LIBRO DECIMOQUARTO

LIBRO DECIMOQUARTOCAPITOLO CXLIX.Quadro politico. Sisto V. Sistemazione civile ed ecclesiastica di Roma.

Il travaglioso parto della società moderna era omai compito: i Comuni si erano associati coi re per congegnare estese monarchie coi rottami delle giurisdizioni feudali tra cui era frazionata l’autorità sovrana, e far prevalere una volontà unica, intitolata la legge, che mantenesse dentro la pace, fuori l’influenza. Ma dopo tanto declamare contro le repubblichette e la insanabile loro irrequietudine e le guerricciuole del medioevo, dopo tanto adombrarsi che uno Stato italiano non prevalesse agli altri, or giacevano tutti allivellati dalla servitù, impotenti a nuocersi a vicenda, ma anche a resistere altrui: assodaronsi i principati, ma con essi non venne l’unità, non venne la quiete colla tirannide. Dacchè, per la Riforma, l’Europa fu scissa in due campi, il sacerdote non poteva più comandare dappertutto; e se una provincia protestante si volgesse a’ danni di una cattolica, non si poteva che reprimerla; donde una nuova necessità del potere monarchico, che si surrogò all’ecclesiastico con vantaggio forse dell’ordine, non della libertà. E per la necessità dell’ordine vennero dimentichi o conculcati i privilegi; raccolti grossi eserciti,dome le aristocrazie, elise tutte le resistenze particolari; costretta la Chiesa a schermirsi contro la forza, finchè vi soccombesse. Introdurre l’eguaglianza, fiaccare le prepotenze feudali, svegliar nei popoli la coscienza dell’unità mediante una politica nazionale, rendere a tutti accessibile la coltura, ed anche alle classi infime l’industria, estendere il concetto della parità di diritto e della cittadinanza, sono gli uffizj pei quali la monarchia si fa stimare dai popoli: ma quando ai trambusti succede il riordinamento, qualche genio, come Costantino, Carlo Magno o Napoleone, di tutte le attività sa giovarsi al suo scopo; altri credono non poterlo che soppiantando, comprimendo; e così si fece nel secolo decimosesto in Italia. — O Dante, avresti potuto vedere che la pace del despotismo trionfante è la pace del sepolcro.

Il commercio, non che fiorisse al chetar de’ tumulti, perì nell’atonia universale; giorni smunti e afosi sottentravano ai procellosi; non apparendo nè l’individuale gagliardia del Cinquecento, nè le complessive aspirazioni del Settecento, interessi immediati e angusti occupavano la scena, dianzi agitata dalle passioni; mancando la patria, mancarono fortezza di guerriero, abilità di politico, libertà di scrittore; al culto del Comune sottentrò l’egoistico punto d’onore, alle battaglie il duello, alle vive credenze canoni legali ed opinioni, al diritto pubblico cattolico una politica d’abilità e di tornaconto, spoglia d’ogni idealità, fondata non sulla ragione ma unicamente sul fatto, non diretta dal sentimento ma dal calcolo e dalla forza. Eppure in nome della religione sobbolliva ancora tutta l’Europa, la quale penò fin a mezzo il secolo decimosettimo per acquistare quell’assetto, in cui, ben o male, doveva adagiarsi poi fin alla rivoluzione francese. L’Inghilterra, violentemente spinta ad uno scisma che attribuiva al re onnipotenza anche nelle cose religiose, lo manteneva conferoci leggi penali, e con due rivoluzioni che, abbattendo il diritto divino dei re, doveano cambiar la dinastia, eternare l’oppressione d’un popolo intero qual è l’irlandese, consolidare e stabilire i privilegi de’ possidenti, ma eriger la nazione al colmo della grandezza politica e commerciale, e a quella civile libertà, che al Governo non rassegna se non la minima parte dell’attività individuale.

I Paesi Bassi, ribellatisi alla Spagna, sostennero lunghissima guerra, finchè una parte furono ribaditi alla dominazione austriaca, altri si assicurarono il culto riformato e l’indipendenza, e con questa una meravigliosa prosperità mercantile. La Germania, sbranata fra due parzialità religiose divenute parzialità politiche, scadeva dalla supremazia goduta nel medioevo: a capo de’ Cattolici stava ancora l’imperatore, ma non che ne assicurasse il trionfo, vide le turbolenze scoppiare in guerra aperta che fu denominata dai Trent’anni, in cui quel centro dell’Europa fu corso e guasto da eserciti, peggiori de’ masnadieri.

Anche in Francia i Calvinisti detti Ugonotti si sommossero, fin a prorompere in guerra aperta; Enrico III, espulso dalla propria capitale, fu assassinato; Enrico di Navarra, erede delle ragioni alla corona, per ottenerla abjurò al calvinismo, e con un editto di tolleranza accanto ai Cattolici collocava i Riformati, con privilegi, con fortezze, con sospetti, scomponendo l’unità del regno, sinchè Luigi XIV revocò quell’editto; e la Francia primeggiò in Europa, professandosi protettrice de’ Cattolici nel tempo stesso che in Germania sorreggeva i Riformati, per deprimere gl’imperatori.

Questi erano elettivi, e pur intitolandosi imperatori romani, non curavano nè la consacrazione pontifizia, nè tampoco di esercitar ingerenza di qua dell’Alpi. Si toglieano sempre dalla Casa d’Austria, la quale a questotitolo d’onore univa il regno di Boemia, sovvertito dalla Riforma; il regno d’Ungheria che la costituiva antiguardo della cristianità contro i Turchi; la Stiria, il Tirolo che la faceano pericolosa vicina della Venezia; e stando nel cuor dell’Europa primeggiava, massime dacchè le linee d’Austria e di Tirolo furono d’accordo: ma la guerra dei Trent’anni dalla posizione offensiva la ridusse alla difensiva. Combinava essa la sua politica coll’altro ramo, a cui obbedivano la Spagna e tanta parte dell’America e delle Indie orientali, vascello immenso, di cui la prora sorgeva alle Filippine, e la poppa alle Antilie.

Filippo II (1556-98), succeduto a Carlo V nel regno di Spagna, trovava le idee, gl’interessi, la religione di tutta Europa messi a subuglio dalla Riforma, e diresse tutte le forze sue a rifondare il passato. I dobloni che traeva dalle miniere americane, correvano pertutto a soldare oppositori ai Protestanti; i suoi eserciti li combattevano in ogni plaga; e poichè dopo un secolo di convulsioni egli rappresentava la riazione, rimase bersaglio alle armi e alle diatribe di tutti i novatori del mondo, i quali accordaronsi nel dirne ogni male, e fin nell’inventarne, come nel tragediato episodio di don Carlos suo figlio, e lo tramandarono alla posterità come inventore della politica arcana, come un fantasma assiso sui confini del medioevo, cinto di tenebre illuminate solo da roghi, per impedire il progresso del pensiero e della libertà.

Tranquillamente superbo, profondamente religioso, eminentemente spagnuolo, egli mostrò amore e riverenza esemplare a suo padre, del quale rispettò fin le debolezze a segno, che cercò e prese in cura il bastardo di lui, divenuto poi famoso col nome di Giovanni d’Austria. Instancabile al lavoro, postillava e correggeva le lettere de’ segretarj, di proprio pugno scriveva, e bene, quantunque lungo; vide il secolo d’oro della letteraturaspagnuola, sebbene non la favorisse; sebbene non guerresco, sotto di lui si vinsero alcune delle maggiori battaglie della storia: nè per avversa fortuna fiaccato, nè per prospera inebbriato, quando l’ammiraglio, a cui aveva affidato l’armamento, a ragione intitolatoinvincibile armata, venne annunziargli ch’era stata dispersa dal turbine, gli disse soltanto, — Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e ripigliata la penna, continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto (tom.IX, pag. 538); e non che prorompere in esultanza, riflettè: — Don Giovanni ha molto arrischiato; come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe rendere omaggio al duca di Savoja; e quando, vincitore a San Quintino, si presentò per baciargli la mano, esso l’abbracciò dicendogli: — Tocca a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».

Volea veder tutto, e perciò esitava a decidersi: deciso una volta, non recedeva più. Credendosi destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, le discrepanze considerava non solo come eresie, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterle come fece dappertutto, senza mai venire a transazione; cercò impadronirsi fin della Francia e dell’Inghilterra per serbarle cattoliche: ma intanto si vide dalla Riforma strappati i Paesi Bassi; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza.

Dopo di lui la Corte spagnuola, separata dai popoli, asserragliata dalle cerimonie, non conobbe l’opinione e gli avvenimenti se non da relatori, nè gli uomini se non traverso alla diffidenza, cascando così nell’inoperosità. Filippo II aveva avuto per ministro il Granuela, uno de’ più abili statisti, che costretto a ritirarsi davanti all’esecrazione de’ Fiamminghi, venne vicerè di Napoli, poi cardinale a Roma. Sotto Filippo III maneggiò ognicosa il duca di Lerma; sotto Filippo IV il conte duca Olivares, figlio d’un vicerè di Napoli, il più potente e laborioso, e il meno scrupoloso e fortunato ministro di quel secolo. Con Carlo II, men che re e men che uomo, terminò la dinastia austriaca in Ispagna (1700).

Tali furono i regnanti di bellissime parti d’Italia. Mentre le nazioni d’Europa si costituivano regolarmente, anche mercè de’ penosi ma fecondi scotimenti dalla riforma religiosa, la nostra era perita; e da centro che era della politica, del commercio, della cultura, più non fu che uno zimbello o un premio. Alla sua libertà, viva la quale sentivano non potrebbero estendere la propria dominazione, aveano attentato gli stranieri ora cospirando ora osteggiandosi: in quel contatto, nocevole se amico e se nemico, gl’Italiani sentivano pericolare l’indipendenza, ma ciascuno pensava alla propria, non a quella dell’intera nazione; ciascuno Stato credeva bastar da sè a superare in forza gli stranieri, come li superava in civiltà; e a tal modo caddero tutti.

Per sanare lepiaghe infistolite, dai politici della risma del Machiavelli erasi bramato unamano forte, un principato che vigore e astuzia adoprasse a reprimere i signorotti, stabilisse giustizia eguale, leggi pel bene di tutti, e da tutti osservate: ma la forza prevalsa tolse la libertà, non indusse l’unità, nè tampoco la quiete; piantò irremissibilmente governi di puro fatto. L’Italia forse ancora non avea spento la face del genio, ma erasi levato il sole, davanti a cui questa impallidiva. Dopo esercitata la triplice supremazia delle armi, della religione, delle idee, s’accorge che non ha più in se stessa la ragione de’ proprj movimenti; che di fuori viene l’impulso de’ suoi atti, il seme de’ suoi pensamenti, che la sua storia ideale è interrotta dall’interposizione forestiera; sicchè, invece di spingersi al progresso come un gigante dal suo talamo, bisogna che affatichi allaconservazione. E neppur a tanto riuscirà. Essa che gli ultimi suoi istanti avea confortati almeno con begli atti di coraggio e colla nuova gloria delle arti, più non fece che retrocedere; internamente governi deboli, e perciò violenti; coi masnadieri, fomentati dalla prossimità dei confini, erano costretti a patteggiar l’obbedienza, anzichè poterla imporre; le commozioni, simili a guizzi di cadavere, che a tratto a tratto la scoteano, non erano dirette alla gloria o alla libertà, ma a satollar la fame, a respingere esattori ingordi o inesorabili inquisitori; la letteratura si limitava a imitare, e perduto il senso delle semplici bellezze, si gonfiava e anfanava; in fastosa miseria degeneravano le arti belle.

Il nuovo diritto pubblico, che prefiggeva regole alle successioni, cagionò guerre più lunghe e deplorabili, che non le bizzarrie repubblicane. Ai principi sottomettevansi i signorotti; e fin nella Romagna, la battagliera veniva surrogata da una nobiltà di soglio, derivata da parenti dei papi. Alcuni si rassegnarono alle catene, sino a farsene belli; altri mestarono ancora in cospirazioni e sommosse; alcuni, rinvigoriti nelle persecuzioni, nell’esiglio, ne’ patimenti, portarono di fuori un’attività cui la patria non offriva più campo; o l’abilità delle armi e de’ maneggi applicarono a servigio de’ tiranni della patria, per passare dalla classe degli oppressi in quella degli oppressori; assodando quella ragion di Stato, che riducevasi ad ottenere obbedienza a qualunque costo, in nome dell’altare e del trono. Ma tutti gli Stati, guelfi coi Francesi e coi Riformati, o ghibellini coi papi e colla Spagna (così erano cambiate le veci!) compiono l’opera dell’accentramento, distinti soltanto dalle diverse gradazioni d’un debole principato o d’una debole democrazia. L’abolizione del soldato mercenario per sostituirvi truppe regolari, fa che le moltitudini si trovino alleate coi despoti nel respinger le tradizionianarchiche del medioevo: ma gli svantaggi dell’antico disarmo appajono nella miserabilità di que’ soldati, ridicoli insieme e molesti, buoni per una parata, inetti contro i ribaldi risoluti e contro i banditi.

Con eserciti stanziali, colla fedeltà alla bandiera, e l’obbedienza irragionata sarebbe dovuta venire la quiete dei cittadini anche nel fervore delle guerre; ma ignorandosi ancora l’amministrazione militare, e mal provvedendosi agli approvvigionamenti, alle paghe, alla disciplina, i soldati viveano di ruba, spesso si ammutinavano, sempre portavano miserie, che fecero detestar del pari e i nemici e gli amici.

Se non che era difficile determinare quai fossero gli amici o i nemici dell’Italia, dacchè essa figurava soltanto come una preda; i trattati non si riferivano a lei, ma a’ suoi dominatori; nè degli abitanti occupavasi la storia, ma del suolo, militarmente occupato.

La Spagna possedeva Milano, lo Stato de’ Presidj, il Senese, il marchesato del Finale, la signoria di Pontremoli, l’isola di Sardegna e le Due Sicilie. Poteano fruttare quattro milioni di scudi d’oro, ma una gran parte delle rendite trovavasi impegnata; il resto si consumava nelle guarnigioni e nelle truppe di terra e di mare, ove armava sin cinquanta galee. Ma nè avea modi di rendersi devoti i signori e premiare i suoi fedeli, nè di far pedoni e cavalli; traeva frutto dai tribunali, dalle vacanze di feudi e benefizj, dalle largizioni che doveansi fare alla corte per propiziarsela; dalla Germania, dominata essa pure da Austriaci, non poteva menar eserciti in Lombardia se non traversando il territorio veneto o quel de’ Grigioni, ovvero per mare da Genova. Aspirava dunque a tener amici que’ vicini, e ad estendere il Milanese fino al mare, ovveramente congiungerlo al Napoletano, se non altro col predominio sovra i principotti.

La Francia, che avea perduto il Napoletano sottoLuigi XII, la Lombardia sotto Francesco I, il Piemonte sotto Enrico II, agl’incrementi della Spagna ostava coll’allearsi ai Veneti e ai Grigioni. E l’una e l’altra intanto fomentavano i malumori interni, davano ricovero e soccorso ai profughi o ai cospiratori, brigavano nell’elezione dei papi, compravano questo o quello de’ principi, indipendenti di nome, eppur in balìa de’ forestieri per la loro debolezza.

Il duca di Savoja era anche principe dell’impero germanico, ma non interveniva alle diete. Poteva contar l’entrata di ottocentomila scudi, e levar dal Piemonte trentamila pedoni, settemila cavalli dalla Savoja, se il Botero non esagera; possedeva due galee mal in assetto, spettanti all’Ordine di San Lazzaro. I Savojardi non sapeano recarsi in pace che il duca vivesse in Piemonte, dacchè erasi volto del tutto verso l’Italia, aspirando ad ottenerne qualche brano col mettere all’incanto la sua alleanza. Se il vicinato e conformità d’indole lo traevano alla Francia, ricordavasi come questa avesse dominato i suoi predecessori; fin d’allora riduceva la sua missione ad arrotondar il proprio paese, e in onta delle tradizioni altrui, ripor in questo fatto la indipendenza dell’Italia dall’autorità pontifizia e dal patronato austriaco; non istancarsi di chieder la resurrezione del regno longobardo, per potere buscarsi almeno qualche porzione di terreno sulla via di Milano o di Piacenza. Ma sentiva che questo ampliamento non era possibile se non mediante un’invasione della Francia, e che questa innanzi tutto avrebbe annichilato il Piemonte medesimo. Perciò, qualvolta patteggiasse con Francia, contemporaneamente ascoltava a Spagna, che lo accarezzava acciocchè recidesse il passo a qualche nuovo Carlo VIII.

A Venezia entravano quasi quattro milioni di scudi; ma ingente spesa le cagionava il difendersi dai Turchi e dagli Uscocchi, e il presidiar Brescia, Bergamo,Verona contro le ambizioni di Spagna. Da cinquanta fin a ottanta galee armava essa; conduceva al soldo signori e principi; e difettando di soldati e di grano, quelli avea licenza di levare dagli Stati Pontifizj, questo tirava dal Levante, da Urbino, dalla Mirandola. Attenta all’Oriente come avanguardia della civiltà europea, nella penisola studiava mantenere l’equilibrio, facendo opposizione alla Spagna, naturale nemica delle repubbliche e degli indipendenti[1].

Mentre a Venezia la tirannide del Governo avea mantenuto la pace, a Genova la disunione de’ primati sfaceva il Governo; quella col professarsi neutrale mostrava debolezza, ma sfuggiva ai pericoli in cui cadeva Genova, che, come protetta da Spagna, doveva acconciarsi agli interessi e ai capricci di questa. D’entrambe le repubbliche la prosperità non poteva venir che dal mare. Ora, non tanto le nuove vie del commercio ve le indebolirono, quanto le molestie dei signori d’Italia, obbligandole a mescolarsi delle loro baruffe o a guardarsi dalle loro insidie. Per le conquiste turche Genova avea perduto i possessi di Levante; Salonichi e la Macedonia nel 1421; nel 53 Pera, nel 55 le Focee, nel 65 Metelino, nel 75 Caffa e altre terre di Crimea; nel 61 Totatise Samastro in conseguenza della caduta dell’impero di Trebisonda; sicchè nel commercio d’Oriente non potè sostenersi che mediante trattati con quei principi, cioè con aggravio di spese e minoramento di sicurezza. Restava signora della sua riviera e delle isole di Corsica e Capraja; se le stimavano cinquecentomila scudi d’entrata, e molto costavano gli stipendj e le sei galee; le gabelle avea quasi tutte oppignorate al banco di San Giorgio. Per Sarzana, che un tempo apparteneva alla Toscana, e per la Corsica, già de’ Pisani, stava sospettosa del granduca; del re di Spagna dopo che questi ebbe occupato il Finale; ma più dovea temere l’avidità del duca di Savoja. Vantava poter mettere in piedi fin sessantamila soldati, migliori in mare che in terra come littorani, eccetto i Corsi. I nobili suoi, copiosissimi ricchi, aveano possessi nel Napoletano e nel Milanese; alcuni attendeano al mare, e servivano a Spagna e ad altri principi; alcuni negoziavano, massime dei tessuti di seta, i meglio stimati di cristianità[2].

Lucca restringea più sempre la sua aristocrazia: una ruota di cinque giureconsulti forestieri decideva le controversie fra i cittadini: entrata di cendiecimila scudi: trentamila gli abitanti, procaccianti principalmente nel setificio. Dal territorio esteso ma montuoso non avea grano bastante alla vita; ma buoni soldati dalla Garfagnana. Per la quale contendeva col duca diModena; del granduca temea le ambizioni, ma era sorretta da Genova e dalla Spagna, entrambe attente che Toscana non ingrandisse.

Ormai però delle antiche repubbliche parlavasi come d’una malattia di cui si era guariti. Le tre di Pisa, Firenze, Siena costituivano il granducato di Toscana, cui si aggiudicava l’entrata di un milione e mezzo di scudi. Il Senese abbondava di prodotti, mentre i Fiorentini bisognava se li procacciassero col commercio e le manifatture; e di molte tasse profittava l’erario, come l’otto per cento sulle doti, e sulle vendite e compre di stabili; la decima delle pigioni, la sportula delle liti, e molte gabelle; al bisogno obbligavansi i più ricchi a far prestiti, non superiori a cinquemila ducati, redimibili per mezzo delle gabelle. Da trentaseimila soldati si arrolavano, esenti i soli preti, i quali pure poteano portar armi in città, e godevano altri privilegi. L’isola d’Elba era ben munita, e buon’armeria a Pisa.

Il duca di Mantova avea da trecensessantamila scudi d’entrata: i ducentomila che venivangli dal Monferrato riunitogli, consumava nel fortificarlo; levava moltissimi soldati ed eccellenti cavalli, per militare a soldo altrui.

Casa d’Este da Modena e Ferrara ritraeva poco meglio di centomila scudi, di cui quattromila tributava all’imperatore, suo signor sovrano; ma da cinquanta altri mila ne cavava dal vendere i titoli di marchese, conte, cavaliere; altri dalla cattiva moneta e dal tollerare gli Ebrei, massimamente a Carpi. — Quel duca (scriveva l’ambasciatore veneto nel 1575) ha nella città e contado milizie, che passano il numero di ventisettemila; buona gente; avria comodità di far buona e numerosa cavalleria di nobili, i quali si dilettano assai dell’armi, come quelli che in niun’altra cosa si esercitano, ed hanno la maggior parte vissuto nelle guerre... E quando sua eccellenza andò in Ungheria a serviziodell’imperatore nel 1566, in tutto quel campo non era nè la più bella nè la più buona nè la più ordinata gente, sebbene tutti li principi italiani fecero a gara per mostrare all’imperatore le loro forze e grandezza».

I Farnesi, duchi di Parma e Piacenza, l’alto dominio della santa Sede riconosceano con diecimila scudi l’anno; i centomila d’entrata raddoppiarono col confiscare i feudi ai Pallavicini, Landi, Scotti, Anguissola, e con nuove imposte che il papa permise. Il duca d’Urbino, anch’egli vassallo della Chiesa a cui retribuiva ottomila scudi, ne ricavava trecentomila, principalmente per l’uscita de’ grani da Sinigaglia: paese pingue, non oppressi i sudditi, e talmente agguerriti, che avrebbe potuto coscrivere fin ventimila pedoni.

Aveansi dunque undici dominj; a tacer altri signorotti, simili piuttosto a baroni, benchè godessero pieno impero e zecca, quali il principe di Guastalla, il marchese di Castiglione ed altri di casa Gonzaga, gli Appiani di Piombino, i Pico della Mirandola, i principi di Massa, Carrara, Correggio, e i romani che non battevano moneta[3]. Il principe di Monaco, occhieggiato daiGenovesi e dal duca di Savoja, tenea navi di corso per punire chi passasse senza pagare il pedaggio.

Seguivano altri baroni, quali, a dir solo i primarj, i conti Bevilacqua e i Pico di Ferrara; i Malvezzi, i Riario e i Pepoli di Bologna; di Roma Orsini, Colonna, Conti, Savelli, Gaetani, Cesi, Cesarini, vassalli della Chiesa; nella repubblica veneta i Martinengo, i Pesaro, i Sanbonifazj; sotto Genova gli Spinola e i Doria; sotto Mantova i Verua, i Guerrieri, i Castiglioni; in Toscana i Salviati, i Corsini; nel Modenese i Bentivoglio; nel Parmigiano Lupo di Soragna, lo Stato Pallavicino dicui era capo Busseto, e lo Stato Lando di cui era capo Borgotaro, i Sanseverino di Sala, i Sanvitali di Colorno; nei paesi di Spagna i marchesi di Marignano, i Trivulzio, i Borromei, i Caravaggio, i Visconti, i Serbelloni, gli Afaitati in Lombardia, e nel Napoletano i Davalos, i Sanseverino, i Caraffa, i Caraccioli, i Piccolomini, i Gesualdi, i Loffredi, gli Aquaviva, i Lancia, gli Spinelli, i Castrioti, i Toledo. Principotti, deboli per sè e non sapendo farsi robusti coll’unione, si reggeano coll’appoggiarsi ai nemici dell’indipendenza italiana.

Il liberalismo consisteva nel resistere, non dico ai re, ma ai governatori del Milanese o ai vicerè del Napoletano; lo che otteneasi coll’aderire ai Francesi non sinceramente, bensì con viluppi e finzioni e rimutamenti indecorosi. Ai principi d’Italia (chè ai popoli non si parlava) ripetea la Francia: — Non vedete che l’Austria vi tiene vassalli? padrona delle due estremità della penisola, detta superbamente il suo volere; traversa i vostri Stati colle sue truppe, le stanzia a svernare nei vostri paesi; arroga a’ suoi rappresentanti i primi onori... Guaj a voi se non vi tutelasse la Francia! Essa, più affine di costumi, è la naturale avversaria de’ vostri padroni; e come salva Germania dagli arbitrj dell’imperatore, così voi dalla tracotanza spagnuola». Massimamente il cardinale Richelieu (-1642), che per lunghissimo tempo tenne in mano le sorti della Francia qual ministro di Luigi XIII, si direbbe non operasse che per salvare l’Europa «dalla oppressura degli Spagnuoli, dalla tirannia di casa d’Austria, la cui avidità insaziabile la rende nemica del riposo della cristianità»; vuol farle restituire ciò che hausurpatoin Italia, e questa assicurare dall’ingiusta oppressione di essa[4]; e da ciò motivava lunghe guerre e intralciatissimi negoziati.

Libravasi dunque l’Italia fra quattro sistemi politici, di Spagna, di Savoja, di Venezia, de’ papi; e ne nasceva un giuoco d’altalena, che portò interminabili raggiri e guerre, tutte per talento de’ forestieri, non essendo di origine italiana che quella del papa coi Francesi; e intanto le divisioni si perpetuavano, fino a stabilire nemici un all’altro que’ popoletti, i quali pure non aveano che un nemico solo.

Roma, cessato d’essere la capitale del mondo, non nutrivasi più coi tributi di tutta la cristianità, ma soltanto col patrimonio della Chiesa, che così serviva di rinfianco all’influenza spirituale, e che le nuove costituzioni vietavano di smembrare, come si soleva a favor de’ popoli. I papi, scaduti di potenza quanto cresciuti di rispetto, non che contendere del primato del mondo cogli imperatori, neppur di maggioreggiare in Italia poteano lusingarsi, dacchè vi si erano radicati gli stranieri; e sebbene inclini alla Spagna come cattolica e come vicina, a frequenti cozzi si trovavano con essa per quistioni di territorio o di giurisdizione.

Lo Stato papale comprendeva l’Umbria o legazione di Perugia, le legazioni di Romagna, di Bologna, di Spoleto colla marca d’Ancona; inoltre il ducato di Benevento nel regno di Napoli, e il contado Venesino nella Provenza; e avea vassalli gran principi, quali il re di Napoli, il duca di Parma e Piacenza e quel d’Urbino: paesi buoni, sebbene alcuni infetti da mal’aria, come Ravenna, Bagnacavallo, Lugo, Bologna, oltre le Pontine. Da questi e dal tributo de’ vassalli traeva mille ottocento scudi d’oro: ma i più erano assorbiti dall’interesse de’ Monti: oltre quel che si profondeva pe’ magistrati e pei nipoti, e il moltissimo in ricomprar feudi da abolire. Alla lista particolare del papa servivano gli uffizj camerali della Dateria, regali che venivano ancoralautissimi[5]. Inoltre egli aveva i migliori modi di premiare, donando senza suo aggravio, e conferendo una dignità pari alla regia. Tutto ciò rendeva potente il papa, e, soggiunge il Botero, — Nulla dico dell’autorità che gli arreca la religione; nulla dell’interesse che gli altri principi d’Italia hanno nella conservazione dello Stato ecclesiastico, la cui depressione sarebbe rovina loro; nulla della potenza con la quale i principi stranieri si moverebbero a prendere la protezione della Chiesa eper vaghezza di gloria e per ragion di Stato. Nella guerra di Ferrara pose in piedi ventimila soldati in un attimo, il che non potrebbe niun principe d’Europa».

Quel territorio forniva di grano Venezia, Genova, Napoli, e nel 1589 valutarono se ne asportasse annualmente per cinquecento mila scudi, oltre lino da Faenza e Lugo, canapa da Cento e da Butrio nel Perugino, l’uno e l’altro da Viterbo; vino buono dappertutto, ma distinto da Cesena, Montefiascone, Faenza, Orvieto, Todi, Albano; uva passerina da Amelia e Narni, olio da Rimini, guado e pastello da Bologna e dal Forlivese, cavalli da Campania, manna da San Lorenzo e da terra di Campagna; caccie nel Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, con grossissimi cinghiali: aggiungansi le pescagioni, le saline d’Ostia, Comacchio, Cervia, le allumiere della Tolfa, e cave di marmo, e selve inesauste di ghiande e di legname d’opera, ed altre produzioni vantate. Ancona rannodava commercio con Greci e Turchi, avendo Paolo III permesso a qualunque mercante infedele od eretico di venire a trafficar ne’ suoi Stati, con privilegi, esenzione dal Sant’Uffizio, uso de’ tribunali ordinarj[6]: Giulio III estese quelle concessioni; ma Paolo IV ne escluse i giudaizzanti, cioè i Marani di Spagna e Portogallo. Alcune case d’Ancona in un anno faceano affari per cinquecentomila ducati, e d’ogni paese vi capitavano convogli.

Posto nel mezzo d’Italia, il men esposto a invasioni di stranieri, quel paese è il più atto a travagliare o atener in pace l’Italia; i suoi porti non basterebbero di ricovero a un’armata che assalisse, e la mal’aria sterminerebbe chi accampasse sulle coste. Il papa armava dodici galee, e poteva coscrivere cinquantamila pedoni e quattromila cavalli, oltre i dovutigli da vassalli; ma sistemato il governo, non soldava che cinquemila uomini, la più parte svizzeri. Di rimpatto la capitale non sta nel centro del dominio, le fortezze non sono sufficienti, abbondano i ladri, scarsa la mercatanzia, negletti i gelsi, poca la popolazione, che esce a servigio altrui. Costituzioni provinciali non sussistevano più, bensì corpi privilegiati, come i nobili, i cittadini, le municipalità, principalmente nelle terre deditizie che faceano valere le stipulate franchigie; molte amministravano il proprio patrimonio, levavano soldati e tributi, assegnavano stipendj; elibertas ecclesiasticachiamavasi questa special relazione di diritto pubblico.

Nelle frequenti e non brevi vacanze le città rizzavano la cresta, e i prischi signori le pretensioni di dominio; sempre poi stavano in occhi che qualche parente del papa o cardinale non ottenesse diritti a scapito loro, e se ne riscattavano a denaro, a rimostranze, talvolta a viva forza. Faenza festeggiava ogni anno il giorno che, in giusta battaglia, cacciò gli Svizzeri di Leon X; e Jesi quello in cui si sottrasse alla tirannide del prolegato; ad Ancona, al contrario, fu messo il freno con esercito e fortezza; Perugia, che erasi ricusata all’imposta del sale, fu interdetta e doma coll’armi di Pierluigi Farnese, abrogandone gli antichi privilegi[7].

I governatori poteano essere laici, ma le città aspiravano all’onore d’averli ecclesiastici. Al pari dunque dello Stato veneto, l’autorità sovrana rimaneva in man de’ Comuni, che spesso teneano dipendenti altri Comuni; a Venezia soprastavano i nobili, a Roma la curia: ma mentre a Venezia il corpo sovrano considerava come avito retaggio i diritti governativi, alla curia romana gli elementi si cangiavano ad ogni conclave, coll’introdursi parenti e compatrioti del nuovo papa; a Venezia gl’impieghi erano conferiti dal corpo, a Roma dal capo; colà severe leggi imbrigliavano i governatori, qui non li teneva in dovere che la speranza di avanzamenti; colà insomma la stabilità, qui mutazioni continue ad arbitrio. Roma aveva l’aria d’una città di principi, vere corti tenendovi ciascun cardinale, e i Barberini, i Farnesi, i Chigi, i Panfili, altre famiglie vecchie e nuove. Cinquanta ve n’era allora, che contavano più di trecento anni di nobiltà; trentacinque più di ducento; sedici d’un secolo; antichissimi gli Orsini, i Conti, i Colonna, i Gaetani, e que’ Savelli che liberavano uno da morte ogn’anno, e le cui donne non uscivano che in carrozze chiuse[8]. Dalla campagna ove soleano far la vitafeudalmente, vennero costoro a Roma quando i Monti lautamente fruttavano, poichè ciascuna casa ne aveva eretti, ai creditori assegnando la rendita de’ proprj beni: ma scemati il credito e gl’interessi, andarono in dechino.

Dai Romagnuoli eransi sempre cerniti i migliori soldati, ma il Governo cercava distogliere dalle abitudini guerresche. Il popolo medio e basso attendeva a tranquille fatiche. I nobili, chiamati all’amministrazione municipale, senza industria nè arti nè educazione, s’agitavano in minuziose irrequietudini; i titoli di Guelfi e Ghibellini applicavano a dissensioni nuove; nè città v’era, nè famiglia che non fosse aggregata agli uni oagli altri, distinguendosi nell’abito, «nel tagliar del pane, nel cingersi, in portar il pennacchio, fiocco o fiore al cappello o all’orecchio»; ed esercitavano gli odj col ricingersi di spadaccini. I signori campagnuoli sfoggiavano ospitalità e lusso, teneano relazioni e intelligenze con quei della città, ma più coi proprietarj delle terre, i quali dipendevano da loro alla maniera patriarcale. Anche qualche famiglia paesana conservatasi libera dava di spalla a questa o a quella fazione, sicchè si procurava tenerne amico il capo.

Rivivevano dunque i disordini del medioevo, e vi si applicavano i rimedj stessi. Talvolta gente quieta stringevasi in alleanze; come laSanta Unionea Fano, formatasi per reprimere gli assassinj e latrocinj[9], con giuramento di mantenere la pace anche a prezzo della vita. S’allargò per tutta Romagna col nome diPacifici, e fu costituita una specie di magistratura popolare, da cui naturalmente veniva ingrandito il potere pubblico, non meno che dalle rivalità de’ Comuni; l’indipendenza antica soccombeva all’amministrazione regolare, ma lo Stato fondavasi, non sull’ordine, sibbene sulle nimicizie e sul sospetto, e sull’opposizione tra la forza e la legge. Queste gelosie stornavano l’attenzione delle città dai diritti municipali, giacchè ciascuna fazione studiava amicarsi il nuovo legato, anzichè frenarlo; e costringevalo a pronunziarsi per gli uni o per gli altri, anzichè rendere a tutti egual giustizia.

Anticamente i signorotti doveano affrettarsi a rinnovare i villaggi man mano che ruinati, se voleano mettere a valore i fondi. Ma dopo che essi furono spossessati o trasferironsi in città, que’ villaggi restarono abbandonati, e al luogo loro il deserto. La peste del 1590 e 91, che uccise settantamila abitanti, spopolò borgatee castelli della Romagna e dell’Umbria, e le campagne rimaste incolte a vicenda divenivano causa di spopolamento. Tal condizione favoriva i briganti, al qual mestiero si buttavano i malcontenti, ostentando come virtù questo abuso della bravura. Con loro metteasi chiunque volesse scialare furfantando, e preti e frati sottraentisi al giogo. I signorotti confinanti gli accoglievano, altri gli adopravano a particolari vendette, o traevano lucro dal comprarne le spoglie, o dall’immunità che procacciavano ai minacciati.

V’avea chi mettevasi a vivere ne’ presbiterj alle spalle de’ curati, altri obbligavano i monaci a profonder loro il pane destinato ai poverelli; mandavano bandi in nome del popolo romano; nelle strade più frequentate derubavano i passeggieri, talchè i mercanti non osavano condursi ai mercati; entravano a spogliare i magazzini nel bel mezzo di Roma; impedivano i corrieri; più non era sicuro chi in fama di denaroso; chi avesse un nemico, vedeasi i beni devastati, uccise le mandre, invase le abitazioni, stuprate le figliuole. Divisi in sêtte, distinte per segnali, trucidavano mariti perchè le vedove potessero sposar uno della fazione opposta; costringevano fanciulle ricche a fidanzarsi ad abjetti e banditi, o le traevano di monastero per buscare le doti. Raffinavano anche di crudeltà; ne’ boschi piantavano tribunali, ove prefiggevasi chi svaligiare, chi trucidare e con quali spasimi, o a quanto prezzarne il riscatto. In Roma stessa i signori tenevano buon numero «di quei bravacci che son buoni a far tutto fuorchè bene, anzi che non sanno far altro mestiere che quello o di minacciare o di eseguire, di bastonar l’uno, uccidere l’altro, e tagliare l’orecchio o il naso a questo o a quello».

I bandi moltiplicavansi; ma chi avesse adoprato la forza della legge e la giustizia contro alcuno di que’ bravi, più non isperasse tregua finchè non avesse scontatoacerbamente la pena; i birri cadevano trucidati nelle pubbliche piazze. Nel 1583 questi colgono un bandito in casa degli Orsini, ma nel partire sono affrontati da un Orsini, da un Savelli, da un Rusticucci coi loro staffieri, che intimano di rilasciarlo, perchè preso in luogo di franchigia. Il bargello ricusa, questi si ostinano, e l’Orsini dà una vergata al bargello, il quale ordina di adoprar le armi; il Rusticucci cade ucciso, gli altri due feriti a morte. I vassalli degli Orsini ne’ giorni seguenti «come in tempo di sede vacante», ammazzano quanti sgherri colgono, fin dentro il palazzo del papa, il quale non potè che lasciar sbollire quella furia; dappoi mandò al supplizio lo stesso bargello, e anche alcuni de’ tumultuanti[10]; «il qual accidente (dice l’ambasciador veneto) per un pezzo sarà di non poco impedimento alle esecuzioni future della giustizia». Dal carteggio di questo ambasciadore abbiamo pure che un Caffarelli gentiluomo, burlando con altri giovani, rotolò giù dalla scalea d’Ara Cœli una botte piena di sassi, ammazzando e ferendo molti popolani che stavanvi a dormire: che un Vincenzo Vitelli, tornando una sera a casa, fu assalitoda sette armati, spalleggiati da forse trenta ch’eran disposti nel contorno, ed ucciso[11]. Simili scene menziona ogni tratto.

Alfonso Piccolómini duca di Montemarciano, grosso feudatario, cominciò da giovane a bottinare sia come soldato o come masnadiere; e postasi attorno una mano di bravacci, straripò in atroci vendette sopra i Baglioni di Perugia. Gregorio XIII lo scomunicò e ne confiscò gli averi, ond’esso non vedendo più nei governi che la prepotenza, ne’ popoli che la codardia, si pose in guerra colla società; quanti erano ladroni per Toscana e Romagna aggomitolò, e ne somministrava a chi ne bisognasse. Invaso Montabboddo, fece mettervi al supplizio i suoi avversarj fra il ballonzare de’ masnadieri; mandò dire a que’ di Corneto si avacciassero alla mietitura perchè dovea venir a bruciare quella di Latino Orsino; côlto un corriere, gli tolse le lettere senza toccar il denaro.

I vicini, che Gregorio avea mal disposti colla sua tenacità ai diritti papali, lo videro volontieri nelle male peste, ed aprivano ricovero ai masnadieri quando fossero rincacciati, sicchè nè la forza approdava nè le scomuniche. Assalito seriamente, il Piccolomini si ritirò sul Toscano; poi nojato dell’ozio, nel 1581 ricominciò i guasti; e il papa dovette calar seco a patti, e per intermezzo del granduca gli restituì i beni, e perdono a lui e a tutti i suoi. Il terribile fece solenne entrata in Roma, prese alloggio nel palazzo Medici, e presentò per l’assoluzione tal lista di assassinj, che il papa inorridì e più al sentirsi intimare che bisognava o assolverli, o vedersi assassinato il proprio figliuolo.

Altrettanto imperversava nell’Abruzzo Marco Sciarra, che faceasi chiamare re Marcone, e a capo di seicentobanditi, dandosi mano con quei dello Stato Pontifizio, diffondea largo spavento; saccheggiò perfino il Vasto e Lucera uccidendo il vescovo, e per sette anni continuò, ridendosi di quattromila soldati spediti contro lui dal vicerè conte di Miranda.

L’eccelsa rappresentanza della cristianità sostenevano i papi coll’opporsi ai Riformati e ai Turchi. Mantenere la lega contro questi procurò Gregorio XIII; soccorse di denari l’imperatore e i cavalieri di Malta; si chiarì per l’indipendenza dell’Irlanda; esultò nell’udire la strage del San Bartolomeo. Per le sue imprese non sovvenivano più i tributi di tutta cristianità; e non volendo lucrare da nuove imposte sui sudditi, nè da concessioni spirituali, pensava sopprimere certi privilegi di stranieri e abusi della nobiltà, revocar alla Camera molti castelli ricaduti o non paganti, e redimere i venduti o ipotecati: ma coll’incarire le dogane sviò da Ancona il commercio, ed eccitò malcontento e resistenza aperta. Gli fu posta una statua, «per aver tolta la gabella della farina, ornata la città di tempj ed opere magnificentissime, ottocentomila scudi distribuiti con singolare beneficenza ai poveri, pei seminarj di estere nazioni nella città e dappertutto onde diffondere la religione, per la carità sopra tutte le genti, per la quale fin dalle estreme isole del nuovo mondo ambasciadori del re del Giappone con triennale navigazione venuti ad offrire obbedienza alla Sede apostolica primamente in Roma ricevette come conveniva alla pontificia dignità»[12].

Com’egli morì, i banditi ricomparvero dappertutto con baldanzosissime iniquità; i frati del convento del Popolo si sguinzagliarono, e ai birri chiamati dal priore resistettero e ne uccisero, poi raccolto il buono e il meglio si salvarono. Il padremastro vide rubati i ricchissimi arredi di cui aveva ornata una cappella della Minerva, e dal dolore morì. Cinque case di cardinali furono svaligiate, e sin quella del Farnese, benchè vi avesse sei guardie e più di trenta cortigiani; alcuni nobili con bande di sessanta, di cento, correano rubando, violando, rapendo, sicchè Roma pareva una foresta; i vicelegati, i governatori, gli auditori profittavano della vacanza per espilar le provincie, scarcerare delinquenti, vendere la giustizia, concedere indulti.

Reprimer tanti disordini fu il principale intento del nuovo papa Sisto V (1585). Chiamavasi Felice Peretti, da Montalto presso Ascoli, e dal custodire i majali levollo un suo zio francescano, l’educò, il pose frate. Unitosi a quei che zelavano la rintegrazione della Chiesa, salì di grado in grado fin ai sommi. Rigoroso inquisitore, caldo pei diritti pontifizj, benchè come cardinale frate vivesse di limosina, soccorreva ai poveri, sicchè acquistò venerazione. Non che aspirare al papato, mostrava pensar solo a morire; e le visite consuete prima d’entrare in conclave fece «sputando ad ogni passo, sospirando di dolori ad ogni due, e riposandosi ad ogni tre», come dice Gregorio Leti, in una Vita stolidamente romanzesca (1669). Nel conclave i voti sparpagliavansi, finchè, quasi a loro malgrado, si riunirono sopra di lui, che, mentre prima parea tener l’anima coi denti, subito ringiovanì, gettò via il bastoncello, e a chi gliene faceva l’osservazione disse: — Finora andavo chinoperchè cercavo le chiavi; trovatele, guardo al cielo».

De’ predecessori suoi parlava senza ritegno, citando il male che aveano fatto, massimamente Gregorio XIII[13]. Non trovandosi parenti che il raggirassero; ascoltando il popolo che chiedeva abbondanza e giustizia, il forte ingegno e un carattere imperioso e violento applicò a restaurare anche esteriormente il papato. Delle truppe e della sbirraglia licenzia gran parte, ma vuol che «i decreti si adempiano senza riguardo a chicchessia, e si comprenda che Sisto regna».

Anzitutto bisognava riparare al vuoto dell’erario e ai briganti. Soleva ogni nuovo papa graziare molti carcerati, talchè durante il conclave i contumaci si costituivano nelle prigioni, sicuri d’ottenere l’indulto. Mal per loro, chè questa volta egli volle severa giustizia; e il giorno della coronazione, la folla andando pel Ponte in Vaticano vedeva spenzolar dal castello quattro giovani, côlti con armi corte. Nella cavalcata di possesso a San Giovanni Laterano, minacciò guaj a chi disturbasse con pretensioni: chi suscitasse scandalo con risse, parole, ingiurie o qualsiasi insolenza, avrebbe prigionia di tre anni se nobile, la galera per cinque se persona ordinaria, la frusta se donna. Il canonico Carelli, al quale egli doveva il suo primo innalzamento, aveva un nipote inquisito per ratto; e Sisto il fece impiccare davanti alla casa violata, allo zio dando licenza di sepellirlo in terra sacra e il vescovado di Amantea. Fatto un catalogo di tutti i vagabondi, maneschi, spadaccini, scioperati, rinnova le taglie, ma non si pagherebbero più dalla Camera, bensì dai parenti o dal Comune: dal Comune o dal signore, sul cui territorio avvenisse un ladroneccio, doveano rifarsi i danneggiati.

Il Governo napoletano, sulle cui frontiere soleano ricoverare i briganti, lo seconda; e l’impunità promessa a chi consegna il camerata vivo o morto atterrisce quelli che dianzi aveano atterrito. Prete Guercino, che titolavasi re della campagna, scrive a monsignor Odescalchi gli mandi trecento ducati, se no devasterà le sue terre: esso ricorre al papa, che fa arrestar il messo e metterlo in galera. Ma ecco altra lettera del Guercino, che minaccia cento pugnalate all’Odescalchi e bruciargli e sparpagliargli le possessioni, onde quello supplica il papa a liberare il carcerato, come si fa; anzi si pone mediatore di pace presso il pontefice, il quale in fatto assolve il Guercino di quarantaquattro omicidj commessi; e mentre appunto ottiene il perdono, va e uccide quattro suoi nemici[14]. Ora però Sisto n’ebbe la testa, pagata duemila scudi, ed esposta incoronata al ponte Sant’Angelo. Un Della Fara, chiamate le guardie fuor di porta Salara, le bastona, e le incarica de’ suoi complimenti al papa; e Sisto intima ai parenti glielo consegnino o gli impiccherà tutti, e perchè mostrava far da senno, è obbedito. A trenta ritirati presso Urbino, quel duca mandò un carico di vittovaglie ma avvelenate: il conte Giovanni Pepoli di Bologna, per aver lasciato fuggire dal suo castello un bandito, fu strangolato in prigione: fin madri e mogli di masnadieri pagarono colla testa l’averli ricoverati. Un Transteverino era troppo giovane per essere mandato al supplizio, e Sisto disse: — Gli aggiungo alcuno de’ miei anni». Punì di morte l’adulterio e la connivenza de’ mariti; volle che i nobili soddisfacessero i vecchi debiti verso i mercanti; vietò ai signori di far raccomandazioni a pro di qualsifosse criminale; pretese sollecito spaccio e severo rendiconto da tutti i giudici, e gli dessero anche la lista di quantisfaccendati, tagliacantoni, discoli sapessero nella loro giurisdizione; pensava anche cacciar di Roma chiunque non giustificasse de’ suoi mezzi di vivere. Proibì i soliti viva che suole schiamazzare la plebe dietro ai papi, ma punì severissimamente le pasquinate; di una ove Pasquino esclamava di aver la camicia sporca dacchè la sua lavandaja era divenuta principessa, Sisto volle a ogni modo saper l’autore, e nol potendo altrimenti, promise salva la vita e mille doppie se si rivelasse da sè. L’avidità ingannò il poeta, e Sisto gli fece contare il denaro, ma tagliar le mani e forare la lingua. Con questa fierezza orientale, che, secondo il detto vulgare «non la perdonava neppure a Cristo», in men d’un anno ebbe nettato il paese, e gli furono coniate medaglie col mottoPerfecta securitas, e Vade, Francisce, repara domum meam quæ labitur.

Inesorabile agli individui e sulla violazion delle leggi, negli atti generali mostrossi benevolo, indulgente a chi obbedisse. Non che soccorrere alle fami allora gettatesi con ducentomila scudi, che dichiarò suoi meri risparmj, fondò una frumenteria per mantenere l’abbondanza in Roma: tremila scudi ogni anno destinava a riscattare Cristiani dai Turchi: fondò l’ospizio presso ponte Sisto, «affinchè radunati in uno e bene osservati tutti coloro che van mendicando, senza sapersi se n’abbiano giusto titolo, si esamini in cadauno la sanità dei corpi e la robustezza degli animi, e collo scoprire i pigri e non infermi, taglisi la strada alla poltroneria di quelli che, con finte malattie e affettata povertà, abbandonandosi all’ozio e alla pigrizia, rubano gli alimenti ai veri bisognosi, e dopo fatto l’infermo in alcune ore, in altre sani e robusti corrono alle gozzoviglie»[15]. Alla pia confraternita istituita sotto Gregorio XIII perassistere ai carcerati, concedette scegliesse un visitatore delle prigioni, il quale ogni primo lunedì di quaresima potesse liberare un condannato anche di pena capitale.

De’ cardinali prefinì il numero a settantadue, di cui sette vescovi suburbicarj, cioè di Velletri, Porto Santa Ruffina, Civitavecchia, Frascati, Albano, Palestrina, Sabina; cinquanta preti; il resto diaconi. Si distinguevano i cardinali principi, viventi con isfarzo, e che riguardavano gli altri come inferiori; i cardinali politici, che dirigendo gli affari arricchivano; e i cardinali poveri, la più parte frati, mantenuti dai papi o dai cardinali superiori, e dediti agli studj e alla pietà. Sisto voleali sottoposti ai decreti come tutti gli altri, benchè zelasse il loro decoro in faccia ai potentati; fossero principi altrove, ma sudditi in Roma.

Alle sette loro Congregazioni, dell’indice, dell’inquisizione, dell’esecuzione e interpretazione del Concilio, de’ vescovi, de’ regolari, della segnatura e della consulta, crebbe importanza, e ne aggiunse otto altre, una per fondare vescovadi nuovi, una sopra i riti, le rimanenti per materie temporali, l’annona, le strade, l’alleggiamento delle imposte, le costruzioni guerresche, la stamperia vaticana, l’Università di Roma. Quella del buon governo dirigeva gl’interessi economici delle comunità. La sacra Consulta rivedeva gli affari criminali, e reprimeva gli eccessi de’ baroni e de’ governanti. Il tribunale delle due Segnature, cioè di grazia e di giustizia, provvedeva sui ricorsi presentati al pontefice per semplice grazia o in materia mista, come la restituzione in intero.

La Chiesa erasi sempre tenuta a ordini collegiali e a deliberazioni precedute da discussione; talchè queste consulte e la sacra Rota assistendo al papa, alcune come vescovo nelle cose diocesane, altre per gli affari dello Stato, le più pel governo della Chiesa universale,davano un’aria repubblicana, ma non poteano resistere a volontà assolute come Sisto V. La propria famiglia arricchì egli con proprj risparmj, e con laute parentele; collocò due nipoti nelle famiglie Colonna e Orsini, con privilegio ai mariti di star accanto al soglio quando il papa celebra, e con grado superiore a tutti i signori romani; sicchè questi o per invidia o per inferiorità si divisero dainobili di soglio; ed ebber fine le leghe che, sotto quei due nomi, continuavano a osteggiarsi.

Restava l’altra piaga, delle finanze. All’udire i forestieri così concordi nel lamentarsi dell’oro che, prima della Riforma, spedivasi a Roma, si crederebbe che la Camera ne regurgitasse; ma sì poco n’arrivava sin alle mani dei papi, che Pio II dovè limitarsi a un pasto il giorno, e tôrre a prestanza ducentomila ducati per l’impresa contro i Turchi. Nel 1471 si contavano fin seicencinquanta cariche venali, la cui rendita valutavasi a centomila scudi[16], sicchè i proventi ne colavano in mano de’ compratori. Ne’ bisogni dunque (oltre il particolar ripiego delle indulgenze) non si sapeva che crear titoli e cariche nuove: Sisto IV n’aveva abusato strabocchevolmente; Innocenzo VIII, costretto perfino a mettere in pegno la tiara, istituì un nuovo collegio di ventisei segretarj per sessantamila ducati; Alessandro VI, ottanta scrittori di brevi, ciascuno per settecencinquanta scudi; Giulio II n’aggiunse cento degli archivj per altrettanto prezzo, ed ebbe lode di trovar denaro ad ogni occorrenza; lo splendidissimo Leone X introdusse milleducento cariche, del cui valore i compratori riceveano gl’interessi vita durante, onde vanno considerati come prestiti o come rendite vitalizie, che ammontavano fin all’ottavo del capitale. Questo rifondevasi parte con un lieve aumento delle tasse di curia, parte coll’eccedentedi quanto si ritraeva dai municipj, dalle cave di allume, dal monopolio del sale, e dalla dogana di Roma.

Oggi che si considera come regola il far debiti, e prospero il paese che più ne ha, non vorrassi condannare quegli spedienti, pei quali prosperarono le finanze, in modo da non occorrer più nuovi aggravj allo Stato che fra tutti era il meno pagante, tanto più che non manteneva grossi eserciti, spugna degli erarj. Ma tosto che le casse dello Stato cessarono di dare un avanzo, le finanze crollarono; e tra la Riforma, tra l’essersi i principi opposti all’esportazione del denaro, Leone le lasciò talmente esauste, che Adriano VI dovette sovrimporre mezzo ducato per fuoco; Clemente VII ricorse anche a un prestito semplice di ducentomila ducati al dieci per cento,monte non vacabile, o, come diciam ora, debito consolidato, trasmissibile agli eredi, assicurato sopra le dogane. I successivi pontefici ingrossarono quel capitale; e Paolo III rinunziando a rincarir il sale, stabilì ilsussidio, imposta diretta che prometteva abolir poi, e che già si trovava in altri paesi, coi nomi di donativo a Napoli, di mensuale a Milano, d’altro altrove; e furono trecentomila scudi, ripartiti sopra le provincie, nessuna esentata. Le città fecero ivi richiami; Bologna se ne redense con un capitale alla mano; altre ne vollero rimessa porzione o tutto; ed era un gran che se alla cassa giungeva la metà. Ad ogni modo, l’entrata dello Stato, che sotto Giulio II computavasi di trecencinquantamila scudi, sotto Leone X di quattrocentoventimila, sotto Clemente VII di cinquecentomila, alla morte di Paolo III trovossi di settecentoseimila e quattrocentoventitre scudi.

Pure ne’ tempi successivi, dovendo sussidiare i Cattolici sia contro i Protestanti, sia contro i Turchi, bisognarono nuovi acconci, e imposte sulla farina, sulla carne, su altri consumi, e sempre assegnavansi a creditori;talchè dal crescente aggravio de’ sudditi ben poco vantaggiava la Camera, e lo Stato pontifizio restò gravato quant’altri. Secondo il Leti, ai papi entravano di rendita ordinaria 1,273,344 scudi d’oro[17]; di straordinaria e per ammende e diritti di cancelleria, altri 413,480. Sisto V li crebbe con nuove imposte, col riscuotere crediti vecchi, aggravar le ammende, fare ai Giudei pagar la protezione che otteneano dal Governo, e con un’economia di cui si vantava a ragione. Restrinse le spese e gli uffizj di corte: delle cariche venali elevò il numero fin a trentaseimila cinquecencinquanta[18],dalla cui vendita ritrasse 5,547,630 scudi, e ciascuna gravò di tasse; crebbe i monti vacabili e no; pose gabelle sui viveri più indispensabili; alterò fin le monete.

Trovato il tesoro esausto, fra un anno v’ebbe avanzato un milione di scudi d’oro, e così ne’ quattro anni successivi: e appena vi contasse un milione, il deponeva in Castel Sant’Angelo consacrandolo alla beata Vergine e ai santi Apostoli, come nell’Antico Testamento serbavasi nel tempio; e nella bolla, assicurando che provenivano da suoi risparmj, stabiliva che a quel tesoro non si dovesse por mano se non per ricuperare Terrasanta, ed anche allora unicamente dopo che l’esercito avesse già passato il mare; o per estrema carestia o peste, o quando alcuna provincia cristiana pericolasse di essere occupata da infedeli, o quando alcun principe portasse guerra allo Stato della Chiesa; ma sempre nell’estremo della necessità[19]. Gravar il paese e far prestiti per riporre denari infruttiferi, è uno sbaglio perdonabile a tempi che non conosceano come il denaro vaglia unicamente in quanto è posto in giro.

Con tali mezzi potè restituire qualche splendore alla tiara. Blandito dai potentati pel suo denaro, e’ li chetò di lor pretensioni, e se gli ebbe devoti, quanto avversi il suo predecessore; conciliossi i signori del paese; largheggiò privilegi alle città di Romagna, ad Ancona molti diritti antichi, a Fermo l’arcivescovado, vescovado a Tolentino e al suo natìo Montalto; ridusse a città Loreto; avviò in bene l’amministrazione civica; moltiplicò le spese straordinarie, che prima coprivansi con cenquarantaseimila scudi, e più di tre milioni e ducentomilane erogò in sole fabbriche; favorì l’agricoltura, e minacciosamente comandò di piantar gelsi; incoraggì i lavorieri della seta e della lana; cercò disseccar le paludi d’Orvieto e le Pontine, spendendo ducentomila scudi per aprire il fiume che serba il suo nome; avrebbe voluto che ciascun nunzio avesse palazzo proprio nella città ove risedeva.

Fra tanta parsimonia e tanto pensare positivo, recano stupore i divisamenti suoi fantasticamente grandiosi. Fece fabbricar dieci galee, imponendo settantottomila scudi per la marina. Sperò distruggere l’impero Ottomano, e ne trattò colla Persia, coi Drusi, con alcuni capi arabi; allestì le sue galee, cui Spagna ne aggiungerebbe altre, mentre Stefano Batori dalla Polonia romperebbe la prima lancia. Ito in fumo questo disegno, pensò conquistar l’Egitto; allora, mediante un canale tra il mar Rosso e ’l Mediterraneo, rimetterebbe sulla via antica il commercio; e finchè venisse il destro di ricuperar Terrasanta, pensava rapirne il santo sepolcro, ed erigerlo a Montalto, vicino alla santa casa di Loreto. Dicono trattasse fin con Enrico III di fargli adottare un suo nipote per erede: tanto s’immaginava che tutta cristianità dovesse entrare a piè pari ne’ suoi divisamenti.

Fermo alle dottrine del potere spirituale, e che il poter regio derivasse da quel del popolo e della Chiesa, insisteva continuo perchè l’imperatore non tollerasse i Calvinisti, e procurava collegare lui e gli Stati cattolici di Germania col re di Spagna per trionfo dell’ortodossia: ma in Francia vide soccombere la Lega, scomunicò Enrico IV benchè lo stimasse, poi adombrato della prevalenza spagnuola, inchinò verso Francia. Così dai gabinetti europei rispettato e temuto, fu l’ultimo papa che tenesse gran mano nelle pubbliche vicende. Udita la conversione del marchese di Bade Hochburg, fece una processione a piè scalzi, in conseguenza della qualemorì, e il nome suo rimase popolare, come avviene de’ forti caratteri; e a lui fu fatto merito anche d’istituzioni ed ordinanze molto anteriori.

In questo tempo la città di Roma si può dire si rinnovasse. I lunghi disastri dei tempi dell’invasione, la barbarie, le tante guerre intestine, e forse più che altro la vedovanza avignonese l’aveano resa deserta; e quando i papi vi tornarono, era popolata solo da mandriani, scesi dalle inospite colline ne’ piani lunghesso il Tevere, e quivi annidati in povere casipole, con vie anguste, fangose, oscurate da terrazzi e da cavalcavia. Gli edifizj antichi sfasciavansi; sul Campidoglio pascevano le capre; le giovenche erravano pel Foro romano, donde i nomi di Monte Caprino, Foro Boario, Campo Vaccino: e da San Silvestro alla porta de’ Pioppi (Popolo) non incontravi che orti e pantani, ove si cacciavano anitre selvatiche. Primamente Nicola V si prefisse di ornar Roma con edifizj convenienti alla maestà antica ed alla nuova; i successori lo secondarono, massime Giulio II e i Medici. Nuove fabbriche popolarono le due rive del Tevere, che Sisto IV aveva riunite col ponte che ne serba il nome: Giulio II, a tacere le meraviglie del Vaticano e della Cancelleria, può dirsi ricostruisse la città bassa e la via Giulia, parallela alla Lungàra: cardinali e principi a gara alzavano palazzi, e quelli dei Riario, de’ Chigi, de’ Farnesi, degli Orsini emularono le costruzioni antiche in bellezza, le vinsero in comodità.

Il sacco di Roma e la peste la disertarono da capo; ma sotto Pio IV si tornò sul fabbricare, e i palagi risalirono sui colli abbandonati. Egli ampliò la cerchia di Roma formando il borgo Pio; risarcì la ruginante cerchia del Vaticano, rimodernò porta Popolo, e da quella che conserva il suo nome trasse la via diritta fin a Montecavallo. Tornò a pubblico uso la via Aurelia, migliorò l’altra che va alla campagna di Roma;nel palazzo Vaticano fece terminare la sala regia, il magnifico cortile del Belvedere, e due conserve d’acqua; fabbricò il seminario Romano; donò a Venezia il palazzo di San Marco; fece ristaurar le chiese che davano il titolo ai cardinali, e le basiliche nuove non lasciavano invidiare alle prische. Sul nuovo Campidoglio, per opera di lui torreggiò il palazzo dei Conservatori, disegno di Michelangelo; il quale pure sul Viminale alzava la Certosa degli Angeli, adattandovi gli stupendi avanzi delle terme di Diocleziano.

Sisto V, quand’era ancora il cardinale Montalto, incaricò Domenico Fontana luganese di far la cappella del presepio in Santa Maria Maggiore; ma privato delle pensioni dal pontefice, sospese la commissione. Il Fontana però invaghitosi dell’opera propria, esibì continuarla del suo: del che gli volle tanto bene Sisto, che venuto papa non solo gli diede a compire essa cappella, notevole per le eleganti proporzioni della cupola, e il vicino palazzo (villa Negroni), ma lo sovrappose a tutte le sue opere, talchè i loro nomi vanno associati.

Ripopolarsi non poteano i colli finchè mancassero d’acqua. Pio IV avea già condotto l’Acqua Vergine: poi Sisto V, con impresa degna degli antichi signori del mondo, per ventidue miglia guidò l’Acqua Felice che (cantava il Tasso), dopo il bujo del lungo sentiero, zampillava vivace, per contemplar Roma quale Augusto la vide. Fece spianare il terreno presso la Trinità dei Monti, e preparare la scalea che quell’altura congiunge a piazza di Spagna, aprì la via Felice e le altre che si difilano a Santa Maria Maggiore, collocando al crocicchio le quattro fontane; ampliò la stamperia greca e orientale, e la biblioteca Vaticana, traverso al cortile del Belvedere, con dipinti e iscrizioni che figurano i fasti d’esso papa, i concilj generali, le più famose librerie del mondo, gli uomini illustri per scienze ed invenzioni,sicchè riuscì la più bella del mondo; fabbricò il grande ospedale sul Tevere per duemila poveri, e sempre coll’opera dello stesso architetto, che nella fontana di Termini indicò il miracolo di Mosè: fece la fronte della basilica Laterana verso Santa Maria Maggiore, e il palazzo pontifizio, grandiosa mole di sobrj e corretti ornamenti; la parte del palazzo Vaticano che guarda Roma; lavori attorno al Quirinale, dove nell’allargata piazza collocò i due colossi che ostentano i nomi di Fidia e Prassitele.

Degli antichi obelischi restava in piedi quel solo del Vaticano, mezzo sepolto; e per trasportarlo davanti al rinnovato San Pietro si consultarono quanti erano matematici; e di cinquecento pareri fra dotti e bizzarri fu preferito quel del Fontana. Parendo egli troppo giovane, benchè di quarantadue anni, l’attuazione voleva affidarsene all’Ammanati e al Della Porta, ma dal suo papa egli ottenne di eseguir egli stesso quest’operazione, ch’era senz’esempio nella meccanica moderna. L’obelisco, che col rivestimento pesava un milione e mezzo di libbre, doveasi toglierlo dal suo basamento, sdrajarlo sui carri, raddrizzarlo, impostarlo sulla base nuova. Sisto scelse a tale operazione un mercoledì, giorno che diceva tornargli sempre fausto; universale ansietà occupava i cittadini; pena la forca a chi dicesse sillaba, a rischio d’impacciare i comandi dei capi; l’architetto stava sospeso fra la gloria e i castighi minacciatigli dal severo pontefice. E già l’obelisco era trasferito, alzato vicino al posto, ma le tagliuole non poteano avvicinarsi tanto da raddrizzarlo, quando un villano, di mezzo alla tacita folla, gridò: — Acqua alle corde!». Ottimo suggerimento, che impediva si schiantassero, e le accorciava; sicchè ben tosto le campane e il cannone di Castello annunziarono riuscita l’impresa, che fu avuta come la più insigne del secolo. Sisto decorò cavalieree nobile il suo architetto, gli regalò cinquanta scudi d’oro e tutto il materiale che avea servito, gli assegnò dieci cavalierati lauretani con duemila scudi d’oro di pensione, trasmissibili a’ suoi eredi. Il villano, che aveva affrontato la forca per dar un parere opportuno, chiese in ricompensa pel suo villaggio natìo il privilegio di fornir di ulivi la città per la festa delle palme[20]. Sisto annunziò il fatto ai principi e al mondo, coniò medaglie;tanto si compiaceva d’esser riuscito a quel che gli altri pontefici aveano tenuto impossibile. Dappoi fece erigere gli altri obelischi di Laterano, di Santa Maria Maggiore, di piazza Popolo, e voltò la cupola di San Pietro.

Se già Michelangelo aveva adoprato le pietre del Coliseo per murare il palazzo Farnese, e staccato un architrave del tempio della Pace per farne base al Marco Aurelio, non è meraviglia che Sisto, poco devoto al bello etnico, non siasi fatto scrupolo di abbattere il Settizonio di Severo per trasferirne le colonne a San Pietro; pensava demolire il sepolcro di Cecilia Metella ed altri, che gli parevano ingombri deformi; sfasciò la venerabile e caratteristica antichità del patriarcheo papale, sostituendovi il palazzo Laterano senza impronta significativa; quell’Apollo, quelle Veneri non gli pareano arredi da Vaticano; a una Minerva in Campidoglio cangiò la lancia in croce; le due colonne Trajana e Antonina sprofanò col sovrapporvi i santi Pietro e Paolo, e all’obelisco fece innestare un pezzo della vera croce, perchè i monumenti dell’empietà fossero sottoposti al simbolo della fede là dove tanti per questa aveano patito.

La popolazione di Roma che, sotto Paolo IV, sommava appena a quarantacinque mila anime, sotto lui arrivò alle centomila, gente d’ogni nazione, il cui vario vestire dava bizzarra vista, e che attaccavasi a corteggiar questo o quel Cardinale, sperando e brigando perchè il loro patrono giungesse al principato o a cariche onorevoli e lucrose. I favoriti poi e i parenti di ciascun papa costituivano una nobiltà nuova e nuove fortune.

Qui in sedici mesi si succedettero quattro papi. Urbano VII (Giambattista Castagna) (1590) mostrossi degno del papato ne’ tredici giorni che il tenne. Il Piccolomini, insofferente di requie, si era ricovrato in Francia, poiascoltando a Spagna, nimicata colla Toscana, con cinquecento masnadieri devastò il Pistojese; respintone per forza, stette nascoso a Piacenza, finchè eletto papa Nicolò Sfondrati milanese cardinal di Cremona col nome di Gregorio XIV, accostossi a Roma col terribile Sciarra e trecento seguaci, imponendo contribuzioni; e il governatore colse una carrozza di denari, archibugi e polvere, che ad essi era mandata da un ambasciadore residente in Roma[21]. Truppe di Napoli e Toscana si unirono alle romane per reprimerlo; in giusta battaglia ucciser ben cento di que’ suoi banditi; poi il conte Enea Montecuccoli, spedito da Alfonso d’Este, sbrattò il paese; il Piccolomini preso a Staggia, per quanto il papa e Spagna lo ridomandassero come loro vassallo, fu fatto appiccare dal granduca; lo Sciarra si resse ancora, finchè stimò bene mutar aria; e molti briganti passarono a servizio di Venezia contro gli Uscocchi.

Costoro cresceano i mali gravissimi della carestia che quegli anni desolò la penisola; e il papa restituì il diritto d’asilo alle chiese, e ne’ pochi mesi che campò, spese tre milioni di scudi, anche per sostenere la lega cattolica che allora dal trono di Francia respingeva Enrico IV calvinista, e a sostegno della quale mandò truppe comandate da suo nipote Ercole Sfondrati duca di Montemarciano. Ma Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) (1592) succeduto a Innocenzo IX (Gianantonio Facchinetti), ebbe la consolazione di vedere re Enrico tornar in grembo alla Chiesa. Dubitava egli che Enrico andasse a messa sol per acquistare il regno; pure sollecitato da san Filippo Neri, dal cardinale Baronio e da altri, accettò questa conversione che rendeva la Francia pacificata e cattolica; onde solennemente festeggiata, se ne perpetuò la memoria con una colonna.

Clemente VIII visitò tutte le chiese e i monasteri[22], introdusse il giro delle quarant’ore in Roma: delle consulte non si serviva per pubblicare ciò che avea deliberato da solo: stabilì anche imposte senza sentire i contribuenti, e sottomise i baroni alla giustizia. Al giubileo da lui aperto concorsero moltissimi fedeli, ma mentre prima era un’occasione di smisurati lucri a Roma, i prelati ebbero a mostrar la loro carità col largheggiare elemosine; il santo padre dispose in Borgo un palazzo ove alloggiava per dieci giorni qualunque prelato o sacerdote, ed egli stesso vi tornava sovente, e servivali a tavola o ne lavava i piedi. L’arciconfraternita della Trinità accolse da ducentocinquantamila pellegrini e ducentoquarantotto confraternite forestiere; nobili ecclesiastici e secolari gareggiavano nel servire agli accorrenti, fra i quali vennero incogniti anche gran principi, vennero per curiosità molti eretici e non mancò chi ne rimanesse convertito.

Un indebitato rifugge nel palazzo del cardinale Farnese, e i birri pontifizj ve l’inseguono malgrado le immunità; ma i gentiluomini del cardinale li maltrattano, e fan cansare l’inseguito. Il papa in collera ordina si proceda con tutto rigore; ma si oppongono i baroni romani e l’ambasciatore di Spagna, e ne nasceva tumulto se il cardinale non avesse avuto la prudenza di ritirarsi con folto seguito di partigiani e di popolo. Gli uffizj di Ranuccio Farnese di Parma calmarono il pontefice: il popolo gridò — Viva casa Farnese»; ma il cardinale e i suoi, benchè perdonati, non si fecero premuradi ritornare[23]. Il papa n’ebbe amareggiati gli ultimi giorni; ne’ quali si abbandonò al cardinale nipote; e la sua casa, fiorente allora di tre cardinali e molti signori, ben presto rimase estinta.

Nel conclave prevaleva il cardinale Baronio, se i suoi scritti non gli avessero suscitato l’opposizione di Napoli; tanto che fu eletto Leone XI de’ Medici (1605), parente dei reali di Francia. Morto fra ventisette giorni, gli è dato successore Paolo V (Camillo Borghese), contrario alla parte francese. Studiosissimo, d’illibati costumi, di fare soave, ottenuta la tiara integramente, ne sente la dignità, e si propone di rialzar la morale autorità del cattolicismo. Canonizza san Carlo, approva gli Ordini del Carmine e di san Lazzaro, vuole che in tutti gli Ordini mendicanti s’insegnino latino, greco, ebraico, tanto da non iscapitare a petto delle Università di Germania, e risolutamente esige la residenza de’ cardinali; caldeggiò i diritti della santa Sede quali risultavano dalle decretali, e diè l’ultima mano alla bollaIn cœna Domini. Questo zelo pei diritti ecclesiastici lo pose in litigio clamorosissimo con Venezia, la quale pretendeva infliggere castighi comuni a persone ecclesiastiche. Trovandola imperterrita a monitorj e scomuniche, cautamente le temperò; in tutte le altre occasioni cercò e diffuse la pace. Sontuosissimo in fatto d’arti, ornò le basiliche Vaticana e Liberiana e il Quirinale; dal territorio di Bracciano tirò l’acqua Paola a vantaggio del Trastevere: ma smodatamente arricchì i nipoti, i quali e sul Pincio, nei beni confiscati all’antica famiglia Cenci, e fuor di Roma fabbricarono con indicibile fasto: il duca di Sulmona accumulò centomila scudi di rendita; il cardinaleBorghese, despota della curia, conferiva a’ parenti quanti buoni benefizj vacassero.

Gregorio XV (Alessandro Ludovisi) (1621), indebolito e inetto, nè occupato che di pietà, di dotti, d’accademie, lasciò le redini a suo nipote Lodovico Ludovisi. Già era fatto universale quest’uso d’uncardinal padrone; e il Ludovisi, giovane d’ingegno, amico del denaro, de’ piaceri, della splendidezza, della giustizia, seppe diriger bene gli affari, e orzeggiare nelle tempeste. La sua casa acquistò il principato di Piombino, e colla erede del principato di Venosa ebbe quarantamila ducati di rendita in tanti feudi del Napoletano.

Allora vengono santificati Ignazio da Lojola e Francesco Saverio: frà Girolamo da Narni predicatore insigne dà impulso alla Congregazione allora istituitade propaganda fide, da cui partivano gl’intrepidi, che per tutto il mondo portavano il vangelo. Moltissimi anche de’ nostri affrontavano il martirio de’ lunghi e oscuri patimenti, se non era anche quel degli strazj e della morte. Per far solo d’alcuni memoria, dirò come i Cappuccini si volsero principalmente all’Africa, e Giovanni Bellotti da Romano bergamasco scrisse leApostoliche giornate, nelle quali rappresenta parte delle sue fatiche nelle missioni sostenute a benefizio delle anime de’ Negri infedeli. Dionigi Carli piacentino, itovi con Michelangelo Guattini reggiano che colà morì, a Bologna pubblicò i suoi viaggi, con avventure non sempre serie, e con osservazioni superficiali ma schiette; e siccome di paesi incogniti, furono tradotti in tutte le lingue[24]. Giannantonio Cavazzi modenese lasciò la descrizione dei regni di Congo, Matamba, Angola. Girolamo Merolla sorrentino, per sei anni versato fra i Negri del Congo,d’ordine della Propaganda faticò, se non a togliere, a mitigare la tratta di questi infelici. Francesco Maria Maggi palermitano, cherico regolare, dopo otto anni di missioni in Siria, Persia, Mesopotamia, Georgia, portò a Roma la cognizione di quegli idiomi, e dedicò a Urbano VIIISyntagmata linguarum orientalium.


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