Si vous n’êtes italien,Vous n’attraperez jamais rien.
Si vous n’êtes italien,
Adieu l’espoir de la fortune;
Si vous n’êtes italien,
Vous n’attraperez jamais rien.
Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi:Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce(buona pezza);il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps de guerre. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè egli stesso ogni tratto mette:Le cardinal d’Ascoli me fit lire et expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit etc. E a Venezia:Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie que vous m’en aviez envoyée. Negli archivj veneti trovansi carteggi di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano: l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete, locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.
132.«Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo disegno che possa avere».D’Ossat,LettreCCLVI.
132.«Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo disegno che possa avere».D’Ossat,LettreCCLVI.