LIBRO DECIMOSETTIMO

LIBRO DECIMOSETTIMOCAPITOLO CLXXXIII.La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21.

Italia è dunque rimessa sul piede antico, almeno all’intendere di coloro che nelle paci si appagano della firma dei sovrani, anzichè cercare l’unico stabile fondamento, il rassetto delle idee. Le comuni sventure aveano avvertito i re che, separati dai popoli, restavano preda della prima bufera: i popoli da tante sciagurate prove aveano attinto un vivissimo desiderio della quiete, fino ad immolarle parte della dignità; sicchè con esultanza i principi furono accolti dappertutto. Nessun di loro accompagnò il ristabilimento colle vendette che la disonorarono quindici anni prima: sentivano d’aver fallato ed essi e popoli; e in tal caso nulla s’ha meglio a desiderare che la reciproca dimenticanza. Ma nell’improvvida loro bontà i principi si davano a credere bastasse il dimenticare: quindi, dopo aver tutti fomentato le idee liberali, e riconosciuta la sovranità dei popoli coll’invitarli a ribellarsi, pretesero ridurli alla passiva obbedienza, ad affidarsi nel cuor loro paterno. E poichè è natura di tutte le riazioni di spingersi colle speranze più in là che non possano giungere i fatti, non s’accorgeano che il tempo fa ruine cui nessuno può ripristinare, e sciagurato chi vi si ostina invece di profittarne pererigere edifizj nuovi. Se dunque i primi effetti della pace arrisero, se la pace stessa rallentava l’oppressione togliendo o pretesto od occasione agli arbitrj, ben presto rivisse l’attività della repressa ma non tolta rivoluzione, e apparve quanto cambiati fossero i governanti non meno che i governati.

Napoleone, coll’abbattere a voglia i re o tenerseli vassalli, ne offuscò l’aureola; rotta la storia, ruppe anche la patria e la famiglia col render l’uomo cosmopolita, cioè soldato e mero elemento di forza; alla religiosa venerazione pel passato surrogò l’entusiasmo politico, alla fraternità una comunanza di obbedienza che mentre annichilava i sudditi, rendeva più facile ad abbattere l’autorità.

Vent’anni di guerra aveano rinvigorito gli ordigni dell’amministrazione, abituato i Governi agli arbitrj dei tempi eccezionali, quando lo Stato è tutto, nulla l’individuo[153]. Quest’assolutezza parve un acquisto, nè iprincipi vollero rinunziarvi nella pace; tutto regolarono per decreti; guardarono come concessione l’esercizio delle naturali libertà; non viaggiare senza passaporti, non tener armi senza licenza, non istampare senza censura, non istudiare che nelle scuole regie; necessaria la regia approvazione per istituire compagnie, per esercitare la beneficenza, per divertirsi, per le spese e pei magistrati comunali, per l’elezione dei vescovi e de’ parroci; affidata ogni cosa alla parassita turba degl’impiegati: insomma si fecero dipendere dal beneplacito del Governo mille atti, di cui prima della rivoluzione godeasi e non prezzavasi la libertà. Lo spirito di famiglia, di corpo, di città, di patria, di religione, insomma quello spirito pubblico che è vita e forza della società, soccombeva alla simmetria d’un’amministrazione centrale e all’oculatezza della Polizia, la quale sempre acquista importanza primaria dopo una rivoluzione[154].

Dacchè i Governi vollero concentrata in sè tutta la vita, restò ad essi tutta la responsalità; ucciso lo spirito di sagrifizio, tolto il dovere o l’impulso dell’attività individuale, gli uomini non furono che cifre, e il dirigerli un atto di forza; talchè non rimase a scegliere che tra una dipendenza cieca o una forsennata anarchia. I Governi trovavansi per avversario non un uomo o una classe, ma il libero arbitrio, il quale ricalcitrando da quella meccanica classificazione, obbediva solo in quanto costretto; e così agevolavasi l’opera del despotismo,cioè delle rivoluzioni, dove una piccola minorità o un prepotente o un esercito cambiano le istituzioni d’un popolo per darvene altre non meno dispotiche.

Realmente la libertà, come altrove, così in Italia era antica, e nuovo il despotismo, giacchè solo la rivoluzione francese annichilò que’ privilegi municipali e provinciali che sono la forma del diritto prima che diventi comune[155]. I principi accettarono la restaurazione in quanto ripristinava la loro potestà, non in quanto rifletteva ai popoli; e così si fecero rivoluzionarj sia calpestando gli antichi diritti storici de’ sudditi, e con ciò traendo questi a chiederne di nuovi e radicali, sia accettando i doni della vittoria, cioè consacrando la forza, e riducendo il diritto al fatto, la ragione alla riuscita.

Tutti quegli ordigni gli aveva introdotti Napoleone, e ne ritrasse odio e debolezza; i succeduti faceano altrettanto, ascrivendone ad esso la colpa. Ma il popolo diceva: — Siam servi come prima, paghiamo quanto allora, diamo ancora i nostri figli a marcire nelle guarnigioni o su terre straniere, e non ci restano tampoco il fragor della gloria, il compenso delle apparenze». Le divise militari, l’apparato teatrale delle magistrature, le rassegne, le pompe lasciarono il barbaglio dopo cessate le fitte; e poichè il passaggio dalla vita militare alla civile è naturalmente prosastico, que’ Governi positivi, misurati, paterni sentivano di meschinità a fronte della preceduta carnevalesca splendidezza, della rapidità di eseguire o almeno comandare tante opere pubbliche, incompatibile con amministrazioni ponderate e massaje.Impiegati tolto di posto o sminuiti di grado e di potenza, arrangiavano continue lodi del passato; speculatori cui erano mancate le occasioni d’improvvisi guadagni, moltiplicate in tempi turbinosi; militari avvezzi a rapidamente acquistar gradi e sperarne di sempre maggiori, e che coll’occasione d’uccidere e farsi uccidere vedeansi tolta quella di diventar generali, e che, tutti fede nell’onnipotenza delle armi, si persuadevano che un pugno di veterani d’Austerlitz o di Catalogna basterebbe a sgominare un esercito di costoro che parean nani a confronto del gigante di Marengo e di Jena, ridestavano il culto di Napoleone, inneggiato non per i beni che recò o rappresentò, ma per izza ai dominanti nuovi, che ne proscriveano i ritratti e il nome.

Perocchè Napoleone, mentre in Francia per tiranno, fuori passava per liberale, avendo diffuso qui alla cheta ciò che per la furia erasi guasto colà, ed operato assai più che i principi del secolo precedente, non limitandosi a riforme amministrative, e dando statuti e leggi fondamentali ch’erano una scuola politica iniziatrice. Il regno d’Italia e quegli altri alla francese erano costati sangue e tesori e servitù, ma in effetto aveano surrogato codici metodici e brevi alla farragine di decreti e di pratiche, risultanti da molti secoli e da eterogenee dominazioni; la procedura semplificata ed evidente sottraeva ai lacciuoli de’ mozzorecchi e alle ambagi dei legulej; l’inestricabile varietà dei tributi erasi ristretta in pochi e chiari; pubblici il debito e le ipoteche; garantiti con queste e coll’intavolazione le proprietà e i contratti; distinta la potestà civile dalla militare, l’amministrativa dalla giudiziale; sistemati i municipj, parificato il diritto di tutti in faccia alla legge. Questi erano benefizj effettivi; e quantunque già fossero qui predisposti e in parte attuati, se ne ascriveva il merito a que’ Governi. Ora molti de’ principi ristabiliti credetterovantaggio del popolo il derogarli, per tornare ai vecchi di cui era cessata la ragione, cioè l’abitudine; e coll’astiare il passato più che affidar nell’avvenire, favorirono l’inclinazione ingenita nei popoli di rimpianger l’ordine caduto per raffaccio del presente.

Mentre abolivasi il buono, conservavasi il peggio. In quello stato violento e di guerra, i principi aveano dismesso i primitivi comporti paterni, a fronte di nemici che bisognava combattere, di popoli che aveano esultato ai loro disastri. La lebbra napoleonica degli eserciti numerosi non guariva perchè non se n’erano tolte le cause; e si continuò a sagrificarvi la quiete, gli affetti, la moralità, le famiglie: in conseguenza bisognò mantenere le imposizioni come in tempo di guerra rotta, eppure deteriorare le finanze, acciocchè la forza armata desse ai Governi il sentimento di poter ogni cosa senza far mente alle inclinazioni o ai bisogni de’ popoli.

Ma l’operosità, distolta dalla gloria militare, avea preso un indirizzo nuovo, occupandosi di trattati, di miglioramenti, di lotte parlamentari, e insieme dell’industria e del credito pubblico, di statistica e politica; e tornossi a ragionare di diritti e libertà. Gli Stati prima della rivoluzione poggiavano sul privilegio e la gerarchia delle classi, e sull’unione di queste tra loro in modo, che il clero, la nobiltà, le maestranze delle arti, le municipalità, protette da concessioni o da consuetudini, impedivano ai Governi d’essere assoluti, e sminuzzavano fra moltissimi corpi l’azione amministrativa. Altrettanta disuguaglianza sussisteva nei beni, alcuni legati indeclinabilmente in manimorte, altri tenuti a certe servitù di livelli e prestazioni, altri ristretti in fedecommessi, godibili non alienabili, che dovevano trasmettersi intatti di generazione in generazione.

Camminando nel solco avito, gli uomini compivano per usanza un’infinità di atti, e veneravano tradizionalmentel’autorità, non tanto rassegnandosi, quanto neppure riflettendo al peso di essa: e le abitudini di dipendenza da una parte, di patronato dall’altra tutelavano la società che aveva l’arbitrio per massima, la libertà per effetto. La rivoluzione richiamò in disputa tutti i principj, tutte le autorità, fin la paterna; e stabilì la naturale indipendenza dell’uomo, che abbandonato agli impulsi della propria natura, userà tutte le sue forze a procacciarsi il maggior numero di sensazioni piacevoli, il che si chiama felicità. A tal uopo egli si elegge dei governanti, e si rassegna ad essere governato: ma se coloro riescano d’impaccio all’incremento di tal sua felicità, egli potrà abbatterli; potrà surrogarsi ad essi quando ne invidii la quantità maggiore di sensazioni gradevoli.

Come ciascuno fu dichiarato uguale all’altro in diritti, pretese esserlo in fatti, sicchè parvero legale ingiustizia le disuguaglianze inerenti alla convivenza; e ciascuno si arrancò a salire, ad acquistare, nessuno più rassegnandosi a quel che prima si chiamava il proprio stato. Ma il livellamento è un fatto puramente materiale, manchevole delle prime condizioni di cuore e di mente; ed ora che non v’è più classi ma soltanto posizioni, sempre sono incerte, sempre minacciate; ciascuno, per mantenersi nella sua o per migliorarla, cerca arricchire; quell’arricchire che altre volte era il piacere di alcuni, ora è fatto passione di tutti.

Lo svincolo dei possessi agevolò i trapassi, crebbe la cura di migliorarli; e i latifondi, testè abbandonati alla patriarcale negligenza di corporazioni e luoghi pii, furono sminuzzati fra particolari, che s’industriarono a trarne il maggior frutto possibile. Così crebbe la ricchezza, e per essa l’industria, e con esse il desiderio de’ godimenti materiali; tanto più che, revocata in dubbio la vita avvenire, non si accettarono i mali diquesta come un’espiazione; e posta per iscopo della vita la felicità, la si volle goder alla presta, fin rinnegando il primo ministro di Dio, il tempo.

Adunque mancanza di principj fissi e universalmente accettati, smania di possessi, di godimenti, di miglioramento materiale, obbedienza violenta alla forza piuttosto che alla legge, erano i nuovi spiriti sociali. Internamente non rimanevano più istituzioni tutrici storiche, non corpi rappresentativi, ma quell’eguaglianza che lascia libertà agli arbitrj: i nobili, mero apparato, non formavano un corpo, difesa e limite al trono, alla cui ombra crescevano; i preti non s’affezionavano a un potere che guardavali con gelosia; i borghesi non poteano rivoltarsi che immediatamente contro il principe; i popoli non s’adagiavano nella quiete, perchè d’un nuovo cambiamento erano lusingati dai tanti che già aveano veduti. Cresceva dunque il desiderio d’una intervenzione attiva ed efficace del Governo nel proprio paese. Non lo ignoravano i principi, i quali della rivoluzione aveano conosciuta la potenza a segno, di valersi dei dogmi e degli stromenti di essa per abbattere colui che l’aveva infrenata. E avrebbero presunto di rimetter il mondo qual era prima di essa? Le idee morali erano svanite tra quella serie d’astuzie, d’abusi della forza, di perfidie; era crollata la reciproca confidenza, che è la più difficile a restaurarsi; i re non erano più i padri d’una gran famiglia, ma conquistatori e capi d’eserciti; alle loro corone era venuta meno fin la consacrazione della durata, dacchè per capriccio o per forza erano state tolte, divise, restituite; dacchè essi medesimi voleano riconoscerle soltanto dalla vittoria, che è un fatto non un diritto; tutti si erano prosternati a un soldato per conservarsele; prosternati al popolo per ricuperarle, senza dignità nè buona fede; il congresso medesimo avea conculcato il diritto de’ popoli, ma insieme sconosciutoquello de’ principi, mutandoli, barattandoli. Intanto i Governi neppur possedeano il vigore d’un assolutismo confessato, ond’erano costretti a turpe discordanza fra quel che promettevano e quel che lasciavano fare; e come i poteri egoisti, credeano assai il guadagnar tempo.

Quindi i principi si lamentavano di non trovare più que’ sudditi docili del Settecento; i popoli si dicevano traditi nelle promesse, delusi nell’aspettazione; Governo e governati non procedeano più di conserva ma gli uni attenti a comprimere, gli altri a rialzarsi, e intanto fremere, denigrare, disapprovare. Cessato di credere alla moralità de’ governati, diveniva necessaria la repressione: cessato di credere alla moralità de’ governanti, diveniva necessario un patto, un freno. Si trovò strano che pochi forti dessero assetto a tutt’Europa, ed uno in ciascun paese facesse le leggi, disponesse delle entrate a vantaggio proprio, non dei più: e vagheggiavasi un meglio che pareva più bello quanto meno era determinato. Alcuni principi fuor d’Italia aveano adempiuto le promesse concedendo una costituzione ai loro popoli; costituzione non fondata sulla storia, come la inglese; neppur patto bilaterale fra il regnante e i sudditi, ma donata da essi principi, i quali del passo medesimo poteano ritoglierla. Le più avanzate fra quelle costituzioni portavano l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, libertà della parola e della stampa, più o meno partecipazione de’ rappresentanti del popolo a far le leggi e ad assettare le imposte, inamovibilità de’ giudici, responsalità dei ministri. Tale l’avea ottenuta la Francia; e messa come è nel centro dell’Europa, e mirata come il tipo della civiltà, e con una lingua a nessuno ignota, traeva l’attenzione sulle quistioni costituzionali che alla sua tribuna pareva si agitassero in nome di tutto il mondo; e di colà erompeva quella pubblicità che altrove teneasi repressa.

I Governi eransi data aria di mecenati coll’estendere gl’insegnamenti classici; aumentando la folla de’ saputi, che più presuntuosi nelle aspirazioni quanto meno atti all’opere, colla parola audace insieme e inesperta sovvertono le indisputabili verità, e tirano l’opinione in balìa di chi meno ha senno di guidarla[156]. Aperta che fu l’Italia, affluirono forestieri a venerarne le ruine, ammirarne il cielo, goder le bellezze che vi nascono dal bacio immortale dell’arte e della natura, diffondervi il denaro e insieme le idee. Memorabile fra questi fu la principessa di Galles, che menò pompa di libidini principalmente in Romagna e sul lago di Como, poi non voluta ricevere dal marito divenuto re d’Inghilterra, diede origine ad un processo scandaloso, dove i nostriaccorreano a testimoniare in difesa di quell’indegna, o perchè pagati o perchè perseguitata. Il francese Beyle col nome di Stendhal, scettico e volteriano ancora, ma già piegato ai concetti romantici e fino al misticismo sentimentale, viaggiò l’Italia, panegirista di essa e della passione, legandosi col meglio della società e della letteratura, e carezzandovi l’amore delle novità. Lord Byron, l’Alcibiade britannico, che non soddisfatto della sua patria, ne esulò volontario, e invece delle assodate libertà di quella, fomentava le avventurose dei rivoluzionarj, venne coll’esempio a sparger gusti strani e falsi sentimenti di raffinato egoismo e voluttuosa misantropia fra i nostri giovani, e contaminare le nostre donne, finchè diede un nobile scopo alla sua vita andando a combattere per la risorta Grecia[157]. Questi e tanti altri ci metteano sott’occhio passioni, sentimenti, atti, lettere, che distoglievano più sempre dalle abitudini nazionali, e invogliavano delle innovazioni, dell’operosità.

Speciali malcontentezze aveva l’Italia. Chiamata all’unità dalla sua ben distinta postura e dalla religione che qui tiene suo centro, è tratta all’isolamento di ciascunaprovincia dalla bellezza di tutte, dalla conformazione geografica, e dal non esservi predominato verun conquistatore, quanto i Franchi nelle Gallie, i Normanni in Inghilterra. Non che da ciò le derivasse pregiudizio, ebbe l’età più splendida quando ciascuna città ricca d’ubertà, di commercio, di dottrina, sentiva bastarle intelligenza, coraggio, mezzi di divenir capitale. La nazionalità fermavasi dunque alle frontiere di ciascun dominio: Genova non provava bisogno d’unirsi a Napoli; nulla chiedeva Milano a Firenze; le guerre da Venezia a Romagna, da Toscana a Sicilia non guardavansi come fratricide, nulla più di quelle tra Francia e Borgogna, tra Castiglia ed Aragona.

Ma come il pressojo connette materie scomposte, così rimpetto all’oppressione straniera l’Italia sentì d’esser una; lo sentì nella lingua, nelle arti, nella letteratura, supremamente nazionale già fin da Dante, e nella quale il nome di lei visse anche quando lo cancellavano le spade e la diplomazia. Tale sentimento però restringevasi nelle classi colte; e queste pure non facea repugnanti alla dominazione forestiera, contro la quale appena trovereste un lamento negli scrittori del secolo passato. Merito della natura dei Governi d’allora che, non ancora ossessi dal demone regolamentare, usavano riverenza alle forme storiche, e qualunque fosse il dominio, conservavansi nazionali, moltissima azione lasciando a’ rappresentanti de’ municipj e delle provincie; sicchè molti partecipavano in qualche porzione all’autorità, colla nobile compiacenza d’affaticarsi pel proprio paese.

Buonaparte proclamò non saremmo nè tedeschi nè francesi, ma italiani; poi ci divise, ci barattò, ci vendette; costituì un regno d’Italia, ma sconnettendone importanti porzioni, e col pomo della sciabola foggiandolo alla francese. Al cader suo, dagli Alleati che aveano trionfato in nome della libertà e dell’indipendenza,sperò vita l’Italia: ma essi la spartirono fra signori, quali antichi, quali nuovi, quali perfino a tempo, e tutti patriarcali. Il Governo intermedio aveva cassato le antiche rappresentanze tutorie, sicchè non rimase che l’assolutismo amministrativo, infelicità nuova. Le tante dogane impacciavano il commercio, e que’ cambj da cui i comodi e la ricchezza. Leggi discusse, giudizj pubblici e di gradi determinati, sicurezza del debito pubblico, moderazione d’imposte, franchezza del pensiero, pubblicità d’amministrazione, larghezza di censura, erano bisogni che il progresso facea sentire tanto più, quanto che se n’era già fatto il saggio. Ma ad ottenerli il maggior ostacolo pareva il Governo straniero, che a tutti gli altri sovrastava; e poichè l’Austria avea professato sosterrebbe i Governi patriarcali d’Italia, in essa concentravasi l’avversione dei liberali.

Si aggiunsero fortuite disgrazie; e a Napoli, oltre l’incendio del gran teatro, la peste s’introdusse nella terra di Bari: la carestia desolò tutta la penisola il 1816 e 17, sicchè dagli Appennini calavano i poveri a torme, a guisa di zingari vagando di terra in terra, e rubando o accattando, or in cupo silenzio, or con grida minacciose: e fin nella pingue Lombardia le radici e le erbe erano pascolo disputato. I Governi vi opposero provvedimenti dispotici insieme ed insulsi, che aggravavano il male[158]; lo temperava la carità, operosissima: ma il tristo nutrimento predispose i corpi a un contagio di petecchie che moltissimi uccise: laToscana perdette innumere vite, mentre della fame si imputavano furiosamente i fornaj. Intanto i medici o credendole asteniche con Brown, o steniche con Rasori, applicavano a quelle malattie rimedj opposti; e tutte in favor proprio allegavano le statistiche, le quali forse non provano se non l’impotenza dell’uomo contro questi flagelli, di cui non è insolito che i popoli dieno colpa al Governo, e dicano anche qui, — Oh al tempo de’ Francesi! — Oh sotto l’altro Governo!»

Di tutti questi elementi formossi quel che fu nominato liberalismo. Che sovrano sia il popolo, in modo che la generalità rimanga sempre autorità suprema, e i magistrati esercitino i poteri soltanto per trasmissione fattane loro dal popolo, il quale può anche privarneli, e a cui sono sempre obbligati a render conto; che tale massa collettiva eserciti il potere supremo realmente e direttamente, nel che consiste lademocrazia; che il cittadino nell’uso della propria libertà non sia limitato da riflessi al ben pubblico, alla costumatezza, alla fede, ma soltanto dalla libertà altrui, sicchè non v’abbia restrizioni nello spartimento dei beni, nell’esercizio de’ mestieri, nel domicilio, nella predicazione, negli atti comunque scandalosi, nel che consiste lalibertà; che in tutte le relazioni pubbliche nessuna diversità di diritti nasca dalle condizioni reali, cioè dai possessi, nè dalle professionali o dal ceto e dalla corporazione, nel che consiste l’uguaglianza; che le istituzioni riconosciute ragionevoli dalla maggiorità vengano tosto attuate, senza riflesso a condizioni storiche o morali nè a diritti acquisiti, nel che consiste iltrionfo della ragione; infine che, abolita la religione dello Stato, non si badi a professione di fede, a culto, a sanzione di atti civili; sono questi postulati che la Rivoluzione erasi proposto di ridurre ad atto, e sono i medesimi che il liberalismo caldeggiava. Ma poi, o per illogica transazioneo per forza, rispettava le autorità esistenti, le naturali condizioni della vita e gl’interessi materiali; e se alcuni vagheggiavano l’America, prosperante senza re nè nobili nè clero, i più accontentavansi di sollecitare lo sviluppo delle condizioni sociali com’erano. Ne veniva una specie di dottrinale compromesso tra la verità e la menzogna, il quale bisogna ben distinguere dalla vera libertà, che porterebbe il massimo del potere privato col minimo del governativo, il più ampio uso delle facoltà individuali coll’esercizio del diritto universale. La perpetua tutela, l’accettare i magistrati invece di sceglierli, la volontà sottomessa a irragionati comandi, la niuna garanzia dei diritti, l’autorità incondizionata possono conciliarsi colla materiale felicità; non colla dignità d’uomo che ha bisogno d’aver fiducia nel proprio diritto e sicurezza contro l’abusata potestà e contro vessazioni arbitrarie, di poter ritenere o spendere a modo suo il frutto del suo lavoro, di partecipare alle ordinanze dalle quali penderà il suo ben essere, insomma d’un governo intelligente e probo.

Di tal passo, alla consuetudine e alla fede perdute surrogavansi negli animi l’opinione e l’individualità, cioè il vacillamento e l’egoismo; l’assoluta eguaglianza portava alla sovranità del popolo, e per conseguenza alla preponderanza del numero, il che riesce ancora alla superiorità della forza e alla perpetua mobilità; un’immedicabile scontentezza del presente, qualunque esso sia; un attribuire merito alla opposizione ragionevole o no, dissolvente o restauratrice; un credere all’onnipotenza della parola, scritta o declamata, e che con essa e con decreti si possa cambiare il mondo, nulla riguardando alla storia nè alle idee e alle abitudini del popolo; un volere che certe dottrine di pochi, e per lo più negative, vagliano come dogmi, e siano accettate anche dal popolo che non le intende, e per cui nonhanno importanza. Come tutti i partiti, questo considerava traditore il pensante che conservasse l’indipendenza morale, e degradava il popolo facendogli maledire o adorare feticci, a volontà degli ambiziosi e de’ viziati, invece di adoprarsi nel surrogare la riflessione alla passione.

Da Napoleone aveano imparato i re a ledere i possedimenti privati con imposte e contribuzioni illimitate, e il possedimento più sacro, la nazionalità: i liberali ne appresero a non calcolar mai la possibilità, proporsi un fine senza misurarlo ai mezzi, e scordarsi che, nella lotta delle idee contro le cose era soccombuto anche il gigante. Molti erano fior del paese, generosi e d’integra fede: ma come accade, vi si aggregavano i malcontenti di diverso merito e colore; que’ nobili e quel clero che aveano sognato recuperare i vecchi privilegi, e svogliavansi di Governi che gli aveano ripristinati soltanto per sè; que’ letterati cui tardava l’occasione di metter in piazza le proprie abilità; quei tanti che, sentendosi capacità od ambizione per governare, non si vedevano adoperati[159].

Le società secrete, durante l’Impero, avevano ritemprato il sentimento nazionale contro l’invasione delle idee e della dominazione forestiera; conservato la memoria e il desiderio di quella libertà che lo stivale ferrato conculcava. I re n’avevano profittato contro i loro nemici: ma le perseguitarono, dacchè, cangiando non direzione ma oggetto, si rannodavano contro le nuove oppressioni.

I Carbonari, costituitisi nelle montagne calabresi dominando Murat, si attenevano in gran parte ai riti massonici; se non che in questi proponevansi la vendettadell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo, e ristabilirne il regno. Vi si aggregarono anche magistrati e lo stesso re dopo che ruminò l’indipendenza: e l’esercito di lui nell’ultima incursione lasciò numerosevenditenelle Legazioni, donde si diffusero alla Lombardia, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. Nel costoro ordinamento, una vendita particolare non comprende più di ventibuoni cugini, in relazione fra sè ma isolati dalle altre vendite: i deputati di venti parziali vendite ne formano una centrale, che per via d’un deputato comunica coll’alta vendita; e questa per un emissario riceve gli ordini dalla vendita suprema e da un comitato d’azione. Tale gerarchia favorisce il segreto, la diffusione, i ritrovi, senza togliere l’unità. Nulla scrivere ma partecipare a voce, riconoscersi per mezzo di carte tagliate e delle parolesperanzaefede, alternare le sillabeca-ri-tà, stringendosi la mano fare col pollice ilce lan, erano i segnali e il regolamento, il rivelare i quali aipaganio lo spergiurare punivansi di morte, inflitta di fatto ad alcuni avversarj o disertori. Dovea ciascuno procacciarsi un fucile e venticinque cartuccie; versare alla cassa comune una lira per mese, e cinque all’ammissione; giurare di «far trionfare i dogmi di libertà, d’eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza combattere, combattere fino alla morte».

Da questo tronco erano usciti moltissimi rami; deiProtettori repubblicani, degliAdelfi, dellaSpilla nera, e via là. Più franca l’Ausonia, giurava formare una repubblica italiana, divisa in ventuno Stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato all’assemblea sovrana, di cui uno ogni anno farebbe posto ad un altro; assemblee provinciali nominerebbero le corti di cassazione, iconsigli di dipartimento, distretto e cantone, il capo della guardia nazionale, l’arcivescovo, i superiori dei seminarj e licei; il potere esecutivo affidavasi a un re del mare e un della terra, eletti per ventun anno dalla assemblea sovrana, senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva a proporzione dell’agiatezza, il più povero pagando un settimo di sua rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato a divenire patriarca della repubblica, risarcendolo dei possessi temporali toltigli; il Collegio de’ cardinali non risiederebbe nella repubblica, e se eleggesse un nuovo papa, questo dovrebbe trasferire altrove la sua sede; conservati i soli frati Mendicanti, ma libero l’uscirne chi vuole, e non vi si ascriva alcuno se non abbia servito come militare.

In questo segretume tramestavano sempre i Buonaparte, e Luciano ebbe il grado supremo di Gran Luce. Nel 1817 giovandosi della fame e d’una malattia del papa, si tentò una sollevazione in Macerata col proposito di ridurre tutta Italia sotto il consolato di un Cesare Gallo d’Osimo; ma scoperti, e processati da monsignor Pacca, tredici capi ebbero condanna di morte, e grazia dal papa. Anche l’imperatore d’Austria ne processò alquanti del Polesine, e tredici condannò a morte, commutata in carcere.

Le società segrete variavano natura o forma secondo i paesi: e parvero loro opera le turbolenze scoppiate in molte parti; in Inghilterra una congiura per trucidare i ministri; in Germania l’assassinio del comico Kotzebue per mano dello studente Sand; in Francia quello del duca di Berry, presunto erede della Corona, pel coltello di Louvel; in Russia la rivolta d’un reggimento; e quella che ebbe maggiori conseguenze, l’insurrezione della Grecia contro i Turchi, nella quale si trattava di compiere l’antico voto dell’Europa col riscattare i Cristiani dal giogo musulmano. Molti Greci venivanoa studiare nelle Università di Padova e Pavia, fra cui Coletti e Capodistria; molti adottarono la nostra lingua, come Foscolo, Mario Pieri, Petrettini, Mustoxidi; e fin dai tempi napoleonici erasi formata in Italia una eteria o società per ricostruire l’impero greco; lusingata di promesse dall’imperatore, avea disposto armi per tentare dalle Jonie uno sbarco che le popolazioni seconderebbero; ma la caduta del regno d’Italia sparse ogni cosa al vento. Dappoi fidando nella Russia, fu ritessuta un’eteria, frutto della quale fu la sollevazione della Grecia. Benchè fosse la croce che lottava contro la mezzaluna, la civiltà cristiana contro la barbarie musulmana, le Potenze sfavorirono quel tentativo, sol perchè avea aspetto di rivolta o sentore di liberalismo: l’Austria facea vituperarlo ne’ suoi giornali, e tenne prigionieri i capi di quella che potè cogliere.

La Carboneria era stata trapiantata in Francia, massime dal fiorentino Buonarroti, già apostolo di Babœuf, e vi abbracciò studenti, negozianti, soldati. Gli ambiziosi e gl’inquieti che vi trescavano, ammantavansi coi nomi di La Fayette, di Dupont de l’Eure, di più onorevoli; asserivano loro corrispondenti principali Napoleone e Luigi Buonaparte figli del re d’Olanda; e intendeansi soprattutto coi vecchi e coi nuovi militari. Ma se i cospiratori convenivano nel concetto di distruggere ciò che sussisteva, non bene risolveano che cosa sostituirvi; e chi era fido alla repubblica, chi mirava al figlio di Napoleone, chi a Luigi Filippo d’Orléans. Si stabilì a Parigi un comitato, che fomentasse le rivoluzioni dappertutto e principalmente in Ispagna e in Italia, fantasticando una lega latina da opporre alla lega nordica, per ridurre l’Europa ad un assetto differente da quello impostole dai trattati del 1815.

I sovrani alleati, accortisi dell’ampliarsi del liberalismo e dell’operosità delle società secrete, si congregaronoad Aquisgrana (1818), e rinserrarono la loro unione non più coi soli intenti evangelici della Santa Alleanza, ma collo scopo espresso d’impedire i Governi costituzionali, e di reprimere ogni rivoluzione. Allora si tolse a perseguitare non solo gli atti, ma l’opinione, la quale in tali casi trasformasi in sentimento, e il sentimento elevandosi all’entusiasmo, si propaga, offusca il raziocinio, fa ammirare i perseguitati, aborrire chiunque resista, tremare gl’indifferenti, e gli stessi avversarj piegarsi al vento che spira o alla paura. Allora prendono coraggio que’ ribaldi, che di proposito inimicano al popolo il sovrano, fomentando i sospetti; per rendersi necessarj fingono cospirazioni ove non sono che aspirazioni; e inducono il bisogno di castigare l’opinione o il desiderio di premiare la delazione, di rimuovere dai posti i meritevoli, di cercare dalle carceri o dalla gendarmeria una sicurezza che più non s’ha nella docile benevolenza. Il poliziotto che riferì formicolare il paese di Giacobini e Carbonari, è impegnato a mostrarsi veritiero col fiutare e origliare e moltiplicare processi; nei quali l’accusa essendo d’opinione, è quasi impossibile scagionarsi; se non si trova da condannare, se ne imputano la furberia degli accusati, il talento, le relazioni loro.

Con siffatte arti cercavasi e combattevasi la libertà; e frutto immediato n’era uno scontento indeterminato, quel mal umore che è proprio di persone dotate d’intelligenza e non di genio. E certamente la libertà nobilita l’individuo come la nazione: ma bisogna esserne degni e usarla convenientemente; ed al fanciullo non ancora provvisto di ragione, o al mentecatto che la perdè, o al vizioso che ne abusa, legalmente vien tolta. Ora fra l’autorità che, non conoscendo misura, precipita al despotismo, e la libertà che, rifiutando ogni freno, degenera in licenza, se ponete unicamente la forza per comprimere o per abbattere, arriverete o all’eccesso dell’assolutezzache giustifica le rivoluzioni, o all’abuso delle rivoluzioni che scusa l’assolutezza. Le costituzioni, che erano l’espressione del liberalismo d’allora, eliminavano dalla scienza politica la morale, sistemando il mondo con pure combinazioni d’interessi, nessun uffizio nei rapporti politici riservando alla sincerità, all’onoratezza, tutto riducendo allo spiarsi reciproco e soperchiarsi dei due poteri, contrastantisi anzichè cooperanti, fino a dire che il re non deve governare, cioè la monarchia riducendo ad istituzione meccanica e giuridica, non già organica ed etica. Così destituiti di fondamenti sodi, qual meraviglia se dal 1789 al 1830 ben cencinquantadue costituzioni si pubblicarono?

Perchè cessi d’essere necessaria la coazione, il freno dev’essere morale; nè altro migliore v’avrebbe che la religione, la quale insegna a chinarsi all’autorità e insieme l’autorità raffrena. Or la religione avea sofferto tali scosse vuoi nel fondo vuoi nell’esterna attuazione, che tempo, longanimità, prudenza voleasi per rimetterla ne’ cuori, non meno che nell’ordine civile. Intanto, quasi una protesta contro il passato, Pio VII annuendo «alle pressanti suppliche d’arcivescovi, vescovi e personaggi altissimi», ripristinò i Gesuiti (1814) che, per volontà di altri altissimi, un suo predecessore aveva aboliti, e che rinascevano gravati dei rancori dell’antica società, non della sua sapienza e robustezza.

L’arbitrario mescolamento di nazioni, fatto dal congresso di Vienna, riuscì a vantaggio della tolleranza, ponendo il papa in corrispondenza colla Russia, coll’Olanda, con altri eretici o scismatici, dai quali otteneva miglioramenti pe’ loro sudditi cattolici. Ma fra i cattolici gran fatica gli costò il combinare coll’inveterata disciplina le nuove pretensioni giansenistiche e filosofiche dei principi che, mentre avrebbero dovuto consolidare il dogma dell’autorità, lo scassinavano coll’ingelosirsidel papa[160]; vantavano come libertà l’abbattere qualche ostacolo che i privilegi clericali mettessero all’onnipotenza amministrativa; il proibirne o sorvegliarne l’istruzione, le adunanze, le comunicazioni col capo supremo; il sottoporre a revisione le encicliche de’ vescovi, le nomine de’ parroci, i brevi di Roma.

Fin il piissimo Vittorio Emanuele, spinto da consiglieri zelanti l’indipendenza della civile dall’ecclesiastica giurisdizione, voleva assettar a sua voglia le diocesi, e in quelle di fresco acquistate del Genovesato operare non altrimenti che nelle antiche; poter dare il consenso alla nomina de’ cardinali delle altre Corti, e averne un suo; ricusava come anticaglie l’invio che Roma facea delle fasce pei principi neonati, dello stocco benedetto, della rosa d’oro; non voleva ripristinare la nunziatura; muovea lagni che l’Austria condiscendesse troppo col papa, quasi per averlo stromento alle sue ambizioni. Il cardinale Consalvi ministro di Pio VII, avendo conosciuto le Corti e la sventura, inclinava ad annuire fin dove fosse compatibile colla dignità, sebbene lo disapprovassero gli zelanti; e disfacendo il concordato di Buonaparte, ne stipulò un nuovo col Piemonte, circoscrivendo altrimenti le diocesi, sotto i metropoliti di Torino, Genova, Ciamberì, Vercelli; alla Corte risederebbe un nunzio di primo grado, il quale non nepartirà che decorato dalla porpora. Poi in quel regno furono chiamati i Gesuiti a educare la gioventù; a Pinerolo s’istituirono gli Oblati della Beata Vergine, preti secolari, con voto speciale d’obbedienza al pontefice; altrove i Sacerdoti della Carità del Rosmini; oltre gli Ordini antichi.

L’Austria, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nella Lombardia nominava i vescovi ed esercitava poteri già competenti a Roma, ma lo voleva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e Venezia; del che ottenne poi privilegio dal papa (1817).

Allorchè Ferdinando assunse il titolo dire del regno delle Due Sicilie, il papa fece riserva degli antichi suoi diritti, ma il re non gli riconobbe altra supremazia se non di capo della Chiesa. L’omaggio della chinea che nel 1806 aveva egli giurato prestare, adesso negò come uno di que’ pesi feudali che nei recenti trattati s’erano aboliti; donde una disputa, esacerbata da molte scritture e dall’avere il papa ricusato cedere per denaro Benevento e Pontecorvo, reciproco ingombro. Finalmente Consalvi e il ministro Medici in Terracina (1818) convennero fosse conceduto al re di nominare alle sedi del suo regno, da cenquarantasette ridotte a novantadue; non s’inquieterebbero i possessori di beni ecclesiastici; gl’invenduti sarebbero divisi fra i ripristinati conventi, senza guardare di chi fossero prima; i corpi religiosi dipenderanno da proprj generali; i vescovi, liberi nel pastorale ministero a norma dei canoni, potranno convocare sinodi, visitare le soglie degli apostoli, pubblicare istruzioni su materie ecclesiastiche, intimar preghiere pubbliche o altre pie pratiche; al loro fôro le cause ecclesiastiche, le matrimoniali, e la censura dottrinale sui libri che s’introducono; la santa Sede sopra le rendite de’ vescovadi si riservava dodicimila ducati l’anno, da disporre a favore di proprjsudditi. Restava in arbitrio di ciascuno l’appellare al papa; ma il re dichiarò, con questo non derogavansi i privilegi del tribunale della monarchia di Sicilia. Non erasi stipulata veruna immunità personale per gli ecclesiastici; ma nel 1834 fu convenuto che i vescovi potessero esaminare i processi di quelli condannati a morte, prima di disacrarli.

Questi ed altri concordati essendo parziali, non toglieano le varietà disciplinari; in molti paesi restava colpa pe’ dignitarj ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si ripristinarono intere le immunità reali, personali e locali; nè illimitato il diritto d’acquisto delle manimorte; la più parte delle prelature restò di nomina, o almeno di proposizione governativa; erano sorvegliati i possessi ecclesiastici, voluto l’exequaturai decreti di Roma. La Chiesa perdette inoltre gli Ordini militari, e que’ feudi che erano di rinforzo al potere ecclesiastico, mentre al civile recavano debolezza i feudi laici; e nella sola Germania le erano state tolte duemila leghe quadrate di dominio con tre milioni di sudditi. Il clero, sentendosi indebolito dalla Rivoluzione, s’appoggiò sui re, ai quali sin allora facea contrappeso; e i re quando videro ampliarsi il liberalismo, oltre i modi giuridici e le chiassate dei giornali e i freni alla stampa, ricorsero alle repressioni morali, e da Pio VII fecero condannare le società secrete (Ecclesiam a J. C), imputandole d’insinuare l’indifferenza col «lasciare che ciascuno foggi a voglia una religione, pur affettando rispetto e mirabile preferenza per la cattolica, e per la persona e la dottrina di Gesù Cristo, che chiamano rettore e gran maestro della società».

I principi mostravansi ombrosi d’un’autorità affatto morale, nel tempo stesso che sentivano il bisogno di instaurarla. Quando Leone XII proclamò il giubileo, dagran tempo impedito, la bolla fu mal gradita da essi; in Francia non si permise di pubblicarla; l’Austria ne accettò le disposizioni solo in quanto fossero compatibili colle leggi e cogl’interessi dello Stato[161]. Al qual giubileo vennero a Roma da quattrocentomila pellegrini; a novantaseimila diede tridua ospitalità l’arciconfraternita della Santissima Trinità, de’ quali però ventimila sudditi pontifizj, quarantacinquemila del Napoletano, giacchè ai lontani mancava o lo stimolo della fede o la licenza de’ superiori.

Dei misfatti della Rivoluzione, accagionandosi le dottrine che la precedettero, ed una filosofia che vuole dedurre tutto dalla ragione e secondo la ragione, se ne eressero altre che possiam dire della controrivoluzione, opponendo alla sovranità del popolo lalegittimità, ossia il potere costituito sovra la propria autorità; al patto sociale, l’unità primitiva dello Stato; la costituzione organica di elementi naturali, alla democrazia astratta e ai meccanici statuti; la conservazione tradizionale, alla smania innovatrice. Insomma ricercavano ciò che si deve mantenere del passato, mentre la rivoluzione proclamava ciò che dell’avvenire può desiderarsi; e poichè invece d’un astratto concetto, guardavano a ciò che fu, alla storia specialmente della propria nazione, assumevano colore distinto secondo i paesi, migliori qualora lo spirito della storia nazionale riproducessero senz’alterarlo con concetti personali. Questa scuola ebbe anch’essa adepti e apostoli, e superiore a tutti Giuseppe De Maistre da Ciamberì (1753-1821), sul quale è dovere di trattenerci, non tanto come savojardo, che come la più elevata espressione del ritorno del mondo verso le idee religiose e patriarcali.

Combattuto nelle prime guerre del Piemonte, egli andò a Pietroburgo ambasciatore del suo re, al quale conservò fede anche dopo scoronato. Venuto da paese che diede alla Francia insigni scrittori[162], la sdulcinata lingua rinvigorì facendola parlare d’altro che di passioni, di materia, di tornaconto, con uno stile fatto pittoresco dalla collera, dagli ardimenti del genio, da animatissima convinzione; e definiva lo stile l’alleanza del sentimento col gusto. Il problema fondamentale della filosofia spiega egli col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale. Il governo visibile della Provvidenza, l’esistenza del male, l’origine divina dell’autorità regia, l’origine regia di tutti i privilegi nazionali, l’universale fiducia delle nazioni nell’efficacia de’ sacrifizj cruenti per redimere i delitti, dispone egli con logica irrefrenabile in un sistema teosofico, dove son pareggiati i dogmi della rivelazione cogli acquisti della semplice ragione naturale, e ridotta la scienza a fede. Assimila il mondo a un immenso altare, dove ogni cosa dev’essere immolata in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell’uomo. Che altro rivela la storia se non fra i selvaggi l’abbrutimento, fra i civili la strage continua? Anche il giusto n’è vittima, perchè nella stabilita solidarietà egli sconta pel colpevole, e perchè altrimenti occorrerebbe un miracolo ad eccettuarlo, e conseguirebbe quaggiù la sua mercede. E con forza di sentimento e fantasia mostrando dappertutto la mano di Dio e l’ordine provvidenziale, considera la storia terrena come un regno di Dio immediato e visibile: e per rimbalzo contro lo spirito rivoluzionario corre più in là del medioevo, fondando sulla sanzione di Dio non solo l’autorità suprema, ma anche la internacondizione sociale e il segregamento delle classi. Di Dio son opera i re, gli Stati, le costituzioni; e quando l’uomo presume stabilirli da sè, necessariamente s’appiglia al peggio, e fa non fabbriche ma ruine. La razza umana è così perversa, che vuolsi gagliardamente infrenarla. Tra le costituzioni quella che Dio vuole è la monarchia ereditaria. Necessario elemento di questa è la nobiltà, e Dio stesso la scevera dalle altre classi, e discerne le schiatte. Difendersi contro l’arbitrio e l’ingiustizia, garantirsi un governo legale che promova la felicità de’ sudditi, è ben giusto: ma «il credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull’ale d’un mulino». Chi li reprimerà e correggerà? Le bajonette, le tribune, le parodie della sovranità popolare? barriere inefficaci! Elevare la plebe sopra i re è un sovvertire la logica; il contrappeso del potere dev’essere in alto, non in basso. Il papa che nel medioevo tutelava i popoli e fulminava i tiranni, deve anche adesso francheggiare la giustizia e la libertà; a lui si curvino l’intelligenza e le spade, la libertà e i despoti. Alla corruzione dello stato morale provveda l’infallibilità della Chiesa, fondata sulla supremazia del romano pontefice; supremazia estesa anche ai vescovi ed ai concilj in modo, che nè esso decida senza i vescovi, nè i vescovi senza di lui.

Con ciò tornava in armonia il sistema papale coll’episcopale, e bersagliò le dottrine giansenistiche e le gallicane, formando della Chiesa una monarchia temperata, giacchè il papa è sovrano, ma son necessarj altri elementi a compirne la potestà; onde, surrogate la pace e l’armonia all’antagonismo, può con tutte le sue forze combattere la filosofia irreligiosa e impolitica. La logica il porta fino all’apoteosi dell’Inquisizione, fin alla sistematica crudeltà; per le quali teorie lo esecrano coloro stessi, che poi ne’ tempi e nella necessità trovanogiustificazioni al Comitato di salute pubblica che le avea messe in pratica. E mentendo dissero, e avvezzarono i cialtroni a ripetere epigrammaticamente, ch’egli santificasse il carnefice perchè disse che, nelle società frenate soltanto dalla pena, il carnefice è il gran sacerdote che procura l’espiazione, come le pesti, come la guerra, come gli animali viventi di distruzione. Perocchè, come la vendetta, così egli fa riversibili la preghiera e l’espiazione; donde i sacrifizj antichi, i supplizj, la redenzione divina.

Tutto ciò espose non con teoremi scientifici, ma con discorso conversevole, e con forza sì traboccante, da lasciare dubbio s’egli sia un sofista o un profeta: certo fu grande in mezzo a tanti mediocri. La rivoluzione, il filosofismo non ebbero mai più inesorabile avversario; e mentre quelli adulavano il secolo e l’uomo pure assassinandolo, egli lo sbeffeggia per salvarlo; le nubi da quelli accavallate squarcia colle saette; confuta col recriminare, colpisce coll’esagerare e coll’opporre all’affermazione affermazioni imperterrite. Quando più giganteggiava la Rivoluzione francese la conobbe effimera, nè possibile una grande repubblica, sovrattutto in Francia, perchè non uscita spontaneamente dalla nazione, dai costumi, dalle opinioni; schernì coloro che presumeano guidarla, mentre Dio solo la spingeva in modo d’espiare le colpe della Francia, dei re, della rivoluzione stessa. A Pietroburgo tutelò sempre i suoi re, e predisse la ruina del loro persecutore. Allorchè delle sorti italiane si disputava a Parigi, egli si oppose gagliardo all’ingrandir l’Austria col cedere l’alto Novarese: — Se ciò si fa, non resta più equilibrio, tutti i principi italiani essendo vassalli dell’Austria, che presto gli assorbirà. Il re di Sardegna è il primo minacciato, perchè da gran pezzo l’assoggettamento dell’Italia non ha nemico più costante di lui: la tempesta gittatasi sulla penisola, ivinon si fermerà, e dal mezzogiorno scaglierassi sul settentrione».

E vedendo quel traffico di popoli, — Povera Italia (esclamava), in qual abisso va a cadere! È la moneta con cui pagheranno altre compre. Eppure l’unione e separazione forzata delle nazioni non è soltanto un gran delitto, ma una grande assurdità. Facciasi qualunque sforzo per non essere condannati all’uffizio di satelliti»[163]. Non stancavasi d’insistere presso Nesselrode perchè fosse «data soddisfazione allo spirito italiano»; ma il ministro russo gli rispondeva, questo spirito italiano essere appunto il peggiore ostacolo a un buon assetto dell’Italia. Al Savojardo non restava dunque che lamentarsi all’imperatore Alessandro perchè non si tenesse conto delle nazioni e dei loro sentimenti, affetti, desiderj; che un segretario sopra la carta geografica sconnettesse paesi uniti per lingua, caratteri, abitudini; e gli uomini si contassero e dividessero per testa come gli armenti.

L’instaurazione del passato egli la voleva piuttosto nelle idee e compiuta; domandava che la Santa Alleanza annichilasse i fatti della Rivoluzione; non riconoscesse la compra de’ beni nazionali «latroneccio il più odioso che abbia deturpato la storia», ma fossero ritolti a quelli che gli avevan ottenuti a bassissimo prezzo, e già se n’erano rifatti a josa; non dovendo la compassione riservarsi soltanto a’ ribaldi, nè sol per questi invocare le sante leggi della proprietà. Altre volte scriveva al suo re: — Io propendo alla libertà di commercio per una ragione di teoria ed una di pratica; la prima è ch’io non credo possibile ad una nazione di comperare più che non vende; la seconda, ch’io non ho mai veduto un Governo mischiarsi direttamente del commercio deigrani e proibirne la tratta, senza produrre caro e fame. Lo stesso è di tutte le altre mercatanzie: proibite l’uscita del denaro, e scarseggerà; se il Governo lascerà fare, si farà sempre meglio di lui».

Solo a chi giudica gli uomini e le dottrine da ciò che ne cianciano la piazza e i giornali sapran di strano questi accordi fra i liberali e i teocratici. Dei quali un altro campione fu Carlo Luigi Haller da Berna, che da protestante resosi nostro, nellaRestaurazione della scienza politica(1824) combattè accannito il filosofismo e la rivoluzione, condannando i pubblicisti vantati e i re riformatori, fra cui Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo granduca; e traverso ai secoli indagava con vasta erudizione e arguta logica i semi delle idee liberali, ripudiando gli acquisti di cui si gloria la moderna civiltà. E poichè l’eguaglianza politica viene dall’eguaglianza civile, patrocinava la nobiltà come prodotto della natura, i privilegi come effetto della naturale giustizia; mentre pareagli tirannia l’uniforme generalità delle leggi. Dalla natura (egli insegna) nascono gli Stati, ed ella assegna il comando al potente, al debole l’obbedienza, e porge i mezzi per far rispettare la legge come per impedire gli abusi degl’imperanti. Gli Stati primeggiano quanto più poderosi e liberi, e quanto più indipendente il governante, sia un uomo o un corpo. Il diritto de’ principi deriva dal diritto di proprietà; nè vi ebbe contratto sociale, bensì una moltitudine di convenzioni particolari, spontanee, varie, non per alienare la libertà individuale, ma per conservarla più pacificamente che si può; onde non deve esservi sovranità e indipendenza del popolo, ma sovranità di quello che per potenza e ricchezza è indipendente; non potestà delegata, ma diritto personale del principe; non mandati e statuti, ma doveri di giustizia e d’amore; non governo delle cose pubbliche, ma amministrazione de’ proprj affari;e le leggi non venire dal basso ma dall’alto, siccome in una famiglia, cui in fatto somiglia lo Stato, se non che non ha un potere superiore. Ma anche de’ sudditi il diritto è inviolabile; il principe non può intaccarne la libertà e gli averi, nè essi devono pagare imposte senza consentirle, non servire in guerra di principe; e quando esso li tiranneggi, possono non solo emigrare, ma resistere armata mano.

Ancor più di De Maistre era letto il visconte Bonald perchè meno profondo; il quale la religione faceva politica, uffiziale, principesca, mentre il Savojardo proclamava l’intima unione della Chiesa coll’ordine privato e pubblico, con tutto l’insieme del cuore e dell’ingegno umano, senza riguardo a politica locale o nazionale.

A queste idee non mancarono fautori anche in Italia, e le propugnarono in iscritto il Cavedoni, Monaldo Leopardi, il principe di Canosa; ma il vulgo che le dottrine personifica, volle incarnarle in una setta che intitolò de’ Sanfedisti, e dei Concistoriali, che doveva sostenere i monarchi e i sacerdoti, come la Carboneria propugnava le costituzioni e il pensare indipendente. Diceasi diffusa per tutta Italia con diverse sembianze: e come avviene ne’ partiti, non v’è stranezza che non se ne sia raccontata, nè ancora il tempo vi portò luce. Credeasene istitutore esso De Maistre, e affigliati il duca di Modena, il duca del Genevese, altri principi e prelati, nell’intento di congiungere costituzionalmente Italia tutta sotto la supremazia del pontefice[164]. E fuallora che prima nacque codesto concetto di Neo-Guelfi, deriso dai Liberali come stupida resurrezione d’idee quatriduane, ma venticinque anni più tardi ridesto come unica speranza d’Italia da buoni pensatori e da caldi oratori, ai quali un tratto parve che gli eventi dessero ragione.

Delle costituzioni, la più liberale che siasi veduta fu quella che si diede la Spagna quando respingeva i napoleonici; quella Spagna che dicono infracidita dal cattolicismo come l’Italia. Ratificava essa l’antico diritto delle municipalità, a queste affidando la polizia, l’igiene, la tutela delle persone e delle proprietà, l’educazione e la carità pubblica, le strade e gli edifizj comunali, il dazio consumo, il preparare le ordinanze, che sarebbero sottomesse alle assemblee o cortes dalle deputazioni provinciali. Queste sono una specie di municipalità superiore, eletta dai consigli di città, con diritto di proporre le imposte comunali, chiamare l’attenzione superiore sugli abusi di finanza e sugli intacchi alla costituzione. La sovranità risiede nel popolo; distinte le tre podestà; il re fin nel sanzionare le leggi è subordinato alle assemblee, formate di deputati scelti a tre gradi dagli elettori di parrocchia, di distretto, di provincia; fin ai soldati rimane il diritto di esaminare lo statuto e la giurisdizione.

Ferdinando VII, recuperando il trono spagnuolo, prometteva conservare quella costituzione, poi la abolì (1820 marzo); ma l’esercito sollevatosi lo obbligò a proclamarla. Basta essere vissuto dieci anni per sapere quanto nelle opinioni e negli avvenimenti convenga ascrivere all’imitazione: debolezza della natura umana, che alcuni s’ingegnanodi nobilitare col supporre che le circostanze medesime maturino il medesimo seme contemporaneamente in diverse contrade. Allora dunque dappertutto scoppiano rivoluzioni militari e costituzionali, nè tardò a venire la volta dell’Italia.

Ferdinando che già era IV in Napoli e III in Sicilia (1815), e allora s’intitolò I del regno delle Due Sicilie, rimesso in questo dalle armi straniere, prometteva un governo stabile, saggio, religioso; il popolo sarà sovrano, e il principe depositario delle leggi che detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni». Oltre che nazionale, egli non trovavasi legato all’Austria per parentele o riversibilità, nè per vicinanza; pure strinse alleanza con essa a reciproca difesa, obbligandosi darle venticinquemila uomini in caso di guerra, e non introdurre nel governo innovamenti che discordassero dal sistema adottato dall’Austria nelle sue provincie d’Italia.

In vent’anni di tante rivoluzioni, nell’avvicendarsi di vincitori e vinti, il paese avea fatto miserabile tesoro di rancori e vendette; pure Ferdinando non veniva anelando sangue come l’altra volta, ma aborriva ciò che appartenesse al decennio, fino a non camminare nelle strade aperte da’ Francesi; considerava come occupazione militare un regno sì lungo, come ribellione ogni atto di quella; aboliva le cose, o almeno i nomi. Divise il regno continentale in quindici provincie, organandone l’amministrazione di provincia, di distretto, di municipio; l’accademia già Ercolanense poi Reale trasformò in Borbonica, con tre sezioni di archeologia, di scienze, di belle arti; fece trattati coi Barbareschi, coll’Inghilterra, la Francia, la Spagna. Nuovi codici a cura del Tommasi ministro, poco mutarono del francese quanto al commercio e alla procedura; il civile tornava indissolubile il matrimonio, e ingagliardiva l’autorità paterna; nel penale si tolsero la pena del marchio e leconfische, ma anche i giurati, facendo giudici del processo i giudici dell’accusa; s’introdussero i delitti di lesa maestà divina, e quattro gradazioni nella pena di morte, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo: pure tutti i cittadini restavano sottoposti alle leggi medesime, alle medesime taglie. Di titoli abbondava la nobiltà, ma non portavano privilegi; nè degli antichi bracci e seggi sussisteva più che la memoria; onde il re operava affatto indipendente co’ suoi ministri. L’esercito fissò in sessantamila uomini sotto all’irlandese Nugent, generale al servizio dell’Austria: non guardò a spesa nel fabbricare il tempio votivo di San Francesco di Paola, nè il teatro di San Carlo, e ventiquattromila ducati l’anno spendeva in limosine e in arricchir chiese: sistemò gli archivj, e stabilì che delle carte e diplomi si pubblicasse un catalogo, e sopra le memorie raccolte dalla giunta diplomatica si tessesse una storia del regno. Oltre il debito pubblico, pesavano i ventisei milioni di franchi dovuti all’Austria, e i cinque al principe Eugenio; ma vendendo le proprietà dello Stato e de’ pubblici stabilimenti, e obbligando questi a ricevere iscrizioni di rendite sul gran libro, legava l’avvenire di essi alle finanze dello Stato; e poichè il ministro Medici ebbe cura che puntualissimi si facessero i pagamenti, rinacque la fiducia.

È noto come, dopo che dalla peste nelXIVsecolo fu spopolato un estesissimo paese di Puglia, i re se l’appropriarono col nome di Tavoliere, lasciando che, col pagamento d’unafida, vi pascolassero alla libera gli armenti sotto la guardia di pastori, nomadi e quasi selvaggi, senza legami di casa o di famiglia, e obbedienti a capi proprj, anzichè al Governo. Tra siffatti nella rivoluzione del 1799 eransi reclutate le bande assassine, poi molte parti se ne diedero a censo; infine il dominio francese emancipò il Tavoliere, sicchè rendeva cinquecentomiladucati, distribuito fra piccoli possessori, i quali per interesse divenivano fautori di quel Governo. Ferdinando lo restituì a possesso comune, talchè una quantità di spropriati ne concepirono malevolenza.

Il re, quando stava ricoverato in Sicilia, domandò forti sussidj a quel Parlamento per recuperare la terraferma; e perchè i baroni glieli stiticarono, egli, loro malgrado, vendette i beni comunali, e gravò di tasse i contratti. Il Parlamento protestò, e il re incarcerò i capi; ma gl’Inglesi l’obbligarono a dare una costituzione (1812), secondo la quale, la rappresentanza nazionale divideasi fra due Camere, che poteano pregare il re a proporre una legge, cui esse non aveano che a discutere; il re, inviolabile, potea sciogliere il Parlamento, i cui atti non valeano senza la sanzione di lui; responsali i ministri, piena libertà civile e di stampa e d’opinioni, inamovibili i giudici. La legge elettorale favoriva ai minuti possidenti; dalla rappresentanza restavano esclusi i funzionarj pubblici, eccetto i ministri; largo l’ordinamento comunale.

Rinforzatosi nel 1815, il re s’invoglia a recuperare intera la potestà e uniformar l’isola al continente. Gl’Inglesi più non aveano interesse a favorirvi la libertà; all’Austria sgradiva quest’esempio di Governo rappresentativo, sicchè la costituzione siciliana fu abolita (1818 agosto), allegando che il re non l’avesse giurata. Ed era così; ma avea spedito a giurarla in suo nome il figlio duca di Calabria, vicario del regno. Istanze e proteste non valsero; carceri ed esiglj punirono i reluttanti[165]; solo rimase scritto che le cariche non si darebbero che a Siciliani, le cause dei Siciliani si deciderebbero nell’isola,le taglie sarebbero fissate in 1,847,687 onze, non potendo accrescerlesenza il consenso del Parlamento.

Questo dunque sussisteva di diritto; e Guglielmo A’ Court, succeduto al Bentinck come ambasciatore d’Inghilterra, congratulavasi d’avere con quella parola assicurato la rappresentanza siciliana; Castlereagh felicitava il re d’aver sì bene composte le cose: ma erano parole, senza modo di darvi sostanza. L’amministrazione della Sicilia fu uniformata a quella di qua del Faro, dividendola non più in tre, ma in sette valli, di cui erano capi Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani, Caltanisetta; abolita la feudalità, accomunatovi il codice napoletano. Era certo un gran miglioramento, ma guasto per avventura dai modi: cessato lo spendio ingente dell’esercito inglese e quel della nobiltà che voleva emulare la Corte, il denaro parve scomparire: se alcuni signori andarono a brigar favori a Napoli, altri sequestraronsi in dispettosa astinenza: e l’invidia contro la nuova capitale prorompea in quell’ultimo ristoro del parlar male sempre e di tutto, e d’ogni danno recar la colpa alla tolta indipendenza.

Nè i sudditi di Terraferma s’adagiavano alla ripristinata condizione, i servi di Murat guardavano con disprezzo i servi di Ferdinando, e questi quelli con isdegno; a molti furono ritolti i doni di Gioachino; si ridestarono liti già risolte, si concessero favori contro la legge, mentre contro i patti di Casa Lanza si degradò qualche uffiziale: si esacerbavano nell’esercito le gelosie fra i così detti Siciliani, improvvidamente distinti con medaglia, e i Muratisti, ne’ quali sopravviveano l’entusiasrno della gloria e il sentimento dell’indipendenza italiana; la coscrizione rinnovata aumentò i briganti, mal frenati da un rigore insolito fin nel decennio[166].

Crescevano dunque i malcontenti e le trame, e la Carboneria nel 1819 contava seicenquarantaduemila adepti: anche persone d’alta levatura, sgomentate dall’impotenza del Governo o desiderose di prepararsi una nicchia nelle novità che ormai vedeano sovrastare, le diedero il proprionome, aggiungendo la forza morale a quella del numero; e sperando che con istituzioni fisse si sottrarrebbe il paese alle rivoluzioni, che in breve tempo l’aveano sovvertito sì spesso, e due volte sottoposto a giogo straniero. Il re, ascoltando solo ad uomini del passato, non volle condiscendere in nulla; e il principe di Canosa, ministro di polizia, credette bell’artifizio l’opporre ai Carbonari la società segreta de’ Calderari, cospiranti coi famosi Sanfedisti a sostenere il potere dispotico: ma poichè i suoi eccedeano fino ad assassinj, egli fu congedato con lauti doni, e i Carbonari parvero tutori della vita e della proprietà[167].

Allora cominciarono nel Regno (1820) le persecuzioni contro di questi, ma le prigioni si tramutavano in vendite; ben presto ai moti di Spagna si scuote anche il nostro paese, parendo che la somiglianza d’indole e l’antica comunanza di dominio chiedessero conformità d’innovazioni: gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi contro il proprio re, lentano la disciplina degli eserciti, e fanno parer facile una rivoluzione militare. Era la prima volta che si vedesse un esercito insorgere per la libertà, e l’assolutismo parve ferito nel cuore dacchè contro lui si torceva l’unico suo sostegno: i ministri che fin allora aveano inneggiata la felicità de’ sudditi e riso della setta, allorane ravvisano l’importanza (1820); diffidano de’ buoni soldati, e col sospetto gli esacerbano; conoscono inetti quelli in cui confidano, ma non osano nè secondare i desiderj, nè comprimerli chiamando i Tedeschi. Fra tali esitanze la setta procede; a Nola e ad Avellino (2 luglio), istigati dal tenente Morelli e dal prete Minichini, alcuni soldati e Carbonari gridano,Viva Dio, il re e la costituzione, e senza violenze nè sperpero, ma tra gl’inni e i bicchieri e le danze tutto l’esercito diserta dalla bandiera regia; e il re, «vedendo il voto generale, di piena sua volontà promette dare la costituzione fra otto giorni, e intanto nomina vicario il duca di Calabria» (7 luglio).

Come la Spagna avea preferito quella del 1812, solo perchè riconosciuta dalle Potenze, così ai Napoletani sarebbe stata a scegliere la carta siciliana, già sanzionata dall’Inghilterra, e che avrebbe prevenuto ogni dissenso coll’isola sorella: ma ai liberali parve assurdo un Parlamento fondato sull’aristocrazia, e per seguire la moda proclamarono la costituzione di Spagna, sebbene non se n’avesse tampoco una copia per ristamparla. Allora applausi e feste alla follia; Guglielmo Pepe, gridato generale dell’esercito insorto, entra in città trionfante coi colori carbonari, rosso, nero, turchino, seguito da migliaja di settarj stranissimamente divisati e condotti dal Minichini; sfilato sotto il palazzo, si presenta al re, che gli dice: — Hai reso un gran servigio alla nazione e a me; adopra l’autorità suprema per compiere l’opera santa dell’unione del re col popolo: avrei dato la costituzione anche prima, se l’avessi creduta utile e desiderata; ringrazio Dio d’avere serbato alla mia vecchiezza di fare un tanto bene al mio regno». Con solennità cittadina e religiosa Ferdinando giura la costituzione (13 lugl.), e dopo la formola scritta aggiunge spontaneo: — Dio onnipotente, il cui occhio legge ne’ cuori e nell’avvenire, se presto questo giuramento di mala fede, ose debbo violarlo, lanciate sulla mia testa i fulmini della vostra vendetta».

Fare una rivoluzione in Italia è tanto facile, quanto difficile il sistemarla. Subito irrompono i mali umori; alcuni non intendono la libertà che alla giacobina; altri vogliano scomporre il paese in una federazione di provincie; chi domanda la legge agraria quale gliel’aveano spiegata in collegio; i soldati muratiani pretendono i primi onori; quelli del campo di Monforte non soffrono essere posposti; tutti voleano essere Carbonari quando ciò portava sicurezza e gradi, e settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una contava ventottomila cugini; tutti i militari v’erano ascritti, con gradi che pretendeano conservare nell’esercito; molta gente onesta per far quello che faceano tutti; molte donne col nome di giardiniere; e accusando, investigando, promettendo impacciavano il Governo, che non poteva abbattere le scale per le quali era montato. Così tutto scomponeasi, nulla s’instaurava; disordinavasi e Governo ed esercito e pubblica sicurezza, e si diffondeano reciproci sospetti.

In Sicilia i Carbonari poche fila aveano, per quanto il pisano improvvisatore Sestini vi fosse andato ad annodarne; odiavasi tutto ciò che fosse napoletano, talchè nell’insurrezione di Napoli non si vide che un’occasione d’emanciparsi, e alle solennità della santa Rosalia in Palermo (15 luglio) si proclamava Dio, il re, costituzione e indipendenza da Napoli, ai tre colori unendo il giallo dell’isola; intanto si abbattono gli uffizj del bollo, del catasto, del registro, delle ipoteche, di tutto ciò ch’era venuto da Napoli; si saccheggia, s’insulta; ai soldati si tolgono i forti e le armi, e trenta sono uccisi, quattrocento feriti, sessantasei cittadini feriti e cinquantatre morti, fra cui il principe Catolica capo della guardia civica, poi i principi di Paternò e d’Aci, non meno del Tortorici consolede’ pescatori; liberati prigionieri e galeotti; l’anarchia gavazza fra quella mescolanza di scarcerati, contadini, marinaj,bonachecome là dicono i mascalzoni; gl’impiegati fuggono, ogni onest’uomo si trincera in casa e nell’arcivescovado[168], e la giunta provvisoria, in balìa della ciurma armata, delle vendite, de’ consoli d’arte, di frate Vaglica, non trovavasi nè denaro nè forza nè senno. Intanto i nobili vogliono la costituzione siciliana; i settarj la napolitana; onde ai valli di Palermo e Girgenti s’oppongono in arme gli altri e la memore Siracusa e la ricca Messina, e ne nasce guerra non solo civile ma domestica, come ogniqualvolta la piazza equivale al palazzo; dappertutto capi violenti raccolgono bande feroci; Caltanisetta, assalita dai Palermitani e con molto sangue presa e mandata a macello e vituperio, sgomenta le piccole città, inviperisce le maggiori; tutta l’isola è infetta di sangue; i Palermitani mandano a Napoli a chiedere l’indipendenza e re distinto, e avuto il niego gridanoIndipendenza o morte, e aggiungono ai quattro colori un nastro con quelle parole e col teschio.

Napoli, uditi quegli orrori colle esagerazioni dei fuggiaschi, grida morte ai Siciliani; si vuole cacciarli d’impiego, tenere ostaggi quanti se ne colgono; a un atto non men giuridico che quello de’ Napoletani, si dà il titolo di ribellione, e mandasi un esercito col generale Florestano Pepe per mettere l’isola all’obbedienza. Come al solito, fu attribuita alla Corte la ribellione della Sicilia; averla fomentata per contraffare alla napoletana, ora volerla rendere irreconciliabile colle armi. I rivoltosi, da Pepe ridotti in Palermo, dove pure fra loro si trucidavano,patteggiano (1820 3 8bre), assicurati d’un Parlamento distinto: ma il Governo napoletano dichiara viltà questo cedere a fronte di poca bordaglia colpevole, e concedere a città vinta quanto avea chiesto ancora intatta: Messina se ne duole, i Napoletani ne urlano, il Parlamento cassa la capitolazione pur lodando Pepe, il quale le lodi e la decorazione repudiò, e viene spedito Pietro Colletta a frenar col rigore, cioè ad esacerbare.

Fra tali scogli navigava il Governo costituzionale mentre si facevano le elezioni del Parlamento[169], aprendo il quale (20 8bre) nella chiesa dello Spirito Santo, il re dichiara «considerar la nazione come una famiglia, di cui conosceva i bisogni e desiderava soddisfare i voti». Ma il Parlamento, nel bisogno di secondare gl’impulsi esterni, spinge a novità incondite, disputa se fosse costituto o costituente, muta i nomi delle provincie coi classici, e trovasi eliso dall’assemblea generale della Carboneria, composta dei deputati delle vendite provinciali, più gagliarda del Governo stesso, il quale dovè più volte invocarla per levar milizie, rivocare congedati, arrestare disertori, esigere tributi. Terzo potere sorgeva la guardia nazionale, massime da che vi fu posto a capo Guglielmo Pepe.

In dicerie e in decasillabi applaudivasi a una rivoluzione senza sangue nè sturbi, ove concordi popolo e re, ove questo non fece che estendere la propria famiglia: ma la setta vincitrice impaccia, decreta infamia o lodi, molesta per alti passati e per opinioni, unica libertà concede il pensare e parlare com’essa, unica legge il proprio senno. Quei tanti che sparnazzano coraggio finchè ilpericolo è remoto, vantavano formato un terribile esercito, disposte fortezze insuperabili, coraggio spartano: ma realmente gli uffiziali, esposti agli attacchi delle congreghe settarie, indignavansi e rompeano la spada: Pasquale Borelli, direttore della Polizia, non osando reprimere, fingeva secondare; e intanto spargeva terrore di congiure e d’assassinj per ottenere lode d’averli scoperti e prevenuti: e i trionfi e le baruffe distraevano dall’avvisare al crescente pericolo[170].

Ciascun ministro presentò al Parlamento un ragguaglio, donde raccogliamo la statistica di quel tempo. La popolazione sommava a 5,034,000; nati in otto anni 1,872,000, di cui soli 280,000 vaccinati; 15,000 i trovatelli, di cui nove decimi perivano nei primi giorni dell’esposizione. A’ luoghi pii nelle provincie soccorreva l’assegno annuo di 1,080,000 ducati; 438,000 ai ricoveri di malati e poveri della città, fra cui 5100 erano mantenuti nell’Albergo dei poveri: 560,000 ducati destinavansi all’istruzione pubblica, 80,000 al teatro di San Carlo, ove una coppia di ballerini costò 14,000 ducati. L’introito dell’erario valutavasi 19,580,000 ducati, in cui la Sicilia figurava per soli 2,190,000 assegnatile come quarta parte delle spese di diplomazia, guerra, marina; chè pel resto teneva conti distinti. Il debito, consolidato nel 1815 in annui ducati 940,000, or ascendeva a 1,420,000; il debito vitalizio a 1,382,000. Dal 1683 in poi la zecca avea coniato 25,000,000 di ducati in oro, 69,741,000 in argento, 320,000 persone traevano sussistenza direttamente dal mare, sul quale era necessario tenere una forza per respingere i Barbareschi, che in altri tempi aveano ridotte deserte le coste, e inconseguenza ingorgati i fiumi e peggiorata l’aria. Si aveano di qua dal Faro 3127 bastimenti da traffico, 1047 barche da pesca; di là 438, con 1431 legni da traffico; e il crescente commercio marittimo porterebbe a decuplicarli. Di 242 navi da guerra non erano atte al servizio che un vascello, due fregate, una corvetta, tre pacchetti con settantatre legni minori. L’esercito di 40,000 uomini sentivasi la necessità di crescerlo e rifornirlo.


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