87.Perfino il marchese Gorani che andava a cercar espresso lo scandalo in ogni atto dei principi e dei preti, e che non s’esaurisce in bestemmiar i Gesuiti, nega affatto l’avvelenamento di papa Ganganelli, mentre ne descrive a minuto i delirj.88.«La maggior parte dei cardinali che non erano stati consultati, e della nobiltà romana affezionata ai Gesuiti, attestarono una gioja poco decente, e un odio ingiusto o troppo violento. Le satire, che in tali circostanze inondano il pubblico, son più crudeli e atroci qui che altrove, perchè il fanatismo di Roma è in questo momento al sommo grado», così scriveva il cardinale Bernis, ap.Theiner, vol.II. p. 516. Il quale Theiner parla d’insulti fatti alla memoria di quel papa: «Il cardinale De Bernis fu obbligato a tenere a proprie spese una guardia secreta, che giorno e notte vegliasse attorno al catafalco per prevenire gli scandali...; noi abbiam avuto la pazienza di leggere quelle satire, che sono molte centinaja, e dobbiam convenire che passano in impudenza e grossolanità quelle che mai fossero fatte contro Gesuiti»; p. 521. Fu scritto anche in difesa di lui, e qualcuno, noveratine i meriti, conchiudeva:E pur morii di morte aspra e spietata,E Roma applaude al doloroso evento;O mercede inumana! o Roma ingrata!Il difensore non ferisce meno dell’offensore.89.«Giona, benchè buttato in mare, si salvò nei ventre della balena. Bisogna aspettarsi che molti cardinali, nel futuro conclave, faranno i più grandi sforzi per eleggere un papa abbastanza ardito da ristabilir la Società, senza temere i torbidi e le dissensioni che si rinnoverebbero, e senza fermarsi all’idea d’un nuovo sovvertimento generale». Dispaccio del Bernis, ap.Theiner, vol.II. p. 511.Sul Ricci vedansi i mieiItaliani illustri.90.Duller,Storia del popolo tedesco.91.Bolla 7 agosto 1814,Sollicitudo omnium ecclesiarum.92.Chi non vuol impelagarsi entro scritture mistiche, oscure, bizzarre, può informarsi di quel soggetto nelMistero dell’amor platonico del medioevo, derivato da’ misteri antichi, opera in 5 volumi di Gabriele Rossetti, Londra 1840. Tutto si appoggia sopra l’esistenza di società secrete, in cui si conservarono per tradizione i misteri antichi; e gran parte vi è fatta alla massoneria, ricevendone sul serio fin le puerilità e il gergo. Principalmente se ne parla nel vol.III. cap. 2.93.NelCode de la nature, ou véritable esprit des lois de tous temps négligé ou méconnu; Partout, chez le Vrai Sage, non solo viene impugnata la religione, ma anche la proprietà, sostenendo che da questa derivano tutte le colpe. I nostri economisti bevvero queste esagerazioni.94.Carli,Saggio d’economia politica sulla Toscana.95.«Noi diciamo male de’ Barbari nello stordimento in cui siamo pel nostro immenso lusso; nondimeno v’ha de’ selvaggi, che ci potrebbero dar lezioni di giustizia, di costume, di felicità. Tra gli Apalaschiti non vi ha metalli, non si conosce proprietà di fondi, vi si coltiva con i legni e colle pietre in comune, si raccoglie in comune, si deposita il ricolto in pubblici magazzini, si distribuisce alle famiglie a proporzione de’ bisogni... Vi si vive al di là di cento anni, e sempre tra cuori lieti, festevoli, aperti, candidi».Valore delle cose e fatiche, cap. 1, nota.96.Il marchese Gorani adduce una quantità d’aneddoti sull’abate Galiani, e conchiude: — Era l’uomo più ingegnoso delle Due Sicilie, ma il più scostumato. Tutto pareagli permesso, purchè la riuscita il giustificasse. Divenuto spensierato, non esisteva più che per soddisfare le sue inclinazioni. Era persuaso che gli uomini non meritavano la fatica d’occuparsi della loro felicità. I suoi emolumenti ascendeano a ventisettemila franchi, senza le eventualità; eppure trovavasi spesso alle strette, per le grandi spese della sua casa, della biblioteca e della fantasia. Ne’ consigli era sempre pel despotismo, e nessuno amò quanto lui il governo arbitrario. Era geloso e invido; non avrebbe sofferto si dicesse che un solo regnicolo s’avvicinasse al suo merito. Mai non fu amico d’un napoletano in cui potesse temer un rivale; era il nemico nato di qualunque suo compatrioto cercasse distinguersi».Mémoires secrets sur les Cours de l’Italie.97.Molte opere d’architettura militare di frà Vincenzo Chiapetti perugino trovansi manoscritte a Parma.98.Mostrava che dallo Stato uscissero nove milioni più che non se n’importasse. In un secolo si sarebbero dunque perduti novecento milioni! Il marchese Carpani gli oppose un altro bilancio, dove assicurava al commercio milanese l’attività di undici milioni. Tanto sono poco attendibili siffatti lavori. A Kaunitz spiacque il libro del Verri, volea lo avesse mandato privatamente al Governo, ben meritando di questo, anzichè farsi compatire dal pubblico. Deputato poi dalla Giunta a fare un bilancio meno aereo, il Verri pretese ancora trovare la passività di un milione e mezzo.99.Meditazioni, §XXII.100.Come il Verri de’ Milanesi, così l’Affò lagnavasi dei Parmigiani, e a frà Luca da Carpi scriveva il 18 giugno 1782: — Tutti sanno dire, niuno sa fare. Bisogna scoraggiarsi per forza, e troncar sovente per disperazione il corso de’ proprj studj... Lo credereste? Sono tre anni che vo cercando le notizie degli scrittori nostri; e, fuor di uno o due, non ho trovato un cane che mi abbia somministrato notizie qui in Parma, quand’io, povero diavolo, ho fatto il viaggio a Roma a tal fine ecc.». E al Bettinelli il 9 marzo 1790: — Ella ha dunque veduto il primo tomo de’ mieiletterati, e me lo collauda per sua gentilezza, come pur si fa da molte parti. Qui non si trovano quattro Cristiani che l’abbiano guardato, e da nove mesi forse che è fuori, mi sento ancora domandare da molti se è poi vero che lavori io dietro le cose di Parma. Può credere con qual gusto io possa proseguire. È vero che mi trovo compensato dal giudizio degli estranei; ma è una gran pena il vedere tanta stupidità ne’ domestici... dovendo io metter in torchio la mia storia di Parma, che neppur essa si leggerà». Ap.Pezzana,Vita dell’Affò, pag. 181.101.Il fatto è riferito da un gran lodatore delle cose venete, il Cicogna,Iscrizioni veneziane, tom.III. p. 275,S. Apollinare.102.Cum agitur de delicto puniendo, lata interpretatio sumi debet, diceMenochio,Quæst.69, nº 24. Vedi pureQuæst.86, nº 8; eFarinacio,Consilia, 25, nº 14; eBodino,Respublica, lib.III. c. 3.103.Humiliores in metallum damnantur, honestiores in exilium mittuntur.Paolo,Dig.38De pœnis.104.Giulio Claro,Quæst.60, nº 24:Farinacio,Quæst.98, nº 98, 102, 105.105.Già nel 1671 il magistrato di Vienna propose e l’imperatore Leopoldo decretò una casa di correzione, ove collocare ben separate le donne pervertite, i figli disobbedienti, gli accattoni irrequieti, e l’altre persone disutili, per trattenerle in continuo lavoro. L’anno prima, essendo preside al senato l’Arese, a Milano erasi proposta una casa di lavoro pei poveri e correzione pei discoli; ma non fu attuata che nel 1758, aperta nel 1766. V’erano cenquaranta celle separate, di cui venticinque per le donne, venti pei ragazzi; e conoscendo qual supplizio fosse la solitudine, furono riservate a quei che prima mandavansi alle galee di Venezia, stabilendo che un giorno scontasse due di condanna.106.Il padre Labat dice che in Italia, oltre la forca, usavano la mazzuola e la mannaja. Colla prima, messo il condannato sul patibolo con mani, piedi e ginocchia legate e gli occhi bendati, il boja gli dava d’un maglio sul capo, e così stordito lo sgozzava. La mannaja era un telajo, coi lati scanalati, entro cui scivolava un ceppo pesante, con un fendente, che lasciato cascare sul collo del paziente, gli facea saltar la testa (Voyage en Italie, 1730, tom.VII. p. 21). Questo ordigno non era nuovo, giacchè Jean d’Autun, biografo di Luigi XII, al 1507 racconta che Demetrio Giustiniani genovese, condannato a morte per ribelle, montò sul palco, si pose a ginocchio e stese il collo: il boja prese una corda cui era attaccato un grosso ceppo finito con un fendente, che scivolava fra due travi, e tirò la corda in modo che il ceppo tagliente cascò fra la testa e le spalle del Genovese, e la testa andò da una parte, il corpo dall’altra. Non era dunque novità la ghigliottina, anzi tale supplizio è disegnato nelleSymbolicæ quæstiones de universo generedi Achille Bocchi, 1555.107.Beccaria,Proemio.108.Je regarde(dice Brissot)ce traité comme la base des travaux faits sur cette partie. C’est, sans contredit, le premier livre philosophique qui ait paru dans ce genre. E nelleNouvelles de la république des lettres(Berna 6 luglio 1781):Le traitéDei delitti e delle penea le premier ouvert les yeux sur les abus des lois pénales. Di rimpatto Muyart de Vouglans, nella Confutazione del 1766, diceva:Que penser d’un auteur qui prétend élever son système sur les débris de toutes les notions qui ont été reçues jusqu’ici; qui, pour l’accréditer, fait le procès de toutes les nations policées, qui n’épargne ni les législateurs, ni les magistrats, ni les jurisconsultes?... E Jousse, nelTraité de justice criminelledel 1770:Le traitéDes délits et des peines, au lieu de répandre quelque jour sur la matière des crimes, et sur la manière dont il doivent être punis, tend, au contraire, à établir un systême des plus dangereux et des idées nouvelles qui, si elles étaient adoptées, n’iraient à rien moins qu’à renverser les lois reçues jusqu’ici par les nations les plus policées.109.Rousseau e l’Espritd’Elvezio sono i libri su cui più si formarono i nostri. Di Rousseau tace il Beccaria, perchè questo era in urta cogli Enciclopedisti. Quanto ad Elvezio, il Morellet ne muove rimprovero ai nostri, scrivendo nel cap.IIIdelle sueMemorie: Les Italiens, parmi lesquels je vivais, ne s’en occupaient pas encore, quoique ce fût le pays de l’Europe où cet ouvrage devait avoir le plus de succès, et a fini par l’obtenir; car de tous les Européens, ceux qui estiment moins l’humanité sont, sans contredit, les Italiens, qui, en général, ne croient pas assez à la vertu, et qui disent presque tous dès vingt ans le mot de Brutus, qu’il ne faut dire comme lui qu’en mourant: O vertu, tu n’es qu’un vain nom.Chi sa cosa significasse virtù fra gli Enciclopedisti, coglierà la portata di questo rimprovero a gente che curava gliuomini, non l’umanità.110.Platone nelGorgia.111.Giustiniano,Nov.XVII. cap. 5:Cum vehementia corrige, ut paucorum supplicium alios omnes faciat salvos; Nov.XXX. cap. 11:Acerbe punito, ut paucorum hominum supplicio omnes reliquos continuo castiges; e lib.XXXI. Dig.Depos.: Ut exemplo aliis ad deterrenda maleficia sit. Pure Paolo dice chePœna constituitur in emendationem hominum; leg. 20. Dig.De pœnis. Ma sant’Agostino posava:Pœna proprie dicitur læsio quæ punit et vindicat quod quisque commisit; Can. 4. quæst. 3. dist. 3. cas. 33.112.«La morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze del buono, dell’utile, del bello, derivano tutte da una scienza sola e primitiva, cioè la scienza dell’uomo; nè è sperabile che gli uomini giammai facciano in quella profondi e rapidi progressi, se non s’internano a rintracciare i primitivi principj di questa; oltre di che, non è possibile che ricercando le verità politiche ed economiche nella natura dell’uomo,la quale ne è la vera fonte».Ricerche sullo stile.113.Gli argomenti di lui contro la pena di morte sono gli identici di Rousseau, e vennero confutati da Kant, il quale, movendo da tutt’altro principio che i teologi, pure anch’esso desume il diritto di punire da leggi morali e dalla responsabilità umana; e si propone per iscopo non il prevenire altri delitti, ma la soddisfazione della giustizia, e la riparazione ed espiazione della colpa. Nella traduzione del Beccaria per Collin de Plancy, 1823, sono recati tutti i commenti di Voltaire, Diderot, ecc.Questi ultimi anni, furono assai controversi i meriti del Beccaria, e i lavori antecedenti possono vedersi riepilogati nel discorso di Faustino Hélie, anteposto all’edizione di Parigi 1856, il quale sostiene che Beccaria non solo sbrattò dalle false teorie, ma preparò i materiali a una nuova, che combinasse le due scuole opposte.(Il Cantù ne trattò a pieno nel libroBeccaria e il Diritto penale). (Gli Editori)114.Ecco un altro canone, esagerato per impedir l’abuso che se ne faceva, e inapplicabile coll’inesattezza del linguaggio. Puramente dichiarativa diremo l’interpretazione in quanto nè toglie nè aggiunge ai testi, ma le compete di dichiarare il senso virtualmente compresovi, a seconda dello spirito del codice tutto, delle disposizioni analoghe, del valore delle parole adoperate.115.«Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i proprj sentimenti, e coll’uso di nasconderli altrui, arrivano a nasconderli a se medesimi... E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati, difensori della patria e del trono?... Chi può difendersi dalla calunnia quando ella è armata dal più forte scudo della tirannia, il segreto? Qual sorte di governo è mai quello, ove chi regge sospetta in ogni suo suddito un nemico, ed è costretto, pel pubblico riposo, di toglierlo a ciascuno?» §IX.116.E se la natura de’ processi condannasse uno ad evidenza innocente? o si scoprisse tale dopo proferita la sentenza? o egli mostrasse pentimento e certezza d’emenda? o riuscisse a far un’azione di sommo vantaggio sociale o merito morale?117.Di tale noncuranza della famiglia, oltre le dottrine d’Elvezio, han colpa in parte i casi di lui. Invaghitosi di Teresa De Blasco, men ricca di lui, suo padre volle distornelo col farlo tenere quaranta giorni in arresto. Uscitone, egli la sposò, ma non potè condurla in casa finchè non fu madre. Morta lei, Cesare dopo quaranta giorni si rammogliò con Anna Barbò. Anche nel Verri ricorrono spesso questi lamenti della tirannide paterna, che teneva i figli nella povertà e nell’ignoranza per non esserne soverchiati.Non posso accettar le discolpe che vuol farne Camillo Ugoni (Della letteratura italiana, vol.II. p. 205; 1856): quell’articolo è de’ suoi più deboli.118.Tutt’all’opposto, il Genovesi scriveva: — Un tratto della Provvidenza divina è l’aver voluto che gli uomini dipendano gli uni dagli altri, e che vi sia prima tra famiglia e famiglia, poi tra villaggio e villaggio, tra città e città, tra nazione e nazione uno scambievole legame di perpetuo interesse». Ma è notevole che il Beccaria stesso ammette questa solidarietà del genere umano, dicendo al cap.IV, part.IIdell’Economia: — Fino ad un certo segno una nazione può prosperare a spese d’un’altra; ma al di là, la vera prosperità nostra produce la prosperità altrui, non essendo data agli uomini un’esclusiva felicità o miseria; chiaro indizio d’una secreta comunione di cose e d’una non intesa fratellanza, voluta dalla natura fra il genere umano, dalla quale la più profonda filosofia travede che i varj nostri interessi hanno una totale ed ultima dipendenza dalla virtù: onde sì belle contemplazioni possono elevar l’animo nostro dalle piccole e servili viste del privato interesse, nelle serene e tranquille regioni della giustizia e della benficenza». E l’uno e l’altro poi si contraddicono nell’applicazione, dai canoni di libertà e fratellanza deducendo vincoli ed esclusioni.119.Luigi Bonaparte, presidente della repubblica francese, l’11 novembre 1849.120.«Sola la patria ha diritto d’allevare i suoi figli. Essa non può confidare questo deposito all’orgoglio delle famiglie nè ai pregiudizj de’ particolari, eterno alimento dell’aristocrazia e d’un federalismo domestico che restringe le anime isolandole, e coll’eguaglianza distrugge tutt’i fondamenti della società».Robespierre, il 7 marzo 1794.121.Il nome degli scrittori, italiani tutti, che aveano promesso coadjuvarlo, è un buon prospetto della letteratura nel 1779. Eccoli:Classe matematicaMatematiche pure:Lagrangia, Malfatti di Ferrara, Lorgna, abate Cavina.Meccanica:Abate Nicolai.Idrostatica:Canonico Pio Fantoni, Rovatti professore di Ferrara.Nautica e architettura militare:Stratico professore di Padova.Astronomia:Paolo Frisi.Classe fisicaStoria naturale:Spallanzani professore di Pavia, Monti Gaetano di Bologna.Botanica:Monsignor Cornaro vescovo di Vicenza, Marsigli professore di Padova.Fisica generale e sperimentale:Fontana Felice, Casali professore di Bologna.Meteorologia:Toaldo prof. di Padova.Classe medicaAnatomia e fisiologia:Caldani professore di Padova.Patologia e terapeutica:Dalla Bona professore di Padova.Chimica e materia medica:Zecchini professore di Ferrara.Chirurgia e ostetricia:Galli professore di Bologna.Classe legaleGius pubblico:avv. Renazzi, Montefani.Gius canonico, criminale e municipale romano:Renazzi.Gius civile:avvocato Montefani.Statuti, consigli, magistrati veneti:senatore Alessandro Marcello.Classe metafisicaZorzi ed altri.Classe storicaStoria ecclesiastica:padre Zaccaria.Storia letteraria:Tiraboschi.Storia civile cronologica, mitologica, blasone:marchese Gaetano Rosales milanese.Geografia:abate Fattori modenese.Antichità:abate Francesco Cancellieri.Classe di belle artiBelle lettere:Bettinelli, Roberti, Barotti.Disegno:Bianconi.Musica:Martini.Classe di mestieriAbate Berti veneziano, marchese Rosales, abate Cancellieri.Gregorio Fontana avea già dato l’art.Anatocismo; Sebastiano Canterzani bolognese iDiscorsi preliminari alla fisica e matematica; inoltre prometteano lavori Onofrio Minzoni, il Borsieri, i fratelli Riccati, Giuseppe Saluzzo, ecc.122.La source, la force et le véritable esprit des lois.123.A noi fanno i giudizj che reca sul Corsini, sul De Soria, sul Genovesi, sul Del Felice, sul Fromond, ecc.Genuensis, Lokii doctrinam primus in Italiæ scholis promulgavit; eam in multis emendavit. Omne errorum genus diligenter est persecutus, semperque illud agit ut mentem instituat. Scholastica vitat: obscura et vaga refugit. Sed in idearum atque verborum scientia minime acutus, nec semper accuratus, non uberrimus in analysi, in methodo, in inventione: cetera cognitionum instrumenta non ita illustrat, ut fæcundior eorum usus evadat. In arte critica moralis certitudinis fundamenta haud solide constituit: quæ probabilitatis et certitudinis ex auctoritate ortæ propria sunt, aliquando confundit, aliquando ex una ad aliam transfert(lib.IV. nº 515, not. 3).Denique extranea multa inducit, propria quædam adimit, et amplificatione minus apta peccat.Historiæ philosophiæ adumbratio.124.Galanti, nell’elogio del Genovesi, scrive: «Il Vico ci ha lasciato un sospetto di essere stato un uomo di genio, per mezzo di un’opera tenebrosa ed enimmatica, che è quanto dire inutile».125.Giannone, lib.XL. c. i.126.Uno dei più caldi nella disputa contro Roma fu Giovanni Serrao vescovo di Potenza, che poi nel 1799 fu scannato dal popolaccio nel proprio letto, e la sua testa portata in cima a una picca.127.Il duca Ferdinando, al diciannovesimo anno d’età e quinto di regno, cominciò una storia della propria vita, che trasse dal 1751 al 65 quando divenne principe. La pietà che ne traspira mostri come poco s’avvedeano que’ suoi maestri nel volerne fare un filosofante:— Imparavo a leggere, ed avevo pena ad imparare. Portatami un giorno dal padre Fumeron (gesuita francese) un’immagine di san Luigi Gonzaga, principiai a baciarla ed a raccomandarmi talmente a quest’angelico giovane, che lo stesso giorno incominciai a leggere correntemente. Me lo ha confermato lo stesso padre Fumeron. Di poi, avanzato di più in età, mi successe che mangiando delle caramelle, ne inghiottii una intiera, la quale fermatamisi nella gola mi causò un dolore orribile: tosto chiesi alla contessa Marazzani una qualche reliquia, ed appena l’ebbi in mano, che accostandomela alla gola, cessò immediatamente il dolore... Il mio carattere in questi giovanili anni era portatissimo alla collera ed all’impazienza, di che, coll’ajuto di Dio, mi sforzai di correggermi... Principiai sino d’allora (1756) ad amare i buoni e santi religiosi; come il padre Michele Riva cappuccino, il padre maestro Torri domenicano, quale nel 1756, venendo priore in questo convento di San Pietro Martire, portommi a regalare una reliquia del taumaturgo apostolo delle Spagne, san Vincenzo Ferreri. Era egli amicissimo di mia madre, e se lo meritava veramente; mia madre, devotissima della sua religione, fece fabbricare in San Pier Martire l’altare del glorioso re san Lodovico, e vi fece anche mettere la statua della beata Vergine del Pilar di Saragozza...«In questo mentre nudrivasi il mio affetto per la religione domenicana nell’ascoltare con gaudio le campane di San Pier Martire, per la qual cosa fui gridato e gastigato bene spesso. Nella solennità del santissimo Rosario di quest’anno principiò la beata Vergine ad infondere in me il di lei amore, e mi prese sotto allo specialissimo di lei patrocinio. Non mai però mi conducevano in chiesa, se non a messa tutti i giorni, in una cappellina contigua al mio appartamento, opera della pietosissima fu duchessa Dorotea (vedova del principe Odoardo Farnese e del duca Francesco). Mi sentiva eziandio nel petto una vivissima brama di farmi frate; ma però sapendo io esser nato in uno stato che a ciò metteva quasi invincibili ostacoli, pregavo Iddio clementissimo a suggerirmi alcun efficace mezzo di conseguire il mio intento...«1764... Accrebbesi in quest’anno la mia tenerezza per don Nicolò Ponticelli: quando egli davami lezione, discorrevasi santamente. Insegnommi egli quali erano i quindici misteri del santissimo Rosario, onde principiai a disegnarli nel muro del mio gabinetto, ma alti e piccoli, onde nessuno fuori che io potesse accorgerli. Con lui discorsi della mia divozione verso san Vincenzo Ferreri, ed egli narrommene varj miracoli, i quali a tal segno mi penetrarono, che io gli raccontai a varj della mia gente. Seppesi questo; co’ miei superiori fingevo, per pessima politica, di ridermi del Ponticelli, immaginando eziandio alcuni goffi racconti. I miei superiori incominciarono a guardarlo di mal occhio, e lo licenziarono; di che restai colla coscienza carica... così pure per simili ragioni devo rimproverarmi la disgrazia del povero padre Fumeron...«Principiai... a distribuire il mio gabinetto a foggia di chiesa. Le tavole e i sedili figuravano gli altari, ed in cima aveva dipinti varj santi. Negli intervalli eranvi i misteri del santissimo Rosario. Due de’ vasi di metallo vuoti del calamaro, che io suonavo con penne e lapis, servianmi di campane, e questo faceami perdere del tempo dello studio... Ne’ libri che aveva mio padre ne trovai uno di orazioni, che fummi lasciato, ed essendovi l’uffizio della Madonna, principiai a recitarlo quotidianamente... Mi dimenticavo di dire, che appena mio padre fece distruggere affatto i cervi e i daini; certo fece bene, perchè questi animali recavano un immenso danno alle campagne... Siccome non voleano ch’io portassi rosario nè corona, mi feci un rosario di cera; ma questo disfacendosi quando si stava vicino al fuoco, ne feci nell’anno seguente uno di melica; ipatererano rossi, e leavemariagialle... Avevo nel mio gabinetto un grande armadio, ma mi fu tolto, temendo che vi nascondessi de’ santi, e di fatto ne avevo alcuni. Trovai anche un picciol messale romano; di questo faceva la mia delizia».Il Pezzana, nelleMemorie dei letterati parmensi, appunta di molti errori il Botta in proposito di quell’età (vol.I. pag. 153). Pugeol va corretto in Pujol; nè l’accademia nè l’Università furono fondate per consiglio del Paciaudi; solo nel 68 e 69 furono chiamati a insegnare Venini, Derossi, Millot, Contini (che del resto non va contato fra gl’illustri), cioè non dal primo Borbone. Dutillot non fu mandato dalla Francia per consigliere, ma venne nel 1749 col duca, e stette intendente della casa fin nel 59 quando passò ministro. Nel 68 non vi fu censura o scomunica, ma solo un monitorio.128.Il Turchi scriveva al Paciaudi nel 1777: — I miei reali allievi, nell’atto che occupano la mia giornata, mi sono oggetto della più viva compiacenza. Un’indole aurea, talenti più che mediocri, il cuor buono ed una facile pieghevolezza me li rendono amabilissimi. È vero che in così tenera età non si può ancora decidere nulla; ma si può travedere assai bene dove almeno saranno un giorno portati dalla loro fisica costituzione. Credetemi che le passioni, non avendo altra base che il temperamento, si manifestano di buon’ora, e tutta l’arte consiste non già nel combatterle od annientarle, ma nel dirigerle bene verso virtuosi e lodevoli oggetti. Questo è il mio principalissimo impegno. Caro amico, la prima educazione non mi spaventa; la seconda sì bene quando i principi diventano padroni di sè. Allora bisogna raccomandarli a Dio, che solo può reggerli in mezzo a tanti pericoli dell’apparente luminosa loro situazione».129.Ginguené credette che il suo libroDell’utilità dell’innestosi riferisse al’utilité de l’inoculation. VediBiografia universale, al nome.130.Questo dominio nel 1441 era passato ad Antonio Alberico marchese di Malaspina. Riciarda, ultima della sua discendenza, sposò Lorenzo Cibo genovese, nipote d’Innocenzo VII.131.Del ducato di Modena, col Frignano la popolazione ascendeva a163,000animeDel ducato di Reggio e principato di Correggio133,000»Del ducato della Mirandola20,000»Del principato di Carpi18,000»Della Garfagnana25,000»Del ducato di Massa e Carrara21,000»Modena aveva 24,000 abitanti, Reggio 18,000, Massa 6000, Carpi 5000. Le finanze produceano 252,000 zecchini, e con gran diversità fra le provincie. La esazione ne consumava 50,000; altri 52,000 le gabelle imposte a vantaggio di Comuni e di pubblici stabilimenti; sicchè all’erario propriamente restavano men di 150,000 zecchini. Il censo pei terreni, che purgato ascendeva a 33,000 zecchini, serviva per ispegner il debito pubblico, e per lavori dello Stato.132.Dallo scandaglio allora fatto dell’amministrazione del Dutillot raccogliamo alcune notizie statistiche:L’entrata dei ventidue ultimi anni era salita alire tornesi78,853,788La spesa»78,729,896Le entrate dell’infante, che al momento che Dutillot ne prese l’amministrazione, erano di»1,526,072Eransi cresciute a»3,044,317Per nuove imposte o aumento delle vecchie aveansi»757,735Economizzate sulla riscossione»730,510Onde l’infante, compreso le pensioni dei re di Francia e Spagna, e le commende che godeva in Spagna, aveva l’entrata di»3,794,061La spesa era fissata a»3,269,673Onde v’era un avanzo di»524,388133.Una grida del 6 gennajo 1763 indica a nome mille ducencinquantasei banditi fuggiaschi o contumaci; ai quali nel 65 se n’aggiunsero da trecentottanta altri, che, essendo côlti, doveano ricevere il marchio infocato: e via una serie di pene a chi li ricetta, ai vagabondi, ecc.134.Arago scrive che la scienza non può accertare che il suono o il moto dell’aria per le campane attiri il fulmine, benchè sia vero che gli edifizj elevati come i campanili possono essere più facilmente colpiti, e la corda, massime se bagnata, condurre il fluido a uccidere il campanaro. Egli stesso, citando esempj di tali sinistri, ricorre agli anni 1768, 1775, 1783: il non addurne di più recenti mi fa credere che non ne avesse di comprovati.135.Ordinanza 23 agosto 1784, revocata nell’anno seguente.136.Zobi,Storia civile della Toscana, lib.II. c. 4;Galluzzi,Storia del Granducato;Pignotti,Storia della Toscana;Poggi,Saggio sul sistema livellare. Pel regno di Pietro Leopoldo sono interessanti le note aggiunte allaVie de Ricci parDe Potter, 2ª edizione. Bruxelles 1826. La vita è piuttosto una diatriba, di poco criterio e meno prudenza.137.Carlo di Napoli pretendeva sempre sui beni allodiali di Casa Medici. Ultima di questi Maria Anna Luigia, figlia di Cosimo III e vedova dell’Elettore palatino, morì il 1743, e lasciò erede Francesco.138.Guido Grandi prevenne di lunga pezza il Savigny, negando che il manoscritto delle Pandette provenisse da Amalfi, e sostenendo che il diritto romano mai non cessò d’esser conosciuto in Occidente. Il Tanucci combattè quest’opinione collo scalpore e la briga, concitando i Pisani contro il Grandi come reo di lesa nazione.139.Dal rendiconto appare, che nel 1765 le entrate ascendevano alire8,958,685Le spese e gli aggravj»8,448,892Onde s’avea l’avanzo netto di»509,793Mentre nel 1789 le entrate erano di»9,199,121L’uscita»8,405.056E quindi l’avanzo di»794,065140.De Potter pubblicò una memoria che il senatore Francesco Gianni, rifuggito a Genova nel 1799, scrisse nel 1805, continuo panegirico di Leopoldo, fatto con senno civile, ove divisa i successivi regolamenti del granduca, come preparatorj ad una costituzione. Perfino il Botta, uomo sì scarso di critica, dubitò fosse un’invenzione del De Potter; e lo schizzo che noi ne demmo nel testo è più fedele alle intenzioni del Gianni.141.Decisioni di Giovanni Bonaventura Neri Badia, tom.II. p. 466.142.Zobi,Storia civile della Toscana, tom.II. p. 437.143.Le attribuzioni che il Sant’Uffizio si arrogava appajono distinte da questo Editto generale per l’Uffizio della santa Inquisizione di Modena:— Noi Giuseppe Maria Fogliani patrizio reggiano e modenese, per la grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica vescovo di Modena.«Frà Raimondo Maria Migliavacca dell’Ordine de’ Predicatori, maestro di sacra teologia: nelle città di Modena, Carpi, Abazia di Nonantola, e loro diocesi, e nella provincia di Garfagnana contro l’eretica pravità, inquisitore generale dalla Santa Sede Apostolica specialmente delegato e consigliere teologo di S. A. Serenissima.«Essendo delle piissime sovrane intenzioni di Sua Altezza Serenissima che, come porta il carico di questo Santo Uffizio a noi imposto, la Sacrosanta Fede Cattolica, senza la quale è impossibile di piacere a Dio, in questa giurisdizione da ogni ereticale contagio immacolata e pura si conservi: con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant’Uffizio di questa città, ovvero all’ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de’ quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia.«Che avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o, come ne’ sagri Canoni e Costituzioni Pontificie in materia di fede, sospetti di eresia.«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali.«Che abbiano senza autorità della Santa Sede Apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d’eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi.«Che contro il voto solenne della profession religiosa, o dopo aver preso l’ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio.«Che contro i Decreti e Costituzioni Apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitandoad turpiai penitenti.«Che abbiano impedito o impediscano l’uffizio dell’Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo.«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d’incredulità facciano uso de’ cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa.«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione.«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la Santa Messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della Penitenza, quantunque nè abbiano proferite le parole della Congregazione, nè siano venuti all’atto dell’assoluzione.«Avvertendo, che a questi nostri precetti non soddisferanno, nè s’intendono di soddisfare quelli che con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel Sant’Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti.«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto, se non dal Sant’Uffizio; nè sarà assoluto, che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d’eresia.«Ricordiamo a tutti i RR. confessori di dover significare ai penitenti l’obbligo di denunziare legalmente al Sant’Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell’assoluzione.«Comandiamo per ultimo, in virtù di S. ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari e ai confessori di monache, che debbano notificare e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell’Avvento e nella Quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l’autentico documento alli rispettivi Vicarj del Sant’Uffizio.«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l’Inquisizione del Sant’Uffizio in que’ casi compresi nella Bolla di Gregorio XIIIAntiqua Judeorumecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della Cattolica Religione.«In fede di che abbiamo sottoscritto il presente di nostra propria mano.«Giuseppe Maria,vescovo.«Fr. Raimondo Maria Migliavacca,inquisitore.«Dato nel tribunale del Sant’Uffizio di Modena li 24 dicembre 1776.«D. Vincenzo Tedeschi,cancelliere del Sant’Uffizio».A Milano era una compagnia di quaranta Crucesignati, cavalieri con una croce in petto, e di cui era capo il padre inquisitore. La festa di san Pietro Martire radunavansi nel loro oratorio, e al vangelo sguainavano le spade in segno di zelo e costanza a tener pura e propagare la fede e obbedir ciecamente al Sant’Uffizio. Durarono fin al 1770.
87.Perfino il marchese Gorani che andava a cercar espresso lo scandalo in ogni atto dei principi e dei preti, e che non s’esaurisce in bestemmiar i Gesuiti, nega affatto l’avvelenamento di papa Ganganelli, mentre ne descrive a minuto i delirj.
87.Perfino il marchese Gorani che andava a cercar espresso lo scandalo in ogni atto dei principi e dei preti, e che non s’esaurisce in bestemmiar i Gesuiti, nega affatto l’avvelenamento di papa Ganganelli, mentre ne descrive a minuto i delirj.
88.«La maggior parte dei cardinali che non erano stati consultati, e della nobiltà romana affezionata ai Gesuiti, attestarono una gioja poco decente, e un odio ingiusto o troppo violento. Le satire, che in tali circostanze inondano il pubblico, son più crudeli e atroci qui che altrove, perchè il fanatismo di Roma è in questo momento al sommo grado», così scriveva il cardinale Bernis, ap.Theiner, vol.II. p. 516. Il quale Theiner parla d’insulti fatti alla memoria di quel papa: «Il cardinale De Bernis fu obbligato a tenere a proprie spese una guardia secreta, che giorno e notte vegliasse attorno al catafalco per prevenire gli scandali...; noi abbiam avuto la pazienza di leggere quelle satire, che sono molte centinaja, e dobbiam convenire che passano in impudenza e grossolanità quelle che mai fossero fatte contro Gesuiti»; p. 521. Fu scritto anche in difesa di lui, e qualcuno, noveratine i meriti, conchiudeva:E pur morii di morte aspra e spietata,E Roma applaude al doloroso evento;O mercede inumana! o Roma ingrata!Il difensore non ferisce meno dell’offensore.
88.«La maggior parte dei cardinali che non erano stati consultati, e della nobiltà romana affezionata ai Gesuiti, attestarono una gioja poco decente, e un odio ingiusto o troppo violento. Le satire, che in tali circostanze inondano il pubblico, son più crudeli e atroci qui che altrove, perchè il fanatismo di Roma è in questo momento al sommo grado», così scriveva il cardinale Bernis, ap.Theiner, vol.II. p. 516. Il quale Theiner parla d’insulti fatti alla memoria di quel papa: «Il cardinale De Bernis fu obbligato a tenere a proprie spese una guardia secreta, che giorno e notte vegliasse attorno al catafalco per prevenire gli scandali...; noi abbiam avuto la pazienza di leggere quelle satire, che sono molte centinaja, e dobbiam convenire che passano in impudenza e grossolanità quelle che mai fossero fatte contro Gesuiti»; p. 521. Fu scritto anche in difesa di lui, e qualcuno, noveratine i meriti, conchiudeva:
E pur morii di morte aspra e spietata,E Roma applaude al doloroso evento;O mercede inumana! o Roma ingrata!
E pur morii di morte aspra e spietata,E Roma applaude al doloroso evento;O mercede inumana! o Roma ingrata!
E pur morii di morte aspra e spietata,
E Roma applaude al doloroso evento;
O mercede inumana! o Roma ingrata!
Il difensore non ferisce meno dell’offensore.
89.«Giona, benchè buttato in mare, si salvò nei ventre della balena. Bisogna aspettarsi che molti cardinali, nel futuro conclave, faranno i più grandi sforzi per eleggere un papa abbastanza ardito da ristabilir la Società, senza temere i torbidi e le dissensioni che si rinnoverebbero, e senza fermarsi all’idea d’un nuovo sovvertimento generale». Dispaccio del Bernis, ap.Theiner, vol.II. p. 511.Sul Ricci vedansi i mieiItaliani illustri.
89.«Giona, benchè buttato in mare, si salvò nei ventre della balena. Bisogna aspettarsi che molti cardinali, nel futuro conclave, faranno i più grandi sforzi per eleggere un papa abbastanza ardito da ristabilir la Società, senza temere i torbidi e le dissensioni che si rinnoverebbero, e senza fermarsi all’idea d’un nuovo sovvertimento generale». Dispaccio del Bernis, ap.Theiner, vol.II. p. 511.
Sul Ricci vedansi i mieiItaliani illustri.
90.Duller,Storia del popolo tedesco.
90.Duller,Storia del popolo tedesco.
91.Bolla 7 agosto 1814,Sollicitudo omnium ecclesiarum.
91.Bolla 7 agosto 1814,Sollicitudo omnium ecclesiarum.
92.Chi non vuol impelagarsi entro scritture mistiche, oscure, bizzarre, può informarsi di quel soggetto nelMistero dell’amor platonico del medioevo, derivato da’ misteri antichi, opera in 5 volumi di Gabriele Rossetti, Londra 1840. Tutto si appoggia sopra l’esistenza di società secrete, in cui si conservarono per tradizione i misteri antichi; e gran parte vi è fatta alla massoneria, ricevendone sul serio fin le puerilità e il gergo. Principalmente se ne parla nel vol.III. cap. 2.
92.Chi non vuol impelagarsi entro scritture mistiche, oscure, bizzarre, può informarsi di quel soggetto nelMistero dell’amor platonico del medioevo, derivato da’ misteri antichi, opera in 5 volumi di Gabriele Rossetti, Londra 1840. Tutto si appoggia sopra l’esistenza di società secrete, in cui si conservarono per tradizione i misteri antichi; e gran parte vi è fatta alla massoneria, ricevendone sul serio fin le puerilità e il gergo. Principalmente se ne parla nel vol.III. cap. 2.
93.NelCode de la nature, ou véritable esprit des lois de tous temps négligé ou méconnu; Partout, chez le Vrai Sage, non solo viene impugnata la religione, ma anche la proprietà, sostenendo che da questa derivano tutte le colpe. I nostri economisti bevvero queste esagerazioni.
93.NelCode de la nature, ou véritable esprit des lois de tous temps négligé ou méconnu; Partout, chez le Vrai Sage, non solo viene impugnata la religione, ma anche la proprietà, sostenendo che da questa derivano tutte le colpe. I nostri economisti bevvero queste esagerazioni.
94.Carli,Saggio d’economia politica sulla Toscana.
94.Carli,Saggio d’economia politica sulla Toscana.
95.«Noi diciamo male de’ Barbari nello stordimento in cui siamo pel nostro immenso lusso; nondimeno v’ha de’ selvaggi, che ci potrebbero dar lezioni di giustizia, di costume, di felicità. Tra gli Apalaschiti non vi ha metalli, non si conosce proprietà di fondi, vi si coltiva con i legni e colle pietre in comune, si raccoglie in comune, si deposita il ricolto in pubblici magazzini, si distribuisce alle famiglie a proporzione de’ bisogni... Vi si vive al di là di cento anni, e sempre tra cuori lieti, festevoli, aperti, candidi».Valore delle cose e fatiche, cap. 1, nota.
95.«Noi diciamo male de’ Barbari nello stordimento in cui siamo pel nostro immenso lusso; nondimeno v’ha de’ selvaggi, che ci potrebbero dar lezioni di giustizia, di costume, di felicità. Tra gli Apalaschiti non vi ha metalli, non si conosce proprietà di fondi, vi si coltiva con i legni e colle pietre in comune, si raccoglie in comune, si deposita il ricolto in pubblici magazzini, si distribuisce alle famiglie a proporzione de’ bisogni... Vi si vive al di là di cento anni, e sempre tra cuori lieti, festevoli, aperti, candidi».Valore delle cose e fatiche, cap. 1, nota.
96.Il marchese Gorani adduce una quantità d’aneddoti sull’abate Galiani, e conchiude: — Era l’uomo più ingegnoso delle Due Sicilie, ma il più scostumato. Tutto pareagli permesso, purchè la riuscita il giustificasse. Divenuto spensierato, non esisteva più che per soddisfare le sue inclinazioni. Era persuaso che gli uomini non meritavano la fatica d’occuparsi della loro felicità. I suoi emolumenti ascendeano a ventisettemila franchi, senza le eventualità; eppure trovavasi spesso alle strette, per le grandi spese della sua casa, della biblioteca e della fantasia. Ne’ consigli era sempre pel despotismo, e nessuno amò quanto lui il governo arbitrario. Era geloso e invido; non avrebbe sofferto si dicesse che un solo regnicolo s’avvicinasse al suo merito. Mai non fu amico d’un napoletano in cui potesse temer un rivale; era il nemico nato di qualunque suo compatrioto cercasse distinguersi».Mémoires secrets sur les Cours de l’Italie.
96.Il marchese Gorani adduce una quantità d’aneddoti sull’abate Galiani, e conchiude: — Era l’uomo più ingegnoso delle Due Sicilie, ma il più scostumato. Tutto pareagli permesso, purchè la riuscita il giustificasse. Divenuto spensierato, non esisteva più che per soddisfare le sue inclinazioni. Era persuaso che gli uomini non meritavano la fatica d’occuparsi della loro felicità. I suoi emolumenti ascendeano a ventisettemila franchi, senza le eventualità; eppure trovavasi spesso alle strette, per le grandi spese della sua casa, della biblioteca e della fantasia. Ne’ consigli era sempre pel despotismo, e nessuno amò quanto lui il governo arbitrario. Era geloso e invido; non avrebbe sofferto si dicesse che un solo regnicolo s’avvicinasse al suo merito. Mai non fu amico d’un napoletano in cui potesse temer un rivale; era il nemico nato di qualunque suo compatrioto cercasse distinguersi».Mémoires secrets sur les Cours de l’Italie.
97.Molte opere d’architettura militare di frà Vincenzo Chiapetti perugino trovansi manoscritte a Parma.
97.Molte opere d’architettura militare di frà Vincenzo Chiapetti perugino trovansi manoscritte a Parma.
98.Mostrava che dallo Stato uscissero nove milioni più che non se n’importasse. In un secolo si sarebbero dunque perduti novecento milioni! Il marchese Carpani gli oppose un altro bilancio, dove assicurava al commercio milanese l’attività di undici milioni. Tanto sono poco attendibili siffatti lavori. A Kaunitz spiacque il libro del Verri, volea lo avesse mandato privatamente al Governo, ben meritando di questo, anzichè farsi compatire dal pubblico. Deputato poi dalla Giunta a fare un bilancio meno aereo, il Verri pretese ancora trovare la passività di un milione e mezzo.
98.Mostrava che dallo Stato uscissero nove milioni più che non se n’importasse. In un secolo si sarebbero dunque perduti novecento milioni! Il marchese Carpani gli oppose un altro bilancio, dove assicurava al commercio milanese l’attività di undici milioni. Tanto sono poco attendibili siffatti lavori. A Kaunitz spiacque il libro del Verri, volea lo avesse mandato privatamente al Governo, ben meritando di questo, anzichè farsi compatire dal pubblico. Deputato poi dalla Giunta a fare un bilancio meno aereo, il Verri pretese ancora trovare la passività di un milione e mezzo.
99.Meditazioni, §XXII.
99.Meditazioni, §XXII.
100.Come il Verri de’ Milanesi, così l’Affò lagnavasi dei Parmigiani, e a frà Luca da Carpi scriveva il 18 giugno 1782: — Tutti sanno dire, niuno sa fare. Bisogna scoraggiarsi per forza, e troncar sovente per disperazione il corso de’ proprj studj... Lo credereste? Sono tre anni che vo cercando le notizie degli scrittori nostri; e, fuor di uno o due, non ho trovato un cane che mi abbia somministrato notizie qui in Parma, quand’io, povero diavolo, ho fatto il viaggio a Roma a tal fine ecc.». E al Bettinelli il 9 marzo 1790: — Ella ha dunque veduto il primo tomo de’ mieiletterati, e me lo collauda per sua gentilezza, come pur si fa da molte parti. Qui non si trovano quattro Cristiani che l’abbiano guardato, e da nove mesi forse che è fuori, mi sento ancora domandare da molti se è poi vero che lavori io dietro le cose di Parma. Può credere con qual gusto io possa proseguire. È vero che mi trovo compensato dal giudizio degli estranei; ma è una gran pena il vedere tanta stupidità ne’ domestici... dovendo io metter in torchio la mia storia di Parma, che neppur essa si leggerà». Ap.Pezzana,Vita dell’Affò, pag. 181.
100.Come il Verri de’ Milanesi, così l’Affò lagnavasi dei Parmigiani, e a frà Luca da Carpi scriveva il 18 giugno 1782: — Tutti sanno dire, niuno sa fare. Bisogna scoraggiarsi per forza, e troncar sovente per disperazione il corso de’ proprj studj... Lo credereste? Sono tre anni che vo cercando le notizie degli scrittori nostri; e, fuor di uno o due, non ho trovato un cane che mi abbia somministrato notizie qui in Parma, quand’io, povero diavolo, ho fatto il viaggio a Roma a tal fine ecc.». E al Bettinelli il 9 marzo 1790: — Ella ha dunque veduto il primo tomo de’ mieiletterati, e me lo collauda per sua gentilezza, come pur si fa da molte parti. Qui non si trovano quattro Cristiani che l’abbiano guardato, e da nove mesi forse che è fuori, mi sento ancora domandare da molti se è poi vero che lavori io dietro le cose di Parma. Può credere con qual gusto io possa proseguire. È vero che mi trovo compensato dal giudizio degli estranei; ma è una gran pena il vedere tanta stupidità ne’ domestici... dovendo io metter in torchio la mia storia di Parma, che neppur essa si leggerà». Ap.Pezzana,Vita dell’Affò, pag. 181.
101.Il fatto è riferito da un gran lodatore delle cose venete, il Cicogna,Iscrizioni veneziane, tom.III. p. 275,S. Apollinare.
101.Il fatto è riferito da un gran lodatore delle cose venete, il Cicogna,Iscrizioni veneziane, tom.III. p. 275,S. Apollinare.
102.Cum agitur de delicto puniendo, lata interpretatio sumi debet, diceMenochio,Quæst.69, nº 24. Vedi pureQuæst.86, nº 8; eFarinacio,Consilia, 25, nº 14; eBodino,Respublica, lib.III. c. 3.
102.Cum agitur de delicto puniendo, lata interpretatio sumi debet, diceMenochio,Quæst.69, nº 24. Vedi pureQuæst.86, nº 8; eFarinacio,Consilia, 25, nº 14; eBodino,Respublica, lib.III. c. 3.
103.Humiliores in metallum damnantur, honestiores in exilium mittuntur.Paolo,Dig.38De pœnis.
103.Humiliores in metallum damnantur, honestiores in exilium mittuntur.Paolo,Dig.38De pœnis.
104.Giulio Claro,Quæst.60, nº 24:Farinacio,Quæst.98, nº 98, 102, 105.
104.Giulio Claro,Quæst.60, nº 24:Farinacio,Quæst.98, nº 98, 102, 105.
105.Già nel 1671 il magistrato di Vienna propose e l’imperatore Leopoldo decretò una casa di correzione, ove collocare ben separate le donne pervertite, i figli disobbedienti, gli accattoni irrequieti, e l’altre persone disutili, per trattenerle in continuo lavoro. L’anno prima, essendo preside al senato l’Arese, a Milano erasi proposta una casa di lavoro pei poveri e correzione pei discoli; ma non fu attuata che nel 1758, aperta nel 1766. V’erano cenquaranta celle separate, di cui venticinque per le donne, venti pei ragazzi; e conoscendo qual supplizio fosse la solitudine, furono riservate a quei che prima mandavansi alle galee di Venezia, stabilendo che un giorno scontasse due di condanna.
105.Già nel 1671 il magistrato di Vienna propose e l’imperatore Leopoldo decretò una casa di correzione, ove collocare ben separate le donne pervertite, i figli disobbedienti, gli accattoni irrequieti, e l’altre persone disutili, per trattenerle in continuo lavoro. L’anno prima, essendo preside al senato l’Arese, a Milano erasi proposta una casa di lavoro pei poveri e correzione pei discoli; ma non fu attuata che nel 1758, aperta nel 1766. V’erano cenquaranta celle separate, di cui venticinque per le donne, venti pei ragazzi; e conoscendo qual supplizio fosse la solitudine, furono riservate a quei che prima mandavansi alle galee di Venezia, stabilendo che un giorno scontasse due di condanna.
106.Il padre Labat dice che in Italia, oltre la forca, usavano la mazzuola e la mannaja. Colla prima, messo il condannato sul patibolo con mani, piedi e ginocchia legate e gli occhi bendati, il boja gli dava d’un maglio sul capo, e così stordito lo sgozzava. La mannaja era un telajo, coi lati scanalati, entro cui scivolava un ceppo pesante, con un fendente, che lasciato cascare sul collo del paziente, gli facea saltar la testa (Voyage en Italie, 1730, tom.VII. p. 21). Questo ordigno non era nuovo, giacchè Jean d’Autun, biografo di Luigi XII, al 1507 racconta che Demetrio Giustiniani genovese, condannato a morte per ribelle, montò sul palco, si pose a ginocchio e stese il collo: il boja prese una corda cui era attaccato un grosso ceppo finito con un fendente, che scivolava fra due travi, e tirò la corda in modo che il ceppo tagliente cascò fra la testa e le spalle del Genovese, e la testa andò da una parte, il corpo dall’altra. Non era dunque novità la ghigliottina, anzi tale supplizio è disegnato nelleSymbolicæ quæstiones de universo generedi Achille Bocchi, 1555.
106.Il padre Labat dice che in Italia, oltre la forca, usavano la mazzuola e la mannaja. Colla prima, messo il condannato sul patibolo con mani, piedi e ginocchia legate e gli occhi bendati, il boja gli dava d’un maglio sul capo, e così stordito lo sgozzava. La mannaja era un telajo, coi lati scanalati, entro cui scivolava un ceppo pesante, con un fendente, che lasciato cascare sul collo del paziente, gli facea saltar la testa (Voyage en Italie, 1730, tom.VII. p. 21). Questo ordigno non era nuovo, giacchè Jean d’Autun, biografo di Luigi XII, al 1507 racconta che Demetrio Giustiniani genovese, condannato a morte per ribelle, montò sul palco, si pose a ginocchio e stese il collo: il boja prese una corda cui era attaccato un grosso ceppo finito con un fendente, che scivolava fra due travi, e tirò la corda in modo che il ceppo tagliente cascò fra la testa e le spalle del Genovese, e la testa andò da una parte, il corpo dall’altra. Non era dunque novità la ghigliottina, anzi tale supplizio è disegnato nelleSymbolicæ quæstiones de universo generedi Achille Bocchi, 1555.
107.Beccaria,Proemio.
107.Beccaria,Proemio.
108.Je regarde(dice Brissot)ce traité comme la base des travaux faits sur cette partie. C’est, sans contredit, le premier livre philosophique qui ait paru dans ce genre. E nelleNouvelles de la république des lettres(Berna 6 luglio 1781):Le traitéDei delitti e delle penea le premier ouvert les yeux sur les abus des lois pénales. Di rimpatto Muyart de Vouglans, nella Confutazione del 1766, diceva:Que penser d’un auteur qui prétend élever son système sur les débris de toutes les notions qui ont été reçues jusqu’ici; qui, pour l’accréditer, fait le procès de toutes les nations policées, qui n’épargne ni les législateurs, ni les magistrats, ni les jurisconsultes?... E Jousse, nelTraité de justice criminelledel 1770:Le traitéDes délits et des peines, au lieu de répandre quelque jour sur la matière des crimes, et sur la manière dont il doivent être punis, tend, au contraire, à établir un systême des plus dangereux et des idées nouvelles qui, si elles étaient adoptées, n’iraient à rien moins qu’à renverser les lois reçues jusqu’ici par les nations les plus policées.
108.Je regarde(dice Brissot)ce traité comme la base des travaux faits sur cette partie. C’est, sans contredit, le premier livre philosophique qui ait paru dans ce genre. E nelleNouvelles de la république des lettres(Berna 6 luglio 1781):Le traitéDei delitti e delle penea le premier ouvert les yeux sur les abus des lois pénales. Di rimpatto Muyart de Vouglans, nella Confutazione del 1766, diceva:Que penser d’un auteur qui prétend élever son système sur les débris de toutes les notions qui ont été reçues jusqu’ici; qui, pour l’accréditer, fait le procès de toutes les nations policées, qui n’épargne ni les législateurs, ni les magistrats, ni les jurisconsultes?... E Jousse, nelTraité de justice criminelledel 1770:Le traitéDes délits et des peines, au lieu de répandre quelque jour sur la matière des crimes, et sur la manière dont il doivent être punis, tend, au contraire, à établir un systême des plus dangereux et des idées nouvelles qui, si elles étaient adoptées, n’iraient à rien moins qu’à renverser les lois reçues jusqu’ici par les nations les plus policées.
109.Rousseau e l’Espritd’Elvezio sono i libri su cui più si formarono i nostri. Di Rousseau tace il Beccaria, perchè questo era in urta cogli Enciclopedisti. Quanto ad Elvezio, il Morellet ne muove rimprovero ai nostri, scrivendo nel cap.IIIdelle sueMemorie: Les Italiens, parmi lesquels je vivais, ne s’en occupaient pas encore, quoique ce fût le pays de l’Europe où cet ouvrage devait avoir le plus de succès, et a fini par l’obtenir; car de tous les Européens, ceux qui estiment moins l’humanité sont, sans contredit, les Italiens, qui, en général, ne croient pas assez à la vertu, et qui disent presque tous dès vingt ans le mot de Brutus, qu’il ne faut dire comme lui qu’en mourant: O vertu, tu n’es qu’un vain nom.Chi sa cosa significasse virtù fra gli Enciclopedisti, coglierà la portata di questo rimprovero a gente che curava gliuomini, non l’umanità.
109.Rousseau e l’Espritd’Elvezio sono i libri su cui più si formarono i nostri. Di Rousseau tace il Beccaria, perchè questo era in urta cogli Enciclopedisti. Quanto ad Elvezio, il Morellet ne muove rimprovero ai nostri, scrivendo nel cap.IIIdelle sueMemorie: Les Italiens, parmi lesquels je vivais, ne s’en occupaient pas encore, quoique ce fût le pays de l’Europe où cet ouvrage devait avoir le plus de succès, et a fini par l’obtenir; car de tous les Européens, ceux qui estiment moins l’humanité sont, sans contredit, les Italiens, qui, en général, ne croient pas assez à la vertu, et qui disent presque tous dès vingt ans le mot de Brutus, qu’il ne faut dire comme lui qu’en mourant: O vertu, tu n’es qu’un vain nom.Chi sa cosa significasse virtù fra gli Enciclopedisti, coglierà la portata di questo rimprovero a gente che curava gliuomini, non l’umanità.
110.Platone nelGorgia.
110.Platone nelGorgia.
111.Giustiniano,Nov.XVII. cap. 5:Cum vehementia corrige, ut paucorum supplicium alios omnes faciat salvos; Nov.XXX. cap. 11:Acerbe punito, ut paucorum hominum supplicio omnes reliquos continuo castiges; e lib.XXXI. Dig.Depos.: Ut exemplo aliis ad deterrenda maleficia sit. Pure Paolo dice chePœna constituitur in emendationem hominum; leg. 20. Dig.De pœnis. Ma sant’Agostino posava:Pœna proprie dicitur læsio quæ punit et vindicat quod quisque commisit; Can. 4. quæst. 3. dist. 3. cas. 33.
111.Giustiniano,Nov.XVII. cap. 5:Cum vehementia corrige, ut paucorum supplicium alios omnes faciat salvos; Nov.XXX. cap. 11:Acerbe punito, ut paucorum hominum supplicio omnes reliquos continuo castiges; e lib.XXXI. Dig.Depos.: Ut exemplo aliis ad deterrenda maleficia sit. Pure Paolo dice chePœna constituitur in emendationem hominum; leg. 20. Dig.De pœnis. Ma sant’Agostino posava:Pœna proprie dicitur læsio quæ punit et vindicat quod quisque commisit; Can. 4. quæst. 3. dist. 3. cas. 33.
112.«La morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze del buono, dell’utile, del bello, derivano tutte da una scienza sola e primitiva, cioè la scienza dell’uomo; nè è sperabile che gli uomini giammai facciano in quella profondi e rapidi progressi, se non s’internano a rintracciare i primitivi principj di questa; oltre di che, non è possibile che ricercando le verità politiche ed economiche nella natura dell’uomo,la quale ne è la vera fonte».Ricerche sullo stile.
112.«La morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze del buono, dell’utile, del bello, derivano tutte da una scienza sola e primitiva, cioè la scienza dell’uomo; nè è sperabile che gli uomini giammai facciano in quella profondi e rapidi progressi, se non s’internano a rintracciare i primitivi principj di questa; oltre di che, non è possibile che ricercando le verità politiche ed economiche nella natura dell’uomo,la quale ne è la vera fonte».Ricerche sullo stile.
113.Gli argomenti di lui contro la pena di morte sono gli identici di Rousseau, e vennero confutati da Kant, il quale, movendo da tutt’altro principio che i teologi, pure anch’esso desume il diritto di punire da leggi morali e dalla responsabilità umana; e si propone per iscopo non il prevenire altri delitti, ma la soddisfazione della giustizia, e la riparazione ed espiazione della colpa. Nella traduzione del Beccaria per Collin de Plancy, 1823, sono recati tutti i commenti di Voltaire, Diderot, ecc.Questi ultimi anni, furono assai controversi i meriti del Beccaria, e i lavori antecedenti possono vedersi riepilogati nel discorso di Faustino Hélie, anteposto all’edizione di Parigi 1856, il quale sostiene che Beccaria non solo sbrattò dalle false teorie, ma preparò i materiali a una nuova, che combinasse le due scuole opposte.(Il Cantù ne trattò a pieno nel libroBeccaria e il Diritto penale). (Gli Editori)
113.Gli argomenti di lui contro la pena di morte sono gli identici di Rousseau, e vennero confutati da Kant, il quale, movendo da tutt’altro principio che i teologi, pure anch’esso desume il diritto di punire da leggi morali e dalla responsabilità umana; e si propone per iscopo non il prevenire altri delitti, ma la soddisfazione della giustizia, e la riparazione ed espiazione della colpa. Nella traduzione del Beccaria per Collin de Plancy, 1823, sono recati tutti i commenti di Voltaire, Diderot, ecc.
Questi ultimi anni, furono assai controversi i meriti del Beccaria, e i lavori antecedenti possono vedersi riepilogati nel discorso di Faustino Hélie, anteposto all’edizione di Parigi 1856, il quale sostiene che Beccaria non solo sbrattò dalle false teorie, ma preparò i materiali a una nuova, che combinasse le due scuole opposte.
(Il Cantù ne trattò a pieno nel libroBeccaria e il Diritto penale). (Gli Editori)
114.Ecco un altro canone, esagerato per impedir l’abuso che se ne faceva, e inapplicabile coll’inesattezza del linguaggio. Puramente dichiarativa diremo l’interpretazione in quanto nè toglie nè aggiunge ai testi, ma le compete di dichiarare il senso virtualmente compresovi, a seconda dello spirito del codice tutto, delle disposizioni analoghe, del valore delle parole adoperate.
114.Ecco un altro canone, esagerato per impedir l’abuso che se ne faceva, e inapplicabile coll’inesattezza del linguaggio. Puramente dichiarativa diremo l’interpretazione in quanto nè toglie nè aggiunge ai testi, ma le compete di dichiarare il senso virtualmente compresovi, a seconda dello spirito del codice tutto, delle disposizioni analoghe, del valore delle parole adoperate.
115.«Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i proprj sentimenti, e coll’uso di nasconderli altrui, arrivano a nasconderli a se medesimi... E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati, difensori della patria e del trono?... Chi può difendersi dalla calunnia quando ella è armata dal più forte scudo della tirannia, il segreto? Qual sorte di governo è mai quello, ove chi regge sospetta in ogni suo suddito un nemico, ed è costretto, pel pubblico riposo, di toglierlo a ciascuno?» §IX.
115.«Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i proprj sentimenti, e coll’uso di nasconderli altrui, arrivano a nasconderli a se medesimi... E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati, difensori della patria e del trono?... Chi può difendersi dalla calunnia quando ella è armata dal più forte scudo della tirannia, il segreto? Qual sorte di governo è mai quello, ove chi regge sospetta in ogni suo suddito un nemico, ed è costretto, pel pubblico riposo, di toglierlo a ciascuno?» §IX.
116.E se la natura de’ processi condannasse uno ad evidenza innocente? o si scoprisse tale dopo proferita la sentenza? o egli mostrasse pentimento e certezza d’emenda? o riuscisse a far un’azione di sommo vantaggio sociale o merito morale?
116.E se la natura de’ processi condannasse uno ad evidenza innocente? o si scoprisse tale dopo proferita la sentenza? o egli mostrasse pentimento e certezza d’emenda? o riuscisse a far un’azione di sommo vantaggio sociale o merito morale?
117.Di tale noncuranza della famiglia, oltre le dottrine d’Elvezio, han colpa in parte i casi di lui. Invaghitosi di Teresa De Blasco, men ricca di lui, suo padre volle distornelo col farlo tenere quaranta giorni in arresto. Uscitone, egli la sposò, ma non potè condurla in casa finchè non fu madre. Morta lei, Cesare dopo quaranta giorni si rammogliò con Anna Barbò. Anche nel Verri ricorrono spesso questi lamenti della tirannide paterna, che teneva i figli nella povertà e nell’ignoranza per non esserne soverchiati.Non posso accettar le discolpe che vuol farne Camillo Ugoni (Della letteratura italiana, vol.II. p. 205; 1856): quell’articolo è de’ suoi più deboli.
117.Di tale noncuranza della famiglia, oltre le dottrine d’Elvezio, han colpa in parte i casi di lui. Invaghitosi di Teresa De Blasco, men ricca di lui, suo padre volle distornelo col farlo tenere quaranta giorni in arresto. Uscitone, egli la sposò, ma non potè condurla in casa finchè non fu madre. Morta lei, Cesare dopo quaranta giorni si rammogliò con Anna Barbò. Anche nel Verri ricorrono spesso questi lamenti della tirannide paterna, che teneva i figli nella povertà e nell’ignoranza per non esserne soverchiati.
Non posso accettar le discolpe che vuol farne Camillo Ugoni (Della letteratura italiana, vol.II. p. 205; 1856): quell’articolo è de’ suoi più deboli.
118.Tutt’all’opposto, il Genovesi scriveva: — Un tratto della Provvidenza divina è l’aver voluto che gli uomini dipendano gli uni dagli altri, e che vi sia prima tra famiglia e famiglia, poi tra villaggio e villaggio, tra città e città, tra nazione e nazione uno scambievole legame di perpetuo interesse». Ma è notevole che il Beccaria stesso ammette questa solidarietà del genere umano, dicendo al cap.IV, part.IIdell’Economia: — Fino ad un certo segno una nazione può prosperare a spese d’un’altra; ma al di là, la vera prosperità nostra produce la prosperità altrui, non essendo data agli uomini un’esclusiva felicità o miseria; chiaro indizio d’una secreta comunione di cose e d’una non intesa fratellanza, voluta dalla natura fra il genere umano, dalla quale la più profonda filosofia travede che i varj nostri interessi hanno una totale ed ultima dipendenza dalla virtù: onde sì belle contemplazioni possono elevar l’animo nostro dalle piccole e servili viste del privato interesse, nelle serene e tranquille regioni della giustizia e della benficenza». E l’uno e l’altro poi si contraddicono nell’applicazione, dai canoni di libertà e fratellanza deducendo vincoli ed esclusioni.
118.Tutt’all’opposto, il Genovesi scriveva: — Un tratto della Provvidenza divina è l’aver voluto che gli uomini dipendano gli uni dagli altri, e che vi sia prima tra famiglia e famiglia, poi tra villaggio e villaggio, tra città e città, tra nazione e nazione uno scambievole legame di perpetuo interesse». Ma è notevole che il Beccaria stesso ammette questa solidarietà del genere umano, dicendo al cap.IV, part.IIdell’Economia: — Fino ad un certo segno una nazione può prosperare a spese d’un’altra; ma al di là, la vera prosperità nostra produce la prosperità altrui, non essendo data agli uomini un’esclusiva felicità o miseria; chiaro indizio d’una secreta comunione di cose e d’una non intesa fratellanza, voluta dalla natura fra il genere umano, dalla quale la più profonda filosofia travede che i varj nostri interessi hanno una totale ed ultima dipendenza dalla virtù: onde sì belle contemplazioni possono elevar l’animo nostro dalle piccole e servili viste del privato interesse, nelle serene e tranquille regioni della giustizia e della benficenza». E l’uno e l’altro poi si contraddicono nell’applicazione, dai canoni di libertà e fratellanza deducendo vincoli ed esclusioni.
119.Luigi Bonaparte, presidente della repubblica francese, l’11 novembre 1849.
119.Luigi Bonaparte, presidente della repubblica francese, l’11 novembre 1849.
120.«Sola la patria ha diritto d’allevare i suoi figli. Essa non può confidare questo deposito all’orgoglio delle famiglie nè ai pregiudizj de’ particolari, eterno alimento dell’aristocrazia e d’un federalismo domestico che restringe le anime isolandole, e coll’eguaglianza distrugge tutt’i fondamenti della società».Robespierre, il 7 marzo 1794.
120.«Sola la patria ha diritto d’allevare i suoi figli. Essa non può confidare questo deposito all’orgoglio delle famiglie nè ai pregiudizj de’ particolari, eterno alimento dell’aristocrazia e d’un federalismo domestico che restringe le anime isolandole, e coll’eguaglianza distrugge tutt’i fondamenti della società».Robespierre, il 7 marzo 1794.
121.Il nome degli scrittori, italiani tutti, che aveano promesso coadjuvarlo, è un buon prospetto della letteratura nel 1779. Eccoli:Classe matematicaMatematiche pure:Lagrangia, Malfatti di Ferrara, Lorgna, abate Cavina.Meccanica:Abate Nicolai.Idrostatica:Canonico Pio Fantoni, Rovatti professore di Ferrara.Nautica e architettura militare:Stratico professore di Padova.Astronomia:Paolo Frisi.Classe fisicaStoria naturale:Spallanzani professore di Pavia, Monti Gaetano di Bologna.Botanica:Monsignor Cornaro vescovo di Vicenza, Marsigli professore di Padova.Fisica generale e sperimentale:Fontana Felice, Casali professore di Bologna.Meteorologia:Toaldo prof. di Padova.Classe medicaAnatomia e fisiologia:Caldani professore di Padova.Patologia e terapeutica:Dalla Bona professore di Padova.Chimica e materia medica:Zecchini professore di Ferrara.Chirurgia e ostetricia:Galli professore di Bologna.Classe legaleGius pubblico:avv. Renazzi, Montefani.Gius canonico, criminale e municipale romano:Renazzi.Gius civile:avvocato Montefani.Statuti, consigli, magistrati veneti:senatore Alessandro Marcello.Classe metafisicaZorzi ed altri.Classe storicaStoria ecclesiastica:padre Zaccaria.Storia letteraria:Tiraboschi.Storia civile cronologica, mitologica, blasone:marchese Gaetano Rosales milanese.Geografia:abate Fattori modenese.Antichità:abate Francesco Cancellieri.Classe di belle artiBelle lettere:Bettinelli, Roberti, Barotti.Disegno:Bianconi.Musica:Martini.Classe di mestieriAbate Berti veneziano, marchese Rosales, abate Cancellieri.Gregorio Fontana avea già dato l’art.Anatocismo; Sebastiano Canterzani bolognese iDiscorsi preliminari alla fisica e matematica; inoltre prometteano lavori Onofrio Minzoni, il Borsieri, i fratelli Riccati, Giuseppe Saluzzo, ecc.
121.Il nome degli scrittori, italiani tutti, che aveano promesso coadjuvarlo, è un buon prospetto della letteratura nel 1779. Eccoli:
Classe matematica
Classe fisica
Classe medica
Classe legale
Classe metafisica
Classe storica
Classe di belle arti
Classe di mestieri
Gregorio Fontana avea già dato l’art.Anatocismo; Sebastiano Canterzani bolognese iDiscorsi preliminari alla fisica e matematica; inoltre prometteano lavori Onofrio Minzoni, il Borsieri, i fratelli Riccati, Giuseppe Saluzzo, ecc.
122.La source, la force et le véritable esprit des lois.
122.La source, la force et le véritable esprit des lois.
123.A noi fanno i giudizj che reca sul Corsini, sul De Soria, sul Genovesi, sul Del Felice, sul Fromond, ecc.Genuensis, Lokii doctrinam primus in Italiæ scholis promulgavit; eam in multis emendavit. Omne errorum genus diligenter est persecutus, semperque illud agit ut mentem instituat. Scholastica vitat: obscura et vaga refugit. Sed in idearum atque verborum scientia minime acutus, nec semper accuratus, non uberrimus in analysi, in methodo, in inventione: cetera cognitionum instrumenta non ita illustrat, ut fæcundior eorum usus evadat. In arte critica moralis certitudinis fundamenta haud solide constituit: quæ probabilitatis et certitudinis ex auctoritate ortæ propria sunt, aliquando confundit, aliquando ex una ad aliam transfert(lib.IV. nº 515, not. 3).Denique extranea multa inducit, propria quædam adimit, et amplificatione minus apta peccat.Historiæ philosophiæ adumbratio.
123.A noi fanno i giudizj che reca sul Corsini, sul De Soria, sul Genovesi, sul Del Felice, sul Fromond, ecc.Genuensis, Lokii doctrinam primus in Italiæ scholis promulgavit; eam in multis emendavit. Omne errorum genus diligenter est persecutus, semperque illud agit ut mentem instituat. Scholastica vitat: obscura et vaga refugit. Sed in idearum atque verborum scientia minime acutus, nec semper accuratus, non uberrimus in analysi, in methodo, in inventione: cetera cognitionum instrumenta non ita illustrat, ut fæcundior eorum usus evadat. In arte critica moralis certitudinis fundamenta haud solide constituit: quæ probabilitatis et certitudinis ex auctoritate ortæ propria sunt, aliquando confundit, aliquando ex una ad aliam transfert(lib.IV. nº 515, not. 3).Denique extranea multa inducit, propria quædam adimit, et amplificatione minus apta peccat.Historiæ philosophiæ adumbratio.
124.Galanti, nell’elogio del Genovesi, scrive: «Il Vico ci ha lasciato un sospetto di essere stato un uomo di genio, per mezzo di un’opera tenebrosa ed enimmatica, che è quanto dire inutile».
124.Galanti, nell’elogio del Genovesi, scrive: «Il Vico ci ha lasciato un sospetto di essere stato un uomo di genio, per mezzo di un’opera tenebrosa ed enimmatica, che è quanto dire inutile».
125.Giannone, lib.XL. c. i.
125.Giannone, lib.XL. c. i.
126.Uno dei più caldi nella disputa contro Roma fu Giovanni Serrao vescovo di Potenza, che poi nel 1799 fu scannato dal popolaccio nel proprio letto, e la sua testa portata in cima a una picca.
126.Uno dei più caldi nella disputa contro Roma fu Giovanni Serrao vescovo di Potenza, che poi nel 1799 fu scannato dal popolaccio nel proprio letto, e la sua testa portata in cima a una picca.
127.Il duca Ferdinando, al diciannovesimo anno d’età e quinto di regno, cominciò una storia della propria vita, che trasse dal 1751 al 65 quando divenne principe. La pietà che ne traspira mostri come poco s’avvedeano que’ suoi maestri nel volerne fare un filosofante:— Imparavo a leggere, ed avevo pena ad imparare. Portatami un giorno dal padre Fumeron (gesuita francese) un’immagine di san Luigi Gonzaga, principiai a baciarla ed a raccomandarmi talmente a quest’angelico giovane, che lo stesso giorno incominciai a leggere correntemente. Me lo ha confermato lo stesso padre Fumeron. Di poi, avanzato di più in età, mi successe che mangiando delle caramelle, ne inghiottii una intiera, la quale fermatamisi nella gola mi causò un dolore orribile: tosto chiesi alla contessa Marazzani una qualche reliquia, ed appena l’ebbi in mano, che accostandomela alla gola, cessò immediatamente il dolore... Il mio carattere in questi giovanili anni era portatissimo alla collera ed all’impazienza, di che, coll’ajuto di Dio, mi sforzai di correggermi... Principiai sino d’allora (1756) ad amare i buoni e santi religiosi; come il padre Michele Riva cappuccino, il padre maestro Torri domenicano, quale nel 1756, venendo priore in questo convento di San Pietro Martire, portommi a regalare una reliquia del taumaturgo apostolo delle Spagne, san Vincenzo Ferreri. Era egli amicissimo di mia madre, e se lo meritava veramente; mia madre, devotissima della sua religione, fece fabbricare in San Pier Martire l’altare del glorioso re san Lodovico, e vi fece anche mettere la statua della beata Vergine del Pilar di Saragozza...«In questo mentre nudrivasi il mio affetto per la religione domenicana nell’ascoltare con gaudio le campane di San Pier Martire, per la qual cosa fui gridato e gastigato bene spesso. Nella solennità del santissimo Rosario di quest’anno principiò la beata Vergine ad infondere in me il di lei amore, e mi prese sotto allo specialissimo di lei patrocinio. Non mai però mi conducevano in chiesa, se non a messa tutti i giorni, in una cappellina contigua al mio appartamento, opera della pietosissima fu duchessa Dorotea (vedova del principe Odoardo Farnese e del duca Francesco). Mi sentiva eziandio nel petto una vivissima brama di farmi frate; ma però sapendo io esser nato in uno stato che a ciò metteva quasi invincibili ostacoli, pregavo Iddio clementissimo a suggerirmi alcun efficace mezzo di conseguire il mio intento...«1764... Accrebbesi in quest’anno la mia tenerezza per don Nicolò Ponticelli: quando egli davami lezione, discorrevasi santamente. Insegnommi egli quali erano i quindici misteri del santissimo Rosario, onde principiai a disegnarli nel muro del mio gabinetto, ma alti e piccoli, onde nessuno fuori che io potesse accorgerli. Con lui discorsi della mia divozione verso san Vincenzo Ferreri, ed egli narrommene varj miracoli, i quali a tal segno mi penetrarono, che io gli raccontai a varj della mia gente. Seppesi questo; co’ miei superiori fingevo, per pessima politica, di ridermi del Ponticelli, immaginando eziandio alcuni goffi racconti. I miei superiori incominciarono a guardarlo di mal occhio, e lo licenziarono; di che restai colla coscienza carica... così pure per simili ragioni devo rimproverarmi la disgrazia del povero padre Fumeron...«Principiai... a distribuire il mio gabinetto a foggia di chiesa. Le tavole e i sedili figuravano gli altari, ed in cima aveva dipinti varj santi. Negli intervalli eranvi i misteri del santissimo Rosario. Due de’ vasi di metallo vuoti del calamaro, che io suonavo con penne e lapis, servianmi di campane, e questo faceami perdere del tempo dello studio... Ne’ libri che aveva mio padre ne trovai uno di orazioni, che fummi lasciato, ed essendovi l’uffizio della Madonna, principiai a recitarlo quotidianamente... Mi dimenticavo di dire, che appena mio padre fece distruggere affatto i cervi e i daini; certo fece bene, perchè questi animali recavano un immenso danno alle campagne... Siccome non voleano ch’io portassi rosario nè corona, mi feci un rosario di cera; ma questo disfacendosi quando si stava vicino al fuoco, ne feci nell’anno seguente uno di melica; ipatererano rossi, e leavemariagialle... Avevo nel mio gabinetto un grande armadio, ma mi fu tolto, temendo che vi nascondessi de’ santi, e di fatto ne avevo alcuni. Trovai anche un picciol messale romano; di questo faceva la mia delizia».Il Pezzana, nelleMemorie dei letterati parmensi, appunta di molti errori il Botta in proposito di quell’età (vol.I. pag. 153). Pugeol va corretto in Pujol; nè l’accademia nè l’Università furono fondate per consiglio del Paciaudi; solo nel 68 e 69 furono chiamati a insegnare Venini, Derossi, Millot, Contini (che del resto non va contato fra gl’illustri), cioè non dal primo Borbone. Dutillot non fu mandato dalla Francia per consigliere, ma venne nel 1749 col duca, e stette intendente della casa fin nel 59 quando passò ministro. Nel 68 non vi fu censura o scomunica, ma solo un monitorio.
127.Il duca Ferdinando, al diciannovesimo anno d’età e quinto di regno, cominciò una storia della propria vita, che trasse dal 1751 al 65 quando divenne principe. La pietà che ne traspira mostri come poco s’avvedeano que’ suoi maestri nel volerne fare un filosofante:
— Imparavo a leggere, ed avevo pena ad imparare. Portatami un giorno dal padre Fumeron (gesuita francese) un’immagine di san Luigi Gonzaga, principiai a baciarla ed a raccomandarmi talmente a quest’angelico giovane, che lo stesso giorno incominciai a leggere correntemente. Me lo ha confermato lo stesso padre Fumeron. Di poi, avanzato di più in età, mi successe che mangiando delle caramelle, ne inghiottii una intiera, la quale fermatamisi nella gola mi causò un dolore orribile: tosto chiesi alla contessa Marazzani una qualche reliquia, ed appena l’ebbi in mano, che accostandomela alla gola, cessò immediatamente il dolore... Il mio carattere in questi giovanili anni era portatissimo alla collera ed all’impazienza, di che, coll’ajuto di Dio, mi sforzai di correggermi... Principiai sino d’allora (1756) ad amare i buoni e santi religiosi; come il padre Michele Riva cappuccino, il padre maestro Torri domenicano, quale nel 1756, venendo priore in questo convento di San Pietro Martire, portommi a regalare una reliquia del taumaturgo apostolo delle Spagne, san Vincenzo Ferreri. Era egli amicissimo di mia madre, e se lo meritava veramente; mia madre, devotissima della sua religione, fece fabbricare in San Pier Martire l’altare del glorioso re san Lodovico, e vi fece anche mettere la statua della beata Vergine del Pilar di Saragozza...
«In questo mentre nudrivasi il mio affetto per la religione domenicana nell’ascoltare con gaudio le campane di San Pier Martire, per la qual cosa fui gridato e gastigato bene spesso. Nella solennità del santissimo Rosario di quest’anno principiò la beata Vergine ad infondere in me il di lei amore, e mi prese sotto allo specialissimo di lei patrocinio. Non mai però mi conducevano in chiesa, se non a messa tutti i giorni, in una cappellina contigua al mio appartamento, opera della pietosissima fu duchessa Dorotea (vedova del principe Odoardo Farnese e del duca Francesco). Mi sentiva eziandio nel petto una vivissima brama di farmi frate; ma però sapendo io esser nato in uno stato che a ciò metteva quasi invincibili ostacoli, pregavo Iddio clementissimo a suggerirmi alcun efficace mezzo di conseguire il mio intento...
«1764... Accrebbesi in quest’anno la mia tenerezza per don Nicolò Ponticelli: quando egli davami lezione, discorrevasi santamente. Insegnommi egli quali erano i quindici misteri del santissimo Rosario, onde principiai a disegnarli nel muro del mio gabinetto, ma alti e piccoli, onde nessuno fuori che io potesse accorgerli. Con lui discorsi della mia divozione verso san Vincenzo Ferreri, ed egli narrommene varj miracoli, i quali a tal segno mi penetrarono, che io gli raccontai a varj della mia gente. Seppesi questo; co’ miei superiori fingevo, per pessima politica, di ridermi del Ponticelli, immaginando eziandio alcuni goffi racconti. I miei superiori incominciarono a guardarlo di mal occhio, e lo licenziarono; di che restai colla coscienza carica... così pure per simili ragioni devo rimproverarmi la disgrazia del povero padre Fumeron...
«Principiai... a distribuire il mio gabinetto a foggia di chiesa. Le tavole e i sedili figuravano gli altari, ed in cima aveva dipinti varj santi. Negli intervalli eranvi i misteri del santissimo Rosario. Due de’ vasi di metallo vuoti del calamaro, che io suonavo con penne e lapis, servianmi di campane, e questo faceami perdere del tempo dello studio... Ne’ libri che aveva mio padre ne trovai uno di orazioni, che fummi lasciato, ed essendovi l’uffizio della Madonna, principiai a recitarlo quotidianamente... Mi dimenticavo di dire, che appena mio padre fece distruggere affatto i cervi e i daini; certo fece bene, perchè questi animali recavano un immenso danno alle campagne... Siccome non voleano ch’io portassi rosario nè corona, mi feci un rosario di cera; ma questo disfacendosi quando si stava vicino al fuoco, ne feci nell’anno seguente uno di melica; ipatererano rossi, e leavemariagialle... Avevo nel mio gabinetto un grande armadio, ma mi fu tolto, temendo che vi nascondessi de’ santi, e di fatto ne avevo alcuni. Trovai anche un picciol messale romano; di questo faceva la mia delizia».
Il Pezzana, nelleMemorie dei letterati parmensi, appunta di molti errori il Botta in proposito di quell’età (vol.I. pag. 153). Pugeol va corretto in Pujol; nè l’accademia nè l’Università furono fondate per consiglio del Paciaudi; solo nel 68 e 69 furono chiamati a insegnare Venini, Derossi, Millot, Contini (che del resto non va contato fra gl’illustri), cioè non dal primo Borbone. Dutillot non fu mandato dalla Francia per consigliere, ma venne nel 1749 col duca, e stette intendente della casa fin nel 59 quando passò ministro. Nel 68 non vi fu censura o scomunica, ma solo un monitorio.
128.Il Turchi scriveva al Paciaudi nel 1777: — I miei reali allievi, nell’atto che occupano la mia giornata, mi sono oggetto della più viva compiacenza. Un’indole aurea, talenti più che mediocri, il cuor buono ed una facile pieghevolezza me li rendono amabilissimi. È vero che in così tenera età non si può ancora decidere nulla; ma si può travedere assai bene dove almeno saranno un giorno portati dalla loro fisica costituzione. Credetemi che le passioni, non avendo altra base che il temperamento, si manifestano di buon’ora, e tutta l’arte consiste non già nel combatterle od annientarle, ma nel dirigerle bene verso virtuosi e lodevoli oggetti. Questo è il mio principalissimo impegno. Caro amico, la prima educazione non mi spaventa; la seconda sì bene quando i principi diventano padroni di sè. Allora bisogna raccomandarli a Dio, che solo può reggerli in mezzo a tanti pericoli dell’apparente luminosa loro situazione».
128.Il Turchi scriveva al Paciaudi nel 1777: — I miei reali allievi, nell’atto che occupano la mia giornata, mi sono oggetto della più viva compiacenza. Un’indole aurea, talenti più che mediocri, il cuor buono ed una facile pieghevolezza me li rendono amabilissimi. È vero che in così tenera età non si può ancora decidere nulla; ma si può travedere assai bene dove almeno saranno un giorno portati dalla loro fisica costituzione. Credetemi che le passioni, non avendo altra base che il temperamento, si manifestano di buon’ora, e tutta l’arte consiste non già nel combatterle od annientarle, ma nel dirigerle bene verso virtuosi e lodevoli oggetti. Questo è il mio principalissimo impegno. Caro amico, la prima educazione non mi spaventa; la seconda sì bene quando i principi diventano padroni di sè. Allora bisogna raccomandarli a Dio, che solo può reggerli in mezzo a tanti pericoli dell’apparente luminosa loro situazione».
129.Ginguené credette che il suo libroDell’utilità dell’innestosi riferisse al’utilité de l’inoculation. VediBiografia universale, al nome.
129.Ginguené credette che il suo libroDell’utilità dell’innestosi riferisse al’utilité de l’inoculation. VediBiografia universale, al nome.
130.Questo dominio nel 1441 era passato ad Antonio Alberico marchese di Malaspina. Riciarda, ultima della sua discendenza, sposò Lorenzo Cibo genovese, nipote d’Innocenzo VII.
130.Questo dominio nel 1441 era passato ad Antonio Alberico marchese di Malaspina. Riciarda, ultima della sua discendenza, sposò Lorenzo Cibo genovese, nipote d’Innocenzo VII.
131.Del ducato di Modena, col Frignano la popolazione ascendeva a163,000animeDel ducato di Reggio e principato di Correggio133,000»Del ducato della Mirandola20,000»Del principato di Carpi18,000»Della Garfagnana25,000»Del ducato di Massa e Carrara21,000»Modena aveva 24,000 abitanti, Reggio 18,000, Massa 6000, Carpi 5000. Le finanze produceano 252,000 zecchini, e con gran diversità fra le provincie. La esazione ne consumava 50,000; altri 52,000 le gabelle imposte a vantaggio di Comuni e di pubblici stabilimenti; sicchè all’erario propriamente restavano men di 150,000 zecchini. Il censo pei terreni, che purgato ascendeva a 33,000 zecchini, serviva per ispegner il debito pubblico, e per lavori dello Stato.
131.
Modena aveva 24,000 abitanti, Reggio 18,000, Massa 6000, Carpi 5000. Le finanze produceano 252,000 zecchini, e con gran diversità fra le provincie. La esazione ne consumava 50,000; altri 52,000 le gabelle imposte a vantaggio di Comuni e di pubblici stabilimenti; sicchè all’erario propriamente restavano men di 150,000 zecchini. Il censo pei terreni, che purgato ascendeva a 33,000 zecchini, serviva per ispegner il debito pubblico, e per lavori dello Stato.
132.Dallo scandaglio allora fatto dell’amministrazione del Dutillot raccogliamo alcune notizie statistiche:L’entrata dei ventidue ultimi anni era salita alire tornesi78,853,788La spesa»78,729,896Le entrate dell’infante, che al momento che Dutillot ne prese l’amministrazione, erano di»1,526,072Eransi cresciute a»3,044,317Per nuove imposte o aumento delle vecchie aveansi»757,735Economizzate sulla riscossione»730,510Onde l’infante, compreso le pensioni dei re di Francia e Spagna, e le commende che godeva in Spagna, aveva l’entrata di»3,794,061La spesa era fissata a»3,269,673Onde v’era un avanzo di»524,388
132.Dallo scandaglio allora fatto dell’amministrazione del Dutillot raccogliamo alcune notizie statistiche:
133.Una grida del 6 gennajo 1763 indica a nome mille ducencinquantasei banditi fuggiaschi o contumaci; ai quali nel 65 se n’aggiunsero da trecentottanta altri, che, essendo côlti, doveano ricevere il marchio infocato: e via una serie di pene a chi li ricetta, ai vagabondi, ecc.
133.Una grida del 6 gennajo 1763 indica a nome mille ducencinquantasei banditi fuggiaschi o contumaci; ai quali nel 65 se n’aggiunsero da trecentottanta altri, che, essendo côlti, doveano ricevere il marchio infocato: e via una serie di pene a chi li ricetta, ai vagabondi, ecc.
134.Arago scrive che la scienza non può accertare che il suono o il moto dell’aria per le campane attiri il fulmine, benchè sia vero che gli edifizj elevati come i campanili possono essere più facilmente colpiti, e la corda, massime se bagnata, condurre il fluido a uccidere il campanaro. Egli stesso, citando esempj di tali sinistri, ricorre agli anni 1768, 1775, 1783: il non addurne di più recenti mi fa credere che non ne avesse di comprovati.
134.Arago scrive che la scienza non può accertare che il suono o il moto dell’aria per le campane attiri il fulmine, benchè sia vero che gli edifizj elevati come i campanili possono essere più facilmente colpiti, e la corda, massime se bagnata, condurre il fluido a uccidere il campanaro. Egli stesso, citando esempj di tali sinistri, ricorre agli anni 1768, 1775, 1783: il non addurne di più recenti mi fa credere che non ne avesse di comprovati.
135.Ordinanza 23 agosto 1784, revocata nell’anno seguente.
135.Ordinanza 23 agosto 1784, revocata nell’anno seguente.
136.Zobi,Storia civile della Toscana, lib.II. c. 4;Galluzzi,Storia del Granducato;Pignotti,Storia della Toscana;Poggi,Saggio sul sistema livellare. Pel regno di Pietro Leopoldo sono interessanti le note aggiunte allaVie de Ricci parDe Potter, 2ª edizione. Bruxelles 1826. La vita è piuttosto una diatriba, di poco criterio e meno prudenza.
136.Zobi,Storia civile della Toscana, lib.II. c. 4;Galluzzi,Storia del Granducato;Pignotti,Storia della Toscana;Poggi,Saggio sul sistema livellare. Pel regno di Pietro Leopoldo sono interessanti le note aggiunte allaVie de Ricci parDe Potter, 2ª edizione. Bruxelles 1826. La vita è piuttosto una diatriba, di poco criterio e meno prudenza.
137.Carlo di Napoli pretendeva sempre sui beni allodiali di Casa Medici. Ultima di questi Maria Anna Luigia, figlia di Cosimo III e vedova dell’Elettore palatino, morì il 1743, e lasciò erede Francesco.
137.Carlo di Napoli pretendeva sempre sui beni allodiali di Casa Medici. Ultima di questi Maria Anna Luigia, figlia di Cosimo III e vedova dell’Elettore palatino, morì il 1743, e lasciò erede Francesco.
138.Guido Grandi prevenne di lunga pezza il Savigny, negando che il manoscritto delle Pandette provenisse da Amalfi, e sostenendo che il diritto romano mai non cessò d’esser conosciuto in Occidente. Il Tanucci combattè quest’opinione collo scalpore e la briga, concitando i Pisani contro il Grandi come reo di lesa nazione.
138.Guido Grandi prevenne di lunga pezza il Savigny, negando che il manoscritto delle Pandette provenisse da Amalfi, e sostenendo che il diritto romano mai non cessò d’esser conosciuto in Occidente. Il Tanucci combattè quest’opinione collo scalpore e la briga, concitando i Pisani contro il Grandi come reo di lesa nazione.
139.Dal rendiconto appare, che nel 1765 le entrate ascendevano alire8,958,685Le spese e gli aggravj»8,448,892Onde s’avea l’avanzo netto di»509,793Mentre nel 1789 le entrate erano di»9,199,121L’uscita»8,405.056E quindi l’avanzo di»794,065
139.
140.De Potter pubblicò una memoria che il senatore Francesco Gianni, rifuggito a Genova nel 1799, scrisse nel 1805, continuo panegirico di Leopoldo, fatto con senno civile, ove divisa i successivi regolamenti del granduca, come preparatorj ad una costituzione. Perfino il Botta, uomo sì scarso di critica, dubitò fosse un’invenzione del De Potter; e lo schizzo che noi ne demmo nel testo è più fedele alle intenzioni del Gianni.
140.De Potter pubblicò una memoria che il senatore Francesco Gianni, rifuggito a Genova nel 1799, scrisse nel 1805, continuo panegirico di Leopoldo, fatto con senno civile, ove divisa i successivi regolamenti del granduca, come preparatorj ad una costituzione. Perfino il Botta, uomo sì scarso di critica, dubitò fosse un’invenzione del De Potter; e lo schizzo che noi ne demmo nel testo è più fedele alle intenzioni del Gianni.
141.Decisioni di Giovanni Bonaventura Neri Badia, tom.II. p. 466.
141.Decisioni di Giovanni Bonaventura Neri Badia, tom.II. p. 466.
142.Zobi,Storia civile della Toscana, tom.II. p. 437.
142.Zobi,Storia civile della Toscana, tom.II. p. 437.
143.Le attribuzioni che il Sant’Uffizio si arrogava appajono distinte da questo Editto generale per l’Uffizio della santa Inquisizione di Modena:— Noi Giuseppe Maria Fogliani patrizio reggiano e modenese, per la grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica vescovo di Modena.«Frà Raimondo Maria Migliavacca dell’Ordine de’ Predicatori, maestro di sacra teologia: nelle città di Modena, Carpi, Abazia di Nonantola, e loro diocesi, e nella provincia di Garfagnana contro l’eretica pravità, inquisitore generale dalla Santa Sede Apostolica specialmente delegato e consigliere teologo di S. A. Serenissima.«Essendo delle piissime sovrane intenzioni di Sua Altezza Serenissima che, come porta il carico di questo Santo Uffizio a noi imposto, la Sacrosanta Fede Cattolica, senza la quale è impossibile di piacere a Dio, in questa giurisdizione da ogni ereticale contagio immacolata e pura si conservi: con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant’Uffizio di questa città, ovvero all’ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de’ quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia.«Che avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o, come ne’ sagri Canoni e Costituzioni Pontificie in materia di fede, sospetti di eresia.«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali.«Che abbiano senza autorità della Santa Sede Apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d’eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi.«Che contro il voto solenne della profession religiosa, o dopo aver preso l’ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio.«Che contro i Decreti e Costituzioni Apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitandoad turpiai penitenti.«Che abbiano impedito o impediscano l’uffizio dell’Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo.«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d’incredulità facciano uso de’ cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa.«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione.«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la Santa Messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della Penitenza, quantunque nè abbiano proferite le parole della Congregazione, nè siano venuti all’atto dell’assoluzione.«Avvertendo, che a questi nostri precetti non soddisferanno, nè s’intendono di soddisfare quelli che con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel Sant’Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti.«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto, se non dal Sant’Uffizio; nè sarà assoluto, che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d’eresia.«Ricordiamo a tutti i RR. confessori di dover significare ai penitenti l’obbligo di denunziare legalmente al Sant’Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell’assoluzione.«Comandiamo per ultimo, in virtù di S. ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari e ai confessori di monache, che debbano notificare e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell’Avvento e nella Quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l’autentico documento alli rispettivi Vicarj del Sant’Uffizio.«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l’Inquisizione del Sant’Uffizio in que’ casi compresi nella Bolla di Gregorio XIIIAntiqua Judeorumecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della Cattolica Religione.«In fede di che abbiamo sottoscritto il presente di nostra propria mano.«Giuseppe Maria,vescovo.«Fr. Raimondo Maria Migliavacca,inquisitore.«Dato nel tribunale del Sant’Uffizio di Modena li 24 dicembre 1776.«D. Vincenzo Tedeschi,cancelliere del Sant’Uffizio».A Milano era una compagnia di quaranta Crucesignati, cavalieri con una croce in petto, e di cui era capo il padre inquisitore. La festa di san Pietro Martire radunavansi nel loro oratorio, e al vangelo sguainavano le spade in segno di zelo e costanza a tener pura e propagare la fede e obbedir ciecamente al Sant’Uffizio. Durarono fin al 1770.
143.Le attribuzioni che il Sant’Uffizio si arrogava appajono distinte da questo Editto generale per l’Uffizio della santa Inquisizione di Modena:
— Noi Giuseppe Maria Fogliani patrizio reggiano e modenese, per la grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica vescovo di Modena.
«Frà Raimondo Maria Migliavacca dell’Ordine de’ Predicatori, maestro di sacra teologia: nelle città di Modena, Carpi, Abazia di Nonantola, e loro diocesi, e nella provincia di Garfagnana contro l’eretica pravità, inquisitore generale dalla Santa Sede Apostolica specialmente delegato e consigliere teologo di S. A. Serenissima.
«Essendo delle piissime sovrane intenzioni di Sua Altezza Serenissima che, come porta il carico di questo Santo Uffizio a noi imposto, la Sacrosanta Fede Cattolica, senza la quale è impossibile di piacere a Dio, in questa giurisdizione da ogni ereticale contagio immacolata e pura si conservi: con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant’Uffizio di questa città, ovvero all’ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de’ quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia.
«Che avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o, come ne’ sagri Canoni e Costituzioni Pontificie in materia di fede, sospetti di eresia.
«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali.
«Che abbiano senza autorità della Santa Sede Apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d’eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi.
«Che contro il voto solenne della profession religiosa, o dopo aver preso l’ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio.
«Che contro i Decreti e Costituzioni Apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitandoad turpiai penitenti.
«Che abbiano impedito o impediscano l’uffizio dell’Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo.
«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d’incredulità facciano uso de’ cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa.
«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione.
«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la Santa Messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della Penitenza, quantunque nè abbiano proferite le parole della Congregazione, nè siano venuti all’atto dell’assoluzione.
«Avvertendo, che a questi nostri precetti non soddisferanno, nè s’intendono di soddisfare quelli che con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel Sant’Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti.
«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto, se non dal Sant’Uffizio; nè sarà assoluto, che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d’eresia.
«Ricordiamo a tutti i RR. confessori di dover significare ai penitenti l’obbligo di denunziare legalmente al Sant’Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell’assoluzione.
«Comandiamo per ultimo, in virtù di S. ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari e ai confessori di monache, che debbano notificare e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell’Avvento e nella Quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l’autentico documento alli rispettivi Vicarj del Sant’Uffizio.
«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l’Inquisizione del Sant’Uffizio in que’ casi compresi nella Bolla di Gregorio XIIIAntiqua Judeorumecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della Cattolica Religione.
«In fede di che abbiamo sottoscritto il presente di nostra propria mano.
«Giuseppe Maria,vescovo.
«Fr. Raimondo Maria Migliavacca,inquisitore.
«Dato nel tribunale del Sant’Uffizio di Modena li 24 dicembre 1776.
«D. Vincenzo Tedeschi,cancelliere del Sant’Uffizio».
A Milano era una compagnia di quaranta Crucesignati, cavalieri con una croce in petto, e di cui era capo il padre inquisitore. La festa di san Pietro Martire radunavansi nel loro oratorio, e al vangelo sguainavano le spade in segno di zelo e costanza a tener pura e propagare la fede e obbedir ciecamente al Sant’Uffizio. Durarono fin al 1770.