NOTE:

NOTE:1.Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.2.Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona».3.Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria. Breve 31 agosto 1793.4.Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.5.Allocuzione 17 giugno 1793.6.Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta ilTedeum; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e ibravi briganti dell’armata di Valchiusa, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini».7.Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’Investigateurdel 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou:La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions.Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale, ove, dopo detto che le truppedans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur, soggiunge:Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés.Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi iMémoires historiques sur la Maison de Savoie(Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione ilSaggio sull’eloquenza militare. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimoDiscours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux.Sull’Investigateurdi Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra.Costa de Beauregard,Mém. historiquesprecitate, vol.III.8.Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’ex-marcheseGorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!9.Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini;mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe.Pinelli,Storia militare del Piemonte, documentoIV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas.Il libroVictoires et conquêtes des armées françaisesesagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri.10.«Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo».Pietro Verrimss.11.Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato.12.Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo.Mémoires de Sainte-Hélène, tom.IV. p. 280.13.Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare.14.Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, annoV.15.VedasiMémoires et correspondance du roi Joseph. Parigi 1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata: bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento d’Ignazio».16.Correspondance de Bonaparte, tom.II. p. 518.17.Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo levare sol due o tre quadri.18.Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve fu poi scritto Patri patriæ.19.Raccolta cronologica dei documenti veneti, tom.II. part.II.20.Forfait, nell’Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise, espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il quadro esibito dal Tonello nelleLezioni intorno alla marina, Venezia 1829, e ch’è siffatto:Vascelli da 70 cannoniNº10Vascelli da 66»11Vascelli da 55»1Fregate da 42 a 44»13Fregate da 32»2Galere»23Bombarde»1Cutter»2Barche cannoniere, armate di un cannone da 4, e quattro da 6»16Brich da 16 a 18 cannoni»3Golette da 16»1Galeotte da 30 a 40 remi»7Sciabecchi»7Feluche»5Barche obusiere armate con due obici da 40 o da 50, e quattro cannoni da 6»31Galleggianti sulle botti, armati con due cannoni da 30»10Passi, armati d’un cannone da 20 o quattro da 6»40Batteria galleggiante di sette cannoni da 50 sul perno, detta Idra»1Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: — Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie, legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo buon ordine».Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468, di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli avvicendati conquistatori.Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e diede per provvedere l’esercito francese aVeronaducati2,070,026Brescia»200,010Padova»800,781Vicenza»52,332Crema»21,000Feltre»7,000Treviso, Belluno, Ceneda, Cadore, Pordenone»91,026Cividal del Friuli»4,000Oderzo»5,000Asolo»10,000Conegliano»39,000Bassano»70,976Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal veneto aristocratico Governo dal 1º giugno1796fin al cadere dell’aristocrazia. Italia 1799.Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella rivoluzione.21.Mémoires de Sainte-Hélène.22.Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge, si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti 3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro 63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina, legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco 200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182.23.Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati; Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a fuggire.24.Leggendo laCorrespondance inéditedi Napoleone col Direttorio, ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità, che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani sempre vilipesi come la peggior canaglia:Venise va en décadence depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône. 26 maggio 1797.25.Il maresciallo Marmont nel vol.I, p. 36 delle sue Memorie (Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina, spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano.J’étais(soggiunse)dans le cabinet du général en chef quand celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue. Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie. La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien: et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter.Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del regno.26.Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nelMutinelli,Ultimi cinquant’anni, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.27.Berthier scriveva al Direttorio:Je n’ai pu réussir,COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉpar votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites.28.Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.29.A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.30.Lettera del 5 messidoro annoIV.Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria».Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso annoVII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa comecosì detti preti.31.Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati».Mém. du comteMiot de Melito, tom.I. p. 163.32.Di que’ Governi esponemmo i disordini nellaStoria della città e diocesi di Como, lib.IX.33.Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici.«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti.«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina.«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti».34.Moniteur, annoVI, nº 167.35.Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro.Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati.Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo.Al fine delIIIvol. dellaCorrespondance de Napoleon I, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.36.Tavanti,Fasti di Pio VI.37.Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, inDe Potter,Vie de Ricci. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori.38.I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire».39.Correspondance de Napoléon I, t.IV. p. 14.40.Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi.* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone SavareseSulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.41.Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco il proclama che allora divulgò:«Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli abitanti del fu regno napolitano.«Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato dell’ultimo re vostro.«Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto, in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte ed esterminati saranno.«Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra: l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie: ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver voluto rapire la libertà ad un popolo vicino.«Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati, e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo.«Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina, e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste conseguenze.«Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna, dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere.«Fatto in Napoli il cinque piovoso annoVII(24 gennajo v. st.).Championnet».42.L’avvocato Brofferio, nellaStoria del Piemonte, part.I. c. 5, addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato. I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire, spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di Milano.Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina, Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscoloAgli amici della libertà italiana, Torino 1798. I Francesi vi fecer fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese laRisposta agli amici della libertà italiana.43.Pettegolezzi chiariti neiMémoires tirés des papiers d’un homme d’Êtat, tom.VII.* La nota delMoniteurconchiudeva:On regarde cette innovation comme une victoire de la grande nation: ma a Ginguené fu scritto che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da ambasciatrici.Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia tanto predicata dall’ambasciadore.Barante, nell’Histoire du Directoire, stampata al tempo stesso di questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo incidente del Ginguené;honnête homme, mais la philosophie et la révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses. Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait(aux princes d’Italie)des complots, et révait les poignards et les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de ses sujets.Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico; ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc.

1.Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.

1.Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.

2.Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona».

2.Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona».

3.Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria. Breve 31 agosto 1793.

3.Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria. Breve 31 agosto 1793.

4.Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.

4.Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.

5.Allocuzione 17 giugno 1793.

5.Allocuzione 17 giugno 1793.

6.Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta ilTedeum; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e ibravi briganti dell’armata di Valchiusa, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini».

6.Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta ilTedeum; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e ibravi briganti dell’armata di Valchiusa, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.

Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini».

7.Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’Investigateurdel 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou:La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions.Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale, ove, dopo detto che le truppedans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur, soggiunge:Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés.Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi iMémoires historiques sur la Maison de Savoie(Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione ilSaggio sull’eloquenza militare. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimoDiscours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux.Sull’Investigateurdi Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra.Costa de Beauregard,Mém. historiquesprecitate, vol.III.

7.Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’Investigateurdel 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou:La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions.

Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale, ove, dopo detto che le truppedans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur, soggiunge:Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés.

Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi iMémoires historiques sur la Maison de Savoie(Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione ilSaggio sull’eloquenza militare. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimoDiscours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux.

Sull’Investigateurdi Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra.Costa de Beauregard,Mém. historiquesprecitate, vol.III.

8.Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’ex-marcheseGorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!

8.Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’ex-marcheseGorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».

Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!

9.Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini;mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe.Pinelli,Storia militare del Piemonte, documentoIV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas.Il libroVictoires et conquêtes des armées françaisesesagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri.

9.Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini;mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe.Pinelli,Storia militare del Piemonte, documentoIV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas.

Il libroVictoires et conquêtes des armées françaisesesagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri.

10.«Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo».Pietro Verrimss.

10.«Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo».Pietro Verrimss.

11.Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato.

11.Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato.

12.Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo.Mémoires de Sainte-Hélène, tom.IV. p. 280.

12.Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo.Mémoires de Sainte-Hélène, tom.IV. p. 280.

13.Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare.

13.Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare.

14.Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, annoV.

14.Notificazione del comitato centrale di polizia, 14 brumale, annoV.

15.VedasiMémoires et correspondance du roi Joseph. Parigi 1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata: bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento d’Ignazio».

15.VedasiMémoires et correspondance du roi Joseph. Parigi 1853. Al 10 dicembre Buonaparte scriveva a questo: — La pace con Parma è fatta. Torna al più presto; metti sesto ai nostri affari domestici, principalmente alla nostra casa (in Corsica), che per tutte le evenienze desidero sia capace e degna d’esser abitata: bisogna rimetterla nello stato di prima, attaccandovi l’appartamento d’Ignazio».

16.Correspondance de Bonaparte, tom.II. p. 518.

16.Correspondance de Bonaparte, tom.II. p. 518.

17.Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo levare sol due o tre quadri.

17.Il pittore Gros ricusò le offerte de’ Perugini, pur promettendo levare sol due o tre quadri.

18.Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve fu poi scritto Patri patriæ.

18.Era console allora Antonio Onofrio, sul cui mausoleo nella pieve fu poi scritto Patri patriæ.

19.Raccolta cronologica dei documenti veneti, tom.II. part.II.

19.Raccolta cronologica dei documenti veneti, tom.II. part.II.

20.Forfait, nell’Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise, espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il quadro esibito dal Tonello nelleLezioni intorno alla marina, Venezia 1829, e ch’è siffatto:Vascelli da 70 cannoniNº10Vascelli da 66»11Vascelli da 55»1Fregate da 42 a 44»13Fregate da 32»2Galere»23Bombarde»1Cutter»2Barche cannoniere, armate di un cannone da 4, e quattro da 6»16Brich da 16 a 18 cannoni»3Golette da 16»1Galeotte da 30 a 40 remi»7Sciabecchi»7Feluche»5Barche obusiere armate con due obici da 40 o da 50, e quattro cannoni da 6»31Galleggianti sulle botti, armati con due cannoni da 30»10Passi, armati d’un cannone da 20 o quattro da 6»40Batteria galleggiante di sette cannoni da 50 sul perno, detta Idra»1Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: — Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie, legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo buon ordine».Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468, di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli avvicendati conquistatori.Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e diede per provvedere l’esercito francese aVeronaducati2,070,026Brescia»200,010Padova»800,781Vicenza»52,332Crema»21,000Feltre»7,000Treviso, Belluno, Ceneda, Cadore, Pordenone»91,026Cividal del Friuli»4,000Oderzo»5,000Asolo»10,000Conegliano»39,000Bassano»70,976Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal veneto aristocratico Governo dal 1º giugno1796fin al cadere dell’aristocrazia. Italia 1799.Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella rivoluzione.

20.Forfait, nell’Extrait d’un Mémoire sur la marine de Venise, espose le forze di questa al suo cadere; ma più attendibile ci pare il quadro esibito dal Tonello nelleLezioni intorno alla marina, Venezia 1829, e ch’è siffatto:

Baraguay-d’Hilliers, il 16 maggio 1797, scriveva a Buonaparte: — Ho visitato l’arsenale, e l’ho esaminato minutamente; è uno de’ più belli del Mediterraneo, e c’è dentro ogni cosa a proposito per armare in due mesi e colla spesa di due milioni un’armata da sette ad otto vascelli da settantaquattro, sei fregate da trenta a quaranta, e cinque cutter. C’è un’immensa artiglieria sì di ferro che di bronzo, fonderie, legnami, una corderìa superba, cantieri sommamente belli. I fondachi sono zeppi di legnami, di canapa, di ferro, di catrame, di sartiame e di tele. Ci sono circa due mila fucili, seimila pistole d’arcione, e pezzi per montarne altri assai, e tutti i lavorieri sono nel massimo buon ordine».

Nell’arsenale aveasi una preziosa raccolta d’armi vecchie; e parchi di ben 5293 bocche da fuoco, delle quali 1518 di bronzo; inoltre ne’ forti di Venezia, di terraferma, di Levante e sulle navi, non contando le piazze dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania, v’erano pezzi 4468, di cui 1925 di bronzo. Vedasi da ciò quale depredamento fecero gli avvicendati conquistatori.

Dopo tanto rubare che fecero i Francesi, dopo aver mantenuto diciotto mesi l’esercito, collo sperpero che si suole, l’erario veneto potè sussidiare tutte le città di terraferma più devastate dai Giacobini, e diede per provvedere l’esercito francese a

Quadro economico delle rendite straordinarie, percepite dal veneto aristocratico Governo dal 1º giugno1796fin al cadere dell’aristocrazia. Italia 1799.

Sei erano le grandi confraternite di Venezia, dotate di amplissimi privilegi, e che dai ricchi erano lasciate amministratrici de’ legati che istituivano pei poveri. L’annuale loro guardian grande avea dignità pari ai procuratori di San Marco. La più insigne era quella di San Rocco, che disponeva dell’annua rendita di sessantamila ducati in beneficenze, massime pei carcerati e gli appestati. In tempo di guerra mantenea molti soldati ai servigi della repubblica; per questa si fece garante di un prestito di sei milioni di ducati; avea ottocentomila ducati a censo nella zecca; e negli ultimi disastri diede diciottomila oncie d’argento, un dono di cinquantamila ducati, e garantì la repubblica per un prestito di ducati ducentomila. Tutto perdette nella rivoluzione.

21.Mémoires de Sainte-Hélène.

21.Mémoires de Sainte-Hélène.

22.Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge, si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti 3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro 63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina, legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco 200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182.

22.Mutinelli ebbe la pazienza di notare che, negli otto giorni che i quaranta elettori stettero in conclave per eleggere l’ultimo doge, si spese in pane, vino, olio, aceto lire 129,421; in pesce 24,410; in carni, polli, selvaggina 23,360; in salami, salciciotti, prosciutti 3980; in confetti e candele di cera 47,660; in vini, caffè, zuccaro 63,845; in frutti, fiori, condimenti 6314; in masserizie da cucina, legna, carbone 31,851; per guasto di mobili noleggiati 41,624; per spese minute 108,910; stuzzicadenti 25: tabacco 4931; carte da giuoco 200; altri giuochi 606; berrette di notte 506; calze e borse di seta nera per la coda 64; tabacchiere 3067; pettini 2150; essenze 182.

23.Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati; Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a fuggire.

23.Avea promesso salvar Venezia se gli pagassero ducentomila ducati; Buonaparte sventò il negozio, e Venezia perì. Ma l’ambasciadore Querini aveva già emesso obbligazioni per quei seicento mila franchi, e caduta Venezia, non potè pagarle, onde fu messo prigione a Milano, ma riuscì a fuggire.

24.Leggendo laCorrespondance inéditedi Napoleone col Direttorio, ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità, che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani sempre vilipesi come la peggior canaglia:Venise va en décadence depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône. 26 maggio 1797.

24.Leggendo laCorrespondance inéditedi Napoleone col Direttorio, ogni onest’uomo freme al vedere que’ disegni prestabiliti d’iniquità, che appena sarebbero compatibili nel calore della guerra; e gl’Italiani sempre vilipesi come la peggior canaglia:Venise va en décadence depuis la découverte du cap de Bonne Espérance et la naissance de Trieste et d’Ancône; elle peut difficilement survivre aux coups que nous venons de lui porter; population inepte, lâche, et nullement faite pour la liberté. Sans terre, sans eau, il parait naturel qu’elle soit laissée à ceux à qui nous donnons le continent. Nous prendrons les vaisseaux, nous dépouillerons l’arsenal, nous enlèverons tous les canons, nous détruirons la banque, et nous garderons Corfou et Ancône. 26 maggio 1797.

25.Il maresciallo Marmont nel vol.I, p. 36 delle sue Memorie (Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina, spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano.J’étais(soggiunse)dans le cabinet du général en chef quand celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue. Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie. La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien: et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter.Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del regno.

25.Il maresciallo Marmont nel vol.I, p. 36 delle sue Memorie (Parigi 1857), racconta che i Veneziani mandarono Dandolo ed altri al Direttorio per lamentarsi del turpe mercato di Buonaparte, e che questo, prevedendo come un tal passo sarebbe stato la sua ruina, spedì Duroc dietro alla deputazione, e se la fece condurre a Milano.J’étais(soggiunse)dans le cabinet du général en chef quand celui-ci les y reçut: on peut deviner la violence de sa harangue. Ils l’ecoutèrent avec calme et dignité, et quand il eut fini, Dandolo répondit. Dandolo, ordinairement dénué de courage, en trouva ce jour-là dans la grandeur de sa cause. Il parlait facilement: en ce moment il eut de l’éloquence. Il s’étendit sur le bien de l’indépendance et de la liberté, sur les intérêts de son pays et le sort misérable qui lui était réservé; sur les devoirs d’un bon citoyen envers sa patrie. La force de ses raisonnements, sa conviction, sa profonde émotion agirent sur l’esprit et sur le cœur de Buonaparte au point de faire couler les larmes de ses yeux. Il ne répliqua pas un mot, renvoya les députés avec douceur et bonté, et, depuis, a conservé pour Dandolo une bienveillance, une prédilection qui jamais ne s’est démentie: il a toujours cherché l’occasion de le grandir et de lui faire du bien: et cependant Dandolo était un homme médiocre: mais cet homme avait fait vibrer les cordes de son âme par l’élévation des sentiments, et l’impression ressentie ne s’effaça jamais. Celui qui pouvait éprouver de pareilles émotions, et garder de semblables souvenirs, n’était pas assurément tel que tant de gens ont voulu le représenter.

Questo Dandolo non appartiene all’antica nobiltà: era un chimico, che salì poi ad alti posti ed ebbe il titolo di conte come senatore del regno.

26.Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nelMutinelli,Ultimi cinquant’anni, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.

26.Credesi da molti fosse un prezioso documento di storia italiana; ma realmente era un almanacco della nobiltà che stampavasi ogni anno. Fra le mille prove del disprezzo in che si presero allora le cose patrie, racconterò che i dogi portavano un anello come distintivo di lor dignità, e il giorno dell’Ascensione lo buttavano in mare, ma legato a una cordicella con cui si ritirava. Quello del doge Manin aveva sul diritto l’impronta stessa dello zecchino, e sul rovescio lo stemma della casa. Al momento della caduta della repubblica l’aveva il cavaliere del doge, cioè il capo degli scudieri, e andò a venderlo a un orefice per censessanta lire venete. Trovossi chi lo ricomprò, e finì nel tesoro imperiale di Vienna. Il doge Manin lasciò centomila ducati da adoprarsi a mantenere pazzi e figliuoli abbandonati, pei quali dura col suo nome uno de’ meglio ordinati istituti.

De’ capi d’arte tolti a Venezia è il catalogo nelMutinelli,Ultimi cinquant’anni, pag. 226. Dei preziosissimi ornati del famoso breviario Grimani la più parte andò perduta: il bassorilievo rappresentante le suovetaurilia è rimasto nel museo del Louvre. Nelle altre città si fece altrettanto; ma qui noi vogliamo notare soltanto gli undici preziosi manoscritti, tolti dalla biblioteca di San Daniele nel Friuli. Da Verona Buonaparte tolse la raccolta d’ittioliti del conte Gazzola.

27.Berthier scriveva al Direttorio:Je n’ai pu réussir,COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉpar votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites.

27.Berthier scriveva al Direttorio:Je n’ai pu réussir,COMME VOUS M’EN AVIEZ CHARGÉpar votre lettre, à enlever à Venise la fabrique des marguerites.

28.Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.

28.Or ora il conte Ermanno Lanzi di Zacinto stampò la storia della dominazione veneta nelle isole Jonie, περὶ τῆς πολιτικῆς καταστάσεως τῆς Επτανῆσου ἐπὶ Ἐνετῶν. Atene 1856.

29.A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.

29.A Campoformio fu messa la statua della Pace, di Comolli, che poi fu trasferita sulla piazza Contarena di Udine.

30.Lettera del 5 messidoro annoIV.Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria».Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso annoVII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa comecosì detti preti.

30.Lettera del 5 messidoro annoIV.

Quando si pretendeva da tutti gl’impiegati il giuramento d’odiare i tiranni, esso astronomo scrisse al cittadino Baldironi commissario del Direttorio esecutivo della repubblica Cisalpina presso il dipartimento dell’Olona: — Barnaba Oriani stima e rispetta tutti i Governi ben ordinati, nè sa comprendere come, per osservare le stelle ed i pianeti, sia necessario di giurare odio eterno a questo o a quel Governo. Egli è stato in età di ventitre anni impiegato nella specola di Brera da un Governo monarchico, e si acquistò qualche nome in questa professione coi mezzi che gli vennero dal medesimo Governo accordati per vent’anni continui. Sarebbe dunque il più ingrato degli uomini se ora giurasse odio a chi non gli ha fatto che del bene. Pertanto egli dichiara che, non potendo giurar odio al Governo dei re, si sottomette alla legge che lo priva del suo impiego alla specola di Milano, e malgrado questo castigo, non cesserà mai di fare i più fervidi voti per la prosperità della sua patria».

Scarpa pure fu dimesso per lo stesso titolo: ma quando Buonaparte andò a visitare l’Università, chiese di lui, e udito il motivo della sua rimozione, — E che? le scienze son esse d’alcun partito? A qualunque appartengano, i grand’uomini devono essere onorati»

Dell’Oriani stesso si ha una lettera al Pioltini ministro di polizia, del 22 piovoso annoVII, ove, a nome suo, del Parini, del Reggio, del Brambilla, si lagna delle prepotenze che ai professori di Brera usava un uffiziale della guardia nazionale per obbligarli a montar la guardia, e a pagar doppia tassa comecosì detti preti.

31.Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati».Mém. du comteMiot de Melito, tom.I. p. 163.

31.Il 1º giugno 1797, cioè nel maggior parossismo repubblicano, Buonaparte, discorrendo con Melzi e col conte Miot de Melito, diceva: «Credete ch’io trionfi in Italia per la grandezza degli avvocati del Direttorio, dei Carnot, dei Barras? Credete sia per fondar una repubblica? che idea! una repubblica di trenta milioni d’uomini, coi costumi nostri e i nostri vizj! Possibil mai? È una chimera de’ Francesi, ma che passerà come tante altre. Essi han duopo di gloria, di soddisfare la vanità, ma della libertà non s’intendono un’acca. La nazione ha bisogno d’un capo: capo illustre per la gloria, non delle teoriche di governo, delle frasi, dei discorsi di ideologhi. Diansi loro dei balocchi, e basta: si spasseranno e lasceransi guidare, purchè si dissimuli la meta a cui sono incamminati».Mém. du comteMiot de Melito, tom.I. p. 163.

32.Di que’ Governi esponemmo i disordini nellaStoria della città e diocesi di Como, lib.IX.

32.Di que’ Governi esponemmo i disordini nellaStoria della città e diocesi di Como, lib.IX.

33.Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici.«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti.«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina.«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti».

33.Quelle pazzie venivano così riferite dal cittadino Poggi alla Società di pubblica istruzione di Milano: — Il popolo tutto ondeggiava nelle dolcezze, ai puri repubblicani serbate, se il truce oligarca si tragga, che in segreto angolo appiattato mordeva forse la polvere, vedova rimasta del mal seminato oro fatale; quando improvvisa fama annunzia clamorosa, che nel quartiere di Prè, creduto per influsso molesto il men democratico, si è innalzato il primo albero di libertà per mano del popolo esultante. Fu questa una voce creatrice: in un istante comparvero alberi su d’ogni piazza, entro poche ore parve Genova un bosco, e, meraviglia ai presenti ed ai lontani popoli, più di cento ne sursero lo stesso giorno! I sermoni dettati dall’eloquenza repubblicana si udivano per le vie tutte e appiè degli alberi, e varj d’abito e di colore i ministri del culto peroravano collo zelo maggiore la causa del popolo; ben diversi da quegli impostori, che non bramando esser utili, anzi cercando di nuocere alla pubblica cosa, protestano di non volersi immischiare in oggetti politici.

«I pranzi repubblicani, tanto opportuni per nodrire il piacere dell’eguaglianza, e per stringere i nodi della fraternità, erano pubblici, e senza numero moltiplicati: i suoni di numerose bande, gl’inni ed i balli patriotici e marziali, che allumarono in Francia il fuoco della libertà, e scossero i debellatori dei re, condivano le mense di non mai gustate dolcezze: i saporosi brindisi alla morte de’ tiranni, alla salute della patria, alla libertà dell’Italia, alla memoria del liberatore de’ popoli Buonaparte, si rispondevano all’unissono da mille canti.

«L’ora s’accostava intanto, in cui il popolo ligure dovea dar prova dell’odio profondo che nodrir denno i figli di Bruto contro ogni ombra di tirannia: quindi abbattutosi egli nelle due statue colossali dei tiranni Doria, animato dal genio siracusano, a cui l’immortale Timoleone fu padre, le diroccò, le stritolò, le teste e le braccia ne appese all’albero della salute, e alcuni pezzi del busto ne destinò a formar patere e vasi per la Dea Cloacina.

«Sul declinare del giorno il popolo sovrano richiese l’esecrabile libro d’oro: si tentò d’ingannarne l’ordine assoluto colla esibizione di altri libri: era già pronta la pubblica vendetta, se i veri originali in cinque volumi non venivano immediatamente consegnati. Un decreto del nuovo Governo consolò il popolo, e que’ libri, che come in Roma i sibillini, si tenevano in venerazione, furono con universale esecrazione lacerati ed arsi solennemente all’Acquaverde in presenza di venti e più mila cittadini. Ma chi descriverà colle tinte della natura la brillante energia, i vivi trasporti e la nobile fierezza, onde fu accompagnata la gloriosa impresa? Le ceneri furono consegnate ai venti, che le recarono sul mar Tirreno, onde confonderle con quelle del libro d’oro pochi dì prima abbrugiato sulle adriatiche Lagune, che sull’ale di altri venti si trasportavano alla cumea voragine d’Acheronte.

«Popolo lombardo che belle lezioni repubblicane!

«Nuovi canti, nuovi balli, nuove grida di tripudio chiusero quest’illustre giornata, che viverà eterna nella memoria de’ liberi nipoti».

34.Moniteur, annoVI, nº 167.

34.Moniteur, annoVI, nº 167.

35.Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro.Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati.Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo.Al fine delIIIvol. dellaCorrespondance de Napoleon I, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.

35.Per le incertezze che accompagnano ogni minaccia di guerra, il debito pubblico di Roma era ingrossato sotto Pio VI, che fece cavare da Castel Sant’Angelo scudi cinquecento mila del fondo di riserva, che diceasi tesoro di Sisto V; fece prestiti, levò per venti milioni sui beni ecclesiastici, impose tasse; chiese la volontaria consegna degli ori e argenti, che salirono, per parte de’ privati, a scudi 560,438; del monte di Pietà a 962,102; della casa di Loreto a 179,517. Per l’armistizio di Bologna si dovette dare ai Francesi quindici milioni in denaro, e quasi sei in merci e animali, onde si fecero pegni e debiti e si vendettero molte proprietà: undici milioni si ebbero da gioje del tesoro pontifizio: sicchè in quattro mesi lo Stato papale pagò trentadue milioni di franchi: e al 1797 avea il debito di settantadue milioni di scudi, non compresi i debiti delle comunità, mentre era ridotto a soli 1,700,000 abitanti. Dal solo tesoro di Sisto V (che allora fu vuotato) si mandarono alla zecca 3155 libbre d’oro: i cardinali dovettero dare le mazze d’argento dorato, da cui si faceano precedere nelle funzioni, e dove il lavoro superava la materia. La succeduta repubblica mandò tutto a sconquasso.

Oltre i libri levati alla Biblioteca Vaticana e i quadri e le statue, si tolse un ricchissimo medagliere di numismi antichi e moderni, spesso donati dai regnanti, o comprati da diversi papi, fra’ quali il medagliere Albani con 323 medaglioni d’imperatori di gran modulo, quel dei Carpegna con 175 medaglioni; quel di Clemente XIV colla serie degl’imperatori e delle famiglie romane in numero di 1261 in argento, e 1989 di altri popoli e città in argento e bronzo; altre 737 da Giulio Cesare a Probo; e la serie dei papi: 200 stupendi cammei, insignemente legati in oro, una croce pettorale gemmata, un prezioso vaso d’oro, 105 cammei della regina Cristina illustrati da Sante Bartoli; un ricchissimo forziere regalato da Maria Teresa colle sue medaglie in oro.

Inoltre da Roma si portarono via moltissimi reliquiarj preziosi, e principalmente da Santa Croce di Gerusalemme; e da Santa Maria Maggiore la lunga cassa d’argento, in cui Filippo IV avea fatto chiuder gran parte del presepio; dalla basilica lateranense due grandi busti d’argento giojellati.

Fu pure tolto un famoso ostensorio, che la casa Doria Pamfili possedeva e imprestava per le quarant’ore alla chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, e che si valutava da 174,000 scudi.

Poi nel 1807 fu dall’imperatore comprato il famoso museo Borghesi con 255 preziosi monumenti, contro voglia del proprietario e con protesta del Governo.

Al fine delIIIvol. dellaCorrespondance de Napoleon I, che si pubblica ora da Napoleone III è il catalogo de’ capidarte spediti da Roma a Parigi da Buonaparte e da Berthier.

36.Tavanti,Fasti di Pio VI.

36.Tavanti,Fasti di Pio VI.

37.Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, inDe Potter,Vie de Ricci. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori.

37.Lettera del Milizia, 2 marzo 1798, inDe Potter,Vie de Ricci. A Tavoleto nell’Urbinate altre sollevazioni, dove accorso il generale Sahuguet, pose il fuoco al paese, bruciandovi vecchi, donne, fanciulli; e innocenti ben più che malfattori.

38.I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire».

38.I tribuni fatti da Berthier erano i poeti Monti, Gagliuffi, Solari genovese e il medico Corona. L’editto 5 ottobre del senato di Bologna dice «d’ordine del comandante di piazza a cui siamo in dovere di obbedire».

39.Correspondance de Napoléon I, t.IV. p. 14.

39.Correspondance de Napoléon I, t.IV. p. 14.

40.Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi.* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone SavareseSulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.

40.Secondo la corrispondenza di Nelson, le sole gioje che la regina confidò a Emma Leona, passavano il valore di sessanta milioni di franchi.

* Si è molto detto ed esagerato sulle frodi usate da Ferdinando IV al Banco pubblico, ma vuolsi correggere coll’opera del barone SavareseSulle carte dei Banchi di Napoli, emesse dal 1796 al 1799, e ritirate nel 1800. I Banchi, riordinati da Carlo III, rilasciavano fedi di credito, dinotanti la somma depositata, ed esigibili a vista; comodo impiego, pel quale eransi accumulati quindici milioni di ducati. Il Governo pensò profittare di questa fiducia con pagare le sue spese mediante fedi di banchi senza deposito precedente: niuno se n’accorgeva, sicchè non alteravasi il valore. Ove se ne fossero accorti, bastava a pagarli il patrimonio de’ banchi stessi in terre e capitali fruttiferi. Prima si andò con misura, ma imminendo la guerra, si attinse largamente a questa fonte; e allora il valore delle fedi scadde, stentaronsi i pagamenti, e più quando la Cassa di guerra si dotò con cedole siffatte di nuova emissione; e l’aggio fu sino di cinque sesti del valor nominale. I debitori pretendeano, come avanti, pagar in carta, e i creditori ricusavano, ma il Governo ordinò ai tribunali di tenerle buone. Ciò scompigliò non poco gli averi, e sopraggiunta la repubblica, si trovò ch’eransi emessi venti milioni di ducati senza deposito; talchè le carte scaddero al decimo del valor nominale. Ristabilito il Governo regio, e dirigendo le finanze l’abilissimo Giuseppe Zurlo, il Governo confessò il torto suo, giacchè ritirò i ventiquattro milioni di cedole, che costarono cinque milioni di ducati di beni dello Stato, e la rendita iscritta d’annui quattrocento mila ducati. L’operazione piacque al re, che volle premiarne lo Zurlo con sessanta mila ducati, ma esso ricusò dicendo non voler trarre un utile privato da una pubblica sventura.

41.Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco il proclama che allora divulgò:«Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli abitanti del fu regno napolitano.«Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato dell’ultimo re vostro.«Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto, in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte ed esterminati saranno.«Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra: l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie: ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver voluto rapire la libertà ad un popolo vicino.«Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati, e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo.«Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina, e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste conseguenze.«Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna, dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere.«Fatto in Napoli il cinque piovoso annoVII(24 gennajo v. st.).Championnet».

41.Perchè non si vantino d’originalità i nostri contemporanei, ecco il proclama che allora divulgò:

«Championnet generale in capo dell’armata di Napoli a tutti gli abitanti del fu regno napolitano.

«Siete liberi finalmente; la vostra libertà è il solo prezzo che la Francia vuol ritrarre dalla sua conquista, e la clausola del trattato di pace, che l’armata della Repubblica giura solennemente con voi fin dentro le mura della vostra capitale, e sopra il trono rovesciato dell’ultimo re vostro.

«Guaj a chiunque rifiuterà di segnare con noi questo onorevole patto, in cui tutto il frutto della vittoria è pel vinto, e che altro non lascia al vincitore, che la sola gloria d’avere consolidata la vostra felicità! sarà egli trattato come un pubblico nemico, contro del quale noi restiamo armati. — Se si trovano dunque fra voi persone di cuore così ingrato da rigettare la libertà, che abbiamo loro conquistata a prezzo del sangue nostro; se si trovano uomini così insensati da richiamare un re decaduto dal diritto di comandarli mercè la violazione del giuramento che aveva di difenderli, fuggano eglino sotto le bandiere disonorate dello spergiuro, la guerra contro di loro è a morte ed esterminati saranno.

«Repubblicani, la causa per la quale avete così generosamente sofferto è finalmente decisa: ciò che non aveano potuto terminare le brillanti vittorie dell’armata d’Italia, ciò che aveano sì lungo tempo ritardato gl’interessi pubblici dell’Europa intiera, ciò che aveano sospeso le speranze d’una pace generale, ciò che avevano impedito fino a questo giorno la religione dei trattati, ed il timore d’una nuova guerra: l’acciecamento dell’ultimo re l’ha felicemente operato. — Accusi egli dunque solamente il proprio orgoglio insensato e l’audacia della sua oppressione, della felicità dei vostri destini e delle sue disgrazie: ma sia egli giustamente punito colla perdita di una corona che ha disonorata, e col rammarico di avervi egli medesimo resi liberi, e aver attaccato contro la fede dei giuramenti una nazione alleata, e d’aver voluto rapire la libertà ad un popolo vicino.

«Il sentimento d’una felicità tanto inaspettata non sia in voi per niun modo avvelenato da alcun timore. L’armata che comando resta fra voi per difendervi: perderà essa financo l’ultimo de’ suoi soldati, e spargerà fino l’ultima goccia del suo sangue pria di soffrire che l’ultimo vostro tiranno conservi nè tampoco la speranza di rinnovare le proscrizioni delle vostre famiglie, e di riaprire le prigioni oscure nelle quali vi ha fatto gemere per lungo tempo.

«Napoletani, se l’armata francese prende oggi il titolo di armata di Napoli, e ciò che in sequela dell’impegno solenne che essa prende di morire per la vostra causa, e di non fare altro uso delle sue armi che quello di conservare la vostra indipendenza, e sostenere i vostri diritti, che essa ha conquistati per voi. — Si rassicuri dunque il popolo su la libertà del suo culto, cessi il cittadino d’inquietarsi sui diritti della sua proprietà: un grande interesse ha stimolato i tiranni a grandissimi sforzi che hanno fatto per calunniare agli occhi delle nazioni i sentimenti e la lealtà della nazione francese; ma pochi giorni sono necessarj ad un popolo tanto generoso per disingannare gli uomini creduli delle odiose presunzioni di cui si serve la tirannia per condurli ad eccessi deplorabili. — L’organizzazione della rapina, e dell’assassinio dall’ultimo re vostro immaginata, e da’ suoi agenti perversi eseguita, quale un mezzo di difesa, ha prodotto disastrose e serie conseguenze funestissime; ma rimediando alla cagione del male facile cosa sarà arrestare gli effetti e di riparare a queste conseguenze.

«Che le autorità repubblicane, che saranno create, ristabiliscano l’ordine e la tranquillità su le basi d’un’amministrazione paterna, dissipino gli spaventi dell’ignoranza, e calmino il furore del fanatismo con un zelo eguale a quello ch’è stato impiegato dalla perfidia per inasprirli ed irritarli, ben presto la severità della disciplina, che si ristabilisce con tanta facilità nelle truppe d’un popolo libero non tarderà di mettere un termine ai disordini provocati dall’odio, e che il diritto di rappresaglia ha permesso di reprimere.

«Fatto in Napoli il cinque piovoso annoVII(24 gennajo v. st.).

Championnet».

42.L’avvocato Brofferio, nellaStoria del Piemonte, part.I. c. 5, addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato. I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire, spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di Milano.Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina, Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscoloAgli amici della libertà italiana, Torino 1798. I Francesi vi fecer fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese laRisposta agli amici della libertà italiana.

42.L’avvocato Brofferio, nellaStoria del Piemonte, part.I. c. 5, addurrebbe un fatto, ch’egli attesta avere diligentemente verificato. I cittadini d’Alba erano stati dei primi a chiarirsi pei Francesi; ma dopo la pace di Cherasco si avvidero che Buonaparte amava tutt’altro che la repubblica, onde mandarono al Direttorio una protesta contro il generale. Dovendo poi pagare una contribuzione di ottantamila lire, spedirono a Buonaparte a Milano per chiedere una proroga. L’inviato fu Parussa, uno de’ primi patrioti, e che aveva firmato la protesta suddetta. Buonaparte gli mostrò questa protesta e congedollo; ma nell’uscire fu preso e subito fucilato nel cortile della villa di Milano.

Per esortare i Piemontesi ad unirsi colla repubblica Cisalpina, Leopoldo Cicognara che ne era commissario a Torino, scrisse un opuscoloAgli amici della libertà italiana, Torino 1798. I Francesi vi fecer fare dal cavaliere Gaspare Gregori piemontese laRisposta agli amici della libertà italiana.

43.Pettegolezzi chiariti neiMémoires tirés des papiers d’un homme d’Êtat, tom.VII.* La nota delMoniteurconchiudeva:On regarde cette innovation comme une victoire de la grande nation: ma a Ginguené fu scritto che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da ambasciatrici.Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia tanto predicata dall’ambasciadore.Barante, nell’Histoire du Directoire, stampata al tempo stesso di questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo incidente del Ginguené;honnête homme, mais la philosophie et la révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses. Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait(aux princes d’Italie)des complots, et révait les poignards et les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de ses sujets.Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico; ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc.

43.Pettegolezzi chiariti neiMémoires tirés des papiers d’un homme d’Êtat, tom.VII.

* La nota delMoniteurconchiudeva:On regarde cette innovation comme une victoire de la grande nation: ma a Ginguené fu scritto che il Governo francese era rappresentato da ambasciadori, non da ambasciatrici.

Fra le altre insistenze con cui Ginguené molestava incessantemente il Governo piemontese, era che fosse punito di morte chiunque si trovasse con uno stilo o coltello, per qualsivoglia uso. Gli si domandava se un codice, dove fosse scritta tal legge, s’addirebbe alla filantropia tanto predicata dall’ambasciadore.

Barante, nell’Histoire du Directoire, stampata al tempo stesso di questa nostra, e che noi conoscemmo solo adesso, parla a lungo delle vicende d’Italia nel triennio; ma non ci parve una novità, nè in modo da cambiare i giudizj da noi portati. Sulla lettera del Pignatelli al Priocca (pag. 86) non mette alcun dubbio. Si estende su questo incidente del Ginguené;honnête homme, mais la philosophie et la révolution lui avaient inspiré des opinions absolues et orgueilleuses. Les chimères systématiques et l’emphase sentimentale étaient devenues dans son esprit une croyance sincère et intolérante,... il attribuait(aux princes d’Italie)des complots, et révait les poignards et les poisons, tandis qu’il parlait avec admiration de la loyauté du Directoire, qui l’avait chargé d’exciter contre le roi les révoltes de ses sujets.

Segue a dire che aveva preparato un discorso accademico e panegirico; ma vista la semplicità della Corte, ne proferì uno meno enfatico, ma sconveniente, lodando la lealtà del Direttorio, a fronte della perfidia degli altri Governi, ecc. Carlo Emanuele, invece di rispondergli, gli domandò se avea fatto buon viaggio, se stava bene di salute; gli parlò della propria infermità, dei dispiaceri, delle consolazioni che gli dava la santa sua moglie Clotilde, ecc. ecc.


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