Chapter 23

44.Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’Oromasia, poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta divenne poi storico famoso.45.«Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso: la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc, e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro». Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo, univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione, attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’ suoi vantaggi».Memorie d’un legittimista dal1770al1830,sopra il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese Enrico Gastone di B***(ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe fatto uccidere per lui.46.Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nellaCaroline en Sicile. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nellaHistoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793: ma resta ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è meno adatto che nessun altro.47.Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (Vita del Ruffo) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson.Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».Il Cacciatore nell’Esame della storiadel Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib.I, pag 145. Vedasi pureMemorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo, scritte dall’abateDomenico Sacchinelli(Napoli 1836): e marcheseFilippo MalaspinaOccupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.48.La vita del Coco, inserita nellaBiographie Universelle, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la suaStoria della rivoluzione di Napoli, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.49.Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.50.Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse laFilosofia mineralogica. Fu liberato il 15 marzo 1801.51.Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».52.Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dalMisogallo, ma dallaVitae dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale».53.Lavergne, nellaVie de Souwaroff, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi ancheLettres et opuscules inéditsdiJ. De Maistre. Parigi 1851, tom.I. p. 178.Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione austriaca». Vedi anche l’Histoire des cabinets de l’Europe pendant le Consulat et l’Empire, parArmand Lefèvre, 1840.54.La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero, cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al 98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi da ciò.55.Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di Chivasso, traverso al gran Sanbernardo.Cibrario,Memorie di Savoja, 350.56.Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano.Mémoires, tom.III. p. 51.57.Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers, che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte, Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause, abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze.Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità».58.Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14 ottobre 1803.59.Proclama del 1º gennaio 1801.60.Almanach catholique pour 1801.61.Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli, sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la cappella reale di Milano.62.Motu proprio, 11 marzo 1801.63.Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi.64.Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri.* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso annoIdella repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava».65.Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali...«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere.«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento...«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso...«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria.66.Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente».Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento.Mém. du comte Miot, tom.II. p. 257.67.Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu semprel’objet de toutes les prédilections de Napoleon(Histoire du consulat, t.V. p. 372.)68.Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. VediAnnali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805. Genova 1853.69.Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.70.Mazzarosa,Storia di Lucca.71.Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna; ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa, passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria. Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria. Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello (1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte.72.Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto.73.Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805.74.Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina; tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse nelleLettere Sirmiesi; liberatone, fu a Parigi,piccoloambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816.75.È divulgato il titolo diSemiramide di Lucca, che Talleyrand dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria, e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone, col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva: «L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di Lucca non può nè dee convenirmi».VediSclopis,La domination française en Italie, Paris 1861.Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in egual tempo sotto la regina d’Etruria,BENCHÈriformando la legge del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi personale».76.Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton.77.Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena, Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo.Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti opponga de’ fatti, anzichè delle parole.78.Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la manoal futuro re d’Italia, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...»La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V.Mémoires du prince Eugène, Parigi 1858, tom.II. p. 16.Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. VediDarnay,Notices historiques sur le prince Eugène.79.«Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio».Memorie dettate a Montholon. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio.80.Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.81.Scrive a Eugenio:J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805:Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi.Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo:Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres. 31 luglio 1805.Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone:Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux.E Napoleone rispondeva il 27: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut. Tom.i, deiMém. et correspondance du prince Eugène, publiés parM. Du Casse.Paris 1858.82.E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nellaCorrespondance du prince Eugène.83.Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili merita di non esser dimenticata laCollezione dei travagli del codice penale pel regno d’Italia. Brescia 1807, 6 vol. in-8º.84.E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico.85.La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini.86.È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re agronomo. Su di che vedasi laBibliografia del conte Luigi Valdrighi, pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di questi paesi come Pellegrino Rossi.87.Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quellaVisionecosì:Vate non vileScrissi allor la veduta meraviglia;E fido al fianco mi reggea lo stileIl patrio amor che solo mi consiglia.88.Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si ripeterono a lungo ilNapoleone a Moscae l’Alessandro a Parigi: ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini allePoesie di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi. Venezia 1822. Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja Anassilide.89.Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, odivoNapoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare eadorarela grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazioneadorail più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue aldivoNapoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questodivinospirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, edivina amicala contessa Cicognara, emio adorato signoreun direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi.Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite.

44.Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’Oromasia, poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta divenne poi storico famoso.

44.Il Bossi finì prefetto in Francia nel 1823; compose l’Oromasia, poema italiano sui fatti della rivoluzione, ma freddo. Il dottore Botta divenne poi storico famoso.

45.«Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso: la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc, e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro». Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo, univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione, attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’ suoi vantaggi».Memorie d’un legittimista dal1770al1830,sopra il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese Enrico Gastone di B***(ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe fatto uccidere per lui.

45.«Suwaroff detestava di cuore i Francesi. Era magro, ossoso: la brillante divisa ondeggiava s’un corpo scarnato, e traverso le innumerevoli croci sul suo petto vedevasi una camicia di tela grossa come i soldati. Capelli bianchi, rasi davanti secondo l’ordinanza militare: piccoli occhi, scintillanti di passione e di indomita energia. Il giorno che arrivai al campo, il feldmaresciallo mi tenne a pranzo. Due cosacchi posero sulla tavola, coperta d’una grossolana tovaglia e senza mantili, un enorme piatto di salcraut e uno di aringhe, e qui consistette tutto il desinare. Dopo si portò il punc, e Suwaroff dava un bicchiere a ogni soldato che entrasse, e che dopo trangugiatolo non mancava mai di dire: «Su, papà, ancora un altro». Adorato dai soldati e dai bassi uffiziali, benchè non potessero fidarsi delle sue promesse: sua passione era la gloria. Niente scrupoloso di mentire o ingannare, detestando di tutto cuore gli Alleati, l’unica cosa di cui tenesse conto era battere Napoleone: il resto, dice non valere una pipa di tabacco. Prode, freddo di sangue ma vendicativo, univa le qualità più disparate. Ostentava pietà, ma abbandonavasi a tutta la foga della passione. Passava per rozzo e ignorante, mentre aveva un’istruzione estesissima, un cervello da pensatore, una conoscenza perfetta della storia: non poteva soffrire quei che scrivono lungo, e diceva: «Quand’uno non vale nè pel pensiero nè per l’azione, attacca grand’importanza all’inutile scribacchiare». Guaj all’ajutante di campo che non sapesse esser conciso ne’ rapporti! li stracciava a bocconi, e gettandoli via diceva stizzoso: «Rifate, e corto». Quando il segretario della guerra gli dirigeva un rapporto, dicea sempre: «Questi asini non saprebbero scrivere senza far sempre marciare un esercito di cento mila lettere?» D’attività prodigiosa, non lasciava far nulla agli uffiziali: non dormiva si può dire mai; nè mai riposava: spesso correva in manica di camicia, e sprezzava mille cose, che son bisogni per gli altri. Il suo difetto come capitano era l’impazienza, che sperdeva spesso i piani meglio concepiti, e lo privava del frutto de’ suoi vantaggi».Memorie d’un legittimista dal1770al1830,sopra il giornale manoscritto, le lettere e le note lasciate dal marchese Enrico Gastone di B***(ted. 1861), per Giulio de Wickede. Quel marchese scrive che, dopo la battaglia di Cassano, Suwaroff gli disse solo «Contento», e quest’unica parola lo eccitò in modo, che si sarebbe fatto uccidere per lui.

46.Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nellaCaroline en Sicile. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nellaHistoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793: ma resta ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è meno adatto che nessun altro.

46.Di questo Mammone, così orribilmente dipinto dal Coco, non fa il minimo cenno Lomonaco, la cui relazione a Carnot è vera opera d’un frenetico, eppure è la fonte a cui principalmente attinsero i narratori di quelle tragedie, e principalmente Carlo Didier nellaCaroline en Sicile. Molte falsità emendò il barone Leon d’Hervey Saint-Denys nellaHistoire de la révolution dans les Deux Siciles depuis 1793: ma resta ancora il dovere a qualche storico onesto di vagliare la verità dalla sistematica menzogna delle gazzette e dei settarj. Il tempo nostro v’è meno adatto che nessun altro.

47.Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (Vita del Ruffo) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson.Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».Il Cacciatore nell’Esame della storiadel Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib.I, pag 145. Vedasi pureMemorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo, scritte dall’abateDomenico Sacchinelli(Napoli 1836): e marcheseFilippo MalaspinaOccupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.

47.Il fatto è asserito comunemente, ma di tal lettera non c’è vestigio; la negano il Sacchinelli (Vita del Ruffo) e il barone d’Hervey, e che più monta, non la adducono gl’Inglesi, interessatissimi a discolpare Nelson.

Nelson scriveva al cardinale Ruffo. «Milord Nelson informa V. E. che egli disapprova affatto cotali capitolazioni, e che egli è risolutissimo di non restare neutrale, colla forza rispettabile che ha l’onore di comandare.... Milord spera che il cardinale Ruffo sarà del suo avviso e che allo spuntar del giorno di domani esso potrà agire d’accordo con S. E. I loro intenti non possono esser che gli stessi, cioè di ridurre il nemico comune, e di sottomettere alla clemenza di S. M. Siciliana i suoi sudditi ribelli».

Il Cacciatore nell’Esame della storiadel Colletta (Napoli 1850), difende il Ruffo, e ne reca una lettera con cui il comandante del Castelnovo significava che «sebbene egli (Ruffo) e i rappresentanti degli Alleati tenessero per sacro e inviolabile il trattato, nulladimeno il contrammiraglio Nelson non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell’articolo 5º della capitolazione, come avevano fatto i repubblicani della collina di San Martino che erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinchè, sulla considerazione che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione che meglio loro piacesse e che sicuri li rendesse»; lib.I, pag 145. Vedasi pureMemorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo, scritte dall’abateDomenico Sacchinelli(Napoli 1836): e marcheseFilippo MalaspinaOccupazione de’ Francesi nel regno di Napoli dell’anno 1799; invasione del regno nel 1806, e l’impresa intrapresa dal cardinale F. Ruffo, ecc. Parigi 1846. Il Malaspina fu ajutante di campo del Ruffo, che per sospetto lo fe gettar in carcere. Il Sacchinelli, segretario del Ruffo, reca documenti irrefragabili.

48.La vita del Coco, inserita nellaBiographie Universelle, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la suaStoria della rivoluzione di Napoli, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.

48.La vita del Coco, inserita nellaBiographie Universelle, racconta che egli viveva in intimità colla San Felice: un Bacher per rivalità minacciò di denunziarlo: ma la San Felice denunziò più prontamente il Bacher come reazionario, e fu mandato al patibolo. Cambiato vento, essa pure fu condannata. Il Coco divenne giornalista nella repubblica Cisalpina, poi nel regno d’Italia; fu impiegato sotto Murat, ma aspirava a esser capo dell’istruzione o ministro, e non ottenendolo, trescò contro i Napoleonidi. Di ciò gli fece merito Ferdinando IV, che lo conservò direttore del tesoro. Trovavasi così a una Corte che egli avea violentemente denigrata: e una volta il principe reale avendogli espresso il desiderio di leggere la suaStoria della rivoluzione di Napoli, egli ne prese tale sgomento, che divenne pazzo, e sopravvisse in tale infelicità fino al 1823.

49.Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.

49.Il Colletta dice furono parecchie centinaja: il parabolano Coco li porta a quattro mila: il marchese Gualterio a quaranta mila!! La lista che ne dà il Lomonaco è di cendiciannove, oltre la San Felice. Il Sacchetti riduce i giustiziati a novantanove.

50.Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse laFilosofia mineralogica. Fu liberato il 15 marzo 1801.

50.Fra i detenuti era il famoso naturalista Dolomieu, che, partitosi dalla spedizione d’Egitto, fu spinto sulle coste napoletane il giugno 1799, e toltogli il portafoglio, fu gettato in un fondo di torre senza libri e penne; dove, fattosi inchiostro col fumo della lampada, sui margini di qualche volume sottratto alla vigilanza scrisse laFilosofia mineralogica. Fu liberato il 15 marzo 1801.

51.Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».

51.Motuproprio del 10 febbrajo 1800. In una circolare del 20 aprile successivo l’arcivescovo Martini di Firenze invitava i pievani della sua diocesi a dar una nota dei Giacobini, assicurandoli del massimo segreto; chiesti da qualche altra autorità d’informazioni simili, se ne disimpegnino come possono, giacchè il Governo non terrebbe conto se non della nota che trasmetterebbero mediante l’arcivescovo; e così concorrano «ad estirpare una cancrena che tanto male ha prodotto, ed è capace di produrre sino all’esterminio delle nazioni».

52.Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dalMisogallo, ma dallaVitae dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale».

52.Lettera all’abate di Caluso, 27 luglio 1799.

* Il furore dell’Alfieri contro i Francesi appare, non solo dalMisogallo, ma dallaVitae dalle lettere. Basti per tutte una del 5 agosto 1800 al famoso Lagrange. — La Grangia, sei tu francese o italiano? Se francese, non contaminerò la mia voce parlandoti, ma se italiano pur sei adempirò l’indispensabile sacro dovere d’indipendente e verace scrittore italiano col dirti; che non può nè deve un tuo pari menare i suoi giorni in Francia tra codesti schiavi malnati, e sotto una sì infame e stolta tirannide. Aggiungo che molto meno tu dei (e fosse pur anco a costo di una onorevole anzi gloriosa mendicità) ricevere tu il tuo pane dagli oppressori, assassini della desolata tua terra natale».

53.Lavergne, nellaVie de Souwaroff, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi ancheLettres et opuscules inéditsdiJ. De Maistre. Parigi 1851, tom.I. p. 178.Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione austriaca». Vedi anche l’Histoire des cabinets de l’Europe pendant le Consulat et l’Empire, parArmand Lefèvre, 1840.

53.Lavergne, nellaVie de Souwaroff, racconta che Paolo di Russia interpellò uffizialmente l’Austria se volesse ripristinare il re di Sardegna e la repubblica di Venezia; in tal caso Suwaroff resterebbe, e sarebbegli mandato un altro esercito: l’Austria non volle promettere. Vedi ancheLettres et opuscules inéditsdiJ. De Maistre. Parigi 1851, tom.I. p. 178.

Il conte di Cobentzel, nel novembre 1799, rispondeva al conte Panin ministro russo: — Come potrebbe esigersi in cessione delle tre Legazioni, che nel trattato di Tolentino furono annesse alla repubblica Cisalpina da noi conquistata? È un giusto compenso delle spese di guerra. Io non dubito che la mia Corte non renda il Piemonte al re di Sardegna; ma Alessandria e Tortona, che furono già coll’armi staccate dal Milanese, devono per l’armi ancora tornare alla dominazione austriaca». Vedi anche l’Histoire des cabinets de l’Europe pendant le Consulat et l’Empire, parArmand Lefèvre, 1840.

54.La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero, cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al 98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi da ciò.

54.La rivoluzione aveva divorato tre bilioni di proprietà del clero, cinque bilioni di proprietà degli emigrati; gli argenti e le campane e le gioje delle chiese, i beni della Corona; imposte infinite, tasse e prestiti forzosi, creato assegnati per 33,430 milioni: dall’89 al 98 aveva speso novantasei bilioni, oltre cinquanta bilioni a cui era fallita nel 97, e quando Napoleone, reduce d’Egitto, volea mandar un messaggiere in Italia, non trovò nell’erario millecinquecento franchi da ciò.

55.Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di Chivasso, traverso al gran Sanbernardo.Cibrario,Memorie di Savoja, 350.

55.Esiste il conto originale delle spese sostenute nel 1436 per condurre una grossa bombarda ed altre artiglierie per l’assedio di Chivasso, traverso al gran Sanbernardo.Cibrario,Memorie di Savoja, 350.

56.Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano.Mémoires, tom.III. p. 51.

56.Il generale Soult assicura che, alla battaglia della Moglia fra gli Appennini, i suoi soldati privi di pane e di munizioni, si buttavano sui cadaveri degli Ungheri e li mangiavano.Mémoires, tom.III. p. 51.

57.Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers, che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte, Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause, abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze.Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità».

57.Ho sempre creduto della massima inutilità alla storia le descrizioni di battaglie. I lettori ordinarj non capiscono; i militari non imparano, e ricorrono alle opere speciali. D’altra parte una battaglia succeduta sotto gli occhi nostri, nel maggior profluvio delle gazzette, dei bullettini, delle memorie, è narrata diversissimamente dai diversi: e senza citare il Botta, chi l’abbia letta in Thiers, che pur vanta aver avuto alla mano i più preziosi documenti, stupisce di trovarla affatto differente in due generali che vi presero parte, Marmont e Soult. Qui come altrove noi crediamo bene cercar le cause, abbreviare le particolarità, e affrettarsi alle conseguenze.

Il sepolcro di Dessaix all’ospizio del gran Sanbernardo è opera di Moitte, morto il 1810; e lo rappresenta in atto di cader morto dal cavallo, sostenuto dal colonnello Lebrun. Bourienne confessava che le circostanze della morte di esso e il discorso messogli in bocca, gli erano stati dettati da Napoleone; e che in realtà nessun lo vide o lo udì in quella confusione. Era romanzesco pure il bullettino quando gli faceva dire: — Andate a riferire al primo console che muojo col dispiacere di non aver fatto quanto basti per vivere nella posterità».

58.Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14 ottobre 1803.

58.Ercole Rinaldo, ultimo duca di Modena, moriva a Treviso il 14 ottobre 1803.

59.Proclama del 1º gennaio 1801.

59.Proclama del 1º gennaio 1801.

60.Almanach catholique pour 1801.

60.Almanach catholique pour 1801.

61.Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli, sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la cappella reale di Milano.

61.Mentre il conclave eravi adunato, morì il patriarca Giovanelli, sant’uomo, ed ebbe insigni esequie. Alla chiesa di San Giorgio, nel cui convento s’eran accolti i cardinali, il nuovo papa regalò magnifici candellieri, che poi il Governo d’Italia portò via per ornare la cappella reale di Milano.

62.Motu proprio, 11 marzo 1801.

62.Motu proprio, 11 marzo 1801.

63.Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi.

63.Tal era a Milano Petiel, dove la commissione componeasi di Melzi, Aldini, Sommariva, Paradisi, Ruga, Arauco, Birago, Visconti, Bargnani: nella consulta de’ quaranta entravano Moscati, Luosi, Testi, Opizzoni, Serbelloni, Maniscalchi.

64.Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri.* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso annoIdella repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava».

64.Furono Diego Guicciardi segretario di Stato, Spanocchi grangiudice, Felici ministro dell’interno, Bovara del culto, Prina delle finanze, Veneri del tesoro, Pino della guerra, Maniscalchi degli affari esteri.

* Capo della commissione legislativa era l’avvocato Sommariva, che meglio degli altri profittò dei mezzi di guadagno offerti dal disordine. Nel rimettere il potere in mano del vicepresidente, al 16 piovoso annoIdella repubblica italiana, diceva: «Non dissimuleremo che la moltiplicità degli obblighi contratti, e i pesi straordinarj ci determinarono a provvedimenti spiacevoli ma necessarj. Per sostenere l’economia pubblica abbiamo dovuto colpire la privata; ferire i cittadini nel vivo, e riaprire piaghe vicine a rimarginarsi. Ma de’ mali passati ci consola l’idea che i nostri successori, animati da fervido zelo, e secondati da circostanze migliori, potranno coronare i voti di un popolo che, stanco di tante vicende, ha diritto di finalmente godere la felicità a cui aspirava».

65.Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali...«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere.«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento...«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso...«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria.

65.Il bilancio del 1803 stava su novanta milioni di lire milanesi (sessantotto milioni di franchi); di cui cinquantadue al ministero della guerra: cioè venticinque e mezzo per l’esercito francese, ventidue e mezzo pel nazionale, quattro per le fortificazioni.

Il conte Sclopis, in un bel libro pubblicato dopo il nostro, diè fuori due preziosi rapporti del vice presidente Melzi a Napoleone sopra lo stato della Repubblica. Il Melzi si diffonde sulla propria incapacità. «Sì, cittadino presidente; senza la vostra grand’ombra che ci protegge, non saremmo che caos e sventura. L’Europa n’è convinta: ogni passo nostro n’è novella prova... Troppo grandi ragioni e troppo ben giustificate dall’esperienza vollero che il capo del nostro Governo fosse a Parigi, anzichè a Milano. Guaj a noi se fosse altrimenti!

«Più avanziamo, la strada non sembra allargarsi che per offrirci nuove difficoltà. I Giacobini e i ladri sono collegati; e le loro speranze, nudrite da intriganti lor pari, che son a Parigi, van sino al generale sovvertimento: e poichè sembra che ogni nostra forza è in voi, non vi risparmiamo punto... La nazione è contenta, poichè essa gode il riposo ch’era il suo primo bisogno. La confidenza nel Governo è ristabilita perchè si spera: ma tante speranze io non le trovo nè in me nè attorno a me. La mancanza d’uomini è grande più che non l’avrei pensato».

E dipingendo i varj ministeri e i varj corpi dello Stato, sovente ritorna sull’apatia pubblica a fronte de’ Giacobini, come sempre chiama gli antichi repubblicani. «I legislatori che mostrarono sempre buone intenzioni, son troppo pochi: tutto il resto ostentò una leggerezza, una trascuranza che troppo contribuì ad avvilire quel corpo nell’opinione generale. Più volte mi sentii afflitto, umiliato udendo che legislatori, in assenza di stranieri che ci spiano, nelle assemblee, al ridotto, ne’ palchetti sfogavansi a coprir di ridicolo e d’odio le stesse leggi ch’essi aveano fatte il giorno prima. E ciò non per vedute determinate, ma ben peggio, per mancanza totale di sentimento e interesse per la cosa, non dissimulando nè la loro diffidenza sul destino della repubblica, nè la persuasione che i nostri sagrifizj non andrebbero a profitto di essa, fino a guardar il Governo come trastullo o complice... Per evitare il grande sconcio della discussione pubblica si stabilì nella Costituzione la discussione privata fra gli oratori e i consiglieri, e non se n’ebbe che meglio... Voi conoscete tutte le persone che le circostanze fecero entrare nel consiglio legislativo. Certo v’è del merito, e cognizione, e zelo, ma anche troppi interessi e vedute personali, mancanza assoluta delle abitudini richieste dalle loro funzioni: non contegno, non segreto, non sentimento di far parte del Governo; tendenza evidente a separarsene per far più liberamente gli interessi de’ dipartimenti, e compiere intenti affatto personali.... Il maggiore imbarazzo de’ ministri non consiste tanto nella farragine degli affari, quanto nella mala volontà de’ loro dipendenti. L’antico Governo (della Cisalpina) aveva creato un’immensa falange d’impiegati, diffusi in tutti gli uffizj, che divennero una fazione numerosa quanto pericolosa pel nuovo Governo di cui erano i nemici naturali...

«Uno de’ maggiori impacci ch’io incontrai fu di trovare impiegati capaci di buon lavoro. Stiamo abbastanza bene quanto alla ragioneria; malissimo nel resto. Gli antichi secretarj sono morti, o via: i nuovi sono mediocri e mal educati, lavorano poco e non bene. Se trattasi di cosa che dovrebb’essere scritta in modo distinto per la forza della logica o per l’accuratezza dello stile, non si sa come fare. Quei che sanno scrivere non han la minima idea d’affari: quei che lavorano negli affari non sanno scrivere.

«I dipartimenti ci offrono uno stato morale affliggente. Quei dell’antica Lombardia recansi in pazienza, per effetto dell’abitudine, la dipendenza dalla centrale; gli altri vi ripugnano più o meno, e s’ingegnano sottrarvisi in ogni modo, tendendo ad assoluto federalismo. L’idea che bisogna accentrar tutto per esser forti non entra nelle teste, giacchè nessuno attacca importanza a questa. La forza nazionale, ch’è in contrasto con tutte le idee e le abitudini ricevute... L’esercito essendo il grande oggetto della spesa annuale, è la causa che allontana i più; e può dirsi che per l’esercito italiano non v’è altri voti che quei dell’esercito. Tutto il resto gli è contrario, più o meno apertamente; prova dell’assenza completa di spirito nazionale, e il massimo ostacolo a crearlo. Nobili, clero, campagne, popoletto delle città, salvo poche eccezioni, non sono per la repubblica, se anche non le son contro. Il resto, che si chiamano patrioti di molte gradazioni e fazioni, non è per essa, giacchè ognuno la vorrebbe per sè, e ognuno in maniera diversa... Fra gli elementi discordi, la fazione del Governo anteriore, cioè quello dei ladri, ha il miglior giuoco; diffonde le idee più opportune a screditare il sistema, e seminare l’inquietudine e lo sgomento...

«È un nascer morti il cominciare con un deficit nelle finanze: e noi siamo in quel caso...

«S’è più volte notato che la mia condotta fu più conciliante che imperiosa, più dolce che forte. Confesso che la mia maggior fatica fu diretta a non dover ricorrere alla forza, perchè non ne avevo il sentimento. Bisogna aver il piede assicurato per batter forte; ed io non sono in questo caso. Quando avrò i mezzi di chetare i clamori de’ sofferenti, di alleviare i pubblici carichi, di sostenere spese straordinarie, allora solo il Governo potrà prender un altro tono...

«Io non trovo altri spedienti d’assicurare radicalmente la tranquillità, conquistare la volontà generale in favor del sistema, e sottrarne così la repubblica ai mali onde l’Italia è minacciata, che migliorare dal fondo la sorte de’ suoi abitanti». E suggerisce la diminuzione d’imposte, e la attenzione di quel genio paterno, che è la prima come l’ultima speranza della patria.

66.Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente».Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento.Mém. du comte Miot, tom.II. p. 257.

66.Nelle Memorie del conte Miot, che fu poi ministro del re Giuseppe a Napoli e in Ispagna, esso Giuseppe si lagnava della nessuna libertà che il fratello gli lasciava già da quando era console. «È vero ch’egli mi ha offerto il posto di presidente della repubblica italiana, posto tanto da me desiderato: ma voleva mettermivi in catene, e ridurmi alla parte che ora vi fa il Melzi: ond’io, che conosco a fondo mio fratello, e che so quanto il suo giogo sia pesante, e che preferii sempre un’oscura esistenza a quella di fantoccio politico, dovetti ricusare. Io esigevo che il Piemonte fosse riunito alla repubblica italiana, che mi si lasciasse ripristinare le principali fortezze, che si ritirassero dal territorio italiano le truppe francesi. Ottenendo tali condizioni, sarei stato vero padrone. Dipendevo dalla Francia pel gabinetto, per le relazioni politiche, ma non materialmente. Mio fratello, d’ambizione smisurata, non volle consentire a tali patti, e si fece nominare presidente».

Quanto poi si trattò di mutare quella repubblica in regno, non avendo potuto farne accettar la corona a Giuseppe, Napoleone voleva darla al figlio di suo fratello Luigi, fanciulletto sul cui conto la cronaca aveva a che dire; Luigi governerebbe fin alla maggior età di esso. Ma Luigi ricusò risoluto: «Finchè vivo, non consentirò nè all’adozione di mio figlio prima dell’età assegnata dal senatoconsulto, nè ad altra disposizione, che a scapito mio collocandolo sul trono d’Italia, resusciterebbe le voci sparse sul conto suo. Se volete, andrò in Italia, ma a patto di condur meco mia moglie e i figli». L’imperatore montò sulle furie a segno, che afferrò Luigi alla vita, e con violenza lo spinse fuori del suo appartamento.Mém. du comte Miot, tom.II. p. 257.

67.Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu semprel’objet de toutes les prédilections de Napoleon(Histoire du consulat, t.V. p. 372.)

67.Entusiasmo s’intende de’ soliti ciurmadori e ciurmati, e di quella plebaglia che vuol feste e dimostrazioni. La consulta di Stato dirigeva al ministro Marescalchi una memoria sullo stato dell’opinione pubblica, dove diceva: «In genere i dipartimenti, e viepiù la città di Milano verso il nuovo ordine di cose non mostra che apatia profonda: colla differenza che i dipartimenti potrebbero essere scossi e riscaldati al minimo vantaggio che loro si proponesse, mentre Milano, i cui abitanti sono dabbene ma alquanto inerti, e hanno prevenzioni cattive più che altrove, è sempre difficile a muovere ed eccitare». Rapporto del 15 aprile 1805. Esso Marescalchi scriveva a Napoleone, che erasi fermato a Stupinigi: «Ne’ tre giorni dacchè son a Milano, non perdetti un istante per far conoscere V. M. e le sue intenzioni. Devo confessarle che v’è molti ostacoli. Trovo le porte dei gran signori chiuse; gli spiriti preoccupati da prevenzioni funeste e ridicole... Sol la presenza di V. M. può operar il miracolo di convincerli e acquistarli. Spero riuscire a far organizzare una guardia d’onore. Se l’ottengo, chiedo a V. M. di presentarle a Stupinigi una deputazione de’ principali proprietarj per pregarlo a voler accettarla, ecc. ecc.»

Così questi codardi cortigiani mentono l’opinione pubblica. E M. Thiers dice che il regno d’Italia fu semprel’objet de toutes les prédilections de Napoleon(Histoire du consulat, t.V. p. 372.)

68.Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. VediAnnali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805. Genova 1853.

68.Le spese annuali erano di nove milioni e mezzo, cioè quasi il doppio di quel che costava la repubblica aristocratica; e le entrate non toccavano i cinque milioni. VediAnnali della repubblica Ligure dal 1797 al 1805. Genova 1853.

69.Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.

69.Dispaccio 11 agosto 1805 da Boulogne.

70.Mazzarosa,Storia di Lucca.

70.Mazzarosa,Storia di Lucca.

71.Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna; ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa, passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria. Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria. Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello (1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte.

71.Girolamo Lucchesini (1752-1825), scolaro dello Spallanzani che l’ammirava come un nuovo Pico, stette buon tempo a Milano poi a Vienna; ma poichè Kaunitz nol lasciava penetrare nelle grazie di Maria Teresa, passò in Prussia, dove Federico II lo apprezzò e lo prese a segretario particolare. Anche il re successore l’adoprò in cose di Stato, e Mirabeau, nel codardo libro sulla Corte di Prussia, ne dice ogni male. Fu spedito in Italia per guadagnar i principi contro l’Austria. Benchè ostilissimo alla rivoluzione francese, risedette a Roma ed altrove, ebbe parte a tutti i trattati d’allora, benchè non fosse robusto negoziatore, ma piuttosto insinuante. Alla Prussia spiaceva si sacrificasse Venezia, accrescendo così forze all’Austria, e mandò Lucchesini a dissuaderne Buonaparte, nelle cui grazie s’introdusse colle adulazioni, e gli mostrò come la Prussia il seconderebbe nell’umiliare l’Austria: ma Buonaparte era già d’accordo coll’Austria. Lucchesini ebbe mano nello sfasciamento dell impero germanico; poi come a Jena fu sconficcata la Prussia, ricoverossi in patria, e fu maggiordomo e devotissimo suddito di Elisa. Cesare suo fratello (1756-1832) scrisse la storia letteraria di Lucca ed altre cose molte.

72.Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto.

72.Napoleone avea stabilito che ai veterani di Francia, invece di soldo, si dessero terreni sul Reno e in Piemonte, e cinque campi avea destinati fare con sei milioni di beni nazionali presso a Fenestrelle ed Alessandria; istituzione che non ebbe poi effetto.

73.Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805.

73.Trattato di Pietroburgo 11 aprile 1805.

74.Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina; tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse nelleLettere Sirmiesi; liberatone, fu a Parigi,piccoloambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816.

74.Vuolsi menzionare anche Francesco Apostoli, che di buon’ora viaggiò in Germania, poi fissossi a Vienna, donde accorse a Venezia a propagar le idee demagogiche; sbandito ricoverò nella Cisalpina; tornati i Tedeschi, fu deportato a Cataro, e que’ patimenti descrisse nelleLettere Sirmiesi; liberatone, fu a Parigi,piccoloambasciadore della piccola repubblica di San Marino; poi venne nel regno d’Italia, vi fu fatto censore, e negletto e povero morì nel 1816.

75.È divulgato il titolo diSemiramide di Lucca, che Talleyrand dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria, e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone, col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva: «L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di Lucca non può nè dee convenirmi».VediSclopis,La domination française en Italie, Paris 1861.Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in egual tempo sotto la regina d’Etruria,BENCHÈriformando la legge del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi personale».

75.È divulgato il titolo diSemiramide di Lucca, che Talleyrand dava ad Elisa. Pure ella era tutt’altro che un’intelligenza vulgare, e fece molto nel piccolo ducato di Lucca, moltissimo nel regno d’Etruria, e avrebbe fatto di più se non fosse stata l’onnipotenza di Napoleone, col quale teneva un carteggio vivissimo. Il 9 marzo 1806 gli scriveva: «L’abitudine del lavoro è divenuta per me quasi una passione: mi tien luogo d’ogni altra idea, e quando entro nel mio gabinetto, vi resto con tanto piacere, quanto alla festa più brillante». Essendosi fatte passar delle truppe sul suo territorio nell’estate del 1808, essa ne rivolse vivi richiami al fratello. «Se V. M. riunì i miei principati al grande impero, renderò senza rincrescimento la mia sovranità a quello da cui l’ebbi. Ma se ella mi lascia al mio posto, io non soffrirò che la sorella del più gran monarca sia trattata con disprezzo, e il suo territorio come un paese conquistato. Lo dico francamente a V. M. Io ero felice nella mia vita privata; ma d’essere un sottoprefetto di Lucca non può nè dee convenirmi».

VediSclopis,La domination française en Italie, Paris 1861.

Abbiamo dall’archivio dell’Impero a Parigi una relazione fatta da Menou a Napoleone sull’ordine giudiziario in Toscana. Espone i miglioramenti che vi aveva introdotti Pietro Leopoldo, pur rispettando molto di quel che era precedentemente. È notevole questo passo: «Farà meraviglia che i delitti commessi nel regno di quel principe, e singolarmente negli ultimi tre anni, siano men della metà di quelli processati in egual tempo sotto la regina d’Etruria,BENCHÈriformando la legge del predecessore, essa abbia aggravato i supplizj, ristabilito la pena capitale, e moltiplicato i casi d’applicarla. Pure quest’enorme differenza bisogna ricondurla alle cause principali, cioè 1º alla maggiore agiatezza diffusa nelle classi della popolazione al tempo di Leopoldo; 2º alla sua polizia, divenuta così attiva e penetrante ch’era quasi insopportabile; e tutto quel che le pene aveano perduto in intensità, era stato convertito in una sorveglianza minuta e quasi personale».

76.Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton.

76.Il Puccini era riuscito a trafugare da Firenze in Sicilia la Venere de’ Medici: ma Napoleone la voleva, e avendo indarno insistito con modi da Verre, riuscì per frode a ottenerla dal ministro Acton.

77.Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena, Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo.Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti opponga de’ fatti, anzichè delle parole.

77.Adda con Sondrio, Adige con Verona, Adriatico con Venezia, Agogna con Novara, alto Adige con Trento, alto Po con Cremona, Bacchiglione con Vicenza, basso Po con Ferrara, Brenta con Padova, Crostolo con Reggio, Lario con Como, Mella con Brescia, Metauro con Ancona, Mincio con Mantova, Musone con Macerata, Olona con Milano, Panaro con Modena, Passeriano con Udine, Piave con Belluno, Reno con Bologna, Rubicone con Forlì, Serio con Bergamo, Tagliamento con Treviso, Tronto con Fermo.

Fra le celie del Botta, le denigrazioni del Colletta, le ammirazioni del Pecchio e le critiche del Coraccini (pseudonimo del francese La Folie) è difficile che paja giusto lo storico del regno d’Italia; nè dalla critica de’ nostri tempi può sperarsi tanta lealtà che ai fatti opponga de’ fatti, anzichè delle parole.

78.Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la manoal futuro re d’Italia, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...»La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V.Mémoires du prince Eugène, Parigi 1858, tom.II. p. 16.Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. VediDarnay,Notices historiques sur le prince Eugène.

78.Augusta di Baviera, della quale, col nome di Amalia, i Milanesi conservarono cara memoria, e che noi stessi, a Monaco, udimmo poi ricordare con desiderio gli anni qui passati, era tenuta per la più bella principessa di Germania. Alla pace di Presburgo, Napoleone la destinò sposa al Beauharnais, ma essa era invaghita e promessa al principe Carlo di Baden. Il padre le scriveva dunque il 25 dicembre 1805: «Se v’avesse lampo di speranza che mai poteste sposare Carlo, io non vi pregherei a ginocchio di rinunziarvi. Nè insisterei, mia cara e amata Augusta, perchè voi deste la manoal futuro re d’Italia, se questa corona non dovesse esser garantita da tutte le potenze alla conchiusione della pace... Pensate che voi farete la felicità non solo di vostro padre, ma de’ fratelli e della Baviera, che ardentemente desidera quest’unione.... M’è grave l’amareggiar il cuor vostro, ma io conto sulla vostra amicizia, sull’attaccamento che sempre mostraste a vostro padre; nè voi vorrete avvelenarne gli ultimi giorni. Pensate, cara Augusta, che un rifiuto renderebbe tanto nemico l’imperatore, quanto ora è amico della casa nostra. Risparmiateci il dolore d’una spiegazione, che potrebbe diroccare la mia trista salute. Rispondetemi per iscritto, o per mezzo di vostro fratello. Credete, cara amica, che mi costa infinitamente lo scrivervi così, ma le circostanze più che imperiose, e il mio dovere di badar agl’interessi del paese confidatomi dalla Provvidenza mi vi costringono...»

La principessa lottò, poi gli scriveva: «Mi obbligano a romper la fede data al principe Carlo. Io vi acconsento per quanto mi costi, se ne dipende il riposo d’un padre amato e la felicità d’un popolo. Ma non posso dar la mia mano al principe Eugenio se la pace non è fatta, e s’egli non è riconosciuto re d’Italia. Io rimetto la mia sorte nelle vostre mani: per quanto crudele deva essere, mi sarà addolcita dal sapere che mi sono sagrificata per mio padre, per la mia famiglia e la mia patria. In ginocchio vostra figlia domanda la vostra benedizione: essa m’ajuterà a soffrir con rassegnazione il tristo mio destino». V.Mémoires du prince Eugène, Parigi 1858, tom.II. p. 16.

Lo strano è che Eugenio non sapea nulla di quest’affare; e Napoleone, dopo tutto conchiuso, al 31 dicembre gli scriveva: «Son arrivato a Monaco. Ho combinato il vostro matrimonio colla principessa Augusta: fu già pubblicato. Essa è molto bella, ve ne mando il ritratto, ma la è molto migliore». E al 3 gennajo seguente: «Dodici ore al più dopo ricevuto la presente, partite in tutta diligenza per Monaco». Nella risposta di Eugenio non v’è motto del matrimonio. Arrivato che fu a Monaco, Napoleone cominciò a beffarlo de’ suoi mustacchi, e ch’erano troppo marziali per conquistar una fanciulla, e glieli fece tagliare. VediDarnay,Notices historiques sur le prince Eugène.

79.«Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio».Memorie dettate a Montholon. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio.

79.«Napoleone aveva in disegno di rigenerare la patria italiana, riunire gli Italiani in una sola nazione indipendente.... Era il trofeo immortale ch’egli alzava alla sua gloria... Tutto era disposto per creare la gran patria italiana... L’imperatore aspettava impaziente un secondo figlio per menarlo a Roma, coronarlo re d’Italia, e proclamare l’indipendenza della bella penisola sotto la reggenza del principe Eugenio».Memorie dettate a Montholon. — Ma nell’esiglio Napoleone pensava, o i suoi gli faceano dire tutt’altro da quel che sul trono.

* Quando Napoleone III conquistava la Lombardia nel 1859, io ebbi a dirgli d’essermi sempre mostrato avverso al suo gran zio perchè esso non avea voluto dare all’Italia l’unità, e almeno l’indipendenza che stava in sua mano. Egli mi rispose che tale fu sempre il suo pensiero, ma le circostanze glielo impedirono: e seguì coll’altre ragioni che del resto aveva già esposte ne’ suoi scritti. Io non potetti che augurargli d’essere esecutore delle volontà del grande zio.

80.Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.

80.Si occupò la villa de’ Durini, i quali mai non assentirono nè vollero riceverne il prezzo, che perciò fu deposto in una cassa pubblica, donde il ritirarono sotto la succeduta dominazione.

81.Scrive a Eugenio:J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805:Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi.Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo:Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres. 31 luglio 1805.Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone:Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux.E Napoleone rispondeva il 27: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut. Tom.i, deiMém. et correspondance du prince Eugène, publiés parM. Du Casse.Paris 1858.

81.Scrive a Eugenio:J’ordonne que le Corps législatif termine ses séances. Mon intention, pendant que je résiderai en Italie, est de ne plus le réunir. J’avais trop bonne opinion des Italiens; je vois qu’il y a encore beaucoup de brouillons et de mauvais sujets... Ce n’est pas l’autorité du Corps législatif que je voulais; c’est son opinion... Si vous tenez à mon estime, à mon amitié, vous ne devez sous aucun prétexte, la lune menaçât-elle tomber sur Milan, rien faire de ce qu’est hors de votre autorité... Vous êtes le premier qui m’ayez fait avoir tort avec trente au quarante polissons, cioè il Corpo legislativo. E il 15 luglio 1805:Si la loi sur l’enregistrement ne passe pas, je la prendrai de ma propre autoritè, et, tant que je serai roi, le Corps législatif ne sera point réuni... Faites leur bien entendre que je puis me passer d’eux, et que je leur apprendrai comment je puis m’en passer puisqu’ils se comportent ainsi envers moi.

Anche dal suo segretario Duroc gli facea rispondere forti rimproveri, svillaneggiando l’opposizione italiana; e conchiudendo:Par exemple, si vous demandez à sa majesté ses ordres et son avis pour changer le plafond de votre chambre, vous devez les attendre: et si, Milan étant en feu, vous lui demandez pour l’éteindre, il faudrait laisser brûler Milan, et attendre ses ordres. 31 luglio 1805.

Eugenio, l’11 luglio 1805, scriveva a Napoleone:Les Italiens sont réellement comme des enfans. On peut les comparer à des gens qui dorment, et qui ne veulent pas se réveiller pour être heureux.E Napoleone rispondeva il 27: Vous avez tort de penser que les Italiens sont comme des enfans: il y a là-dedans de la malveillance. Ne leur laissez pas oublier que je suis le maître de faire ce que je veux. Cela est nécessaire pour toutes les peuples, et surtout pour les Italiens, qui n’obéissent qu’à la voix du maître. Ils ne vous estimeront qu’autant qu’il vous craindront, et ils ne vous craindront qu’autant qu’ils s’apercevront que vous connaissez leur caractère double et faux. D’ailleurs votre système est simple: l’empereur le veut. Tom.i, deiMém. et correspondance du prince Eugène, publiés parM. Du Casse.Paris 1858.

82.E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nellaCorrespondance du prince Eugène.

82.E ancora, tutto era guasto dall’adulazione de’ nostri gaudenti, a segno che Napoleone scriveva al vicerè: «Gl’indirizzi che vi fanno gl’Italiani non sono decenti: e’ non pesano le parole come si deve. Il rimedio è di non stamparli mai. Questa sia la vostra regola». Lettera del 4 febbraio 1806 nellaCorrespondance du prince Eugène.

83.Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili merita di non esser dimenticata laCollezione dei travagli del codice penale pel regno d’Italia. Brescia 1807, 6 vol. in-8º.

83.Rapporto ministeriale 11 dicembre 1806, che accompagnava il progetto del codice di procedura. Nello studio delle scienze civili merita di non esser dimenticata laCollezione dei travagli del codice penale pel regno d’Italia. Brescia 1807, 6 vol. in-8º.

84.E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico.

84.E la Cena e il Teseo furono poi, dalla sopravvenuta dominazione austriaca, trasportati a Vienna, dove ora s’ammirano. La statua di Napoleone, riposta ne’ magazzini di Brera per sottrarla all’indignazione popolare, fu ora collocata in pubblico.

85.La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini.

85.La scuola del genio militare era stata, dal valente matematico Leonardo Salimbeni di Spalatro, istituita a Modena, mettendovi maestri il Cassiani, il Venturi, il Ruffini modenesi, e chiamandovi da Verona il Cagnoli, il Maffei, il Bidasio, il Tramontini.

86.È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re agronomo. Su di che vedasi laBibliografia del conte Luigi Valdrighi, pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di questi paesi come Pellegrino Rossi.

86.È notevole il numero di valent’uomini che somministrò allora il piccolo ducato di Modena: Veneri ministro del tesoro, Luosi della giustizia, Fontanelli della guerra, Testi degli affari esteri, Vaccari segretario di Stato, Paradisi presidente del senato, dell’Istituto e del consiglio di Stato, Lamberti Giacomo senatore e diplomatico e fratello del letterato Luigi; Venturi matematico, e ministro presso la Confederazione elvetica, Dall’Olio commissario della contabilità nazionale, i professori Ruffini, Jacobi, Fattori; Bolognini ingegnere in capo del dipartimento del Cróstolo, Soli architetto, Filippo Re agronomo. Su di che vedasi laBibliografia del conte Luigi Valdrighi, pel prof. Bosellini, Modena 1863. Il Valdrighi, pure modenese, fu procurator generale della corte di cassazione. Il generale Zucchi fu di questi paesi come Pellegrino Rossi.

87.Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quellaVisionecosì:Vate non vileScrissi allor la veduta meraviglia;E fido al fianco mi reggea lo stileIl patrio amor che solo mi consiglia.

87.Scriveva al Cesarotti: — Il Governo mi ha comandato, e m’è forza obbedire. Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d’accordo colla politica, e temo di rovinare. Sant’Apollo m’ajuti, e voi pregatami senno e prudenza». Eppure finiva quellaVisionecosì:

Vate non vileScrissi allor la veduta meraviglia;E fido al fianco mi reggea lo stileIl patrio amor che solo mi consiglia.

Vate non vileScrissi allor la veduta meraviglia;E fido al fianco mi reggea lo stileIl patrio amor che solo mi consiglia.

Vate non vile

Scrissi allor la veduta meraviglia;

E fido al fianco mi reggea lo stile

Il patrio amor che solo mi consiglia.

88.Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si ripeterono a lungo ilNapoleone a Moscae l’Alessandro a Parigi: ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini allePoesie di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi. Venezia 1822. Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja Anassilide.

88.Lo sforzo dello Sgricci (-1822) fu poi emulato dal romagnuolo Luigi Cicconi (-1855) che a Parigi sostenne gara col Pradier, il quale tentò simile esperimento in francese. Non va dimenticato il Menchi, che nella montagna pistoiese andava improvvisando, e di cui si ripeterono a lungo ilNapoleone a Moscae l’Alessandro a Parigi: ultimo forse di quei cantastorie popolari, che un tempo abbondavano principalmente in Toscana e in Romagna. Anche Valerio di Pos, nelle alpi di Canale d’Agordo, poetò fin agli ottant’anni, e talora bene, e una sua biografia è anteposta dal dottore Paolo Zanini allePoesie di Valerio da Pos contadino delle alpi Canalesi. Venezia 1822. Spontanea improvvisatrice era pure riuscita la sua compatriota Angela Veronese, che dal Cesarotti educata, divenne celebre col nome di Aglaja Anassilide.

89.Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, odivoNapoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare eadorarela grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazioneadorail più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue aldivoNapoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questodivinospirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, edivina amicala contessa Cicognara, emio adorato signoreun direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi.Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite.

89.Il divinizzare Napoleone fu un luogo comune de’ nostri retori. Pietro Giordani, nel panegirico, dove si vanta di «altamente sentire la dignità del secolo», abbonda d’espressioni simili a queste: — Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo... Dirò pure salva la riverenza alla tua maestà, odivoNapoleone, quest’unica delle umane cose io veggo esserti impossibile, non essere eccellentemente buono... Invitando gl’Italiani a considerare eadorarela grandezza de’ suoi benefizj... Augusto principe, in cui la nostra nazioneadorail più caro benefizio che riconosca dall’imperatore in Italia. Sorgeranno statue aldivoNapoleone... avrà in ogni cittade un tempio, in ogni casa un altare... Quale altro che uno Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza?... La virtù di questodivinospirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza». È vero ch’egli chiamava divino anche il Leopardi, edivina amicala contessa Cicognara, emio adorato signoreun direttore della polizia, galantuomo del resto. Quel panegirico parve non abbastanza lusinghiero, e non gli furono regalati che mille franchi.

Esso Giordani nel 1825 scriveva al Leopardi: — Vanità detestabile celebrar ciò che l’armento umano mai non potrebbe esecrar abbastanza, voglio dire i suoi distruttori. Io non voglio dire che, se non vi fossero poeti lodanti le conquiste, non vi sarebbero conquistatori; poichè vedo che senza poeti vi sono assassini e corsari. Dirò che tutti gli ammazzatori o rubatori si hanno a detestare e maledire da tutti... M’inviteresti ad amare chi m’uccide il padre o il fratello? e mi chiami ad ammirare chi uccide un popolo? Taci, o vilissimo, taciamo tutti, se pur non osiamo gridare quel che si dee. Ci potranno trovare scuse al silenzio: ma dov’è il Nerone, dove il Tigellino che v’abbia cacciati tra ’l morire e l’adulare?» Egregiamente! ma allora da undici anni le conquiste erano finite.


Back to IndexNext