Altri intanto stillava alcune parti della grammatica; e il Puoti, il Parenti, il Fornaciari, il Bolza, il Betti, il Mastrofini, l’epigrafista Muzzi, lo Zaccari, l’Ambrosoli, il Franscini, il Bellisomi davano teoriche o schieravano esempj: ma fa meraviglia l’incertezza delle loro regole,le quali del resto non varrebbero che per una sintassi pallida e astratta: nessuno ancora ci esibì una grammatica compiuta, nè tampoco generalmente accettata sia per concetto filosofico, sia per pratica applicazione. Alcuni rivolsero alle etimologie un’erudizione più estesa, non più concludente, talchè vengono considerate nulla meglio che esercizio e trastullo[240]. Intanto si rimane ancora indecisi quali siano coloro che scrivono bene. L’Accademia della Crusca sceglie i suoi membri in un modo che sembra fatto espresso per isgarrare ogni criterio; scrittori stenti, retorici, arcaici collegando ad altri limpidi, vivaci, toscani; badando all’impiego, alla dignità, all’opinione; onorando della sua fraternità quegli appunto che l’osteggiano. D’altra parte i premj suoi toccarono ad opere o di nessun merito letterario come il Micali, o per simpatie come il Botta. Questo vacillamento la impedisce di acquistare autorità presso la nazione; e i molti che trovano comoda la critica negativa e l’imitazione, la sobbissano d’epigrammi, a segno che pare destituito di spirito chi non la piglia in beffe.
E la beffa (sciagurato manigoldo di tutte le quistioni grandi e piccole nel nostro paese) cade su quello dove essa più ha ragione, o dove per avventura ha solo il torto di non aver tirate tutte le conseguenze. Perocchè essa credette non poter autorizzare che parole toscane, ma delle quali trovasse esempj in autori buoni. Ora chi li dichiara buoni se non ella stessa? e questi adoprarono forse ciascuno l’idioma della propria provincia? o da chi dedussero quel buono? Dal capriccio no:dunque o da altri autori, il che non farebbe che allontanare la quistione; o dai parlanti, e in tal caso perchè non ricorrere a questi direttamente?
Tali dubbj affacciavano coloro che questo studio assumevano conformemente alla filosofia e alla storia, comprendendo che la lingua è un organismo vivente, e perciò assume forme diverse secondo le età, cresce e decade, si combina con altre, può essere rigenerata mediante parole e forme nuove, portate dallo svolgersi della vita sociale, dai progressi delle scienze, delle arti, dell’industria, dai nuovi bisogni delle generazioni. Non può dunque servire di canone che una lingua viva; e nella nostra, come in tutte le altre, il legislatore deve essere il popolo che parla meglio, e che qui è il fiorentino. L’Accademia della Crusca, la prima che formasse un vocabolario di lingua vivente, lo fazionò al modo onde soleansi i dizionarj delle morte, cioè ripescando le voci dai libri, e rinfiancandole d’esempj. Ma perchè ricorrere ad un’autorità morta, invece della vivente? tanto più che, non scegliendoli se non da Toscani e da pochi che toscanamente dettarono, veniva a confessare un’autorità superiore e anteriore a quella degli scriventi; l’autorità che questi traggono dalla nascita e dalla favella.
Ciò non volle intendersi. Perchè in altre parti d’Italia sorsero scrittori insigni, si pretese dovesse la lingua essere cernita da tutte le provincie: quasi un uomo privato nè un’Accademia potesse sapere quali voci diconsi per tutta Italia, e confrontarle per iscegliere la migliore. Adunque si sentenziò arroganza de’ Fiorentini il volere il privilegio della buona favella; si confusero il parlare collo scrivere, lo stile colla lingua; e i popolari furono tacciati di pedanti da quelli che voleano si stesse ai libri, ai morti! Così da quistione rampolla quistione, nè risolversi potranno finchè, ricreata la Nazione, possa ancheil popolo star giudice dove ora solo le accademie e i giornalisti.
Intanto si vaga alla ventura, e quel che sconforta un principiante, è il vedere gli autori stessi cambiar modo. Il Botta comincia arcaico, e finisce con isguajati neologismi: il Monti detta leProlusionicome un maestruccio, poi arriva alla vivezza dellaProposta: il Tommaseo cambia tre o quattro volte, e pure venerando l’uso, per amore della forza e della concisione urta nell’epigrammatico. Abbiamo scrittori che tirano il discorso a fare sfoggio d’una frase, d’una parola; altri che rendono la lingua stessa materiale e meccanica[241]: pochi scrivono toscano come parlano, quali il Thouar, il Lambruschini, il Giusti, il Fanfani, il Tabarrini; ma i più pajono dimentichi del bel loro idioma per iscrivere come potrebbe fare qualunque studioso lombardo: di rimpatto qualche Lombardo ingegnandosi di scrivere toscano, inciampa in improprietà di cui ridono i bimbi. A quella naturalezza della base e semplicità dello stile che rendono necessaria la chiarezza e precisione del concetto e l’ordinata disposizione, aspirano molti; ma nei più riesce incolta o vulgare o superficiale, somigliante a sbozzo, non a quell’ultimo termine di perfezione che è il nascondere l’arte.
Parve a questo dirigersi il Manzoni, che, dopo le prime scritture pedestri e infranciosate, assunse il tono di bonarietà anche ad esprimere cose meditatissime; e (malgrado la parola talvolta troppo guardinga di sè) alcuni v’incontrarono il tipo della vera prosa. Ma altri gridaronoallo scandalo, quasi avesse imbrattato il suo libro di modi lombardi, che autorizzando gl’idiotismi d’altri dialetti, introdurrebbero la confusione babelica. Non era vero, nè egli avrebbe voluto retrospingere la quistione fino a togliere l’unità della lingua; esibiva anzi di provare che tutti i pretesi lombardismi trovavansi in autori toscani: ma poi affinandosi nella ricerca, e in questo quanto in ogni altro punto abbisognando d’un’autorità competente e infallibile, venne a stabilire che, come negli altri paesi, così nel nostro si recidano le dubbiezze e le pedanterie coll’adottare per comune il dialetto che a confessione di tutti, è il migliore; che, come vivo, è compiuto, indefettibile, e seconda il progredimento delle idee. Sopra tali convinzioni ebbe pazienza di «lavare in Arno i suoi cenci», i cenci che erano tanto piaciuti; e vestire ai concetti suoi una lingua colla quale non erano nati, una ch’egli stesso dovea conglomerare di reminiscenze e di consigli, come altri già solea colle frasi racimolate dai libri; e mentre il Lombardo non vi riscontrava più la primitiva ingenuità, il Toscano lo riconosceva ancora per forestiero.
Pure quell’opera e quelle discussioni valsero potentemente a revocare dal ridondante, dal sentimentale, dal declamatorio, dall’eccesso del colorito e dell’immagine, al semplice, al vero, al popolare; convincendo che la forza non sta nella figura ambiziosa, bensì ne’ pensieri solidi enunciati in termini proprj, precisi, evidenti[242].
Tale fu l’opera del Manzoni. Quel pudore poetico, quella costante dignità quasi di profeta, derivatagli da un’ispirazione che ascolta se stessa, da studj silenziosied intimi, da vita modesta, da abnegazioni spontanee, dall’armonia soave e feconda della famiglia; quello scrupoleggiare ogni parola come chi è persuaso che sonerà oracolo per l’avvenire, e si sente responsale de’ sinistri giudizj o delle false azioni che potessero derivarne, fecero che il gran poeta fosse ancor più venerato che onorato. La sua luce divenne il nostro calore, e con tali esempj la causa era vinta; i campioni di essa crebbero fra la contraddizione uffiziale, e però men traviati, invigorendosi nella lotta, consolando altre anime coll’espansione della propria, ed esprimendo i bisogni e le speranze della generazione crescente. Così restituita alla verità, alla sincerità, al buon senso, una dignità insolita acquistava la letteratura, considerata come sacerdozio e missione; la poesia ritorceasi verso le origini, quando Dante la facea maestra di civiltà e rappresentante dei sentimenti ch’egli reputava migliori; e mentre sotto l’impero, unicamente stimandosi la forza e lo spadaccino, erano derisi il credente, il pensatore, l’ideologo; i nuovi scrittori elevarono i cuori; il secolo, già vergognoso di credere, prese vergogna del non credere quando il faceano storici, filosofi, poeti insigni.
Allorchè in una parte alcuno riuscì sommo, chi sentasi la potenza del creare più non ritenesse una via dove non potrebbe che rimanere secondo; i mediocri invece s’affollano dietro a quel primo, quasi per involgere nella sua gloria la loro pochezza. Così avvenne de’ Romantici. Alcuni cercarono applauso di novatori col riprodurre metri e formole del maestro, e colle credenze vaghe di un cristianesimo rincivilito surrogarono alla mitologia personificazioni parassite, l’ipocondria al dolore, la fantasticaggine alla meditazione, allo studio del cuore passioni di cervello; della tragedia fecero un’accozzaglia di scene, ove pagane passioni nutricano accadimenti nuovi; tesserono idillj che sentonodi giardino non di campagna; e le amplificazioni e le arcadicherie, gittate per la finestra, accolsero con altra livrea dalla porta. Quella ingenua e fresca ispirazione della natura, primo fiore della poesia, e che sia riflesso delle cose attuali, non di un’altr’epoca, così di rado si presenta, da mostrare come pochi si accorsero che l’essenza della verità non riscontrasi negli oggetti isolati, ma nella loro connessione.
I sobrj colori che ritraggono la vera società non la fittizia, quell’alito di pacata religione, quel sommettersi alla volontà divina, quell’amore della regola che rende facile la vita e ne disacerba le amarezze, sgradirono a molti, che li credono pregiudicevoli a quel che più ci manca, la gagliardia del volere. Eppure un libro di pacata rassegnazione a martirj atroci, e di quella calma solenne che non lasciasi sommuovere nè dalla persecuzione dei forti, nè tampoco dall’ingratitudine de’ fratelli, servì la causa de’ popoli ben meglio che non le liriche iracondie e i luoghi comuni d’un patriotismo stizzoso e arrogante. Per ciò Pellico fu vilipeso in patria, mentre Europa lo ammirava; e piuttosto con Foscolo adoperatasi l’inesorabile necessità, e con Alfieri il tirannicidio alla romana, il quale non migliorò mai gli ordini, mai non assicurò una libertà; ovvero coi retori affocavansi gli entusiasmi che forzano la simpatia, le esorbitanze nel dir bene o male degli uomini e del paese.
Nel genere più coltivato, il romanzo, chi, non dico raggiungesse, ma imitasse il Manzoni non vediamo, giacchè i più ne conobbero la forma non l’essenza, ed anzichè nella dipintura del pensiero, del sentimento, della morale, aggiraronsi in viluppi di venture e pateticume di sentimento, e lungagne di dialoghi e distraenti particolarità; non facendo sentire le grandi gioje e i grandi patimenti dell’umanità, ma solo a volta qualche emozione i lirici ruggiti delJacopo Ortis; non volendoil vero costante ma l’accidentale, non i dogmi perenni ma opinioni personali. Le ricche diversità della curiosa intelligenza di Massimo d’Azeglio toccarono fibre generose, a cui rispondono i cuori italiani. Grossi pizzicò le patetiche in quadretti di finezza fiamminga, sicchè nessun altro offrirà alle antologie tanti pezzi scelti; ma fallendo alle convenienze di tempo e di luogo, mettendo alXIVsecolo un duello giudiziario quale usava nell’VIII, ad un buffone grossolano la soave cantilena della rondinella, sparpagliando l’azione, invece di concentrarla; assolto di tutto perchè nella prosa come nel verso potè far piangere. Giulio Carcano lo emula per armonie patetiche.
Un romanzo diffuso quant’altri[243], e lodato di fedeltà storica forse in grazia d’altri studj dell’autore, fu composto in prigione, senza verun sussidio di libri, e l’autore, come altri, prendeva nomi storici per velo e allegoria; modo infelice di far conoscere un tempo, se questo ne fosse stato lo scopo, o se fosse lodevole il togliere dalla storia caratteri e situazioni che ivi eternamente vivi, mentre copiati riduconsi a inanimi fotografie. Questi accoppiatori del vero col falso, ogni merito riponendo nella decorazione e nel vestiario, cercarono il color locale di paesi che non aveano veduti, d’un medioevo che non aveano studiato sopra gli scrittori primitivi, e che atteggiavano senza la fede ond’era animato; cristiani di soggetto e liberi di testura, posero per fondo lo stoicismo o la fatalità, non quel cozzo tra il bene e il male, non quel conflitto de’ principj aspiranti al predominio, non quella energia che pure s’innesta colla tenerezza, quel peccato che si redime colla bontà o colla penitenza. Altri sull’orme del Grossi avviarono una scuola plastica priva di coscienza, facendone eserciziodi lingua, dov’è sacrificato il pensiero al proposito di sfoggiare una frase, d’intarsiare una parola: nel che riuscì poi sommo e non inimitabile il gesuita Bresciani, i cui scritti sono anche atti di politica e di morale. I più non vedono nel romanzo se non la facilità di raccontare un’avventura, dipingere una passione, senza l’inceppamento di canoni precettorj; cercano l’emozione fuori della verità, piuttosto la gajezza comica e l’arguta osservazione; di rado mostrano l’intenzione d’esser veri, e non domandare a facili esagerazioni effetti ambiziosi insieme e vulgari.
Non mancarono tentativi di sceneggiare l’orrido e lo schifoso, di presentare l’uomo in faccia alla sua miseria e al suo nulla, e indebolirlo sviluppandogli una falsa sensibilità, e dove arte, storia, lingua, ragione, natura erano oltraggiate quasi per scommessa: ma fortunatamente i nostri romanzi eccitano lo sbadiglio anzichè il fremito dei romanzi traboccanti in Francia, reati sociali diretti a sovrapporre l’immaginazione alla coscienza, il capriccio alla regola, l’interesse al dovere. Pure non ne appare colà un così ribaldo o dappoco, che non venga qui subito tradotto, e buttato a deplorabile pascolo dei giovani e delle donne, par disarmarli contro le lotte della vita, ed aizzarli contro le inevitabili necessità di quella.
De’ nostri i più tendono a morale pratica, ad insinuare certe virtù, certi affetti, specialmente l’amor di patria; ma difettano di fantasia. Invece di moderare le passioni volle aizzarle, invece di cogliere qualche fiore della vita, volle acuirne tutte le spine Domenico Guerrazzi, su ogni bruciatura versando corrosivo; loda sempre la passione, per quanto brutale, accrescendo il lievito dei peccati capitali; storia e personaggi travisò, affinchè fossero la «protesta d’anima disonestamente straziata, scritta come si combatte, quando lo spirito frementenon volgea tra sè che fieri proponimenti»; cogli indeclinabili apoftegmi contro i papi, i principi, i Governi, la razza umana, attacca ai giovani il parossismo della disperazione. Non basta alle sue vendette uccidere un nemico, ma bisogna tagliargli le mani e porle al posto de’ piedi e viceversa; non basta che l’ingiustizia mandi al patibolo una vecchia matrona, ma bisogna che nell’ultimo movimento le si svolgano dalla veste le vizze mamme. E inebriò la gioventù, alla quale altri credea fosse piuttosto da insinuare la ragionevolezza, la spassionata indagine del vero, l’obbligo di formarsi sopra ciascun oggetto idee chiare e giudizj retti[244].
Mentre si ripete che la poesia è morta, forse mai tanto si verseggiò quanto ai dì nostri, anche non tenendo conto di quei petulanti, che infestano il pubblico coiprimi fiori, collesperanze, cogliesperimenti, insomma cogli imparaticci loro. Chi si rassegna ad essere secondo o terzo, senza il bisogno di tendere a nuova meta o per nuova via, potrà mai, per compre lodi e per ricambiati incensi, togliersi da quella mediocrità che è intollerabile, per antica sentenza, e agli uomini e agli Dei?
Nella lirica tentarono novità di forme e di cose il Tommaseo e il Biava: ma a quello parve riservata la gloria della prosa, l’altro perì sotto la noncuranza di un’età ch’e’ non voleva accarezzare. Eppure quell’età lodò e ristampò gl’inni del Borghi, dell’Arici, del Muzzarelli, e ifioridel Montani, e altre fatture che non voglio qualificare. Pellico si direbbe che verseggiavaperchè ignaro della potenza e dell’arte della prosa, e languisce fra bei lampi d’un’anima più buona che forte, e che persiste a proclamare «Il vincitore è Abele». Giulio Uberti nelleStagioniimitò felicemente il Parini. Montanelli accoppiò soavità di forme a vigoria di concetti. Mamiani avvolge pensamenti filosofici in veste classica. Revere fece rivivere qualche forme antiche, mentre Dall’Ongaro canterellava la ballata moderna. Del novarese improvvisatore Regaldi qualche poesia forbita è degna di vivere.
Ogni città poi vanta qualche poeta, e Carrer, Betteloni, Cabianca, Occioni, Aleardi... sono gloriati ad una estremità d’Italia, mentre gl’ignora l’altra che esalta Poerio e Baldacchini[245]; e la connivenza de’ giornalisti impone per un mese o due al pubblico d’ammirare certuni, che appena meriterebbero il compatimento. Tanto più ciò s’avvera colle donne, alla cui valutazione s’innesta sempre qualche bricciolo di simpatia: ma la Ferrucci mostrò nella canzone petrarchesca forza virile; i sermoni della Vordoni veronese cedono appena a quei del Gozzi, la satira temperando colla grazia femminile; la Diodata Saluzzo unì la severità della vecchia scuola agli impeti della nuova; la Guacci, la Mancini, la Terracina, la Ricciardi, la Torisi, e la Milli nelle Sicilie, la Palli, la Rosellini in Toscana, la Bon Brenzon a Verona, cantatrice de’ Cieli e di Dante, e Beatrice, la Fuà, la Poggiolini a Milano, e poc’altre non hanno bisogno dell’indulgente patronato maschile.
Le romanze di Giovanni Berchet, se non altro appresero ai giovani che la poesia non vuol cetre ma trombe. Anche un’ode di Gabriele Rossetti per la rivoluzionenapoletana del 1820 diventò popolare; il che non può dirsi delle tante che accompagnarono le posteriori. Eppure merita s’indaghi perchè sieno vissute sul cembalo signorile e sulla ghitarra popolare le canzonette, povere in grazie di stile, monotone di forme del Vittorelli bassanese, e che vecchissimo continuò fin al 1835 ad essere poeta di Clori e d’Irene. Alcuni al desiderio di rendersi popolari sagrificarono sin la forma, come il Berti, il Pezzi, il Buffa, il Bertoldi; altri credettero arrivarvi coll’usare il dialetto, lo che ne restringeva più sempre la diffusione.
V’è un paese di lingua e cielo e postura italiano, benchè da un pezzo annesso a un altro germanico; vogliamo dire il Tirolo di qua dal Brenner. Ne’ suoi studiosi durò sempre l’amor dell’Italia, e della lingua di essa mostraronsi zelanti nel secolo passato il Vannetti, il Pederzani, il Tartarotti, nel nostro lo Zajotti e il Bresciani; e un’eletta di begl’ingegni vi mantiene le tradizioni studiose, come l’educatore Tecini autore delleSerate d’inverno, gli storici Rosmini, Garzetti, Canestrini, Gar, Perini, Sizzo, e specialmente il Giovanelli, lo Stoffella, il Moschini, il Frapporti che scrissero di storia patria e disputarono sulle retiche antichità; Andrea Maffei, elegantissimo traduttore, Gazzoletti, Giovanni Prati. Gli ammiratori di questo potranno citare la divulgazione che ottenne tra la gioventù; l’esser divenuto capo scuola; l’accannimento stesso degli avversarj, i quali gli appongono di sagrificar le forme al colorito, alla frase armoniosa la profondità e giustezza del pensiero: forse gl’imparziali lo reputano ingegno troppo bello per dirne male, troppo prodigatosi per poterne dir bene[246].
Che la negazione e la critica aduggino la poesia, è ben certo; pure la sublime ispirazione e il dubbio dissolvente hanno suscitato fra altri popoli qualche cosa di grande, o almeno d’interessante. Da noi corre una lirica di dolci armonie ma scarsa efficacia di immagini belle ma appena adombrate, d’un sentimentalismo morboso, d’una devozione claustrale, d’una teatrica generosità; ove bestemmiano o piagnucolano; palesano di comporre per arte, non per un pensiero ch’è tormento o passione; e perciò non aver fede in qualcosa di grande, non saper sorgere a quella verità che, anche non vedendola, tutti credono che esista; a quell’altezza ove gli interessi della patria si sposano con quelli dell’umanità.
Di poemi epici, che attestano non si credette irrugginita la forma virgiliana, alcuni furono lodatissimi nell’aspettazione o al primo comparire; alcuni veramente splendono di qualche bella parte, smarrita in un tutto a cui non sanno acconciarsi l’impazienza e la positivitàdel secolo. Quanti ne improvvisò Bernardo Bellini! Angelo Maria Ricci se non altro tentò argomenti nuovi colCarlo Magnoo colSan Benedetto, pei quali assalito villanamente dallaBiblioteca italiana, nella ristampa «cambiò (dic’egli) tutto quello che anche a torto dispiacque all’acerbo censore»: condiscendenza che mostra un fiacco bisogno di assenso, non la coscienza del genio. Di lunga mano erasi preconizzato ilColombodi Lorenzo Costa: eccellente dipintore della natura esterna, non penetra nell’intima ragion delle cose, non afferra quell’unica idea che poteva dare verità poetica e storica al suo eroe e all’impresa di lui, quel sentimento religioso cui pareva preludiare la lunga sua invocazione alla Trinità. Il Giannoni nell’Esuleverseggiò i dolori di quei tanti che dai disastri italiani furono spinti raminghi o imprigionati; uno de’ quali il Rossetti, stillò nel polimetro ilVeggente in solitudinetutta l’ira contro i pontefici e la fede, mentre egli stesso nell’Arpa evangelica, e Bertolotti e Mezzanotte cantavano la Redenzione e i riti cristiani.
Come il quadro di genere al quadro storico, alle epopee stan le novelle, e allaNelladel Barzoni, all’Ildegondadel Grossi, allaPiadell’improvvisatore Sestini, all’Algisodel Cantù non poche seguirono, lodate e dimentiche.
Non mancò chi solleticasse al riso; alcuni per seminare qualche fiore fra tante spine, altri per beffare il dolore, impacciare l’operosità, satireggiare la virtù o la bontà, fomentare l’egoismo, impicciolire qualcosa di grande. IlPoeta di teatrodel Pananti diletta per la nativa festività toscana, sebbene s’arrabatti nella vita artifiziale de’ teatranti. Fra i troppi che ad oscenità si valsero dei dialetti municipali, il Porta, usò il milanese con inesauribile giocondità, allo stile ricco, variato, colorito unendo fina osservazione; e sebbene nè coraggionè nobiltà si richieda per far ridere delle gofferie del vulgo o della sua sofferenza minacciosa, e per ripetere accuse plateali contro all’aristocrazia, ai preti, alla beneficenza, e sebbene cantasse un brindisi a Napoleone, un altro al suo vincitore, mostra voler dirigere la poesia a scopo sociale; disapprova gl’incensieri rivolti a un nordico conquistatore scismatico, cui sant’Ambrogio avrebbe escluso di chiesa; ritrae le prepotenze de’ soldati francesi: poi si lagnò quando, in premio d’aver fatto ridere, veniva supposto autore d’una memorabile satira, di cui confessossi autore il Grossi.
Quanto il veneziano è più colto e diffuso, tanto fu più letto il Buratti, che in settantaseimila versi con dissoluta audacia rivelava i vizj, e gareggiò del primato con Antonio Lamberti, vissuto come lui fin al 1832, e del quale le più ghiotte poesie rimangono inedite a vantaggio della morale. Il Guadagnoli d’Arezzo, disposto a far ridere anche di se stesso, e diletticando più che straziando, coll’amena garrulità toscana si rese divulgatissimo. Di quella scuola vengono Norberto Rosa e il Fusinato, che ha prontezza a cogliere le impressioni, fantasia a colorirle, facilità ad esprimerle: ma non affinarono la forma quanto vuolsi ad eternar le opere; entrambi poi seppero elevarsi all’inno della gloria ed alla patriotica elegia.
Raccorre in un complesso breve e sfavillante le interminabili mormorazioni della società, le distillate interpretazioni, le ripetizioni insulse, è uffizio della satira. In questa facilmente si dà nella personalità, come avvenne al D’Elci, al Lattanzi, allo Zanoja; e il libello muore colla persona contro cui era diretto. Giuseppe Giusti toscano (1809-50), più arcigno, più profondo, più sociale, ridendo per non piangere, rimeggiò melanconie ed ire «sbrigliando il suo vernacolo senza tanto rispetto al tabernacolo». Quanto studiasse quelle sue sì facilicomposizioni, lo sa chi il conobbe; eppure professava di scrivere in giacchetta o in falda, «pigliando arditamente in mano il dizionario che gli sonava in bocca», ed esorta a mostrare la propria figura nella giubba propria, anzichè svisare i pensieri nel prisma dell’arte, nè affogar le idee nel calamajo. Nella città cinguettiera non altro impara che a riarmare di dardi il verso amaro; ma sant’uffizio assume finchè s’irrita contro il secolo che «malinconicamente sbadiglia in elegia gli affanni che non sente»; che «del pari ostenta bestemmie e miserere»; che predica le virtù cristiane ma non la tolleranza; e gli scrittori che scrivacchian affetti che non sentono; e i giornalisti che usano una lingua mescolata di frasi aeree; e il furore per le cantatrici; e i giovani che a ventun anno hanno le grinze nel cuore, anime leggere sfiorite in primavera, martiri in guanti gialli che atteggiano al malumore il labbro che pippa eternamente, e per inedia frignano elegiaco vagito, annebbiando il cipiglio fra l’inno e lo sbadiglio. Del secolo vano e banchiere, che conta il sembrare più dell’essere, pajongli carattere la voltafaccia, la meschinità, l’imbroglio, la viltà, l’avidità, la grettezza, la trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del Governo educa e doma i figli di famiglia. Ma per lui son ridicoli del pari e i poeti che si mascherano di salmista tuffando la penna nell’acqua benedetta, e gli umanitarj che vogliono valersi delle moderne scoperte per fondere le razze, sicchè il mondo (dic’egli) sarà di mulatti vestiti d’arlecchino; beffa chi colla storia pesca nel passato e nel futuro; beffa i congressi scientifici e la frenologia e gli studj geologici; beffa l’amor pacifico del pari che il convulsionario; chi si racchiude in sè come la chiocciola, del pari che il ferito nelle battaglie rivoluzionarie, e che del patibolo si fa bottega; beffa il re travicello e i Croati in Sant’Ambrogio; beffa il fratemaestro che ci facea muggi, grulli ed innocenti come tanti pecori, e l’educatore moderno che vuol tutto appoggiare al calcolo e ridurre al positivo, e crescer teste ritondate colle seste; beffa gli eroi che ponzano il poi; beffa chi canta l’Italia, i lumi, il popolo, il progresso.
Inoculato così l’umor negro, lo cuculiava poi d’essere diventato «legge di galateo», e sghignava questi Geremia che si sdrajano nel dolore. Poi quando cadde Sejano e sorsero i Bruti cinguettando, e i Gracchi pullularono d’ozio nell’ozio nati, egli fischiò i tresconi alla festa de’ pagliacci, mercanti e birri in barba liberale; e libero e feroce infliggeva ancora protesta e bollo: pure, col «circoscriversi nel cerchio ristretto del no» professò non avrebbe «la caponeria d’ostinarsi a sonare a morto in un tempo che tutti sonavano a battesimo». Sulle prime «non vide il vacuo di facile jattanza, e prese gioja al subito gridare di tutti a festa», s’infervorò alle nuove sorti d’Italia; e al vedere il popolo svolgere la sua meravigliosa epopea a petto de’ miseri accozzatori di strofe, sentì «l’inno della vita nuova accogliersi nel petto animoso de’ giovani, accorrenti nei campi lombardi a dare il sangue per questa terra diletta; e — Toccò a noi (esclamava) il misero ufficio di sterpare la via; tocca a voi quello di piantarvi i lauri e le querce, all’ombra delle quali proseguiranno le generazioni che sorgono». Ma presto gli sottentrò lo scoraggiamento, non volendo farsi sgabello all’adulato popolo, nè bere nell’orgia ove schiamazza la frenetica licenza; e alla cara Italia domandava gli perdonasse le amare dubbiezze e il labbro attonito nelle fraterne gare. È notevole come le sue satire sieno più ripetute, più applicate quando tempi nuovi successero a quelli, a cui vitupero e’ le avea composte.
Chi possiede quest’infelice abilità della satira, invece di fomentare gl’istinti malevoli e codardi, far caricaturebugiarde, cospirare coi violenti nell’esporre qualche nobile idea o qualche bel nome alle risate degli sciocchi, e usurpare l’uffizio del delatore disponendo colla celia alla spudorata calunnia o alla cupa denunzia, potrebbe esercitarsi nell’ispirare benevolenza ed azione, al livido spregio surrogare la riflessione riformatrice, battendo le ambizioni materiali, la faccendiera insolenza, gli sbagli della vanità, la grettezza positiva, le anguste convenzioni sociali, l’inerzia camuffata d’eroismo e la paura coperta di ditirambiche vanterie, la credulità surrogata alla fede, l’elegante fatuità eretta giudice della pensosa sapienza, la leggerezza cittadina fatta negatrice di virtù che la mortificherebbero, denunziatrice di atti che non è capace di comprendere, e la legge, or imposta a chi vale e vuole, d’inchinarsi sotto alla sferza di chi nè sa nè fa, e alla petulanza di chi decide di tutto, eppur non crede a nulla.
Poco fu compresa la radicale riforma della tragedia, nella quale si avventurarono Tedaldi-Fores, De Cristoforis e molti altri, e meglio Carlo Marenco da Ceva, che si propose innestare i due generi classico e storico: ma restò lontano come dallo stile del Niccolini, così dalla sapienza storica di Manzoni, deducendo la sua quasi unicamente dal Sismondi, e all’intima intelligenza cercando supplire colle particolarità esteriori. Ciò vuolsi inteso pure dei molti drammi in prosa, più vicini alla commedia, come quei del Battaglia, del Sonzogno, del Sabbatini, del Revere, ove talvolta con felicità vediam posti in azione personaggi o momenti capitali della storia nostra: ma più spesso non si fa che chiedere alla storia un nome siccome tipo d’un carattere o d’una passione; o procurasi coll’intrigo eccitare nella frivola e logora folla emozioni fittizie, incessantemente rinnovandole.
E in questi, e più nella commedia, anzichè le festiveispirazioni della critica morale e urbana che si propone abusi veri da correggere, attuali ridicolaggini da colpire, troppo comune si sente l’imitazione; colpa del recitarsi quasi sole composizioni francesi, e dell’accontentarci alla pittura triviale della vita, senza i grandiosi prospetti di chi guarda da ben alto. Dalla lepida vivacità del Goldoni quanto non distano i compassati dialoghi del Nota! Dallo spiritoso Avelloni, dall’ingegnoso Gherardo de Rossi, dal Giraudi, dal barone di Cosenza, dal Brofferio, dal Bon, dal Fambri, dal Gherardi del Testa, dal Ferrari, dal Servadio, dal Gualtieri, dal Giacometti, dal Fortis... si potrebbe cernire un repertorio da reggere a petto de’ forestieri, se l’accattar da questi non ci avesse svogliato dei nostri, se non si scrivessero o nel francese italianizzato che parlano le botteghe, o in quel gergo freddo e povero che si chiama lingua letteraria. Io non so che alcun dramma nostro sia passato nella lingua e ancor meno sulla scena di stranieri.
Entrata la febbre politica, anche il teatro ne venne invaso, adulterando perciò la storia, e all’azione supplendo colla declamazione, e aprendolo all’ira, alla beffa, alla denigrazione: ma stiamo tuttora osservando se, coi misfatti d’Aristofane, ci si presenti qualcuna delle immortali sue bellezze[247].
L’avvocatura non avea mai taciuto in Italia, e principalmente rinomata era l’eloquenza de’ Veneziani. Il regno d’Italia, indi i paesi dove sopravvisse o rivisse la pubblicità de’ giudizj, continuarono ad offrire esempj di quello stile prodigo che designa per avvocatesco, eche trovò poi a sfoggiare nei Parlamenti, ancora contaminati dalla retorica.
L’eloquenza evangelica, usata nelle missioni e nelle istruzioni improvvisate, non si scrive; e la fama del Quadrupani, del Devecchi, del Valdani, del Branca appartiene alla pietà più che all’arte: la scritta eccitò ad ora ad ora applausi e rinomanze, che poi il tempo e la lettura cancellarono, Giuseppe Barbieri da Bassano, che più di tutti ebbe encomiasti e detrattori, cominciò con tono filosofico, non opposto ma scevro di teologia; si mise poi ai dogmi, ma l’unzione gli mancò sempre: quand’è eloquente, l’è in maniera ingegnosa, non mai ingenuamente e di slancio; sempre l’arte lascia sentire anzichè la santità; e la frase lambita, ridondante, il periodo pretensivo non possono che nuocere all’effetto di quella parola santa, che vuol essere ornata sol di se stessa.
Della letteratura nostra molti scrissero le vicende; e trasandando le compilazioni del Maffei, del Cardella, del Salfi, del Levati, vuote d’ogni concetto, pinze di nomi e date, e rassegnantisi ad oracoli altrui ed ai pregiudizj, Antonio Lombardi modenese continuò quella del Tiraboschi per tempi la cui vicinanza risparmiava la fatica d’indagini; eppure, invece di pronunziare in testa propria come chi lesse, si adagia fino alle peggiori autorità, quelle de’ giornali e delle necrologie. Giambattista Spotorno non compì la storia letteraria della Liguria, e mostrò scienza ed ira nell’asserire a Genova sua la cuna di Colombo. Pezzana illustrò la parmense, laboriosamente supplendo all’Affò; Vermiglioli la perugina, Fantuzzi la bolognese, Cesare Lucchesini la lucchese, Vallauri la piemontese, Boccanegra, Sorio, Barbieri la napoletana, Carbone la sicula, Marini e Audifredi la romana, Nannucci quella de’ primi secoli. Camillo Ugoni continuò iSecoli della letteraturadel Corniani conmaggior franchezza di stile e di sentenze. Emiliani Giudici si propose di «dedurre le vicende della letteratura dai grandi avvenimenti della mente umana»; pur rimase dispettoso alle novità e ai maggiori moderni; sebbene venisse dopo tanti emendatori dell’opinione vulgare, dopo sì copiosa eruzione di documenti, scrive di Manfredi, di Corradino, del Vespro siciliano, di Federico II, di Bonifazio VIII colle favole del secolo passato; accampa orribilità di vizj politici, non temperate da virtù private, onde suona ragionevole quel suo desiderare che la stirpe umana venga sterminata. Diede anche una storia de’ Comuni: ma arrivato a Enrico VII, la cui fine egli considera come la maggior disgrazia d’Italia perchè diroccava le speranze de’ Ghibellini, fu costretto accorciare il resto, levando le annotazioni e intere parti, «affrettandosi come pellegrino traverso un orrido deserto».
E come dagli stranieri si accettarono le storie de’ fatti nostri che vennero più divulgate, dal Laugier e dal Daru quella di Venezia, dall’Hurter, dall’Hock, dal Ranke, dal Rohrbacher, dall’Henrion, dall’Artaud quelle dei papi, dal Roscoe quella de’ Medici, dal Leo la generale d’Italia, perfino dal duca di Dino, dal Ballaydier, dal Monier, dal Brunner, dal Goureau, dal D’Arlincourt quelle delle ultime vicende, così fu applaudita la storia letteraria del Ginguené (1748-1815) (tom.VII, pag. 358), il quale non avea veduto il nostro paese oltre Milano, e la tesseva accademicamente senza idee ferme nè proporzione, talchè compito il terzo volume, vide la necessità di restringersi, e presto la morte gli troncò il lavoro.
L’erudizione troverebbe natural campo in Italia, dove è parte del patriotismo, e dove ad ogni mutare di passo urtiamo in monumenti e cimelj. Quella di gergo ciarlatanesco che accumula testi anche su punti già consentiti, ed appoggiasi all’autorità invece di indagare la verità, resta abbandonata a qualche prete e a qualchesegretario. Quando il Monti volle sfoggiarne intorno ai cavalli di Arsinoe, buscò le beffe: e si dubita sia uno scherzo lo studio di Foscolo intorno alla chioma di Berenice: nessuno ignorando quanto dai lessici e repertorj sia facile accatastare erudizione. Il Forlanetto di Padova mostrossi molto addentro nel latino con particolari illustrazioni e colle aggiunte alVocabolariodel Forcellini; opera compita col Dizionario epigrafico di Michele Ferrucci, e con quel delle lingue anteromane del Fabretti. Il Marchi côrso diede l’etimologia de’ termini scientifici, abbandonando ai curiosi quella dei termini vulgari, che il Borelli pretese ridurre a teoria nel Dizionario del Tramater, abusando della cognizione di qualche lingua parziale e non distinguendo la maternità dalla fraternità. Il Morcelli, prevosto di Chiari, salutato principe nell’epigrafia latina, ne porse anche le teorie (De stilo inscriptionum), colle quali non pochi sputarono a formarne, e forse meglio di tutti lo Schiassi. A Torino ebbero bel nome Costanzo Gazzera, il Boucheron latinista di prima forza, il Vallauri, il De Vesme che potè dare un’edizione più compita delCodice Teodosiano. Tutti han compreso che l’erudizione non deve essere fiaccola piantata alla poppa, la quale non illumini se non gli spazj già trascorsi.
Nessuno fu fortunato di trovamenti più che Angelo Maj bergamasco (1782-1854). Già nella biblioteca Ambrosiana avea da palimsesti raccolto brani di sei orazioni di Cicerone e otto di Simmaco, la corrispondenza tra Frontone e Marcaurelio, molti scrittori greci e scoliasti, la versione di Ulfila delle epistole di san Paolo in mesogotico, e alcune parti dellaRepubblicadi Cicerone; altre ne trovò dopo chiamato bibliotecario della Vaticana, e opere greche e latine, e frammenti legali e cronache, e libri sibillini, onde formò loSpicilegium romanum, laNova bibliotheca Patrum, ed altri numerosi volumi d’aneddoti.Fatto cardinale e segretario della Propaganda, pubblicò ilDiritto canonico caldaicodi Ebendiesu, ilsirodi Abulfaragio, l’armenod’un anonimo.
Moltiplicaronsi traduzioni dal greco, come l’Erodotodal Mustoxidi, italiano d’adozione, in maniera arcaica; e gli altri che formano laCollanadel Sonzogno. Più vantate sono le poetiche, l’Iliadedal Monti, l’Odisseadal Pindemonti, ed entrambe dal Mancini; iTragicidal Bellotti, ilPindarodal Borghi e dal Mezzanotte, l’Aristofanedal Cappellina, ilCallimacodallo Strocchi, l’Apollonio Rodiodal Rota; ai quali vanno aggiunti l’Orazioda Gargallo e Colonnetti, ilVirgilioda moltissimi, facilmente superiori al Caro in fedeltà, non in impasto e candore. Da noi lo studio delle forme è ancora sì riputato, che alcuni salsero in fama con null’altro che col ben tradurre.
Lo studio filosofico sulle lingue chiarì che non sono risultanza del caso, ma prodotto normale e necessario dell’intelligenza e dell’organismo umano; le variazioni da popolo a popolo, i cambiamenti d’età in età hanno cause intime, che coll’attenzione possono ridursi a leggi generali. È questo il proposito della filologia comparata, sorta può dirsi colla grammatica tedesca di Jacobo Grimm nel 1819, e che gl’idiomi aggruppa sotto varj capi, e ne coglie le somiglianze e le differenze. In tal genere, a tacere le compilazioni, quali l’Atlante etnograficodel Balbi e le promesse del Biondelli, a vasti intenti si elevarono Janelli nelleLingue criptichee nell’Ermeneutica jeroglyphica, il Vegezzi, il Marzolo ne’Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola: ma ci resta troppo ad imparare dagli stranieri. Da Samuele Luzzato professore a Padova, che nelGiudaismo illustrato(1838) portò gran luce sulle dottrine e le credenze ebraiche, nacque Filosseno (1829-54), che indagò l’elemento sanscrito nelle lingue assira ed egizia, studiandole iscrizioni di Persepoli e Korsabad, e illustrò varj punti della letteratura giudaica; ma morì giovanissimo. Ne ereditò i meriti l’Ascoli, il quale nella piccola Gorizia maturò studj linguistici, ove poi divenne maestro, e quasi fondatore della nuova filologia che studia il linguaggio nelle sue relazioni col pensiero e le lingue nell’interna loro struttura e nelle analogie e dissomiglianze loro. Le ardite interpretazioni bibliche proposte dal romano Lanci, caddero con esso. Su quelle esposte dal Tiboni nelMisticismo biblicopendono i giudizj, che da noi sogliono venire tardi, e per lo più di riporto[248]. Il milanese Ottavio Castiglioni (1785-1849) s’approfondò sulle medaglie cufiche e sul gotico antico. I Lazzaristi faticano intorno agli autori armeni, letteratura che da Venezia fu rivelata all’Europa. Rosellini ebbe gare col Chiarini professore a Varsavia intorno ai punti vocali del testo ebraico, ch’egli crede antichi ed autentici. La festa delle lingue che si fa ogni epifania alla Propaganda di Roma, cresce sempre il numero di quelle, in cui si porge sperimento agli attoniti e non competenti spettatori.
Portentoso poliglotto fu il Mezzanotte, ed ancora più il bolognese Mezzofanti (1774-1849), che la meravigliosa facilità a imparare le lingue sviluppò versando negli ospedali pieni di soldati d’ogni nazione nel 1799, poi cogliendo ogni occasione di parlare con missionarj stranieri e d’avere dizionarj, e così acquistò moltissime lingue, e i loro dialetti. Però in lui la potenza di generalizzare fu piuttosto d’istinto che di ragione, nè indagò per qualmeccanismo arrivasse a tanta cognizione, nè studiò quel ch’egli potea meglio d’ogni altro, la parentela fra gl’idiomi, e ingenuamente diceva: — Il Signore mi concesse grazia di capire; è Domenedio che mi ha data tanta memoria».
Più proprio del nostro paese fu l’illustrare le antichità, che qui abbondano e che sempre nuove si scoprono, seguitando le traccie di Ennio Quirino Visconti (t.XII, p. 525). Sulla storia romana si moltiplicarono indagini parziali, massime dacchè il Niebuhr aperse orizzonti così arditi alla congettura. Contro di lui l’Orioli sostenne la genuinità dei re di Roma, e pretese trovare nella loro successione un ordine speciale cognatico. Bartolomeo Borghesi da Savignano, assiso nella piccola repubblica di San Marino, acquistò fama di primo archeologo, principalmente nell’illustrare i fasti consolari. Labus descrisse i musei di Mantova e di Brescia sua patria, singolarmente perito nel supplire le lapidi mutilate e in un metodo di asseverare le parentele fra gli antichi.
Luigi Canina di Casal Monferrato (-1856), che diede la storia dell’architettura greca e romana, delle basiliche primitive, della via Appia, tolse a «dimostrare la Campagna romana nello stato antico, cominciando dal tempo in cui si ebbero memorie storiche dei popoli primitivi, sino a tanto che la sede imperiale venne trasferita in Oriente», e conservossi devotissimo agli antichi, a costo d’essere tacciato di credulità. M. Nicolai molto si occupò dell’Agro romano, non solo chiarendone la geografia antica, ma cercandone i miglioramenti, e soprattutto discorrendo delle paludi Pontine[249]. Gaetano Pinali, oltre le fabbriche del Sanmicheli, illustrò lemolte anticaglie di Verona, Aldini le epigrafi comasche, Kandler le triestine. Il romano Guatani proseguì iMonumentidel Winckelmann, e pubblicò i sabini; come quelli della Sardegna ebbero luce da La Marmora, da Martini, da Spano. Ogni paese ebbe qualche studioso che dalle ruine dedusse più ampia cognizione del passato.
Sulle antichità ecclesiastiche è a dolere sia rimasta in tronco l’opera del padre Marchi intorno alle catacombe, animata da ben più eccelso sentimento e da scienza più profonda che non la divulgata di Raoul Rochette: superato anch’egli dal De Rossi.
L’erudizione ebbe a rinnovarsi totalmente mercè le grandiose scoperte di monumenti, siano artistici, siano scritti. Intorno ad Ercolano e Pompej proseguironsi dotte elucubrazioni, massime dall’accademia Ercolanense: ma l’attenzione de’ nostri e de’ forestieri si portò più arguta sulle mura ciclopiche, le necropoli, le città etrusche. Una società di corrispondenza archeologica, da Prussiani istituita a Roma, divenne centro di studj, e pubblicò anche una descrizione di Roma, con novità qualche volta paradossali, ma spesso correggendo errori canonizzati dai ciceroni e da quelli che su di essi farciscono le guide. Francesco Inghirami, ritiratosi nella badia fiesolana, vi allevò giovani nella tipografia e calcografia e nel disegno, e con questi sussidj compì l’opera de’Monumenti etruschiin dieci volumi, e lePitture de’ vasi fittili per servire allo studio della mitologia ed alla storia degli antichi popoli, oltre la descrizione del museo Chiusino e la storia della Toscana in sette epoche distribuita. Giambattista Vermiglioli (1799-1855), uomo tutto degli studj severi e principalmente degli archeologici, trovò ampio pascolo nelle antichità che continuamente rivela la sua Perugia, sempre e unicamente fedele al sistema greco-latino. Secondo questo, interpretòle iscrizioni perugine, e quella scoperta nel 1822, ch’è il maggior documento di essa lingua; come il più importante cimelio di quella civiltà è il sepolcro dei Volunnj, aperto a Perugia il 1840, pure illustrato dal Vermiglioli. Lasciò lezioni elementari d’archeologia, dissertazioni sulla topografia perugina nel secoloXV, sugli storici perugini, su altre materie storiche talvolta offuscate da vanità di patria. Il Coltellini contraddisse a lui ed al Lanzi quanto alla lingua etrusca, che il gesuita Garucci vorrebbe spiegare coll’ebraica, e che, malgrado tante fatiche, e gli studj del Corsen, rimane arcana.
Bisognerebbe che i nostri dessero col fatto la mentita a quell’asserto del Niebuhr, che da noi si dissotterrano medaglie, si dicifrano lapidi, ma è la dotta Germania che di tempo in tempo ne fa la rivista, e le anima colle idee. E per verità nessuno ancora è comparso a trarre una sintesi dai lavori dell’Avellino, del Fabretti, del Momssen, dei gesuiti Secchi e Marchi, di Pietro Visconti, del Garucci, del San Quintino, del Guarini, dello Zanoni, del De Rossi, del Minervini, del Conestabile, del Promis..., e a darci una storia de’ primitivi tempi italici, ove la congettura sia appoggiata da quanto l’erudizione offre di positivo. Giuseppe Micali (-1844) la tentò nellaStoria degli Italiani avanti i Romani(1810), ma nellaStoria degli antichi popoli italiani(1833), era mero divulgatore; cresciuta la messe, dopo molti anni dovette rifonderla: l’entusiamo patriotico non lasciogli ponderar bene le divergenti opinioni; e qui pure noi generalmente camminiamo sulle orme altrui, echeggiando le novità che ci vengono di fuori, e che spesso non consistono che in una più compita monografia, in una definizione più precisa, in una denominazione calzante.
L’Egitto, aperto dalla spedizione di Buonaparte agli scienziati europei, dopo la pace destò interminabiliricerche, sino a credersi d’avere alfine trovato il modo di leggere quelle enormi pagine di granito, esposte da quaranta secoli agli occhi di tutti, quasi ad insultare l’umano orgoglio, che non riuscì ancora ad accertare la lezione d’una sola. Belzoni (1778-1825), figlio d’un barbiere padovano, perlustrò quel paese aprendo alcune piramidi, e descrisse con verità, sebbene insufficiente di erudizione e di quella penetrativa che somiglia a divinazione. Mentre cercava la misteriosa Tomboctu, egli morì al Benin. Il piemontese Amedeo Peyron, inesauribile nell’erudizione classica, indovinò che il copto era la lingua antica degli Egizj, e che ad esso bisognava ricorrere per interpretare i geroglifici, il cui studio di molto egli fece progredire; e dicifrò i papiri del museo torinese, impreziosito dai monumenti vendutigli dal piemontese Drovetti. Quando il Governo francese mandava Champollion ad esplorare l’Egitto, la Toscana gli associò Ippolito Rosellini di Pisa, col naturalista Raddi e dieci disegnatori; il frutto di loro indagini si espose neiMonumenti dell’Egitto e della Nubia. Il Valeriani, il Segato ed altri divulgarono su tal conto le nozioni esposte dai Francesi. Salvolini di Faenza, allievo del Mezzofanti, nell’Analisi grammaticale de’ varj testi antichi egizj(Parigi 1836) tentò spiegazioni diverse dal Champollion.
Più in là sta l’India, terra di misteri, e che sotto una maestosissima lingua involge le origini e i primordj della civiltà di tutto l’Occidente. Ad essa ed a quei libri sacri e poetici si rivolsero alcuni nostri, come il Flecchia, il Maggi e principalmente il Gorresio, che, secondato dal Governo sardo, fece un’edizione e traduzione delRamayana.
L’erudizione è lavoro preparatorio indispensabile, e lo sprezzarlo è come sprezzare la chimica e l’anatomia: ma deve condurre al frutto suo più elevato, la storia. Sì strepitosi eventi e tanto cumulo d’esperienza doveanoelevar a considerare gli avvenimenti umani non più come una successione fortuita, ma come la manifestazione di leggi costanti, ove le perturbazioni, vale a dire gli accidenti e il capriccio, hanno parte tanto più piccola quanto più grossa è la moltitudine su cui operano; mentre nella genesi delle istituzioni sociali si procede da un avvenimento all’altro per forza d’evoluzione. Eppure in Italia ottengono lode di storia mere esercitazioni letterarie. Carlo Botta da San Giorgio nel Canavese (1766-1837), narrando l’indipendenza dell’America[250], della quale gli erano estranei e gli uomini e le cose, procedette senz’ira e partito; e diffidente ancora di sè, non trinciava a baldanza, nè giudicava per epifonemi, rispettando se stesso e i lettori[251]. Mescolatosi nella invasione francese e presto disgustatone, collocossi a Parigi, dove campò tanto da vedere suo figliuolo Emilio (-1870) raccomandarsi alla posterità per le antichità di Korsabad che scoperse sul presunto posto dell’antica Ninive. Carlo, per ispirazione borbonica avea scritto la storia d’Italia dal 1790 in poi. Già vecchio, in soli quattro anni dettò la continuazione del Guicciardini, per due secoli e mezzo pienissimi di eventi, ciascuno dei quali esigerebbe diuturne ricerche; ma egli, già sicuro della propria fama, lavorò di seconda mano, nè tampoco correggendo materiali falsità, nè accordando due autori qualora di uno non sicontenta, «dilatandosi ove trova materiali già disposti»; eccellente dipintore delle esteriorità, dilungasi in marcie[252], battaglie, tremuoti, fami; e non istà a vagliare quando gli capitano avventure straordinarie, orribili, pittoresche; pago di recamare su altrui orditura frasi galanti, colle quali e colle aggiunte arbitrarie guasta le particolarità caratteristiche; e nella impreveduta composizione riesce sproporzionato. Tale compilazione scarsa e illaudabile pel contenuto, anche per la forma resta inferiore alla precedente. Avea cominciato cogli arcaismi ripescati nel vocabolario, finì col neologismo più sbadato, eppure non mondo di affettazione: la brevità del periodare solo dagl’inesperti può farlo giudicare un Tacito, mentre è appena uno Svetonio. Quanto alle cose, il medioevo ritrae come età pazza, scarmigliata, degna delle cronicacce di frati e di castellani ignoranti; un «misero tempo, in cui le promesse e le minaccie della vita futura regolavano la macchina sociale». Vi porta qualche barlume il gran triumvirato italiano, poi la luce si effonde mercè della insigne famiglia dei Medici. Come a questa grandezza venisse o compagna o seguace la servitù d’Italia, non ebbe egli a raccontare, nè mostrò comprendere; ma descrisse i patimenti indecorosi della nazione dal 1534 fino alla rivoluzione. L’unica grandezza superstite all’Italia non conosce; anzi i papi ne considera come la peste; sul sinodo Tridentino celia, come il Sarpi che copia a man salva; nei frati vedesoltanto oziosi mascalzoni, o gabbamondo. Alla fine i principi, ispirati dai filosofi, dai Giansenisti, da quegli insigni che caldeggiarono lalibertà del principato, avviavano a meravigliosi progressi l’Italia, quando sopraggiunse un’orda di Giacobini, guidati da un fortunato che, sbagliando sempre, sempre vinceva. E il lato orrido e lo schifoso unicamente ravvisa il Botta della rivoluzione; s’adira alla ghiotta prepotenza delle amministrazioni militari e ai pazzi imitatori delle pazzie francesi: eppure della descrizione di quegli effimeri delirj empie la sua opera, ben dieci libri consumando attorno a un anno solo; a qualche festa d’un giorno, alle mattìe d’un esaltato concedendo lunghissime pagine, mentre sorvola alla creazione d’un regno, meravigliosa fino ai nemici; non nomina o appena tanti letterati e scienziati che rabbellirono, e il prode esercito; se impreca alle prepotenze forestiere, anche nei nostrali non riconosce che vigliaccheria e ferocia; sol quando vengano a soccombere li largheggia di compassione, scuse, elogi. Vero è che diffuse sugli Italiani piuttosto beffa che infamia, come si piacquero altri dappoi; sentesi ch’egli ama la nazione, quantunque non mostri stimare che i Piemontesi; benchè il fosse non solo senza pericolo ma per condiscendenza, tiene del liberale quel parlare del Buonaparte con un’ira che somiglia disprezzo, e il continuo protestare contro la forza in quella Francia, dove ben presto una colluvie di storie, di canzoni, di pitture, di opuscoli popolari ed elementari dovea rinnovare quel fascino della gloria, che è il dissolvente della libertà.
Ma la libertà il Botta non intendevala alla moderna; professa di «non amare gl’imperj dimezzati»; si accanisce contro le costituzioni fino ad esclamare che in Italia «le nazionali assemblee sono pesti»; l’Europa chiama «feroce, miseranda»; non crede che «paese più matto di essa sia stato al mondo» (lib.XXXII);sprezza l’umanità, sprezza l’uomo, questo «verme in cui la formazione ha fallato..., razza gladiatoria ove chi non accoltella è stimato goffo»; nè crede a perfezionamento, a ragione o a compassione; «un anelito ferino l’umana razza conserva, e il diavolo la trae»; e «pazzo chi vuole seminare, tra gli uomini odierni, semi salutiferi».
Di ciò sarebbe a domandargli severo conto s’egli mostrasse quell’unità che rivela un autore serio, un intento ponderato. Ma il suo bestemmiare o deridere è vezzo di scuola; chè del resto il fondamento di soda politica, il criterio morale, la chiara intelligenza dei tempi gli mancano, del pensare dispensandosi mediante comodissime frasi, «il fato, la fortuna, ritirare verso i principj». Amplificazioni dove prevale l’accessorio e nelle particolarità si perde ogni senso degli universali, dove non sia nè amor del vero, nè studio di cercarlo, nè critica di distinguerlo, nè lealtà di esporlo, non costano sforzo all’autore nè fan profitto al lettore; e nessuno certamente vorrà imparare dal Botta le vicende patrie: ma poichè quel libro sarà raccomandato sempre per la pulizia del dettato e la varietà di modi e il dire italianamente tante cose inusate, e la serenità dell’esposizione, e la spiccata evidenza di ciascun fatto, quale appena si trova nel Boccaccio, converrebbe con sobrie note avvertire degli errori di fatto, e delle opinioni illiberali, acciocchè, ammirandolo come arte, non se ne assorbano falsità e sconsideratezze. È vero che bisognerebbe annotare quasi ogni periodo; ma è pur vero che tuttodì ai giovinetti si porgono autori latini, pieni d’inesattezze di fatto e d’errori di giudizio, che non potrebbero darsi i peggiori quando si trattasse non di educarli, ma di pervertirli[253].
Lusingati da quest’esempio, molti ingegni diedero frondi d’elocuzione ove chiedeansi frutti; niun peggio dell’Angeloni nell’Italia, e del Drago nellaStoria della Grecia antica, ridicoli per frasi rugginenti. Della Grecia nuova scrisse con toscana semplicità Luigi Ciampolini. Lazzaro Papi da Lucca (1763-1834) si perigliò al gran dramma della rivoluzione francese, ma al modo che si narrerebbe quella di un popolo antico; inoltre fece lettere sulle Indie orientali, una traduzione delParadiso perdutoed altre dal greco. Il duca di Lucca lo fece bibliotecario e precettore di suo figlio; e quando poco dopo morì, voleva erigergli una statua.
E per l’origine sua pisana, e per la lunga dimora, e più per l’affetto onde guardò le cose nostre vuol qui menzione Carlo Sismondi da Ginevra (1773-1842). NelQuadro dell’agricoltura toscana(1801), ai vasti poderi e agli uniformi ricolti che avea visti in Inghilterra paragona quella suddivisa coltura, dove ogni arboscello è accurato dal padrone, e dappertutto trovasi luogo a un gelso, a un fico, a un olivo, mentre la vigna s’arrampica sulle nude pendici, e ad ogni svolta d’angolo una coltivazione diversa, e piccole cascine modello di pulitezza, dove un proprietario lo accoglieva ospitalmente, e dall’aja, ch’è il piano più vasto dell’esigua tenuta, gli mostrava il sorriso di quella natura, e i sudanti villani che talvolta sospendeano i lavori per ricrearsi al canto, e le forosette che riposavansi novellando sotto all’arancio e ai pergolati di gelsomino. Il Sismondi ammirava l’agiatezza così diffusa; quelle fatiche il cui eccesso non rapiva la bellezza nè prostrava le forze; quella diuturnità di possesso o di coltivazione, che faceva fratelli tutti i conterranei; quel culto cattolico, che ogni tratto raccoglie alle stesse pompose cerimonie il ricco col povero, l’ignorante col dotto, ed eccita l’immaginazione e moltiplica i riposi. A Pescia comprò un poderetto, coltivato da un mezzajuolo; e quest’associazione del capitale col lavoro, del possidente col colono, il Sismondi continuò tutta sua vita a invocarla per tutti, e ripetere che la terra è la cassa di risparmio ove il povero deposita a frutto ogni istante di libertà, e su cui fonda il riposo e la prosperità fra le vicende politiche. Solo lagnavasi che gl’incrementi economici degradassero la condizione del contadino, e il monopolio invadesse non solo la campagna di Roma in poche mani restringendo i latifondi, ma anche la Toscana col sostituire grandi bigattiere all’individuale operosità de’ villici.
A queste idee filantropiche si conforma l’amore deiGoverni popolari. Con madama di Staël, che cercava impressioni pel suo romanzoCorinna, egli percorse la nostra penisola, rintracciando documenti e ispirazioni per laStoria delle repubbliche italiane. La pubblicò dal 1808 al 18 in sedici volumi; ed era una protesta contro gl’incensi che alle idee militari e assolute prodigava la letteratura. Scrivendo del paese ch’è centro all’unità cattolica, dell’età organata sopra la Chiesa, e dove la potenza prevalente erano i papi, e manifestazione lo splendore delle arti e del culto, fu pregiudicato dall’aridità calvinica e dal razionalismo: e noi, riconoscenti a un amico che confortò i primi nostri passi come avea ispirato le prime nostre concezioni storiche, dovemmo spesso contraddirne le asserzioni, più spesso i giudizj (tom.VII, pag. 355).
Anche per laBiografia universaledel Michaud egli dettò articoli che concernono gl’Italiani; e nellaLetteratura dell’Europa meridionaleragionò dell’italiana con franchezza non ispassionata e colle intenzioni romantiche. Volentieri egli tornava in Italia e nella sua Toscana: stabilitosi poi presso Ginevra, che piacevagli come «ultimo rifugio ove l’amor della città si confonde coll’amore della patria», passò vent’anni amato, riverito, ospitale ai forestieri, largo di conforti e di pietà alle vittime delle rivoluzioni italiane del 1821; esultò a quelle del 30 profetizzando l’avvenire d’Italia, poi compianse ai disinganni; e pure guardando la Francia come «il solo paese su cui possa farsi conto per mettere barriere al despotismo», deplorava il mancarvi stabilità. Sebbene considerato come gran liberale, e applaudisse i tentativi verso più larghe condizioni politiche, egli professava che «nelle rivoluzioni i ciechi poteri delle bajonette e della ghigliottina surrogansi a tutta la forza che l’ordine desumeva dianzi dal rispetto o dall’abitudine»; crede alla sovranità del popolo, ma s’eleva contro la tirannia dellamaggiorità, ch’e’ distingue dalla volontà nazionale. Quando poi vide Ginevra mettersi in fuoco per proteggere le tresche di Luigi Buonaparte, si oppose, e n’ebbe scherni e minaccie dal vulgo subornato. Poi venuta su una gente nuova, ci toccò di vedere il venerabile vecchio escluso dagli affari pubblici, che sono tanta parte della libertà cittadina, e vilipeso come aristocratico.
Il Sismondi aveva saltata a piè pari quistioni cardinali della storia nostra, la condizione de’ natii sotto i Barbari, e l’origine de’ Comuni. Questa era stata piuttosto tocca che discussa fra noi, i più col Pagnoncelli derivandoli dai Piomani: ma un discorso del Manzoni intorno ai Longobardi fece conoscere qui la distinzione che Agostino Thierry diffuse[254]in Francia, tra il popolo vinto e il vincitore, e così un nuovo modo di valutare la condizione degl’italioti nelle età barbare. Secondo il qual modo furono meditati quei tempi da Carlo Troya napoletano, autore d’unaStoria del medioevo d’Italiacosì ampiamente divisata, che non era a lusingarsi di vederla inoltrata. Analizzò egli scrupolosamente ogni parola degli scarsissimi documenti dell’età lombarda, dispensandoli in un ordine cronologico che bastava a dissipare cento vecchi pregiudizj, invano rimpellati da articoli e opuscoli che improvvisavano la confutazione d’un lavoro di lunga fatica e di austera coscienza. Alloratal quistione e quelle che ne derivano furono agitate da molti, principalmente con idee venuteci dai Tedeschi[255], i quali, poniamo che esagerassero, convinceano che molto doveva attribuirsi all’influenza germanica.
A dare cognizione del medioevo contribuì la passione invalsa di pubblicare documenti. In alcuni paesi un villano sperpero e un turpe mercato n’era avvenuto allorchè furono aboliti i conventi; poi s’ammucchiarono in archivj, senza quelle cure che alcune corporazioni vi avevano applicate nel secolo precedente. Altrove se ne trasse profitto, e principalmente del ricchissimo archivio di Lucca si cominciarono a pubblicare gli atti, regnante Elisa e colle vedute d’allora, sicchè i primi volumi sono lontani dall’elevazione ora raggiunta dalla storia; nei posteriori il Borsacchini ed altri mostrarono intendere l’erudizione nuova, sia in fatto di governo, sia di filologia. Delle scritture riferentisi all’Italia nelle biblioteche parigine, fece un catalogo il Marsand con iscarsa intelligenza, e preziose lettere ne ricavò Giuseppe Molini. Eugenio Albéri, autore d’un’apologia di Caterina de’ Medici, stampò leRelazioni d’ambasciadori veneti, tesoro di cognizioni positive intorno ai varj Stati nostri e forestieri, continuata da Guglielmo Berchet e Barozzi. A Firenze l’Archivio storicodel Vieusseux raccoglie opere, sconosciute la più parte, scelte con senno, bene edite, e con que’ sobrj e savj avvertimenti che ne agevolano l’uso a chi una volta avrà potenza di ridar vita alle aride ossa.
Il Piemonte, che sentì il bisogno di mostrarsi italiano più che nol potessero le avite tradizioni, cercò sollecito nel suo passato; il Cibrario per ordine regio trasse dagli archivj nostrali e forestieriI sigilli della monarchiadi Savoja, una storia di questa, una di Torino, una di Chieri, una dell’economia del medioevo, una delle finanze del regno: lavori che desidererebbero migliore forma. Gli atti dell’Accademia torinese ridondano di dissertazioni intorno a monumenti o a punti speciali della storia dell’alta Italia. Gli archivj di quel paese rimasero chiusi alle istanze del Muratori e agli studiosi fin quando Carlalberto non istituì una deputazione che gli indagò, pubblicandoli con intelletto e con amore. L’istituzione fu poi imitata in tutte le parti d’Italia. Nè vogliamo dimenticare i lavori del Muletti sulla città e i marchesi di Saluzzo, del Carruti su Amedeo II, del Sauli sulla colonia di Gálata, del Bottazzi e del Carnevale su Tortona, del Promis sulle monete ossidionali e quelle dei principi di Savoja e Piemonte, di Leone Menabrea sulle Alpi, di Novellis su Savigliano, di Vallauri sulla letteratura, di Sclopis sulla politica e la diplomazia, del La Margarita sui trattati pubblici della Casa di Savoja, del Manno e del Martini sulla Sardegna, dell’Adriani sui Fieschi di Lavagna e su altre famiglie. Fanno casa a parte quelli di Genova: Girolamo Serra ne racconta la storia civile fino al 1483, ove comincia il Casoni; cercatore coscienziato e lucido spositore, scevro di forestierume e di arcaismi, ma senza genio; e la costante ribrama della patria libertà, che avea tentato rialzare nel 1814, fa che giudichi gli avvenimenti con parzialità municipale. Dalla quale traggono anima i recenti lavori del Canale sull’intera storia, e del Celesia sull’episodio del 1747, e la storia popolare del Bargellini.
Dagli archivj di Roma, i più ricchi del mondo, principalmente gli stranieri poterono trarne o i registri interi di alcuni pontefici, o di che riformare alcuni parziali giudizj. Laonde, se la podestà prevalente nel medioevo trovò sempre detrattori, massime fra i pedissequi deiFrancesi, da altri fu considerata da più alto punto, come dal Trova nelVeltro allegorico, da Cesare Balbo nellaVita di Dantepoi nelSommario della storia d’Italia, libro di circostanza e perciò molto diffuso. A chi lo tacciava di avere in esso blandito al papato perchè tale correva la moda dopo il 1843, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti di tutti i quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, hanno fatta italiana la moda nostra da vent’anni, cioè prima che fosse straniera»[256].
Il cassinese Tosti nellaVita di Bonifazio VIIIe nellaStoria del Concilio di Costanzaedello scisma grecoapplicò gl’intendimenti moderni. Quella della Lega Lombarda risente i tempi, invocando che Pio IX impugni la bandiera italiana, eccitando i fratelli a osare perchè «la storia degli uomini è compita, e beato chi scriverà la prima pagina della storia dell’umanità». Guelfo di fondo, caldo nell’esposizione, non evita sempre le pedanterie, nè cerca carte inedite[257]. In senso diverso Antonio Raineri napoletano, amico ed ultimo ospite del Leopardi, tessè la storia de’ primi nove secoli, nella cui introduzione annunzia che «l’uomo è un’anima incastrata in questo pianeta detto terra, la quale i veri filosofi considerano essa stessa come un grande animale, incastrato esso stesso fra le forze eterne... Come la terra è soggetta fatalmente alle leggi terrestri e universali. Ma fra la certezza dell’ordine materiale e intellettuale dell’universo, egli ha la libertà di operare in un modopiuttosto che nell’altro. E questa libertà non di sostanza ma di modo, non di azione ma di passione, non assoluta ma rispettiva, è bastante a salvare le ragioni della virtù».
E quanti non hanno almeno cominciato la storia d’Italia! e quanti non la interruppero perchè non trovaronvi un concetto unico, un’idea predominante! Il canonico Luigi Bossi di Milano (1758-1835), nella rivoluzione avuto incarico di spogliare archivj, formossi una ricca suppellettile di documenti e monumenti, ed una altrettanto ricca n’avea nella memoria. Di quella fece traffico, di questa abuso, giacchè fino lavori d’erudizione che impongono scrupolosa esattezza, tesseva a memoria, e mentre i vulgari stupivano a quello sterminato sapere, gli eruditi compassionavano. Certe vite beffarde di santi dovette sospendere; le molte storie che compilò perirono; ed anche la voluminosissima d’Italia, transunto di pochi libri, senza proporzioni, senza vedute, senza sincerità, senza stile.
Giuseppe Borghi, traduttore del Pindaro e autore di poesie encomiastiche e religiose, cominciò un discorso sulla storia d’Italia, amplificazione sempre in tono declamatorio e senza critica: e non trascese il ix secolo. È onorevole ricordare come gli apprestassero i fondi molti profughi, poi i generosi Siciliani. D’alta levatura è quella intrapresa per la parte antica da Atto Vannucci, per la moderna da G. La Farina, con viste politiche.
Sarebbe un non finir più il voler numerare le storie municipali; e fra quelle che ci passarono sott’occhio, a titolo di lode ricorderemo iCarraresidel Cittadella, la milanese di Carlo Rosmini per contraddizione alla filosofica del Verri; quella di Mantova del D’Arco, di Pavia del Robolini, di Valtellina del Romegialli; del Ciani sul Cadore, del Bianchi sul Friuli, la toscana dello Zobi, la bergamasca del Ronchetti, la lucchese del Mazzarosa,la comense di Maurizio Monti, del Rebuschini, dell’Arrigoni, di Cesare Cantù, la brianzuola del Redaelli e di Ignazio Cantù, la bresciana dell’Odorici, una di Lodi del Vignati, una di Todi del Leonj, due veneziane del Capelletti e del Romanin. L’affetto repubblicano appare nei lavori sul Canton Ticino e sulla Svizzera di Giuseppe Curti, di Stefano Franscini, lodevole uomo di Stato. Gaetano Milanesi pubblica documenti sulle arti in Siena, e annotando il Vasari avanza la storia, così importante e allettativa delle arti. Ed ogni città può dirsi abbia avuto uno storico; ma pochi che intendessero l’ufficio delle municipali, qual è di rivelare la vita del Comune, connessa colla nazione eppure avente glorie, dolori, turpitudini, interessi suoi proprj[258].
Di Chiese parziali s’occuparono l’Aporti per la cremonese, il Nardi per l’aquilejese, il Morcelli per l’africana, il Capelletti per le venete e in generale per le italiane, l’Emanuel per la nizzarda, il Semeria per quella di Torino oltre i secoli cristiani della Liguria; per quelle del Piceno il Lanzi, il Compagnoni, il Turchi, il Catalani, il Wogel, il Lancellotti.
LaStoria del regno di Napolidel Vivenzio, ilProgetto della Storia universaledel Mazzarella, laStoria del regno sotto i Borbonidel De Angelis, ilRegno e la città di Napolidel Rosselli, ilDizionario storico del regnodi Oliviero Poli e laBiografia degli uomini illustri del regnoda una società di letterati, non vissero che il tempo d’essere lodati da giornalisti. Il duca di Ventignano nellaScienza della storiaconfutò leggermente la leggera del Delfico. NellaStoriadella rivoluzione di NapoliVincenzo Coco ha il calore di chi ne fu parte e il senno di chi profittò degli errori, non discredendo alla libertà, quantunque lodi i Napoleonidi d’aver rimesso il freno. Tornato il paese a’ suoi re, egli rimpatriò, ma dopo otto anni di mentecataggine morì il 1823. Nicola Palmieri, morto del cholera nel 36, oltre una debole storia lasciava unSaggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia fino al 1816. Più divulgossi quella del generale Colletta, che tolto dall’attività de’ tempi e sturbato dalla patria, si pose in età matura a imparare a scrivere da Gino Capponi, dal Niccolini, dal Giordani, il quale ne rivide sei volte il manoscritto, e alcuni brani rifece[259]: così acquistò, se non uno stile, una maniera, che da facili amici fu qualificata tacitiana. Anzichè chiarire le verità e accertare i fatti, cercò piacere col blandire contemporanee passioni.
La Sicilia ebbe una storia generale dal Ferrara, che attribuì molta attenzione alle antichità (1814); delle quali si occuparono pure Leante, Capodieci, Maggiore, Avolio, Politi, Judica, e più il duca di Serra di Falco. Napoli Signorelli ne fece la storia letteraria, poi il Narbone con troppe generalità, autorità cumulate e male discusse, divagazioni interminate, arrogando alla Sicilia glorie straniere, appoggiandosi al Ragusi, al Mongitore e simili, e sconoscendo i più moderni acquisti dell’archeologiae filologia. Domenico Scinà di Palermo (1765-1837) nel 1803 pubblicava un’introduzione alla fisica, dividendola in tre epoche, di Galileo, di Newton e l’odierna quando fisica e chimica formerebbero una scienza sola; divinazione notevole; nellaTopografia di Palermoinsegnò ad applicare tutte le scienze naturali allo studio speciale d’un paese; meglio ancora riuscì studiando Archimede, Maurolico, Empedocle, poi la storia letteraria della Sicilia nelXVIIIsecolo. Fautore del Governo costituzionale, avverso alla unione coll’Italia, onest’uomo ma superbo, intollerante e litigioso, nulla sperava, ripetendo, — Siamo birbi», e morì del cholera credendosi avvelenato.