Chapter 21

Ferdinando Fuga fiorentino lavorò molto a Roma; a Napoli fece il reclusorio per ottomila poveri, fatica di trent’anni. Il Paoletti, che cercò ricondurre al greco e al romano, diè molto a parlare trasportando a Poggio Imperiale una volta, dipinta dal Rosselli. Anche il Camporese romano dal mal gusto correggevasi cogli antichi; pure diceva con verità: — Se togli agli edifizj barocchi, gli zigzag, i cartocci, le ondulazioni, le modanature ammanierate ed altrettali libidini dell’arte, qual de’ moderni fece meglio?» Disegnò il duomo di Genzano, lavorò al museo Vaticano, ove principalmente sono lodevoli l’atrio e la sala della biga; poi durante l’occupazione francese fu adoperato a scoprire e rimettere grandiose anticaglie, a disegnar la piazza Popolo e l’attiguo giardino e dirigere le feste imperiali.

Allievo del Vanvitelli, Giuseppe Piermarini da Foligno (1734-1808) venne a Milano a dirigere grandiose fabbriche, quali il palazzo reale e i due teatri, e la villa reale di Monza colla novità d’un giardino inglese. Abile a superare gli ostacoli e acconciarsi alle necessità, ravvisandoi difetti precedenti, eccedeva in senso contrario corretto senza grandezza, con forme senza rilievo. Più vigoroso Simon Cantoni da Lugano (1736-1818) chiese e palazzi fece nel Milanese, e a Genova la sala del granconsiglio dopo bruciata nel 1777, alla soffitta di legno surrogando un’ardita volta senza chiavi. La ornò Giocondo Albertolli (1742-1838) suo compaesano, che risuscitò le grazie dei Quattrocentisti, decorando di stucchi chiese e reggie di Firenze, di Napoli, di Lombardia; nella nuova Accademia milanese introdusse un correttissimo gusto d’ornamenti architettonici, e pubblicò una serie d’esempj, incisa da Giacomo Mércoli. Agostino Gerli a Milano indispettivasi de’ cartocci e delle ondulature, e con Giuseppe Levati si oppose ai pregiudizj.

La scuola pittorica lombarda era perita; ma un monumento singolare ne sono i ritratti dei benefattori all’ospedale di Milano, che come contemporanei, ritraggono e le foggie vere del tempo e le vicende dell’arte, potendo supporsi che buoni pennelli fossero sempre prescelti[256]. Molti compresero il dovere del ritrattista, di trasmettere nell’effigie non se stesso, ma il personaggio. Da settanta se ne conservano del Seicento in cui tal uso cominciò, opere del Panfilo, del Cairo, del Sant’Agostino; in generale con colori sobrj negli abiti, pochi accessorj fuor della persona, studiata principalmente la testa. Colle mode di Luigi XIV acquistano predominio il teatrale, sin a perdersi la figura umana sotto un cumulo di fronzoli e guardinfanti e parrucche. Nei ritratti del secolo XVIII poco è a lodare, eccettoquelli di frà Vittore Ghislandi da Galgario, pittore ignoto fin alla Lombardia, e d’un Biondi, contemporaneo di Appiani, il quale eseguì alcuni de’ migliori, appena pareggiati dagli odierni.

Giacomo Traballesi, pittore fiorentino, sugli antichi acquistò spontanea eleganza, dipendente da armonica e dolce disposizione di linee e da nobile espressione, più che da ricercati atteggiamenti, o sfarzo d’accessorj e di tinte; a Firenze parve resuscitare Guido e i Caracci; poi chiamato professore a Milano, lasciò lavori lodevoli nell’insieme, quand’anche pecchino ne’ particolari. Da Milano pure uscì l’amabile Andrea Appiani (1754-1817), che i vizj de’ contemporanei rinnegò francamente negli affreschi di San Celso, accoppiando alla leggiadria la forza, all’armonia la vivacità, all’ardimento la correzione. Lodano i chiaroscuri con cui effigiò le battaglie di Napoleone; e voltosi al costui culto, alla corte e alla villa di Milano rappresentandone l’apoteosi si ampliò nello stile mitologico e accademico sottentrato di moda, negligendo il segno e abboracciando la composizione.

Molti indagavano le teoriche delle arti, ma senza profondità. Gianpietro Zanotti, lodevole pennello bolognese, dettòAvvertimentiper incamminare un giovane alla pittura, e laStoria dell’accademia Clementina, ch’era stata approvata nel 1708 da Clemente XI, e sistemata dal Marsigli. Come avviene a chiunque parla di viventi, disgustò gl’infimi per le scarse lodi, i migliori per l’accomunarli con quelli. Don Luigi Crespi, figlio del pittore baroccesco Giuseppe Maria detto lo Spagnuolo, nellaFelsina pittriceed in altre opere scarificò le piaghe del suo tempo con una franchezza che non poteva essergli perdonata. Il canonico Lazzarini da Pesaro, creato della scuola bolognese, trattò passabilmente della pittura, e nelle composizioni osservò il costume. Anton Maria Zanetti scrisse la storia della pitturaveneziana, con molto franco sentenziare. Tommaso Temanza buon idraulico, e la cui Santa Maddalena a Venezia è delle migliori architetture del secolo, oltre leVite de’ celebri architetti e scultori veneziani del secolo XVI, illustrò Vitruvio e le antichità di Rimini e di Venezia. Molto lo flagellò il frate Carlo Lodoli, bizzarrissimo di vita e d’ingegno, cinico e provocatore, il quale ripudiava ogni autorità per appellarsi alla pura ragione, e pareagli i gran maestri d’architettura avesser offese le basi d’un’arte, cui merito è la comoda e ornata solidità. Criticando al Massari il disegno della chiesa della Pietà, e mostrandogli ch’era contrario alla logica — Chi mai (s’udì rispondere) pensò a far entrare la logica nell’architettura?» Il Lodoli non sarebbe conosciuto se il patrizio Andrea Memmo suo scolaro non avesse pubblicato alcuniApologhiche n’aveva uditi, e gliElementi dell’architettura lodoliana.

LaStoria della pitturadel Lanzi piace per una certa limpidezza; ma sfrantuma la materia, e manca di quella pratica che rende franchi e istruttivi i giudizj del Vasari quand’anche fallaci[257], e di quell’acume che spiega il talento d’un autore descrivendone il carattere. L’Algarotti nelSaggio sopra la pitturaè superficiale come nel resto; e più di lui il Rezzonico ed altri precettisti e segretarj, deliranti dietro al bello ideale ed echeggianti alcune frasi di convenzione, e i migliori restringendosi a raccomandare l’eclettica imitazione de’ modelli, anzichè ricorrere alla natura. Il signore D’Agincourt, venuto a Roma per passarvi qualche giorno, vi durò cinquant’anni, togliendo dal vilipendio le arti del medioevo, di cui tessè la storia: ma il disopportuno rimpicciolimentodei disegni sentesi pure nelle idee; in quelli non sempre rispetta la nativa rusticità: nel testo ricorre su concetti di scuola, nè sa penetrare sotto alla scorza per iscoprirvi l’ispirazione e il sentimento. Il che del resto sarebbe troppo a pretendere da un secolo, che tutto riducendo alla propria piccolezza, non sapea penetrare nello spirito de’ tempi, de’ luoghi, dei popoli differenti, e perciò comprenderne i sentimenti; onde nel medioevo non riscontrava che ignoranze, ridicolaggini o colpe.

Audacissimo il napoletano Francesco Milizia[258](1725-98) trincia sentenze d’un gusto che pare indipendente e originale a chi ignori ch’è copia degli Enciclopedisti, de’ quali adotta le grette massime senza tampoco darsi briga di levarne le contraddizioni. AdAmericanaderide chi crede alle grandiose fabbriche del Perù, come non possibili a gente sprovveduta di macchine: eppure dimentica quest’eccezione a proposito degli Egiziani; poi aFabbricaredice: — Al Messico e al Perù gli edifizj erano di gran massi di pietrebentagliate, trasportatebenda lungi ebencongiunte senza cemento». A tacerne le deficienze sopra opere ed artisti forestieri, molti anche dei nostri dimenticò; per esempio Rainaldo, che elevò la facciata del duomo di Pisa; il Calendario, architetto forse o almeno scultore del palazzo dogale di Venezia; il Formentone vicentino, autore della Loggia di Brescia; il Longhena, grandioso architetto di Santa Maria della Salute e del palazzo Pesaro in Venezia; il conte Alfieri piemontese, e i milanesi Omodei, Richini, Meda, Mangone, Bassi, Seregni[259]; gli architetti militari piemontesi Bertóla, Devincenti,Pinto, anzi fino il Marchi e il Pacciotto d’Urbino. Passionato, violento, inverecondo, adora Mengs e vilipende Michelangelo: ma quella tanto rinfacciatagli bestemmia che la testa del Mosè pare un caprone, e’ la tolse dall’inglese Reynolds, come da altri molte che credonsi sue capresterie; ond’io amerei sapere donde attinse la bella definizione della pittura, «Arte di farsi migliore per la grata rappresentazione d’oggetti visibili con linee e colori»[260].

Gli troviamo riscontro in Giuseppe Baretti torinese (1716-89). Educato imperfettamente, scrisse poesie bernesche nulla migliori delle consuete, e prosa non rivista, non corretta, non composta, ma che si legge volentieri perchè casalinga, senza i contrafforti, le giunture, gli emistichj allora consueti, e perchè animata da sentimento, anzichè artifiziata per convenzione. Mal trovando pascolo e occupazione alla sua irrequietudine in Torino, in Lombardia, a Venezia, pensò poter meglio vivere e pensare in Inghilterra, dove apprese sì bene la lingua da compilarne il dizionario, e dettò in quella una difesa degli Italiani (pag. 445 not.). Descrisse un viaggio traverso al Portogallo e alla Spagna con particolarità abbastanza triviali, e mutilo comparve in italiano sotto forma di lettere, compiuto in inglese e ben accolto da quel pubblico pel metter in iscena le persone e per la conoscenza della lingua. Vedendosi attorno una folla di moderni goffi e sciagurati «che andavano tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde, critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e poesie d’ogni generazione, che non hanno in sè la minima sostanza, la minima qualità da renderle dilettose e ragionevoli ai lettori e alla patria», cominciò a menar addosso a loro laFrusta letterariasotto il nome d’Aristarco Scannabue.

Quanto avrebb’egli potuto sbronconare, se avesse posto mente a qualcosa più che alla forma; se compreso l’importanza della franchezza e della sincerità nell’arte, se alla sensata intuizione accoppiato avesse alti sentimenti, dottrina soda, veder largo, le corroboranti ispirazioni del patriotismo! Ma pochissimo sapendo e arrestandosi alla forma, sprezza tutto quanto sorpassa la sua intelligenza; non crede a nulla che trascenda l’esperienza sua propria, tutto riferendo a se stesso senza discernere studj o tempi, e volendo far passare tutti gli autori sotto le forche caudine del personale suo sentimento. Nella filosofia francese non riconosce o gli erronei principj o le benevole intenzioni, ma roba da anticamere e da cameriere. Di Dante dice grossolanità non minori di quelle del Bettinelli; il Filicaja pe’ suoi sonetti all’Italia giudica «degno d’una buona staffilata sul deretano per ogni verso»; perchè il dottor Bartoli ragionò sul dittico Quiriniano con assurda lungagna, esso discredita l’erudizione anche moderata e sapiente, «e le pignatte dell’Umbria, e i chiodi d’Ercolano»; s’ostina a vituperare il verso sciolto, e intanto scrive in martelliani; nel libroDei delitti e delle penenon vede che «una cosaccia scritta molto bastardamente»; nel Verri un saccentello «ch’ebbe dalla natura un buon pajo di calcagna da ballerino, non una testa da politico o da filosofo»; abusa della celia contro gente da tanto più di lui, quali Appiano Buonafede, ch’e’ tratta da frate pazzo, birbologo, scimunito arcade, sozzo majale; tutt’ira ed invidia e contumelie e malignità contro alcuni buoni, esalta mediocrissimi; trascina alle gemonie Carlo Goldoni, mentre di Carlo Gozzi fa un genio appena inferiore a Shakspeare. Fin nelle lettere famigliari e nella conversazione mostrasi garroso, accatta avversarj da combattere, graffia anche mentre carezza, adoprando per errori di gusto una bile che appena sarebbe compatibileper peccati di morale. Non gli meniam buona la scusa sua d’aver voluto disonnare la pubblica svogliatezza per mezzo delle simpatie e antipatie: e qualche verità opportuna, sebben soverchio ripetuta, come quella delle costruzioni dirette; qualche imperterrito assalto a pregiudizj radicati, non bastano a qualificare buon critico chi tanto di falso mescola al vero: e sotto l’impressione dolorosa che lascia quel libro, amiamo ripetere che colle scurrili invettive del Baretti[261]e colle avventataggini del Milizia potea bensì aprirsi la via al turpe giornalismo odierno, ma l’arte non potè essere purgata se non da chi studiava da senno gli esempj migliori e la natura dell’uomo.

Povera cosa erano i giornali d’allora, di critica angusta e neppur passionata, e nonchè adempire il nobile uffizio di condur la scienza delle altezze inaccessibili a fecondare il campo della pratica, non teneano tampoco informati delle migliori produzioni nazionali e forestere. Citasi come modello ilCaffè; ma quanta meschinità di concetto e di vedere! quanta inesattezza di verità in mezzo a molti lampi di buon senso!

Il padre Zaccaria veneziano, bibliotecario di Modena, fra le centocinque opere che stampò, in cui un volume diAneddotidel medioevo (1755), seguitò alcun tempo unaStoria letteraria, esaminando le opere uscite ciascun anno, riunite sotto titoli generali con giudizj piuttosto benevoli ma ispirati da consorteria, da personalità, da consenso religioso. Egli facea speciale istanza perchè gli venissero mandati i libri da Roma, dal Regno, daSicilia, ed — È cosa da dolere che, siccome fossimo divisitoto orbe, di tanti utilissimi e stimabilissimi libri che escono in quelle parti, appena a noi venga notizia, o al più venga tardissima». Lamento che regge anche dopo un secolo; siccome quell’altro che «i nostri vescovi non sogliono applicarsi alle stampe, il che accresce la falsa voce non esser eglino così dotti come i vescovi di Francia»[262].

Delle storie letterarie va in capo quella di Girolamo Tiraboschi (1731-91) gesuita bergamasco, succeduto al Muratori come bibliotecario; d’erudizione laboriosissima, di cuore eccellente, d’ottime intenzioni. Delle tre parti che tal lavoro richiede, notizia degli scrittori, forma e materia delle loro opere, giudizio del merito, le prime due abbastanza egli avanzò, chiarì punti ottenebrati, assicurò date, rivendicò autori, lesse con coscienza quelli di cui parla, ma non se ne ispirò; non informa delle loro opinioni, e del merito relativo ai tempi e agli altri autori, di rado avventura un giudizio proprio, citando molto e decidendo poco, nè seppe tener il mezzo fra le omissioni inevitabili nei lavori complessivi e le prolissità delle ricerche speciali; sfrantuma scolasticamente le scienze e gli autori; confonde il genio colla mediocrità, tutti trovando grand’uomini, perchè tali gli asserì un panegirista, un editore, un epitafio; insomma riuscì al preciso opposto di quel che avea professato, di «volere scrivere della letteratura, non dei letterati d’Italia». Molti sorsero ad impugnarlo coll’acrimonia men meritata; ed egli candidamente si dolse del modo, e nol ricambiò; spesso confessossi in torto, ma come chi tra due opinioni o vacilla o reputa migliore l’ultima che sente. «E mi spiace (scrive una volta) di non poter corrispondere alla lor gentilezza col dar ragione adamendue». L’opera sua sarà sempre un tesoro di materiali, ma aspetta chi v’infonda la scintilla della vita, e la guardi da quel punto elevato, donde si coglie l’unità armonica e il reale significato delle opere d’uno scrittore.

Fra suoi contradditori furono alcuni de’ Gesuiti cacciati di Spagna, e che venuti in Italia v’acquistarono la cittadinanza letteraria scrivendo di noi e in lingua nostra. Giovanni Andres di Valenza[263]nell’Origine e progresso d’ogni letteraturaarrischiò giudizj che non erano i vulgati; fece conoscere gli Arabi che idolatrava: ma alla fine di quei faticosi volumi il lettore pochissimo ha profittato, perchè privo d’esempj che lo capacitino a giudicar da se stesso. Anteriormente Giacinto Gimma di Bari avea divisato un’enciclopedia di tutte le scienze, e cominciatala il giorno di san Tommaso, la compì in tre anni, ma non trovò chi la stampasse; e prima del Tiraboschi diede un’idea dellaStoria letteraria d’Italia(1723) fino a’ suoi tempi, prolisso e a digressioni, rivendicando molte scoperte a’ nostri nazionali.

Giammaria Mazzuchelli bresciano (1717-65) intraprese un dizionario de’ letterati antichi e moderni d’Italia. Finì soltanto l’A e il B, e ciascun articolo può dirsi compito: ma colpa dell’ordine alfabetico, lascia l’uomo isolato dai contemporanei, ne’ giudizj poco s’allarga, badando a minuzie biografiche, anzichè a dar un concetto delle opere. Il Poggiali nellaSerie de’ testi di linguaporge accuratissime notizie, ma non lo spirito del libro e dell’autore. Saverio Quadrio (1695-1756) fece laStoria e ragione di ogni poesia, la quale definisce «scienza delle umane e divine cose, esposta al popolo in immagine, fatta conparole a misura legate», e prende per canoni l’autorità, l’uso, la ragione[264]. L’argomento era già sfiorato dal Muratori nellaPerfetta poesia; ma dove questi alla causa efficiente, il Quadrio mira al soggetto della poesia; quegli prevale nella teorica, questo nelle argute osservazioni sulla forma e nell’erudizione, sebbene spesso viziosa.

Il padre Ireneo Affò da Busseto (1741-97), a tacere molte poesie e leMemorie di Guastallacon buona critica e negletto stile, scrisse quelle de’Letterati parmensi, riccamente supplite poi e seguitate dal Pezzana; e fu uomo stizzoso, traviato spesso dalla passione ne’ giudizj. Nella vita di Ambrogio Camaldolese, l’abate Lorenzo Mehus chiarì l’età del risorgimento. Monsignor Giusto Fontanini friulano (1666-1736), campione dei diritti papali sino a meritare la disapprovazione di Roma, diede laStoria dell’eloquenza italiana, più apparente d’erudizione che fondata di giudizj, e fu contraddetto dal Muratori in difesa dei letterati modenesi, de’ veronesi dal Maffei, de’ ferraresi dal Barotti illustratore dell’Ariosto e del Tassoni. Apostolo Zeno veneziano (1668-1750) lungo tempo stese ilGiornale dei letterati, coadjuvato da suo fratello, dal Maffei, dal Vallisnieri, da altri; emendò e supplì l’opera del VossioDe historicis latinis; la raccolta de’ cronisti italiani, dismise quando udì occuparsene il Muratori. Non vedendosi resa giustizia dal Fontanini, cui aveva somministrato materiali, prese a rimordere quel mordace, con un’infinità d’annotazioni e di supplementi convincendolo di presuntuosa vanità.

Marco Foscarini 1632-92, dopo onorevoli missioni fu preside dell’Università di Padova, custode della biblioteca, poi procuratore di San Marco, infine doge, nella qual dignità visse solo un anno. L’opera dellaLetteratura venezianache non compì, ha ricchezza di nuovi documenti, e critica e stile migliore del corrente. Avendone il Tartarotti preparata una recensione, non solo il Foscarini ne fece proibire la stampa dalla Riforma veneta, ma ottenne che Maria Teresa ingiungesse all’alta Camera del Tirolo di sospenderla. Nelle sue ambascerie presso varie Corti informò della politica, e ne diede assennati ragguagli, fra cui singolarmente curiosa laStoria arcana di Carlo VI, «diretta (dic’egli) a mostrare i disordini nati in quella Corte per essersi introdotto un governo di Spagnuoli, de’ quali Cesare condusse seco un popolo infinito a Vienna, e formò di essi il consiglio d’Italia, soccorrendo i restanti con pensioni ed altre larghezze; quindi le animosità nella Corte fra le due fazioni tedesca e spagnuola, le corruttele, le profusioni, i disordini nell’amministrazione delle finanze ed altri vizj, i quali corruppero in guisa il Governo e debilitarono le forze di casa d’Austria, che all’aprirsi della guerra del 1733 per la morte del re Augusto, la potenza austriaca non sostenne di gran lunga quell’opinione di predominio che ne avevano concepito tutte le Corti, alle quali non erano bastantemente palesi le infezioni che l’aveano logorata all’interno»[265].

Scipione Maffei (1675-1755), uno de’ migliori letterati del secolo, nellaVerona illustratasi eleva dalle municipali angustie a considerazioni generali, e dice cose rarissime al suo tempo intorno ai problemi capitali del medioevo. A commissione di Vittorio Amedeo II raccolse lapidi e monumenti pei portici dell’Università di Torino, ecollaStoria diplomaticapreparò un’introduzione all’arte critica. Alla sua contesa col canonico bresciano Paolo Gagliardi sui confini del Bergamasco presero parte il Giorgi, il Lazzarini, il Piazzoni, il Bartelli, e più il Sambuca con grossi volumi. La storia della dottrina dellaDivina graziagl’inimicò i Giansenisti: il padre Concina voleva stamparlo eretico pel trattato de’Teatri antichi e moderni, ma Benedetto XIV rescrisse «non doversi abolire i teatri, bensì cercare che le rappresentazioni sieno al più possibile oneste e probe». Gli errori vulgari della magìa e gli aristocratici della cavalleria oppugnò, l’erudizione facendo servire alla passione del bene: ma che? il Tartarotti che avea scritto contro i notturni convegni delle streghe, prese scandalo del sentirgli negar la magìa, e imputollo d’incredulo; il mondo letterario e il teologico pigliarono parte nella disputa, ben quattordici difendendo la magìa, soli quattro oppugnandola, fra cui il Frisi ne fece soggetto di tesi pel collegio dei Barnabiti a Milano, il Carli dimostrò l’origine e falsità delle dottrine magiche e delle fatucchierie, il Grimaldi discusse della magìa naturale e artifiziale e diabolica. Il Maffei insomma scrisse di tutto, e assai seppe, e più presumeva; ed avendo chiesto a una dama, — Che darebb’ella per sapere quant’io so?» udì rispondersi: — Molto più darei per sapere quel che ella non sa»[266].

In generale le storie di quel secolo sono fredde, esanimi, senza penetrazione e senz’arte, passano da un’etàall’altra senza variar colorito, e molte volte una riputazione d’esattezza usurpano col tono di gravità. Il Gregorio nellaStoria civile della Sicilia, nell’Introduzione allo studio del diritto pubblicodi quel paese, e nelleOsservazionimenò di pari l’erudizione e la critica. LeVicende della cultura delle Due Siciliedel Napoli-Signorelli sentono di parzialità e grettezza. Placido Troyli, abate del Sagittario, convento cistercese in Calabria, avendo pubblicato un libro contrario alle immunità di quel cenobio, ne fu espulso, e dovette ricoverare in un altro, dandosi alla pietà e allo studio, e compilò una voluminosaIstoria generale del reame di Napoli, confusa e abborracciata. Francesco Gatrille napoletano finse documenti e cronache per emulare il Muratori. Il canonico Pontilli nel 1754 pubblicò nellaHistoria principum langobardorummolte cronache false, che infettarono la storia, come già quelle di Annio da Viterbo.

Dei molti che attesero a storie particolari, i più limitavansi a raccorre con pazienza documenti, iscrizioni, atti pubblici[267]. Angelo Fumagalli dagli archivj del suo monastero di Sant’Ambrogio a Milano ne cavò di preziosi, e diede leDissertazioni longobardichemilanesie unaDiplomatica, certo imperfetta, ma che finora non ha chi la sorpassi. Il Canciani pubblicò leLeggi de’ Barbari, senza assicurarsi dell’autenticità; don Sebastiano Paoli lucchese, ilCodice diplomatico dell’ordine di Malta; il Mittarelli e il Costadoni gliAtti de’ Camaldolesi; quei degliUmiliatiil Tiraboschi, quei diSan Micheledi Montescaglioso il Tansi. Il prete Paolo Pizzetti di Siena (Antichità toscanee in particolare della città e contea di Chiusi nei secoli di mezzo, 1778-1781, 2 vol.) è quel che meglio intese allora l’indole della conquista longobarda e la condizione dei vinti.

La storia ecclesiastica de’ paesi veneti fu illustrata da Flaminio Correr, patrizio di severa virtù, il quale essendo dei Dieci e dei Tre, rigorosamente facea bruciar le merci proibite, benchè spettassero ad amici suoi, a cui poi mandava regali per mostrare che il dovere di magistrato non gli diminuiva la benevolenza; le pene pecuniarie destinava a poveri e a chiese, cui spesso anche le merci confiscate; zelò il culto, e procurò la riedificazione di molte chiese, e nominatamente delle facciate di San Rocco e della Carità. Sulle prime, le chiese e le confraternite esitarono a comunicargli i documenti, temendo non se ne valesse a diminuire i privilegi; dappoi glieli largheggiarono, ed esso ne formò una congerie ricchissima, molti errori correggendo, molti dubbj rischiarando con documenti autentici, preziosi e ben trascritti. La chiesa di Padova fu illustrata dal numismatico Brunacci.

Giuseppe Vernazza di Alba, filologo ed epigrafista, versatissimo nelle genealogie, approfondì molte ricerche speciali, massime sulla tipografia. Filippo Argellati, oltre assistere all’edizione della raccolta muratoriana, compilò laBibliotheca scriptorum mediolanensium, opera di mera pazienza e imperfetta. Dissero lui plagiariodi Giovanni Andrea Irico da Trino, suo collega all’Ambrosiana; al modo stesso che furono detti plagiarj Beccaria del Verri, Foscarini del Gozzi, Denina dell’abate Costa d’Arignano, e che laTraduzione di Staziofosse stata venduta al cardinale Bentivoglio dal Frugoni, e il Savioli fosse soltanto editore degliAmori, composti da Angelo Rota, il che fu poi ripetuto del Monti per laBassvilliana; ultimi rifugi dell’invidia quando non può negare il merito.

Altri vollero dalle notizie dedurre principj e racconto ordinato, come il Verci per gli Ezelini e la Marca Trevisana; per Milano Pietro Verri, che il racconto sagrificò alla dimostrazione incidentale di teoriche prestabilite; Giuseppe Rovelli per Como, ne’ discorsi preliminari allargando la veduta sopra la condizione di tutta Italia; il canonico Lupo nel prodromo alCodice diplomatico bergamascoannunziando verità dappoi adottate. Oltre gli storici uffiziali di Venezia, abbiamo una debole storia del suo commercio per Carlantonio Marini bresciano. Jacopo Filiasi, neiVeneti primi e secondi, confermò il suo assunto con osservazioni geografiche e naturali, e vi accompagnò osservazioni sul commercio e le arti[268]. Giambattista Fanucci avvocato fiorentino stese la storia deiTre popoli marittimi, poco pensata e male scritta.

La storia contemporanea non stimolò gl’ingegni. Il conte marchese Francesco Ottieri fiorentino, paggio di Cosimo III, alla cui Corte potè conoscere il Redi, il Viviani, il Magliabechi ed altri illustri, viaggiò Europa, e fissatosi a Roma, «dove si parla con libertà assai più che altrove d’ogni persona, senza neppur escludere chiassista in qualche parte al governo, ed anche del governo stesso, il che in altro luogo punito sarebbe come gravissimo delitto», narrò le guerre condottesi in Europa e particolarmente in Italia per la successione spagnuola. Le leggeva ai prelati Fontanini, Passionei, Bottoni, e ne riceveva consigli: pure il primo tomo appena comparso fu messo all’Indice: Benedetto XIII nel tolse, ed egli proseguì, ma lasciò l’opera postuma. Oltre quel refrattario tepore, l’ignoranza dell’arte bellica lo fa scomparire viepiù fra i tanti strategi francesi che descrissero quei fatti[269].

Si pensò anche adoprare la storia come arma ed allusione. Francesco Settimani a Colonia fece stampare quelle del Varchi e del Nardi, e denigrò sistematicamente i Medici, massime in una scandalosa cronaca delle virtù e dei vizj loro, rimasta inedita; bandito dalla Toscana, dopo trent’anni chiese di tornarvi nel 1744. Il granduca Leopoldo al volterrano Riguccio Galluzzi, suo consigliero di Stato e archivista, diè commissione di narrare l’età medicea, massime allo scopo di trovare ragioni al principato contro la Corte romana. Il bel tema trattò riccamente, ma con lingua trasandata, con vacillante esattezza, e con evidenti personalità, pretendendo d’essere creduto senz’addurre le prove, piacendosi alle divagazioni declamatorie che allora usavano[270].

Nulla aggiunge alle cognizioni, poco al sentimento la gracileStoria della Toscanadi Lorenzo Pignotti (1739-1812) valdarnese, professore di fisica all’Università di Pisa, eppure tutto francesismi e inglesismi nel suo stile scolorato. Comincia poveramente dagli Etruschi, poi traverso alla libertà, nella quale desta sempre lacanaglia, arriva ai Medici che esalta d’avere rimesso l’ordine, e dappertutto mescola idee costituzionali che avea attinte dal molto conversare con Inglesi, e secondo le quali diede suggerimenti al Tavanti e al Neri, e pel primo celebrò Paoli in modo non indegno del Filicaja.

Della seconda metà del secolo nessuno ci lasciò il racconto; nessuno descrisse il dominio dei Lorenesi e lo svecchiarsi della Lombardia; potendosi appena citare le vite di Giuseppe II e di Pio VI del Beccatini. Quelli che aspirarono ad alcuna novità, la tolsero dagli Enciclopedisti. Melchior Delfico da Téramo, ricercando ilVero carattere della giurisprudenza romana, alla scolastica ammirazione pel gran popolo sostituì la denigrazione, considerandolo oppressore delle nazionali libertà, e autore di leggi che ai moderni trasmisero il despotismo e l’intolleranza: a proposito delle antichità di Adria Picena, sostenne indigena l’italica civiltà e d’antichissimo fiore, e un popolo solo Tirreni e Pelasgi. NellaStoria di San Marino(1805) comincia dal professare di non essere «nell’opinione di coloro i quali riguardano la storia come maestra della vita e dispensiera della civile sapienza, e che anzi gli sembra dessacontraria ai felici progressi della morale, facendoci vedere sempre gli annali della virtù in confronto dei voluminosi giornali del vizio e dell’errore». La qual tesi svolse poi ne’Pensieri sull’incertezza e l’inutilità della storia, colle objezioni fatte alla nostra scienza dagli Enciclopedisti. Anche ilSaggio sopra l’arte storicadel Galeani Napione echeggia i Francesi, massime Rapin, D’Alembert, Henault.

Aurelio Bertóla da Rimini (1753-98) legò in Germania amicizia con Gessner, di cui tradusse gl’idillj; diede un saggio sulla letteratura tedesca, allora ignoratissima fra noi, una descrizione delle rive del Reno, buone favolette, e liriche dove trovò modo d’essere elegante e osceno. Col presuntuoso titolo diFilosofia della storiadisgrada Inglesi e Francesi per asserire che i metodi più sicuri sieno quelli degli Italiani, i quali per verità nè definisce nè adopera. Nel primo libro tratta delle cause, nel secondo dei mezzi, nel terzo degli effetti: e cause chiama i climi, le istituzioni, le religioni, i governi, i costumi, la politica; amplificazioni sui temi conosciuti di Machiavelli, Bodino, Montesquieu. I mezzi sono altre cause secondarie, come le guerre, il commercio, le colonie, le arti e le scienze, i caratteri, posti alla rinfusa come titoli a capitoletti composti di riflessioni vaghe. L’analisidegli effetti egli fa in cinque capitoli, le età fiorenti, le conquiste, la decadenza, le rivoluzioni, le rovine; e conchiude sulla presente perfezione de’ sistemi politici, la quale ormai assicura i popoli da ogni sovvertimento; poche riforme sol restano, e queste tranquille; ma una rivoluzione «l’Europa già più non la teme». Era l’anno 1787!

Fra’ migliori storici del secolo rimangono il già detto Bettinelli e Carlo Denina (1731-1813) da Revello in Piemonte. Avendo egli in una commedia criticato l’insegnamento gesuitico, fu sbalzato di cattedra, e con ciò messo in reputazione.Perdoniamogli leRivoluzioni di Germaniae leVicende della letteratura; ma nelleRivoluzioni d’Italiadiede la prima storia compiuta del nostro paese, mal raccontata e tutta a digressioni, pure esatta nei fatti, bastantemente arguta nel vedere le cause e le conseguenze, e meno filosofista che non portasse la moda.

Allegammo di questi scrittori abbastanza per chiarire come poco accurassero la lingua, e i Toscani stessi non conoscevano il pregio della parlata. La Crusca dormiva; l’edizione nuova, assistita dal Bottari, non migliorò dalle antecedenti se non per aggiunte. Alcuni seguitavano a spigolare ne’ classici, frivola e facile maniera d’arricchire d’inerte opulenza; dove notevoli sono leVoci italiane non registrate dalla Cruscadel Bergamini veneziano, modello e miniera dei moderni, altri de’ quali riprodussero il paradosso del Bastero, che la lingua nostra derivi dalla provenzale. Meglio il nizzardo Alberti da Villanova eseguì un dizionario, dove trovassero luogo anche le parole di scienza e quelle di arti, raccolte dalle bocche; e riuscì meno male, perchè da solo. Il Rabbi compilò iSinonimi e aggiunti italiani. Il Manni occupò tutta la vita in trascrivere e annotare classici.

Nojati dalle incertezze cagionate dal valersi d’una lingua nella quale non si pensa, molte anche persone d’ingegno e di cultura scriveano in dialetto; e forse in tutti quelli d’Italia fu scritto; il siciliano un vero poeta possedette in Giovanni Meli.

Prevalsa la francese, forestieri che adoprassero la nostra lingua non rammento; pur era coltivata ancora di fuori: Paolo Rolli stampava autori nostri in Inghilterra, dove il Baretti si lagna che troppe sconvenienze gli Italiani riproducevano; Annibale Antonini salernitano fece a Parigi un dizionario, una grammatica e molte edizioni di classici; Lodovico Bianconi, filosofo e medicobolognese, nel 1718 cominciò ad Augusta un giornale franceseNovità letterarie d’Italia; e in francese scriveano molti nostri, principalmente piemontesi.

Del resto da una parte si pretendeva la purezza consistere tutta ne’ vocaboli abburattati; da un’altra negavasi al dialetto più bello il privilegio di lingua nazionale. Alcuni dunque erano pedanti; come il Corticelli, l’Amenta, il Biscioni, il Gagliardi, il Buongiuoco, il Branda, il tirolese Vannetti. Il sanese padre Alessandro Bandiera, unici tipi del bello scrivere proponendo il Boccaccio e se stesso, presunse raffazzonar il Segneri e mostrare come avrebbe dovuto, a quella nobile facilità, surrogare frasi svenevoli e periodare contorto. Altri buttavansi al libertino, come la più parte dei Lombardi e i traduttori e gli scrittori di scienze, riconoscendo unica regola l’uso, ma quest’uso deducendo dal proprio paese ciascuno, dal parlar ibrido della società educata sui Francesi; e ripeteanocose, cose, quasi le cose potessero dirsi senza le parole. L’erudito conte Gian Francesco Napione (1748-1830), nell’Uso e pregi della lingua italiana, sconfortò i suoi Piemontesi dallo scrivere latino e francese, e dettò regole che al Cesari parvero lasse, rigide a Melchiorre Cesarotti 1730-1808. Questo professore padovano, la propria infelice pratica volle ridurre a teoriche nelSaggio sulla filosofia delle lingue, ove le dottrine di Dumarsais e De Brosses applica all’italiano, elevandosi sopra la ciurma de’ grammatici per considerare la favella in relazione coll’universo sapere; combatte quei che credono morta la nostra, e vuole la si ringiovanisca accogliendo vocaboli e forme di stranieri; perchè l’innovazione non trascenda, sia regolata da un consesso di dotti. Disastrosi suggerimenti, e rimedio meschino.

Il Cesarotti va contato fra i rinnovatori perchè osò venire alle braccia coi sommi, e credersene trionfante.Educato in molteplici studj e diverse favelle, ai circoli veneti, lasciantisi rimorchiare dalla facile coltura dei Parigini, egli infuse il gusto francese, rendendosi caposcuola coll’imitare. Dettò relazioni accademiche non nojose, con gusto giudicò i contemporanei: insensibile però alle bellezze ingenue e virili di una letteratura primitiva, tradusse Demostene con veste moderna e fronzoli pedanteschi, egli che pure aborriva le affettazioni. Non bastandogli avere di fastosa poesia rimpinzata l’atletica nudità di Omero traducendolo, volle in unaMorte d’Ettoreridurre il poeta meonio qual lo vorrebbe la colta società[271]; e guardandolo dal lato men filosofico, cioè civiltà riconoscendo solo nel raffinamento, gli attacca frivole critiche, ne ammorza le vivezze, ne mutila le sublimi audacie; torna dignitosi gli Dei, ragionevoli gli uomini; surroga la politezza all’eloquenza, il cerimoniale all’immaginazione: laonde a Roma esposero la caricatura d’un Omero vestito alla francese, con abito listato, scarpe a punta, gran parrucca, due lunghi ciondoli d’oriuolo, e in mano l’Iliade italiana. Chi vuol giudicare i sommi deve trasvolare a certe forme caduche, ed apprezzare il vero lato umano, la rivelazione della natura nostra: chè un peccato contro le convenienze storiche o etnografiche è veniale, mentre è mortale se ripugna all’indole e al cuore umano.

Meglio riuscì con Ossian, poeta caledonio contemporaneo di Caracalla, di cui Macpherson pretendea avere raccolto dalle bocche de’ montanari le rapsodie, le quali il secolo che impugnava la credibilità del Vangelo, accettò e giudicò pari a quelle d’Omero e d’Isaia, se non anche superiori. Il Cesarotti nel tradurlo potevaimpunemente sbrigliarsi, e ornare a suo modo le mediocrità dello Scozzese; e i forestieri stessi confessano ch’e’ val meglio nella versione del nostro, il quale nei confronti tra il bardo caledonio e Omero, decreta quasi sempre la palma al primo. Italia n’andò pazza, e le nostre muse gettato a spalla l’Olimpo e Imene e le Grazie, più non ripeterono che nebbie ed ombre e abeti e arpe scosse dal vento e fantastiche melanconie.

Il qual fatto rammenta le burle che agli ammiratori de’ Classici preparava Giuseppe Cades, improvvisando disegni in qualunque stile gli si chiedesse, e che poi agl’intelligenti pareano Rafaelli e Michelangeli. Anche Casanova scolaro di Mengs fece capitare a Winckelmann due suoi quadri, come scoperti ne’ contorni di Roma; ed esso li comprò per tesori antichi, e ne diè pomposa descrizione nella sua storia. Carlo III fece arrestare per ladro uno che vendeva pitture di Ercolano, le quali riscotevano la meraviglia degli antiquarj e il denaro degl’Inglesi; ma il supposto ladro provò che erano sua fattura, e di simili ne eseguì stando in prigione. Oh adoratori dell’antico!

Gaspare Gozzi 1713-86 conte veneziano, figlio della poetessa Angela Tiepolo, fratello di Carlo poeta, con sorelle poetesse, viveva in un «ospedale di poeti», circondato da angustie domestiche, viepiù cresciute quand’egli «apprese da Petrarca a innamorarsi,.... e s’ammogliò per una geniale astrazione poetica»[272]con una Bargagli, la quale recogli per unica dote campi d’Arcadia e il nome d’Irminda Partenide, e insegnava a fare versi a tre figliuole, ed ajutava il marito a comporre e tradurre, ma lasciava a capopiedi l’economia. Pertanto Gaspare fu costretto abborracciare traduzioni moltissime e disuguali; fin ponendo il proprio nome a lavorid’inesperti, e così svaporare una potenza poetica, non inferiore a verun altro, come mostrò neiSermoni. Con volto lungo, pallido, malconcio, ma aria ingenua, occhi lenti eppure significanti ingegno, guardava, rideva, e a questo modo formò l’Osservatore, serie d’articoli vivaci, che titillano l’orecchio, ma lasciano l’animo vuoto, nè tampoco ritraggono gli ultimi tempi di quella repubblica, dissipandosi in novelluccie e mariolerie generiche e scolorate. Egual indole appare ne’ moltissimi altri suoi lavori, in lingua però meglio corretta e stile sobrio e a modo: perocchè declamava contro i poeti, che insofferenti d’ogni regola, avean ridotta l’arte a una canna di bronzo applicata ad un mantice, sicchè facesse gran rumore; e richiamava alla semplicità.

L’accademia de’ Granelleschi (pag. 496) proponeasi medicare il gusto con scede villane, e col far guerra accannita al Chiari, al Goldoni, ai versi martelliani, alle affettazioni misteriose; e tanto quanto ravvivava l’amore del toscano, della vivacità, della naturalezza. Di questa han bisogno supremo e nella testura e nell’esposizione le favole, e talvolta ne hanno quelle del Pignotti, e spesso colore e grazia: ma quantunque toscano, manca d’atticismo, dà nel nuovo e nel francese, in luogo della bonarietà mette l’epigramma, oltre un’impazientante lungaggine, la sovrabbondanza d’epiteti, la monotonia dei metri. Più semplici, meno eleganti sono quelle del Bertola.

GliAnimali parlantidi Giambattista Casti (1721-1802) da Montefiascone, sono imitazione d’imitazione, sazievole come dev’essere una favola di ventisette canti, con politica da caffè e stile da improvvisatore. Così la penso io; ma è di moda l’ammirarlo. Meretricio pretaccio, portava in giro novelle da postribolo, vivaci drammi giocosi, poverissime liriche, e unPoema Tartaro, appetito per allusioni agli amorazzi e agl’intrighi di Caterina diRussia[273]. Eppure Giuseppe II l’amò, ed or l’incitava a mettere in canzone il povero re di Svezia sotto la figura di re Teodoro; ora di comporre un dramma dopo che n’avea fatto far la musica (Prima la musica poi le parole): ora rideva seco a spalle della czarina; e se qualche momento lo scherno paressegli soverchio, gli dava trecento ungheri perchè andasse a fare un viaggio, poi presto il lasciava tornare, e volealo successore al correttissimo Metastasio come poeta di Corte[274]; e il ministro Kaunitz lo metteva a fianco di suo figlio in un viaggio per Europa. Careggiato da quelli per cui la letteratura è un passatempo e il letterato un buffone, egli varcando di sala in sala, di Corte in Corte, in ciascuna cuculiava le altre, talchè infine tutti i principi se ne trovarono canzonati[275]. Quand’essi cessarono di poter pagare, ricoverò all’ombra della Repubblica francese e finì altre sudicerie, cinicamente terminando insieme di vivere e di burlare.

A contrapposto gli metteremo Gian Carlo Passeroni (1713-1802) nizzardo, eccellente prete e grossolano, che rimò capitoli a profluvio e favole, ma principalmente unaVita di Ciceronein centun canto, ove (al modo che Sterne imparò da lui) coglie ogni appiglio per digredire sui costumi, con lingua sempre facile e corretta, e una bonomia che lo fa caro, per quanto la schiettezza discingasi in inurbanità e la scorrevolezza in una spensata verbosità, che toglie punta alla satira, sapore ai sali.

Ed altri s’arrabbattavano per isfangarsi col mettersi sopra orme altrui. Giovanni Fantoni di Fivizzano (1755-1807), arcadicamente Labindo, si fece oraziano fin ne’ metri e nelle frasi, bizzarramente mescolandovi concetti e modi ossianeschi; perchè Flacco imprecò ai primi naviganti, ed egli a quei che tentavano «l’inviolabile regno dei fulmini»; applause a Rodney, a Vernon, ad Elliot ammiragli inglesi, a Washington che «copre dai materni sdegni l’americana libertà nascente»; sentì che i guaj d’Italia venivano dalla scostumata sonnolenza; promette, se «il turbo errante delle guerre transalpine dal sabaudico confine minacciando scenderà», volere nuovo Alceo «difender dai tiranni la tremante libertà»; le ultime odi dedicò «a coloro il cui nome e le cui mani non si contaminarono nell’ultimo decennio del secolo XVIII».

Degl’Inglesi al contrario si rifece Angelo Mazza parmigiano (1741-1817), che, come lui, tocca i fatti moderni, sfugge la negligenza frugoniana e l’ostentato barbarismo, sfoggiando dottrine per cantare Dio, l’anima, l’armonia, e creandosi difficoltà pel gusto di superarle, come nelle stanze sdrucciole ove gli rimase il primato; e drappeggiandosi nelle circonlocuzioni, si sostiene in un’elevatezza che dà nell’oscuro e somiglia a nobiltà. Gli fusero una medaglia col titolo diHomero viventi, e da se medesimo assicuravasi l’immortalità. A scuola miglioresi nutrì Lorenzo Mascheroni (1750-1800), matematico, che invitando a visitare il museo di Pavia la poetessa Suardi, fra gli arcadi Lesbia Cidonia, formò il migliore de’ tanti poemi descrittivi e didattici d’allora.

In un secolo fiacco, le migliori poesie sono le satiriche, la più potente ispirazione venne da sdegno. Già indicammo i sermoni fieri di Settano e i placidi del Gozzi. Ne fece alcuni sentiti ed espressi robustamente Giuseppe Zanoja d’Omegna, secretario all’Accademia di belle arti milanese. Angelo d’Elci nato a Firenze «ove penuria ha splendide apparenze», visse in molte città, poi al rompere delle rivoluzioni ricoverò a Vienna e v’ebbe ricche nozze e tomba, e a Firenze regalò una preziosa raccolta d’edizioni. Satireggiò con robusto andamento, ma epigrammatico e sconnesso; vuol terminare l’ottava con arguzie; per istudio di brevità riesce oscuro: poco si legge perchè sopravvisse ai costumi che avea beffati, e ci par migliore nelle satire latine.

Più alta lode v’acquistò Giuseppe Parini (1729-99), abate milanese, che fastidendo la smorfiosa eleganza, la scipita scorrevolezza, l’inacquata facilità de’ contemporanei, si fece superbo, dignitoso, stringato; ove passando misura, dal leggiadro va nel contorto, dal nobile nell’insolito, e di latinismi e di perifrasi ed artifizj annuvola sentimenti destinati alla moltitudine. Ma fu forse il primo da Dante in poi, che di proposito assumesse di togliere la poesia dalle corruttrici futilità, per renderla coadjutrice all’incivilimento, espressione della società, banditrice degli oracoli del tempo. Ad ogni sua ode prefigge uno scopo sociale; più ancora alGiorno, ove ironicamente descrive la vita effeminata dei giovani signori lombardi, raffacciandovi l’eguaglianza naturale degli uomini, il rispetto dovuto ai servi e alle arti utili. Non era di que’ mediocri che lasciano l’arte al punto dove la trovano; e quando il Baretti lesse que’ versi, confessò gli faceano vincerela sua antipatia per gli sciolti; e il Frugoni esclamò: — Perdio! mi davo a intendere d’esser maestro, e mi accorgo che non sono tampoco scolaro». Infatto il Frugoni trattava di vena qualunque argomento gli si affacciasse; e finito lo strimpello della sua lira, metteva nel dimenticatojo e il soggetto e il modo con cui l’avea trattato. Al Parini era mestieri di lunga meditazione, stento paziente, anni di riposo; e mentre i primi suoi getti sono meschinità, che solo un improvvido editore potè voler recare in luce, col ritoccare e soprattutto levare giungeva a quella perfezione che tanto lo avvicina a Virgilio.

E collo stento pure e collo sdegno arrivò a grandezza Vittorio Alfieri (1749-1803) conte astigiano. Il bisogno di vedere gli atti e le relazioni della vita umana atteggiati ai nostri occhi da personaggi, diede origine alla drammatica; ma il rappresentare un conflitto d’accidenti e passioni e caratteri, che produca azione e riazione, viluppo poi catastrofe, costituisce il sommo dell’arte in un’adulta civiltà. Se fa parodia del presente, è commedia: se offre l’uomo d’altri tempi alle prese colla sventura, è tragedia; degna soltanto allorchè s’addentra nella natura umana e nel governo provvidenziale del mondo.

Primi i Greci intesero la distinzione del tragico dal comico, e come l’essenza ne sia costituita dal diritto morale della coscienza, e dalle facoltà che determinano il volere umano e l’azione individuale. Nella loro tragedia i personaggi, fusi d’un pezzo come bronzo, operano in virtù della propria indole, non in vista di merito o di vizio; e il coro esprime la coscienza morale nel carattere più elevato, che rifugge ogni falso conflitto, e cerca un esito alla lotta.

I nostri Cinquecentisti poco conobbero di quei sommi, e s’attennero piuttosto a Seneca, misero espositore di massime esagerate in versi affettatamente concisi o inazioni assurdamente atroci. Nessun genio qui nuova via aperse, ma collo studio e coll’imitazione si arrivò fino allaMerope, ove Scipione Maffei mostra intelligenza dell’antichità, orditura semplice, esposizione pura. La varietà degli studj impedì l’autore da quella perfezione di forme, che perpetua le opere; Voltaire lo felicitava come il Varrone e il Sofocle d’Italia; e intanto per gelosia sotto finto nome ne pubblicava una virulenta censura. Le altre tragedie del secolo, non escluse quelle del Conti, appena meritano ricordo, e sol come tentativo non va dimenticato ilGaleazzo Sforzadi Alessandro Verri, che osò spastojarsi dalle regole classiche per accostarsi a maggiore imitazione della natura, qual sogliono Spagnuoli e Inglesi.

Vanno classificati a parte i teatri de’ Gesuiti, che in ciascun collegio aveano un repertorio con tragedia, commedia, opera, ballo, dialoghi, rappresentati dagli alunni stessi. N’erano esclusi l’amore e gli altri sentimenti pericolosi, e fin le donne; per lo più sacri i soggetti; il che poteva avviare quella riforma, cui dovrà pur giungere il teatro, di non stimolare le passioni, ma chetarle e dirigerle. Le tragedie latine di Bernardino Stefanio della Sabina gesuita, levarono gran rumore come fossero un rinnovamento di questo genere, e se n’ha a stampa ilCristo, laFlavia, laSinforosa[276]. Oltre le italiane del padre Granelli, e l’Eustachiodel bresciano padre Palazzi, e laSara in Egittodel padre Ringhieri, sette di Giuseppe Carpani romano furono ristampate più volte. Il Paciaudi, reggendo l’Università di Parma, vi avea ridesto l’uso di recitare in latino, e si rappresentarono ilTrinummusdi Plauto, leNubidi Aristofane, imitate dal Martirano, e ilCristodello stesso Martirano, che si trovò moltosconveniente. Ivi pure si era cercato restaurare il teatro coll’istituire un premio; ma non l’ottennero che mediocri, poi s’interruppe fino al 1787, quando fu data la medaglia al Monti per l’Aristodemo, con un viglietto di mano del duca.

Alfieri, educato nell’indipendenza d’un ricco, con istudj saltellanti, consuma la gioventù negli errori d’uomo non ordinario che ancora non ha trovato ove fissarsi; e poichè all’attività sua nè la patria nè i tempi offrivano sfogo, s’appassiona per la libertà, ma non di un culto serio che accetta grandi abnegazioni, bensì declamatrice, convulsa negli atti, nel fondo astratta quale allora si predicava, e unita a tutte le passioni e le debolezze aristocratiche. Ai servi, al secretario non parlava mai che per cenni; facile a strapazzate e calci, che poi riparava con denaro. Sol tardi, fra le dame e i cavalli volle anche la distrazione dello scrivere, e piegò di preferenza alla tragedia. Non ne sapeva se non quanto avea visto sui teatri, non conosceva nè gli Spagnuoli, nè i due grandi tedeschi suoi contemporanei, e appena Shakspeare dalla cattiva traduzione francese, cui ammirò e dimenticò per restareoriginale. A sentirlo, non conosceva nemmeno i capolavori francesi; eppure è affatto francese nella forma, nel cercare la purezza fin a rischio della monotonia, nel rattenere l’immaginazione da ogni volo romantico, nel fare retoriche le passioni: se non che, invece della monarchia, egli idolatra la repubblica.

Già innanzi negli anni s’applicò al greco per vedere i classici nell’originale[277], dai quali però quanto scostossi! Lo stile dei Greci è ingenuo, il suo tutt’arte edenfasi; per essi l’intreccio è il mezzo onde manifestare i caratteri e i costumi, per lui è il fine; mancano anch’essi di complicazioni, ma vi suppliscono colla varietà degli accessorj e colla ricchezza delle particolarità. La conoscenza dell’uomo vero, la filosofia, il gusto, la misura, che primeggiano ne’ Greci, maestri di vera semplicità e vera grandezza, mancano all’Alfieri: il dialogo di lui non ha mai l’agevole movimento, nè l’abbandono somigliante alla natura, quale nei Greci: questi vanno scuciti nell’orditura, egli sempre artatamente concatenato: in quelli tutto vive e si muove, in lui il meccanismo talmente si complica da arrestare l’azione per non lasciar luogo che alle parole. Mentre gli eroi dei Greci non sono mai indecisi, operando pel proprio carattere o per la fatalità, l’Alfieri s’accostò ai Francesi facendoli abbondare di parole, invece di quel che costituisce il dramma, cioè la vita operosa: quel patetico che deve svolgersi nella rappresentazione dei caratteri, invano gli si cercherebbe; vagheggia l’ideale al punto di cadere nell’astratto, e lo riduce alla soppressione del vero; e in luogo di personaggi reali, misti di vizj e di virtù, colle passioni dell’uomo in generale, e de’ tempi e di loro in particolare, non trovi sempre che l’autore, eroi senza antitesi, senza esitanze, senza gradazione, tutti d’un pezzo: un tipo di tiranno, di donna, di sacerdote, di marito, comune a tutte le età e le nazioni. Come la sua scena è indeterminata a segno da crederla ora piazza comune, ora gabinetto recondito, così generiche sono le tinte, nè Cosimo personeggia altrimenti che Creonte, nè la Pazzi che Antigone o Micol, senza la varietà delle gradazioni che fa difficile il dipingere le donne: la concisione stessa, la vulgare forzadelle interjezioni è un’infedeltà, esprimendosi con essa tanto il taciturno Filippo II, quanto il garrulo Seneca.

Porlo a ragguaglio di Shakspeare varrebbe paragonare una formola algebrica colla persona viva: ma anche i suoi contemporanei Schiller e Göthe per dotta intelligenza penetrano nell’anima e ne’ tempi; egli, troppo scarso erudito per conoscerli, troppo rigido per potere conformarsi all’indole dei secoli e degli uomini, dalla storia non toglie a prestanza che nomi, poi personaggi e avvenimenti cola entro un modello uniforme, non mai pensando fare della tragedia nè il ritratto di un tempo, nè lo svolgimento d’una passione.

Eppure que’ Francesi, dai quali avea dedotto e i pensamenti e l’arte, esso li sprezza ed esecra[278]; sprezza Rousseau, benchè lo copii; sprezza i predecessori; sprezza l’Italia; sprezza i filosofi e gl’increduli, non meno che i devoti e gl’ignoranti; sprezza la nobiltà donde usciva e la plebe da cui aborriva; sprezza i re e il pubblico, mentre degli uni e degli altri sollecita il favore. Ogni passione in lui si converte in rabbia, rabbia di studio, rabbia di libertà, rabbia d’amore; e dal disprezzo e dalla bile attinge un’energia, così opposta alla fiacchezza laudativa del suo tempo, che parve originalità.

E l’originalità sua fu tutta critica; vedere i vizj del suo tempo, e volervi dare di cozzo. Perchè si sdilinquiva alla soavità di Metastasio e ai lezj de’ Frugoniani, egli si fece aspro, epigrammatico, rotto, inelegante, di ferro (come diceva) dove gli altri erano di polenta. Perchè nei Francesi tutto era eleganza d’espressione,arguzia di concetti, lusso di poesia, raffinata galanteria, insipida abbondanza, futile ricerca del naturale, esso vi oppose una nudità gladiatoria, un assoluto rigore di volontà; e alle loro cortigianerie di parole e di sentimenti un odio de’ tiranni che si rivela fin nello stile, con tanta retorica e sì poca precisione. Perchè gl’Inglesi mettono il triviale accanto al sublime, egli non devierà mai una linea dalla dignità. — Volli, volli sempre, fortissimamente volli» dic’egli[279]: ma che un genio tutto collera e dispetti e disordinata vita s’imponesse lavori freddi, simmetrici, spogli d’azione, sarebbe inesplicabile ove non si conoscesse che è una passione anche l’andare a ritroso. Si direbbe che considera le barriere come appoggi, onde si piace a moltiplicarle; ripone merito nell’assoggettarsi a tutte le regole; non ha il bisogno d’esplorare soggetti nuovi, ma piglia i già trattati, col proposito di correggerne i difetti; le riforme riduce a negazioni, vantando che non introduce personaggi in ascolto, non ombre visibili, non tuoni o lampi o agnizioni per mezzo di viglietti, di croci, di spade, non gli altri mezzucci soliti; ma gli accade come a molti, di prendere per difetto le qualità che non possiede.

In fatto la tragedia ridusse a scheletro; non mai dipingere, non mai per amore di bellezza divagare dalla rigida unità, per la quale egli non intendeva il convergere de’ fatti e de’ sentimenti molteplici; bensì ad un proposto fine spingersi come s’una strada ferrata, senz’arrestarsi a un bel prospetto o a cogliere un fiore. — La mia maniera in quest’arte (dic’egli), e spesso malgrado mio la mia natura imperiosamente lo vuole, è sempre di camminare quanto so a gran passi verso il fine; onde tutto quello che non è necessarissimo,ancorchè potesse riuscire di sommo effetto, non ve lo posso assolutamente inserire». L’innovamento suo si ridusse dunque ad escludere gli accessorj della tragedia francese, nulla surrogandovi però. I confidenti e gli attori secondarj, operanti per devozione verso i loro principali, anzichè per sentimento proprio, e scoloriti perchè riflesso altrui, e’ gli sbandì[280]; ma i personaggi suoi fanno le loro confidenze al pubblico ne’ soliloquj. Ridotti a pochissimi[281], eliminato ogni episodio, sono costretti alla verbosità, ad analizzare se stessi, e rivelare i proprj sentimenti quand’anche si tratti di profondi dissimulatori, come Filippo II, Nerone che «parea creato per nascondere l’odio sotto il velo delle carezze» (Tacito); a dire quello che faranno, invece di farlo attualmente alla guisa de’ tragici tedeschi e spagnuoli.

E sull’arte si arrestano i giudizj che delle sue tragedie danno sì egli, sì qualche critico: fra’ quali possono ancora leggersi e il Capacelli abile nella scena, e il Calsabigi che conosceva il teatro greco, inglese e francese, senza perciò elevarsi a riflessi generali, e de’ costui consigli si giovò l’Alfieri, il quale tre volte variò maniera, segno che non aveva ben divisata la sua via; ciascun’opera sua fece e rifece, perchè non lancio di genio, ma fatica di critica; il Filippo schizzò in francese «per la quasi totale dimenticanza dell’italiano, mal saputo dapprima»; poi tradusse in prosa italiana, poi verseggiò rifacendolo ben quattro volte, infine stampollo,poi lo ricorresse di nuovo, fin tre e quattro volte modificando un verso.

Pari fatica adoprò attorno alla forma di ciascuna: ma «chi ha osservato l’ossatura d’una delle mie tragedie (dic’egli) le ha quasi tutte osservate. Il primo atto brevissimo; il protagonista per lo più non messo sul palco che al secondo; nessun incidente, molto dialogo; pochi quart’atti; dei vuoti qua e là nell’azione, i quali l’autore crede d’avere riempiti o nascosti con sua certa passione di dialogo; i quinti atti strabrevi, rapidissimi, e per lo più tutti azione e spettacolo; i morenti brevissimo favellanti; ecco in iscorcio l’andamento similissimo di tutte queste tragedie».

Come è poi orribile il mondo ch’egli dipinge! catastrofi sempre spaventose, tiranni che l’inferno non vomitò i peggiori, ribaldi che tali si professano. Solo la fatalità, cioè la punizione irreparabile d’un Dio, può far tollerare sulla scena greca alcuni fatti, ripugnanti dalla moderna, come una fanciulla invaghita del proprio padre, o il padre che sacrifica la figlia, o la madre che i figliuoli trucida. Quanto alla tragedia romana, sebbene nellaVirginiae nei dueBrutiabbia osato introdurre il popolo, dovette ricorrere a passioni personali ed esagerate per destare quell’interesse che un’enfasi vulgare e una nobiltà fittizia non poteano trarre dalle pubbliche. E anche nelle private non deriva che dal contrasto: ora come concederlo a una Rosmunda, nelle sue brutali passioni non arrestata da delitto o turpitudine nessuna? e come reggere a quei cinque atti di continuo furore?[282]. Nello scopo allora vulgare divilipendere i papi, le declamazioni dellaCongiura dei Pazzidicono meno che non la nuda storia di quel fatto. Il suo confessarsi inetto a soggetti moderni ritorna alla necessità che in questi v’è di particolareggiare, e togliersi dalla generalità che negli antichi è permessa dalla lontananza. E appunto ilSaulsorvola agli altri suoi drammi, perchè il poeta non isdegnò scendere alle specialità del popolo ebreo, e avventurarsi a quel fare lirico, da cui altrove inorridisce.

Ben disse egli dunque d’avere piuttostodisinventatoche inventato; diede all’Italia un teatro nuovo, ma non nazionale: eppur sempre piace, perchè vi regna quel che manca a’ suoi contemporanei, l’emozione; piace viepiù recitato, perchè l’attore può introdurvi il sentimento della verità istorica e umana che manca all’autore, e colle pause e coll’espressione del viso infondervi torrenti di poesia, di cui sono poco più che accenno le parole di lui. Poi la tragedia d’Alfieri non è puramente letteraria; v’è il fermo proposito di gittare razzi fra la letteratura, sopita in grembo a molle eleganza; v’è la politica, ingrediente insolito fin allora; e a lui vorrà tenersi conto dell’avere incessantemente parlato d’Italia, d’aver voluto fare la scena ispiratrice di magnanimi sentimenti; sicchè, come scriveva il Calsabigi, «gli uomini debbano imparare in teatro ad essere liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d’ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei proprj diritti, e in tutte le passioni loro ardenti, retti, magnanimi».

Se non che sprezzando il suo secolo, egli ricorse al passato; egli, contemporaneo di Washington, vide solo Bruto e Timoleone, non istudiando i progressi nè i bisogni della società moderna; fomenta gli astj che non producono se non ruine; fa esecrare la servitù, piuttosto che amare la libertà; rintuzza ogni sensibilità, trannel’abbominio pe’ tiranni, sui quali, non già sul popolo, concentra l’attenzione.

Fa sempre effetto una riazione decisa. Fra la pompa sfolgorante dei teatri dell’Opera, ove gli eroi di Metastasio comparivano cinti da gran corteo per cantare arie lunghe, facili, molli, tutteidol mioeinique stelleeabisso di pene, ove si vedea sempre la languida virtù trionfare sul vizio incredibile, ecco l’Alfieri mostrare una scena nuda, unica, pochissimi attori, tutti accigliati e convulsi, che parlando a monosillabi svilupperanno un’azione, terminata impreteribilmente fra ventiquattro ore, e dove non la virtù, non il vizio trionfano, ma una inconscia malvagità della razza umana e della civile società. In contraddizione poi alle commedie, egli mostrava un’altra vita che quella de’ cicisbei o del caffè, altro eroismo che il battersi in duello o il perdere intrepidamente un patrimonio al faraone; i pregiudizj restavano scandolezzati, scosse le credenze, le corone offuscate dall’alito della sua collera; e tutto ciò contribuiva a farlo scopo dell’attenzione. Applausi furibondi alzavansi in udire da Antigone,


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