Chapter 5

Papa Clemente XI avea dovuto soffrire gl’insulti e i guasti recati al suo paese dai Tedeschi; quando invasero Parma e Piacenza li scomunicò, ma non valse a rattenerli dal rasentare Roma per recarsi a Napoli. Il generale Daun difensore di Torino, mentre Francia e Spagna stavano preoccupate dalla invasione della Provenza, con non più di cinquemila fanti e tremila cavalli si avanzò in paese (1707) dove non aveva a temere difese nè ad espugnare fortezze, e dissipate le gracili opposizioni del vicerè duca d’Ascalona, difilò sopra Napoli. La nobiltà, forse già intesa coll’Austria, subito capitolò (7 luglio) ad onorevolissimi patti: mantenuti i privilegi di Carlo V e Filippo II; il nuovo principe aprirebbe portofranco a Salerno, manterrebbe venti vascelli, oltre le galee del regno, per assicurare dai Barbareschi; nobili e popolanipotrebbero equipaggiare navi mercantili; nelle guarnigioni sarebbero metà napoletani, nelle fortezze un comandante napoletano e un forestiero; ai castelli di Napoli il re destinerebbe un comandante fra i nobili del paese, gli altri sarebbero eletti dal popolo, il quale pure sceglierebbe un interprete delle leggi del regno, non impiegato del principe, nè passibile della giurisdizione de’ popolani di Napoli[37].

Quella città che poc’anzi avea veduto impiccare i fautori dell’Austria, allora smaniò al nome dell’Austria, e mise a pezzi la testè elevata statua di Filippo V. L’esempio della capitale trae dietro le altre città; Gaeta è presa e saccheggiata, cogliendovi lo stesso vicerè, campato a stento dalla furia popolare; le città della maremma toscana furono pure sottoposte dagl’Imperiali, ma in Sicilia non poterono approdare, restando essa alla Spagna. Giuseppe I diede l’investitura del Milanese e del Napoletano al fratello Carlo, il quale a Napoli pose un vicerè tedesco.

Per punire il papa d’aver voluto tenersi neutro, e scomunicato gl’Imperiali, Giuseppe vietò di mandar a Roma le rendite de’ beni ecclesiastici del Napoletano, ridestò le pretensioni già accampate da suo padre sui feudi imperiali, e come tali occupò Comacchio, Parma e Piacenza (1708). Il papa pose mano al tesoro di Castel Sant’Angelo per mettere in piedi un esercito, a capo del quale pose Ferdinando Marsigli di Bologna. Ma Daun invase il Patrimonio, e vi accampò a discrezione, finchè Clemente, mal servito dal suo esercito, non calò ad accordi abbastanza favorevoli, promettendo disarmare, riconoscere l’arciduca Carlo, e discutere poi delle ragioni sul ducato parmense; in tutto il resto ricevendo soddisfazione.

L’isola di Sardegna continuava a devozione di Filippo V, agitata però dalle fazioni, che pretessevano i nomi di Francia o d’Austria; e quest’ultima col favore di molti partigiani e della flotta inglese l’occupò. Tale cupidigia dell’Austria corruppe i disegni de’ suoi confederati, che nello sgomento della sconfitta in Piemonte avrebbero potuto a gran vantaggio assalire la Francia impreparata, e già aveano invaso la Provenza e assediato Tolone. Oltre che tal diversione ne sminuiva la possa, l’ingrandirsi dell’imperatore gl’ingelosiva, tanto più dacchè essendo morto Giuseppe, succedeva Carlo VI, quel desso che col nome di Carlo III già possedeva la Lombardia e il Napoletano e in titolo la Spagna, talchè radunava nuovamente in sè l’immensa monarchia di Carlo V. Queste ombrìe, cresciute dall’oro francese, e il nuovo indirizzo che alla politica impresse il sottentrato ministero tory inglese, indussero maneggiar una pace, la quale dopo lunghe trattative rogata in Utrecht (1713 11 aprile), diede all’Europa con prudenti combinazioni quell’equilibrio di forze che alcuni credeano basterebbe alla quiete di più secoli, e che non durò trent’anni.

Il duca di Savoja avea ritolta ai Francesi Susa; ma non proseguì caldamente la guerra perchè il consiglio aulico di Vienna reluttava dal concedergli anche il Vigevanasco; e fu forza consentirglielo se si volle secondasse ancora gli Austriaci, i quali fuori d’Italia erano ben lontani dal prosperare. Il conte Annibale Maffei, il marchese Del Borgo, il consigliere Mellerede[38], deputati dal duca al congresso di Utrecht, mostravano la necessità di dargli una forte barriera contro la Francia,e compensi per tanti danni sofferti onde procacciare il trionfo della grande alleanza. L’Inghilterra comparve come arbitra dell’Europa, in quel trattato che assicurava i frutti della sua rivoluzione: e Anna regina prediligeva il duca di Savoja a segno, che avea sin proposto di farlo re di Spagna e delle Indie, affine d’impedirne la Francia: onde tra i primi patti della pace chiese gli fosse ceduta la Sicilia, col titolo di re di cui egli spasimava, riserbando all’Inghilterra le più ampie franchigie di commercio e navigazione. Fu fatto, e insieme restituitigli il contado di Nizza, la valle di Pragelato ed altre alpine, coi forti d’Exilles e Fenestrelle, sottraendogli quello di Barcellonetta, per modo che la cresta del Monginevra diveniva confine colla Francia; il duca serbava l’eventualità di succedere in Ispagna se mancasse la linea regnante. All’imperatore fu lasciato quanto possedeva in Italia, cioè il regno di Napoli, il ducato di Milano, la Sardegna, i porti e presidj sulle spiaggie di Toscana. Spagna, che per due secoli e mezzo aveva minacciato assorbire la nostra penisola, più non vi conservò un palmo di terra. Un’infinità di signori spagnuoli trovavansi in pericolo per aver parteggiato Carlo d’Austria, il quale pertanto, sentendo l’obbligo di non lasciarli esposti alla vendetta di Filippo V, li menò seco, e per far denari da mantenerli, vendette ai Genovesi per sei milioni il marchesato del Finale. Ne spiacque ai Finalesi, più ne spiacque a re Vittorio, che per mezzo di quello avrebbe congiunto i suoi dominj col mare.

Erano dunque sparite dalla carta d’Italia le signorie di Mantova e della Mirandola; al luogo della Spagna sottentrava l’Austria, assai meno potente dopo toltale la Sicilia; Vittorio, in premio della politica preveduta, allargava lo Stato fin al Ticino, e appagava il lungo desiderio intitolandosi re, e della più bell’isola delMediterraneo. Come poi la barattasse colla Sardegna, e le sue controversie col papa, saranno materia del libro seguente.

E così fra guerre terminiamo un secolo, consunto in una pace stupefacente. Nelle quali, benchè non si trattasse della patria ma dei padroni di essa, non poco ebbero a faticarsi gli Italiani, dimostrando che mancava l’atto non l’attitudine del valore. Dei prodi di questa età già molti enumerammo (tom.IX, pag. 523), e fra’ migliori Gabrio Serbelloni milanese cavaliere di Malta, che combattè i Turchi in Ungheria, sulle coste d’Italia e a Lepanto, ajutò il duca d’Alba e il marchese di Marignano a spegnere l’indipendenza italiana, e Filippo II a tenere in obbedienza il Napoletano che empì di fortilizj, e ad assoggettare i rivoltati Brabanzoni: fatto vicerè di Sicilia, difese Tunisi, respingendo quattordici assalti de’ Turchi, che al fine lo presero di forza, e lui tutto ferito menarono prigioniero a Costantinopoli, finchè fu cambiato con ventisei uffiziali turchi. Combattè allora a fianco di don Giovanni d’Austria, che lo chiamava suo maestro; poi di nuovo in Italia e in Ispagna, finchè morì. Alberto, conte di Caprara bolognese (1630-1686), servì all’Austria principalmente in Ungheria, e molto fu adoprato come diplomatico co’ Turchi: ma e nell’armi e nella diplomazia lo superò il fratello Enea Silvio (1631-1701), compagno del Montecuccoli, vinto dal Turenne, vincitore dei Turchi.

Nel 1650 Francesco Antonelli d’Ascoli espugnava Landsberg, onde Ferdinando III lo costituì ingegnere generale dell’Ungheria. Nel 1637 Giuseppe Spada migliorava la fortezza di Magonza. Francesco Tensini di Crema, formatosi nelle Fiandre sotto lo Spinola, fece diciotto assedj, sostenne quattro difese, combattè dappertutto, ed è posto fra i creatori dell’architettura militare per laFortificazione, opera ammirata che pubblicòa Venezia il 1624, quattordici anni prima d’essere assassinato in patria.

Nelle guerre di Fiandra acquistò pur nome il napoletano don Roberto Dattilo marchese di Santa Caterina, che capitanò anche i Genovesi contro Savoja. Nel Napoletano e contro i Turchi fece gran prove di valore Francesco Saverio de’ conti Marulli di Barletta, cavaliere gerosolomitano, che divenne maresciallo d’Austria: il suo reggimento tutto di Napoletani fu poi de’ più vantati dell’Austria, e Carlo di Spagna suo nemico gli diceva, — Se avessi nel mio esercito dodici uffiziali come voi, sarei padrone dell’Italia». Marco Foscarini[39]ricorda un reggimento napoletano segnalatosi alla difesa di Barcellona; il marchese di Montenero lodato da Enrico IV, che l’ebbe avversario alla difesa di Amiens; Carlo Spinelli, Andrea Entelmi, il marchese di Terracusa, il duca di Nocera, il principe d’Avellino, il marchese Della Bella, i duchi di Maddaloni e di Rosigliano, il marchese di Treviso, tre Brancacci, tre Tuttavilla, Carlo della Gatta, Marzio Origlia, i marchesi d’Avalos di Pescara e del Vasto, il conte di Santa Severina. A servizio poi di Carlo VI, oltre il maresciallo Caraffa tremendo agli Ungheresi e ai Transilvani, si segnalarono il duca di Laurino, i principi Strongoli e Trigiano; pochi perchè i Tedeschi dileggiavano o non curavano gli Italiani. Anche Luigi Zani bolognese militò cogl’Imperiali contro Svedesi e Turchi, e fu ucciso combattendo in Ungheria il 1674. Colà pure ottenne lode di valore il conte Federico Veterani urbinate maresciallo, morto sul campo nel 1695, e lasciò il racconto delle sue campagne. Il conte Giuseppe Solaro della Margarita era stato, con Daun e col marchese di Caraglio, incaricatodal duca di Savoja di difendere Torino, nel che si condusse egregiamente, poi que’ fatti espose nelJournal historique, ove di sè non fa pur cenno.

Di tutti più illustre Raimondo Montecuccoli (1608-81) si formò nella guerra di Fiandra, palestra de’ migliori campioni di tutta Europa, dove i principi di Nassau aveano creato le fortificazioni di campagna, mentre gl’ingegneri italiani aveano insuperabilmente munite le città, principalmente Anversa. Dopo la guerra di Castro ove fu generale del duca di Modena, andò tenente maresciallo dell’imperatore in Germania, poi comandante supremo delle armi di esso in Franconia, in Slesia, in Ungheria contro i Turchi e contro i Francesi; infine fu elevato presidente al consiglio di guerra. Si trovò egli a fronte Turenne, che la Francia conta come il più insigne suo maresciallo; e l’arte da loro due spiegata sul Reno è il capolavoro dell’arte militare. Allorchè Turenne morì, Montecuccoli compì le sue vittorie finchè lo arrestò l’altro gran generale Condé; poi si dimise dal servizio dicendo che chi avea combattuto con Maometto Köproli, Condé e Turenne non doveva con altri mettere in avventura la propria gloria. Scrisse anche, con quell’ordine ch’e’ dichiarava qualità essenziale delle scritture come delle operazioni, e fu tenuto il maggior maestro d’arte militare, fino ai nostri contemporanei.

Nella guerra di Successione molti Italiani si faticarono, sebbene, eccetto i Piemontesi, non per causa propria, nè sotto proprj generali. A non riparlare del grande Eugenio, sotto lui capitanava il marchese Annibale Visconti, contro lui come maresciallo di Francia il conte Albergotti. Il conte Marsigli bolognese (1658-1730) servì utilmente l’imperatore contro i Turchi; finchè essendosi reso Brisacco dopo tredici giorni di trincea aperta, il consiglio aulico condannò a morte il conte Arco governatore, e alla degradazione il Marsigli, che servivasotto di esso. Non ascoltato dai tribunali e dall’imperatore, il Marsigli si giustificò in faccia al pubblico; poi si volse tutto a viaggi e studj: scrisse sul Bosforo Tracio, sull’incremento e decremento dell’impero Ottomano, e ilDanubius pannonico-mysiusin sei volumi, ridondante di buone osservazioni da naturalista, da archeologo, da statista, mirabili anche dopo svanite le congetture che v’appoggiava; a Parigi fu festeggiato come si sogliono le vittime d’un’ingiustizia; in patria fondò l’Istituto di scienze, e a quel senato donò il proprio palazzo e le sue raccolte letterarie e scientifiche.


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