Chapter 25

184.Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.185.Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:Tu natale solum protege, tu bonæDa pacis requiem Christiadum plagis,Armorum strepitus et fera prœliaIn fines age thracios.Et regum socians agmina sub crucisVexillo, Solymas nexibus exime,Vindexque innocui sanguinis, hostiumRobur funditus erue.Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese:Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et annotationibus adjunctis ediditJosephus Brow. Oxon. 1736.186.Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.187.Ancor più pedestre imitatore delSogno di Scipionemostrasi nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:Vedi come la terra in cinque cerchiDistinta giace, e che ne son due semprePer algente pruina orridi e inculti;Deserto è il terzo ancora, e che si stempriPare, e si sfaccia negli ardor soverchi;Restan sol quelli frequentati e culti,Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.Quante interposte in loro e vaste e nudeSolitudini scorgi, e ’n ogni parteQuasi macchie cosparte,Lor come isole il mare intorno chiude;E quel che ’n voce e ’n carteÈ Ocean chiamato, ed ampio e magno,Che ti sembra or, se non un piccol stagno?Il concilio dei diavoli è tolto dallaCristiadedel Vida.188.Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo, citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi che descrisse.189.Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza dappertutto senza trovarla:Ove fia ch’io la scerna?Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oroOpra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».190.Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale; laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi... e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita, non di meno, per la grazia di Dio, possocohibere assensumalcuna volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.191.— Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.192.— L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».193.Lettera al Panigarola. E nelXXIIIde’ sonetti eroici:Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittoreChe finga altrui di quel ch’egli è migliore,Di più vaghi sembianti e di più alteri.Poscia con occhi rimirai severiL’opra;e la forma a me spiacque e ’l colore,E l’altra ne formai, mastro migliore;Nè so se colorirla in carte io speri.Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.LaGerusalemme conquistatafu proibita in Francia per decreto del Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza del papa sovra i re:Ei solo il re può dare al regnoE ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,E placargli del cielo il grave sdegno.XX. 77.194.Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto all’or de Virgile le clinquant du Tasse: ma già prima la frase era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati nell’Infarinato Secondo, lamentandosi di chi pretende «agguagliare all’Avarchideil poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche l’orpello all’oro».195.Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui Chaudebonne diceva a Voiture:Vous êtes un trop galant homme pour demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire.196.Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol.V. pag. 97.197.— Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari». Al Costantini, 12 settembre 1590.198.— Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato, da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo 1570».Torquato Tasso.199.È del poeta il fin la meraviglia:Chi non sa far stupir vada alla striglia.200.In predica diceva cheaprès leur mort les papes deviennent des papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets; e a proposito del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano lasciato ai vecchi l’illustrissimoe ilreverendissimo, come ai loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece ilPetit rasoir des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs, ecc. Altri titoli di prediche sono:Fusil de pénitence pour battre le caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques; la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent. Fra i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di Santa Chiara, morto il 1765.* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suoDessein d’un jardin royal, diceva: —Encore que le temple de votre vertu incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de votre humble créature etc.201.Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcuneLettere, pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono, angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno un’aria celeste.«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa, frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da quel re sostegno alla propria fazione.«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomanocoquettes, le quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio in fuoco.«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?» Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione, e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.«Andai dopoau Palais, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».202.Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di Francia, e nellaSferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità(Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica. Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le loro chiese».203.Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:Tentai farmi eminente,E in altro monte ove di rado uom saleE in altra pianta ove volai senz’aleRestai, canuto il pel, cigno dolenteSpettacolo pendente.Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:Ed Omero Maron nella ScritturaImitai pria vivendo;Ma Troja nell’incendio e nell’arsuraImitai poi vivendo.Ella preda del foco,Io delle fiamme giogo:Ma diversa cagion d’arder ne diede,Elena all’una, all’altro Ganimede.204.L’Aprosio nelloScudo di Rinaldocritica le mode d’all’ora, e nell’Atene Italicamette in vista i principali uomini d’Italia.205.— Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»206.È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.207.Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e «pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi proprj accademici della Crusca».Lettere d’uomini illustri, Venezia 1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del Pignoria.208.Egli era galantuomo e cortigianoA un tempo stesso, ch’egli è come direFare un tempo da basso e da soprano.Fagiuoli.209.L’Eneide travestitadel Lalli è del 1633; è del 1648Le Virgile travestidi Scarron, e ilVirgilio deguisato en langue gasconnedel signor Des Valles de Mountech.210.Entremêler souvent un petite così,Et d’unson servitorcontrefaire l’honnesté.Enrico Stefano scrisseDialoghi sul nuovo parlar francese italianizzato(1578), ove introduce un Filausonio che lo parla:Il n’y a pas longtemps qu’ayantquelque martel en testeet à cause de ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon langage, je me mis à ragioner avec luy, ecc. Alcuni degli italianismi da lui disapprovati rimasero nel francese, comeaccommoder, concert, caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir, ecc. Di quel del D’Ossat già parlammo.211.Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sonoartiglieria del cielo(cantoII); l’ora matuttina, ilventaglio dell’Aurora(ivi); gli sporti degli alveari,i sobborghi della cittadella di paglia delle api(c.I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.212.Nell’Istruzionea monsignor Pignatelli nunzio apostolico presso Leopoldo I, che forma parte deiSecreti di Stato dei principi d’Europa(Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso, ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’ più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare; ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».213.Dialogo sulla bellezza.214.LaRicreazione del savio; l’Uom di lettere; iSimboli trasportati al morale; laPovertà contenta; l’Eternità consigliera, ecc. NellaCoagulazione,VIII. 721, dice che questa «diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».215.Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del cardinalato».216.De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem Jesu. 1646.217.Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si buttò insegnando a temere e sperare.218.Il Boccalini morì a Veneziada dolori colici e da febbre, dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi. E il consiglioandò parteche fosse loro concessa facoltà di poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna,Iscrizioni venetein San Giorgio Maggiore, pag. 365.219.Lettera a Camillo Baldi.220.Non è figlia del Sol la musa mia,Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;È rozza villanella e si trastulla,Cantando a aria conforme le frulla..,Ma canta per cantare allegramente,E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;Nè sa, nè bada a regolar niente,Sprezzatrice di biasimo e di lode.221.Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchèCiò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;... Ma le castalie scuoleDa lui prendano esempio, e imparin comePiù bel s’eterni in carmi onesti un nome.Non ha dunque EliconaPer dilettar altro che amplessi e baci?Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?Bell’Italia, perdonaA’ detti miei se ti parran mordaci:Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;Già dilatato il toscoSerpe per ogni penna; e mostrar nudeProstitute le muse, oggi è virtude.Sacco di Mantova, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II d’Este.222.Gregorio,Memorie, vol.IX. ep. 50.223.Baronio al 549;Cenni,Codex Carolinus, i. 148;Antiquitates italicæ medii ævi,III. 855.224.I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.225.Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.226.In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto:Penes commune summa potestas esto.227.All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare delMeo Patacca, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo, spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia; l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.228.Ne’Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidiincomincia: — Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi nel centro delle più eroiche attioni».229.Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio in questo:Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,Extrema in tabula superis donare, DeusqueEsto hæres, dicas. Renuunt patrimonia DiviFœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus illePiscator cælo adscribat, geniisque beatisExpiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæCrimine si partum moriens levaveris assemCœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!Marmore quæ pario fabricatis templa, cruoremEt lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,Expressitque olim madido provincia vultu.230.Belli anagrammi furono i nomi diEvangelista Torricelliusconvertito inEn virescit Galileus alter;Antonius MagliabechiusinIs unus bibliotheca magna;civitas CremonainEcce nos tui Maria;Isabella AndreiniinAlia blanda Sirena.231.De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos.Parma 1553.232.Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori; vedasi la suaOratio consolatoria, habita in illustri academia Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium, 1ºjulii1589,Helmstadii. Di se stesso parlando dice:In mentem ergo, in mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque justitia vivum. Scrivead excellentissimum academiæ Oxononiensis procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros, Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor; purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor; præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum, cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt ingenia.233.Heic ego te appello, veneranda prædite mente,Ingenium cujus obscuri infamia sæcliNon tetigit, et vox non est suppressa strepentiMurmure stultorum, generose Copernice, cujusPulsarunt nostram teneros monumenta per annosMentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgiLapsa est, et rigido reputata examine digna,Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesqueGræcorum cohors, italumque, arambumque sophorumVincirent animum, concorsque familia tanta;Inde ubi judicium, ingenio instigante, apeririCœperunt veri fontes, pulcherrimaque illaEmicuit rerum species (nam me Deus altusVertentis sæcli melioris non mediocremDestinat, haud veluti media de plebe ministrum),Atque ubi sanxerunt rationum capere veriConceptam speciem, facilis natura reperta;Tum demum licuit quoque posse favore MathesisIngenio partisque tuo rationibus uti,Ut tibi Timei sensum placuisse libenterAccepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque.234.Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che accorciamo.Teofilo. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta, perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi che anche tutte le parti del mondo sono animate?Diosono. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.Teofilo. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente parte del mondo?Diosono. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi, costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi: oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.Teofilo. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti delle parti?Diosono. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.Teofilo. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose animate?Diosono. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che non hanno vita.Teofilo. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un principio vitale?Diosono. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un principio vitale?Teofilo. Ciò appunto pretendo.Polinio. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche, le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?Teofilo. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere; ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto, si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.Polinio.Ergo quiquid est, animal est.Teofilo. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.Diosono. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?Teofilo. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa, perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo qualunque d’animalità e di vita.235.Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus. De immenso, lib.V.

184.Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.

184.Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.

185.Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:Tu natale solum protege, tu bonæDa pacis requiem Christiadum plagis,Armorum strepitus et fera prœliaIn fines age thracios.Et regum socians agmina sub crucisVexillo, Solymas nexibus exime,Vindexque innocui sanguinis, hostiumRobur funditus erue.Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese:Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et annotationibus adjunctis ediditJosephus Brow. Oxon. 1736.

185.Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:

Tu natale solum protege, tu bonæDa pacis requiem Christiadum plagis,Armorum strepitus et fera prœliaIn fines age thracios.Et regum socians agmina sub crucisVexillo, Solymas nexibus exime,Vindexque innocui sanguinis, hostiumRobur funditus erue.

Tu natale solum protege, tu bonæDa pacis requiem Christiadum plagis,Armorum strepitus et fera prœliaIn fines age thracios.Et regum socians agmina sub crucisVexillo, Solymas nexibus exime,Vindexque innocui sanguinis, hostiumRobur funditus erue.

Tu natale solum protege, tu bonæ

Da pacis requiem Christiadum plagis,

Armorum strepitus et fera prœlia

In fines age thracios.

Et regum socians agmina sub crucis

Vexillo, Solymas nexibus exime,

Vindexque innocui sanguinis, hostium

Robur funditus erue.

Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese:Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et annotationibus adjunctis ediditJosephus Brow. Oxon. 1736.

186.Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.

186.Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.

187.Ancor più pedestre imitatore delSogno di Scipionemostrasi nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:Vedi come la terra in cinque cerchiDistinta giace, e che ne son due semprePer algente pruina orridi e inculti;Deserto è il terzo ancora, e che si stempriPare, e si sfaccia negli ardor soverchi;Restan sol quelli frequentati e culti,Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.Quante interposte in loro e vaste e nudeSolitudini scorgi, e ’n ogni parteQuasi macchie cosparte,Lor come isole il mare intorno chiude;E quel che ’n voce e ’n carteÈ Ocean chiamato, ed ampio e magno,Che ti sembra or, se non un piccol stagno?Il concilio dei diavoli è tolto dallaCristiadedel Vida.

187.Ancor più pedestre imitatore delSogno di Scipionemostrasi nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:

Vedi come la terra in cinque cerchiDistinta giace, e che ne son due semprePer algente pruina orridi e inculti;Deserto è il terzo ancora, e che si stempriPare, e si sfaccia negli ardor soverchi;Restan sol quelli frequentati e culti,Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.Quante interposte in loro e vaste e nudeSolitudini scorgi, e ’n ogni parteQuasi macchie cosparte,Lor come isole il mare intorno chiude;E quel che ’n voce e ’n carteÈ Ocean chiamato, ed ampio e magno,Che ti sembra or, se non un piccol stagno?

Vedi come la terra in cinque cerchiDistinta giace, e che ne son due semprePer algente pruina orridi e inculti;Deserto è il terzo ancora, e che si stempriPare, e si sfaccia negli ardor soverchi;Restan sol quelli frequentati e culti,Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.Quante interposte in loro e vaste e nudeSolitudini scorgi, e ’n ogni parteQuasi macchie cosparte,Lor come isole il mare intorno chiude;E quel che ’n voce e ’n carteÈ Ocean chiamato, ed ampio e magno,Che ti sembra or, se non un piccol stagno?

Vedi come la terra in cinque cerchi

Distinta giace, e che ne son due sempre

Per algente pruina orridi e inculti;

Deserto è il terzo ancora, e che si stempri

Pare, e si sfaccia negli ardor soverchi;

Restan sol quelli frequentati e culti,

Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.

Quante interposte in loro e vaste e nude

Solitudini scorgi, e ’n ogni parte

Quasi macchie cosparte,

Lor come isole il mare intorno chiude;

E quel che ’n voce e ’n carte

È Ocean chiamato, ed ampio e magno,

Che ti sembra or, se non un piccol stagno?

Il concilio dei diavoli è tolto dallaCristiadedel Vida.

188.Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo, citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi che descrisse.

188.Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo, citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi che descrisse.

189.Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza dappertutto senza trovarla:Ove fia ch’io la scerna?Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oroOpra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».

189.Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza dappertutto senza trovarla:

Ove fia ch’io la scerna?Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oroOpra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.

Ove fia ch’io la scerna?Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oroOpra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.

Ove fia ch’io la scerna?

Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oro

Opra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)

Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.

Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».

190.Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale; laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi... e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita, non di meno, per la grazia di Dio, possocohibere assensumalcuna volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.

190.Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale; laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi... e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita, non di meno, per la grazia di Dio, possocohibere assensumalcuna volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.

191.— Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.

191.— Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.

192.— L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».

192.— L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono, sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare.... Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara, luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza, e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua grazia».

193.Lettera al Panigarola. E nelXXIIIde’ sonetti eroici:Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittoreChe finga altrui di quel ch’egli è migliore,Di più vaghi sembianti e di più alteri.Poscia con occhi rimirai severiL’opra;e la forma a me spiacque e ’l colore,E l’altra ne formai, mastro migliore;Nè so se colorirla in carte io speri.Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.LaGerusalemme conquistatafu proibita in Francia per decreto del Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza del papa sovra i re:Ei solo il re può dare al regnoE ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,E placargli del cielo il grave sdegno.XX. 77.

193.Lettera al Panigarola. E nelXXIIIde’ sonetti eroici:

Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittoreChe finga altrui di quel ch’egli è migliore,Di più vaghi sembianti e di più alteri.Poscia con occhi rimirai severiL’opra;e la forma a me spiacque e ’l colore,E l’altra ne formai, mastro migliore;Nè so se colorirla in carte io speri.

Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittoreChe finga altrui di quel ch’egli è migliore,Di più vaghi sembianti e di più alteri.Poscia con occhi rimirai severiL’opra;e la forma a me spiacque e ’l colore,E l’altra ne formai, mastro migliore;Nè so se colorirla in carte io speri.

Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,

Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittore

Che finga altrui di quel ch’egli è migliore,

Di più vaghi sembianti e di più alteri.

Poscia con occhi rimirai severi

L’opra;e la forma a me spiacque e ’l colore,

E l’altra ne formai, mastro migliore;

Nè so se colorirla in carte io speri.

Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.

LaGerusalemme conquistatafu proibita in Francia per decreto del Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza del papa sovra i re:

Ei solo il re può dare al regnoE ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,E placargli del cielo il grave sdegno.XX. 77.

Ei solo il re può dare al regnoE ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,E placargli del cielo il grave sdegno.XX. 77.

Ei solo il re può dare al regno

E ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,

E placargli del cielo il grave sdegno.

XX. 77.

194.Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto all’or de Virgile le clinquant du Tasse: ma già prima la frase era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati nell’Infarinato Secondo, lamentandosi di chi pretende «agguagliare all’Avarchideil poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche l’orpello all’oro».

194.Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto all’or de Virgile le clinquant du Tasse: ma già prima la frase era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati nell’Infarinato Secondo, lamentandosi di chi pretende «agguagliare all’Avarchideil poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche l’orpello all’oro».

195.Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui Chaudebonne diceva a Voiture:Vous êtes un trop galant homme pour demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire.

195.Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui Chaudebonne diceva a Voiture:Vous êtes un trop galant homme pour demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire.

196.Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol.V. pag. 97.

196.Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol.V. pag. 97.

197.— Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari». Al Costantini, 12 settembre 1590.

197.— Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari». Al Costantini, 12 settembre 1590.

198.— Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato, da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo 1570».Torquato Tasso.

198.— Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.

— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato, da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.

— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo 1570».Torquato Tasso.

199.È del poeta il fin la meraviglia:Chi non sa far stupir vada alla striglia.

199.

È del poeta il fin la meraviglia:Chi non sa far stupir vada alla striglia.

È del poeta il fin la meraviglia:Chi non sa far stupir vada alla striglia.

È del poeta il fin la meraviglia:

Chi non sa far stupir vada alla striglia.

200.In predica diceva cheaprès leur mort les papes deviennent des papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets; e a proposito del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano lasciato ai vecchi l’illustrissimoe ilreverendissimo, come ai loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece ilPetit rasoir des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs, ecc. Altri titoli di prediche sono:Fusil de pénitence pour battre le caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques; la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent. Fra i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di Santa Chiara, morto il 1765.* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suoDessein d’un jardin royal, diceva: —Encore que le temple de votre vertu incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de votre humble créature etc.

200.In predica diceva cheaprès leur mort les papes deviennent des papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets; e a proposito del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano lasciato ai vecchi l’illustrissimoe ilreverendissimo, come ai loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece ilPetit rasoir des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs, ecc. Altri titoli di prediche sono:Fusil de pénitence pour battre le caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques; la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent. Fra i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di Santa Chiara, morto il 1765.

* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suoDessein d’un jardin royal, diceva: —Encore que le temple de votre vertu incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de votre humble créature etc.

201.Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcuneLettere, pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono, angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno un’aria celeste.«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa, frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da quel re sostegno alla propria fazione.«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomanocoquettes, le quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio in fuoco.«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?» Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione, e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.«Andai dopoau Palais, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».

201.Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcuneLettere, pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:

— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.

«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.

«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono, angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno un’aria celeste.

«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa, frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.

«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da quel re sostegno alla propria fazione.

«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomanocoquettes, le quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio in fuoco.

«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?» Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione, e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.

«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.

«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.

«Andai dopoau Palais, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.

«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.

«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».

Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».

202.Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di Francia, e nellaSferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità(Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica. Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le loro chiese».

202.Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di Francia, e nellaSferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità(Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica. Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le loro chiese».

203.Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:Tentai farmi eminente,E in altro monte ove di rado uom saleE in altra pianta ove volai senz’aleRestai, canuto il pel, cigno dolenteSpettacolo pendente.Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:Ed Omero Maron nella ScritturaImitai pria vivendo;Ma Troja nell’incendio e nell’arsuraImitai poi vivendo.Ella preda del foco,Io delle fiamme giogo:Ma diversa cagion d’arder ne diede,Elena all’una, all’altro Ganimede.

203.Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:

Tentai farmi eminente,E in altro monte ove di rado uom saleE in altra pianta ove volai senz’aleRestai, canuto il pel, cigno dolenteSpettacolo pendente.

Tentai farmi eminente,E in altro monte ove di rado uom saleE in altra pianta ove volai senz’aleRestai, canuto il pel, cigno dolenteSpettacolo pendente.

Tentai farmi eminente,

E in altro monte ove di rado uom sale

E in altra pianta ove volai senz’ale

Restai, canuto il pel, cigno dolente

Spettacolo pendente.

Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:

Ed Omero Maron nella ScritturaImitai pria vivendo;Ma Troja nell’incendio e nell’arsuraImitai poi vivendo.Ella preda del foco,Io delle fiamme giogo:Ma diversa cagion d’arder ne diede,Elena all’una, all’altro Ganimede.

Ed Omero Maron nella ScritturaImitai pria vivendo;Ma Troja nell’incendio e nell’arsuraImitai poi vivendo.Ella preda del foco,Io delle fiamme giogo:Ma diversa cagion d’arder ne diede,Elena all’una, all’altro Ganimede.

Ed Omero Maron nella Scrittura

Imitai pria vivendo;

Ma Troja nell’incendio e nell’arsura

Imitai poi vivendo.

Ella preda del foco,

Io delle fiamme giogo:

Ma diversa cagion d’arder ne diede,

Elena all’una, all’altro Ganimede.

204.L’Aprosio nelloScudo di Rinaldocritica le mode d’all’ora, e nell’Atene Italicamette in vista i principali uomini d’Italia.

204.L’Aprosio nelloScudo di Rinaldocritica le mode d’all’ora, e nell’Atene Italicamette in vista i principali uomini d’Italia.

205.— Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»

205.— Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»

206.È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.

206.È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.

207.Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e «pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi proprj accademici della Crusca».Lettere d’uomini illustri, Venezia 1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del Pignoria.

207.Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e «pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi proprj accademici della Crusca».Lettere d’uomini illustri, Venezia 1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del Pignoria.

208.Egli era galantuomo e cortigianoA un tempo stesso, ch’egli è come direFare un tempo da basso e da soprano.Fagiuoli.

208.

Egli era galantuomo e cortigianoA un tempo stesso, ch’egli è come direFare un tempo da basso e da soprano.Fagiuoli.

Egli era galantuomo e cortigianoA un tempo stesso, ch’egli è come direFare un tempo da basso e da soprano.Fagiuoli.

Egli era galantuomo e cortigiano

A un tempo stesso, ch’egli è come dire

Fare un tempo da basso e da soprano.

Fagiuoli.

209.L’Eneide travestitadel Lalli è del 1633; è del 1648Le Virgile travestidi Scarron, e ilVirgilio deguisato en langue gasconnedel signor Des Valles de Mountech.

209.L’Eneide travestitadel Lalli è del 1633; è del 1648Le Virgile travestidi Scarron, e ilVirgilio deguisato en langue gasconnedel signor Des Valles de Mountech.

210.Entremêler souvent un petite così,Et d’unson servitorcontrefaire l’honnesté.Enrico Stefano scrisseDialoghi sul nuovo parlar francese italianizzato(1578), ove introduce un Filausonio che lo parla:Il n’y a pas longtemps qu’ayantquelque martel en testeet à cause de ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon langage, je me mis à ragioner avec luy, ecc. Alcuni degli italianismi da lui disapprovati rimasero nel francese, comeaccommoder, concert, caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir, ecc. Di quel del D’Ossat già parlammo.

210.

Entremêler souvent un petite così,Et d’unson servitorcontrefaire l’honnesté.

Entremêler souvent un petite così,Et d’unson servitorcontrefaire l’honnesté.

Entremêler souvent un petite così,

Et d’unson servitorcontrefaire l’honnesté.

Enrico Stefano scrisseDialoghi sul nuovo parlar francese italianizzato(1578), ove introduce un Filausonio che lo parla:Il n’y a pas longtemps qu’ayantquelque martel en testeet à cause de ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon langage, je me mis à ragioner avec luy, ecc. Alcuni degli italianismi da lui disapprovati rimasero nel francese, comeaccommoder, concert, caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir, ecc. Di quel del D’Ossat già parlammo.

211.Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sonoartiglieria del cielo(cantoII); l’ora matuttina, ilventaglio dell’Aurora(ivi); gli sporti degli alveari,i sobborghi della cittadella di paglia delle api(c.I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.

211.Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sonoartiglieria del cielo(cantoII); l’ora matuttina, ilventaglio dell’Aurora(ivi); gli sporti degli alveari,i sobborghi della cittadella di paglia delle api(c.I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.

212.Nell’Istruzionea monsignor Pignatelli nunzio apostolico presso Leopoldo I, che forma parte deiSecreti di Stato dei principi d’Europa(Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso, ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’ più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare; ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».

212.Nell’Istruzionea monsignor Pignatelli nunzio apostolico presso Leopoldo I, che forma parte deiSecreti di Stato dei principi d’Europa(Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso, ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’ più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare; ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».

213.Dialogo sulla bellezza.

213.Dialogo sulla bellezza.

214.LaRicreazione del savio; l’Uom di lettere; iSimboli trasportati al morale; laPovertà contenta; l’Eternità consigliera, ecc. NellaCoagulazione,VIII. 721, dice che questa «diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».

214.LaRicreazione del savio; l’Uom di lettere; iSimboli trasportati al morale; laPovertà contenta; l’Eternità consigliera, ecc. NellaCoagulazione,VIII. 721, dice che questa «diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».

215.Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del cardinalato».

215.Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del cardinalato».

216.De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem Jesu. 1646.

216.De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem Jesu. 1646.

217.Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si buttò insegnando a temere e sperare.

217.Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si buttò insegnando a temere e sperare.

218.Il Boccalini morì a Veneziada dolori colici e da febbre, dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi. E il consiglioandò parteche fosse loro concessa facoltà di poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna,Iscrizioni venetein San Giorgio Maggiore, pag. 365.

218.Il Boccalini morì a Veneziada dolori colici e da febbre, dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi. E il consiglioandò parteche fosse loro concessa facoltà di poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna,Iscrizioni venetein San Giorgio Maggiore, pag. 365.

219.Lettera a Camillo Baldi.

219.Lettera a Camillo Baldi.

220.Non è figlia del Sol la musa mia,Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;È rozza villanella e si trastulla,Cantando a aria conforme le frulla..,Ma canta per cantare allegramente,E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;Nè sa, nè bada a regolar niente,Sprezzatrice di biasimo e di lode.

220.

Non è figlia del Sol la musa mia,Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;È rozza villanella e si trastulla,Cantando a aria conforme le frulla..,Ma canta per cantare allegramente,E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;Nè sa, nè bada a regolar niente,Sprezzatrice di biasimo e di lode.

Non è figlia del Sol la musa mia,Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;È rozza villanella e si trastulla,Cantando a aria conforme le frulla..,Ma canta per cantare allegramente,E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;Nè sa, nè bada a regolar niente,Sprezzatrice di biasimo e di lode.

Non è figlia del Sol la musa mia,

Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;

È rozza villanella e si trastulla,

Cantando a aria conforme le frulla..,

Ma canta per cantare allegramente,

E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;

Nè sa, nè bada a regolar niente,

Sprezzatrice di biasimo e di lode.

221.Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchèCiò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;... Ma le castalie scuoleDa lui prendano esempio, e imparin comePiù bel s’eterni in carmi onesti un nome.Non ha dunque EliconaPer dilettar altro che amplessi e baci?Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?Bell’Italia, perdonaA’ detti miei se ti parran mordaci:Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;Già dilatato il toscoSerpe per ogni penna; e mostrar nudeProstitute le muse, oggi è virtude.Sacco di Mantova, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II d’Este.

221.Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchè

Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;... Ma le castalie scuoleDa lui prendano esempio, e imparin comePiù bel s’eterni in carmi onesti un nome.Non ha dunque EliconaPer dilettar altro che amplessi e baci?Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?Bell’Italia, perdonaA’ detti miei se ti parran mordaci:Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;Già dilatato il toscoSerpe per ogni penna; e mostrar nudeProstitute le muse, oggi è virtude.

Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;... Ma le castalie scuoleDa lui prendano esempio, e imparin comePiù bel s’eterni in carmi onesti un nome.Non ha dunque EliconaPer dilettar altro che amplessi e baci?Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?Bell’Italia, perdonaA’ detti miei se ti parran mordaci:Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;Già dilatato il toscoSerpe per ogni penna; e mostrar nudeProstitute le muse, oggi è virtude.

Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;

... Ma le castalie scuole

Da lui prendano esempio, e imparin come

Più bel s’eterni in carmi onesti un nome.

Non ha dunque Elicona

Per dilettar altro che amplessi e baci?

Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?

Bell’Italia, perdona

A’ detti miei se ti parran mordaci:

Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;

Già dilatato il tosco

Serpe per ogni penna; e mostrar nude

Prostitute le muse, oggi è virtude.

Sacco di Mantova, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II d’Este.

222.Gregorio,Memorie, vol.IX. ep. 50.

222.Gregorio,Memorie, vol.IX. ep. 50.

223.Baronio al 549;Cenni,Codex Carolinus, i. 148;Antiquitates italicæ medii ævi,III. 855.

223.Baronio al 549;Cenni,Codex Carolinus, i. 148;Antiquitates italicæ medii ævi,III. 855.

224.I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.

224.I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.

225.Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.

225.Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.

226.In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto:Penes commune summa potestas esto.

226.In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto:Penes commune summa potestas esto.

227.All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare delMeo Patacca, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo, spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia; l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.

227.All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare delMeo Patacca, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo, spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia; l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.

228.Ne’Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidiincomincia: — Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi nel centro delle più eroiche attioni».

228.Ne’Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidiincomincia: — Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi nel centro delle più eroiche attioni».

229.Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio in questo:Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,Extrema in tabula superis donare, DeusqueEsto hæres, dicas. Renuunt patrimonia DiviFœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus illePiscator cælo adscribat, geniisque beatisExpiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæCrimine si partum moriens levaveris assemCœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!Marmore quæ pario fabricatis templa, cruoremEt lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,Expressitque olim madido provincia vultu.

229.Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio in questo:

Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,Extrema in tabula superis donare, DeusqueEsto hæres, dicas. Renuunt patrimonia DiviFœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus illePiscator cælo adscribat, geniisque beatisExpiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæCrimine si partum moriens levaveris assemCœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!Marmore quæ pario fabricatis templa, cruoremEt lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,Expressitque olim madido provincia vultu.

Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,Extrema in tabula superis donare, DeusqueEsto hæres, dicas. Renuunt patrimonia DiviFœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus illePiscator cælo adscribat, geniisque beatisExpiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæCrimine si partum moriens levaveris assemCœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!Marmore quæ pario fabricatis templa, cruoremEt lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,Expressitque olim madido provincia vultu.

Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,

Extrema in tabula superis donare, Deusque

Esto hæres, dicas. Renuunt patrimonia Divi

Fœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus ille

Piscator cælo adscribat, geniisque beatis

Expiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæ

Crimine si partum moriens levaveris assem

Cœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!

Marmore quæ pario fabricatis templa, cruorem

Et lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,

Expressitque olim madido provincia vultu.

230.Belli anagrammi furono i nomi diEvangelista Torricelliusconvertito inEn virescit Galileus alter;Antonius MagliabechiusinIs unus bibliotheca magna;civitas CremonainEcce nos tui Maria;Isabella AndreiniinAlia blanda Sirena.

230.Belli anagrammi furono i nomi diEvangelista Torricelliusconvertito inEn virescit Galileus alter;Antonius MagliabechiusinIs unus bibliotheca magna;civitas CremonainEcce nos tui Maria;Isabella AndreiniinAlia blanda Sirena.

231.De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos.Parma 1553.

231.De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos.Parma 1553.

232.Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori; vedasi la suaOratio consolatoria, habita in illustri academia Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium, 1ºjulii1589,Helmstadii. Di se stesso parlando dice:In mentem ergo, in mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque justitia vivum. Scrivead excellentissimum academiæ Oxononiensis procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros, Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor; purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor; præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum, cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt ingenia.

232.Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori; vedasi la suaOratio consolatoria, habita in illustri academia Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium, 1ºjulii1589,Helmstadii. Di se stesso parlando dice:In mentem ergo, in mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque justitia vivum. Scrivead excellentissimum academiæ Oxononiensis procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros, Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor; purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor; præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum, cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt ingenia.

233.Heic ego te appello, veneranda prædite mente,Ingenium cujus obscuri infamia sæcliNon tetigit, et vox non est suppressa strepentiMurmure stultorum, generose Copernice, cujusPulsarunt nostram teneros monumenta per annosMentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgiLapsa est, et rigido reputata examine digna,Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesqueGræcorum cohors, italumque, arambumque sophorumVincirent animum, concorsque familia tanta;Inde ubi judicium, ingenio instigante, apeririCœperunt veri fontes, pulcherrimaque illaEmicuit rerum species (nam me Deus altusVertentis sæcli melioris non mediocremDestinat, haud veluti media de plebe ministrum),Atque ubi sanxerunt rationum capere veriConceptam speciem, facilis natura reperta;Tum demum licuit quoque posse favore MathesisIngenio partisque tuo rationibus uti,Ut tibi Timei sensum placuisse libenterAccepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque.

233.

Heic ego te appello, veneranda prædite mente,Ingenium cujus obscuri infamia sæcliNon tetigit, et vox non est suppressa strepentiMurmure stultorum, generose Copernice, cujusPulsarunt nostram teneros monumenta per annosMentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgiLapsa est, et rigido reputata examine digna,Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesqueGræcorum cohors, italumque, arambumque sophorumVincirent animum, concorsque familia tanta;Inde ubi judicium, ingenio instigante, apeririCœperunt veri fontes, pulcherrimaque illaEmicuit rerum species (nam me Deus altusVertentis sæcli melioris non mediocremDestinat, haud veluti media de plebe ministrum),Atque ubi sanxerunt rationum capere veriConceptam speciem, facilis natura reperta;Tum demum licuit quoque posse favore MathesisIngenio partisque tuo rationibus uti,Ut tibi Timei sensum placuisse libenterAccepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque.

Heic ego te appello, veneranda prædite mente,Ingenium cujus obscuri infamia sæcliNon tetigit, et vox non est suppressa strepentiMurmure stultorum, generose Copernice, cujusPulsarunt nostram teneros monumenta per annosMentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgiLapsa est, et rigido reputata examine digna,Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesqueGræcorum cohors, italumque, arambumque sophorumVincirent animum, concorsque familia tanta;Inde ubi judicium, ingenio instigante, apeririCœperunt veri fontes, pulcherrimaque illaEmicuit rerum species (nam me Deus altusVertentis sæcli melioris non mediocremDestinat, haud veluti media de plebe ministrum),Atque ubi sanxerunt rationum capere veriConceptam speciem, facilis natura reperta;Tum demum licuit quoque posse favore MathesisIngenio partisque tuo rationibus uti,Ut tibi Timei sensum placuisse libenterAccepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque.

Heic ego te appello, veneranda prædite mente,

Ingenium cujus obscuri infamia sæcli

Non tetigit, et vox non est suppressa strepenti

Murmure stultorum, generose Copernice, cujus

Pulsarunt nostram teneros monumenta per annos

Mentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,

Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,

Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgi

Lapsa est, et rigido reputata examine digna,

Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesque

Græcorum cohors, italumque, arambumque sophorum

Vincirent animum, concorsque familia tanta;

Inde ubi judicium, ingenio instigante, aperiri

Cœperunt veri fontes, pulcherrimaque illa

Emicuit rerum species (nam me Deus altus

Vertentis sæcli melioris non mediocrem

Destinat, haud veluti media de plebe ministrum),

Atque ubi sanxerunt rationum capere veri

Conceptam speciem, facilis natura reperta;

Tum demum licuit quoque posse favore Mathesis

Ingenio partisque tuo rationibus uti,

Ut tibi Timei sensum placuisse libenter

Accepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque.

234.Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che accorciamo.Teofilo. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta, perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi che anche tutte le parti del mondo sono animate?Diosono. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.Teofilo. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente parte del mondo?Diosono. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi, costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi: oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.Teofilo. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti delle parti?Diosono. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.Teofilo. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose animate?Diosono. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che non hanno vita.Teofilo. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un principio vitale?Diosono. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un principio vitale?Teofilo. Ciò appunto pretendo.Polinio. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche, le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?Teofilo. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere; ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto, si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.Polinio.Ergo quiquid est, animal est.Teofilo. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.Diosono. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?Teofilo. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa, perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo qualunque d’animalità e di vita.

234.Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che accorciamo.

Teofilo. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta, perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi che anche tutte le parti del mondo sono animate?

Diosono. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.

Teofilo. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente parte del mondo?

Diosono. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi, costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi: oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.

Teofilo. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti delle parti?

Diosono. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.

Teofilo. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose animate?

Diosono. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che non hanno vita.

Teofilo. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un principio vitale?

Diosono. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un principio vitale?

Teofilo. Ciò appunto pretendo.

Polinio. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche, le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?

Teofilo. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere; ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto, si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.

Polinio.Ergo quiquid est, animal est.

Teofilo. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.

Diosono. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?

Teofilo. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa, perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo qualunque d’animalità e di vita.

235.Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus. De immenso, lib.V.

235.Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus. De immenso, lib.V.


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