Chapter 11

Noi riportiamo questi passi per coloro che credono tali idee e tali parole zampillassero primamente nel 1848. Ma la proclamazione dell’indipendenza non aveva aspetto che d’un ordigno da guerra; i più la udivano indifferenti: i sommovitori prometteano immensi ajuti a lui che millantava immensi soldati. Ingannavansi reciprocamente, poichè in realtà egli contava trentaquattromila trecento uomini, con cinquemila cavalli e cinque bocche da fuoco; ma cerniti alla peggio dai trivj e dalle prigioni: ufficiali straboccavano, ma quali di libero, quali di servile sentimento, quali affigliati alla Carboneria, quali persecutori di quella, tutti poco riverenti al re, tutti gelosi de’ Francesi, de’ quali erano rimasti nove generali, tredici colonnelli e Millet capo dello stato maggiore. Gli Austriaci, oltre aver arrestati i suoi aderenti in Lombardia, gli opponeano cinquantamila fanti, tremila cavalli, e sessantaquattro pezzi d’artiglieria: che se fremeasi, cantavasi, correasi ad esibir consigli al re e vantarsi d’aver cospirato per chiedergli onori ed impieghi, se a Bologna il cavaliere Pellegrino Rossi abbattè le ripristinate insegne pontifizie, pochissimi afferravano le armi, non cinquecento uomini gli si arrolarono in tutte le Marche, e stentavansi i viveri all’esercito liberatore. Gli Austriaci, guidati da Frimont, si raccolsero dietro al Po e al Panáro: e Murat pensava tragittare ad Occhiobello per dar mano a’ Lombardi e Veneziani, che sperava insorgessero; ma ecco lettere di sua moglie il richiamano nel reame, minacciato dagl’Inglesi.

Conoscendosi tradito, perdette il coraggio e lo tolse a’ suoi; ritirandosi a rotta, presso Macerata (2 maggio) cadeva prigioniero col suo stato maggiore, se un battaglione di cerne delle Legazioni con vecchi uffiziali non gli aprivano il passo. Il generale Bianchi lo sconfiggea Tolentino; Nugent per la Toscana e per Terracina difila sopra il regno: onde proteggere la ritirata, Murat cimentasi ancora a Ceprano, ma colla peggio, e senza salmerie nè parco arriva a Napoli (19 maggio). Quivi procura amicarsi gli animi col dare la costituzione, ma troppo tardi; ogni sua domanda d’accomodamento è rejetta dagli Alleati; il comodoro inglese Campbell minaccia bombardare la capitale. Murat manda a rassegnar tutto, ma almeno nel trattato conchiuso in Casa Lanza garantisce il debito pubblico, le rendite dello Stato, la nuova nobiltà, i gradi, gli onori, le pensioni ai militari che passassero al nuovo re, e amnistia per tutti. Tumulti destatisi in Napoli fanno accelerare la chiamata degli Inglesi e degli Austriaci, che con molto sangue chetano la plebaglia.

Carolina Buonaparte, che virilmente erasi condotta in que’ rovesci, ottenne d’essere trasportata a Trieste coi figli, dopo sofferti gl’insulti della plebaglia. Gioachino con pochi fedeli e poco denaro andò fuggiasco, raccomandandosi al terzo, al quarto; dopo lungo ascondersi e romanzesco vagare approdò in Corsica, e rifiutando l’asilo offertogli come privato in Austria, raccolse un pugno di fidati per imitare lo sbarco di Napoleone, e ravvivare in Calabria contro i Borboni la guerra minuta ch’essi aveano alimentata contro di lui. Sgominati da fortuna di mare, egli con solo ventotto raggiunge terra a Pizzo, ed alza la bandiera; ma è preso, e da Napoli, che ad un tempo intese il pericolo e la salvezza, viene ordine: — Il generale Murat sarà tradotto avanti una commissione militare; non sarà concessa al condannato che mezz’ora per adempiere ai doveri della religione». Era dunque sentenziato prima che processato; ed egli non rispose agl’interrogatorj se non — Sono Gioachino re delle Due Sicilie; un re non può esser giudicato che da un altro re».

Aveva appena quarantott’anni, e sul punto di essere fucilato scrisse: — Carolina mia, l’ultima mia ora è battuta, fra pochi istanti non avrai più marito. Non dimenticarmi. La vita mia non fu contaminata da veruna ingiustizia. Addio, Achille mio! addio, mia Letizia! addio, mio Luciano! addio mia Luigia! mostratevi al mondo superiori alla sventura e degni di me. Vi lascio senza regno, senza beni, in mezzo a numerosi nemici: siate sempre uniti. Pensate cosa foste, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Quel che più m’accora è di morir lontano da’ miei figliuoli. Ricevete la mia benedizione paterna, il mio amplesso e le mie lacrime: nè mai vi cada di memoria il vostro povero padre».

È gemito d’uomo, quale non mai risuona nelle memorie di Napoleone: ed egli veramente apparve il più eroico fra i soldati di Napoleone, il solo cavalleresco. Intrepido in battaglia, fu povero ed irresoluto di consigli, e colpa in parte la sua presunzione, in parte le circostanze, ne trasse apparenza di menzognero: ma cuore mostrò; e il popolaccio, sparando contro lui, puniva in esso le colpe napoleoniche[146]. I suoi seguaci furono rimandati senza processo.

La morte di esso scioglieva da gravissimi imbarazzi l’Austria che avevagli promesso un aumento di territorio nelle Marche, e gli altri Alleati che aveano promesso un compenso a Ferdinando in Italia. Il quale allora ricuperava anche la terraferma; ma non che ottenere accrescimenti come gli altri principi tutti, fu scemato de’ Presidj di Toscana, di Piombino, e di parte dell’Isola d’Elba, posseduti da tre secoli, per darli al granduca austriaco[147].

Contro di Napoleone intanto si era confederata tutta Europa, bandendo due milioni sulla testa di lui, come ai tempi barbari; ricusando ogni accordo come d’uomo alla cui parola non si può fidare. Tre eserciti avventatigli, d’Austriaci con Schwartzenberg, d’Inglesi con Wellington, di Prussiani con Blücher, a Waterloo (18 giugno) riescono vincitori; il francese va sperperato; Napoleone fuggendo traverso a morti e morenti, arriva a Rochefort per tragittarsi agli Stati Uniti, e non trovando navi, rendesi agl’Inglesi, che considerandolo prigioniero di guerra,lo portano a Sant’Elena, isola perduta nell’immensità dell’Oceano, dove visse fino al 5 maggio 1821.

I sovrani alleati ripigliano il congresso per rassettare l’Europa. Vi primeggiava fra i re Alessandro, che aveva potuto comandare s’incendiasse la sua capitale e comandare si risparmiasse la capitale del gran nemico: e secondo il tono di lui, liberali massime si professavano; principi e popoli non dovere far guerra che per indispensabile necessità; la schiavitù e il servaggio abolirsi, qualunque ne sia la forma; connettersi religione, politica, morale; la spada non conferire diritti; aver ognuno a rispettare l’indipendenza dell’altro; ai Governi esser necessario fondarsi su canoni precisi ed espressi; ai popoli competere il diritto di partecipare alla legislazione, di determinare le imposte, di liberamente manifestare il pensiero colla parola e colla stampa. Sciaguratamente fra le precedenti combinazioni di difesa o di assalto nessuno erasi preparato all’opera della restaurazione; e sbalorditi dalla rapidità degli avvenimenti, quando uscirono trionfanti dal rinnovato tumulto operarono con maggiore fretta e minori riguardi: non che ridurre in fatto quelle intenzioni generose, nè tampoco seppero risolversi francamente tra la scuola storica e la razionale, tra lo spirito teutonico e il liberale; e tutti sentivano bisogno di riposo, d’una soluzione a tanti viluppi, qualunque ella si fosse, comunque si sentisse non duratura. E poichè ogni rivoluzione ed ogni riazione dee avere una parola d’ordine, qui fu la legittimità, inventata da Talleyrand pel caso speciale di salvare la Francia dalle minacciate sottrazioni, estesa dagli Alleati a tutte le altre quistioni, talchè l’opera loro dovesse parere un rintegramento del passato, una restituzione dei diritti che l’usurpatore avea tolti ai principi.

L’Austria erasi mostrata la più pertinace, in una lotta quasi incessante di ventidue anni non badando a sagrifizj,a spese, ad affetti, a dignità; ultima sempre a ritirarsi dal campo, sempre nella pace allestendosi alla guerra, e nell’alleanza col nemico spiando le occasioni di dargli il colpo. Dritto parve dunque che, non solo ricuperasse quanto avea perduto in tante guerre e paci, salvo i Paesi Bassi, ma anche ringrandisse con comode comunicazioni verso Italia, e con opportunità di tenere la briglia alla Francia. Se la legittimità proclamata avesse riguardato i popoli, non soltanto i re, Venezia, non rea d’avere favorito Napoleone, sarebbe dovuta risorgere: invece fu assegnata all’Austria insieme colla Lombardia, cresciuta della Valtellina, e col territorio dell’antica repubblica di Ragusi.

Il Canton Ticino, sotto pretesto del contrabbando, era stato occupato dalle truppe del regno d’Italia, e le brighe per unirlo a questo venivano secondate da coloro che ambivano cariche e denaro, o lasciavansi abbagliare dalle gemme del diadema napoleonico, senza vedere che eranvi incastonate col sangue. Caduto l’imperatore, anche i vecchi signori svizzeri ridomandavano i loro sudditi: ma il congresso di Vienna riconobbe la libertà di tutti, e il Ticino formò un cantone della Confederazione elvetica, che dovette darsi una costituzione ristretta, secondo il volere di chi allora poteva, ma che venne poi riformata nel 1830, indi ancora nel 1847 quando la Svizzera abjurò le sue locali tradizioni per aspirare alla centralità come i regni.

I Grigioni ridomandavano la Valtellina; dove in fatto il basso popolo rimpiangeva l’antica tranquillità, e il non pagare, e il non militare, e il sale buon a mercato, e il privilegio di commercio e di transito; e Parravicini e Juvalta, capi della sollevazione del 1809 (pag. 191), ora sollecitavano l’unione agli Svizzeri. Ma troppi ambivano tenersi uniti alla ricca Lombardia, e ad una Corte che poteva dare pensioni, titoli, impieghi; DiegoGuicciardi, spedito a Vienna a invocare la fusione colla Lombardia, ostentava le ragioni per cui la valle non potea essere svizzera; e se Capodistria, rappresentante della Russia, esaltava i vantaggi dello stato libero, Guicciardi rimbalzavali col solito pretesto che i Valtellinesi non erano maturi per la libertà. Quasi non potesse dirsi altrettanto de’ Ticinesi! L’Austria carezzò quest’opportunità di congiungere a’ suoi dominj d’oltre alpe il cisalpino; e l’ottenne allorchè lo sbarco di Napoleone fece sentire la necessità di tenersela amica nel nuovo frangente; Guicciardi ringraziò a nome del popolo, godendo di gridare egli primo — Viva Francesco I nostro imperatore e re»; e la Valtellina rimase provincia del regno lombardo-veneto.

Della cui istituzione Bellegarde pubblicando (16 aprile) la regia patente, diceva: — Una tale determinazione conserva a ciascuna città tutti i vantaggi che godeva, e ai sudditi di sua maestà quella nazionalità che a ragione tanto apprezzano». Subito l’esercito italiano fu sciolto, e molti uffiziali cercarono fortuna altrove, come Ventura che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor nelle Indie, Codazza che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da ingegnere, e colonizzò l’alta regione della Cordiliera marittima del Venezuela, e così altri. A Venezia erano in costruzione sette grossi legni francesi e quattro italiani, e molt’altri in armamento, e gran cumulo di quanto occorre ad attrezzare: e furono interrotti i lavori, legnami e boschi venduti agl’Inglesi, che li fecero spaccare.

Pertanto l’Austria che, nel secolo precedente, non teneva in Italia che il Milanese, separato dagli altri suoi Stati ereditarj, trovossi un regno di cinque milioni di abitanti e ottantaquattro milioni di rendita, con Venezia e trecento miglia di litorale, e selve e uomini per una forza marittima; da un lato aperti la Svizzera e il Piemonte,mal guarnito dall’indifeso Ticino; dall’altro assicurato il tragitto del Po colle guarnigioni di Ferrara, Piacenza e Comacchio; unite le sue provincie alle transalpine mediante il Friuli e la Valtellina, potea scendere per le valli tutte dall’Adda all’Isonzo; invece della sola Mantova, fortezza poco rassicurante, coprivasi colle robustissime linee del Mincio e dell’Adige; Legnago, perduta dapprima nelle basse pianure, diveniva importante anello fra Mantova e Verona: vuole offendere? può spingersi nella Romagna e nella Toscana, dimezzando l’Italia; è costretta a difendersi? le si prestano le linee del Po e del Ticino, dopo queste l’Adda, indi il Mincio, infine l’Adige, dove Verona ridotta a campo trincerato di prim’ordine, tiene alle spalle tutte le riserve e i depositi dello Stato, e per una serie di fortalizj da monte a monte si connette fino colla metropoli. Collocando parenti suoi sui troni di Toscana, di Modena, di Parma, l’Austria teneva la mano sulla media Italia. Se non che nei paesi italici si erano diffuse, durante la dominazione francese, idee mal consonanti col sistema di essa, onde avrebbe a stentare nel soddisfarle e nel reprimerle.

La dinastia toscana, quantunque compensata già con lauti possessi in Germania, ricuperò l’antico granducato, aggiungendovi que’ Presidj e la porzione dell’isola d’Elba che tanto erano costati a Napoli; nel principato di Piombino erano riservati i beni e i diritti proprj della casa Ludovisi Buoncompagni, la quale poi ne fe cessione per ottocentomila scudi romani.

La vedova del vivo Napoleone era figlia dell’imperatore d’Austria, onde si volle fosse collocata in una reggia: e le assegnarono Parma, Piacenza e Guastalla a vita, a scapito del Borbone già re d’Etruria, a questo attribuendo la libera Lucca, che alla morte di Maria Luigia lascerebbe alla Toscana per occupare Parma ePiacenza[148]: intanto Austria e Toscana gli pagherebbero cinquecentomila lire. In quel raffazzonamento nè tampoco si badò alle convenienze geografiche: Benevento e Pontecorvo papali rimasero chiusi nel regno; un distretto della Lombardia nella Svizzera; Castiglione e Gallicano lucchesi nel Modenese: a un brano di Toscana non si giungeva che traverso a Lucca, come i Modenesi doveano attraversare Toscana per giungere a Massa e Carrara: la Corsica fu tolta alla vicina Liguria, a’ cui padroni si lasciava invece la lontana Sardegna: Sicilia perdea la sovranità sopra Malta e Gozzo, pur conservando le smarrite isolette di Lampedusa e Pantelleria.

Il ristabilimento del re di Sardegna era sempre stato a cuore agl’Inglesi, che pensavano anche invigorirlo perchè fosse barriera alla Francia, attesochè soltanto per la debolezza del Piemonte era Buonaparte potuto penetrare in Italia: anzi dei prigioni di guerra aveano formato una legione reale piemontese. Al cadere di Napoleone (1814 27 aprile), il principe Borghese stipulò con Bellegardee Bentinck che anche dal Piemonte si ritirassero le truppe francesi, consegnando agli Alleati le cittadelle d’Alessandria, Gavi, Savona, Fenestrelle, Torino; una dichiarazione del maresciallo austriaco Schwartzenberg annunziò agli abitanti di terraferma e del contado di Nizza: — I vostri desiderj sono appagati; voi vi troverete di nuovo sotto il dominio di quei principi amati che hanno fatto la felicità e la gloria vostra per tanti secoli»; prometteva oblìo del passato, lodando chi, sotto al dominio straniero, avea conservato la reputazione di valore e probità.

Tentata invano la Lombardia al momento della insurrezione di Milano, il re e il suo ministro Agliè trescarono al congresso di Vienna per spingere il dominio fino alla Magra e all’Adige; ciò tornar opportuno ad impedire gl’incrementi eccessivi dell’Austria; nè potersi considerare sicuro il Piemonte se non avesse Mantova e Peschiera. Altre influenze impedirono la domanda.

Al ricomparire di Napoleone, il Piemonte improvvisò un esercito di quindicimila uomini cogli avanzi del francese, e postosi in linea cogli Alleati, occupò i dipartimenti delle alte e basse Alpi, e sperò ottenere qualche brano che rendesse migliore questa frontiera, schiusa colle strade del Ginevro e del Cenisio: e in fatto mediante reciproche concessioni determinò i suoi limiti verso la Svizzera, e convenne che le provincie del Ciablese, del Faucigny, della Savoja a settentrione di Ugine godessero la neutralità elvetica, rimanendo sgombre di truppe in evenienza di guerra, e il re potesse fortificare come voleva. Il principato di Monaco fu conservato ai Matignoni, ma sotto la protezione della Savoja.

Bentinck, avuta per capitolazione Genova, dove stavano ducentonovantadue cannoni ma debolissima guarnigione, vedendo «il desiderio generale della nazione genovese essere per l’antica forma di governo, sottocui ebbe libertà, prosperità, indipendenza, e tale desiderio parendo conforme ai principj professati dalle Potenze alleate di rendere a ciascuno gli antichi diritti e privilegi», ristabiliva lo stato come nel 1797 «colle modificazioni che la volontà generale, il bene pubblico, lo spirito dell’antica costituzione potessero domandare». Ma il proposito d’opporre nel Piemonte una barriera robusta alla Francia, fece che a quello si donasse Genova. Invano quel Governo provvisorio protestò richiamandosi all’indipendenza garantitale nel 1745 ad Aquisgrana; invano Mackintosh al Parlamento di Londra mostrava il Genovesato essere un territorio amico occupato da nemico, sicchè, espulso questo, rientra in proprietà di se stesso.

Perduta la speranza dell’antico stato, volevano almeno formare un principato indipendente, e si offrirono al duca di Modena, a Maria Luigia di Spagna; poi vedendosi «dati a un principe forestiero», almeno chiedeano assumesse il titolo di re di Liguria, con una costituzione garantita dalle Potenze. Non ottennero se non che agli altri titoli di re di Sardegna unirebbe quel di duca di Genova: la città avrebbe porto franco, senato, e Università, non imposte maggiori di quelle che allora subivano gli Stati sardi; in ogni provincia un consiglio di trenta possidenti ogn’anno si radunasse per trattare dell’amministrazione comunale, e dovesse aversene il voto per istabilire nuove imposte[149]. Così quellaCasa che, contro il proprio interesse, erasi mostrata avversissima alla rivoluzione, conservava tutti i suoi dominj di qua e di là de’ monti, e veniva rinvigorita come guardiana dell’Alpi contro i due colossi confinanti. Gli Austriaci, dopo aver fatto saltare le mura di Alessandria e le opere esteriori in cui Napoleone aveva speso venticinque milioni, la sgomberarono, e divenne arcifinio verso la Lombardia l’indifeso Ticino.

Francesco IV d’Este, cugino e cognato dell’imperatore d’Austria, avea sperato la corona d’Italia, o almeno il Piemonte, nel quale intento aveva anche sposato Maria Beatrice figlia maggiore di Vittorio Emanuele suo cognato; ma non ebbe che gli Stati di Modena, nei quali sedutosi alla morte di sua madre, proclamò ancora il codice del 1774 e le leggi vigenti prima del 97.

Si parlò di confederare gli Stati italiani fra loro; ma le gelosie degli uni verso gli altri e di tutti contro della preponderante impedirono un fatto, che gli avrebbe tolti dal rimanere zimbello della politica esterna[150].Sulle isole Jonie poteva ostentare qualche pretensione la Russia; ma il disinteresse d’Alessandro o la gelosia de’ suoi amici fecero riconoscerle repubblica sotto il protettorato dell’Inghilterra, la quale vi teneva guarnigione e un lord commissario, e nominava il presidente del senato.

Per debiti verso particolari nei paesi perduti, la Francia dovè pagare ducenquaranta milioni, di cui toccarono cinque allo Stato pontifizio, quattro e mezzo alla Toscana, uno a Parma, venticinque al Piemonte; dei centrentasette impostile per costruire fortezze contro di lei, dieci gli ebbe la Savoja per munire la frontiera. Riguardo ai fiumi che lambono diversi Stati, fu convenuto che la loro navigazione rimanesse libera, salvo i regolamenti di polizia; uniforme e invariabile la tariffa dei diritti; ciascuno Stato provvedesse al mantenimento delle sponde e del letto dalla sua parte.

Tutto ciò erasi fatto per mera utilità, senza riguardo a nazionalità, a storia, a convenienze morali, a guisa d’un raffazzonamento istantaneo, imposto dalla necessità, e contro cui reclamerebbero e principi e popoli. Lord Castlereagh, plenipotente dell’Inghilterra, reduce dal congresso di Vienna, interpellato dal Parlamento sopra il «mercato de’ popoli fattosi colà», rispondeva che l’intento suo era stato «di stabilire un sistema, sotto al quale i popoli potessero vivere in pace tra loro; però non resuscitare quelli periti, il cui ristabilimento ponesse in nuovi pericoli l’Europa. L’Italia che fece ella per iscuotere il giogo francese? perciò non poteva essere considerata che come paese conquistato: bisognava cederla all’Austria, affinchè questa rimanessestrettamente unita a noi... I pregiudizj dei popoli non meritano riflesso se non quando non si oppongono a uno scopo prestabilito. Ora le potenze confederate essendosi obbligate a garantire la sicurezza dell’Europa, questo obbligava a fare violenza ai sentimenti degl’Italiani»[151].

Una rivoluzione cominciata in nome della democrazia, toglieva di mezzo tutte le antiche repubbliche e gli Stati elettivi, mentre assodava le monarchie: tante conquiste per l’incremento della Francia erano riuscite a ingrandire solo i suoi nemici, poichè l’Austria si trovò padrona dell’Adriatico e delle Alpi, del mar Ligure il Piemonte, del Reno la Prussia, la Russia del Baltico;e l’Inghilterra n’ebbe l’occasione o il pretesto di soperchiare ogni rivale.

Spogliati o mozzi i deboli, non restano che i colossi; ed Alessandro stese l’atto della santa alleanza, in istile mistico come tutti i proclami suoi, coi regnanti d’Austria e di Prussia, obbligandosi diplomaticamente alle virtù evangeliche: singolare espressione della politica in forma biblica, che rivela come fosse sentito generalmente il bisogno di posarsi in qualche idea generale. Prometteano dunque, «conforme al precetto evangelico, di restare legati indissolubilmente d’amicizia fraterna, prestarsi mutua assistenza, governare i sudditi da padri, mantenere sinceramente la religione, la pace la giustizia; essi re si considerano membri d’una medesima nazione cristiana che ha per unico sovrano Gesù Cristo verbo altissimo, e incaricati ciascuno dalla Provvidenza di dirigere un ramo della famiglia stessa».

Un accordo fatto nel nome di Dio e pel bene dell’umanità dava lusinga alle menti: ma queste frasi che cose significavano? ch’essi erano padri, i quali si univano per disporre da soli ciò che credessero il meglio de’ loro figliuoli, senza questi ascoltare. E in fatto l’ordinamento interno di ciascun paese si considerò come sacra proprietà del principe, il quale dovesse provvedervi secondo la sua buona volontà, senza riconoscere diritti di popoli.

Omaggio alle idee liberali fu il restituire i capi d’arte, adunati dalla vittoria a Parigi nel museo Napoleone; e il non darli ai nuovi padroni, bensì ai paesi stessi; al Belgio i quadri d’Anversa, benchè assoggettato all’Olanda; a Venezia serva quelli tolti a Venezia libera. Allorchè Denon a Pio VII mostrava quel museo, e compassionavalo del rammarico che proverebbe in vedervi le opere tolte al suo paese, il pontefice gli rispose: — La vittoria le avea portate in Italia; la vittoria ledepose qui; chi sa dove un giorno le riporterà?» Ed ecco la profezia adempiuta: ma tanto più restavano scontenti i Francesi del vedersene spogliati, e faceano pasquinate contro il Canova, nonimbasciatoremaimballatore, venuto a sovrintendere al ritorno delle statue e de’ quadri italiani[152].

Un altro fatto onora quel congresso. L’Africa settentrionale fu sempre strettamente congiunta alle vicende italiane. D’Italia, di Spagna, dalle Baleari in ogni tempo v’affluì gente, trovandovi clima acconcio, terre da lavorare, industria da esercitare: la pesca de’ coralli a Bona e alla Calla v’era fatta da Siciliani e Napoletani. Nel 1520 i Turchi, occupatala per opera del famoso corsaro Barbarossa, vi formarono Stati, col nome di Barbareschi, che violano tutte le leggi della civiltà insultando alle bandiere d’ogni potenza, e corseggiando le navi che solcano il Mediterraneo, per rapirne robe e persone da rendere poi a grossi riscatti o da tenere in servitù. L’Europa si rassegnò lungamente a pagare loro un tributo per far rispettare questa o quella bandiera; il reprimerli fu scopo ad imprese degli Spagnuoli, dei Veneziani, dei cavalieri di Malta e di Santo Stefano; avolta a volta qualche potenza vi recò guerra, ma non mai col proposito di sterminarli.

Il blocco continentale crebbe baldanza ai Barbareschi; ma venuta la pace, l’Inghilterra fu incaricata dal congresso di Vienna di procurare s’abolisse la schiavitù de’ Cristiani. Essa contrattò riscatti a nome della Sardegna e di Napoli, che s’obbligavano a un tributo e a pagar centinaja di piastre per ogni liberato; poi vergognatasi, spedì lord Exmouth a imporre fossero rilasciati i Cristiani senza riscatto, e abolitane la servitù. Tunisi e Tripoli sbigottite si obbligarono a rispettare la bandiera cristiana, e rilasciarono Tunisi ducenquarantaquattro schiavi sardi e ottantatre romani, Tripoli molti altri. Algeri ne rendè cinquantun sardi, trecencinquantasette napoletani, ma al prezzo stipulato: poi tardando a dichiarare l’abolizione, l’ammiraglio bombardò la città, che vistasi incendiare la flotta, cassò la schiavitù de’ Cristiani, e restituì quanti ne teneva cattivi. Trovaronsene quarantanovemila fra tutti gli Stati barbareschi, e mille cinquecento ad Algeri, di cui settecentosette napoletani e censettantanove romani.

Effimero riparo; e la pirateria continuò finchè l’ingiuria portata all’eccesso non recò la bandiera francese sulle mura d’Algeri.


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