NOTE:

NOTE:1.Un altro ramo d’Este possedeva il marchesato di San Martino e Borgomanero, e trasmise i titoli, nel 1757, per matrimonio ai Belgiojoso, casa d’origine longobarda, che un tempo possedette molte terre in Romagna, e talvolta anche le città di Imola, Faenza, Ravenna ed altre.IlFrizzi, nelleMemorie di Ferrara, dice che i principi d’Este furono «i più moderati e generosi che prima e poi vantar potesse alcuna città d’Italia!»2.Leti,Italia regnante, vol.II. Una relazione delleentrate,spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italiaesistente nell’archivio Mediceo fra le carte Strozziane, filza 320, e che pare della prima metà del Seicento, dice che Sisto V pose in castello tre milioni d’oro, e che la rendita papale era di due milioni d’oro, i quali oggi risponderebbero a ventotto milioni di franchi; e che sarebbe stata doppia qualora ne’ pontifizj vi fossero state gabelle come negli altri Stati. Nella qual somma non comprendeasi l’entrata libera e particolare del papa, gonfiata dalle rendite della dataria e degli uffizj vacabili. Bisogna che il tesoro di Sisto fosse dissipato se Urbano VIII, poi Innocenzo X contrassero tanti debiti.3.Nel 1596 Carlo Emanuele di Savoja lagnasi col papa che, in una numerosa promozione di cardinali, non abbia nominato alcuno de’ suoi raccomandati. Il papa risponde al 31 agosto: — Essendo i cardinali consiglieri del papa, è strano che i principi vogliano farvi nominare loro creature. Che direbbero del papa s’egli volesse avere ne’ consigli dei principi persone di sua confidenza?»Cibrario,Memorie cronologiche.Sulla promozione di cardinali del 1596 dà preziose particolarità il cardinale d’Ossat,Lettera 67, offrendo la più bella e viva pittura della Corte romana d’allora. Altre ne ha su quella del 99. In quel tempo v’avea sei cardinali milanesi: Federico Borromeo, Agostino Cusani che diceva non dipender da altri che dalla propria coscienza, Flaminio Piatti, Tolomeo Gallio, Nicolò Sfondrati e il cardinal Alessandrino. Monsignor Taverna pur di Milano era governatore di Roma, poi ebbe la porpora. Napoletani erano i cardinali Gesualdo figlio del principe di Venosa, Aragona figlio del marchese del Guasto, Acquaviva figlio del duca d’Atri, Santa Severina, cioè Antonio Santorio; Siciliano don Simone d’Aragona figlio del duca di Terranuova.4.Gualdo Priorato racconta che il principe Panfili, incaricato dal re di Spagna di presentare la solita chinea, «compariva in un abito al più sublime segno arricchito, e l’arnese del cavallo tutto d’oro massiccio, con più di 200 mila scudi di diamanti attorno. Era servito da venti paggi e sessanta palafrenieri, con ricca e bizzarra livrea, otto carrozze a sei della sua stalla».5.«Arrivò il Lavardino in Roma domenica 16 novembre 1687, ed affettò d’entrare in giorno di festa, per render più superba la sua comparsa agli occhi del papa. Il suo corteggio consisteva in duecento officiali di guerra, trecento soldati di guardia, cento gentiluomini e cento cortigiani di servizio. E i cardinali d’Estrée e Maldachino uscirono ad incontrarlo, ciascuno con tre carrozze a sei, un miglio fuori della città, ed in questo modo entrò dalla parte della porta del Popolo, che è quella per dove suol farsi la cavalcata ordinaria degli ambasciatori, con una carrozza superbissima, e con lui sedevano ne’ due luoghi maggiori i due cardinali d’Estrée e Maldachino. Nell’entrar di detta porta si presentarono i gabellieri o siano officiali della dogana, chiedendo la visita delle robe, divise in più di quaranta muli con le coperture a fiori di giglio. Risposero le genti dell’ambasciatore, che tenevano ordini di tagliar il naso (o Sisto, Sisto, e dove sei!) e le orecchie a chi si sia che ardisse di guardar le robe di sua eccellenza. Di modo che i gabellieri nell’intendere così fatto complimento, con sberrettata sino a terra, si ritirarono tutti modesti nelle loro casuccie. Il mastro di casa camminava innanzi gettando monete d’argento, con l’armi ed impronto del re Luigi, ed il vulgo nel raccorle non mancava di gridare spessoViva la Francia.«In questa maniera dunque, con regio trionfo, entrò Lavardino in Roma, traversando a lungo più della metà della città, passato ad alloggiare nel superbo palazzo Farnese, ch’è il più superbo di Roma, nella di cui piazza s’ordinarono tutti gli officiali e soldati, chi con la spada sfoderata in mano, chi con il pistoletto, facendo una nobilissima spalliera tutto all’intorno, aspettando l’arrivo di tutti i cortigiani e muli di carico, e così armati restarono sino che furono scaricate tutte le robe: ed il tutto seguì senza che v’arrivasse minimo disturbo, non ostante il numero infinito del popolo che si trovava dappertutto concorso, non già per la solita curiosità, ma mosso dallo stupore di veder entrare in Roma un ambasciatore mano armata, a dispetto del papa, con tanta vergogna d’una città così regia, così santa e così popolata; e i più zelanti andavano esclamando ad alta voce:Eh! che se fosse stato Sisto al Vaticano, il Lavardino sarebbe stato in Parigi, o che si sarebbe molto pentito d’essersi avvicinato a Roma.«Lo spavento che portò alla città questo marchese fu così grande, che il governatore di Roma con i suoi ministri di giustizia, e con questi quella gran ciurmaglia di sbirri non ardivano uscir di casa, per essersi sparsa la voce che dall’ambasciadore si era dato ordine a quella sua gente armata di correr notte e giorno all’intorno del suo quartiere del palazzo Farnese, col tagliar il naso e le orecchie a quanti sbirri si potessero scontrare. Di più, l’ambasciatore s’era dichiarato in presenza di molte persone, acciocchè si spargesse la voce per la città tanto più presto, che nell’andar egli per Roma, ovvero l’ambasciatrice sua moglie, se scontrava cardinali od altri che non gli rendessero tutti gli onori dovuti ad un ambasciatore del re Cristianissimo, che lo farebbe pentire nel punto stesso; di modo che nessuno ardiva uscir di casa, se non quei soli che volevano rendere gli onori dovuti a sua eccellenza, che affettava d’andar per Roma ogni giorno, come andava l’ambasciatrice, con ducento guardie ciascuno a cavallo all’intorno delle carrozze. Il papa, più timoroso degli altri, si chiuse nel Vaticano, insieme col cardinal Cibo, decano del collegio e suo principal ministro, e da una finestra con un occhialone guardavano questo bello spettacolo di veder andare per Roma così armato il Lavardino: e questo durò per lo spazio di nove mesi.«Questa è una guanciata delle più sensibili e delle più vergognose, che abbia ricevuto mai principe alcuno nel mondo, nè mai città ebbe un affronto di tal natura. Ma che principe poi! Un papa con uno Stato così grande, con tante guardie a piedi ed a cavallo, con una numerosa guarnigione nel castello, con una città forte, qual è Roma, con più di quindicimila persone capaci a portar l’armi, senza un numero di più d’ottomila ecclesiastici, che a colpi soli di sassate avrebbono potuto tener lontano dalle mura di Roma il Lavardino, tanto più per esser forte in se stessa. E quando se gli fossero chiuse le porte in faccia?...»Leti,Vita di Sisto V, part.III.l. 3.6.Ove il Leti esclama: — Sisto, in luogo di andar a fare ilsanctificeturinnanzi al crocifisso, avrebbe fatto preparare un laccio, e dati gli ordini necessarj per far strangolare l’ambasciadore; ed al sicuro o che l’ambasciadore non sarebbe venuto, o che sarebbe stato strangolato».7.Ap.Arckenholz,Vita della regina Cristina, t.IV.app. 32.8.Lo racconta Marco Foscarini nell’arringa sopra i provveditori di Dalmazia.9.Capitolare del consiglio dei Dieci, nº 78. Ma al 12 gennajo 1621 si fa querela perchè lasciavano «mesi ed anni i rei, senza farsi progresso ne’ processi».10.Pag.IV. 50. Sulla regolarità di quel processo s’è già scritto da molti; e qual v’è tribunale che non sia infallibile? Ben ne fece ammenda il consiglio dei Dieci con decreto 16 gennajo 1622, che fu letto nel maggior consiglio; poi in Sant’Eustachio gli fu posta quest’iscrizione:ANTONIO FOSCARENO EQVITI BINIS LEGATIONIBVS AD ANGLIÆ GALLIÆQVE REGES FVNCTO, FALSOQVE MAIESTATIS DAMNATO, CALVMNIA IVDICII DETECTA, HONOR SEPVLCRL ET FAMÆ INNOCENTIA X VIRVM DECRETO RESTITVTA MDCXXII.Marco Foscarini riformatore, in un’arringa tenuta nella correzione del 1761-62 diceva: — Tegno per domestica tradition la grata e tenera memoria de quel zorno 16 gennaro 1662, quando xe stada dichiarada nel mazor consegio con solene parte, e po resa nota a tutte le Corti, la tragica vicenda caduta sora un cittadin che avea sostenude le prime dignità della patria. Xe stà allora che la povera mia casa ha accolto un prodigioso numero de nobili concorsi a manifestar sentimenti misti de lagrime e de consolation ecc.»Il processo contro il Fornaretto vorrebbe mettersi al 1505; ma pare favoloso. Costui, andando la mattina a portar il pane per le case, trovò il fodero d’un pugnale e se lo pose in tasca; la ronda, che avea tratto dal canale un ucciso, arrestò il Fornaretto, e gli trovò addosso quel fodero, corrispondente al pugnale che portava in cuore l’assassinato. Ben bastava per accusarlo; la tortura avrà fatto il resto.11.Marino Cavalli, nellaRelazionedel 1543 al senato veneto, parlando del commercio di Germania dice: — Le merci che vi si portano sono spezie, ori filati, panni di seta e di lana, saponi, vetri, cristalli, sete tinte e crude, e simili altre cose. Da Venezia si servono di qualche panno di seta, ma pochi, perchè hanno dalli Fiorentini e d’ogni parte d’Italia damaschi e rasi per un terzo minor prezzo di quelli di Venezia; e se ben sono di più trista sorte, non avendo essi giudizio, o non curandosene molto, avendoli a miglior mercato, li pigliano volentieri, sì come si usa anche in Germania. Però non saria forse fuor di ragione che quest’eccellentissima repubblica, non potendosi tirar li cervelli di quei paesi ad usar drappi perfettissimi, accomodasse li drappi al volere e cervel loro, e concedesse che si lavorasse in Venezia per qualche parte panni di seta di minor prezzo e di più basso carato, per avere quell’utile che Fiorentini e Milanesi, che sono più lontani e che pagano più condotta, hanno. E certo a me pare che questa cosa non si doverìa lasciar per derelitta, ma abbracciarla come di molta importanza; la qual potria in tre o quattro anni avviarsi e augumentar con simile maniera il doppio di quel che al presente è; e se pure per qualche rispetto non si volesse permettere questo in Venezia, si potria almeno concederlo alle altre città, come Padova, Verona, Vicenza e Treviso, che hanno copia grande di sete, e per non le poter lavorare esse, le vendono a Bologna, Firenze, Lucca, Genova, Modena e Milano; e si nutriscono a questo modo del nostro latte popoli alieni, e li nostri s’impoveriscono e sminuiscono, com’è accaduto in Vicenza, che di ventiquattromila anime che soleva fare, per la rovina di altri mestieri e per la proibizione di rilevar questo di nuovo è ridotta che non ne fa quattordicimila; e il medesimo potrà avvenire delle altre. Ho sentito io molti a ridere dell’ignoranza de’ Mori, che avendo loro il fior delle sete, le vendono a noi altri, e poi da noi stessi comprano li panni di seta lavorati: ma l’istesso forse si potria dire di noi, che facendo ogn’anno più di trecentomila scudi di sete nelle quattro città nominate, non le volendo lasciar lavorare, li nostri le vendono alli vicini, dalli quali comprano poi li panni di seta, li quali per contrabbando si portano in questa o nelle altre città; e così, oltre il traffico e l’arricchirsi che fanno li forestieri in Germania, che lo ponessimo far noi, li lasciamo anco arricchire nel paese nostro. Mi son maravigliato molte volte come questo Stato abbia per leggi statuito che tutti quelli che vogliono passar con merci a Lione per luoghi suoi, debbano venir prima a Venezia, e di là poi trarle per dove lor piace, per far questa città capo di ogni contrattazione; il che, sebbene per qualche tempo è parso cosa utile, si è poi veduto ch’è riuscita dannosa e impossibile, perchè gli Alemanni, che di natura son poco obbedienti, e non vogliono esser forzati a cosa alcuna, quello che per comodità prima facevano, ora violentati non vogliono fare, e hanno prese le strade di Trieste e di Milano, lasciando le terre di Vostra Serenità, e conducono le merci per dove lor piace, con la grandezza ed esaltazione d’altri e danno nostro. Ma concedendo che il condur queste merci forestiere riesca e sia utile, non so intender per qual ragione quelle che nascono nel paese di Vostra Serenità, sopra le quali si può mettere quanti dazj e disponer come ne pare, lo si lascino trar fuori senza condurle a Venezia e senza farle lavorare nelli paesi nostri; e questo lo dico sì per le sete che per le ferramenta e acciaj del Bresciano, li quali solevano per costituzione tutti essere condotti in questa città, dove Siciliani, Toscani, Napoletani, Francesi, Spagnuoli e Portoghesi venivano a levarli, mentre ora potendo esser cavati di Bresciana per ogni luogo, Genova è fatta capo di questo commercio. Io parlo per utile pubblico e senza interesse alcuno».Relazioni venete, vol.III. pag. 102.12.L’opera era stata suggerita da Luigi Grotto, detto il Cieco d’Adria, che quantunque perdesse gli occhi sin da fanciullo, studiò attento e fu valente idraulico; e nell’orazione da lui recitata a tal uopo in senato, adoprava il principio enunziato un secolo dopo dal famoso padre Castelli, che un corso d’acqua di determinata misura può passare per una sezione più o meno ristretta secondo la maggiore o minor sua velocità. Vedasi una memoria del ministro Paleocapa, pubblicata nel 1856 sopra il protendimento delle spiaggie dell’Adriatico.13.Fra questi va distinto Federico landgravio d’Assia, che abjurata l’eresia nel 1637, entrò nell’Ordine, prese Tunisi nel 1640, poi nominato cardinale, si segnalò nella peste andando a visitare e soccorrere gl’infetti.14.«Persona assennata, che allora si trovò in Venezia, mi assicurò che le parve di vedere il dì del finale giudizio; tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell’uno e dell’altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la Provvidenza, maledizioni contro de’ Turchi, e villanie senza fine contro del generale Morosini, chiamandolo ad alte voci traditore».Muratori,ad annum.Giovanni Sagredo era ambasciadore ordinario in Francia al tempo della Fronda, caro al Mazarino, dal quale impetrò sussidj per la guerra di Candia; passò poi ambasciadore in Inghilterra, e già citammo i ragguagli che di là scriveva (Cap.CLVII, not. 19). Stese pureMemorie storiche de’ monarchi ottomani, l’Arcadia in Brentaed altre opere rimaste inedite e peccanti di strano secentismo. In patria ebbe le prime dignità e fu anche eletto alla suprema nel 1676, ma il maggior consiglio non l’approvò.15.Sul trattamento degli schiavi è curioso un dispaccio di Carlo Emanuele II, che mandava a cercare l’alleanza dell’Inghilterra, e fra gli altri vantaggi faceva riflettere che, essendo egli in permanente ostilità con la Porta in grazia del regno di Cipro, gli armatori sotto la sua bandiera potrebbero catturare sudditi greci di quella, e venderli agl’inglesi per ciurma a venti piastre per testa, mentre uno schiavo turco ne varrebbe cento.Sclopis,Relazioni fra Savoja e Inghilterra.Gli armatori sotto bandiera di Malta e d’altri principi erano obbligati a mettere in libertà i prigionieri che facessero, sudditi della Porta ma di nazione greca. A Venezia gli schiavi, per mali trattamenti, poteano contro i padroni ricorrere al magistrato de’ Censori.16.Il presidio di Vienna era comandato da Ferdinando degli Obizi padovano. La costui madre bellissima fu amata perdutamente da un gentiluomo, che penetratole in camera, nè con lusinghe o con minaccie potendo averla alle sue voglie, la pugnalò. In processo egli stette saldo al niego, e andò assolto. Ferdinando, che di cinque anni era stato testimonio della violenza, appena cresciuto uccise l’oltraggiatore, e fuggì in Austria, dove salì ai primi gradi militari.17.Ragusi, situata su piccola penisola all’estremità orientale della Dalmazia, ha tanti attacchi coll’Italia, che non sarà fuor di luogo il divisarne. Fu fabbricata dai fuggiaschi dell’antica Epidauro nel 659, dominata dai Romani, poi dai Greci del Bass’Impero; molestata dalle correrie degli Slavi, se ne redense con un tributo. A quei residui d’un’onorevole civiltà s’unirono presto e Dalmati e Illirici, che la crebbero d’edifizj, e con una rôcca protessero il golfo. Datisi all’industria, cresceano valore alle materie prime che traevano dalla Bosnia. Nell’867 assalita dagli Arabi, sostenne un anno d’assedio, indi li respinse e gl’inseguì fino a Benevento.Restò governata a Comune dai discendenti de’ primi fondatori e da alcuni nobili bosniaci, con un rettore che durava otto anni. Damiano, uno di questi, non volle deporre il comando, e vi si fece tiranno; ma i Ragusei si volsero a Venezia, la quale li liberò; ma per soggettarli a se stessa, e li tenne finchè Lodovico re d’Ungheria non li tornò indipendenti. Genovesi e Veneziani però ed altri navigatori dell’Arcipelago molestavano la repubblica in modo, che cercò sicurezza col mettersi alla protezione degli Ottomani, e comprarla con un tributo.Il gran consiglio, ove entravano tutti i nobili sovra i diciotto anni, faceva leggi, nominava i magistrati, e aveva diritto di grazia: un senato di quarantacinque pregadi disponeva le cose da proporre al gran consiglio, e trattava gli affari esterni: il potere esecutivo era commesso a un piccol consiglio di sette senatori. Il rettore non durava più che quattro settimane, e dovea venir a parte d’ogni atto del governo; usciva di palazzo soltanto nelle grandi solennità coi mantello di damasco rosso, rossi i calzari e le calze, e gran parrucca in testa. I nobili non poteano esser tratti a prigione che da un nobile, e ad essi spettavano tutte le cariche. Ogni cosa poi v’era prefissa appuntino; a segno che Tuberone Cerva essendo entrato in senato con una veste più lunga della misura stabilita, gli fu raccorcia in piena assemblea; di che vergognoso, egli si fece frate. Dai matrimonj di nobili con plebei nacque una classe media, ammessa ad impieghi di seconda mano. La plebe stava sotto la clientela dei nobili.Ragusi fu per quattro secoli il centro non solo de’ negozj, ma del sapere de’ popoli slavi e valacchi, situati sulla parte orientale dell’infima valle del Danubio, e vi furono coltivate contemporaneamente la letteratura italiana, la latina e la greca. Vi nacquero Baglivi medico, Marino Ghetaldi e il Boscovich matematici, l’erudito Banduri, l’epico Francesco Gondola, i poeti latini Stay, Resti, Zamagna e Cunich, e Faustino Gaglioffi nostro contemporaneo.Molte memorie d’essa repubblica, come molte ricchezze e capidarte, perirono nel tremuoto del 1667, cantato dallo Stay.18.Olivet,Histoire de l’Académie française, t.II, p. 134.19.Vedi ilMercure galant, settembre 1686. La lista de’ rappresentanti di Francia in Italia e viceversa può trovarsi nellaStoria degli Stati modernidiSchoel, vol.XXXIX.20.Relazione, esistente negli archivj della marina a Parigi, e pubblicata da Eugenio Sue,Histoire de la Marine, vol.III, con altri curiosissimi documenti, ignoti ai nostri storici.La notizia dell’atto codardo si sparse, ma non era voluta credere. Il duca d’Estrée, ambasciatore a Roma, così scriveva al signor di Pomponne: — Oltre la diversità del racconto, si rifletteva quanto fosse inverisimile. Se il re avesse voluto abbandonar Messina per considerazione degl’Inglesi, già l’avea sugli occhi prima che La Feuillade movesse di Francia; onde sua maestà non avrebbe spedito un nuovo maresciallo di Francia per far quest’abbandono, ma l’avrebbe ordinato al signor di Vivonne. Che se tale deliberazione si fosse presa dopo la partenza di La Feuillade, lo stesso corriere che portasse quest’ordine, n’avria portato uno a Toulon perchè il convoglio non partisse... Un fatto solo straordinario e mal a proposito può talvolta sventare i ragionamenti fondati sopra il buon senso e la verosimiglianza; pure questa notizia è sì grossolanamente immaginata, sì contraria alle precedenze e ad ogni probabilità, che la sola sfrontatezza di quei che la spacciano e il numero dei loro partigiani poterono farla credere per alcune ore...».Pochi giorni di poi, il duca stesso trovava affatto naturale che si fosse lasciato una città sì discosta, sì popolosa, che non poteva ricever viveri se non da lontano, la cui gente cospira ogni momento contro i protettori, e al modo degl’insulari, ha la leggerezza e l’infedeltà per dote, e non può esser ritenuta nè colla clemenza nè colla severità.21.Luigi XIV scriveva al duca d’Estrée: — Ho avviso da Messina che questi popoli, i quali con sensibile afflizione sono tornati al giogo di Spagna quando lo stato de’ miei affari non mi permise d’alleviarneli più a lungo, cercano tutti i mezzi per disfarsene: e so, a non dubitarne, che spacciarono in secreto a Costantinopoli, non solo per domandar assistenza, ma per darsi ai Turchi. Il dispiacere ch’io avrei di vedere una città sì cristiana cadere agl’Infedeli, il pericolo di cui si vede minacciato il resto di Sicilia, e il timore di un sì potente nemico pel resto d’Italia, mi portarono a studiarvi qualche riparo. Nè altro mi parve più opportuno che il darne avviso al papa, lo zelo e la carità del quale sapranno farne l’uso più utile a stornar tanto danno; e fosse crederà che le violente vie onde la Spagna è consueta servirsi per punire le colpe de’ Messinesi, son più capaci d’inasprire che di guarir tal sorta di mali.«I ministri di Spagna, onde eludere i savj consigli di sua santità, particolarmente se penetrano che quest’avviso sia venuto da me, potranno attribuirlo al desiderio di procurar qualche alleggiamento ai Messinesi rimasti, e facilitare il rimpatriamento a quei che si ritirarono in Francia: ma quanto a questi ultimi io non ho bisogno d’altro che della pace che sta per stringersi, e della quale ho fatto condizione espressa che siano restituiti. Assicurate dunque il papa, che in tale avviso non ho altra vista che di porlo in istato di prevenire un pericolo, tanto formidabile per l’Italia e per tutta cristianità; e il solo interesse della cristianità mi fa operare. Voglio credere che sua santità mi saprà grado particolare dell’attenzione, colla quale io veglio in un affare che so quanto a lei stia a cuore.«PS.Aggiungo, che la proposizione fatta a Costantinopoli per l’impresa di Sicilia, assegna che lo sbarco deve farsi ad Agosta, dove alcune fortificazioni furono demolite; e perciò sarebbe a questa piazza che ai Turchi importerebbe di ripararsi ecc.».22.M. le marquis de Seignelay étant arrivé devant Gênes avec quatorze vaisseaux, dix galiottes, deux brûlots, deux frégates, huit flûtes, vingt-une tartanes, trente chaloupes, trente-huit bâteaux, dix felouques et vingt galères, après les saluts et les cérémonies accoutumés du sénat, qui députa à M. de Seignelay, le dixhuit sur les neuf heures du matin, après leur avoir fait connaître les intentions du roi et les sujets de plaintes qu’ils ont donné à sa majesté, leur demanda de sa part les quatre corps de galère qu’ils firent construire l’année dernière et armer pour les Espagnols, l’une desquelles serait armée et en état de naviguer; l’entrepôt du sel à Savone; et que quatre sénateurs iraient demander pardon au roi de leur conduite à son égard, et le prier d’oublier le passé.Les députés du sénat demandèrent avec beaucoup de soumission du temps pour assembler le conseil et en délibérer; M. de Seignelay leur accorda jusqu’à cinq heures du soir, et leur dit que s’ils passaient cette heure, ce ne serait plus les mêmes conditions; et qu’ils devaient s’attendre à la désolation de leur ville s’ils n’accordaient pas ce qu’il leur demandait de la part de sa majesté. Cependant l’armée se mit en état, et les galiottes se portèrent sous le canon de la ville, et si près que le commandant des galères de Gênes envoya prier M. de Seignelay de faire retirer ces bâtimens qui étaient sous son canon; à quoi l’on ne fit aucune réponse.Sur les quatre heures et demie, les Génois, au lieu de venir rendre compte de leur délibération, tirèrent sur nos galiottes, lesquelles commencèrent à jeter ses bombes dans la ville, et ont continué jusqu’au 22, que M. Seignelay fit cesser le feu et envoya le major des vaisseaux leur dire qu’il était informé du désordre que les bombes avaient fait dans leur ville, qu’ils étaient encore à temps de répondre aux propositions qu’il leur avait faites; ils demandèrent jusqu’au lendemain, ne pouvant pas répondre sur l’heure sans s’assembler.Le lendemain matin, M. de Seignelay ne recevant point de réponse, fit recommencer de jeter des bombes. Quelque temps après, ils envoyèrent un homme sans caractère dire qu’ils ne pouvaient pas s’assembler sous le feu et à la chaleur des bombes; que leur consolation était qu’ils n’avaient point mérité le traitement qu’ils recevaient, et que toute la chrétienneté se plaindrait. On recommença à tirer de part et d’autre, et à résoudre la descente qui avait été projetée.Le 24, deux heures avant jour, M. le marquis d’Amfreville, chef d’escadre, fit une fausse attaque du côté de l’est, proche les infirmeries, avec six-cent hommes, et M. le duc de Mortemart fit une descente à la pointe du jour à Saint-Pierre d’Arène, avec deux mille cinqcents hommes...L’on débarqua proche un pont du côté de l’ouest, vis-à-vis une enceinte de murailles, où on trouva une forte résistence, d’où les ennemis firent un très-grand feu: s’y étant retranchés, ils en furent vigoureusement chassés...M. le chevalier de Lery se fit porter proche un marais rempli de roseaux et un petit bois couvert, où une partie des ennemis s’était retirée, et d’où ils continuèrent de faire un très-grand feu, pour leur ôter la communication d’un pont qui leur était fort avantageux; quelques-uns se cachèrent dans les palais, et nous tuèrent assez de monde, sans pouvoir découvrir d’où venait le feu. Une autre partie des ennemis gagna du côté de l’est, vers la fanal; MM. les chevaliers de Jourville et de Berthomas, avec d’autres officiers des vaissaux et des galères, les suivirent, et coupèrent le chemin à ceux qui pouvaient venir du côté de la ville.M. le duc de Mortemart ayant fait poster le reste de ses troupes en divers endroits du faubourg du côté de la ville, et ayant donné les ordres nécessaires pour s’en rendre le maître, ordonna qu’on fît débarquer les artifices, et qu’on commençat de mettre le feu au faubourg du côté de la ville, toujours en se retirant jusqu’au lieu où l’on avait fait le débarquement, et d’où il fit sa retraite après que le feu eût été mis par tout le faubourg.M. le chevalier de Noailles, lieutenant-général des galères, et M. le commandant de la Bretesche, chef d’escadre, furent commandés, avec dix galères, pour cannoner les batteries du fanal, et pour favoriser la descente et la retraite de nos troupes; six galères par M. le chevalier de Breteuil, chef d’escadre, pour soutenir les galiottes, et les quatre autres par M. le comte de Beuil, capitaine de galère, pour la fausse attaque de M. le marquis d’Amfreville.Cette action ne se fit pas sans une perte considérable de part et d’autre. Dalla biblioteca Imperiale di Parigi, Mélanges de Clairembot, vol. 257, p. 319.Un altro ragguaglio sta nell’archivio degliAffari stranieri, Genova 1683-84, pag. 203:Sur les premières nouvelles qu’on reçut à Gênes que l’armée navale du roi venait de ce côté-là, les marchands français y furent menacés par le peuple, et ne purent depuis sortir quoi que ce soit de leurs maisons, parce que leurs voisins les en empêchèrent; lorsque la flotte parut, les menaces devinrent plus violentes, et les Français ne voyant pas de sûreté pour leur vie, prirent le parti d’abandonner leurs biens et leurs familles pour se retirer les uns dans la ville, les autres dehors dans des couvents de religieux. D’abord qu’ont eut tiré les premières bombes, on pilla les principaux, sans même épargner le sieur Aubert, consul de la nation, on enfonça les portes de leurs boutiques, on prit leur argent, leurs marchandises; et leurs papiers, aussi bien que leurs livres de compte furent brûlés ou déchirés.Le lendemain il se forma dans la ville un corps d’environ quatrecents hommes du peuple, lesquels, agissant de leur chef et de concert, se divisèrent en quatre troupes, et achevèrent d’enlever tout ce qu’ils découvrirent appartenant aux Français. Ils en usèrent de même à l’égard de plusieurs Piémontais; et, sous prétexte de chercher ceux de l’une ou de l’autre nation qui se cachaient, ils entrèrent dans les maisons de quelques Gênois et les pillèrent: mais le sénat, pour prévenir la suite de ces désordres, commit le sieur Charles Japis, maître du camp général, avec une pleine autorité de se servir des voies qu’il jugerait à propos pour cela, lequel fit publier une défense genérale, sous peine de la vie, de porter des armes, et commanda quelques détachemens des troupes d’Espagne, qui arrêtèrent en deux jours trente ou quarante de ces voleurs, qu’il fit arquebuser, et par là il dissipa entièrement les autres; ce qui donne lieu aux Espagnols de se vanter qu’ils ont sauvé Gênes, autant de ses propres habitans que des armes des Français. Le sénat fit ensuite publier que tous ceux qui avaient pillé les effets des Génois et des étrangers, eussent à les rapporter au palais neuf, à peine de la vie; mais il y en eut si peu qui obéirent, qu’on peut dire que cet ordre demeura sans exécution. Cependant la perte des Français a été fort grande, et les Gênois même tombent d’accord qu’elle va à plus de cinqcent mille écus.Il serait long et inutile de faire ici les détails des insultes qui ont été faites presque à tous les Français qui ont paru en ce temps-là dans les rues; il suffira de dire qu’il y en a deux qui ont été tués, l’un avec une barbarie sans exemple, l’autre avec une perfidie qui fait horreur. Le premier fut avec une troupe de Génois, qui en le menant lui donnaient à l’envi des coups de bayonette, et qui l’ayant conduit sur le môle, lui coupèrent la tête, mirent son corps en quartiers, et en jetèrent les pièces dans les canons qu’on tirait sur la flotte du roi. L’autre s’étant refugié avec tous ses effets chez un Génois qui se disait son ami, et qui lui avait offert sa maison, fut tué par cet homme d’un coup de pistolet par derrière.On n’a point su encore précisément les noms des Génois qui ont été maltraités pour avoir été soupçonnés d’être d’inclination française, si ce n’est le sieur Christophe Centurion, qui fut pris, attaché et battu par une troupe de canailles, des mains desquels Hippolite Centurion, son parent, qui commandait au môle, ne le put tirer qu’en les assurant que c’était pour le faire mourir plus ignominieusement; mais il ne le garda qu’un jour ou deux, après quoi il le laissa aller pour lui donner le moyen de se remettre en sûreté à la campagne. On pourrait encore comprendre dans ce nombre le capitaine Pallavicini de la Valtelline, lequel, accusé d’intelligence avec les Français pour avoir supposé, à ce qu’on dit, un ordre qui ne lui avait point été donné de changer de poste, fut mis en prison, et y est encore.On n’a point appris que les nobles aient aucune part aux mauvais traitemens qui ont été faits aux sujets de sa majesté; ils ont, au contraire, aidé à les sauver; ils les ont fait recevoir dans leurs maisons de campagne, et leur ont fait donner des escortes pour sortir de l’Etat, après en avoir retenu une partie dans les palais pour les mettre à couvert de la fureur du peuple. Les deux courriers ordinaires de Rome, qui dans les commencemens s’étaient malheureusement engagés dans la ville, ont assuré aussi que le doge et les officiers de la république leur avaient accordé tout ce qu’ils avaient demandé pour se garantir d’insulte. On a su même que Dominique Spinola ayant été accusé d’avoir donné asile à quelques Français en son château de Campi, comme il était vrai, le sénat ne l’a point désapprouvé.A l’égard de l’effet des bombes, il a été terrible de toute marnière. Les premières qui tombèrent dans la ville, y mirent partout d’abord une confusion incroyable, et elle augmenta considérablement lorsque la nuit fit voir plus distinctement les feux dont le palais public et ceux des particuliers étaient embrasés. Ce fut alors que la plupart des gens, même ceux de la noblesse, abandonnèrent leurs maisons pour mettre leurs personnes en sûreté, et se sauvèrent sur la montagne: le doge s’y retira avec sa femme, et fut logé avec le conseil à l’Albergo; ce qui a fait dire que le roi a mis le sénat à hôpital. Mais le lendemain chacun ayant pensé à enlever de chez soi ce qu’il y avait de meilleur, ce fut une autre manière de confusion; les hommes et les femmes de toute sorte de conditions allaient criant et courant confusément dans les rues, chargés de tout ce qu’ils pouvaient porter, sans savoir même où ils le devaient mettre; et ce fut en ce temps-là que, sous l’escorte d’un détachement d’Espagnols, on fit transférer à l’Albergo le trésor de Saint-Georges, et que les juifs qui se réfugièrent hors de la ville, se mirent sur une colline, où il s étaient campés sous des tentes en fort grand nombre; il semblait que ce fût une nouvelle ville.Enfin la perte est si considérable, que, parmi ceux qui la connaissent davantage, les uns disent quelle est de soixante millions d’écus, monnaie de France; les autres, qu’on ne saurait presque l’estimer si l’on fait réflexion aux bâtimens, aux marbres, aux peintures, aux meubles et aux marchandises qui y ont péri; un marchand joaillier a même dit qu’il s’y était fondu une quantité considérable de perles, dont on fait un grand commerce dans cette ville-là.Mais, quelques désordres qu’il y ait dans la ville, il n’y en a pas moins dans le gouvernement. Le doge, quatre sénateurs et quatre nobles, tous attachés à l’Espagne par leurs intérêts particuliers et qui ont été nommés dans cette conjoncture par la république, pour la direction générale des affaires, avec une autorité entière et indépendante des conseils, en forment un qu’ils appellent la Junte, et sont les maîtres absolus de toutes les délibérations; en sorte qu’il ne faut pas s’étonner s’ils ont fait, depuis le départ de l’armée navale du roi, une nouvelle ligue offensive et défensive avec l’Espagne, et s’ils ont donné un décret portant défense à tous les Génois de proposer de s’accommoder avec la France, que du consentement de l’Espagne. Ils ont envoyé leurs dix galères, commandées par Jean Marie Doria, à la rencontre de celles d’Espagne, lesquelles étant arrivées le 16 de ce mois devant Gênes, au nombre de ving-sept; et ayant été saluées, selon la coutume, n’ont répondu que par trois coups de canon, et ont commencé par là à traiter les Génois comme leurs sujets. Ces galères n’ont pas été plutôt dans le port, que les officiers qui les commandent y ont choisis les lieux où ils ont voulu se placer, et ont mis en chacune de celles de la république une compagnie de Napolitains pour en être les maîtres comme des leurs; dans le même temps on a remis aux troupes du Milanais, qui étaient dans la ville, les postes etc.23.Andò allora attorno un’iscrizione, proprio conforme al gusto corrente.Manet et apud Genuenses indeclinabile genu, nec enim hunc non cogitatum casum declinare possunt. En tamen Genua ad genua, id est dux senatoresque Genuensium ad genua procumbunt regis non Galileæ sed Galliæ, non Christi sed Christianissimi, cujus stellam non quidem polarem sed pyrobolarem, jam ante annum ipsi orientem viderunt. Veniunt hic adorabundi regem, ne noceat amplius, aurum thusque libertatis, olim invictæ nunc devictæ, afferunt et offerunt. Myrrham tamen splendidæ servitutis et crucis dono domum referunt. O pater papa! miserere eorum et per somnium eos mane remeantes domum, ne meent Mediolanum: illic enim ipsos expectat Herodes hispanus, ad geniculationem hancce novam fremens et tremens.24.Il Cibrario (Istituzioni della monarchia di Savoja, p. 293) enumera le tasse certamente non minori nè men variate delle spagnuole, imposte dai duchi di Savoja; e nel proemio all’editto 12 dicembre 1633, Carlo Emanuele I attestava che «nelle passate guerre si sono tanto caricati i registri, che i proprietarj, non potendo con l’intero abbandono de’ frutti liberarsi dalle gravezze, hanno abbandonato i loro beni». Erano regalia perfin le candele, che tutte doveano esser bollate. Il primo appalto del tabacco si fece nel 1649 per lire duemila cinquecento, vendendosi il tabacco sodo trenta soldi la libbra, quarantacinque il pesto, e ad arbitrio quellocon ingredienti. Allora pure s’introdussero le poste. Quanto all’amministrazione della giustizia già ne parlammo.25.Cibrario,Instituzioni della monarchia di Savoja, p. 185. E per quel che segue,Carutti,Regno di Vittorio Amedeo II. Torino 1856.26.Erano Serravalle, Menusiglio, Gorzegno, Bussolasco, Gisole, San Benetto, la Niella di Belbo, Fissoglio, Cravanzano, Serretto, Prunei, Loasio, La Scaletta, Carretto, Cairo, Montenotte, Rocchetta del Cairo, Miolia, il marchesato di Spigno, Bardinetto, Brovia, Rocca d’Arazzo, Rocchetta di Tanaro, Belvedere, Frinco, Vincio, Castelnuovo, Bruggiato, Montebercello, Rifrancore, Desana, Millesimo, colle frazioni di Cosseria, Plodio e Biestro, Arquetto, Ballestrino, Masino, Camerano.27.De Gubernatis scrivea da Roma il 16 maggio 1690: — Giunse a questa Corte la notizia dell’eroica risoluzione presa da V. A. R. di arrischiare la sua reale persona e tutti i suoi Stati piuttosto di condiscendere alle dure ed inique condizioni, colle quali volea la Francia rendere come precaria quella sovranità. Tutta questa corte ha applaudito l’azione veramente forte ed invitta di V. A. R, e il popolo ne ha celebrato pubblici applausi con iViva viva il duca di Savoja: e vengo assicurato che, dopo la liberazione di Vienna, non s’è mai udito a Roma un’allegrezza più universale».28.Catinat, parlando della presa di Cavour, dice:On passa au fil de l’épée tout ce qui se présenta dans la ville; rien n’échappa à la fureur de nos soldats, qui, d’eux-mêmes et sans d’autres ordres que la présence de leurs officiers qui les conduisaient, attaquèrent la montagne et firent un grand carnage d’hommes, de femmes et d’enfants, qui s’y trouvaient: on fit pourtant ce que l’on put pour les retenir. La ville fut pillée et brûlée. Il y a eu plus de sixcent personnes tuées tant dans la ville, que dans la montagne. Mémoires, vol.I. p. 89.29.Anche nel 1705, dopo che il duca ebbe chiarito guerra alla Francia, il maggiore della piazza di Torino pubblicò il premio di mezzo luigi per ogni Francese ammazzato. Il duca di Vendôme mandò dire che, per ogni testa di Francese, farebbe impiccare dieci Piemontesi. Abbiamo un editto del 5 gennajo 1702, dov’è ordinato a tutti i villaggi, cui s’accostino truppe cesaree, di toccar a martello, unirsi e ucciderle, sotto gravi pene. Annibale Visconti, comandante ai Cesarei, vi contrappose altra intimazione di far lo stesso verso gli Ispano-Francesi, colle comminatorie medesime.30.Il Muratori, al 1696, scrive: — Mi trovava allora in Milano, e mi convenne udire la terribile sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesori degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d’altro parere si trovavano le persone assennate, considerando ch’egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera de’ suoi Stati, serrava in buona parte la porta dell’Italia ai Franzesi; con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollore di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette d’avvedersene; e tanto più perchè era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio».31.De Gubernatis, ai 16 luglio 1697, scrive a Vittorio Amedeo di Savoja: — Sua Santità si inoltrò a dirmi che sarebbe necessaria la formazione di una lega di tutti i principi d’Italia contro chiunque tentasse di turbar la quiete direttamente o indirettamente. Interrogato il papa se entrerebbe nella lega, rispose liberamente e risolutamente di sì».32.L’Olanda dal 1703 al 1711 pagò alla Savoja per sussidj due milioni seicenquarantamila corone: l’Inghilterra seicenquarantamila corone all’anno; e altre cinquantamila nel 1706, e centomila negli anni 9-10-11. Riccardo Hill fu inviato straordinario della regina Anna a Vittorio Amedeo; e la sua corrispondenza, pubblicata da W. Blackeley, offre curiose particolarità sulla storia di quel tempo. Egli scriveva: — L’esser rifuggito è ormai divenuto un mestiero. Gran differenza corre tra il profugo sui caffè di Londra e sulle frontiere nemiche».33.Su questi tempi si ha uno sterminio di scritture, principalmente francesi. De’ nostri abbiamo la storia del marchese Ottieri, in sul principio abbastanza buona ma sempre gelata; e leMemoriedi Agostino Umicalia, cioè del gesuita San Vitale. VediCharles Gay,Négociations relatives à l’établissement de la maison de Bourbon sur le trône des Deux-Siciles; Parigi 1853; e per i fatti guerreschiPelet,Mémoires militaires pour servir à la guerre de la succession d’Espagne.Le lettere dell’ambasciador veneto, pubblicate dal Mutinelli nel vol.IVdellaStoria arcana e aneddotica(Venezia 1859), informano a minuto di quei moti, tutti in favore dell’Austria, sopra i quali il Colletta passò di volo. Entrato poi don Filippo (1702), questo cattivavasi il popolo con indicibili magnificenze, col visitar le chiese, comunicarsi ripetutamente, e assistere colle lacrime al miracolo del sangue di san Gennaro. I nobili però protestavano solennemente contro ogni atto di sovranità che facesse quel che denominavano duca d’Angiò, e che il giuramento che dovessero prestargli sarebbe estorto a forza, nè li dispenserebbe dal favorire l’imperatore.Nel seguente 1710, il miracolo del sangue non avvenne, donde grandissima desolazione e preghiere e «vivi sfoghi di penitenza. Tra le innumerabili pubbliche conversioni, nelle quali fu universalmente adorata la divina misericordia, si distinsero quelle dei tanti che si presentarono volontarj al tribunale del Sant’Officio a scoprirsi e ad accusarsi, alcuni per operatori di sortilegi, altri per seguaci di dottrine ereticali, e molti ancora per atei.... Un sì luttuoso disordine viene principalmente attribuito alle troppo scarse misure, alle quali resta ristretta l’autorità dell’accennato tribunale». Vol.IV, p. 486.

1.Un altro ramo d’Este possedeva il marchesato di San Martino e Borgomanero, e trasmise i titoli, nel 1757, per matrimonio ai Belgiojoso, casa d’origine longobarda, che un tempo possedette molte terre in Romagna, e talvolta anche le città di Imola, Faenza, Ravenna ed altre.IlFrizzi, nelleMemorie di Ferrara, dice che i principi d’Este furono «i più moderati e generosi che prima e poi vantar potesse alcuna città d’Italia!»

1.Un altro ramo d’Este possedeva il marchesato di San Martino e Borgomanero, e trasmise i titoli, nel 1757, per matrimonio ai Belgiojoso, casa d’origine longobarda, che un tempo possedette molte terre in Romagna, e talvolta anche le città di Imola, Faenza, Ravenna ed altre.

IlFrizzi, nelleMemorie di Ferrara, dice che i principi d’Este furono «i più moderati e generosi che prima e poi vantar potesse alcuna città d’Italia!»

2.Leti,Italia regnante, vol.II. Una relazione delleentrate,spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italiaesistente nell’archivio Mediceo fra le carte Strozziane, filza 320, e che pare della prima metà del Seicento, dice che Sisto V pose in castello tre milioni d’oro, e che la rendita papale era di due milioni d’oro, i quali oggi risponderebbero a ventotto milioni di franchi; e che sarebbe stata doppia qualora ne’ pontifizj vi fossero state gabelle come negli altri Stati. Nella qual somma non comprendeasi l’entrata libera e particolare del papa, gonfiata dalle rendite della dataria e degli uffizj vacabili. Bisogna che il tesoro di Sisto fosse dissipato se Urbano VIII, poi Innocenzo X contrassero tanti debiti.

2.Leti,Italia regnante, vol.II. Una relazione delleentrate,spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italiaesistente nell’archivio Mediceo fra le carte Strozziane, filza 320, e che pare della prima metà del Seicento, dice che Sisto V pose in castello tre milioni d’oro, e che la rendita papale era di due milioni d’oro, i quali oggi risponderebbero a ventotto milioni di franchi; e che sarebbe stata doppia qualora ne’ pontifizj vi fossero state gabelle come negli altri Stati. Nella qual somma non comprendeasi l’entrata libera e particolare del papa, gonfiata dalle rendite della dataria e degli uffizj vacabili. Bisogna che il tesoro di Sisto fosse dissipato se Urbano VIII, poi Innocenzo X contrassero tanti debiti.

3.Nel 1596 Carlo Emanuele di Savoja lagnasi col papa che, in una numerosa promozione di cardinali, non abbia nominato alcuno de’ suoi raccomandati. Il papa risponde al 31 agosto: — Essendo i cardinali consiglieri del papa, è strano che i principi vogliano farvi nominare loro creature. Che direbbero del papa s’egli volesse avere ne’ consigli dei principi persone di sua confidenza?»Cibrario,Memorie cronologiche.Sulla promozione di cardinali del 1596 dà preziose particolarità il cardinale d’Ossat,Lettera 67, offrendo la più bella e viva pittura della Corte romana d’allora. Altre ne ha su quella del 99. In quel tempo v’avea sei cardinali milanesi: Federico Borromeo, Agostino Cusani che diceva non dipender da altri che dalla propria coscienza, Flaminio Piatti, Tolomeo Gallio, Nicolò Sfondrati e il cardinal Alessandrino. Monsignor Taverna pur di Milano era governatore di Roma, poi ebbe la porpora. Napoletani erano i cardinali Gesualdo figlio del principe di Venosa, Aragona figlio del marchese del Guasto, Acquaviva figlio del duca d’Atri, Santa Severina, cioè Antonio Santorio; Siciliano don Simone d’Aragona figlio del duca di Terranuova.

3.Nel 1596 Carlo Emanuele di Savoja lagnasi col papa che, in una numerosa promozione di cardinali, non abbia nominato alcuno de’ suoi raccomandati. Il papa risponde al 31 agosto: — Essendo i cardinali consiglieri del papa, è strano che i principi vogliano farvi nominare loro creature. Che direbbero del papa s’egli volesse avere ne’ consigli dei principi persone di sua confidenza?»Cibrario,Memorie cronologiche.

Sulla promozione di cardinali del 1596 dà preziose particolarità il cardinale d’Ossat,Lettera 67, offrendo la più bella e viva pittura della Corte romana d’allora. Altre ne ha su quella del 99. In quel tempo v’avea sei cardinali milanesi: Federico Borromeo, Agostino Cusani che diceva non dipender da altri che dalla propria coscienza, Flaminio Piatti, Tolomeo Gallio, Nicolò Sfondrati e il cardinal Alessandrino. Monsignor Taverna pur di Milano era governatore di Roma, poi ebbe la porpora. Napoletani erano i cardinali Gesualdo figlio del principe di Venosa, Aragona figlio del marchese del Guasto, Acquaviva figlio del duca d’Atri, Santa Severina, cioè Antonio Santorio; Siciliano don Simone d’Aragona figlio del duca di Terranuova.

4.Gualdo Priorato racconta che il principe Panfili, incaricato dal re di Spagna di presentare la solita chinea, «compariva in un abito al più sublime segno arricchito, e l’arnese del cavallo tutto d’oro massiccio, con più di 200 mila scudi di diamanti attorno. Era servito da venti paggi e sessanta palafrenieri, con ricca e bizzarra livrea, otto carrozze a sei della sua stalla».

4.Gualdo Priorato racconta che il principe Panfili, incaricato dal re di Spagna di presentare la solita chinea, «compariva in un abito al più sublime segno arricchito, e l’arnese del cavallo tutto d’oro massiccio, con più di 200 mila scudi di diamanti attorno. Era servito da venti paggi e sessanta palafrenieri, con ricca e bizzarra livrea, otto carrozze a sei della sua stalla».

5.«Arrivò il Lavardino in Roma domenica 16 novembre 1687, ed affettò d’entrare in giorno di festa, per render più superba la sua comparsa agli occhi del papa. Il suo corteggio consisteva in duecento officiali di guerra, trecento soldati di guardia, cento gentiluomini e cento cortigiani di servizio. E i cardinali d’Estrée e Maldachino uscirono ad incontrarlo, ciascuno con tre carrozze a sei, un miglio fuori della città, ed in questo modo entrò dalla parte della porta del Popolo, che è quella per dove suol farsi la cavalcata ordinaria degli ambasciatori, con una carrozza superbissima, e con lui sedevano ne’ due luoghi maggiori i due cardinali d’Estrée e Maldachino. Nell’entrar di detta porta si presentarono i gabellieri o siano officiali della dogana, chiedendo la visita delle robe, divise in più di quaranta muli con le coperture a fiori di giglio. Risposero le genti dell’ambasciatore, che tenevano ordini di tagliar il naso (o Sisto, Sisto, e dove sei!) e le orecchie a chi si sia che ardisse di guardar le robe di sua eccellenza. Di modo che i gabellieri nell’intendere così fatto complimento, con sberrettata sino a terra, si ritirarono tutti modesti nelle loro casuccie. Il mastro di casa camminava innanzi gettando monete d’argento, con l’armi ed impronto del re Luigi, ed il vulgo nel raccorle non mancava di gridare spessoViva la Francia.«In questa maniera dunque, con regio trionfo, entrò Lavardino in Roma, traversando a lungo più della metà della città, passato ad alloggiare nel superbo palazzo Farnese, ch’è il più superbo di Roma, nella di cui piazza s’ordinarono tutti gli officiali e soldati, chi con la spada sfoderata in mano, chi con il pistoletto, facendo una nobilissima spalliera tutto all’intorno, aspettando l’arrivo di tutti i cortigiani e muli di carico, e così armati restarono sino che furono scaricate tutte le robe: ed il tutto seguì senza che v’arrivasse minimo disturbo, non ostante il numero infinito del popolo che si trovava dappertutto concorso, non già per la solita curiosità, ma mosso dallo stupore di veder entrare in Roma un ambasciatore mano armata, a dispetto del papa, con tanta vergogna d’una città così regia, così santa e così popolata; e i più zelanti andavano esclamando ad alta voce:Eh! che se fosse stato Sisto al Vaticano, il Lavardino sarebbe stato in Parigi, o che si sarebbe molto pentito d’essersi avvicinato a Roma.«Lo spavento che portò alla città questo marchese fu così grande, che il governatore di Roma con i suoi ministri di giustizia, e con questi quella gran ciurmaglia di sbirri non ardivano uscir di casa, per essersi sparsa la voce che dall’ambasciadore si era dato ordine a quella sua gente armata di correr notte e giorno all’intorno del suo quartiere del palazzo Farnese, col tagliar il naso e le orecchie a quanti sbirri si potessero scontrare. Di più, l’ambasciatore s’era dichiarato in presenza di molte persone, acciocchè si spargesse la voce per la città tanto più presto, che nell’andar egli per Roma, ovvero l’ambasciatrice sua moglie, se scontrava cardinali od altri che non gli rendessero tutti gli onori dovuti ad un ambasciatore del re Cristianissimo, che lo farebbe pentire nel punto stesso; di modo che nessuno ardiva uscir di casa, se non quei soli che volevano rendere gli onori dovuti a sua eccellenza, che affettava d’andar per Roma ogni giorno, come andava l’ambasciatrice, con ducento guardie ciascuno a cavallo all’intorno delle carrozze. Il papa, più timoroso degli altri, si chiuse nel Vaticano, insieme col cardinal Cibo, decano del collegio e suo principal ministro, e da una finestra con un occhialone guardavano questo bello spettacolo di veder andare per Roma così armato il Lavardino: e questo durò per lo spazio di nove mesi.«Questa è una guanciata delle più sensibili e delle più vergognose, che abbia ricevuto mai principe alcuno nel mondo, nè mai città ebbe un affronto di tal natura. Ma che principe poi! Un papa con uno Stato così grande, con tante guardie a piedi ed a cavallo, con una numerosa guarnigione nel castello, con una città forte, qual è Roma, con più di quindicimila persone capaci a portar l’armi, senza un numero di più d’ottomila ecclesiastici, che a colpi soli di sassate avrebbono potuto tener lontano dalle mura di Roma il Lavardino, tanto più per esser forte in se stessa. E quando se gli fossero chiuse le porte in faccia?...»Leti,Vita di Sisto V, part.III.l. 3.

5.«Arrivò il Lavardino in Roma domenica 16 novembre 1687, ed affettò d’entrare in giorno di festa, per render più superba la sua comparsa agli occhi del papa. Il suo corteggio consisteva in duecento officiali di guerra, trecento soldati di guardia, cento gentiluomini e cento cortigiani di servizio. E i cardinali d’Estrée e Maldachino uscirono ad incontrarlo, ciascuno con tre carrozze a sei, un miglio fuori della città, ed in questo modo entrò dalla parte della porta del Popolo, che è quella per dove suol farsi la cavalcata ordinaria degli ambasciatori, con una carrozza superbissima, e con lui sedevano ne’ due luoghi maggiori i due cardinali d’Estrée e Maldachino. Nell’entrar di detta porta si presentarono i gabellieri o siano officiali della dogana, chiedendo la visita delle robe, divise in più di quaranta muli con le coperture a fiori di giglio. Risposero le genti dell’ambasciatore, che tenevano ordini di tagliar il naso (o Sisto, Sisto, e dove sei!) e le orecchie a chi si sia che ardisse di guardar le robe di sua eccellenza. Di modo che i gabellieri nell’intendere così fatto complimento, con sberrettata sino a terra, si ritirarono tutti modesti nelle loro casuccie. Il mastro di casa camminava innanzi gettando monete d’argento, con l’armi ed impronto del re Luigi, ed il vulgo nel raccorle non mancava di gridare spessoViva la Francia.

«In questa maniera dunque, con regio trionfo, entrò Lavardino in Roma, traversando a lungo più della metà della città, passato ad alloggiare nel superbo palazzo Farnese, ch’è il più superbo di Roma, nella di cui piazza s’ordinarono tutti gli officiali e soldati, chi con la spada sfoderata in mano, chi con il pistoletto, facendo una nobilissima spalliera tutto all’intorno, aspettando l’arrivo di tutti i cortigiani e muli di carico, e così armati restarono sino che furono scaricate tutte le robe: ed il tutto seguì senza che v’arrivasse minimo disturbo, non ostante il numero infinito del popolo che si trovava dappertutto concorso, non già per la solita curiosità, ma mosso dallo stupore di veder entrare in Roma un ambasciatore mano armata, a dispetto del papa, con tanta vergogna d’una città così regia, così santa e così popolata; e i più zelanti andavano esclamando ad alta voce:Eh! che se fosse stato Sisto al Vaticano, il Lavardino sarebbe stato in Parigi, o che si sarebbe molto pentito d’essersi avvicinato a Roma.

«Lo spavento che portò alla città questo marchese fu così grande, che il governatore di Roma con i suoi ministri di giustizia, e con questi quella gran ciurmaglia di sbirri non ardivano uscir di casa, per essersi sparsa la voce che dall’ambasciadore si era dato ordine a quella sua gente armata di correr notte e giorno all’intorno del suo quartiere del palazzo Farnese, col tagliar il naso e le orecchie a quanti sbirri si potessero scontrare. Di più, l’ambasciatore s’era dichiarato in presenza di molte persone, acciocchè si spargesse la voce per la città tanto più presto, che nell’andar egli per Roma, ovvero l’ambasciatrice sua moglie, se scontrava cardinali od altri che non gli rendessero tutti gli onori dovuti ad un ambasciatore del re Cristianissimo, che lo farebbe pentire nel punto stesso; di modo che nessuno ardiva uscir di casa, se non quei soli che volevano rendere gli onori dovuti a sua eccellenza, che affettava d’andar per Roma ogni giorno, come andava l’ambasciatrice, con ducento guardie ciascuno a cavallo all’intorno delle carrozze. Il papa, più timoroso degli altri, si chiuse nel Vaticano, insieme col cardinal Cibo, decano del collegio e suo principal ministro, e da una finestra con un occhialone guardavano questo bello spettacolo di veder andare per Roma così armato il Lavardino: e questo durò per lo spazio di nove mesi.

«Questa è una guanciata delle più sensibili e delle più vergognose, che abbia ricevuto mai principe alcuno nel mondo, nè mai città ebbe un affronto di tal natura. Ma che principe poi! Un papa con uno Stato così grande, con tante guardie a piedi ed a cavallo, con una numerosa guarnigione nel castello, con una città forte, qual è Roma, con più di quindicimila persone capaci a portar l’armi, senza un numero di più d’ottomila ecclesiastici, che a colpi soli di sassate avrebbono potuto tener lontano dalle mura di Roma il Lavardino, tanto più per esser forte in se stessa. E quando se gli fossero chiuse le porte in faccia?...»Leti,Vita di Sisto V, part.III.l. 3.

6.Ove il Leti esclama: — Sisto, in luogo di andar a fare ilsanctificeturinnanzi al crocifisso, avrebbe fatto preparare un laccio, e dati gli ordini necessarj per far strangolare l’ambasciadore; ed al sicuro o che l’ambasciadore non sarebbe venuto, o che sarebbe stato strangolato».

6.Ove il Leti esclama: — Sisto, in luogo di andar a fare ilsanctificeturinnanzi al crocifisso, avrebbe fatto preparare un laccio, e dati gli ordini necessarj per far strangolare l’ambasciadore; ed al sicuro o che l’ambasciadore non sarebbe venuto, o che sarebbe stato strangolato».

7.Ap.Arckenholz,Vita della regina Cristina, t.IV.app. 32.

7.Ap.Arckenholz,Vita della regina Cristina, t.IV.app. 32.

8.Lo racconta Marco Foscarini nell’arringa sopra i provveditori di Dalmazia.

8.Lo racconta Marco Foscarini nell’arringa sopra i provveditori di Dalmazia.

9.Capitolare del consiglio dei Dieci, nº 78. Ma al 12 gennajo 1621 si fa querela perchè lasciavano «mesi ed anni i rei, senza farsi progresso ne’ processi».

9.Capitolare del consiglio dei Dieci, nº 78. Ma al 12 gennajo 1621 si fa querela perchè lasciavano «mesi ed anni i rei, senza farsi progresso ne’ processi».

10.Pag.IV. 50. Sulla regolarità di quel processo s’è già scritto da molti; e qual v’è tribunale che non sia infallibile? Ben ne fece ammenda il consiglio dei Dieci con decreto 16 gennajo 1622, che fu letto nel maggior consiglio; poi in Sant’Eustachio gli fu posta quest’iscrizione:ANTONIO FOSCARENO EQVITI BINIS LEGATIONIBVS AD ANGLIÆ GALLIÆQVE REGES FVNCTO, FALSOQVE MAIESTATIS DAMNATO, CALVMNIA IVDICII DETECTA, HONOR SEPVLCRL ET FAMÆ INNOCENTIA X VIRVM DECRETO RESTITVTA MDCXXII.Marco Foscarini riformatore, in un’arringa tenuta nella correzione del 1761-62 diceva: — Tegno per domestica tradition la grata e tenera memoria de quel zorno 16 gennaro 1662, quando xe stada dichiarada nel mazor consegio con solene parte, e po resa nota a tutte le Corti, la tragica vicenda caduta sora un cittadin che avea sostenude le prime dignità della patria. Xe stà allora che la povera mia casa ha accolto un prodigioso numero de nobili concorsi a manifestar sentimenti misti de lagrime e de consolation ecc.»Il processo contro il Fornaretto vorrebbe mettersi al 1505; ma pare favoloso. Costui, andando la mattina a portar il pane per le case, trovò il fodero d’un pugnale e se lo pose in tasca; la ronda, che avea tratto dal canale un ucciso, arrestò il Fornaretto, e gli trovò addosso quel fodero, corrispondente al pugnale che portava in cuore l’assassinato. Ben bastava per accusarlo; la tortura avrà fatto il resto.

10.Pag.IV. 50. Sulla regolarità di quel processo s’è già scritto da molti; e qual v’è tribunale che non sia infallibile? Ben ne fece ammenda il consiglio dei Dieci con decreto 16 gennajo 1622, che fu letto nel maggior consiglio; poi in Sant’Eustachio gli fu posta quest’iscrizione:

ANTONIO FOSCARENO EQVITI BINIS LEGATIONIBVS AD ANGLIÆ GALLIÆQVE REGES FVNCTO, FALSOQVE MAIESTATIS DAMNATO, CALVMNIA IVDICII DETECTA, HONOR SEPVLCRL ET FAMÆ INNOCENTIA X VIRVM DECRETO RESTITVTA MDCXXII.

Marco Foscarini riformatore, in un’arringa tenuta nella correzione del 1761-62 diceva: — Tegno per domestica tradition la grata e tenera memoria de quel zorno 16 gennaro 1662, quando xe stada dichiarada nel mazor consegio con solene parte, e po resa nota a tutte le Corti, la tragica vicenda caduta sora un cittadin che avea sostenude le prime dignità della patria. Xe stà allora che la povera mia casa ha accolto un prodigioso numero de nobili concorsi a manifestar sentimenti misti de lagrime e de consolation ecc.»

Il processo contro il Fornaretto vorrebbe mettersi al 1505; ma pare favoloso. Costui, andando la mattina a portar il pane per le case, trovò il fodero d’un pugnale e se lo pose in tasca; la ronda, che avea tratto dal canale un ucciso, arrestò il Fornaretto, e gli trovò addosso quel fodero, corrispondente al pugnale che portava in cuore l’assassinato. Ben bastava per accusarlo; la tortura avrà fatto il resto.

11.Marino Cavalli, nellaRelazionedel 1543 al senato veneto, parlando del commercio di Germania dice: — Le merci che vi si portano sono spezie, ori filati, panni di seta e di lana, saponi, vetri, cristalli, sete tinte e crude, e simili altre cose. Da Venezia si servono di qualche panno di seta, ma pochi, perchè hanno dalli Fiorentini e d’ogni parte d’Italia damaschi e rasi per un terzo minor prezzo di quelli di Venezia; e se ben sono di più trista sorte, non avendo essi giudizio, o non curandosene molto, avendoli a miglior mercato, li pigliano volentieri, sì come si usa anche in Germania. Però non saria forse fuor di ragione che quest’eccellentissima repubblica, non potendosi tirar li cervelli di quei paesi ad usar drappi perfettissimi, accomodasse li drappi al volere e cervel loro, e concedesse che si lavorasse in Venezia per qualche parte panni di seta di minor prezzo e di più basso carato, per avere quell’utile che Fiorentini e Milanesi, che sono più lontani e che pagano più condotta, hanno. E certo a me pare che questa cosa non si doverìa lasciar per derelitta, ma abbracciarla come di molta importanza; la qual potria in tre o quattro anni avviarsi e augumentar con simile maniera il doppio di quel che al presente è; e se pure per qualche rispetto non si volesse permettere questo in Venezia, si potria almeno concederlo alle altre città, come Padova, Verona, Vicenza e Treviso, che hanno copia grande di sete, e per non le poter lavorare esse, le vendono a Bologna, Firenze, Lucca, Genova, Modena e Milano; e si nutriscono a questo modo del nostro latte popoli alieni, e li nostri s’impoveriscono e sminuiscono, com’è accaduto in Vicenza, che di ventiquattromila anime che soleva fare, per la rovina di altri mestieri e per la proibizione di rilevar questo di nuovo è ridotta che non ne fa quattordicimila; e il medesimo potrà avvenire delle altre. Ho sentito io molti a ridere dell’ignoranza de’ Mori, che avendo loro il fior delle sete, le vendono a noi altri, e poi da noi stessi comprano li panni di seta lavorati: ma l’istesso forse si potria dire di noi, che facendo ogn’anno più di trecentomila scudi di sete nelle quattro città nominate, non le volendo lasciar lavorare, li nostri le vendono alli vicini, dalli quali comprano poi li panni di seta, li quali per contrabbando si portano in questa o nelle altre città; e così, oltre il traffico e l’arricchirsi che fanno li forestieri in Germania, che lo ponessimo far noi, li lasciamo anco arricchire nel paese nostro. Mi son maravigliato molte volte come questo Stato abbia per leggi statuito che tutti quelli che vogliono passar con merci a Lione per luoghi suoi, debbano venir prima a Venezia, e di là poi trarle per dove lor piace, per far questa città capo di ogni contrattazione; il che, sebbene per qualche tempo è parso cosa utile, si è poi veduto ch’è riuscita dannosa e impossibile, perchè gli Alemanni, che di natura son poco obbedienti, e non vogliono esser forzati a cosa alcuna, quello che per comodità prima facevano, ora violentati non vogliono fare, e hanno prese le strade di Trieste e di Milano, lasciando le terre di Vostra Serenità, e conducono le merci per dove lor piace, con la grandezza ed esaltazione d’altri e danno nostro. Ma concedendo che il condur queste merci forestiere riesca e sia utile, non so intender per qual ragione quelle che nascono nel paese di Vostra Serenità, sopra le quali si può mettere quanti dazj e disponer come ne pare, lo si lascino trar fuori senza condurle a Venezia e senza farle lavorare nelli paesi nostri; e questo lo dico sì per le sete che per le ferramenta e acciaj del Bresciano, li quali solevano per costituzione tutti essere condotti in questa città, dove Siciliani, Toscani, Napoletani, Francesi, Spagnuoli e Portoghesi venivano a levarli, mentre ora potendo esser cavati di Bresciana per ogni luogo, Genova è fatta capo di questo commercio. Io parlo per utile pubblico e senza interesse alcuno».Relazioni venete, vol.III. pag. 102.

11.Marino Cavalli, nellaRelazionedel 1543 al senato veneto, parlando del commercio di Germania dice: — Le merci che vi si portano sono spezie, ori filati, panni di seta e di lana, saponi, vetri, cristalli, sete tinte e crude, e simili altre cose. Da Venezia si servono di qualche panno di seta, ma pochi, perchè hanno dalli Fiorentini e d’ogni parte d’Italia damaschi e rasi per un terzo minor prezzo di quelli di Venezia; e se ben sono di più trista sorte, non avendo essi giudizio, o non curandosene molto, avendoli a miglior mercato, li pigliano volentieri, sì come si usa anche in Germania. Però non saria forse fuor di ragione che quest’eccellentissima repubblica, non potendosi tirar li cervelli di quei paesi ad usar drappi perfettissimi, accomodasse li drappi al volere e cervel loro, e concedesse che si lavorasse in Venezia per qualche parte panni di seta di minor prezzo e di più basso carato, per avere quell’utile che Fiorentini e Milanesi, che sono più lontani e che pagano più condotta, hanno. E certo a me pare che questa cosa non si doverìa lasciar per derelitta, ma abbracciarla come di molta importanza; la qual potria in tre o quattro anni avviarsi e augumentar con simile maniera il doppio di quel che al presente è; e se pure per qualche rispetto non si volesse permettere questo in Venezia, si potria almeno concederlo alle altre città, come Padova, Verona, Vicenza e Treviso, che hanno copia grande di sete, e per non le poter lavorare esse, le vendono a Bologna, Firenze, Lucca, Genova, Modena e Milano; e si nutriscono a questo modo del nostro latte popoli alieni, e li nostri s’impoveriscono e sminuiscono, com’è accaduto in Vicenza, che di ventiquattromila anime che soleva fare, per la rovina di altri mestieri e per la proibizione di rilevar questo di nuovo è ridotta che non ne fa quattordicimila; e il medesimo potrà avvenire delle altre. Ho sentito io molti a ridere dell’ignoranza de’ Mori, che avendo loro il fior delle sete, le vendono a noi altri, e poi da noi stessi comprano li panni di seta lavorati: ma l’istesso forse si potria dire di noi, che facendo ogn’anno più di trecentomila scudi di sete nelle quattro città nominate, non le volendo lasciar lavorare, li nostri le vendono alli vicini, dalli quali comprano poi li panni di seta, li quali per contrabbando si portano in questa o nelle altre città; e così, oltre il traffico e l’arricchirsi che fanno li forestieri in Germania, che lo ponessimo far noi, li lasciamo anco arricchire nel paese nostro. Mi son maravigliato molte volte come questo Stato abbia per leggi statuito che tutti quelli che vogliono passar con merci a Lione per luoghi suoi, debbano venir prima a Venezia, e di là poi trarle per dove lor piace, per far questa città capo di ogni contrattazione; il che, sebbene per qualche tempo è parso cosa utile, si è poi veduto ch’è riuscita dannosa e impossibile, perchè gli Alemanni, che di natura son poco obbedienti, e non vogliono esser forzati a cosa alcuna, quello che per comodità prima facevano, ora violentati non vogliono fare, e hanno prese le strade di Trieste e di Milano, lasciando le terre di Vostra Serenità, e conducono le merci per dove lor piace, con la grandezza ed esaltazione d’altri e danno nostro. Ma concedendo che il condur queste merci forestiere riesca e sia utile, non so intender per qual ragione quelle che nascono nel paese di Vostra Serenità, sopra le quali si può mettere quanti dazj e disponer come ne pare, lo si lascino trar fuori senza condurle a Venezia e senza farle lavorare nelli paesi nostri; e questo lo dico sì per le sete che per le ferramenta e acciaj del Bresciano, li quali solevano per costituzione tutti essere condotti in questa città, dove Siciliani, Toscani, Napoletani, Francesi, Spagnuoli e Portoghesi venivano a levarli, mentre ora potendo esser cavati di Bresciana per ogni luogo, Genova è fatta capo di questo commercio. Io parlo per utile pubblico e senza interesse alcuno».Relazioni venete, vol.III. pag. 102.

12.L’opera era stata suggerita da Luigi Grotto, detto il Cieco d’Adria, che quantunque perdesse gli occhi sin da fanciullo, studiò attento e fu valente idraulico; e nell’orazione da lui recitata a tal uopo in senato, adoprava il principio enunziato un secolo dopo dal famoso padre Castelli, che un corso d’acqua di determinata misura può passare per una sezione più o meno ristretta secondo la maggiore o minor sua velocità. Vedasi una memoria del ministro Paleocapa, pubblicata nel 1856 sopra il protendimento delle spiaggie dell’Adriatico.

12.L’opera era stata suggerita da Luigi Grotto, detto il Cieco d’Adria, che quantunque perdesse gli occhi sin da fanciullo, studiò attento e fu valente idraulico; e nell’orazione da lui recitata a tal uopo in senato, adoprava il principio enunziato un secolo dopo dal famoso padre Castelli, che un corso d’acqua di determinata misura può passare per una sezione più o meno ristretta secondo la maggiore o minor sua velocità. Vedasi una memoria del ministro Paleocapa, pubblicata nel 1856 sopra il protendimento delle spiaggie dell’Adriatico.

13.Fra questi va distinto Federico landgravio d’Assia, che abjurata l’eresia nel 1637, entrò nell’Ordine, prese Tunisi nel 1640, poi nominato cardinale, si segnalò nella peste andando a visitare e soccorrere gl’infetti.

13.Fra questi va distinto Federico landgravio d’Assia, che abjurata l’eresia nel 1637, entrò nell’Ordine, prese Tunisi nel 1640, poi nominato cardinale, si segnalò nella peste andando a visitare e soccorrere gl’infetti.

14.«Persona assennata, che allora si trovò in Venezia, mi assicurò che le parve di vedere il dì del finale giudizio; tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell’uno e dell’altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la Provvidenza, maledizioni contro de’ Turchi, e villanie senza fine contro del generale Morosini, chiamandolo ad alte voci traditore».Muratori,ad annum.Giovanni Sagredo era ambasciadore ordinario in Francia al tempo della Fronda, caro al Mazarino, dal quale impetrò sussidj per la guerra di Candia; passò poi ambasciadore in Inghilterra, e già citammo i ragguagli che di là scriveva (Cap.CLVII, not. 19). Stese pureMemorie storiche de’ monarchi ottomani, l’Arcadia in Brentaed altre opere rimaste inedite e peccanti di strano secentismo. In patria ebbe le prime dignità e fu anche eletto alla suprema nel 1676, ma il maggior consiglio non l’approvò.

14.«Persona assennata, che allora si trovò in Venezia, mi assicurò che le parve di vedere il dì del finale giudizio; tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell’uno e dell’altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la Provvidenza, maledizioni contro de’ Turchi, e villanie senza fine contro del generale Morosini, chiamandolo ad alte voci traditore».Muratori,ad annum.

Giovanni Sagredo era ambasciadore ordinario in Francia al tempo della Fronda, caro al Mazarino, dal quale impetrò sussidj per la guerra di Candia; passò poi ambasciadore in Inghilterra, e già citammo i ragguagli che di là scriveva (Cap.CLVII, not. 19). Stese pureMemorie storiche de’ monarchi ottomani, l’Arcadia in Brentaed altre opere rimaste inedite e peccanti di strano secentismo. In patria ebbe le prime dignità e fu anche eletto alla suprema nel 1676, ma il maggior consiglio non l’approvò.

15.Sul trattamento degli schiavi è curioso un dispaccio di Carlo Emanuele II, che mandava a cercare l’alleanza dell’Inghilterra, e fra gli altri vantaggi faceva riflettere che, essendo egli in permanente ostilità con la Porta in grazia del regno di Cipro, gli armatori sotto la sua bandiera potrebbero catturare sudditi greci di quella, e venderli agl’inglesi per ciurma a venti piastre per testa, mentre uno schiavo turco ne varrebbe cento.Sclopis,Relazioni fra Savoja e Inghilterra.Gli armatori sotto bandiera di Malta e d’altri principi erano obbligati a mettere in libertà i prigionieri che facessero, sudditi della Porta ma di nazione greca. A Venezia gli schiavi, per mali trattamenti, poteano contro i padroni ricorrere al magistrato de’ Censori.

15.Sul trattamento degli schiavi è curioso un dispaccio di Carlo Emanuele II, che mandava a cercare l’alleanza dell’Inghilterra, e fra gli altri vantaggi faceva riflettere che, essendo egli in permanente ostilità con la Porta in grazia del regno di Cipro, gli armatori sotto la sua bandiera potrebbero catturare sudditi greci di quella, e venderli agl’inglesi per ciurma a venti piastre per testa, mentre uno schiavo turco ne varrebbe cento.Sclopis,Relazioni fra Savoja e Inghilterra.

Gli armatori sotto bandiera di Malta e d’altri principi erano obbligati a mettere in libertà i prigionieri che facessero, sudditi della Porta ma di nazione greca. A Venezia gli schiavi, per mali trattamenti, poteano contro i padroni ricorrere al magistrato de’ Censori.

16.Il presidio di Vienna era comandato da Ferdinando degli Obizi padovano. La costui madre bellissima fu amata perdutamente da un gentiluomo, che penetratole in camera, nè con lusinghe o con minaccie potendo averla alle sue voglie, la pugnalò. In processo egli stette saldo al niego, e andò assolto. Ferdinando, che di cinque anni era stato testimonio della violenza, appena cresciuto uccise l’oltraggiatore, e fuggì in Austria, dove salì ai primi gradi militari.

16.Il presidio di Vienna era comandato da Ferdinando degli Obizi padovano. La costui madre bellissima fu amata perdutamente da un gentiluomo, che penetratole in camera, nè con lusinghe o con minaccie potendo averla alle sue voglie, la pugnalò. In processo egli stette saldo al niego, e andò assolto. Ferdinando, che di cinque anni era stato testimonio della violenza, appena cresciuto uccise l’oltraggiatore, e fuggì in Austria, dove salì ai primi gradi militari.

17.Ragusi, situata su piccola penisola all’estremità orientale della Dalmazia, ha tanti attacchi coll’Italia, che non sarà fuor di luogo il divisarne. Fu fabbricata dai fuggiaschi dell’antica Epidauro nel 659, dominata dai Romani, poi dai Greci del Bass’Impero; molestata dalle correrie degli Slavi, se ne redense con un tributo. A quei residui d’un’onorevole civiltà s’unirono presto e Dalmati e Illirici, che la crebbero d’edifizj, e con una rôcca protessero il golfo. Datisi all’industria, cresceano valore alle materie prime che traevano dalla Bosnia. Nell’867 assalita dagli Arabi, sostenne un anno d’assedio, indi li respinse e gl’inseguì fino a Benevento.Restò governata a Comune dai discendenti de’ primi fondatori e da alcuni nobili bosniaci, con un rettore che durava otto anni. Damiano, uno di questi, non volle deporre il comando, e vi si fece tiranno; ma i Ragusei si volsero a Venezia, la quale li liberò; ma per soggettarli a se stessa, e li tenne finchè Lodovico re d’Ungheria non li tornò indipendenti. Genovesi e Veneziani però ed altri navigatori dell’Arcipelago molestavano la repubblica in modo, che cercò sicurezza col mettersi alla protezione degli Ottomani, e comprarla con un tributo.Il gran consiglio, ove entravano tutti i nobili sovra i diciotto anni, faceva leggi, nominava i magistrati, e aveva diritto di grazia: un senato di quarantacinque pregadi disponeva le cose da proporre al gran consiglio, e trattava gli affari esterni: il potere esecutivo era commesso a un piccol consiglio di sette senatori. Il rettore non durava più che quattro settimane, e dovea venir a parte d’ogni atto del governo; usciva di palazzo soltanto nelle grandi solennità coi mantello di damasco rosso, rossi i calzari e le calze, e gran parrucca in testa. I nobili non poteano esser tratti a prigione che da un nobile, e ad essi spettavano tutte le cariche. Ogni cosa poi v’era prefissa appuntino; a segno che Tuberone Cerva essendo entrato in senato con una veste più lunga della misura stabilita, gli fu raccorcia in piena assemblea; di che vergognoso, egli si fece frate. Dai matrimonj di nobili con plebei nacque una classe media, ammessa ad impieghi di seconda mano. La plebe stava sotto la clientela dei nobili.Ragusi fu per quattro secoli il centro non solo de’ negozj, ma del sapere de’ popoli slavi e valacchi, situati sulla parte orientale dell’infima valle del Danubio, e vi furono coltivate contemporaneamente la letteratura italiana, la latina e la greca. Vi nacquero Baglivi medico, Marino Ghetaldi e il Boscovich matematici, l’erudito Banduri, l’epico Francesco Gondola, i poeti latini Stay, Resti, Zamagna e Cunich, e Faustino Gaglioffi nostro contemporaneo.Molte memorie d’essa repubblica, come molte ricchezze e capidarte, perirono nel tremuoto del 1667, cantato dallo Stay.

17.Ragusi, situata su piccola penisola all’estremità orientale della Dalmazia, ha tanti attacchi coll’Italia, che non sarà fuor di luogo il divisarne. Fu fabbricata dai fuggiaschi dell’antica Epidauro nel 659, dominata dai Romani, poi dai Greci del Bass’Impero; molestata dalle correrie degli Slavi, se ne redense con un tributo. A quei residui d’un’onorevole civiltà s’unirono presto e Dalmati e Illirici, che la crebbero d’edifizj, e con una rôcca protessero il golfo. Datisi all’industria, cresceano valore alle materie prime che traevano dalla Bosnia. Nell’867 assalita dagli Arabi, sostenne un anno d’assedio, indi li respinse e gl’inseguì fino a Benevento.

Restò governata a Comune dai discendenti de’ primi fondatori e da alcuni nobili bosniaci, con un rettore che durava otto anni. Damiano, uno di questi, non volle deporre il comando, e vi si fece tiranno; ma i Ragusei si volsero a Venezia, la quale li liberò; ma per soggettarli a se stessa, e li tenne finchè Lodovico re d’Ungheria non li tornò indipendenti. Genovesi e Veneziani però ed altri navigatori dell’Arcipelago molestavano la repubblica in modo, che cercò sicurezza col mettersi alla protezione degli Ottomani, e comprarla con un tributo.

Il gran consiglio, ove entravano tutti i nobili sovra i diciotto anni, faceva leggi, nominava i magistrati, e aveva diritto di grazia: un senato di quarantacinque pregadi disponeva le cose da proporre al gran consiglio, e trattava gli affari esterni: il potere esecutivo era commesso a un piccol consiglio di sette senatori. Il rettore non durava più che quattro settimane, e dovea venir a parte d’ogni atto del governo; usciva di palazzo soltanto nelle grandi solennità coi mantello di damasco rosso, rossi i calzari e le calze, e gran parrucca in testa. I nobili non poteano esser tratti a prigione che da un nobile, e ad essi spettavano tutte le cariche. Ogni cosa poi v’era prefissa appuntino; a segno che Tuberone Cerva essendo entrato in senato con una veste più lunga della misura stabilita, gli fu raccorcia in piena assemblea; di che vergognoso, egli si fece frate. Dai matrimonj di nobili con plebei nacque una classe media, ammessa ad impieghi di seconda mano. La plebe stava sotto la clientela dei nobili.

Ragusi fu per quattro secoli il centro non solo de’ negozj, ma del sapere de’ popoli slavi e valacchi, situati sulla parte orientale dell’infima valle del Danubio, e vi furono coltivate contemporaneamente la letteratura italiana, la latina e la greca. Vi nacquero Baglivi medico, Marino Ghetaldi e il Boscovich matematici, l’erudito Banduri, l’epico Francesco Gondola, i poeti latini Stay, Resti, Zamagna e Cunich, e Faustino Gaglioffi nostro contemporaneo.

Molte memorie d’essa repubblica, come molte ricchezze e capidarte, perirono nel tremuoto del 1667, cantato dallo Stay.

18.Olivet,Histoire de l’Académie française, t.II, p. 134.

18.Olivet,Histoire de l’Académie française, t.II, p. 134.

19.Vedi ilMercure galant, settembre 1686. La lista de’ rappresentanti di Francia in Italia e viceversa può trovarsi nellaStoria degli Stati modernidiSchoel, vol.XXXIX.

19.Vedi ilMercure galant, settembre 1686. La lista de’ rappresentanti di Francia in Italia e viceversa può trovarsi nellaStoria degli Stati modernidiSchoel, vol.XXXIX.

20.Relazione, esistente negli archivj della marina a Parigi, e pubblicata da Eugenio Sue,Histoire de la Marine, vol.III, con altri curiosissimi documenti, ignoti ai nostri storici.La notizia dell’atto codardo si sparse, ma non era voluta credere. Il duca d’Estrée, ambasciatore a Roma, così scriveva al signor di Pomponne: — Oltre la diversità del racconto, si rifletteva quanto fosse inverisimile. Se il re avesse voluto abbandonar Messina per considerazione degl’Inglesi, già l’avea sugli occhi prima che La Feuillade movesse di Francia; onde sua maestà non avrebbe spedito un nuovo maresciallo di Francia per far quest’abbandono, ma l’avrebbe ordinato al signor di Vivonne. Che se tale deliberazione si fosse presa dopo la partenza di La Feuillade, lo stesso corriere che portasse quest’ordine, n’avria portato uno a Toulon perchè il convoglio non partisse... Un fatto solo straordinario e mal a proposito può talvolta sventare i ragionamenti fondati sopra il buon senso e la verosimiglianza; pure questa notizia è sì grossolanamente immaginata, sì contraria alle precedenze e ad ogni probabilità, che la sola sfrontatezza di quei che la spacciano e il numero dei loro partigiani poterono farla credere per alcune ore...».Pochi giorni di poi, il duca stesso trovava affatto naturale che si fosse lasciato una città sì discosta, sì popolosa, che non poteva ricever viveri se non da lontano, la cui gente cospira ogni momento contro i protettori, e al modo degl’insulari, ha la leggerezza e l’infedeltà per dote, e non può esser ritenuta nè colla clemenza nè colla severità.

20.Relazione, esistente negli archivj della marina a Parigi, e pubblicata da Eugenio Sue,Histoire de la Marine, vol.III, con altri curiosissimi documenti, ignoti ai nostri storici.

La notizia dell’atto codardo si sparse, ma non era voluta credere. Il duca d’Estrée, ambasciatore a Roma, così scriveva al signor di Pomponne: — Oltre la diversità del racconto, si rifletteva quanto fosse inverisimile. Se il re avesse voluto abbandonar Messina per considerazione degl’Inglesi, già l’avea sugli occhi prima che La Feuillade movesse di Francia; onde sua maestà non avrebbe spedito un nuovo maresciallo di Francia per far quest’abbandono, ma l’avrebbe ordinato al signor di Vivonne. Che se tale deliberazione si fosse presa dopo la partenza di La Feuillade, lo stesso corriere che portasse quest’ordine, n’avria portato uno a Toulon perchè il convoglio non partisse... Un fatto solo straordinario e mal a proposito può talvolta sventare i ragionamenti fondati sopra il buon senso e la verosimiglianza; pure questa notizia è sì grossolanamente immaginata, sì contraria alle precedenze e ad ogni probabilità, che la sola sfrontatezza di quei che la spacciano e il numero dei loro partigiani poterono farla credere per alcune ore...».

Pochi giorni di poi, il duca stesso trovava affatto naturale che si fosse lasciato una città sì discosta, sì popolosa, che non poteva ricever viveri se non da lontano, la cui gente cospira ogni momento contro i protettori, e al modo degl’insulari, ha la leggerezza e l’infedeltà per dote, e non può esser ritenuta nè colla clemenza nè colla severità.

21.Luigi XIV scriveva al duca d’Estrée: — Ho avviso da Messina che questi popoli, i quali con sensibile afflizione sono tornati al giogo di Spagna quando lo stato de’ miei affari non mi permise d’alleviarneli più a lungo, cercano tutti i mezzi per disfarsene: e so, a non dubitarne, che spacciarono in secreto a Costantinopoli, non solo per domandar assistenza, ma per darsi ai Turchi. Il dispiacere ch’io avrei di vedere una città sì cristiana cadere agl’Infedeli, il pericolo di cui si vede minacciato il resto di Sicilia, e il timore di un sì potente nemico pel resto d’Italia, mi portarono a studiarvi qualche riparo. Nè altro mi parve più opportuno che il darne avviso al papa, lo zelo e la carità del quale sapranno farne l’uso più utile a stornar tanto danno; e fosse crederà che le violente vie onde la Spagna è consueta servirsi per punire le colpe de’ Messinesi, son più capaci d’inasprire che di guarir tal sorta di mali.«I ministri di Spagna, onde eludere i savj consigli di sua santità, particolarmente se penetrano che quest’avviso sia venuto da me, potranno attribuirlo al desiderio di procurar qualche alleggiamento ai Messinesi rimasti, e facilitare il rimpatriamento a quei che si ritirarono in Francia: ma quanto a questi ultimi io non ho bisogno d’altro che della pace che sta per stringersi, e della quale ho fatto condizione espressa che siano restituiti. Assicurate dunque il papa, che in tale avviso non ho altra vista che di porlo in istato di prevenire un pericolo, tanto formidabile per l’Italia e per tutta cristianità; e il solo interesse della cristianità mi fa operare. Voglio credere che sua santità mi saprà grado particolare dell’attenzione, colla quale io veglio in un affare che so quanto a lei stia a cuore.«PS.Aggiungo, che la proposizione fatta a Costantinopoli per l’impresa di Sicilia, assegna che lo sbarco deve farsi ad Agosta, dove alcune fortificazioni furono demolite; e perciò sarebbe a questa piazza che ai Turchi importerebbe di ripararsi ecc.».

21.Luigi XIV scriveva al duca d’Estrée: — Ho avviso da Messina che questi popoli, i quali con sensibile afflizione sono tornati al giogo di Spagna quando lo stato de’ miei affari non mi permise d’alleviarneli più a lungo, cercano tutti i mezzi per disfarsene: e so, a non dubitarne, che spacciarono in secreto a Costantinopoli, non solo per domandar assistenza, ma per darsi ai Turchi. Il dispiacere ch’io avrei di vedere una città sì cristiana cadere agl’Infedeli, il pericolo di cui si vede minacciato il resto di Sicilia, e il timore di un sì potente nemico pel resto d’Italia, mi portarono a studiarvi qualche riparo. Nè altro mi parve più opportuno che il darne avviso al papa, lo zelo e la carità del quale sapranno farne l’uso più utile a stornar tanto danno; e fosse crederà che le violente vie onde la Spagna è consueta servirsi per punire le colpe de’ Messinesi, son più capaci d’inasprire che di guarir tal sorta di mali.

«I ministri di Spagna, onde eludere i savj consigli di sua santità, particolarmente se penetrano che quest’avviso sia venuto da me, potranno attribuirlo al desiderio di procurar qualche alleggiamento ai Messinesi rimasti, e facilitare il rimpatriamento a quei che si ritirarono in Francia: ma quanto a questi ultimi io non ho bisogno d’altro che della pace che sta per stringersi, e della quale ho fatto condizione espressa che siano restituiti. Assicurate dunque il papa, che in tale avviso non ho altra vista che di porlo in istato di prevenire un pericolo, tanto formidabile per l’Italia e per tutta cristianità; e il solo interesse della cristianità mi fa operare. Voglio credere che sua santità mi saprà grado particolare dell’attenzione, colla quale io veglio in un affare che so quanto a lei stia a cuore.

«PS.Aggiungo, che la proposizione fatta a Costantinopoli per l’impresa di Sicilia, assegna che lo sbarco deve farsi ad Agosta, dove alcune fortificazioni furono demolite; e perciò sarebbe a questa piazza che ai Turchi importerebbe di ripararsi ecc.».

22.M. le marquis de Seignelay étant arrivé devant Gênes avec quatorze vaisseaux, dix galiottes, deux brûlots, deux frégates, huit flûtes, vingt-une tartanes, trente chaloupes, trente-huit bâteaux, dix felouques et vingt galères, après les saluts et les cérémonies accoutumés du sénat, qui députa à M. de Seignelay, le dixhuit sur les neuf heures du matin, après leur avoir fait connaître les intentions du roi et les sujets de plaintes qu’ils ont donné à sa majesté, leur demanda de sa part les quatre corps de galère qu’ils firent construire l’année dernière et armer pour les Espagnols, l’une desquelles serait armée et en état de naviguer; l’entrepôt du sel à Savone; et que quatre sénateurs iraient demander pardon au roi de leur conduite à son égard, et le prier d’oublier le passé.Les députés du sénat demandèrent avec beaucoup de soumission du temps pour assembler le conseil et en délibérer; M. de Seignelay leur accorda jusqu’à cinq heures du soir, et leur dit que s’ils passaient cette heure, ce ne serait plus les mêmes conditions; et qu’ils devaient s’attendre à la désolation de leur ville s’ils n’accordaient pas ce qu’il leur demandait de la part de sa majesté. Cependant l’armée se mit en état, et les galiottes se portèrent sous le canon de la ville, et si près que le commandant des galères de Gênes envoya prier M. de Seignelay de faire retirer ces bâtimens qui étaient sous son canon; à quoi l’on ne fit aucune réponse.Sur les quatre heures et demie, les Génois, au lieu de venir rendre compte de leur délibération, tirèrent sur nos galiottes, lesquelles commencèrent à jeter ses bombes dans la ville, et ont continué jusqu’au 22, que M. Seignelay fit cesser le feu et envoya le major des vaisseaux leur dire qu’il était informé du désordre que les bombes avaient fait dans leur ville, qu’ils étaient encore à temps de répondre aux propositions qu’il leur avait faites; ils demandèrent jusqu’au lendemain, ne pouvant pas répondre sur l’heure sans s’assembler.Le lendemain matin, M. de Seignelay ne recevant point de réponse, fit recommencer de jeter des bombes. Quelque temps après, ils envoyèrent un homme sans caractère dire qu’ils ne pouvaient pas s’assembler sous le feu et à la chaleur des bombes; que leur consolation était qu’ils n’avaient point mérité le traitement qu’ils recevaient, et que toute la chrétienneté se plaindrait. On recommença à tirer de part et d’autre, et à résoudre la descente qui avait été projetée.Le 24, deux heures avant jour, M. le marquis d’Amfreville, chef d’escadre, fit une fausse attaque du côté de l’est, proche les infirmeries, avec six-cent hommes, et M. le duc de Mortemart fit une descente à la pointe du jour à Saint-Pierre d’Arène, avec deux mille cinqcents hommes...L’on débarqua proche un pont du côté de l’ouest, vis-à-vis une enceinte de murailles, où on trouva une forte résistence, d’où les ennemis firent un très-grand feu: s’y étant retranchés, ils en furent vigoureusement chassés...M. le chevalier de Lery se fit porter proche un marais rempli de roseaux et un petit bois couvert, où une partie des ennemis s’était retirée, et d’où ils continuèrent de faire un très-grand feu, pour leur ôter la communication d’un pont qui leur était fort avantageux; quelques-uns se cachèrent dans les palais, et nous tuèrent assez de monde, sans pouvoir découvrir d’où venait le feu. Une autre partie des ennemis gagna du côté de l’est, vers la fanal; MM. les chevaliers de Jourville et de Berthomas, avec d’autres officiers des vaissaux et des galères, les suivirent, et coupèrent le chemin à ceux qui pouvaient venir du côté de la ville.M. le duc de Mortemart ayant fait poster le reste de ses troupes en divers endroits du faubourg du côté de la ville, et ayant donné les ordres nécessaires pour s’en rendre le maître, ordonna qu’on fît débarquer les artifices, et qu’on commençat de mettre le feu au faubourg du côté de la ville, toujours en se retirant jusqu’au lieu où l’on avait fait le débarquement, et d’où il fit sa retraite après que le feu eût été mis par tout le faubourg.M. le chevalier de Noailles, lieutenant-général des galères, et M. le commandant de la Bretesche, chef d’escadre, furent commandés, avec dix galères, pour cannoner les batteries du fanal, et pour favoriser la descente et la retraite de nos troupes; six galères par M. le chevalier de Breteuil, chef d’escadre, pour soutenir les galiottes, et les quatre autres par M. le comte de Beuil, capitaine de galère, pour la fausse attaque de M. le marquis d’Amfreville.Cette action ne se fit pas sans une perte considérable de part et d’autre. Dalla biblioteca Imperiale di Parigi, Mélanges de Clairembot, vol. 257, p. 319.Un altro ragguaglio sta nell’archivio degliAffari stranieri, Genova 1683-84, pag. 203:Sur les premières nouvelles qu’on reçut à Gênes que l’armée navale du roi venait de ce côté-là, les marchands français y furent menacés par le peuple, et ne purent depuis sortir quoi que ce soit de leurs maisons, parce que leurs voisins les en empêchèrent; lorsque la flotte parut, les menaces devinrent plus violentes, et les Français ne voyant pas de sûreté pour leur vie, prirent le parti d’abandonner leurs biens et leurs familles pour se retirer les uns dans la ville, les autres dehors dans des couvents de religieux. D’abord qu’ont eut tiré les premières bombes, on pilla les principaux, sans même épargner le sieur Aubert, consul de la nation, on enfonça les portes de leurs boutiques, on prit leur argent, leurs marchandises; et leurs papiers, aussi bien que leurs livres de compte furent brûlés ou déchirés.Le lendemain il se forma dans la ville un corps d’environ quatrecents hommes du peuple, lesquels, agissant de leur chef et de concert, se divisèrent en quatre troupes, et achevèrent d’enlever tout ce qu’ils découvrirent appartenant aux Français. Ils en usèrent de même à l’égard de plusieurs Piémontais; et, sous prétexte de chercher ceux de l’une ou de l’autre nation qui se cachaient, ils entrèrent dans les maisons de quelques Gênois et les pillèrent: mais le sénat, pour prévenir la suite de ces désordres, commit le sieur Charles Japis, maître du camp général, avec une pleine autorité de se servir des voies qu’il jugerait à propos pour cela, lequel fit publier une défense genérale, sous peine de la vie, de porter des armes, et commanda quelques détachemens des troupes d’Espagne, qui arrêtèrent en deux jours trente ou quarante de ces voleurs, qu’il fit arquebuser, et par là il dissipa entièrement les autres; ce qui donne lieu aux Espagnols de se vanter qu’ils ont sauvé Gênes, autant de ses propres habitans que des armes des Français. Le sénat fit ensuite publier que tous ceux qui avaient pillé les effets des Génois et des étrangers, eussent à les rapporter au palais neuf, à peine de la vie; mais il y en eut si peu qui obéirent, qu’on peut dire que cet ordre demeura sans exécution. Cependant la perte des Français a été fort grande, et les Gênois même tombent d’accord qu’elle va à plus de cinqcent mille écus.Il serait long et inutile de faire ici les détails des insultes qui ont été faites presque à tous les Français qui ont paru en ce temps-là dans les rues; il suffira de dire qu’il y en a deux qui ont été tués, l’un avec une barbarie sans exemple, l’autre avec une perfidie qui fait horreur. Le premier fut avec une troupe de Génois, qui en le menant lui donnaient à l’envi des coups de bayonette, et qui l’ayant conduit sur le môle, lui coupèrent la tête, mirent son corps en quartiers, et en jetèrent les pièces dans les canons qu’on tirait sur la flotte du roi. L’autre s’étant refugié avec tous ses effets chez un Génois qui se disait son ami, et qui lui avait offert sa maison, fut tué par cet homme d’un coup de pistolet par derrière.On n’a point su encore précisément les noms des Génois qui ont été maltraités pour avoir été soupçonnés d’être d’inclination française, si ce n’est le sieur Christophe Centurion, qui fut pris, attaché et battu par une troupe de canailles, des mains desquels Hippolite Centurion, son parent, qui commandait au môle, ne le put tirer qu’en les assurant que c’était pour le faire mourir plus ignominieusement; mais il ne le garda qu’un jour ou deux, après quoi il le laissa aller pour lui donner le moyen de se remettre en sûreté à la campagne. On pourrait encore comprendre dans ce nombre le capitaine Pallavicini de la Valtelline, lequel, accusé d’intelligence avec les Français pour avoir supposé, à ce qu’on dit, un ordre qui ne lui avait point été donné de changer de poste, fut mis en prison, et y est encore.On n’a point appris que les nobles aient aucune part aux mauvais traitemens qui ont été faits aux sujets de sa majesté; ils ont, au contraire, aidé à les sauver; ils les ont fait recevoir dans leurs maisons de campagne, et leur ont fait donner des escortes pour sortir de l’Etat, après en avoir retenu une partie dans les palais pour les mettre à couvert de la fureur du peuple. Les deux courriers ordinaires de Rome, qui dans les commencemens s’étaient malheureusement engagés dans la ville, ont assuré aussi que le doge et les officiers de la république leur avaient accordé tout ce qu’ils avaient demandé pour se garantir d’insulte. On a su même que Dominique Spinola ayant été accusé d’avoir donné asile à quelques Français en son château de Campi, comme il était vrai, le sénat ne l’a point désapprouvé.A l’égard de l’effet des bombes, il a été terrible de toute marnière. Les premières qui tombèrent dans la ville, y mirent partout d’abord une confusion incroyable, et elle augmenta considérablement lorsque la nuit fit voir plus distinctement les feux dont le palais public et ceux des particuliers étaient embrasés. Ce fut alors que la plupart des gens, même ceux de la noblesse, abandonnèrent leurs maisons pour mettre leurs personnes en sûreté, et se sauvèrent sur la montagne: le doge s’y retira avec sa femme, et fut logé avec le conseil à l’Albergo; ce qui a fait dire que le roi a mis le sénat à hôpital. Mais le lendemain chacun ayant pensé à enlever de chez soi ce qu’il y avait de meilleur, ce fut une autre manière de confusion; les hommes et les femmes de toute sorte de conditions allaient criant et courant confusément dans les rues, chargés de tout ce qu’ils pouvaient porter, sans savoir même où ils le devaient mettre; et ce fut en ce temps-là que, sous l’escorte d’un détachement d’Espagnols, on fit transférer à l’Albergo le trésor de Saint-Georges, et que les juifs qui se réfugièrent hors de la ville, se mirent sur une colline, où il s étaient campés sous des tentes en fort grand nombre; il semblait que ce fût une nouvelle ville.Enfin la perte est si considérable, que, parmi ceux qui la connaissent davantage, les uns disent quelle est de soixante millions d’écus, monnaie de France; les autres, qu’on ne saurait presque l’estimer si l’on fait réflexion aux bâtimens, aux marbres, aux peintures, aux meubles et aux marchandises qui y ont péri; un marchand joaillier a même dit qu’il s’y était fondu une quantité considérable de perles, dont on fait un grand commerce dans cette ville-là.Mais, quelques désordres qu’il y ait dans la ville, il n’y en a pas moins dans le gouvernement. Le doge, quatre sénateurs et quatre nobles, tous attachés à l’Espagne par leurs intérêts particuliers et qui ont été nommés dans cette conjoncture par la république, pour la direction générale des affaires, avec une autorité entière et indépendante des conseils, en forment un qu’ils appellent la Junte, et sont les maîtres absolus de toutes les délibérations; en sorte qu’il ne faut pas s’étonner s’ils ont fait, depuis le départ de l’armée navale du roi, une nouvelle ligue offensive et défensive avec l’Espagne, et s’ils ont donné un décret portant défense à tous les Génois de proposer de s’accommoder avec la France, que du consentement de l’Espagne. Ils ont envoyé leurs dix galères, commandées par Jean Marie Doria, à la rencontre de celles d’Espagne, lesquelles étant arrivées le 16 de ce mois devant Gênes, au nombre de ving-sept; et ayant été saluées, selon la coutume, n’ont répondu que par trois coups de canon, et ont commencé par là à traiter les Génois comme leurs sujets. Ces galères n’ont pas été plutôt dans le port, que les officiers qui les commandent y ont choisis les lieux où ils ont voulu se placer, et ont mis en chacune de celles de la république une compagnie de Napolitains pour en être les maîtres comme des leurs; dans le même temps on a remis aux troupes du Milanais, qui étaient dans la ville, les postes etc.

22.M. le marquis de Seignelay étant arrivé devant Gênes avec quatorze vaisseaux, dix galiottes, deux brûlots, deux frégates, huit flûtes, vingt-une tartanes, trente chaloupes, trente-huit bâteaux, dix felouques et vingt galères, après les saluts et les cérémonies accoutumés du sénat, qui députa à M. de Seignelay, le dixhuit sur les neuf heures du matin, après leur avoir fait connaître les intentions du roi et les sujets de plaintes qu’ils ont donné à sa majesté, leur demanda de sa part les quatre corps de galère qu’ils firent construire l’année dernière et armer pour les Espagnols, l’une desquelles serait armée et en état de naviguer; l’entrepôt du sel à Savone; et que quatre sénateurs iraient demander pardon au roi de leur conduite à son égard, et le prier d’oublier le passé.

Les députés du sénat demandèrent avec beaucoup de soumission du temps pour assembler le conseil et en délibérer; M. de Seignelay leur accorda jusqu’à cinq heures du soir, et leur dit que s’ils passaient cette heure, ce ne serait plus les mêmes conditions; et qu’ils devaient s’attendre à la désolation de leur ville s’ils n’accordaient pas ce qu’il leur demandait de la part de sa majesté. Cependant l’armée se mit en état, et les galiottes se portèrent sous le canon de la ville, et si près que le commandant des galères de Gênes envoya prier M. de Seignelay de faire retirer ces bâtimens qui étaient sous son canon; à quoi l’on ne fit aucune réponse.

Sur les quatre heures et demie, les Génois, au lieu de venir rendre compte de leur délibération, tirèrent sur nos galiottes, lesquelles commencèrent à jeter ses bombes dans la ville, et ont continué jusqu’au 22, que M. Seignelay fit cesser le feu et envoya le major des vaisseaux leur dire qu’il était informé du désordre que les bombes avaient fait dans leur ville, qu’ils étaient encore à temps de répondre aux propositions qu’il leur avait faites; ils demandèrent jusqu’au lendemain, ne pouvant pas répondre sur l’heure sans s’assembler.

Le lendemain matin, M. de Seignelay ne recevant point de réponse, fit recommencer de jeter des bombes. Quelque temps après, ils envoyèrent un homme sans caractère dire qu’ils ne pouvaient pas s’assembler sous le feu et à la chaleur des bombes; que leur consolation était qu’ils n’avaient point mérité le traitement qu’ils recevaient, et que toute la chrétienneté se plaindrait. On recommença à tirer de part et d’autre, et à résoudre la descente qui avait été projetée.

Le 24, deux heures avant jour, M. le marquis d’Amfreville, chef d’escadre, fit une fausse attaque du côté de l’est, proche les infirmeries, avec six-cent hommes, et M. le duc de Mortemart fit une descente à la pointe du jour à Saint-Pierre d’Arène, avec deux mille cinqcents hommes...

L’on débarqua proche un pont du côté de l’ouest, vis-à-vis une enceinte de murailles, où on trouva une forte résistence, d’où les ennemis firent un très-grand feu: s’y étant retranchés, ils en furent vigoureusement chassés...

M. le chevalier de Lery se fit porter proche un marais rempli de roseaux et un petit bois couvert, où une partie des ennemis s’était retirée, et d’où ils continuèrent de faire un très-grand feu, pour leur ôter la communication d’un pont qui leur était fort avantageux; quelques-uns se cachèrent dans les palais, et nous tuèrent assez de monde, sans pouvoir découvrir d’où venait le feu. Une autre partie des ennemis gagna du côté de l’est, vers la fanal; MM. les chevaliers de Jourville et de Berthomas, avec d’autres officiers des vaissaux et des galères, les suivirent, et coupèrent le chemin à ceux qui pouvaient venir du côté de la ville.

M. le duc de Mortemart ayant fait poster le reste de ses troupes en divers endroits du faubourg du côté de la ville, et ayant donné les ordres nécessaires pour s’en rendre le maître, ordonna qu’on fît débarquer les artifices, et qu’on commençat de mettre le feu au faubourg du côté de la ville, toujours en se retirant jusqu’au lieu où l’on avait fait le débarquement, et d’où il fit sa retraite après que le feu eût été mis par tout le faubourg.

M. le chevalier de Noailles, lieutenant-général des galères, et M. le commandant de la Bretesche, chef d’escadre, furent commandés, avec dix galères, pour cannoner les batteries du fanal, et pour favoriser la descente et la retraite de nos troupes; six galères par M. le chevalier de Breteuil, chef d’escadre, pour soutenir les galiottes, et les quatre autres par M. le comte de Beuil, capitaine de galère, pour la fausse attaque de M. le marquis d’Amfreville.

Cette action ne se fit pas sans une perte considérable de part et d’autre. Dalla biblioteca Imperiale di Parigi, Mélanges de Clairembot, vol. 257, p. 319.

Un altro ragguaglio sta nell’archivio degliAffari stranieri, Genova 1683-84, pag. 203:Sur les premières nouvelles qu’on reçut à Gênes que l’armée navale du roi venait de ce côté-là, les marchands français y furent menacés par le peuple, et ne purent depuis sortir quoi que ce soit de leurs maisons, parce que leurs voisins les en empêchèrent; lorsque la flotte parut, les menaces devinrent plus violentes, et les Français ne voyant pas de sûreté pour leur vie, prirent le parti d’abandonner leurs biens et leurs familles pour se retirer les uns dans la ville, les autres dehors dans des couvents de religieux. D’abord qu’ont eut tiré les premières bombes, on pilla les principaux, sans même épargner le sieur Aubert, consul de la nation, on enfonça les portes de leurs boutiques, on prit leur argent, leurs marchandises; et leurs papiers, aussi bien que leurs livres de compte furent brûlés ou déchirés.

Le lendemain il se forma dans la ville un corps d’environ quatrecents hommes du peuple, lesquels, agissant de leur chef et de concert, se divisèrent en quatre troupes, et achevèrent d’enlever tout ce qu’ils découvrirent appartenant aux Français. Ils en usèrent de même à l’égard de plusieurs Piémontais; et, sous prétexte de chercher ceux de l’une ou de l’autre nation qui se cachaient, ils entrèrent dans les maisons de quelques Gênois et les pillèrent: mais le sénat, pour prévenir la suite de ces désordres, commit le sieur Charles Japis, maître du camp général, avec une pleine autorité de se servir des voies qu’il jugerait à propos pour cela, lequel fit publier une défense genérale, sous peine de la vie, de porter des armes, et commanda quelques détachemens des troupes d’Espagne, qui arrêtèrent en deux jours trente ou quarante de ces voleurs, qu’il fit arquebuser, et par là il dissipa entièrement les autres; ce qui donne lieu aux Espagnols de se vanter qu’ils ont sauvé Gênes, autant de ses propres habitans que des armes des Français. Le sénat fit ensuite publier que tous ceux qui avaient pillé les effets des Génois et des étrangers, eussent à les rapporter au palais neuf, à peine de la vie; mais il y en eut si peu qui obéirent, qu’on peut dire que cet ordre demeura sans exécution. Cependant la perte des Français a été fort grande, et les Gênois même tombent d’accord qu’elle va à plus de cinqcent mille écus.

Il serait long et inutile de faire ici les détails des insultes qui ont été faites presque à tous les Français qui ont paru en ce temps-là dans les rues; il suffira de dire qu’il y en a deux qui ont été tués, l’un avec une barbarie sans exemple, l’autre avec une perfidie qui fait horreur. Le premier fut avec une troupe de Génois, qui en le menant lui donnaient à l’envi des coups de bayonette, et qui l’ayant conduit sur le môle, lui coupèrent la tête, mirent son corps en quartiers, et en jetèrent les pièces dans les canons qu’on tirait sur la flotte du roi. L’autre s’étant refugié avec tous ses effets chez un Génois qui se disait son ami, et qui lui avait offert sa maison, fut tué par cet homme d’un coup de pistolet par derrière.

On n’a point su encore précisément les noms des Génois qui ont été maltraités pour avoir été soupçonnés d’être d’inclination française, si ce n’est le sieur Christophe Centurion, qui fut pris, attaché et battu par une troupe de canailles, des mains desquels Hippolite Centurion, son parent, qui commandait au môle, ne le put tirer qu’en les assurant que c’était pour le faire mourir plus ignominieusement; mais il ne le garda qu’un jour ou deux, après quoi il le laissa aller pour lui donner le moyen de se remettre en sûreté à la campagne. On pourrait encore comprendre dans ce nombre le capitaine Pallavicini de la Valtelline, lequel, accusé d’intelligence avec les Français pour avoir supposé, à ce qu’on dit, un ordre qui ne lui avait point été donné de changer de poste, fut mis en prison, et y est encore.

On n’a point appris que les nobles aient aucune part aux mauvais traitemens qui ont été faits aux sujets de sa majesté; ils ont, au contraire, aidé à les sauver; ils les ont fait recevoir dans leurs maisons de campagne, et leur ont fait donner des escortes pour sortir de l’Etat, après en avoir retenu une partie dans les palais pour les mettre à couvert de la fureur du peuple. Les deux courriers ordinaires de Rome, qui dans les commencemens s’étaient malheureusement engagés dans la ville, ont assuré aussi que le doge et les officiers de la république leur avaient accordé tout ce qu’ils avaient demandé pour se garantir d’insulte. On a su même que Dominique Spinola ayant été accusé d’avoir donné asile à quelques Français en son château de Campi, comme il était vrai, le sénat ne l’a point désapprouvé.

A l’égard de l’effet des bombes, il a été terrible de toute marnière. Les premières qui tombèrent dans la ville, y mirent partout d’abord une confusion incroyable, et elle augmenta considérablement lorsque la nuit fit voir plus distinctement les feux dont le palais public et ceux des particuliers étaient embrasés. Ce fut alors que la plupart des gens, même ceux de la noblesse, abandonnèrent leurs maisons pour mettre leurs personnes en sûreté, et se sauvèrent sur la montagne: le doge s’y retira avec sa femme, et fut logé avec le conseil à l’Albergo; ce qui a fait dire que le roi a mis le sénat à hôpital. Mais le lendemain chacun ayant pensé à enlever de chez soi ce qu’il y avait de meilleur, ce fut une autre manière de confusion; les hommes et les femmes de toute sorte de conditions allaient criant et courant confusément dans les rues, chargés de tout ce qu’ils pouvaient porter, sans savoir même où ils le devaient mettre; et ce fut en ce temps-là que, sous l’escorte d’un détachement d’Espagnols, on fit transférer à l’Albergo le trésor de Saint-Georges, et que les juifs qui se réfugièrent hors de la ville, se mirent sur une colline, où il s étaient campés sous des tentes en fort grand nombre; il semblait que ce fût une nouvelle ville.

Enfin la perte est si considérable, que, parmi ceux qui la connaissent davantage, les uns disent quelle est de soixante millions d’écus, monnaie de France; les autres, qu’on ne saurait presque l’estimer si l’on fait réflexion aux bâtimens, aux marbres, aux peintures, aux meubles et aux marchandises qui y ont péri; un marchand joaillier a même dit qu’il s’y était fondu une quantité considérable de perles, dont on fait un grand commerce dans cette ville-là.

Mais, quelques désordres qu’il y ait dans la ville, il n’y en a pas moins dans le gouvernement. Le doge, quatre sénateurs et quatre nobles, tous attachés à l’Espagne par leurs intérêts particuliers et qui ont été nommés dans cette conjoncture par la république, pour la direction générale des affaires, avec une autorité entière et indépendante des conseils, en forment un qu’ils appellent la Junte, et sont les maîtres absolus de toutes les délibérations; en sorte qu’il ne faut pas s’étonner s’ils ont fait, depuis le départ de l’armée navale du roi, une nouvelle ligue offensive et défensive avec l’Espagne, et s’ils ont donné un décret portant défense à tous les Génois de proposer de s’accommoder avec la France, que du consentement de l’Espagne. Ils ont envoyé leurs dix galères, commandées par Jean Marie Doria, à la rencontre de celles d’Espagne, lesquelles étant arrivées le 16 de ce mois devant Gênes, au nombre de ving-sept; et ayant été saluées, selon la coutume, n’ont répondu que par trois coups de canon, et ont commencé par là à traiter les Génois comme leurs sujets. Ces galères n’ont pas été plutôt dans le port, que les officiers qui les commandent y ont choisis les lieux où ils ont voulu se placer, et ont mis en chacune de celles de la république une compagnie de Napolitains pour en être les maîtres comme des leurs; dans le même temps on a remis aux troupes du Milanais, qui étaient dans la ville, les postes etc.

23.Andò allora attorno un’iscrizione, proprio conforme al gusto corrente.Manet et apud Genuenses indeclinabile genu, nec enim hunc non cogitatum casum declinare possunt. En tamen Genua ad genua, id est dux senatoresque Genuensium ad genua procumbunt regis non Galileæ sed Galliæ, non Christi sed Christianissimi, cujus stellam non quidem polarem sed pyrobolarem, jam ante annum ipsi orientem viderunt. Veniunt hic adorabundi regem, ne noceat amplius, aurum thusque libertatis, olim invictæ nunc devictæ, afferunt et offerunt. Myrrham tamen splendidæ servitutis et crucis dono domum referunt. O pater papa! miserere eorum et per somnium eos mane remeantes domum, ne meent Mediolanum: illic enim ipsos expectat Herodes hispanus, ad geniculationem hancce novam fremens et tremens.

23.Andò allora attorno un’iscrizione, proprio conforme al gusto corrente.Manet et apud Genuenses indeclinabile genu, nec enim hunc non cogitatum casum declinare possunt. En tamen Genua ad genua, id est dux senatoresque Genuensium ad genua procumbunt regis non Galileæ sed Galliæ, non Christi sed Christianissimi, cujus stellam non quidem polarem sed pyrobolarem, jam ante annum ipsi orientem viderunt. Veniunt hic adorabundi regem, ne noceat amplius, aurum thusque libertatis, olim invictæ nunc devictæ, afferunt et offerunt. Myrrham tamen splendidæ servitutis et crucis dono domum referunt. O pater papa! miserere eorum et per somnium eos mane remeantes domum, ne meent Mediolanum: illic enim ipsos expectat Herodes hispanus, ad geniculationem hancce novam fremens et tremens.

24.Il Cibrario (Istituzioni della monarchia di Savoja, p. 293) enumera le tasse certamente non minori nè men variate delle spagnuole, imposte dai duchi di Savoja; e nel proemio all’editto 12 dicembre 1633, Carlo Emanuele I attestava che «nelle passate guerre si sono tanto caricati i registri, che i proprietarj, non potendo con l’intero abbandono de’ frutti liberarsi dalle gravezze, hanno abbandonato i loro beni». Erano regalia perfin le candele, che tutte doveano esser bollate. Il primo appalto del tabacco si fece nel 1649 per lire duemila cinquecento, vendendosi il tabacco sodo trenta soldi la libbra, quarantacinque il pesto, e ad arbitrio quellocon ingredienti. Allora pure s’introdussero le poste. Quanto all’amministrazione della giustizia già ne parlammo.

24.Il Cibrario (Istituzioni della monarchia di Savoja, p. 293) enumera le tasse certamente non minori nè men variate delle spagnuole, imposte dai duchi di Savoja; e nel proemio all’editto 12 dicembre 1633, Carlo Emanuele I attestava che «nelle passate guerre si sono tanto caricati i registri, che i proprietarj, non potendo con l’intero abbandono de’ frutti liberarsi dalle gravezze, hanno abbandonato i loro beni». Erano regalia perfin le candele, che tutte doveano esser bollate. Il primo appalto del tabacco si fece nel 1649 per lire duemila cinquecento, vendendosi il tabacco sodo trenta soldi la libbra, quarantacinque il pesto, e ad arbitrio quellocon ingredienti. Allora pure s’introdussero le poste. Quanto all’amministrazione della giustizia già ne parlammo.

25.Cibrario,Instituzioni della monarchia di Savoja, p. 185. E per quel che segue,Carutti,Regno di Vittorio Amedeo II. Torino 1856.

25.Cibrario,Instituzioni della monarchia di Savoja, p. 185. E per quel che segue,Carutti,Regno di Vittorio Amedeo II. Torino 1856.

26.Erano Serravalle, Menusiglio, Gorzegno, Bussolasco, Gisole, San Benetto, la Niella di Belbo, Fissoglio, Cravanzano, Serretto, Prunei, Loasio, La Scaletta, Carretto, Cairo, Montenotte, Rocchetta del Cairo, Miolia, il marchesato di Spigno, Bardinetto, Brovia, Rocca d’Arazzo, Rocchetta di Tanaro, Belvedere, Frinco, Vincio, Castelnuovo, Bruggiato, Montebercello, Rifrancore, Desana, Millesimo, colle frazioni di Cosseria, Plodio e Biestro, Arquetto, Ballestrino, Masino, Camerano.

26.Erano Serravalle, Menusiglio, Gorzegno, Bussolasco, Gisole, San Benetto, la Niella di Belbo, Fissoglio, Cravanzano, Serretto, Prunei, Loasio, La Scaletta, Carretto, Cairo, Montenotte, Rocchetta del Cairo, Miolia, il marchesato di Spigno, Bardinetto, Brovia, Rocca d’Arazzo, Rocchetta di Tanaro, Belvedere, Frinco, Vincio, Castelnuovo, Bruggiato, Montebercello, Rifrancore, Desana, Millesimo, colle frazioni di Cosseria, Plodio e Biestro, Arquetto, Ballestrino, Masino, Camerano.

27.De Gubernatis scrivea da Roma il 16 maggio 1690: — Giunse a questa Corte la notizia dell’eroica risoluzione presa da V. A. R. di arrischiare la sua reale persona e tutti i suoi Stati piuttosto di condiscendere alle dure ed inique condizioni, colle quali volea la Francia rendere come precaria quella sovranità. Tutta questa corte ha applaudito l’azione veramente forte ed invitta di V. A. R, e il popolo ne ha celebrato pubblici applausi con iViva viva il duca di Savoja: e vengo assicurato che, dopo la liberazione di Vienna, non s’è mai udito a Roma un’allegrezza più universale».

27.De Gubernatis scrivea da Roma il 16 maggio 1690: — Giunse a questa Corte la notizia dell’eroica risoluzione presa da V. A. R. di arrischiare la sua reale persona e tutti i suoi Stati piuttosto di condiscendere alle dure ed inique condizioni, colle quali volea la Francia rendere come precaria quella sovranità. Tutta questa corte ha applaudito l’azione veramente forte ed invitta di V. A. R, e il popolo ne ha celebrato pubblici applausi con iViva viva il duca di Savoja: e vengo assicurato che, dopo la liberazione di Vienna, non s’è mai udito a Roma un’allegrezza più universale».

28.Catinat, parlando della presa di Cavour, dice:On passa au fil de l’épée tout ce qui se présenta dans la ville; rien n’échappa à la fureur de nos soldats, qui, d’eux-mêmes et sans d’autres ordres que la présence de leurs officiers qui les conduisaient, attaquèrent la montagne et firent un grand carnage d’hommes, de femmes et d’enfants, qui s’y trouvaient: on fit pourtant ce que l’on put pour les retenir. La ville fut pillée et brûlée. Il y a eu plus de sixcent personnes tuées tant dans la ville, que dans la montagne. Mémoires, vol.I. p. 89.

28.Catinat, parlando della presa di Cavour, dice:On passa au fil de l’épée tout ce qui se présenta dans la ville; rien n’échappa à la fureur de nos soldats, qui, d’eux-mêmes et sans d’autres ordres que la présence de leurs officiers qui les conduisaient, attaquèrent la montagne et firent un grand carnage d’hommes, de femmes et d’enfants, qui s’y trouvaient: on fit pourtant ce que l’on put pour les retenir. La ville fut pillée et brûlée. Il y a eu plus de sixcent personnes tuées tant dans la ville, que dans la montagne. Mémoires, vol.I. p. 89.

29.Anche nel 1705, dopo che il duca ebbe chiarito guerra alla Francia, il maggiore della piazza di Torino pubblicò il premio di mezzo luigi per ogni Francese ammazzato. Il duca di Vendôme mandò dire che, per ogni testa di Francese, farebbe impiccare dieci Piemontesi. Abbiamo un editto del 5 gennajo 1702, dov’è ordinato a tutti i villaggi, cui s’accostino truppe cesaree, di toccar a martello, unirsi e ucciderle, sotto gravi pene. Annibale Visconti, comandante ai Cesarei, vi contrappose altra intimazione di far lo stesso verso gli Ispano-Francesi, colle comminatorie medesime.

29.Anche nel 1705, dopo che il duca ebbe chiarito guerra alla Francia, il maggiore della piazza di Torino pubblicò il premio di mezzo luigi per ogni Francese ammazzato. Il duca di Vendôme mandò dire che, per ogni testa di Francese, farebbe impiccare dieci Piemontesi. Abbiamo un editto del 5 gennajo 1702, dov’è ordinato a tutti i villaggi, cui s’accostino truppe cesaree, di toccar a martello, unirsi e ucciderle, sotto gravi pene. Annibale Visconti, comandante ai Cesarei, vi contrappose altra intimazione di far lo stesso verso gli Ispano-Francesi, colle comminatorie medesime.

30.Il Muratori, al 1696, scrive: — Mi trovava allora in Milano, e mi convenne udire la terribile sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesori degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d’altro parere si trovavano le persone assennate, considerando ch’egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera de’ suoi Stati, serrava in buona parte la porta dell’Italia ai Franzesi; con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollore di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette d’avvedersene; e tanto più perchè era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio».

30.Il Muratori, al 1696, scrive: — Mi trovava allora in Milano, e mi convenne udire la terribile sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesori degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d’altro parere si trovavano le persone assennate, considerando ch’egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera de’ suoi Stati, serrava in buona parte la porta dell’Italia ai Franzesi; con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollore di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette d’avvedersene; e tanto più perchè era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio».

31.De Gubernatis, ai 16 luglio 1697, scrive a Vittorio Amedeo di Savoja: — Sua Santità si inoltrò a dirmi che sarebbe necessaria la formazione di una lega di tutti i principi d’Italia contro chiunque tentasse di turbar la quiete direttamente o indirettamente. Interrogato il papa se entrerebbe nella lega, rispose liberamente e risolutamente di sì».

31.De Gubernatis, ai 16 luglio 1697, scrive a Vittorio Amedeo di Savoja: — Sua Santità si inoltrò a dirmi che sarebbe necessaria la formazione di una lega di tutti i principi d’Italia contro chiunque tentasse di turbar la quiete direttamente o indirettamente. Interrogato il papa se entrerebbe nella lega, rispose liberamente e risolutamente di sì».

32.L’Olanda dal 1703 al 1711 pagò alla Savoja per sussidj due milioni seicenquarantamila corone: l’Inghilterra seicenquarantamila corone all’anno; e altre cinquantamila nel 1706, e centomila negli anni 9-10-11. Riccardo Hill fu inviato straordinario della regina Anna a Vittorio Amedeo; e la sua corrispondenza, pubblicata da W. Blackeley, offre curiose particolarità sulla storia di quel tempo. Egli scriveva: — L’esser rifuggito è ormai divenuto un mestiero. Gran differenza corre tra il profugo sui caffè di Londra e sulle frontiere nemiche».

32.L’Olanda dal 1703 al 1711 pagò alla Savoja per sussidj due milioni seicenquarantamila corone: l’Inghilterra seicenquarantamila corone all’anno; e altre cinquantamila nel 1706, e centomila negli anni 9-10-11. Riccardo Hill fu inviato straordinario della regina Anna a Vittorio Amedeo; e la sua corrispondenza, pubblicata da W. Blackeley, offre curiose particolarità sulla storia di quel tempo. Egli scriveva: — L’esser rifuggito è ormai divenuto un mestiero. Gran differenza corre tra il profugo sui caffè di Londra e sulle frontiere nemiche».

33.Su questi tempi si ha uno sterminio di scritture, principalmente francesi. De’ nostri abbiamo la storia del marchese Ottieri, in sul principio abbastanza buona ma sempre gelata; e leMemoriedi Agostino Umicalia, cioè del gesuita San Vitale. VediCharles Gay,Négociations relatives à l’établissement de la maison de Bourbon sur le trône des Deux-Siciles; Parigi 1853; e per i fatti guerreschiPelet,Mémoires militaires pour servir à la guerre de la succession d’Espagne.Le lettere dell’ambasciador veneto, pubblicate dal Mutinelli nel vol.IVdellaStoria arcana e aneddotica(Venezia 1859), informano a minuto di quei moti, tutti in favore dell’Austria, sopra i quali il Colletta passò di volo. Entrato poi don Filippo (1702), questo cattivavasi il popolo con indicibili magnificenze, col visitar le chiese, comunicarsi ripetutamente, e assistere colle lacrime al miracolo del sangue di san Gennaro. I nobili però protestavano solennemente contro ogni atto di sovranità che facesse quel che denominavano duca d’Angiò, e che il giuramento che dovessero prestargli sarebbe estorto a forza, nè li dispenserebbe dal favorire l’imperatore.Nel seguente 1710, il miracolo del sangue non avvenne, donde grandissima desolazione e preghiere e «vivi sfoghi di penitenza. Tra le innumerabili pubbliche conversioni, nelle quali fu universalmente adorata la divina misericordia, si distinsero quelle dei tanti che si presentarono volontarj al tribunale del Sant’Officio a scoprirsi e ad accusarsi, alcuni per operatori di sortilegi, altri per seguaci di dottrine ereticali, e molti ancora per atei.... Un sì luttuoso disordine viene principalmente attribuito alle troppo scarse misure, alle quali resta ristretta l’autorità dell’accennato tribunale». Vol.IV, p. 486.

33.Su questi tempi si ha uno sterminio di scritture, principalmente francesi. De’ nostri abbiamo la storia del marchese Ottieri, in sul principio abbastanza buona ma sempre gelata; e leMemoriedi Agostino Umicalia, cioè del gesuita San Vitale. VediCharles Gay,Négociations relatives à l’établissement de la maison de Bourbon sur le trône des Deux-Siciles; Parigi 1853; e per i fatti guerreschiPelet,Mémoires militaires pour servir à la guerre de la succession d’Espagne.

Le lettere dell’ambasciador veneto, pubblicate dal Mutinelli nel vol.IVdellaStoria arcana e aneddotica(Venezia 1859), informano a minuto di quei moti, tutti in favore dell’Austria, sopra i quali il Colletta passò di volo. Entrato poi don Filippo (1702), questo cattivavasi il popolo con indicibili magnificenze, col visitar le chiese, comunicarsi ripetutamente, e assistere colle lacrime al miracolo del sangue di san Gennaro. I nobili però protestavano solennemente contro ogni atto di sovranità che facesse quel che denominavano duca d’Angiò, e che il giuramento che dovessero prestargli sarebbe estorto a forza, nè li dispenserebbe dal favorire l’imperatore.

Nel seguente 1710, il miracolo del sangue non avvenne, donde grandissima desolazione e preghiere e «vivi sfoghi di penitenza. Tra le innumerabili pubbliche conversioni, nelle quali fu universalmente adorata la divina misericordia, si distinsero quelle dei tanti che si presentarono volontarj al tribunale del Sant’Officio a scoprirsi e ad accusarsi, alcuni per operatori di sortilegi, altri per seguaci di dottrine ereticali, e molti ancora per atei.... Un sì luttuoso disordine viene principalmente attribuito alle troppo scarse misure, alle quali resta ristretta l’autorità dell’accennato tribunale». Vol.IV, p. 486.


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