Chapter 28

144.VediAnton Francesco Pagani,Storia dell’Inquisizione di Toscana. Firenze 1783. In quei tempi dovea far colpo l’apologo del Crudeli, d’un uomo che, avendo il suo giardino guasto da una lepre, invocò contro di essa il re; e il re vi entrò con un esercito intero, che sobbissò il giardino e la casa, e abbattè anche la siepe,E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,Che le lepri d’un regno insieme uniteNon avrebbero al certoCosì gran guasto mai fatto in cent’anni.Popoli, se tra voi sorge una lite,Non chiamate in ajuto un re possente;State all’erta, avvertiteCh’ei non s’impegni nelle vostre guerre,E ch’ei non entri nelle vostre terre.145.— S. C. M., con estremo rammarico e cordoglio dell’animo mio appresi da S. S. le aspre doglianze avanzate dalla M. V. contro la mia povera persona, come che abbia avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano, con alcune espressioni di una lettera responsiva ad un’altra del senatore Rucellaj. Mi riconosco pertanto in debito di presentarmi ossequioso al trono della C. M. V. medesima, chiamando in testimonio l’onnipotente Iddio sul sacrosanto carattere che indegnamente porto, nell’esporre alla di lei imperiale persona le mie più umili giustificazioni sopra di ciò. Supplico dunque con ogni più riverente ossequio la M. V. I. volersi sul predetto mio sacrosanto giuramento assicurare, che neppur per sogno mi è caduto in pensiero simile frenesia ed indegnissimo ardimento di offendere in minima cosa la persona sacrosanta del mio augustissimo sovrano, e per conseguenza niuno dei supremi e principali ministri di qualunque sorta essi siano; anzi mi sono sempre gloriato e sempre mi glorierò dimostrare in fatti ed in parole alla C. M. V., ed in proporzione al di lei imperiale ministero quel sommo ossequio e venerazione che le devo, anche a costo della propria vita, quando fosse duopo. Nonostante, qualunque sia la causa di sì grande mia disgrazia e deplorabile mia disavventura di vedere contro di me irritato il mio augustissimo e clementissimo sovrano, eccomi umiliato ai piedi della C. M. V. per implorare un generoso e benigno perdono, che dall’innata clemenza e pietà di sì pio imperatore mi giova sperare, non meno che la gloria di potermi protestare, quale prostrato in atto di baciargli ossequiosamente la imperiale porpora sono e sarò eternamente, della C. M. V. ecc.».Non meno notevole in tal proposito è la lettera di monsignor Incontri arcivescovo di Firenze al Richecourt capo della reggenza il 1752: — Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le potestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell’autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa Sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi, onde l’ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell’adempimento del mio ministero. All’occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d’istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito, come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato: ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l’ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito; e V. E. sa quante volte mi sono dato l’onore d’essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell’esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m’incoraggerei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all’imperial consiglio la mia più distinta venerazione, mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.».146.Zobi,Storia, lib.IV. c. 3. In Toscana nel 1784 v’avea 7957 preti secolari, 2581 cherici inferiori, 2433 preti regolari, 1627 monaci laici, divisi in 213 conventi, 7670 monache in 136 chiostri. Firenze contava 78,635 anime, di cui 2134 monache, 917 frati, 1377 preti, 1627 militari, 1335 funzionarj civili, 1018 lanajuoli.Moltissime memorie uscirono sulla giurisdizione ecclesiastica e regia; le più belle sono del Rucellaj. Unasecreta, spedita a Vienna il 1745, contiene fra le altre cose la seguente: — La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto; che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia, e che, nojati di questo eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicare finalmente per conto proprio quello su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».147.NellaVia Crucis, devozione raccomandata dai Francescani, come dai Gesuiti il Sacro Cuore, si pretese fossersi fatte aggiunte alla narrazione evangelica, e proponeasi, non di abolirla, ma di sostituire cinque nuove a cinque delle vecchie stazioni. Di ciò s’infierì una disputa, a cui preser parte molti giornali; e il Pujatti, l’Affò, il Bettinelli ed altri vennero a lunghi litigi nel 1783.148.Troppe scritture di quel tempo attestano la rilassatezza e peggio del clero, e principalmente del regolare.149.Prima memoria, 21 luglio 1781. La lettera 3 agosto al teologo ducale comincia: — Stanca S. A. R. del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana, ecc.150.Lettera del 10 luglio 1782 al segretario Seratti. Il Ricci teneva corrispondenza coi Giansenisti d’oltremonte, e si hanno venti lettere sue al famoso vescovo Grégoire, ostilissime a Roma. La Chiesa scismatica di Utrecht diresse un’esortatoria al vescovo di Colle, quando supponeva ch’egli avesse adunato un sinodo diocesano; recata da Zobi nel vol.III. doc. 125.151.VediIstoria dell’assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuta in Firenze l’anno 1787; Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana, e loro rispettive risposte, Firenze 1788. Sul frontispizio v’è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è scrittoEncyclopédie. Ricci vi propugna costantemente i principi giansenistici, e come modello presenta il sinodo giansenistico di Utrecht del 1763, esortando i vescovi toscani a imitarlo, ricevendovi i curati come giudici, e premunendoli contro gl’intrighi della Corte di Roma, che adoprerà i monaci e il nunzio per mandarli a vuoto; disapprova l’Indice de’ libri proibiti, e molti ne raccomanda in questo inseriti.152.Allora uscì un libello famoso, ilConclave dell’anno 1774, dramma per musica, con parodie ed emistichj del Metastasio. Era stato fatto dai nemici del cardinale Zelada, perchè non riuscisse papa: l’autore scoperto fu condannato a morte; ma il Zelada fu fortunato d’ottenergli la grazia: pure gli epigrammi lanciatigli valsero a questo una trista celebrità. Eppure egli aveva ricchissima biblioteca e medaglie e macchine, fece costruire una specola al Vaticano, e raccoglieva e favoriva i dotti. 1717-81.153.Quel che pel Gaetanino dicevasi di Gregorio XVI, si diceva pure di Pio VI per uno Stefano Brandi suo factotum.154.Lettera 11 gennajo 1782.155.Il filosofista Bourgoing, neiMémoires historiques et philosophiques sur Pie VIdice: — Era una frenesia di trovarsi sul passaggio del papa; il corso del Danubio ostruivano le barche dei curiosi; a venti a trentamila affollavansi nelle vie che riescono alla Corte, chiedendo a gran voci la benedizione del papa, e più volte il giorno Pio VI doveva comparire al balcone per concedere alla folla quel facile favore. Si temette di mancare di sussistenze, tanta gente accorreva a Vienna dai paesi più remoti. Fu notata l’ostinazione d’un paesano che veniva da sessanta leghe lontano per veder il papa. Arrivato, andò a mettersi in una sala dell’appartamento ov’era sua santità. —Cosa volete qua?gli chiese la guardia. —Veder il papa.—Non è questo il luogo: andatevene.—Oh no: aspetterò finchè venga; io non ho fretta, io. Badate pure anche voi alle cose vostre.E siede, e mangia il suo pane in santa pace. Da alquante ore aspettava, quando l’imperatore saputolo, l’introdusse egli stesso dal papa, che l’accolse bene, gli diede la mano a baciare, e la sua benedizione e alcune medaglie che aveva portate da Roma.To’ to’(esclamava il villano)e questi Viennesi non m’avevano detto che il papa desse denari a quei che vanno a trovarlo».Egli stesso reca le parole d’un protestante: — La presenza del papa a Vienna produsse effetti stupendi, e non mi meraviglio che altre volte operasse strane rivoluzioni. Molte fiate ho visto il papa nell’atto che dava la benedizione al popolo di questa capitale: io non sono cattolico, non facile alla commozione, ma v’assicuro che questo spettacolo mi ha intenerito alle lagrime. Quant’è interessante veder forse cinquantamila uomini uniti nel luogo stesso, dello stesso sentimento, portando negli sguardi e negli atti l’impronta della devozione e dell’entusiasmo, con cui aspettano una benedizione, da cui dipende la loro prosperità in questa e la felicità nell’altra vita! Assorti in quest’oggetto, non s’avvedono di stare incomodi; accalcati gli uni contro gli altri, respirando a fatica, vedono apparir il capo della Chiesa cattolica in tutta la sua pompa, colla tiara in capo, cogli abiti pontificali, sacri per essi, magnifici per tutti, cinto da cardinali che vi si trovavano, e dall’alto clero. Egli si curva verso terra, alza il braccio verso il cielo come persuaso profondamente che vi porta i voti di tutto un popolo, e che negli occhi esprime la brama che siano esauditi. Figuratevi tali funzioni compite da un vecchio di maestosa statura, della più nobile e graziosa fisionomia, e non sentitevi commosso, se potete, al vedere questa folla immensa precipitarsi a ginocchi al momento che si dà la benedizione, ricevendola con entusiasmo pari a quello di chi la dà. Certo, io serberò tutta la vita l’impressione di questa scena. Quanto non dev’essere viva e profonda in quelli che sono disposti a lasciarsi affascinare dagli atti esterni!»Pasquino ebbe a dire che il papa andò a Vienna a cantar una messa senzagloriaper lui, senzacredoper l’imperatore.156.Fra quelli che meglio osservarono l’Italia fu Carlo di Bonstetten, nato a Berna il 1745, morto a Ginevra il 1832, autore di molte opere d’economia, di morale, di viaggi, notevoli per delicatezza e giusto amore dell’umanità. — Il mio viaggio in Italia (scrive egli) cominciò da Milano. Gorani m’aveva dato lettere pel conte Verri, che mi presentò a Firmian, ministro e in realtà vicerè della Lombardia. È d’alta statura, e la pinguetudine non nuoce all’aria sua di dignità intelligente, nel cui fondo si fa sentire la bontà. Mi prese a voler bene, ero invitato tre o quattro volte per settimana a desinare da lui. Alla tavola non faceasi conversazione generale, e si stava a un bel presso come dinanzi a un sovrano. Quando parlava lui, tutti taceano. Essendo seduto presso di esso, mi servii del suo vino di Tokai; e il cameriere mi avvertì ch’era riservato pel conte. Chi farebbe adesso siffatta distinzione? Il conte aveva udienze numerosissime; ciascuno comparivagli dinanzi alla sua volta; bisognava essere spicci, ma si era ascoltati e compresi; erano quasi processioni, e non si faceva che passare. Firmian era rispettato ed amato a Milano; pure nel Governo tedesco v’ha qualche cosa che non si affà agl’Italiani. Malgrado le virtù di Firmian, si ribramava la dominazione spagnuola, che pure era tanto inferiore all’austriaca. Pel carattere ancor più che per la giustizia si governano i popoli: l’armonia de’ caratteri è il legame naturale fra le nazioni. L’amore dell’ordine, proprio de’ Tedeschi, è una linea troppo dritta e dura per le anime passionate del Mezzodì, più elastiche assai che i Tedeschi. Ai dì nostri non abbiam veduto i Francesi, mentre smungeano agli Italiani oro e sangue, esserne mille volte più amati che non gli Austriaci, i quali, col loro sistema da marito geloso, fanno odiare fin le virtù de’ padroni? I Francesi aveano in Italia per alleata l’immaginazione nazionale, che il Governo tedesco mette incessantemente alla tortura: i Francesi regnavano per la speranza, gli Austriaci pel terrore. Fra i due Governi corre questo divario, che in quel della speranza voi avete per alleate tutte le illusioni e le realtà, in quel del terrore nulla si spera da colui che si odia».A Roma egli conversò molto con Carlo Edoardo Stuart, il pretendente d’Inghilterra, marito di quella Stolberg contessa d’Albany, che fu l’amata del poeta Alfieri, e l’amante del pittore Fabre.157.In molte trattative per l’apertura della Schelda Giuseppe II adoprò come plenipotenziario il conte Luigi di Belgiojoso, che il 4 maggio 1784 presentò agli Stati d’Olanda ilQuadro sommario delle pretensioni dell’imperatore.158.Lettera del 1728 al conte d’Aguirre avvocato fiscale, il quale era in corrispondenza co’ migliori del tempo, e molte lettere a lui figurano nelCatalogue raisonnédel Crevenna.159.Marco Foscarini, ambasciator veneto, riferisce che il re erasi assegnato pel proprio spillatico lire trentaseimila di Piemonte; ottomila al duca di Savoja: l’Ormea, ministro di Stato, gran cancelliere, gran cordone dell’Annunziata, avea il soldo di lire mille e cencinquanta. Tenuissimi erano gli stipendj de’ professori all’Università: lire mille quei di medicina, seicento di chirurgia, mille settecento di greco, mille ducento d’eloquenza, tremila di diritto civile.160.Per la sua nascita il Manfredi scrisse il bel sonetto:Vidi Italia col crin sparso e neglettoColà dove la Dora in Po declina...161.Roberti, Lettera ad un professore nel Friuli, del 1777.162.Il re, prevedendo la spensierataggine del suo successore, radunò ben 18 milioni di lire che ripose dentro un muro, e non ne sapeva il segreto se non il Bogino. Questi in fatto, quando il bisogno venne, le passò al re.Il Bogino spodestato si volse al ritratto del vecchio re esclamando: «Non sono ancor fredde le vostre membra, e vi si fa l’oltraggio di congedar quello che vi fu il più devoto servidore».Il Lalande racconta che la spada deposta sul feretro di Carlo Emanuele III doveva appartenere al gran scudiere; ma Vittorio Amedeo ne sostituì una adorna di diamanti, dicendo: — Voglio conservar la spada che servì a Guastalla».Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o gli stranieri presentati».163.Per le nozze di Carlo Emanuele con Clotilde di Francia, la quale poi morì nel 1802 in odore di santità, il Bodoni pubblicò un miracolo di tipografia, cioè un volume in gran foglio col titoloEpithalamia exoticis linguis reddita, dove le trentaquattro città del Piemonte fanno voti in trentaquattro lingue diverse; con belle stampe d’Evangelista Ferrari, esprimenti le effigie dei duchi di Savoja e i fasti delle città: l’orientalista Bernardo De Rossi adoprò quelle varie lingue, del che non eravi esempio, giacchè ilMonumentum romanumad onore del Peiresc fu compilato da molti dotti insieme: il padre Paciaudi illustrò in latino le incisioni: Gaston Rezzonico descrisse il tutto in un lunghissimo poemetto, stampato dallo stesso Bodoni.164.«Qualche momento prima di partire dai regj appartamenti, fece (Carlo III) la pubblica cessione di questi regni all’infante don Ferdinando suo terzogenito, che seguì, venendo letta dal marchese Tanucci segretario di Stato, stando la maestà sua cattolica sotto al baldacchino, con alla sinistra il suddetto Ferdinando, in presenza del suo consiglio di Stato, del consiglio di Santa Chiara, del luogotenente della Camera, della giunta di Sicilia, e dei deputati di Palermo. Dovendo poi il re di Spagna cinger la spada al nuovo re di Napoli e dargli il tosone, S. M. C. gli disse che con la medesima lui aveva acquistati questi regni, che dovea servirgli a difesa della cattolica religione, di se medesimo e de’ suoi vassalli. Non potè tutta eseguir quest’azione, perchè, impedito dalle lacrime, fuggì a sfogarle, ossia a confonderle con quelle della regina, che era in altra stanza ritirata». Lettera del residente veneto, 11 ottobre 1759.165.On ne comprend pas comment Tanucci a pu se faire une si grande réputation de sagesse, dice il Gorani, e cita le insane sue tariffe che empirono il paese di contrabbandieri.166.Il Botta asserisce aver lui veduto il dispaccio. Del resto il motto non disdice all’uomo che di sua moglie diceva: — Dorme come una marmotta, e suda come una troja».167.Angiolino del Duca, povero villano servivasi d’una mula, ed essendogli morta, e il padrone volendone il prezzo, egli fu costretto vendere i pochi arredi, onde buttossi alla campagna e divenne brigante famoso. Spogliava baroni e signori, risparmiava i forestieri, anzi li scortava; passava di villaggio in villaggio, piantando tribunale e trovando facilmente in colpa i ricchi; ad altri scriveva lettere garbate, determinando le somme che doveano; talvolta agli assaliti toglieva sol la metà del denaro. Divideva lealmente il bottino co’ suoi, non assassinò mai. Avea proposto al re di mantener la quiete in tutto il regno se gli fissasse un soldo e un grado; e anche dopo il supplizio il popolo lo rimpiangeva come amico del popolo.168.Pietro C. Ulloa(Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royame de Naples, Ginevra 1859) fece una pittura molta lusinghiera del reame alla fine del secolo passato.La nobiltà, attirata presso al monarca, era ancora una classe privilegiata, ma dei due diritti che un tempo aveva di opprimere e di proteggere non avea conservato che il secondo. Non formava una Casta, non aveva essiccata la fonte delle sue entrate, non dispettava le riforme, non ricusava contribuire ai pubblici aggravj, onde non era impopolare. Il terzo stato era padrone quasi di tutto ciò che costituisce la ricchezza nazionale, il lavoro agricolo, l’industria, i capitali; esso attivava tutte le forze produttive: in esso gli avvocati, i medici, i precettori, gli artisti, i letterati, i filosofi. La nobiltà se ne valeva, onorava nelle classi inferiori un’esistenza utile, acquistata col lavoro e colle dottrine. Per mezzo della nobiltà la grazia e l’eleganza della Corte passavano nelle relazioni delle classi medie, e fin negli scritti. Nel popolo s’aveva ancora della miseria, ma non più le gravose fatiche, le cocenti cure, le esistenze diseredate, che le grandi città alimentano col soldo giornaliero. Il popolo, men capace di dissimulazione che di riflessione, e che non vedeva se non benefizj, sottometteasi volentieri alle leggi, alla preminenza delle classi elevate e massime delle famiglie storiche. ..... Il popolo di Masaniello aveva dimenticato le vecchie agitazioni, e non sentiva più il pungiglione della miseria, onde non sognava che feste o godimenti. ..... Coi Borboni il potere monarchico divenne il guardiano del diritto comune, e secondo il progresso della civiltà per mezzo dell’ordine, e dell’eguaglianza per mezzo dell’uniformità, il potere sviluppavasi sempre nel senso dell’interesse generale: nè mai il carattere de’ principi, il movimento degli spiriti, l’affluenza di valent’uomini aveva tanto illustrato il nostro paese».Il Tanucci da Portici, il 15 ottobre 1763, scriveva al Caracciolo inviato a Torino:«Per la preferenza del popolo e coltivazione del Piemonte sopra quella di questo regno, che io leggo nella rivista confidenziale dei 5, pare che V. E. non abbia veduto il tratto del regno ch’è tra Barletta ed Otranto, tratto pieno di città e terre abitatissime e tutto coltivatissimo; inoltre più vasto del Piemonte e più ricco di generi di estrazione. La sola seta è l’estrazione del Piemonte, ed in quel tratto, oltre la seta, sono grani, vini, olio, mandorle, passi e manna. Le città poi vi sono lodevoli quanto coteste. Non è Lecce meno di Vercelli, Barletta meno di Nizza, Bari meno di Casale, Bisceglie meno di Alba, Bitonto meno di Ivrea, Trani meno di Aosta, Monopoli meno di Fossano, Altamura meno di Mondovì, Gallipoli meno di Saluzzo, Taranto meno di Carmagnola, Acqui meno di Brindisi, ecc. L’Abruzzo è certamente più grande, più popolato, più fertile della Savoja. Certamente, dell’Italia da me veduta, il tratto tra Nocera dei Pagani e Francolise, cioè non meno di cinquanta miglia tra levante e ponente estivo, e di venti tra mezzogiorno e settentrione, è il più fertile e il più popolato. Li casali tra due e cinque mila anime son così frequenti che pajon contigui, e non vi sta meno d’un mezzo milione d’anime; e il grano vi è poco quando fa solamente il 12 per uno, ed i territorj si affittano regolarmente a dieci e dodici ducati il moggio. La provincia di Lucera, ch’è la più spopolata, alimenta due milioni di pecore, od altre bestie utili, e produce quel tanto grano che ognuno sa, e la manna infinita e celebre del Gargáno. Niuno controverte al regno tre milioni e mezzo d’anime, niuno la fertilità del triplo dei generi della Lombardia. L’ineguaglianza è poi vera, ma io non voglio parlare della ragione, sì perchè è inevitabile ove son più di mille baroni, con l’enorme giurisdizione che ella sa, sì perchè, ministro essendo dei Borboni, non devo entrare nel governo di due secoli d’un’altra famiglia, sì finalmente perchè essendo forestiero, non devo criticare il Ministero del paese. Ma appunto l’essere toscano mi somministra una idea terribile di cotesto catasto, per cui una famiglia paga cinque zecchini e un quarto e mezzo l’anno. Regolarmente li possessori dei terreni son la decima parte di un popolo ben diviso, laonde ad una famiglia possessora toccano cinquantacinque zecchini, almeno nell’alta Toscana, che equivale al Piemonte nel popolo, nell’estensione, nella cultura, nella fertilità, essendo da levante a ponente cento e venti miglia, e cinquanta da tramontana a mezzogiorno e più, ed è ugualmente divisa e distribuita una famiglia per l’altra delle posseditrici dei beni, paga soli trenta zecchini di catasto, eppure, oltre li stessi generi del Piemonte produce per li suoi tre quarti olio, che nel Piemonte è solamente nelle campagne di Nizza. Mi ricordo di aver veduto le campagne bianche e sterili di Vercelli, quali niuna è nell’alta Toscana, che uguagli in sterilità. Le città dell’alta Toscana, oltre Firenze che per tutte le cagioni è il doppio di Torino; Pisa, Livorno, Volterra, Pistoja, Pescia, Prato, Colle, San Miniato, Arezzo, S. Sepolcro, Cortona, Montepulciano, oltre un numero grandissimo di casali e terre riguardevoli, che equivagliono alle città. La bassa Toscana, vastissimo e spopolato paese, benchè fertile di grani e bestiami, lo paragono alla Savoja, ove però non sarà una città come Siena, capo della bassa Toscana, e forse nessuno come Grosseto, Montalcino e Chiusi, eccettuato Chambéry. In Toscana il catasto è del popolo, non del principe, e di esso si pagano li magistrati colli loro sbirri e subalterni, che son tutti salariati, le strade, li ponti, le muraglie, li castelli, li medici ecc., e un regalo al principe di cento mila zecchini annui. Del principe sono duecento mila zecchini delle farine, o sia testatico, altrettanti delle dogane, e circa altrettanti tra tabacco, posta, vigesima, tratte; altrettanti sarebbero quelli del sale, ma questa rendita è tutta venduta ai privati. — Questo metodo mostra che il catasto non è che la quinta parte di quello che paga la Toscana allo Stato e al sovrano, e su questo metodo calcolando, dovrebbe cotesto Stato e cotesto sovrano aver cinque milioni di zecchini, avendone un milione del solo catasto:Credat Judæus apella. Passan li Piemontesi per cavalieri d’industria e fanfaroni. Si sa che prima di questo secolo era cotesto Stato qualche cosa meno della Toscana; si crede che le conquiste lo abbiano raddoppiato in questo secolo, ma si crede ancora comunemente che di rendite, che limpide vadano in man del sovrano da spenderle per la truppa e per la Corte, sia sospetta questa quantità, che si dice sopra un milione di zecchini, e sia notoria fanfaronata quel che si dice sopra un milione e ducento mila di zecchini, perchè è notorio che cotesta Corte non spende più di duecento mila zecchini, ed è anche notorio che un milione di zecchini basta a mantenere lautamente quaranta mila uomini.«Serbi, signor marchese, cotesto panegirico del Piemonte a quando sarà stato due anni nel Veneziano, due in Toscana, ed avrà veduto con agio la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo, la Lucania, la Campagna felice e la Sicilia, delle quali vedo ch’è poco informata».Poc’anzi fu trovato il carteggio del Tanucci in 31 volumi dal 1763 al 1774.Una volta la settimana scriveva a Carlo III.169.La spesa portava: per l’esercitoducati3,500,000Per l’armata»1,000,000Onorarj di magistrati»150,000Emolumenti di ministri e loro impiegati»150.000Mantenimento delle fortezze e altri edifizj»200,000Pensioni»200,000L’entrata dava 7 milioni di ducati, sicchè avanzavano ogn’anno»1,800,000L’esercito componeasi di trentacinquemila uomini, di cui seimila stavano in Sicilia, quattromila erano Svizzeri. Sono importanti iMémoires sur le royaume de Naplesdel sig. Orloff, sebbene passionati: credonsi opera del napoletano De Angelo. Vedi pureCoco,Sulla rivoluzione di Napoli;Galanti,Descrizione geografica e politica delle Sicilie;Arrighi,Saggio storico per servire di studio alle rivoluzioni di Napoli.* Nel 1774 fu fatta legge a Napoli che i magistrati dovessero motivar le sentenze sopra testi di legge. Ma quali erano i testi di legge da citare? Fu allora che Carlo Pecchia,mastro d’attiossia cancelliere alla vicaria, tolse ad esporre tutte le leggi da cui doveasi dedurre il diritto allora vigente, cominciando dalle longobardiche, e via via a quelle della monarchia. Peccato che la morte interrompesse un lavoro, fatto con precisione, dottrina e critica, e certo molto più utile di quel del Filangieri, anche dopo che parve scienza il disprezzare tutta quella de’ nostri padri.170.Benchè egli frenasse le esorbitanze de’ baroni, prestazioni e aggravj sussistettero, tantochè nella costituzione del 1812 leggiamo: — Le angarie e perangarie introdotte soltanto dalla prerogativa signorile restano abolite senza indennizzazione. E quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni a trasportare in preferenza i generi del barone, di vendere con prelazione i prodotti allo stesso, e tutte le opere personali e prestazioni servili provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzazione i diritti privativi e proibitivi per non molire i cittadini in altri tappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che nei di lui alberghi, fondachi ed osterie; i diritti di zagato per non vendere commestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale».Anche nel Napoletano, Davide Winspeare noverava mille trecennovantacinque diritti su cose o persone, sussistenti ancora quando arrivarono i Napoleonidi.171.De Tommasi,Documenti di storia lucchesenell’Archivio storico, vol.X.172.Alcune son pubblicate dal Minutoli nel vol.Xdell’Archivio storicodi Firenze.173.Anton Francesco, altro figlio del Sampiero, ebbe stato alla Corte di Francia, e accompagnò a Roma l’ambasciadore d’Enrico III. Quivi avendo offeso a parole un signore della Roggia, questo s’accontò cogli altri gentiluomini dell’ambasciata, e col pretesto di visitar le ruine del Colosseo, ivi lo trucidò nel 1580. Il traditore non era il Corso.174.Questo stato non cessò per anco: prova contro chi ne incolpa il Governo genovese. Pasquale Paoli dichiarò infame chi violasse una pace giurata; e in faccia alla sua casa alzavasi un palo, segno di postera infamia.Nel 1835 la città di Sartena, e i comuni di Gavignano, Fossano, Santa Lucia di Tallano ed altri erano sossopra per tale guerra intestina, e le condanne o assoluzioni divenivano nuovo fomite ed occasione di rancore; e passavano perfino anni intieri senza che un matrimonio fosse iscritto sui libri. Il generale Lallemand, già compagno di Napoleone e allora pari di Francia, unito all’avvocato Figarelli, pensò tor via questi scandali, e colle buone di qua, di là, riuscirono a far soscrivere le paci, ed ebbe la bella gloria di mantenerla per molti anni ne’ cinquantacinque Comuni dell’isola.A Santa Lucia di Tallano, il prete Giovanni Santa Lucia, capo d’un partito composto della sua famiglia e de’ Giacomini, e avverso a quel de’ Poli e dei Chiliscini, risvegliò le ire nel 1839, facendo o lasciando eseguire un assassinio: Giudice Giacomini vi preparò gli spiriti col metter fuori i calzoni di suo figlio, ammazzato già tempo dagli avversarj, e minacciar la moglie dell’uccisore: alfine furon morti di fucilata un Chiliscini e un Poli in una festa di nozze.Poc’anni fa morì il Franceschino, famoso bandito, che traevasi dietro una banda di due o trecento uomini, e che, oltre saccheggiare ed esercitare lavendettapretendea far miracoli, e molti ne operò. Una volta propose di risuscitar un morto, e tra la folla accorsa al nuovo spettacolo venne pure il prefetto d’Ajaccio, con buona scorta, che indusse i paesani a questo patto: se il miracolo succedesse, onorerebbe grandemente egli pure il Franceschino; se no, essi gliel consegnerebbero. Il bandito stimò opportuno sottrarsi alla prova, e fuggì a Roma, ove morì cappuccino.Nel gennajo del 1855 il bandito Castelli nella pieve di Fimorbo, ricca d’eccellenti uffiziali come di audacissimi facinorosi, compì imprese romanzesche e scelleratissime.Basta guardar laGazzetta de’ tribunalidi Parigi per trovarvi continui esempj di siffatte vendette.175.VediTommaseo,Canti côrsi, eVita di Pasquale Paoli.176.Tra i prigionieri rimase il vecchio Bernardino di Casaccione cappuccino, uno de’ molti frati che quell’insurrezione sospinsero e alimentarono. Egli professò altamente creder giusta la rivolta de’ Côrsi, e non rifiutar pena per sostener quest’asserto. Mandato a Genova, per intercessione di Roma fu confinato in un convento. Così richiedeano i privilegi d’allora, tolti i quali, in tempi più boriosi di civiltà come gli odierni, per casi simili non si ebbero che polvere e piombo e capestro.177.Arina,Delle cose di Corsica dal1750al68.178.Era una curiosità l’aver monete di re Teodoro, e i piccoli da cinque soldi pagaronsi fin quattro zecchini, e portavano:Theodorus rex — Rego pro bono publico. Un’altra d’argento portava la Madonna col motto:Monstra te esse matrem, e al rovescio le armi del regno.Una biografia di re Teodoro, espressiva come la realtà, fantastica e patetica come un romanzo, fu stesa poc’anzi da Carlo Augusto Varnhagen d’Ense, il quale conchiude: — Nel 1736 un Westfaliano fu re in Corsica; settantatre anni dopo, un Côrso era re in Westfalia».179.A proposito della conquista della Corsica, Voltaire scriveva nel 1769 al signor Bargemont:Je crois comme vous qu’on casse des cruches de terre avec des louis d’or; et qu’après s’être emparé d’un pays très-misérable, il en coûtera plus peut-être pour le conserver que pour l’avoir conquis. Je ne sais s’il n’eût pas mieux valu simplement s’en déclarer protecteur avec un tribut; mais ceux qui gouvernent ont des lumières, que les particuliers ne peuvent avoir. Il se peut que la Corse devienne nécessaire dans les dissensions qui surviendront en Italie. Cette guerre exerce le soldat et l’accoutume à manœuvrer dans un pays de montagnes. D’ailleurs cette entreprise étant une fois commencée, on ne pourrait guère y renoncer sans honte.Lettere inedite di Voltaire, del signor Cayrol, 1856.Cioè anche Voltaire intonava la canzone, ripetuta anche testè, che, quando l’onore della Francia è impegnato, bisogna andar innanzi, giustizia o no.180.Vir nemorisè il titolo d’un poemetto latino, in costui lode composto da Ottaviano Savelli amico dell’Alfieri.181.Vol.I. p. 100.182.La contea di Gorizia (di cui una storia in italiano da Carlo Morelli di Schönfeld fu stampata a Gorizia il 1855) fu invasa dalla lingua italiana e dal dialetto friulano. Le cause trattavansi in latino, e avendo la reggenza di Vienna nel 1556 ricusato d’accettare atti in questa lingua, si prese a farli in italiano, che divenne comune nel fôro sinchè gli stati goriziani ordinarono che il patrocinio si sostenesse da avvocati tedeschi e le scritture e arringhe si facessero in latino. Ma fu inutile, e prevalse l’italiano; italiani erano i predicatori, i primi cancellieri; e il giuramento prestato nel 1564 all’arciduca Carlo fu nelle lingue tedesca, slava e italiana. La moneta corrente era la veneziana. L’imperatore Leopoldo I, stando nel 1660 a ricever l’omaggio della contea di Gorizia, scriveva al maggiordomo dell’arciduca Carlo suo fratello: — Il paese, il clima, il non sentir favellare altra lingua che l’italiano, mi fanno scrivere anche nella medesima». Solo a metà del Settecento si diffusero il parlare e i costumi tedeschi, ma l’italiano vi ebbe sempre corso.183.Il ducato equivale a lire 4.19. Il bilancio del 1783 portava:Entrata per gli appaltiducati1,399,613Dazj della dominante»1,469,523Nella terraferma»1,016,677Nella Dalmazia»29,335In Levante»94,564Gravezze della dominante»562,444Della Terraferma»510,634Della Dalmazia»66,722Del Levante»84,503La spesa ammontava»6,624,668di cuile milizie di terra e di mare, e le fortificazioni assorbivano»2,097,618L’istruzione pubblica»51,812Le pubbliche costruzioni»119,255Una minuta descrizione dello Stato veneto nel secolo passato fu fatta dal gesuita Tentori.184.28 maggio 1762. «L’anderà parte che, qualora il serenissimo principe, assistendo al senato, giudicasse conferente alla sua salute il levarsi, debba in questo caso esser accompagnato, come in figura privata, da due soli dei consiglieri e da un capo de’ XL, quali discendendo per la scala degli elezionarj, e trovando fuori del Pregadi il solito corteggio del suo cavaliere e de’ suoi scudieri, lo accompagneranno fino alle sue stanze. In tal modo rimanendo nel senato li quattro consiglieri e li due capi de’ XL, che si rendono necessarj per le pubbliche leggi, continuerà senza turbamento e interruzione alcuna la trattazione de’ pubblici incamminati affari, e libero il serenissimo principe dell’apprensione e pericolo di sua salute, potrà esser frequente ad assistervi, e col suo esempio dar eccitamento a tutti li cittadini destinati a formar il senato, ad esser sempre assidui al miglior bene di questa nostra adoratissima patria.«E la presente sia stampata ed aggiunta alla promission ducale».185.Dopo i trattati del 1603 e 1706 vennero a stabilirsi a Venezia tanti Grigioni, e tante botteghe v’aprirono, che la Repubblica temette pregiudicassero ai proprj sudditi, sicchè dichiarò sciolta l’alleanza nel 1766, i Grigioni sottoposti alle leggi della Repubblica, e vietato d’esercitarvi arti. Anche quando Clemente VII concesse portofranco ad Ancona e fiera a Sinigaglia, i Veneziani proibirono ai loro sudditi di recarvisi.186.Nel viaggio del granduca Cosimo III nel 1664, pubblicato dal Moreni, si dice delle Benedettine di San Lorenzo: «È questo il più ricco monastero di Venezia, e vi sono sopra cento madri, tutte gentildonne. Vestono leggiadrissimamente con abito bianco come alla franzese, il busto di bisso a piegoline, e le professe trina nera larga tre dita sulle costure di esso: velo piccolo cinge loro la fronte, sotto il quale escono i capelli arricciati e lindamente accomodati, seno mezzo scoperto, e tutto insieme abito più da ninfe che da monache».187.Era proverbio «la mattina una messetta, l’apodisnar una bassetta, e la sera una donnetta». VediMutinelli,Gli ultimi cinquant’anni della Repubblica. Fu confutato come troppo rigoroso, ma «Non è, s’io scorgo il vero, Di chi l’offende il difensor men fiero».188.Il Mutinelli adduce le spese fatte il 2 maggio 1796 per l’ingresso di Almorò Pisani come procuratore di San Marco; le quali ammontano a lire 93,635, oltre il pane e vino. Il ritratto del procuratore, inciso a Londra dal Bartolozzi, costò cento ghinee.189.Sono descritte anche dal Cicogna nelleIscrizioni venete.190.Fu difesa tal pratica nell’opuscoloDelle celebri carte che invocano e protestano immacolata la concezione di Maria, e loro uso se sia da permettersi. Padova 1752.

144.VediAnton Francesco Pagani,Storia dell’Inquisizione di Toscana. Firenze 1783. In quei tempi dovea far colpo l’apologo del Crudeli, d’un uomo che, avendo il suo giardino guasto da una lepre, invocò contro di essa il re; e il re vi entrò con un esercito intero, che sobbissò il giardino e la casa, e abbattè anche la siepe,E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,Che le lepri d’un regno insieme uniteNon avrebbero al certoCosì gran guasto mai fatto in cent’anni.Popoli, se tra voi sorge una lite,Non chiamate in ajuto un re possente;State all’erta, avvertiteCh’ei non s’impegni nelle vostre guerre,E ch’ei non entri nelle vostre terre.

144.VediAnton Francesco Pagani,Storia dell’Inquisizione di Toscana. Firenze 1783. In quei tempi dovea far colpo l’apologo del Crudeli, d’un uomo che, avendo il suo giardino guasto da una lepre, invocò contro di essa il re; e il re vi entrò con un esercito intero, che sobbissò il giardino e la casa, e abbattè anche la siepe,

E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,Che le lepri d’un regno insieme uniteNon avrebbero al certoCosì gran guasto mai fatto in cent’anni.Popoli, se tra voi sorge una lite,Non chiamate in ajuto un re possente;State all’erta, avvertiteCh’ei non s’impegni nelle vostre guerre,E ch’ei non entri nelle vostre terre.

E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,Che le lepri d’un regno insieme uniteNon avrebbero al certoCosì gran guasto mai fatto in cent’anni.Popoli, se tra voi sorge una lite,Non chiamate in ajuto un re possente;State all’erta, avvertiteCh’ei non s’impegni nelle vostre guerre,E ch’ei non entri nelle vostre terre.

E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,

Che le lepri d’un regno insieme unite

Non avrebbero al certo

Così gran guasto mai fatto in cent’anni.

Popoli, se tra voi sorge una lite,

Non chiamate in ajuto un re possente;

State all’erta, avvertite

Ch’ei non s’impegni nelle vostre guerre,

E ch’ei non entri nelle vostre terre.

145.— S. C. M., con estremo rammarico e cordoglio dell’animo mio appresi da S. S. le aspre doglianze avanzate dalla M. V. contro la mia povera persona, come che abbia avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano, con alcune espressioni di una lettera responsiva ad un’altra del senatore Rucellaj. Mi riconosco pertanto in debito di presentarmi ossequioso al trono della C. M. V. medesima, chiamando in testimonio l’onnipotente Iddio sul sacrosanto carattere che indegnamente porto, nell’esporre alla di lei imperiale persona le mie più umili giustificazioni sopra di ciò. Supplico dunque con ogni più riverente ossequio la M. V. I. volersi sul predetto mio sacrosanto giuramento assicurare, che neppur per sogno mi è caduto in pensiero simile frenesia ed indegnissimo ardimento di offendere in minima cosa la persona sacrosanta del mio augustissimo sovrano, e per conseguenza niuno dei supremi e principali ministri di qualunque sorta essi siano; anzi mi sono sempre gloriato e sempre mi glorierò dimostrare in fatti ed in parole alla C. M. V., ed in proporzione al di lei imperiale ministero quel sommo ossequio e venerazione che le devo, anche a costo della propria vita, quando fosse duopo. Nonostante, qualunque sia la causa di sì grande mia disgrazia e deplorabile mia disavventura di vedere contro di me irritato il mio augustissimo e clementissimo sovrano, eccomi umiliato ai piedi della C. M. V. per implorare un generoso e benigno perdono, che dall’innata clemenza e pietà di sì pio imperatore mi giova sperare, non meno che la gloria di potermi protestare, quale prostrato in atto di baciargli ossequiosamente la imperiale porpora sono e sarò eternamente, della C. M. V. ecc.».Non meno notevole in tal proposito è la lettera di monsignor Incontri arcivescovo di Firenze al Richecourt capo della reggenza il 1752: — Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le potestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell’autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa Sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi, onde l’ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell’adempimento del mio ministero. All’occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d’istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito, come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato: ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l’ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito; e V. E. sa quante volte mi sono dato l’onore d’essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell’esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m’incoraggerei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all’imperial consiglio la mia più distinta venerazione, mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.».

145.— S. C. M., con estremo rammarico e cordoglio dell’animo mio appresi da S. S. le aspre doglianze avanzate dalla M. V. contro la mia povera persona, come che abbia avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano, con alcune espressioni di una lettera responsiva ad un’altra del senatore Rucellaj. Mi riconosco pertanto in debito di presentarmi ossequioso al trono della C. M. V. medesima, chiamando in testimonio l’onnipotente Iddio sul sacrosanto carattere che indegnamente porto, nell’esporre alla di lei imperiale persona le mie più umili giustificazioni sopra di ciò. Supplico dunque con ogni più riverente ossequio la M. V. I. volersi sul predetto mio sacrosanto giuramento assicurare, che neppur per sogno mi è caduto in pensiero simile frenesia ed indegnissimo ardimento di offendere in minima cosa la persona sacrosanta del mio augustissimo sovrano, e per conseguenza niuno dei supremi e principali ministri di qualunque sorta essi siano; anzi mi sono sempre gloriato e sempre mi glorierò dimostrare in fatti ed in parole alla C. M. V., ed in proporzione al di lei imperiale ministero quel sommo ossequio e venerazione che le devo, anche a costo della propria vita, quando fosse duopo. Nonostante, qualunque sia la causa di sì grande mia disgrazia e deplorabile mia disavventura di vedere contro di me irritato il mio augustissimo e clementissimo sovrano, eccomi umiliato ai piedi della C. M. V. per implorare un generoso e benigno perdono, che dall’innata clemenza e pietà di sì pio imperatore mi giova sperare, non meno che la gloria di potermi protestare, quale prostrato in atto di baciargli ossequiosamente la imperiale porpora sono e sarò eternamente, della C. M. V. ecc.».

Non meno notevole in tal proposito è la lettera di monsignor Incontri arcivescovo di Firenze al Richecourt capo della reggenza il 1752: — Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le potestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell’autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa Sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi, onde l’ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell’adempimento del mio ministero. All’occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d’istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito, come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato: ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l’ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito; e V. E. sa quante volte mi sono dato l’onore d’essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell’esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m’incoraggerei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all’imperial consiglio la mia più distinta venerazione, mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.».

146.Zobi,Storia, lib.IV. c. 3. In Toscana nel 1784 v’avea 7957 preti secolari, 2581 cherici inferiori, 2433 preti regolari, 1627 monaci laici, divisi in 213 conventi, 7670 monache in 136 chiostri. Firenze contava 78,635 anime, di cui 2134 monache, 917 frati, 1377 preti, 1627 militari, 1335 funzionarj civili, 1018 lanajuoli.Moltissime memorie uscirono sulla giurisdizione ecclesiastica e regia; le più belle sono del Rucellaj. Unasecreta, spedita a Vienna il 1745, contiene fra le altre cose la seguente: — La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto; che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia, e che, nojati di questo eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicare finalmente per conto proprio quello su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».

146.Zobi,Storia, lib.IV. c. 3. In Toscana nel 1784 v’avea 7957 preti secolari, 2581 cherici inferiori, 2433 preti regolari, 1627 monaci laici, divisi in 213 conventi, 7670 monache in 136 chiostri. Firenze contava 78,635 anime, di cui 2134 monache, 917 frati, 1377 preti, 1627 militari, 1335 funzionarj civili, 1018 lanajuoli.

Moltissime memorie uscirono sulla giurisdizione ecclesiastica e regia; le più belle sono del Rucellaj. Unasecreta, spedita a Vienna il 1745, contiene fra le altre cose la seguente: — La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto; che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia, e che, nojati di questo eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicare finalmente per conto proprio quello su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».

147.NellaVia Crucis, devozione raccomandata dai Francescani, come dai Gesuiti il Sacro Cuore, si pretese fossersi fatte aggiunte alla narrazione evangelica, e proponeasi, non di abolirla, ma di sostituire cinque nuove a cinque delle vecchie stazioni. Di ciò s’infierì una disputa, a cui preser parte molti giornali; e il Pujatti, l’Affò, il Bettinelli ed altri vennero a lunghi litigi nel 1783.

147.NellaVia Crucis, devozione raccomandata dai Francescani, come dai Gesuiti il Sacro Cuore, si pretese fossersi fatte aggiunte alla narrazione evangelica, e proponeasi, non di abolirla, ma di sostituire cinque nuove a cinque delle vecchie stazioni. Di ciò s’infierì una disputa, a cui preser parte molti giornali; e il Pujatti, l’Affò, il Bettinelli ed altri vennero a lunghi litigi nel 1783.

148.Troppe scritture di quel tempo attestano la rilassatezza e peggio del clero, e principalmente del regolare.

148.Troppe scritture di quel tempo attestano la rilassatezza e peggio del clero, e principalmente del regolare.

149.Prima memoria, 21 luglio 1781. La lettera 3 agosto al teologo ducale comincia: — Stanca S. A. R. del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana, ecc.

149.Prima memoria, 21 luglio 1781. La lettera 3 agosto al teologo ducale comincia: — Stanca S. A. R. del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana, ecc.

150.Lettera del 10 luglio 1782 al segretario Seratti. Il Ricci teneva corrispondenza coi Giansenisti d’oltremonte, e si hanno venti lettere sue al famoso vescovo Grégoire, ostilissime a Roma. La Chiesa scismatica di Utrecht diresse un’esortatoria al vescovo di Colle, quando supponeva ch’egli avesse adunato un sinodo diocesano; recata da Zobi nel vol.III. doc. 125.

150.Lettera del 10 luglio 1782 al segretario Seratti. Il Ricci teneva corrispondenza coi Giansenisti d’oltremonte, e si hanno venti lettere sue al famoso vescovo Grégoire, ostilissime a Roma. La Chiesa scismatica di Utrecht diresse un’esortatoria al vescovo di Colle, quando supponeva ch’egli avesse adunato un sinodo diocesano; recata da Zobi nel vol.III. doc. 125.

151.VediIstoria dell’assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuta in Firenze l’anno 1787; Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana, e loro rispettive risposte, Firenze 1788. Sul frontispizio v’è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è scrittoEncyclopédie. Ricci vi propugna costantemente i principi giansenistici, e come modello presenta il sinodo giansenistico di Utrecht del 1763, esortando i vescovi toscani a imitarlo, ricevendovi i curati come giudici, e premunendoli contro gl’intrighi della Corte di Roma, che adoprerà i monaci e il nunzio per mandarli a vuoto; disapprova l’Indice de’ libri proibiti, e molti ne raccomanda in questo inseriti.

151.VediIstoria dell’assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuta in Firenze l’anno 1787; Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana, e loro rispettive risposte, Firenze 1788. Sul frontispizio v’è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è scrittoEncyclopédie. Ricci vi propugna costantemente i principi giansenistici, e come modello presenta il sinodo giansenistico di Utrecht del 1763, esortando i vescovi toscani a imitarlo, ricevendovi i curati come giudici, e premunendoli contro gl’intrighi della Corte di Roma, che adoprerà i monaci e il nunzio per mandarli a vuoto; disapprova l’Indice de’ libri proibiti, e molti ne raccomanda in questo inseriti.

152.Allora uscì un libello famoso, ilConclave dell’anno 1774, dramma per musica, con parodie ed emistichj del Metastasio. Era stato fatto dai nemici del cardinale Zelada, perchè non riuscisse papa: l’autore scoperto fu condannato a morte; ma il Zelada fu fortunato d’ottenergli la grazia: pure gli epigrammi lanciatigli valsero a questo una trista celebrità. Eppure egli aveva ricchissima biblioteca e medaglie e macchine, fece costruire una specola al Vaticano, e raccoglieva e favoriva i dotti. 1717-81.

152.Allora uscì un libello famoso, ilConclave dell’anno 1774, dramma per musica, con parodie ed emistichj del Metastasio. Era stato fatto dai nemici del cardinale Zelada, perchè non riuscisse papa: l’autore scoperto fu condannato a morte; ma il Zelada fu fortunato d’ottenergli la grazia: pure gli epigrammi lanciatigli valsero a questo una trista celebrità. Eppure egli aveva ricchissima biblioteca e medaglie e macchine, fece costruire una specola al Vaticano, e raccoglieva e favoriva i dotti. 1717-81.

153.Quel che pel Gaetanino dicevasi di Gregorio XVI, si diceva pure di Pio VI per uno Stefano Brandi suo factotum.

153.Quel che pel Gaetanino dicevasi di Gregorio XVI, si diceva pure di Pio VI per uno Stefano Brandi suo factotum.

154.Lettera 11 gennajo 1782.

154.Lettera 11 gennajo 1782.

155.Il filosofista Bourgoing, neiMémoires historiques et philosophiques sur Pie VIdice: — Era una frenesia di trovarsi sul passaggio del papa; il corso del Danubio ostruivano le barche dei curiosi; a venti a trentamila affollavansi nelle vie che riescono alla Corte, chiedendo a gran voci la benedizione del papa, e più volte il giorno Pio VI doveva comparire al balcone per concedere alla folla quel facile favore. Si temette di mancare di sussistenze, tanta gente accorreva a Vienna dai paesi più remoti. Fu notata l’ostinazione d’un paesano che veniva da sessanta leghe lontano per veder il papa. Arrivato, andò a mettersi in una sala dell’appartamento ov’era sua santità. —Cosa volete qua?gli chiese la guardia. —Veder il papa.—Non è questo il luogo: andatevene.—Oh no: aspetterò finchè venga; io non ho fretta, io. Badate pure anche voi alle cose vostre.E siede, e mangia il suo pane in santa pace. Da alquante ore aspettava, quando l’imperatore saputolo, l’introdusse egli stesso dal papa, che l’accolse bene, gli diede la mano a baciare, e la sua benedizione e alcune medaglie che aveva portate da Roma.To’ to’(esclamava il villano)e questi Viennesi non m’avevano detto che il papa desse denari a quei che vanno a trovarlo».Egli stesso reca le parole d’un protestante: — La presenza del papa a Vienna produsse effetti stupendi, e non mi meraviglio che altre volte operasse strane rivoluzioni. Molte fiate ho visto il papa nell’atto che dava la benedizione al popolo di questa capitale: io non sono cattolico, non facile alla commozione, ma v’assicuro che questo spettacolo mi ha intenerito alle lagrime. Quant’è interessante veder forse cinquantamila uomini uniti nel luogo stesso, dello stesso sentimento, portando negli sguardi e negli atti l’impronta della devozione e dell’entusiasmo, con cui aspettano una benedizione, da cui dipende la loro prosperità in questa e la felicità nell’altra vita! Assorti in quest’oggetto, non s’avvedono di stare incomodi; accalcati gli uni contro gli altri, respirando a fatica, vedono apparir il capo della Chiesa cattolica in tutta la sua pompa, colla tiara in capo, cogli abiti pontificali, sacri per essi, magnifici per tutti, cinto da cardinali che vi si trovavano, e dall’alto clero. Egli si curva verso terra, alza il braccio verso il cielo come persuaso profondamente che vi porta i voti di tutto un popolo, e che negli occhi esprime la brama che siano esauditi. Figuratevi tali funzioni compite da un vecchio di maestosa statura, della più nobile e graziosa fisionomia, e non sentitevi commosso, se potete, al vedere questa folla immensa precipitarsi a ginocchi al momento che si dà la benedizione, ricevendola con entusiasmo pari a quello di chi la dà. Certo, io serberò tutta la vita l’impressione di questa scena. Quanto non dev’essere viva e profonda in quelli che sono disposti a lasciarsi affascinare dagli atti esterni!»Pasquino ebbe a dire che il papa andò a Vienna a cantar una messa senzagloriaper lui, senzacredoper l’imperatore.

155.Il filosofista Bourgoing, neiMémoires historiques et philosophiques sur Pie VIdice: — Era una frenesia di trovarsi sul passaggio del papa; il corso del Danubio ostruivano le barche dei curiosi; a venti a trentamila affollavansi nelle vie che riescono alla Corte, chiedendo a gran voci la benedizione del papa, e più volte il giorno Pio VI doveva comparire al balcone per concedere alla folla quel facile favore. Si temette di mancare di sussistenze, tanta gente accorreva a Vienna dai paesi più remoti. Fu notata l’ostinazione d’un paesano che veniva da sessanta leghe lontano per veder il papa. Arrivato, andò a mettersi in una sala dell’appartamento ov’era sua santità. —Cosa volete qua?gli chiese la guardia. —Veder il papa.—Non è questo il luogo: andatevene.—Oh no: aspetterò finchè venga; io non ho fretta, io. Badate pure anche voi alle cose vostre.E siede, e mangia il suo pane in santa pace. Da alquante ore aspettava, quando l’imperatore saputolo, l’introdusse egli stesso dal papa, che l’accolse bene, gli diede la mano a baciare, e la sua benedizione e alcune medaglie che aveva portate da Roma.To’ to’(esclamava il villano)e questi Viennesi non m’avevano detto che il papa desse denari a quei che vanno a trovarlo».

Egli stesso reca le parole d’un protestante: — La presenza del papa a Vienna produsse effetti stupendi, e non mi meraviglio che altre volte operasse strane rivoluzioni. Molte fiate ho visto il papa nell’atto che dava la benedizione al popolo di questa capitale: io non sono cattolico, non facile alla commozione, ma v’assicuro che questo spettacolo mi ha intenerito alle lagrime. Quant’è interessante veder forse cinquantamila uomini uniti nel luogo stesso, dello stesso sentimento, portando negli sguardi e negli atti l’impronta della devozione e dell’entusiasmo, con cui aspettano una benedizione, da cui dipende la loro prosperità in questa e la felicità nell’altra vita! Assorti in quest’oggetto, non s’avvedono di stare incomodi; accalcati gli uni contro gli altri, respirando a fatica, vedono apparir il capo della Chiesa cattolica in tutta la sua pompa, colla tiara in capo, cogli abiti pontificali, sacri per essi, magnifici per tutti, cinto da cardinali che vi si trovavano, e dall’alto clero. Egli si curva verso terra, alza il braccio verso il cielo come persuaso profondamente che vi porta i voti di tutto un popolo, e che negli occhi esprime la brama che siano esauditi. Figuratevi tali funzioni compite da un vecchio di maestosa statura, della più nobile e graziosa fisionomia, e non sentitevi commosso, se potete, al vedere questa folla immensa precipitarsi a ginocchi al momento che si dà la benedizione, ricevendola con entusiasmo pari a quello di chi la dà. Certo, io serberò tutta la vita l’impressione di questa scena. Quanto non dev’essere viva e profonda in quelli che sono disposti a lasciarsi affascinare dagli atti esterni!»

Pasquino ebbe a dire che il papa andò a Vienna a cantar una messa senzagloriaper lui, senzacredoper l’imperatore.

156.Fra quelli che meglio osservarono l’Italia fu Carlo di Bonstetten, nato a Berna il 1745, morto a Ginevra il 1832, autore di molte opere d’economia, di morale, di viaggi, notevoli per delicatezza e giusto amore dell’umanità. — Il mio viaggio in Italia (scrive egli) cominciò da Milano. Gorani m’aveva dato lettere pel conte Verri, che mi presentò a Firmian, ministro e in realtà vicerè della Lombardia. È d’alta statura, e la pinguetudine non nuoce all’aria sua di dignità intelligente, nel cui fondo si fa sentire la bontà. Mi prese a voler bene, ero invitato tre o quattro volte per settimana a desinare da lui. Alla tavola non faceasi conversazione generale, e si stava a un bel presso come dinanzi a un sovrano. Quando parlava lui, tutti taceano. Essendo seduto presso di esso, mi servii del suo vino di Tokai; e il cameriere mi avvertì ch’era riservato pel conte. Chi farebbe adesso siffatta distinzione? Il conte aveva udienze numerosissime; ciascuno comparivagli dinanzi alla sua volta; bisognava essere spicci, ma si era ascoltati e compresi; erano quasi processioni, e non si faceva che passare. Firmian era rispettato ed amato a Milano; pure nel Governo tedesco v’ha qualche cosa che non si affà agl’Italiani. Malgrado le virtù di Firmian, si ribramava la dominazione spagnuola, che pure era tanto inferiore all’austriaca. Pel carattere ancor più che per la giustizia si governano i popoli: l’armonia de’ caratteri è il legame naturale fra le nazioni. L’amore dell’ordine, proprio de’ Tedeschi, è una linea troppo dritta e dura per le anime passionate del Mezzodì, più elastiche assai che i Tedeschi. Ai dì nostri non abbiam veduto i Francesi, mentre smungeano agli Italiani oro e sangue, esserne mille volte più amati che non gli Austriaci, i quali, col loro sistema da marito geloso, fanno odiare fin le virtù de’ padroni? I Francesi aveano in Italia per alleata l’immaginazione nazionale, che il Governo tedesco mette incessantemente alla tortura: i Francesi regnavano per la speranza, gli Austriaci pel terrore. Fra i due Governi corre questo divario, che in quel della speranza voi avete per alleate tutte le illusioni e le realtà, in quel del terrore nulla si spera da colui che si odia».A Roma egli conversò molto con Carlo Edoardo Stuart, il pretendente d’Inghilterra, marito di quella Stolberg contessa d’Albany, che fu l’amata del poeta Alfieri, e l’amante del pittore Fabre.

156.Fra quelli che meglio osservarono l’Italia fu Carlo di Bonstetten, nato a Berna il 1745, morto a Ginevra il 1832, autore di molte opere d’economia, di morale, di viaggi, notevoli per delicatezza e giusto amore dell’umanità. — Il mio viaggio in Italia (scrive egli) cominciò da Milano. Gorani m’aveva dato lettere pel conte Verri, che mi presentò a Firmian, ministro e in realtà vicerè della Lombardia. È d’alta statura, e la pinguetudine non nuoce all’aria sua di dignità intelligente, nel cui fondo si fa sentire la bontà. Mi prese a voler bene, ero invitato tre o quattro volte per settimana a desinare da lui. Alla tavola non faceasi conversazione generale, e si stava a un bel presso come dinanzi a un sovrano. Quando parlava lui, tutti taceano. Essendo seduto presso di esso, mi servii del suo vino di Tokai; e il cameriere mi avvertì ch’era riservato pel conte. Chi farebbe adesso siffatta distinzione? Il conte aveva udienze numerosissime; ciascuno comparivagli dinanzi alla sua volta; bisognava essere spicci, ma si era ascoltati e compresi; erano quasi processioni, e non si faceva che passare. Firmian era rispettato ed amato a Milano; pure nel Governo tedesco v’ha qualche cosa che non si affà agl’Italiani. Malgrado le virtù di Firmian, si ribramava la dominazione spagnuola, che pure era tanto inferiore all’austriaca. Pel carattere ancor più che per la giustizia si governano i popoli: l’armonia de’ caratteri è il legame naturale fra le nazioni. L’amore dell’ordine, proprio de’ Tedeschi, è una linea troppo dritta e dura per le anime passionate del Mezzodì, più elastiche assai che i Tedeschi. Ai dì nostri non abbiam veduto i Francesi, mentre smungeano agli Italiani oro e sangue, esserne mille volte più amati che non gli Austriaci, i quali, col loro sistema da marito geloso, fanno odiare fin le virtù de’ padroni? I Francesi aveano in Italia per alleata l’immaginazione nazionale, che il Governo tedesco mette incessantemente alla tortura: i Francesi regnavano per la speranza, gli Austriaci pel terrore. Fra i due Governi corre questo divario, che in quel della speranza voi avete per alleate tutte le illusioni e le realtà, in quel del terrore nulla si spera da colui che si odia».

A Roma egli conversò molto con Carlo Edoardo Stuart, il pretendente d’Inghilterra, marito di quella Stolberg contessa d’Albany, che fu l’amata del poeta Alfieri, e l’amante del pittore Fabre.

157.In molte trattative per l’apertura della Schelda Giuseppe II adoprò come plenipotenziario il conte Luigi di Belgiojoso, che il 4 maggio 1784 presentò agli Stati d’Olanda ilQuadro sommario delle pretensioni dell’imperatore.

157.In molte trattative per l’apertura della Schelda Giuseppe II adoprò come plenipotenziario il conte Luigi di Belgiojoso, che il 4 maggio 1784 presentò agli Stati d’Olanda ilQuadro sommario delle pretensioni dell’imperatore.

158.Lettera del 1728 al conte d’Aguirre avvocato fiscale, il quale era in corrispondenza co’ migliori del tempo, e molte lettere a lui figurano nelCatalogue raisonnédel Crevenna.

158.Lettera del 1728 al conte d’Aguirre avvocato fiscale, il quale era in corrispondenza co’ migliori del tempo, e molte lettere a lui figurano nelCatalogue raisonnédel Crevenna.

159.Marco Foscarini, ambasciator veneto, riferisce che il re erasi assegnato pel proprio spillatico lire trentaseimila di Piemonte; ottomila al duca di Savoja: l’Ormea, ministro di Stato, gran cancelliere, gran cordone dell’Annunziata, avea il soldo di lire mille e cencinquanta. Tenuissimi erano gli stipendj de’ professori all’Università: lire mille quei di medicina, seicento di chirurgia, mille settecento di greco, mille ducento d’eloquenza, tremila di diritto civile.

159.Marco Foscarini, ambasciator veneto, riferisce che il re erasi assegnato pel proprio spillatico lire trentaseimila di Piemonte; ottomila al duca di Savoja: l’Ormea, ministro di Stato, gran cancelliere, gran cordone dell’Annunziata, avea il soldo di lire mille e cencinquanta. Tenuissimi erano gli stipendj de’ professori all’Università: lire mille quei di medicina, seicento di chirurgia, mille settecento di greco, mille ducento d’eloquenza, tremila di diritto civile.

160.Per la sua nascita il Manfredi scrisse il bel sonetto:Vidi Italia col crin sparso e neglettoColà dove la Dora in Po declina...

160.Per la sua nascita il Manfredi scrisse il bel sonetto:

Vidi Italia col crin sparso e neglettoColà dove la Dora in Po declina...

Vidi Italia col crin sparso e neglettoColà dove la Dora in Po declina...

Vidi Italia col crin sparso e negletto

Colà dove la Dora in Po declina...

161.Roberti, Lettera ad un professore nel Friuli, del 1777.

161.Roberti, Lettera ad un professore nel Friuli, del 1777.

162.Il re, prevedendo la spensierataggine del suo successore, radunò ben 18 milioni di lire che ripose dentro un muro, e non ne sapeva il segreto se non il Bogino. Questi in fatto, quando il bisogno venne, le passò al re.Il Bogino spodestato si volse al ritratto del vecchio re esclamando: «Non sono ancor fredde le vostre membra, e vi si fa l’oltraggio di congedar quello che vi fu il più devoto servidore».Il Lalande racconta che la spada deposta sul feretro di Carlo Emanuele III doveva appartenere al gran scudiere; ma Vittorio Amedeo ne sostituì una adorna di diamanti, dicendo: — Voglio conservar la spada che servì a Guastalla».Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o gli stranieri presentati».

162.Il re, prevedendo la spensierataggine del suo successore, radunò ben 18 milioni di lire che ripose dentro un muro, e non ne sapeva il segreto se non il Bogino. Questi in fatto, quando il bisogno venne, le passò al re.

Il Bogino spodestato si volse al ritratto del vecchio re esclamando: «Non sono ancor fredde le vostre membra, e vi si fa l’oltraggio di congedar quello che vi fu il più devoto servidore».

Il Lalande racconta che la spada deposta sul feretro di Carlo Emanuele III doveva appartenere al gran scudiere; ma Vittorio Amedeo ne sostituì una adorna di diamanti, dicendo: — Voglio conservar la spada che servì a Guastalla».

Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o gli stranieri presentati».

163.Per le nozze di Carlo Emanuele con Clotilde di Francia, la quale poi morì nel 1802 in odore di santità, il Bodoni pubblicò un miracolo di tipografia, cioè un volume in gran foglio col titoloEpithalamia exoticis linguis reddita, dove le trentaquattro città del Piemonte fanno voti in trentaquattro lingue diverse; con belle stampe d’Evangelista Ferrari, esprimenti le effigie dei duchi di Savoja e i fasti delle città: l’orientalista Bernardo De Rossi adoprò quelle varie lingue, del che non eravi esempio, giacchè ilMonumentum romanumad onore del Peiresc fu compilato da molti dotti insieme: il padre Paciaudi illustrò in latino le incisioni: Gaston Rezzonico descrisse il tutto in un lunghissimo poemetto, stampato dallo stesso Bodoni.

163.Per le nozze di Carlo Emanuele con Clotilde di Francia, la quale poi morì nel 1802 in odore di santità, il Bodoni pubblicò un miracolo di tipografia, cioè un volume in gran foglio col titoloEpithalamia exoticis linguis reddita, dove le trentaquattro città del Piemonte fanno voti in trentaquattro lingue diverse; con belle stampe d’Evangelista Ferrari, esprimenti le effigie dei duchi di Savoja e i fasti delle città: l’orientalista Bernardo De Rossi adoprò quelle varie lingue, del che non eravi esempio, giacchè ilMonumentum romanumad onore del Peiresc fu compilato da molti dotti insieme: il padre Paciaudi illustrò in latino le incisioni: Gaston Rezzonico descrisse il tutto in un lunghissimo poemetto, stampato dallo stesso Bodoni.

164.«Qualche momento prima di partire dai regj appartamenti, fece (Carlo III) la pubblica cessione di questi regni all’infante don Ferdinando suo terzogenito, che seguì, venendo letta dal marchese Tanucci segretario di Stato, stando la maestà sua cattolica sotto al baldacchino, con alla sinistra il suddetto Ferdinando, in presenza del suo consiglio di Stato, del consiglio di Santa Chiara, del luogotenente della Camera, della giunta di Sicilia, e dei deputati di Palermo. Dovendo poi il re di Spagna cinger la spada al nuovo re di Napoli e dargli il tosone, S. M. C. gli disse che con la medesima lui aveva acquistati questi regni, che dovea servirgli a difesa della cattolica religione, di se medesimo e de’ suoi vassalli. Non potè tutta eseguir quest’azione, perchè, impedito dalle lacrime, fuggì a sfogarle, ossia a confonderle con quelle della regina, che era in altra stanza ritirata». Lettera del residente veneto, 11 ottobre 1759.

164.«Qualche momento prima di partire dai regj appartamenti, fece (Carlo III) la pubblica cessione di questi regni all’infante don Ferdinando suo terzogenito, che seguì, venendo letta dal marchese Tanucci segretario di Stato, stando la maestà sua cattolica sotto al baldacchino, con alla sinistra il suddetto Ferdinando, in presenza del suo consiglio di Stato, del consiglio di Santa Chiara, del luogotenente della Camera, della giunta di Sicilia, e dei deputati di Palermo. Dovendo poi il re di Spagna cinger la spada al nuovo re di Napoli e dargli il tosone, S. M. C. gli disse che con la medesima lui aveva acquistati questi regni, che dovea servirgli a difesa della cattolica religione, di se medesimo e de’ suoi vassalli. Non potè tutta eseguir quest’azione, perchè, impedito dalle lacrime, fuggì a sfogarle, ossia a confonderle con quelle della regina, che era in altra stanza ritirata». Lettera del residente veneto, 11 ottobre 1759.

165.On ne comprend pas comment Tanucci a pu se faire une si grande réputation de sagesse, dice il Gorani, e cita le insane sue tariffe che empirono il paese di contrabbandieri.

165.On ne comprend pas comment Tanucci a pu se faire une si grande réputation de sagesse, dice il Gorani, e cita le insane sue tariffe che empirono il paese di contrabbandieri.

166.Il Botta asserisce aver lui veduto il dispaccio. Del resto il motto non disdice all’uomo che di sua moglie diceva: — Dorme come una marmotta, e suda come una troja».

166.Il Botta asserisce aver lui veduto il dispaccio. Del resto il motto non disdice all’uomo che di sua moglie diceva: — Dorme come una marmotta, e suda come una troja».

167.Angiolino del Duca, povero villano servivasi d’una mula, ed essendogli morta, e il padrone volendone il prezzo, egli fu costretto vendere i pochi arredi, onde buttossi alla campagna e divenne brigante famoso. Spogliava baroni e signori, risparmiava i forestieri, anzi li scortava; passava di villaggio in villaggio, piantando tribunale e trovando facilmente in colpa i ricchi; ad altri scriveva lettere garbate, determinando le somme che doveano; talvolta agli assaliti toglieva sol la metà del denaro. Divideva lealmente il bottino co’ suoi, non assassinò mai. Avea proposto al re di mantener la quiete in tutto il regno se gli fissasse un soldo e un grado; e anche dopo il supplizio il popolo lo rimpiangeva come amico del popolo.

167.Angiolino del Duca, povero villano servivasi d’una mula, ed essendogli morta, e il padrone volendone il prezzo, egli fu costretto vendere i pochi arredi, onde buttossi alla campagna e divenne brigante famoso. Spogliava baroni e signori, risparmiava i forestieri, anzi li scortava; passava di villaggio in villaggio, piantando tribunale e trovando facilmente in colpa i ricchi; ad altri scriveva lettere garbate, determinando le somme che doveano; talvolta agli assaliti toglieva sol la metà del denaro. Divideva lealmente il bottino co’ suoi, non assassinò mai. Avea proposto al re di mantener la quiete in tutto il regno se gli fissasse un soldo e un grado; e anche dopo il supplizio il popolo lo rimpiangeva come amico del popolo.

168.Pietro C. Ulloa(Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royame de Naples, Ginevra 1859) fece una pittura molta lusinghiera del reame alla fine del secolo passato.La nobiltà, attirata presso al monarca, era ancora una classe privilegiata, ma dei due diritti che un tempo aveva di opprimere e di proteggere non avea conservato che il secondo. Non formava una Casta, non aveva essiccata la fonte delle sue entrate, non dispettava le riforme, non ricusava contribuire ai pubblici aggravj, onde non era impopolare. Il terzo stato era padrone quasi di tutto ciò che costituisce la ricchezza nazionale, il lavoro agricolo, l’industria, i capitali; esso attivava tutte le forze produttive: in esso gli avvocati, i medici, i precettori, gli artisti, i letterati, i filosofi. La nobiltà se ne valeva, onorava nelle classi inferiori un’esistenza utile, acquistata col lavoro e colle dottrine. Per mezzo della nobiltà la grazia e l’eleganza della Corte passavano nelle relazioni delle classi medie, e fin negli scritti. Nel popolo s’aveva ancora della miseria, ma non più le gravose fatiche, le cocenti cure, le esistenze diseredate, che le grandi città alimentano col soldo giornaliero. Il popolo, men capace di dissimulazione che di riflessione, e che non vedeva se non benefizj, sottometteasi volentieri alle leggi, alla preminenza delle classi elevate e massime delle famiglie storiche. ..... Il popolo di Masaniello aveva dimenticato le vecchie agitazioni, e non sentiva più il pungiglione della miseria, onde non sognava che feste o godimenti. ..... Coi Borboni il potere monarchico divenne il guardiano del diritto comune, e secondo il progresso della civiltà per mezzo dell’ordine, e dell’eguaglianza per mezzo dell’uniformità, il potere sviluppavasi sempre nel senso dell’interesse generale: nè mai il carattere de’ principi, il movimento degli spiriti, l’affluenza di valent’uomini aveva tanto illustrato il nostro paese».Il Tanucci da Portici, il 15 ottobre 1763, scriveva al Caracciolo inviato a Torino:«Per la preferenza del popolo e coltivazione del Piemonte sopra quella di questo regno, che io leggo nella rivista confidenziale dei 5, pare che V. E. non abbia veduto il tratto del regno ch’è tra Barletta ed Otranto, tratto pieno di città e terre abitatissime e tutto coltivatissimo; inoltre più vasto del Piemonte e più ricco di generi di estrazione. La sola seta è l’estrazione del Piemonte, ed in quel tratto, oltre la seta, sono grani, vini, olio, mandorle, passi e manna. Le città poi vi sono lodevoli quanto coteste. Non è Lecce meno di Vercelli, Barletta meno di Nizza, Bari meno di Casale, Bisceglie meno di Alba, Bitonto meno di Ivrea, Trani meno di Aosta, Monopoli meno di Fossano, Altamura meno di Mondovì, Gallipoli meno di Saluzzo, Taranto meno di Carmagnola, Acqui meno di Brindisi, ecc. L’Abruzzo è certamente più grande, più popolato, più fertile della Savoja. Certamente, dell’Italia da me veduta, il tratto tra Nocera dei Pagani e Francolise, cioè non meno di cinquanta miglia tra levante e ponente estivo, e di venti tra mezzogiorno e settentrione, è il più fertile e il più popolato. Li casali tra due e cinque mila anime son così frequenti che pajon contigui, e non vi sta meno d’un mezzo milione d’anime; e il grano vi è poco quando fa solamente il 12 per uno, ed i territorj si affittano regolarmente a dieci e dodici ducati il moggio. La provincia di Lucera, ch’è la più spopolata, alimenta due milioni di pecore, od altre bestie utili, e produce quel tanto grano che ognuno sa, e la manna infinita e celebre del Gargáno. Niuno controverte al regno tre milioni e mezzo d’anime, niuno la fertilità del triplo dei generi della Lombardia. L’ineguaglianza è poi vera, ma io non voglio parlare della ragione, sì perchè è inevitabile ove son più di mille baroni, con l’enorme giurisdizione che ella sa, sì perchè, ministro essendo dei Borboni, non devo entrare nel governo di due secoli d’un’altra famiglia, sì finalmente perchè essendo forestiero, non devo criticare il Ministero del paese. Ma appunto l’essere toscano mi somministra una idea terribile di cotesto catasto, per cui una famiglia paga cinque zecchini e un quarto e mezzo l’anno. Regolarmente li possessori dei terreni son la decima parte di un popolo ben diviso, laonde ad una famiglia possessora toccano cinquantacinque zecchini, almeno nell’alta Toscana, che equivale al Piemonte nel popolo, nell’estensione, nella cultura, nella fertilità, essendo da levante a ponente cento e venti miglia, e cinquanta da tramontana a mezzogiorno e più, ed è ugualmente divisa e distribuita una famiglia per l’altra delle posseditrici dei beni, paga soli trenta zecchini di catasto, eppure, oltre li stessi generi del Piemonte produce per li suoi tre quarti olio, che nel Piemonte è solamente nelle campagne di Nizza. Mi ricordo di aver veduto le campagne bianche e sterili di Vercelli, quali niuna è nell’alta Toscana, che uguagli in sterilità. Le città dell’alta Toscana, oltre Firenze che per tutte le cagioni è il doppio di Torino; Pisa, Livorno, Volterra, Pistoja, Pescia, Prato, Colle, San Miniato, Arezzo, S. Sepolcro, Cortona, Montepulciano, oltre un numero grandissimo di casali e terre riguardevoli, che equivagliono alle città. La bassa Toscana, vastissimo e spopolato paese, benchè fertile di grani e bestiami, lo paragono alla Savoja, ove però non sarà una città come Siena, capo della bassa Toscana, e forse nessuno come Grosseto, Montalcino e Chiusi, eccettuato Chambéry. In Toscana il catasto è del popolo, non del principe, e di esso si pagano li magistrati colli loro sbirri e subalterni, che son tutti salariati, le strade, li ponti, le muraglie, li castelli, li medici ecc., e un regalo al principe di cento mila zecchini annui. Del principe sono duecento mila zecchini delle farine, o sia testatico, altrettanti delle dogane, e circa altrettanti tra tabacco, posta, vigesima, tratte; altrettanti sarebbero quelli del sale, ma questa rendita è tutta venduta ai privati. — Questo metodo mostra che il catasto non è che la quinta parte di quello che paga la Toscana allo Stato e al sovrano, e su questo metodo calcolando, dovrebbe cotesto Stato e cotesto sovrano aver cinque milioni di zecchini, avendone un milione del solo catasto:Credat Judæus apella. Passan li Piemontesi per cavalieri d’industria e fanfaroni. Si sa che prima di questo secolo era cotesto Stato qualche cosa meno della Toscana; si crede che le conquiste lo abbiano raddoppiato in questo secolo, ma si crede ancora comunemente che di rendite, che limpide vadano in man del sovrano da spenderle per la truppa e per la Corte, sia sospetta questa quantità, che si dice sopra un milione di zecchini, e sia notoria fanfaronata quel che si dice sopra un milione e ducento mila di zecchini, perchè è notorio che cotesta Corte non spende più di duecento mila zecchini, ed è anche notorio che un milione di zecchini basta a mantenere lautamente quaranta mila uomini.«Serbi, signor marchese, cotesto panegirico del Piemonte a quando sarà stato due anni nel Veneziano, due in Toscana, ed avrà veduto con agio la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo, la Lucania, la Campagna felice e la Sicilia, delle quali vedo ch’è poco informata».Poc’anzi fu trovato il carteggio del Tanucci in 31 volumi dal 1763 al 1774.Una volta la settimana scriveva a Carlo III.

168.Pietro C. Ulloa(Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royame de Naples, Ginevra 1859) fece una pittura molta lusinghiera del reame alla fine del secolo passato.

La nobiltà, attirata presso al monarca, era ancora una classe privilegiata, ma dei due diritti che un tempo aveva di opprimere e di proteggere non avea conservato che il secondo. Non formava una Casta, non aveva essiccata la fonte delle sue entrate, non dispettava le riforme, non ricusava contribuire ai pubblici aggravj, onde non era impopolare. Il terzo stato era padrone quasi di tutto ciò che costituisce la ricchezza nazionale, il lavoro agricolo, l’industria, i capitali; esso attivava tutte le forze produttive: in esso gli avvocati, i medici, i precettori, gli artisti, i letterati, i filosofi. La nobiltà se ne valeva, onorava nelle classi inferiori un’esistenza utile, acquistata col lavoro e colle dottrine. Per mezzo della nobiltà la grazia e l’eleganza della Corte passavano nelle relazioni delle classi medie, e fin negli scritti. Nel popolo s’aveva ancora della miseria, ma non più le gravose fatiche, le cocenti cure, le esistenze diseredate, che le grandi città alimentano col soldo giornaliero. Il popolo, men capace di dissimulazione che di riflessione, e che non vedeva se non benefizj, sottometteasi volentieri alle leggi, alla preminenza delle classi elevate e massime delle famiglie storiche. ..... Il popolo di Masaniello aveva dimenticato le vecchie agitazioni, e non sentiva più il pungiglione della miseria, onde non sognava che feste o godimenti. ..... Coi Borboni il potere monarchico divenne il guardiano del diritto comune, e secondo il progresso della civiltà per mezzo dell’ordine, e dell’eguaglianza per mezzo dell’uniformità, il potere sviluppavasi sempre nel senso dell’interesse generale: nè mai il carattere de’ principi, il movimento degli spiriti, l’affluenza di valent’uomini aveva tanto illustrato il nostro paese».

Il Tanucci da Portici, il 15 ottobre 1763, scriveva al Caracciolo inviato a Torino:

«Per la preferenza del popolo e coltivazione del Piemonte sopra quella di questo regno, che io leggo nella rivista confidenziale dei 5, pare che V. E. non abbia veduto il tratto del regno ch’è tra Barletta ed Otranto, tratto pieno di città e terre abitatissime e tutto coltivatissimo; inoltre più vasto del Piemonte e più ricco di generi di estrazione. La sola seta è l’estrazione del Piemonte, ed in quel tratto, oltre la seta, sono grani, vini, olio, mandorle, passi e manna. Le città poi vi sono lodevoli quanto coteste. Non è Lecce meno di Vercelli, Barletta meno di Nizza, Bari meno di Casale, Bisceglie meno di Alba, Bitonto meno di Ivrea, Trani meno di Aosta, Monopoli meno di Fossano, Altamura meno di Mondovì, Gallipoli meno di Saluzzo, Taranto meno di Carmagnola, Acqui meno di Brindisi, ecc. L’Abruzzo è certamente più grande, più popolato, più fertile della Savoja. Certamente, dell’Italia da me veduta, il tratto tra Nocera dei Pagani e Francolise, cioè non meno di cinquanta miglia tra levante e ponente estivo, e di venti tra mezzogiorno e settentrione, è il più fertile e il più popolato. Li casali tra due e cinque mila anime son così frequenti che pajon contigui, e non vi sta meno d’un mezzo milione d’anime; e il grano vi è poco quando fa solamente il 12 per uno, ed i territorj si affittano regolarmente a dieci e dodici ducati il moggio. La provincia di Lucera, ch’è la più spopolata, alimenta due milioni di pecore, od altre bestie utili, e produce quel tanto grano che ognuno sa, e la manna infinita e celebre del Gargáno. Niuno controverte al regno tre milioni e mezzo d’anime, niuno la fertilità del triplo dei generi della Lombardia. L’ineguaglianza è poi vera, ma io non voglio parlare della ragione, sì perchè è inevitabile ove son più di mille baroni, con l’enorme giurisdizione che ella sa, sì perchè, ministro essendo dei Borboni, non devo entrare nel governo di due secoli d’un’altra famiglia, sì finalmente perchè essendo forestiero, non devo criticare il Ministero del paese. Ma appunto l’essere toscano mi somministra una idea terribile di cotesto catasto, per cui una famiglia paga cinque zecchini e un quarto e mezzo l’anno. Regolarmente li possessori dei terreni son la decima parte di un popolo ben diviso, laonde ad una famiglia possessora toccano cinquantacinque zecchini, almeno nell’alta Toscana, che equivale al Piemonte nel popolo, nell’estensione, nella cultura, nella fertilità, essendo da levante a ponente cento e venti miglia, e cinquanta da tramontana a mezzogiorno e più, ed è ugualmente divisa e distribuita una famiglia per l’altra delle posseditrici dei beni, paga soli trenta zecchini di catasto, eppure, oltre li stessi generi del Piemonte produce per li suoi tre quarti olio, che nel Piemonte è solamente nelle campagne di Nizza. Mi ricordo di aver veduto le campagne bianche e sterili di Vercelli, quali niuna è nell’alta Toscana, che uguagli in sterilità. Le città dell’alta Toscana, oltre Firenze che per tutte le cagioni è il doppio di Torino; Pisa, Livorno, Volterra, Pistoja, Pescia, Prato, Colle, San Miniato, Arezzo, S. Sepolcro, Cortona, Montepulciano, oltre un numero grandissimo di casali e terre riguardevoli, che equivagliono alle città. La bassa Toscana, vastissimo e spopolato paese, benchè fertile di grani e bestiami, lo paragono alla Savoja, ove però non sarà una città come Siena, capo della bassa Toscana, e forse nessuno come Grosseto, Montalcino e Chiusi, eccettuato Chambéry. In Toscana il catasto è del popolo, non del principe, e di esso si pagano li magistrati colli loro sbirri e subalterni, che son tutti salariati, le strade, li ponti, le muraglie, li castelli, li medici ecc., e un regalo al principe di cento mila zecchini annui. Del principe sono duecento mila zecchini delle farine, o sia testatico, altrettanti delle dogane, e circa altrettanti tra tabacco, posta, vigesima, tratte; altrettanti sarebbero quelli del sale, ma questa rendita è tutta venduta ai privati. — Questo metodo mostra che il catasto non è che la quinta parte di quello che paga la Toscana allo Stato e al sovrano, e su questo metodo calcolando, dovrebbe cotesto Stato e cotesto sovrano aver cinque milioni di zecchini, avendone un milione del solo catasto:Credat Judæus apella. Passan li Piemontesi per cavalieri d’industria e fanfaroni. Si sa che prima di questo secolo era cotesto Stato qualche cosa meno della Toscana; si crede che le conquiste lo abbiano raddoppiato in questo secolo, ma si crede ancora comunemente che di rendite, che limpide vadano in man del sovrano da spenderle per la truppa e per la Corte, sia sospetta questa quantità, che si dice sopra un milione di zecchini, e sia notoria fanfaronata quel che si dice sopra un milione e ducento mila di zecchini, perchè è notorio che cotesta Corte non spende più di duecento mila zecchini, ed è anche notorio che un milione di zecchini basta a mantenere lautamente quaranta mila uomini.

«Serbi, signor marchese, cotesto panegirico del Piemonte a quando sarà stato due anni nel Veneziano, due in Toscana, ed avrà veduto con agio la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo, la Lucania, la Campagna felice e la Sicilia, delle quali vedo ch’è poco informata».

Poc’anzi fu trovato il carteggio del Tanucci in 31 volumi dal 1763 al 1774.

Una volta la settimana scriveva a Carlo III.

169.La spesa portava: per l’esercitoducati3,500,000Per l’armata»1,000,000Onorarj di magistrati»150,000Emolumenti di ministri e loro impiegati»150.000Mantenimento delle fortezze e altri edifizj»200,000Pensioni»200,000L’entrata dava 7 milioni di ducati, sicchè avanzavano ogn’anno»1,800,000L’esercito componeasi di trentacinquemila uomini, di cui seimila stavano in Sicilia, quattromila erano Svizzeri. Sono importanti iMémoires sur le royaume de Naplesdel sig. Orloff, sebbene passionati: credonsi opera del napoletano De Angelo. Vedi pureCoco,Sulla rivoluzione di Napoli;Galanti,Descrizione geografica e politica delle Sicilie;Arrighi,Saggio storico per servire di studio alle rivoluzioni di Napoli.* Nel 1774 fu fatta legge a Napoli che i magistrati dovessero motivar le sentenze sopra testi di legge. Ma quali erano i testi di legge da citare? Fu allora che Carlo Pecchia,mastro d’attiossia cancelliere alla vicaria, tolse ad esporre tutte le leggi da cui doveasi dedurre il diritto allora vigente, cominciando dalle longobardiche, e via via a quelle della monarchia. Peccato che la morte interrompesse un lavoro, fatto con precisione, dottrina e critica, e certo molto più utile di quel del Filangieri, anche dopo che parve scienza il disprezzare tutta quella de’ nostri padri.

169.

L’esercito componeasi di trentacinquemila uomini, di cui seimila stavano in Sicilia, quattromila erano Svizzeri. Sono importanti iMémoires sur le royaume de Naplesdel sig. Orloff, sebbene passionati: credonsi opera del napoletano De Angelo. Vedi pureCoco,Sulla rivoluzione di Napoli;Galanti,Descrizione geografica e politica delle Sicilie;Arrighi,Saggio storico per servire di studio alle rivoluzioni di Napoli.

* Nel 1774 fu fatta legge a Napoli che i magistrati dovessero motivar le sentenze sopra testi di legge. Ma quali erano i testi di legge da citare? Fu allora che Carlo Pecchia,mastro d’attiossia cancelliere alla vicaria, tolse ad esporre tutte le leggi da cui doveasi dedurre il diritto allora vigente, cominciando dalle longobardiche, e via via a quelle della monarchia. Peccato che la morte interrompesse un lavoro, fatto con precisione, dottrina e critica, e certo molto più utile di quel del Filangieri, anche dopo che parve scienza il disprezzare tutta quella de’ nostri padri.

170.Benchè egli frenasse le esorbitanze de’ baroni, prestazioni e aggravj sussistettero, tantochè nella costituzione del 1812 leggiamo: — Le angarie e perangarie introdotte soltanto dalla prerogativa signorile restano abolite senza indennizzazione. E quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni a trasportare in preferenza i generi del barone, di vendere con prelazione i prodotti allo stesso, e tutte le opere personali e prestazioni servili provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzazione i diritti privativi e proibitivi per non molire i cittadini in altri tappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che nei di lui alberghi, fondachi ed osterie; i diritti di zagato per non vendere commestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale».Anche nel Napoletano, Davide Winspeare noverava mille trecennovantacinque diritti su cose o persone, sussistenti ancora quando arrivarono i Napoleonidi.

170.Benchè egli frenasse le esorbitanze de’ baroni, prestazioni e aggravj sussistettero, tantochè nella costituzione del 1812 leggiamo: — Le angarie e perangarie introdotte soltanto dalla prerogativa signorile restano abolite senza indennizzazione. E quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni a trasportare in preferenza i generi del barone, di vendere con prelazione i prodotti allo stesso, e tutte le opere personali e prestazioni servili provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzazione i diritti privativi e proibitivi per non molire i cittadini in altri tappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che nei di lui alberghi, fondachi ed osterie; i diritti di zagato per non vendere commestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale».

Anche nel Napoletano, Davide Winspeare noverava mille trecennovantacinque diritti su cose o persone, sussistenti ancora quando arrivarono i Napoleonidi.

171.De Tommasi,Documenti di storia lucchesenell’Archivio storico, vol.X.

171.De Tommasi,Documenti di storia lucchesenell’Archivio storico, vol.X.

172.Alcune son pubblicate dal Minutoli nel vol.Xdell’Archivio storicodi Firenze.

172.Alcune son pubblicate dal Minutoli nel vol.Xdell’Archivio storicodi Firenze.

173.Anton Francesco, altro figlio del Sampiero, ebbe stato alla Corte di Francia, e accompagnò a Roma l’ambasciadore d’Enrico III. Quivi avendo offeso a parole un signore della Roggia, questo s’accontò cogli altri gentiluomini dell’ambasciata, e col pretesto di visitar le ruine del Colosseo, ivi lo trucidò nel 1580. Il traditore non era il Corso.

173.Anton Francesco, altro figlio del Sampiero, ebbe stato alla Corte di Francia, e accompagnò a Roma l’ambasciadore d’Enrico III. Quivi avendo offeso a parole un signore della Roggia, questo s’accontò cogli altri gentiluomini dell’ambasciata, e col pretesto di visitar le ruine del Colosseo, ivi lo trucidò nel 1580. Il traditore non era il Corso.

174.Questo stato non cessò per anco: prova contro chi ne incolpa il Governo genovese. Pasquale Paoli dichiarò infame chi violasse una pace giurata; e in faccia alla sua casa alzavasi un palo, segno di postera infamia.Nel 1835 la città di Sartena, e i comuni di Gavignano, Fossano, Santa Lucia di Tallano ed altri erano sossopra per tale guerra intestina, e le condanne o assoluzioni divenivano nuovo fomite ed occasione di rancore; e passavano perfino anni intieri senza che un matrimonio fosse iscritto sui libri. Il generale Lallemand, già compagno di Napoleone e allora pari di Francia, unito all’avvocato Figarelli, pensò tor via questi scandali, e colle buone di qua, di là, riuscirono a far soscrivere le paci, ed ebbe la bella gloria di mantenerla per molti anni ne’ cinquantacinque Comuni dell’isola.A Santa Lucia di Tallano, il prete Giovanni Santa Lucia, capo d’un partito composto della sua famiglia e de’ Giacomini, e avverso a quel de’ Poli e dei Chiliscini, risvegliò le ire nel 1839, facendo o lasciando eseguire un assassinio: Giudice Giacomini vi preparò gli spiriti col metter fuori i calzoni di suo figlio, ammazzato già tempo dagli avversarj, e minacciar la moglie dell’uccisore: alfine furon morti di fucilata un Chiliscini e un Poli in una festa di nozze.Poc’anni fa morì il Franceschino, famoso bandito, che traevasi dietro una banda di due o trecento uomini, e che, oltre saccheggiare ed esercitare lavendettapretendea far miracoli, e molti ne operò. Una volta propose di risuscitar un morto, e tra la folla accorsa al nuovo spettacolo venne pure il prefetto d’Ajaccio, con buona scorta, che indusse i paesani a questo patto: se il miracolo succedesse, onorerebbe grandemente egli pure il Franceschino; se no, essi gliel consegnerebbero. Il bandito stimò opportuno sottrarsi alla prova, e fuggì a Roma, ove morì cappuccino.Nel gennajo del 1855 il bandito Castelli nella pieve di Fimorbo, ricca d’eccellenti uffiziali come di audacissimi facinorosi, compì imprese romanzesche e scelleratissime.Basta guardar laGazzetta de’ tribunalidi Parigi per trovarvi continui esempj di siffatte vendette.

174.Questo stato non cessò per anco: prova contro chi ne incolpa il Governo genovese. Pasquale Paoli dichiarò infame chi violasse una pace giurata; e in faccia alla sua casa alzavasi un palo, segno di postera infamia.

Nel 1835 la città di Sartena, e i comuni di Gavignano, Fossano, Santa Lucia di Tallano ed altri erano sossopra per tale guerra intestina, e le condanne o assoluzioni divenivano nuovo fomite ed occasione di rancore; e passavano perfino anni intieri senza che un matrimonio fosse iscritto sui libri. Il generale Lallemand, già compagno di Napoleone e allora pari di Francia, unito all’avvocato Figarelli, pensò tor via questi scandali, e colle buone di qua, di là, riuscirono a far soscrivere le paci, ed ebbe la bella gloria di mantenerla per molti anni ne’ cinquantacinque Comuni dell’isola.

A Santa Lucia di Tallano, il prete Giovanni Santa Lucia, capo d’un partito composto della sua famiglia e de’ Giacomini, e avverso a quel de’ Poli e dei Chiliscini, risvegliò le ire nel 1839, facendo o lasciando eseguire un assassinio: Giudice Giacomini vi preparò gli spiriti col metter fuori i calzoni di suo figlio, ammazzato già tempo dagli avversarj, e minacciar la moglie dell’uccisore: alfine furon morti di fucilata un Chiliscini e un Poli in una festa di nozze.

Poc’anni fa morì il Franceschino, famoso bandito, che traevasi dietro una banda di due o trecento uomini, e che, oltre saccheggiare ed esercitare lavendettapretendea far miracoli, e molti ne operò. Una volta propose di risuscitar un morto, e tra la folla accorsa al nuovo spettacolo venne pure il prefetto d’Ajaccio, con buona scorta, che indusse i paesani a questo patto: se il miracolo succedesse, onorerebbe grandemente egli pure il Franceschino; se no, essi gliel consegnerebbero. Il bandito stimò opportuno sottrarsi alla prova, e fuggì a Roma, ove morì cappuccino.

Nel gennajo del 1855 il bandito Castelli nella pieve di Fimorbo, ricca d’eccellenti uffiziali come di audacissimi facinorosi, compì imprese romanzesche e scelleratissime.

Basta guardar laGazzetta de’ tribunalidi Parigi per trovarvi continui esempj di siffatte vendette.

175.VediTommaseo,Canti côrsi, eVita di Pasquale Paoli.

175.VediTommaseo,Canti côrsi, eVita di Pasquale Paoli.

176.Tra i prigionieri rimase il vecchio Bernardino di Casaccione cappuccino, uno de’ molti frati che quell’insurrezione sospinsero e alimentarono. Egli professò altamente creder giusta la rivolta de’ Côrsi, e non rifiutar pena per sostener quest’asserto. Mandato a Genova, per intercessione di Roma fu confinato in un convento. Così richiedeano i privilegi d’allora, tolti i quali, in tempi più boriosi di civiltà come gli odierni, per casi simili non si ebbero che polvere e piombo e capestro.

176.Tra i prigionieri rimase il vecchio Bernardino di Casaccione cappuccino, uno de’ molti frati che quell’insurrezione sospinsero e alimentarono. Egli professò altamente creder giusta la rivolta de’ Côrsi, e non rifiutar pena per sostener quest’asserto. Mandato a Genova, per intercessione di Roma fu confinato in un convento. Così richiedeano i privilegi d’allora, tolti i quali, in tempi più boriosi di civiltà come gli odierni, per casi simili non si ebbero che polvere e piombo e capestro.

177.Arina,Delle cose di Corsica dal1750al68.

177.Arina,Delle cose di Corsica dal1750al68.

178.Era una curiosità l’aver monete di re Teodoro, e i piccoli da cinque soldi pagaronsi fin quattro zecchini, e portavano:Theodorus rex — Rego pro bono publico. Un’altra d’argento portava la Madonna col motto:Monstra te esse matrem, e al rovescio le armi del regno.Una biografia di re Teodoro, espressiva come la realtà, fantastica e patetica come un romanzo, fu stesa poc’anzi da Carlo Augusto Varnhagen d’Ense, il quale conchiude: — Nel 1736 un Westfaliano fu re in Corsica; settantatre anni dopo, un Côrso era re in Westfalia».

178.Era una curiosità l’aver monete di re Teodoro, e i piccoli da cinque soldi pagaronsi fin quattro zecchini, e portavano:Theodorus rex — Rego pro bono publico. Un’altra d’argento portava la Madonna col motto:Monstra te esse matrem, e al rovescio le armi del regno.

Una biografia di re Teodoro, espressiva come la realtà, fantastica e patetica come un romanzo, fu stesa poc’anzi da Carlo Augusto Varnhagen d’Ense, il quale conchiude: — Nel 1736 un Westfaliano fu re in Corsica; settantatre anni dopo, un Côrso era re in Westfalia».

179.A proposito della conquista della Corsica, Voltaire scriveva nel 1769 al signor Bargemont:Je crois comme vous qu’on casse des cruches de terre avec des louis d’or; et qu’après s’être emparé d’un pays très-misérable, il en coûtera plus peut-être pour le conserver que pour l’avoir conquis. Je ne sais s’il n’eût pas mieux valu simplement s’en déclarer protecteur avec un tribut; mais ceux qui gouvernent ont des lumières, que les particuliers ne peuvent avoir. Il se peut que la Corse devienne nécessaire dans les dissensions qui surviendront en Italie. Cette guerre exerce le soldat et l’accoutume à manœuvrer dans un pays de montagnes. D’ailleurs cette entreprise étant une fois commencée, on ne pourrait guère y renoncer sans honte.Lettere inedite di Voltaire, del signor Cayrol, 1856.Cioè anche Voltaire intonava la canzone, ripetuta anche testè, che, quando l’onore della Francia è impegnato, bisogna andar innanzi, giustizia o no.

179.A proposito della conquista della Corsica, Voltaire scriveva nel 1769 al signor Bargemont:Je crois comme vous qu’on casse des cruches de terre avec des louis d’or; et qu’après s’être emparé d’un pays très-misérable, il en coûtera plus peut-être pour le conserver que pour l’avoir conquis. Je ne sais s’il n’eût pas mieux valu simplement s’en déclarer protecteur avec un tribut; mais ceux qui gouvernent ont des lumières, que les particuliers ne peuvent avoir. Il se peut que la Corse devienne nécessaire dans les dissensions qui surviendront en Italie. Cette guerre exerce le soldat et l’accoutume à manœuvrer dans un pays de montagnes. D’ailleurs cette entreprise étant une fois commencée, on ne pourrait guère y renoncer sans honte.Lettere inedite di Voltaire, del signor Cayrol, 1856.

Cioè anche Voltaire intonava la canzone, ripetuta anche testè, che, quando l’onore della Francia è impegnato, bisogna andar innanzi, giustizia o no.

180.Vir nemorisè il titolo d’un poemetto latino, in costui lode composto da Ottaviano Savelli amico dell’Alfieri.

180.Vir nemorisè il titolo d’un poemetto latino, in costui lode composto da Ottaviano Savelli amico dell’Alfieri.

181.Vol.I. p. 100.

181.Vol.I. p. 100.

182.La contea di Gorizia (di cui una storia in italiano da Carlo Morelli di Schönfeld fu stampata a Gorizia il 1855) fu invasa dalla lingua italiana e dal dialetto friulano. Le cause trattavansi in latino, e avendo la reggenza di Vienna nel 1556 ricusato d’accettare atti in questa lingua, si prese a farli in italiano, che divenne comune nel fôro sinchè gli stati goriziani ordinarono che il patrocinio si sostenesse da avvocati tedeschi e le scritture e arringhe si facessero in latino. Ma fu inutile, e prevalse l’italiano; italiani erano i predicatori, i primi cancellieri; e il giuramento prestato nel 1564 all’arciduca Carlo fu nelle lingue tedesca, slava e italiana. La moneta corrente era la veneziana. L’imperatore Leopoldo I, stando nel 1660 a ricever l’omaggio della contea di Gorizia, scriveva al maggiordomo dell’arciduca Carlo suo fratello: — Il paese, il clima, il non sentir favellare altra lingua che l’italiano, mi fanno scrivere anche nella medesima». Solo a metà del Settecento si diffusero il parlare e i costumi tedeschi, ma l’italiano vi ebbe sempre corso.

182.La contea di Gorizia (di cui una storia in italiano da Carlo Morelli di Schönfeld fu stampata a Gorizia il 1855) fu invasa dalla lingua italiana e dal dialetto friulano. Le cause trattavansi in latino, e avendo la reggenza di Vienna nel 1556 ricusato d’accettare atti in questa lingua, si prese a farli in italiano, che divenne comune nel fôro sinchè gli stati goriziani ordinarono che il patrocinio si sostenesse da avvocati tedeschi e le scritture e arringhe si facessero in latino. Ma fu inutile, e prevalse l’italiano; italiani erano i predicatori, i primi cancellieri; e il giuramento prestato nel 1564 all’arciduca Carlo fu nelle lingue tedesca, slava e italiana. La moneta corrente era la veneziana. L’imperatore Leopoldo I, stando nel 1660 a ricever l’omaggio della contea di Gorizia, scriveva al maggiordomo dell’arciduca Carlo suo fratello: — Il paese, il clima, il non sentir favellare altra lingua che l’italiano, mi fanno scrivere anche nella medesima». Solo a metà del Settecento si diffusero il parlare e i costumi tedeschi, ma l’italiano vi ebbe sempre corso.

183.Il ducato equivale a lire 4.19. Il bilancio del 1783 portava:Entrata per gli appaltiducati1,399,613Dazj della dominante»1,469,523Nella terraferma»1,016,677Nella Dalmazia»29,335In Levante»94,564Gravezze della dominante»562,444Della Terraferma»510,634Della Dalmazia»66,722Del Levante»84,503La spesa ammontava»6,624,668di cuile milizie di terra e di mare, e le fortificazioni assorbivano»2,097,618L’istruzione pubblica»51,812Le pubbliche costruzioni»119,255Una minuta descrizione dello Stato veneto nel secolo passato fu fatta dal gesuita Tentori.

183.Il ducato equivale a lire 4.19. Il bilancio del 1783 portava:

Una minuta descrizione dello Stato veneto nel secolo passato fu fatta dal gesuita Tentori.

184.28 maggio 1762. «L’anderà parte che, qualora il serenissimo principe, assistendo al senato, giudicasse conferente alla sua salute il levarsi, debba in questo caso esser accompagnato, come in figura privata, da due soli dei consiglieri e da un capo de’ XL, quali discendendo per la scala degli elezionarj, e trovando fuori del Pregadi il solito corteggio del suo cavaliere e de’ suoi scudieri, lo accompagneranno fino alle sue stanze. In tal modo rimanendo nel senato li quattro consiglieri e li due capi de’ XL, che si rendono necessarj per le pubbliche leggi, continuerà senza turbamento e interruzione alcuna la trattazione de’ pubblici incamminati affari, e libero il serenissimo principe dell’apprensione e pericolo di sua salute, potrà esser frequente ad assistervi, e col suo esempio dar eccitamento a tutti li cittadini destinati a formar il senato, ad esser sempre assidui al miglior bene di questa nostra adoratissima patria.«E la presente sia stampata ed aggiunta alla promission ducale».

184.28 maggio 1762. «L’anderà parte che, qualora il serenissimo principe, assistendo al senato, giudicasse conferente alla sua salute il levarsi, debba in questo caso esser accompagnato, come in figura privata, da due soli dei consiglieri e da un capo de’ XL, quali discendendo per la scala degli elezionarj, e trovando fuori del Pregadi il solito corteggio del suo cavaliere e de’ suoi scudieri, lo accompagneranno fino alle sue stanze. In tal modo rimanendo nel senato li quattro consiglieri e li due capi de’ XL, che si rendono necessarj per le pubbliche leggi, continuerà senza turbamento e interruzione alcuna la trattazione de’ pubblici incamminati affari, e libero il serenissimo principe dell’apprensione e pericolo di sua salute, potrà esser frequente ad assistervi, e col suo esempio dar eccitamento a tutti li cittadini destinati a formar il senato, ad esser sempre assidui al miglior bene di questa nostra adoratissima patria.

«E la presente sia stampata ed aggiunta alla promission ducale».

185.Dopo i trattati del 1603 e 1706 vennero a stabilirsi a Venezia tanti Grigioni, e tante botteghe v’aprirono, che la Repubblica temette pregiudicassero ai proprj sudditi, sicchè dichiarò sciolta l’alleanza nel 1766, i Grigioni sottoposti alle leggi della Repubblica, e vietato d’esercitarvi arti. Anche quando Clemente VII concesse portofranco ad Ancona e fiera a Sinigaglia, i Veneziani proibirono ai loro sudditi di recarvisi.

185.Dopo i trattati del 1603 e 1706 vennero a stabilirsi a Venezia tanti Grigioni, e tante botteghe v’aprirono, che la Repubblica temette pregiudicassero ai proprj sudditi, sicchè dichiarò sciolta l’alleanza nel 1766, i Grigioni sottoposti alle leggi della Repubblica, e vietato d’esercitarvi arti. Anche quando Clemente VII concesse portofranco ad Ancona e fiera a Sinigaglia, i Veneziani proibirono ai loro sudditi di recarvisi.

186.Nel viaggio del granduca Cosimo III nel 1664, pubblicato dal Moreni, si dice delle Benedettine di San Lorenzo: «È questo il più ricco monastero di Venezia, e vi sono sopra cento madri, tutte gentildonne. Vestono leggiadrissimamente con abito bianco come alla franzese, il busto di bisso a piegoline, e le professe trina nera larga tre dita sulle costure di esso: velo piccolo cinge loro la fronte, sotto il quale escono i capelli arricciati e lindamente accomodati, seno mezzo scoperto, e tutto insieme abito più da ninfe che da monache».

186.Nel viaggio del granduca Cosimo III nel 1664, pubblicato dal Moreni, si dice delle Benedettine di San Lorenzo: «È questo il più ricco monastero di Venezia, e vi sono sopra cento madri, tutte gentildonne. Vestono leggiadrissimamente con abito bianco come alla franzese, il busto di bisso a piegoline, e le professe trina nera larga tre dita sulle costure di esso: velo piccolo cinge loro la fronte, sotto il quale escono i capelli arricciati e lindamente accomodati, seno mezzo scoperto, e tutto insieme abito più da ninfe che da monache».

187.Era proverbio «la mattina una messetta, l’apodisnar una bassetta, e la sera una donnetta». VediMutinelli,Gli ultimi cinquant’anni della Repubblica. Fu confutato come troppo rigoroso, ma «Non è, s’io scorgo il vero, Di chi l’offende il difensor men fiero».

187.Era proverbio «la mattina una messetta, l’apodisnar una bassetta, e la sera una donnetta». VediMutinelli,Gli ultimi cinquant’anni della Repubblica. Fu confutato come troppo rigoroso, ma «Non è, s’io scorgo il vero, Di chi l’offende il difensor men fiero».

188.Il Mutinelli adduce le spese fatte il 2 maggio 1796 per l’ingresso di Almorò Pisani come procuratore di San Marco; le quali ammontano a lire 93,635, oltre il pane e vino. Il ritratto del procuratore, inciso a Londra dal Bartolozzi, costò cento ghinee.

188.Il Mutinelli adduce le spese fatte il 2 maggio 1796 per l’ingresso di Almorò Pisani come procuratore di San Marco; le quali ammontano a lire 93,635, oltre il pane e vino. Il ritratto del procuratore, inciso a Londra dal Bartolozzi, costò cento ghinee.

189.Sono descritte anche dal Cicogna nelleIscrizioni venete.

189.Sono descritte anche dal Cicogna nelleIscrizioni venete.

190.Fu difesa tal pratica nell’opuscoloDelle celebri carte che invocano e protestano immacolata la concezione di Maria, e loro uso se sia da permettersi. Padova 1752.

190.Fu difesa tal pratica nell’opuscoloDelle celebri carte che invocano e protestano immacolata la concezione di Maria, e loro uso se sia da permettersi. Padova 1752.


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