Chapter 24

133.L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafeLa divozion forzata al Signor non è grata, è rarissima.134.D’Ossat,LettreCCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che, oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’ Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì il Rossetti, che dovette fuggire.Wicquefort,L’Ambassadeur.135.D’Ossat, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte pretensioni.136.Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore:Nam de ejusmodi nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam rem impenderit. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.137.Wicquefort,L’Ambassadeur. Famose questioni in tal proposito ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva: — Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri, chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente». Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria; il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.138.Capitula regni Siciliæ edita ab ill.Fr.Testa; tom.II. pag. 57.139.D’Ossat,LettreCXLVIII.140.D’Ossat,LettreCCCXIX.141.In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: — Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba, e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà, avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino, Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola spica di grano».E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:Nè tante angustie a me recaron l’armiDi mille squadre a mia ruina armate,Quante vidi nell’ozio offese farmiDa quelle turbe invidiose, ingrate;E pacifica poscia odo chiamarmiChe m’hanno i tempj e le città spogliate;Ma se predar, se disertar le terreDimandan pace, e quai sarian le guerre?È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli,Storia arcana, vol.I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nellaScorsa negli archivj veneti. Un’altra ricavo da un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi; poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo; dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone; sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano...»* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive: «Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et comprender le miserie di questo Regno.Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo Lombardo.Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un figliuolo che teneva in braccio.Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria, con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene di tre dita.Item, hanno dato una cortellata nella testa a Gianfilippo RivielloItem, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni Battista pitturata sopra la chiesa matre.Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca a Rosato Focone.Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata in faccia.Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie venerdì et sabbato.Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del detto Andrea, ferito nel collo.Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra commisero li seguenti delitti:A Carlo Fascone tagliarono due dita.Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone, don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.142.Di essi cataloghi io diedi notizia nelMilano e suo territorio, vol.II. p. 395; poi ne parlò l’Italia musicale, 1855, n. 31.143.Cibrario,Istituzioni della monarchia di Savoja. p. 247.144.Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,Chaldæi volitantque domos atque atria circum:Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris...Quidam animos etiam pariter cum corpore nostrosInteritum sentire volunt, unaque resolvi;Et veteris promissa, novæque uberrima legisVana putant, ipsum patriis detrudere regnis,Si possint, Dominum conantur more gigantum.HospitaliiEpist., lib.III.145.2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap.CXLIV.Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana era Antonio Rusca, che scrisseDe inferno et statu dæmonum ante mundi exilium, libriV, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera, ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum judicii diem varia eruditione describuntur. Milano 1621.* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie.Paoletti,Istituzioni criminali.146.Donzelli, pag. 194.147.La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad impadronirsi dei beni di lei perservir de partage à un du tas de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.148.NellaBreve informatione del modo di trattare le cause del Sant’Offizio a Modena(Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive; cioè:Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena, in ottava rima. —La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra ecc.». —Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista, in rima. —Oratione di santa Margarita, in ottava rima, per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». —Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». —Historia o martirio de’ santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». —Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». —Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». —Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Cristo Vergine Maria, ecc.». —Historia di santa Chaterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de’ Pulcini.— Confiteminidella beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». —Opera nova delli dodici venerdì:«A laude dell’eterno Redentore». —Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». —Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme:«Madonna santa Maria, ecc.». —Christo santo glorioso, laude devotissima:«Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». —Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti:«Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». —Historia di san Giorgio, in ottava rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». —Oratione di San Giacomo Maggiore, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». —Oratione di santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest’è una devotissima oratione, ecc.».Oratione della nostra Donna devotissima, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». —Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».Un catalogo dioperette et historiette prohibitepiù esteso e aggiunto alSacro Arsenale della Santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi; vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelleRegole del Sant’Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.149.In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito;Naudé,Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino. È bizzarro unRegolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso dei drappi di seta che rovinano lo Stato;lavoro di Laffemas, Parigi 1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.150.Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire quaranta, prima della ruina dei vigneti.151.Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree l’Italie.Parigi 1846, tom.I. 210. Tra le feste più pompose variate per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. VediSansovino,Venetia città nobilissima et singolare ecc.152.Lettera del 1695 nella collezioneClarorum venetorum ad A. Magliabechium, tom.I.153.GuerraeBucca,Diurnali napoletani.154.La Lombardia nel secoloXVII, dove si troveranno altre particolarità di costumi.155.VediArteaga. Chi voglia può leggereTeti e Flora, prologo della gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc., opere dell’Achillini.156.NellaRelazionedell’ambasceria a Costantinopoli di Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585, si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi, e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe, come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri, alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè èDe saluberrima potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii maronitæ, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è data da Prospero Alpino.157.Castore Duranti cantava:Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius essetSedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,Huc adportavit, romana ad commoda gentis.Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.158.Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per aversi peleato (combattuto) otto ore... me ne rallegro con vostra eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (protezione). Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap.Capecelatro,Diarj.159.Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che sta ne’Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini, pubblicati a Firenze il 1840.160.«La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla, che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine, che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».161.Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una veste tutta scura.162.Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua, massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più perfetto favellare della Toscana».163.La ville et la république de Venise, Parigi 1680; opera anonima dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di Salisbury.164.Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che fece un poemaTorino in ogni parte ammirabile; Milano, Malatesta, 1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava rima,Mondana politica, con varietà di successi significata, diretto a Carlo Emanuele II.165.Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81.Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio Fabrizio dirigeva questi consigli:Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:Sobria Aminæum temperet unda merum...Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:His si credideris, postea nullus eris.Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,Ni vites cupidæ furta proterva Deæ.Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;Tota habitat veneta mollis in urbe Venus.Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:Serpit enim ex illa latius urbe malum.Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:Nec cole multiplices cautus amicitias...Non inimicitias cum quoquam suscipe; laudaQuod potes, et tacita cetera mente preme.Nec studia illorum studiis tua præfer: in illisNon vult ingenio cedere nemo locis.Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens.166.Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,E dà il nero di fumo e la verniceA chi in presenza diè pomata e biacca.Viso di Fariseo spiritatoPerchè de’ libri il frontispizio ho letto,Si crede esser fra’ dotti annoverato.Menzini.167.Amphiteatrum, pag. 118.168.Prefazione alPrincipe ermafrodito.169.Vita di SistoV, lib.I.170.— L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 dellaVita dell’Aresi. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?»La Fama gelosa della Fortuna, 1680.Nella prefazione allaVita di Cromwell, scritta dal Leti medesimo, si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere ilP...mo moderno, ilConclave delle P...., ilP...mo di Roma, ilParlatorio delle monache, ilRuf... del gobbo di Rialto: delle quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega: ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol rispondere:Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine...In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come ilLetto fiorito, ilTrasporto d’amore, laRôcca assediata, ilVicino avvicinato, l’Oriuolo sonoro, ed altri versi».171.Historia d’Italia; Torino, Zappata, 1680.172.La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però di farsi pagare anticipato. VediGaye,Carteggio,III. 543.173.A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!174.Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.175.Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese (1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani, non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo; nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj; centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno: impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’ piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti, per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni, e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla. Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi; pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e scarpellare.176.Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte sua».John Evelyn, nelleMemorie e Diariodel viaggio che allora fece in Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera, ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:Ondosa mole ognor d’acqua fecondaA piè del Vaticano il capo estolle;L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.Quasi corona il marmo orna e circonda,Misto a perle stillanti argento molle;Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,E par che procelloso ondeggi un colle.Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,Nuovo Encelado santo, innalza e move,E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.E mentre è il ciel sereno, il nostro GioveChe i torrenti sotterra al cenno ha pronti,Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.È notevole l’opera:Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac multiplici eruditione explicata... a patrePhilippo BonanniSocietatis Jesus. Roma 1696.177.Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:De Perrault dans le Louvre il admira la main;— Ah (dit-il) si Paris renferme dans son seinDe si rares talents, un si puissant génie,Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault, svogliarono il re d’adoprare il Bernini.178.Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo, Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.179.Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:Chi farsi un buon pittor brama e desia,Il disegno di Roma abbia alla mano,La mossa coll’ombrar venezïano,E il degno colorir di Lombardia;Di Michelangiol la terribil via,Il vero natural di Tizïano,Di Correggio lo stil puro e sovrano,E di Raffael la vera simmetria;Del Tibaldi il decoro e il fondamento,Del dotto Primaticcio l’inventare,E un po’ di grazia del Parmigianino:Ma senza tanti studj e tanto stentoSi ponga solo l’opre ad imitareChe qui lasciocci il nostro Nicolino.180.Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano, morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi contemporanei.181.Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi 295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini; poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero, e non si accettò.182.Queste pitture ignude e senza spogliaSon libri di lascivia. Hanno i pennelliSemi, da cui disonestà germoglia...Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,Delle donne si fanno i ritrattini,E la magion di Dio divien bottega...E per farsi tener de’ più majuscoliSpogliando i santi, vuol mostrar che intendeI proprj siti ed il rigor de’ muscoli.Le attitudini sì che son tremende!Qual fa corvette, qual galoppa o trainaCon cento smorfie e torciture orrende...Chè d’un Angelo invece e di MariaD’Ati il volto s’adora e di Medusa,L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...Rosa,Sulla Pittura.183.Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti, viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?— Gli è un amante fidel che cerca il passo...— Chi è stato sto crudel, quest’omicidaChe talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!— Non varco amanti; or cercati altra guida.— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumiCh’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto discorsi di commento allaVergine Belladel Petrarca. — 1629.

133.L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafeLa divozion forzata al Signor non è grata, è rarissima.

133.L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafeLa divozion forzata al Signor non è grata, è rarissima.

134.D’Ossat,LettreCCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che, oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’ Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì il Rossetti, che dovette fuggire.Wicquefort,L’Ambassadeur.

134.D’Ossat,LettreCCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che, oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’ Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì il Rossetti, che dovette fuggire.Wicquefort,L’Ambassadeur.

135.D’Ossat, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte pretensioni.

135.D’Ossat, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte pretensioni.

136.Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore:Nam de ejusmodi nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam rem impenderit. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.

136.Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore:Nam de ejusmodi nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam rem impenderit. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.

137.Wicquefort,L’Ambassadeur. Famose questioni in tal proposito ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva: — Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri, chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente». Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria; il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.

137.Wicquefort,L’Ambassadeur. Famose questioni in tal proposito ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva: — Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri, chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente». Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria; il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.

138.Capitula regni Siciliæ edita ab ill.Fr.Testa; tom.II. pag. 57.

138.Capitula regni Siciliæ edita ab ill.Fr.Testa; tom.II. pag. 57.

139.D’Ossat,LettreCXLVIII.

139.D’Ossat,LettreCXLVIII.

140.D’Ossat,LettreCCCXIX.

140.D’Ossat,LettreCCCXIX.

141.In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: — Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba, e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà, avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino, Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola spica di grano».E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:Nè tante angustie a me recaron l’armiDi mille squadre a mia ruina armate,Quante vidi nell’ozio offese farmiDa quelle turbe invidiose, ingrate;E pacifica poscia odo chiamarmiChe m’hanno i tempj e le città spogliate;Ma se predar, se disertar le terreDimandan pace, e quai sarian le guerre?È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli,Storia arcana, vol.I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nellaScorsa negli archivj veneti. Un’altra ricavo da un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi; poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo; dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone; sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano...»* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive: «Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et comprender le miserie di questo Regno.Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo Lombardo.Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un figliuolo che teneva in braccio.Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria, con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene di tre dita.Item, hanno dato una cortellata nella testa a Gianfilippo RivielloItem, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni Battista pitturata sopra la chiesa matre.Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca a Rosato Focone.Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata in faccia.Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie venerdì et sabbato.Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del detto Andrea, ferito nel collo.Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra commisero li seguenti delitti:A Carlo Fascone tagliarono due dita.Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone, don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.

141.In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: — Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba, e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà, avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino, Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola spica di grano».

E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:

Nè tante angustie a me recaron l’armiDi mille squadre a mia ruina armate,Quante vidi nell’ozio offese farmiDa quelle turbe invidiose, ingrate;E pacifica poscia odo chiamarmiChe m’hanno i tempj e le città spogliate;Ma se predar, se disertar le terreDimandan pace, e quai sarian le guerre?

Nè tante angustie a me recaron l’armiDi mille squadre a mia ruina armate,Quante vidi nell’ozio offese farmiDa quelle turbe invidiose, ingrate;E pacifica poscia odo chiamarmiChe m’hanno i tempj e le città spogliate;Ma se predar, se disertar le terreDimandan pace, e quai sarian le guerre?

Nè tante angustie a me recaron l’armi

Di mille squadre a mia ruina armate,

Quante vidi nell’ozio offese farmi

Da quelle turbe invidiose, ingrate;

E pacifica poscia odo chiamarmi

Che m’hanno i tempj e le città spogliate;

Ma se predar, se disertar le terre

Dimandan pace, e quai sarian le guerre?

È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli,Storia arcana, vol.I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nellaScorsa negli archivj veneti. Un’altra ricavo da un processo erettosi a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false. Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo, mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca, avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia, ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato, servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi; poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari... Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso, che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii, ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso, con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo; dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone; sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello, castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’ quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta, cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel naviglio e venni a Milano...»

* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive: «Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et comprender le miserie di questo Regno.

Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.

In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo Lombardo.

Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un figliuolo che teneva in braccio.

Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria, con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.

Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.

Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.

Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene di tre dita.

Item, hanno dato una cortellata nella testa a Gianfilippo Riviello

Item, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.

Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni Battista pitturata sopra la chiesa matre.

Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.

Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.

Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca a Rosato Focone.

Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata in faccia.

Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.

Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.

Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.

Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie venerdì et sabbato.

Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.

Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del detto Andrea, ferito nel collo.

Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra commisero li seguenti delitti:

A Carlo Fascone tagliarono due dita.

Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.

Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone, don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.

142.Di essi cataloghi io diedi notizia nelMilano e suo territorio, vol.II. p. 395; poi ne parlò l’Italia musicale, 1855, n. 31.

142.Di essi cataloghi io diedi notizia nelMilano e suo territorio, vol.II. p. 395; poi ne parlò l’Italia musicale, 1855, n. 31.

143.Cibrario,Istituzioni della monarchia di Savoja. p. 247.

143.Cibrario,Istituzioni della monarchia di Savoja. p. 247.

144.Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,Chaldæi volitantque domos atque atria circum:Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris...Quidam animos etiam pariter cum corpore nostrosInteritum sentire volunt, unaque resolvi;Et veteris promissa, novæque uberrima legisVana putant, ipsum patriis detrudere regnis,Si possint, Dominum conantur more gigantum.HospitaliiEpist., lib.III.

144.

Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,Chaldæi volitantque domos atque atria circum:Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris...Quidam animos etiam pariter cum corpore nostrosInteritum sentire volunt, unaque resolvi;Et veteris promissa, novæque uberrima legisVana putant, ipsum patriis detrudere regnis,Si possint, Dominum conantur more gigantum.HospitaliiEpist., lib.III.

Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,Chaldæi volitantque domos atque atria circum:Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris...Quidam animos etiam pariter cum corpore nostrosInteritum sentire volunt, unaque resolvi;Et veteris promissa, novæque uberrima legisVana putant, ipsum patriis detrudere regnis,Si possint, Dominum conantur more gigantum.HospitaliiEpist., lib.III.

Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,

Chaldæi volitantque domos atque atria circum:

Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,

Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris...

Quidam animos etiam pariter cum corpore nostros

Interitum sentire volunt, unaque resolvi;

Et veteris promissa, novæque uberrima legis

Vana putant, ipsum patriis detrudere regnis,

Si possint, Dominum conantur more gigantum.

HospitaliiEpist., lib.III.

145.2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap.CXLIV.Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana era Antonio Rusca, che scrisseDe inferno et statu dæmonum ante mundi exilium, libriV, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera, ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum judicii diem varia eruditione describuntur. Milano 1621.* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie.Paoletti,Istituzioni criminali.

145.2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap.CXLIV.

Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana era Antonio Rusca, che scrisseDe inferno et statu dæmonum ante mundi exilium, libriV, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera, ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum judicii diem varia eruditione describuntur. Milano 1621.

* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie.Paoletti,Istituzioni criminali.

146.Donzelli, pag. 194.

146.Donzelli, pag. 194.

147.La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad impadronirsi dei beni di lei perservir de partage à un du tas de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.

147.La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad impadronirsi dei beni di lei perservir de partage à un du tas de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.

148.NellaBreve informatione del modo di trattare le cause del Sant’Offizio a Modena(Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive; cioè:Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena, in ottava rima. —La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra ecc.». —Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista, in rima. —Oratione di santa Margarita, in ottava rima, per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». —Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». —Historia o martirio de’ santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». —Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». —Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». —Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Cristo Vergine Maria, ecc.». —Historia di santa Chaterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de’ Pulcini.— Confiteminidella beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». —Opera nova delli dodici venerdì:«A laude dell’eterno Redentore». —Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». —Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme:«Madonna santa Maria, ecc.». —Christo santo glorioso, laude devotissima:«Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». —Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti:«Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». —Historia di san Giorgio, in ottava rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». —Oratione di San Giacomo Maggiore, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». —Oratione di santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest’è una devotissima oratione, ecc.».Oratione della nostra Donna devotissima, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». —Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».Un catalogo dioperette et historiette prohibitepiù esteso e aggiunto alSacro Arsenale della Santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi; vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelleRegole del Sant’Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

148.NellaBreve informatione del modo di trattare le cause del Sant’Offizio a Modena(Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.

Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive; cioè:Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena, in ottava rima. —La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra ecc.». —Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista, in rima. —Oratione di santa Margarita, in ottava rima, per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». —Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». —Historia o martirio de’ santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». —Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». —Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». —Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Cristo Vergine Maria, ecc.». —Historia di santa Chaterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de’ Pulcini.— Confiteminidella beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». —Opera nova delli dodici venerdì:«A laude dell’eterno Redentore». —Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». —Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme:«Madonna santa Maria, ecc.». —Christo santo glorioso, laude devotissima:«Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». —Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti:«Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». —Historia di san Giorgio, in ottava rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». —Oratione di San Giacomo Maggiore, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». —Oratione di santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest’è una devotissima oratione, ecc.».Oratione della nostra Donna devotissima, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». —Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».

Un catalogo dioperette et historiette prohibitepiù esteso e aggiunto alSacro Arsenale della Santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi; vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelleRegole del Sant’Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

149.In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito;Naudé,Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino. È bizzarro unRegolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso dei drappi di seta che rovinano lo Stato;lavoro di Laffemas, Parigi 1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.

149.In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito;Naudé,Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino. È bizzarro unRegolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso dei drappi di seta che rovinano lo Stato;lavoro di Laffemas, Parigi 1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.

150.Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire quaranta, prima della ruina dei vigneti.

150.Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire quaranta, prima della ruina dei vigneti.

151.Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree l’Italie.Parigi 1846, tom.I. 210. Tra le feste più pompose variate per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. VediSansovino,Venetia città nobilissima et singolare ecc.

151.Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree l’Italie.Parigi 1846, tom.I. 210. Tra le feste più pompose variate per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. VediSansovino,Venetia città nobilissima et singolare ecc.

152.Lettera del 1695 nella collezioneClarorum venetorum ad A. Magliabechium, tom.I.

152.Lettera del 1695 nella collezioneClarorum venetorum ad A. Magliabechium, tom.I.

153.GuerraeBucca,Diurnali napoletani.

153.GuerraeBucca,Diurnali napoletani.

154.La Lombardia nel secoloXVII, dove si troveranno altre particolarità di costumi.

154.La Lombardia nel secoloXVII, dove si troveranno altre particolarità di costumi.

155.VediArteaga. Chi voglia può leggereTeti e Flora, prologo della gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc., opere dell’Achillini.

155.VediArteaga. Chi voglia può leggereTeti e Flora, prologo della gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc., opere dell’Achillini.

156.NellaRelazionedell’ambasceria a Costantinopoli di Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585, si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi, e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe, come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri, alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè èDe saluberrima potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii maronitæ, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è data da Prospero Alpino.

156.NellaRelazionedell’ambasceria a Costantinopoli di Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585, si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi, e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe, come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri, alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».

Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè èDe saluberrima potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii maronitæ, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è data da Prospero Alpino.

157.Castore Duranti cantava:Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius essetSedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,Huc adportavit, romana ad commoda gentis.Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.

157.Castore Duranti cantava:

Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius essetSedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,Huc adportavit, romana ad commoda gentis.

Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius essetSedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,Huc adportavit, romana ad commoda gentis.

Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius esset

Sedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,

Huc adportavit, romana ad commoda gentis.

Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.

158.Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per aversi peleato (combattuto) otto ore... me ne rallegro con vostra eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (protezione). Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap.Capecelatro,Diarj.

158.Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per aversi peleato (combattuto) otto ore... me ne rallegro con vostra eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (protezione). Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap.Capecelatro,Diarj.

159.Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che sta ne’Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini, pubblicati a Firenze il 1840.

159.Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che sta ne’Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini, pubblicati a Firenze il 1840.

160.«La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla, che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine, che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».

160.«La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla, che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine, che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».

161.Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una veste tutta scura.

161.Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una veste tutta scura.

162.Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua, massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più perfetto favellare della Toscana».

162.Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua, massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più perfetto favellare della Toscana».

163.La ville et la république de Venise, Parigi 1680; opera anonima dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di Salisbury.

163.La ville et la république de Venise, Parigi 1680; opera anonima dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di Salisbury.

164.Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che fece un poemaTorino in ogni parte ammirabile; Milano, Malatesta, 1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava rima,Mondana politica, con varietà di successi significata, diretto a Carlo Emanuele II.

164.Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che fece un poemaTorino in ogni parte ammirabile; Milano, Malatesta, 1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava rima,Mondana politica, con varietà di successi significata, diretto a Carlo Emanuele II.

165.Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81.Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio Fabrizio dirigeva questi consigli:Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:Sobria Aminæum temperet unda merum...Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:His si credideris, postea nullus eris.Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,Ni vites cupidæ furta proterva Deæ.Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;Tota habitat veneta mollis in urbe Venus.Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:Serpit enim ex illa latius urbe malum.Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:Nec cole multiplices cautus amicitias...Non inimicitias cum quoquam suscipe; laudaQuod potes, et tacita cetera mente preme.Nec studia illorum studiis tua præfer: in illisNon vult ingenio cedere nemo locis.Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens.

165.Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81.Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio Fabrizio dirigeva questi consigli:

Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:Sobria Aminæum temperet unda merum...Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:His si credideris, postea nullus eris.Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,Ni vites cupidæ furta proterva Deæ.Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;Tota habitat veneta mollis in urbe Venus.Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:Serpit enim ex illa latius urbe malum.Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:Nec cole multiplices cautus amicitias...Non inimicitias cum quoquam suscipe; laudaQuod potes, et tacita cetera mente preme.Nec studia illorum studiis tua præfer: in illisNon vult ingenio cedere nemo locis.Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens.

Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:Sobria Aminæum temperet unda merum...Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:His si credideris, postea nullus eris.Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,Ni vites cupidæ furta proterva Deæ.Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;Tota habitat veneta mollis in urbe Venus.Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:Serpit enim ex illa latius urbe malum.Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:Nec cole multiplices cautus amicitias...Non inimicitias cum quoquam suscipe; laudaQuod potes, et tacita cetera mente preme.Nec studia illorum studiis tua præfer: in illisNon vult ingenio cedere nemo locis.Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens.

Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:

Sobria Aminæum temperet unda merum...

Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:

His si credideris, postea nullus eris.

Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,

Ni vites cupidæ furta proterva Deæ.

Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;

Tota habitat veneta mollis in urbe Venus.

Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:

Serpit enim ex illa latius urbe malum.

Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:

Nec cole multiplices cautus amicitias...

Non inimicitias cum quoquam suscipe; lauda

Quod potes, et tacita cetera mente preme.

Nec studia illorum studiis tua præfer: in illis

Non vult ingenio cedere nemo locis.

Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;

Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens.

166.Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,E dà il nero di fumo e la verniceA chi in presenza diè pomata e biacca.Viso di Fariseo spiritatoPerchè de’ libri il frontispizio ho letto,Si crede esser fra’ dotti annoverato.Menzini.

166.

Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,E dà il nero di fumo e la verniceA chi in presenza diè pomata e biacca.Viso di Fariseo spiritatoPerchè de’ libri il frontispizio ho letto,Si crede esser fra’ dotti annoverato.Menzini.

Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,E dà il nero di fumo e la verniceA chi in presenza diè pomata e biacca.Viso di Fariseo spiritatoPerchè de’ libri il frontispizio ho letto,Si crede esser fra’ dotti annoverato.Menzini.

Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,

E dà il nero di fumo e la vernice

A chi in presenza diè pomata e biacca.

Viso di Fariseo spiritato

Perchè de’ libri il frontispizio ho letto,

Si crede esser fra’ dotti annoverato.

Menzini.

167.Amphiteatrum, pag. 118.

167.Amphiteatrum, pag. 118.

168.Prefazione alPrincipe ermafrodito.

168.Prefazione alPrincipe ermafrodito.

169.Vita di SistoV, lib.I.

169.Vita di SistoV, lib.I.

170.— L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 dellaVita dell’Aresi. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?»La Fama gelosa della Fortuna, 1680.Nella prefazione allaVita di Cromwell, scritta dal Leti medesimo, si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere ilP...mo moderno, ilConclave delle P...., ilP...mo di Roma, ilParlatorio delle monache, ilRuf... del gobbo di Rialto: delle quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega: ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol rispondere:Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine...In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come ilLetto fiorito, ilTrasporto d’amore, laRôcca assediata, ilVicino avvicinato, l’Oriuolo sonoro, ed altri versi».

170.— L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 dellaVita dell’Aresi. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?»La Fama gelosa della Fortuna, 1680.

Nella prefazione allaVita di Cromwell, scritta dal Leti medesimo, si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere ilP...mo moderno, ilConclave delle P...., ilP...mo di Roma, ilParlatorio delle monache, ilRuf... del gobbo di Rialto: delle quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega: ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol rispondere:Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine...In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come ilLetto fiorito, ilTrasporto d’amore, laRôcca assediata, ilVicino avvicinato, l’Oriuolo sonoro, ed altri versi».

171.Historia d’Italia; Torino, Zappata, 1680.

171.Historia d’Italia; Torino, Zappata, 1680.

172.La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però di farsi pagare anticipato. VediGaye,Carteggio,III. 543.

172.La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però di farsi pagare anticipato. VediGaye,Carteggio,III. 543.

173.A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!

173.A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!

174.Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.

174.Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:

Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.

Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.

Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ,

Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras.

175.Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese (1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani, non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo; nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj; centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno: impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’ piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti, per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni, e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla. Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi; pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e scarpellare.

175.Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese (1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani, non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo; nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj; centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno: impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’ piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti, per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni, e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla. Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi; pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e scarpellare.

176.Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte sua».John Evelyn, nelleMemorie e Diariodel viaggio che allora fece in Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera, ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:Ondosa mole ognor d’acqua fecondaA piè del Vaticano il capo estolle;L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.Quasi corona il marmo orna e circonda,Misto a perle stillanti argento molle;Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,E par che procelloso ondeggi un colle.Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,Nuovo Encelado santo, innalza e move,E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.E mentre è il ciel sereno, il nostro GioveChe i torrenti sotterra al cenno ha pronti,Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.È notevole l’opera:Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac multiplici eruditione explicata... a patrePhilippo BonanniSocietatis Jesus. Roma 1696.

176.Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte sua».

John Evelyn, nelleMemorie e Diariodel viaggio che allora fece in Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera, ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:

Ondosa mole ognor d’acqua fecondaA piè del Vaticano il capo estolle;L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.Quasi corona il marmo orna e circonda,Misto a perle stillanti argento molle;Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,E par che procelloso ondeggi un colle.Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,Nuovo Encelado santo, innalza e move,E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.E mentre è il ciel sereno, il nostro GioveChe i torrenti sotterra al cenno ha pronti,Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.

Ondosa mole ognor d’acqua fecondaA piè del Vaticano il capo estolle;L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.Quasi corona il marmo orna e circonda,Misto a perle stillanti argento molle;Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,E par che procelloso ondeggi un colle.Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,Nuovo Encelado santo, innalza e move,E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.E mentre è il ciel sereno, il nostro GioveChe i torrenti sotterra al cenno ha pronti,Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.

Ondosa mole ognor d’acqua feconda

A piè del Vaticano il capo estolle;

L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,

Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.

Quasi corona il marmo orna e circonda,

Misto a perle stillanti argento molle;

Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,

E par che procelloso ondeggi un colle.

Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,

Nuovo Encelado santo, innalza e move,

E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.

E mentre è il ciel sereno, il nostro Giove

Che i torrenti sotterra al cenno ha pronti,

Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.

È notevole l’opera:Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac multiplici eruditione explicata... a patrePhilippo BonanniSocietatis Jesus. Roma 1696.

177.Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:De Perrault dans le Louvre il admira la main;— Ah (dit-il) si Paris renferme dans son seinDe si rares talents, un si puissant génie,Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault, svogliarono il re d’adoprare il Bernini.

177.Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:

A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:De Perrault dans le Louvre il admira la main;— Ah (dit-il) si Paris renferme dans son seinDe si rares talents, un si puissant génie,Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?

A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:De Perrault dans le Louvre il admira la main;— Ah (dit-il) si Paris renferme dans son seinDe si rares talents, un si puissant génie,Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?

A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:

De Perrault dans le Louvre il admira la main;

— Ah (dit-il) si Paris renferme dans son sein

De si rares talents, un si puissant génie,

Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?

Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault, svogliarono il re d’adoprare il Bernini.

178.Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo, Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.

178.Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo, Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.

179.Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:Chi farsi un buon pittor brama e desia,Il disegno di Roma abbia alla mano,La mossa coll’ombrar venezïano,E il degno colorir di Lombardia;Di Michelangiol la terribil via,Il vero natural di Tizïano,Di Correggio lo stil puro e sovrano,E di Raffael la vera simmetria;Del Tibaldi il decoro e il fondamento,Del dotto Primaticcio l’inventare,E un po’ di grazia del Parmigianino:Ma senza tanti studj e tanto stentoSi ponga solo l’opre ad imitareChe qui lasciocci il nostro Nicolino.

179.Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:

Chi farsi un buon pittor brama e desia,Il disegno di Roma abbia alla mano,La mossa coll’ombrar venezïano,E il degno colorir di Lombardia;Di Michelangiol la terribil via,Il vero natural di Tizïano,Di Correggio lo stil puro e sovrano,E di Raffael la vera simmetria;Del Tibaldi il decoro e il fondamento,Del dotto Primaticcio l’inventare,E un po’ di grazia del Parmigianino:Ma senza tanti studj e tanto stentoSi ponga solo l’opre ad imitareChe qui lasciocci il nostro Nicolino.

Chi farsi un buon pittor brama e desia,Il disegno di Roma abbia alla mano,La mossa coll’ombrar venezïano,E il degno colorir di Lombardia;Di Michelangiol la terribil via,Il vero natural di Tizïano,Di Correggio lo stil puro e sovrano,E di Raffael la vera simmetria;Del Tibaldi il decoro e il fondamento,Del dotto Primaticcio l’inventare,E un po’ di grazia del Parmigianino:Ma senza tanti studj e tanto stentoSi ponga solo l’opre ad imitareChe qui lasciocci il nostro Nicolino.

Chi farsi un buon pittor brama e desia,

Il disegno di Roma abbia alla mano,

La mossa coll’ombrar venezïano,

E il degno colorir di Lombardia;

Di Michelangiol la terribil via,

Il vero natural di Tizïano,

Di Correggio lo stil puro e sovrano,

E di Raffael la vera simmetria;

Del Tibaldi il decoro e il fondamento,

Del dotto Primaticcio l’inventare,

E un po’ di grazia del Parmigianino:

Ma senza tanti studj e tanto stento

Si ponga solo l’opre ad imitare

Che qui lasciocci il nostro Nicolino.

180.Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano, morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi contemporanei.

180.Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano, morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi contemporanei.

181.Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi 295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini; poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero, e non si accettò.

181.Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi 295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini; poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero, e non si accettò.

182.Queste pitture ignude e senza spogliaSon libri di lascivia. Hanno i pennelliSemi, da cui disonestà germoglia...Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,Delle donne si fanno i ritrattini,E la magion di Dio divien bottega...E per farsi tener de’ più majuscoliSpogliando i santi, vuol mostrar che intendeI proprj siti ed il rigor de’ muscoli.Le attitudini sì che son tremende!Qual fa corvette, qual galoppa o trainaCon cento smorfie e torciture orrende...Chè d’un Angelo invece e di MariaD’Ati il volto s’adora e di Medusa,L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...Rosa,Sulla Pittura.

182.

Queste pitture ignude e senza spogliaSon libri di lascivia. Hanno i pennelliSemi, da cui disonestà germoglia...Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,Delle donne si fanno i ritrattini,E la magion di Dio divien bottega...E per farsi tener de’ più majuscoliSpogliando i santi, vuol mostrar che intendeI proprj siti ed il rigor de’ muscoli.Le attitudini sì che son tremende!Qual fa corvette, qual galoppa o trainaCon cento smorfie e torciture orrende...Chè d’un Angelo invece e di MariaD’Ati il volto s’adora e di Medusa,L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...Rosa,Sulla Pittura.

Queste pitture ignude e senza spogliaSon libri di lascivia. Hanno i pennelliSemi, da cui disonestà germoglia...Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,Delle donne si fanno i ritrattini,E la magion di Dio divien bottega...E per farsi tener de’ più majuscoliSpogliando i santi, vuol mostrar che intendeI proprj siti ed il rigor de’ muscoli.Le attitudini sì che son tremende!Qual fa corvette, qual galoppa o trainaCon cento smorfie e torciture orrende...Chè d’un Angelo invece e di MariaD’Ati il volto s’adora e di Medusa,L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...Rosa,Sulla Pittura.

Queste pitture ignude e senza spoglia

Son libri di lascivia. Hanno i pennelli

Semi, da cui disonestà germoglia...

Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,

Delle donne si fanno i ritrattini,

E la magion di Dio divien bottega...

E per farsi tener de’ più majuscoli

Spogliando i santi, vuol mostrar che intende

I proprj siti ed il rigor de’ muscoli.

Le attitudini sì che son tremende!

Qual fa corvette, qual galoppa o traina

Con cento smorfie e torciture orrende...

Chè d’un Angelo invece e di Maria

D’Ati il volto s’adora e di Medusa,

L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...

Rosa,Sulla Pittura.

183.Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti, viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?— Gli è un amante fidel che cerca il passo...— Chi è stato sto crudel, quest’omicidaChe talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!— Non varco amanti; or cercati altra guida.— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumiCh’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto discorsi di commento allaVergine Belladel Petrarca. — 1629.

183.Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti, viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:

Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?— Gli è un amante fidel che cerca il passo...— Chi è stato sto crudel, quest’omicidaChe talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!— Non varco amanti; or cercati altra guida.— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumiCh’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.

Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?— Gli è un amante fidel che cerca il passo...— Chi è stato sto crudel, quest’omicidaChe talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!— Non varco amanti; or cercati altra guida.— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumiCh’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.

Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?

— Gli è un amante fidel che cerca il passo...

— Chi è stato sto crudel, quest’omicida

Che talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!

— Non varco amanti; or cercati altra guida.

— Al tuo dispetto converrà ch’io passo,

Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumi

Ch’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.

Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto discorsi di commento allaVergine Belladel Petrarca. — 1629.


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