Per trattare di questa lega, il Gioberti, allora anima del Ministero torinese, aveva spedito il filosofo Antonio Rosmini; opportunissima scelta d’uomo devoto alla santa Sede, venerato dall’Italia, e insieme perseguitato dai Gesuiti e sospetto all’alto clero, nel quale però possedeva ammiratori ed amici. I suoi avversarj già avevano promosso un’indagine intorno alle dottrine filosofiche e teologiche di lui: ora s’inacerbirono per un suo scritto sopra leCinque piaghe della Chiesa, le quali erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, specialmente in grazia della liturgia in latino; la insufficiente istruzione del clero; la disunione dei vescovi; l’essere la nomina di questi abbandonata al potere laicale; la servitù dei beni ecclesiastici, dove, propugnando le ragioni della Chiesa a fronte della podestà laicale, non dissimulava i disordini di quella, e confidava nel riparo «ora che il capo invisibile della Chiesa collocò sulla sedia di san Pietro un pontefice, che pare destinato a rinnovare l’età nostra, e dare alla Chiesa quel novello impulso che spinge per nuove vie ad un corso quanto impreveduto, altrettanto stupendoe glorioso». Il papa, non che condannare il Rosmini, appena ne conobbe quella sapiente dolcezza lo volle consultore alla Sacra Congregazione dell’Indice, e lo preconizzò futuro cardinale: intanto ch’esso filosofo spingeva alla lega che, «per dare unità di forza e di opera all’Italia, doveva essere una confederazione di Stati, con un potere centrale, cui primo officio fosse il denunciare la guerra e la pace, e prescrivere i contingenti de’ singoli Stati, necessarj, siccome all’esterna indipendenza, così alla tranquillità interna»[88]; regolare il sistema doganale e i trattati di commercio; a vicenda si garantirebbero gli Stati. Ma il turbine che allora imperversava, travolse ben presto il Gioberti; e il Ministero succeduto, avverso a tutto ciò che sapesse di piviale, disdisse quelle convenzioni già combinate fra Pareto e monsignor Corboli Bussi. E al punto ove stavano gli eventi, forse è vero che lo scopo reale della divisata lega si era nei principi l’impedire che troppa Italia si unisse sotto Casa di Savoja; mentre il Ministero piemontese, mirando al sommo ampliamento di questa, chiedeva prima di tutto gli si mandassero truppe onde rinnovare la lotta dell’indipendenza.
Che tutt’Italia dovesse armarsi per estendere il regno sardo da Chambéry al Panaro, sembrava stravagante al Rossi: conveniva egli pregiudicare così la quistione nazionale? poteasi dimenticare a tal punto il regno di Napoli? il Piemonte stesso, coll’accettare la mediazione delle alte Potenze, non si mostrava propenso alla pace? nol mostrava coll’abbandonare indifesa Venezia? prima di domandare contingente ai collegati, canti chiaro a che cosa aspira, a quali limiti s’arresterà; «ogni Stato spedisca ambasciadori a Roma, e si delibererà de’ comuni interessi, sotto l’ala del pontificato, sola vivagrandezza che resti all’Italia, e che le fa riverente ed ossequioso tutto l’orbe cattolico». E nel suo concetto stava che le varie Corti s’accordassero fra loro e con Napoli e coll’Austria per assicurare la libertà interna di ciascuno Stato; insomma impedire i mali irruenti, più che vagheggiare beni irraggiungibili.
Fu nei destini di quegli anni che i trionfi e la ragione si attribuissero sempre al caduto: e la sventura aveva ora cresciuto le propensioni pel Piemonte e le smanie degli Albertisti. I quali allora colle mille voci de’ giornali denunziarono il Rossi per ostile all’unità italiana, sprezzante del valore piemontese, insultatore alle disgrazie nazionali, avverso all’ingrandimento della Casa di Savoja, il che allora e poi equivaleva a satellite dell’Austria. Il Rossi udiva, soffriva come avvezzo, e intanto navigando contr’acqua, imbrigliava gli stemperati de’ circoli e di piazza, non meno che la subdola riazione ne’ palazzi; e perchè avea spia di tutto, e nel reprimere parziali sommosse e nel cacciare perturbatori forestieri e le bande del Garibaldi avea spiegato forza, era esecrato dagli esuberanti: i preti, da lui colpiti di tasse al pari degli altri cittadini, lo denunziavano sacrilego; austriacante, quei che subodoravano ch’egli patteggerebbe anche coll’Austria vincitrice, dacchè non erasi saputo vincerla: il Congresso Federativo di Torino dichiarava la caduta di lui essere necessaria nell’attuamento delle speranze italiche: i declamatori, che in tutte quelle faccende ebbero un’importanza, di cui l’Italia dovrebbe eternamente ricordarsi per sua lezione, lo designavano al furore del vulgo, bisognoso d’esecrare spettacolosamente dopochè avea cessato di spettacolosamente amare Pio IX: Ciciruacchio sbraitava, — Per c..., lasciate fare a noi altri, e domani sarà finito tutto, e comanderemo noi»: sulle piazze e sui caffè gridavasi che non si rifà il mondo colle dimostrazioni e conapplausi al papa; croci e incensieri valere al più in chiesa; una rivoluzione volersi, cioè riscattarsi dalla turpe servitù de’ preti e dell’aristocrazia, ricuperare i pieni diritti dell’uomo, nè ciò potersi che con colpi e sangue; volgansi pugnali e archibugi contro preti e frati, e se vengano col crocifisso o coll’ostensorio, il primo colpo a questo, il secondo a chi lo porta.
Quando si trovano a fronte due partiti, entrambi scompaginatori, chi attiensi al mezzo legale è trascinato da due lati a rovina. Venne il tempo di aprire il Parlamento; e il Rossi, benchè avvertito che attentavasi ai suoi giorni, non vi badò, per quell’orgoglio con cui era avvezzo a sbraveggiare l’opinione, e perchè d’altra parte il suo dovere gl’imponeva d’andare all’adunanza, raccolta colta nel palazzo bramantesco della Cancelleria (16 9bre). Tutta la strada è accompagnato da’ fischi della plebe e della guardia nazionale; fiele mesciutogli prima della croce: come arriva, prorompono urli, ringhi, grida d’ammazza, fra cui alcuno s’accosta e lo trafigge. Un silenzio universale succede; la guardia nazionale assiste inerte al fatto; nessuno lo compassiona o soccorre, e un suo staffiere a fatica lo trascina in una camera ove spira. In quei tempi furono uccisi in simil modo a Vienna il ministro Latour, in Ungheria il Lamberg, a Francoforte il Lichnowsky: eppure quest’assassinio parve destare più orrore pel modo. Quando nel Parlamento fu annunziato l’occorso, la voce che incessantemente vi prevaleva, grida: — Cheti là, cosa c’importa. Forse è morto il re di Roma?» e non un atto di protesta nè di compassione si ardisce, soffogata l’indignazione dalla paura della plebaglia. Alla sera Ciciruacchio combina un’ovazione, urlando abominio quegli stessi che da due anni urlavano osanna; e cantano al Bruto terzo, e fino sotto le finestre della vedova benedicono quella mano che il trafisse, e col «Morte ai preti» alternasi «Viva la Costituente». Altraciurma, la giornalistica, parte affettò silenzio o semplice enunciazione del fatto, parte applause all’assassinio «dell’aborrito avventuriero, causa di tanti mali ed anelante a spargere il sangue de’ cittadini dopo averne spenta la libertà: egli trovò la morte fra i primi cittadini che incontrò salendo la scala dei deputati e cadde spettacolo di sangue ai Governi d’Italia... Ci fa ribrezzo la necessità nel sangue; ma voi, uomini del potere, specchiatevi nella morte del ministro Rossi»[89].
Così i trionfi del mite pontefice rigeneratore finivano col trionfo per un assassinio, del quale si accettava la correità col festeggiarlo anche in altre parti d’Italia; a Livorno occasionò un’orgia, presente il governatore; altrove si pubblicarono pasquinate e canzoni, e da quel sangue riprometteasi politica nuova e il termine della servitù. Al domani il popolo si dirige al Quirinale chiedendo un ministero democratico: e il papa, non senza aver protestato, lo consente, preponendovi monsignor Muzzarelli con Sterbini, Campello, Mamiani, Lunati, Sereni, Galletti. Deplorabile spediente, ove conservavasi il principe, eppure si obbligava ad atti da cui aborriva; faceasi richiamo alla costituzione mentre la si violavacoll’imporre al principe ministri ch’e’ non gradiva. Comandatogli d’intimare la guerra nazionale e l’assemblea costituente, il papa protesta non poter risolvere sotto la violenza: ma la folla abbranca le armi; gli Svizzeri non osano far fuoco, eppure si divulga che versano torrenti di sangue; si spara contro il palazzo del papa, il cui segretario rimane ucciso; tutte le vie verso Monte Cavallo sono serragliate; si prepara ogni occorrente per un assalto. Il mite papa, che s’era di cuore abbandonato alle manifestazioni plaudenti, dovette allora subire fino l’attacco personale dell’armi e delle bestemmie; e dall’ebrezza de’ battimani riscosso al tuono delle fucilate, trovandosi deserto dal vulgo ch’egli avea creduto popolo, si getta in braccio ai principi; e favorito da tutti gli ambasciatori forestieri e dalla figlia del comico Giraud, vedova di Dodwell e moglie di Spaur ministro di Baviera, fugge nel Napoletano (21 9bre), lasciando una lettera ove attestava che nessuno era complice della sua fuga; ai ministri raccomandava l’ordine, e di rispettare le persone e le robe. Da Gaeta poi, ove il re di Napoli lo ospitò coi sommi onori, destinò una commissione che reggesse in suo nome: ma il Parlamento, concitato principalmente dal Canino che senza posa ripetea la costituente italiana, dichiarò (11 xbre) o falso o surrettizio quel breve, e nominò un triumvirato col potere esecutivo, composto del principe Corsini senatore di Roma, Camerata gonfaloniere d’Ancona, e Galletti.
Il rifuso Ministero dava buoni ordini, ne dava di cattivi; ma in ogni parte i magistrati laici o ecclesiastici abbandonavano il posto, lasciandovi lo scompiglio e lo smarrimento; i costituzionali cercavano che la Corte li sorreggesse, e restaurerebbero il principato, purchè garantisse le date franchigie; i diplomatici seguirono il papa a Gaeta; il popolo chiarivasi a favore di esso, e bisognava sottometterlo o punire, mentre vedeansimiracoli di crocifissi che grondavano sangue, di madonne piangenti. Bologna, dove Zucchi colla forza dava sopravvento ai costituzionali, volea staccarsi dalla tempestosa Roma che scarcerava i galeotti: i violenti speravano giunto il regno del saccheggio e del sangue: universale era lo scombussolamento, e i governanti doveano adulare la plebe colle condiscendenze che avevano disonorato la repubblica di Francia, e sollecitare qualche riordinamento contro la feccia che saliva a galla. A Roma affluiva quanto di più fermentoso v’avea nello Stato e per l’Italia, e mal poteanli frenare le parole di Mamiani e la guardia nazionale; i ricchi e i quieti fuggivano, e per giustificarsi esageravano le scapestratezze del popolo, che per verità su quelle prime fu a lodare per quello che non commise, anzichè a vituperare di quello che commise dopo rotto ogni freno; ma i pericoli prendeano gravezza e corpo dalle concitate fantasie. Nulla badando a proteste del papa, si convoca una Costituente per lo Stato romano (20 xbre), ma la legge elettorale «non che venisse dai Consigli accolta e decretata, non si potè pur discuterla per mancanza di numero legale»[90]. Anatemizzata dal papa, non poteanvi prender parte quelli che ancora serbavangli fede, e che sarebbero valsi a moderarla; mentre i circoli, governati dai veneti De Boni e Dall’Ongaro, faceanvi destinare i più impetuosi e intriganti, minacciando del coltello chi esitasse.
La Costituente, adunatasi (1849 5 febb.) «per purificare la patria dall’antica tirannide e dalle recenti menzogne costituzionali», apre i suoi lavori sul Campidoglio «sotto gli auspicj di queste due santissime paroleItaliaePopolo»[91]; Armellini informa di quanto operò la commissione provvisoria, e come, dopo che era passataai Cesari, poi ai papi, fosse tempo di ricostruire la Roma del popolo. Ben Mamiani avvertiva questo vizio d’Italia, di mettersi indosso gli abiti che altrove sono stati dismessi, e rialzare le insegne altrove cadute, invece di cogliere il tempo e l’occasione; che cosa sperare adesso che mancavano eserciti e ardore di plebi a sostenere la repubblica? Piemonte, Toscana, Napoli non le darebbero ajuto nè imitazione; Francia le si pronunzierebbe avversa, e prevalendo già dappertutto un genio di conservazione e di rassettamento, non sarebbe tampoco favorita dall’aura democratica; si rimettesse dunque la decisione alla Costituente italiana.
Ma più sfringuellavano quelli destinati a tutto impacciare, e — Che importa l’appoggio altrui? faremo da noi. Francia repubblica sosterrà certo una repubblica; Napoli è troppo occupata in Sicilia; se Torino ricusa, ben si moverà Genova; è assurdo l’attendere dalla Costituente quello che possiamo darci da noi». Ed erano que’ dessi che predicavano l’unione italiana; che della Costituente faceano la panacea d’ogni piaga, il cardine della liberazione universale.
Garibaldi propone di immediatamente proclamare la repubblica, senza pur la formalità di verificare i deputati; Canino esclama: — Sento fremere la terra sotto a’ miei piedi; sono l’ombre de’ grandi trapassati che gridanoViva la repubblica romana». In fatto si pronunzia scaduto il pontefice (10 febb.), nazionali i beni ecclesiastici, governo la democrazia pura col titolo di Repubblica romana; badando all’intrinseca eccellenza della cosa, più che all’opportunità. Mamiani che, partito il pontefice, avea consentito di ripigliar parte nel Ministero[92], vi rinunzia dacchè vede impossibile la riconciliazione:e fu giudicata debolezza d’uomo, che spinge fino agli estremi, poi si ritira; onde lo gridarono liberale rinnegato, speculativo ambizioso e infetto d’aristocrazia. Nel Ministero romano furono posti il vecchio Armellini, il sapiente Saliceti, il dovizioso Guíccioli, persone rispettate in generale, e lo Sterbini, ambizioso faccendiero che invidiava tutti, e tutti contrariava senza discernere mezzi e vie. Si levarono campane che il popolo avea in devozione; si molestava chi comparisse vestito da prete o frate; sciolto il Sant’Uffizio, de’ misteri di quello si fecero scene e spettacoli, e si fu ad un punto di mettere fuoco alla chiesa e al convento della Minerva. Smaniavasi di leggi contro i migrati, di confische, di penali feroci; provvedeasi al denaro coi decreti, alla politica colle millanterie rivoluzionarie, e beato chi di più severe ne portasse; chi vi contrariasse sottoponendo alle giunte arbitrarie ed eccezionali, di cui faceasi tanta colpa a Gregorio XVI, come concedeansi più grazie che mai non avessero fatto ipreti: e intanto dappertutto gli assassinj politici «turbavano quel maraviglioso concorso d’un intero popolo nell’opera della sua redenzione, gittavano nel fango l’idea vergine e maestosa che si eleva sul Campidoglio, profanavano il nuovo patto d’amore e di perdono, giurato in Roma dai veri credenti nell’avvenire dell’umanità»[93].
Ma appena messo in istallo il Ministero, Haynau varcava il Po (2 febb.), occupava Ferrara e per punirla d’insulti recati, la tassava di dugentomila scudi, a favore però del papa. Il triumvirato, fatto inutile appello «a tutti i popoli della penisola» che non poteano badarvi, «a tutto il corpo diplomatico» da cui la repubblica non era riconosciuta, si avaccia a formar legioni: ma gli Svizzeri chiesero congedo; pochi e disvolenti erano gli altri soldati, numerosissimi e inesperti gli uffiziali,salvo nella legione che diceasi di Garibaldi, mescolanza d’ogni gente, risoluta a ogni estremo, sotto di un capo inesorabile e arrischiatissimo. Intanto il debito esorbitava; i tre milioni che giravano in carta moneta, bisognò accrescere di molto; faceasi ressa di adunare la Costituente italiana a commissione illimitata; ma nè Lombardia nè Napoli poteano concorrervi; Sicilia, gelosa dell’autonomia, non assentiva che ad una federazione; Venezia assediata disapprovava quel concetto; Toscana aborriva dalla fusione.
Quando poi vi giunse Mazzini ad opera compita, esaltò con la colorata parola la Roma del popolo; e proclamato cittadino, poi triumviro, diceva: — Forse avremo a combattere una santa battaglia contro l’unico nemico che ci minacci, l’Austria; e la vinceremo. Gli stranieri non potranno più dire come oggi, che questa Roma è un fuoco fatuo fra i cimiteri: il mondo vedrà ch’è luce di stella eterna e pura». Ancora metafore e memorie e scene, sostituite alle metafore, alle memorie, alle scene che si erano abbattute; com’era eguale la servilità ai governanti, il petizionare, il trarre a privata fruizione la pubblica fortuna; anzi si vollero baccanali santi; e per la settimana santa e per pasqua si raddoppiarono le solennità, condite dalla prurigine della scomunica; e sulla loggia da cui il papa benediceva alla città e al mondo, Mazzini circondato da degni accoliti, fa benedire alla repubblica, e «se mancava il vicario di Cristo, rimanevano il popolo e Dio[94].
Il granduca, appena si sovvolsero gli Stati modenesi (1848), avea occupato quelli che confinano col Lucchese e il Pontremoli; accettò la chiesta unione della Lunigiana e Garfagnana, e di Massa e Carrara; mandò truppe alla guerra santa, ma non volea ricorrere ai robustispedienti di fare denaro e soldati; il qual riguardo alle fortune e al sangue allora parea crimine di lesa nazione. I Toscani, che avrebbero voluta la libertà ma senza disagi, sfogavansi più volentieri in feste, in benedizioni di bandiere, in conviti ai crociati che passavano inTedeuma vittorie supposte; dichiaravano cittadini Gioberti e i membri del Governo provvisorio di Milano, e lo stemma di questa città si collocasse sotto la loggia dell’Orgagna: il principe trottolava (26 giugno) a queste benedizioni di bandiere, e a gridare viva all’Italia indipendente e confederata; ma raccoltosi anche qui il Parlamento, quasi tali passatempi fossero opportuni nelle gravi urgenze d’allora, cominciossi a trovare che il Ridolfi e gli altri ministri non rispondevano all’aspettazione concepita da quelli che gli aveano giudicati dai discorsi alle accademie o in piazza. Gravossi d’un terzo la tassa prediale, s’impose una straordinaria alla mercatura, si aperse un prestito di quattro milioni ducentomila lire, si tassarono le pensioni di tutti gli uffiziali civili, si ordinò l’affrancamento dei livelli dello Stato: ma di sei milioni presupposti, neppure si raccolse la metà.
I deputati, lieti d’averne finalmente l’occasione, sfoggiavano quella dicacità ch’è sì comune e sì cara in bocca toscana. 1 borghesi sfoggiavano d’un’altra loro abilità, le arguzie e i motti, che risolveano in riso i provvedimenti e le controversie. Voleasi guerra; ma appena costasse sangue e denaro, prorompevano lamenti, richiami, piagnistei, e più veneravasi Carlalberto perchè combattendo dispensava essi dal combattere: i giornali[95]coll’esorbitante lodarlo metteano ombra al Governo, inasprivano i dissenzienti, producano subbugli e cozzi. Alcuni Fiorentini, massime ilSalvagnoli, vennero predicatori d’albertismo a Milano, andò colà a predicarlo Gioberti, intanto che in senso diverso lo spettacoloso padre Gavazzi, dopo aver sovvertite le città romane e le lombarde, passeggiava il giorno fastosamente in cocchio, poi sulla bruna davanti a un popolo immenso, che piacevasi a quella voce tonante e a quei sensi energumeni, inveiva contro dei ricchi che non davano i loro cocchi per tirare i cannoni, de’ sacerdoti che non isventolavano la bandiera tricolore, di chiunque avea denaro perchè nol portasse nella cassa di guerra: così invelenendo gl’istinti dei poveri, avrebbeli spinti al saccheggio se il popolo non avesse inteso le cose differentemente dai cittadini, e sfogato con fischi o con arguzie una scontentezza, che qualificavasi di briga pretina e gesuitica.
All’annunzio dei disastri del campo (30 luglio), gli strilloni levano rumore contro l’inerzia del Governo, sciorinano bandierone iscritteGiù il Ministero; fin si tenta in piazza far decretare esautorato il granduca, essendo capo del movimento il piemontese Trucchi. Nel dissenso dei moderati essendo cresciuti i demagoghi, e Guerrazzi rinfacciando le sconfitte di Custoza al Ministero, quasi a bell’arte fosse lento ai soccorsi, Ridolfi si dimise, dolendosi che, dopo essersi sempre mostrato italiano, dovesse ritirarsi fra’ sibili della disapprovazione; che la stampa, alla cui libertà tanto avea contribuito, non fosse mai venuta a sussidiarne il Governo, anzi il contrario.
Scomposto il Ministero, crebbe il disordine interno; e intanto vedendo l’Italia invasa dagli Austriaci sin al confine, si dovè patteggiare con Welden che stava nel Bolognese, con Lichtenstein che stava nel Modenese, affinchè non invadessero la Toscana. Dopo molta fatica e il ricusare anche di persone null’altro che ambiziose, fu ricomposto un Ministero di Giorgini, Samminiatelli,Mazzei, Landucci, Marzucchi, Belluomini, preseduto da Gino Capponi (1848 16 agosto), che venerato dai temperanti non meno che dai democratici, affidò gli animi promettendo l’unione federale e nuova guerra, se buona pace non si potesse. Ma il tempo dei moderati era tramontato; la demagogia cresceva; i giornali disimparavano l’urbanità toscana; affluivano i profughi lombardi; Livorno addoppiava tumulti. Il padre Gavazzi, ch’era stato espulso, tornava di que’ giorni nella rada di Livorno; e sebbene fosse ordine di non lasciarlo sbarcare, una deputazione va a prenderlo, e fa accogliere ad applausi i discorsi suoi, dove accusa di traditori i principi, i ministri, i generali, e grida la guerra del popolo; e poichè il seppero messo ai confini, si prorompe a sollevazione. S’avea bel gridare che l’avversario comune era il Tedesco, e questo era a domare; non già i deboli soldati del granduca, e che tutti gl’Italiani sono fratelli: si prende la cittadella, s’imprigiona il governatore, si moltiplicano insulti e sangue, e s’istituisce un Comitato di salute pubblica.
Guerrazzi aveva affascinato con que’ romanzi ebri di libertà e d’ira; e Livorno, che, tutta ai commerci e poco agli studj, s’inorgogliva di questo nome italiano, lo riguardò come si suole i grandi, con amore ed odio al paro stemperati; non vi fu calunnia di cui non si bruttasse il suo nome, nè speranza che in quello non si ponesse. Qual meraviglia s’egli ne contrasse ambizione? e cercò tutte le occasioni di mettersi oppositore al Governo, non foss’altro nelle cause che patrocinava. Uomo passionato ancor più contro o in pro delle cose che degli uomini, dispettoso di vedersi non adoperato, eppure affettando di non chiedere anzi di rifiutare; ingrandito dalla persecuzione di un Governo sì poco persecutore, poi via via erettosi col galleggiare sopra marosi che avea sollevati egli stesso, e che doveano poirotolarsegli sul capo, privo di fede in qualsiasi cosa, professava «odio alle vecchie istituzioni, onta e martirio della specie umana», sicchè volgeva alle riforme radicali e alla repubblica; e con La Cecilia di Napoli, antesignano di tutti gli agitamenti, e con un Petracchi robusto braccio, e con altri ingloriati dall’avere combattuto in Lombardia, incitava a chiedere operosità nella guerra, armamento marittimo, sale a buon mercato. Tutto invelenivano i giornali, i circoli, l’abjetta condiscendenza al vulgo, che fu il peggiore nemico di quell’anno. Raccheti un tratto, i Livornesi si risollevano gridando al tradimento e a meditati macelli: le bajonette e le artiglierie non bastano contro il popolo, che costringe la fortezza a capitolare. Il granduca repugnava dalla guerra civile, eppure doveva allestirla: ma se disponesse le guardie nazionali, dicevasi che armava fratelli contro fratelli, e si scioglieano, come volonterose di pompeggiare non di fare davvero; i soldati non sapevano combattere; il Ministero, ingelosito del Piemonte, ricusò i soccorsi che questo offeriva.
Giuseppe Montanelli, poeta elegiaco, era uno de’ molti che dalla religione aveano dedotto sensi e speranze repubblicane, ma colla placidezza toscana e sua propria; moderatore più che eccitatore, facendosi amare colle melate parole e coll’indistinta condiscendenza; venuta l’ora del fare, non istette a dire; combattè a Curtatone e fu pianto per morto, finchè si seppe prigioniero; e rilasciato dagli Austriaci, tornava circondato dall’aureola del coraggio e della sventura, pallido e con fasciate le ferite, accolto con applauso dappertutto, preteso da ciascun partito come gloria propria; sicchè il Ministero credette provvedere alla quiete mandandolo governatore a Livorno. Ivi trova la stampa scapestrata, la demagogia baccante; e quel desso che non avea temuto le palle austriache, allibì davanti alla paura di perdere la popolaritàcol lasciarsi sorpassare; e nella sua professione difede democratica, nazionale, cristiana,dichiara (12 8bre) che non s’ha a proclamare la repubblicaimmediatamente, però non basta la federazione, proposta dal Ministero d’accordo con quelli d’altri paesi, ma doversi recidere ogni trattativa, e divenire esempio agli altri col proclamare una Costituente di rappresentanti di tutta Italia, da convocarsi in Toscana. Da questa nuova parola resta eliso il Congresso di Torino; e in Toscana si eleva un’altra opinione a fronte al Ministero, il quale sotto le grida e i cartelli è forza che rovesci. A tanto riusciva in cinque soli giorni di governo il Montanelli, che sottentra ministro con Guerrazzi, col napoletano Ayala, e con Mazzoni, Adami, Franchini, gente che poneva da banda le antiche nimicizie; e senza slealtà proponeasi di frenare i trascendenti, i quali, avendoli elevati, erano altrettanto risoluti a dominare soli, e non correggere ma sovvertire. Avrebbero essi coraggio d’affrontare l’impopolarità, e fra gli scogli d’un Governo rivoluzionario, senza la fiducia del principe nè l’appoggio della nazione, salvare almeno l’onore della democrazia?
Prima soddisfazione ai loro creatori fu l’amnistia ai Livornesi, e il mandare a governare l’aretino Pigli, persona estrema e balzana, inesauribile parlatore nei circoli o nella Camera: altri demagoghi furono posti in impieghi, e sciolte le Camere, benchè si prevedessero in egual senso le nuove elezioni. A chi portasse querela o domanda, diceasi o faceasi capire che «fin quando Leopoldo non se n’andasse, le cose non procederebbero in bene».
Ma gli ambasciadori si volgeano alla Corte, non ad essi, de’ quali non capivano il fraseggiare nubiloso: denaro non s’avea; le perturbazioni cresceano, i ministri stessi, dopo sommosso il popolo per salire, ora lo sommoveano per conservarsi; ne’ circoli ogni partito sidisonorava con laidi diverbj e impertinenti recriminazioni; quando s’accolgono i comizj per le nuove elezioni, le urne sono rovesciate, imposto il voto ai suffraganti, assalite le case di chi era infamato col titolo di moderato. Montanelli, desideroso di ordini larghissimi, pure la causa sua amava onestamente; sebbene fosse accontato col Canino nel predicare la Costituente, avea scritto al La Cecilia, «Da una repubblica romana Iddio ci guardi»[96]; e mal accordavasi col violento Guerrazzi, che odiando gli oppressori, disprezzava gli oppressi, e vissuto fin allora sol di rivolta, ora sapeva anche resistere, e a fini profondamente dissimulati voleva pervenire con qualunque fosse modo, anche colla forza. «Le cose del mondo (diceva in quel suo fare ghiribizzoso e pittoresco) quando non si possono fare come si vorrebbe, hanno a farsi come le si possono. Uniamoci tutti per creare un Governo, un qualcosa che difenda e assicuri; ottenuto questo, ci mandino al diavolo. Io, se non crepo, reggerò ogni cosa. Retrogradi e rossi subbugliano il paese; bisogna dare una zampata ad ambidue. Non più condiscendenze: chi rompe paghi. Che serve cotesto andare e venire de’ volontarj alla frontiera senza volere arrolarsi? Non è il moto della spola del tessitore che ogni volta aggiunge un filo; qui invece non si fa che logorare la trama dello Stato. Male il gridare vitupero ai nemici ne’ circoli; vincere si vogliono, non oltraggiare; chè l’insulto prima della vittoria è jattanza, dopo è codardia».
Così fatto, egli non ispirava affezione ma paura: eppure più tardi confessò che tremava davanti ai tirannelli dell’opinione, a un Montazio, a un Niccolini, a simil pulla, portata dal vento negli occhi. Un circolo, formato principalmente di Lombardi (tal nome dinotavai vinti della guerra, di qualunque paese fossero) guidava sino ventimila cittadini a gridare la Costituente (1849). Guerrazzi non potea rassegnarsi a questo scolo d’Italia, e voleali sistemati in legione per combattere. E perchè il Ministero piemontese molestava il toscano per volere Livenza e altri cantoni, Guerrazzi facea temere che, quello Stato cresciuto, terrebbe vassalla la Toscana. Modificando il concetto di Montanelli, proclamava la Costituente italiana.
Appoggiato all’esempio del re di Sardegna, il Ministero toscano propose che il voto universale valesse per la Costituente. Consentì il granduca si trattasse dell’eleggere rappresentanti toscani per quella: ma udendo il papa colpire di scomunica chi vi prendesse parte, ritira l’assenso, e non avendo forze da resistere, nè volendo offrire motivo a riazioni, ricovera a Siena (6 febb.), ricevuto fra le grida di «Viva il duca, morte alla Costituente». Era popolo anche questo? Ma vedendo crescere il bollimento, e che un corpo movea da Firenze per prenderlo, Leopoldo fugge a Gaeta.
Il baccano di piazza decreta scaduto il granduca (20 febb.), e si demandano pieni poteri a Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni, che svincolano dal giuramento, e lanciano violento proclama contro la menzogna e le scelleraggini di Leopoldo austriaco, dolendosi di avere creduto che principe e libertà di popolo potessero stare insieme; esecrano con formole poetiche il Laugier, che l’esercito conservava fedele al granduca; smentiscono che il Piemonte volesse «con fiumi di sangue italiano ristorare il trono di Leopoldo austriaco»; e annunziano che «la repubblica, dopo trecendiciott’anni, ritornerà a casa sua».
Acclamato il Governo provvisorio a Firenze, tutti i rappresentanti stranieri dichiarano cessate le loro missioni, che concernevano solo il granduca. Quel giornostesso, contadini corsero addosso a Firenze; dappoi a Empoli e altrove si tumultuava: i soldati del dato giuramento faceansi pretesto per lasciare le bandiere; rinascenti tentativi di controrivoluzione faceano empire le carceri, e istituire un tribunal militare. Da che parte stava il popolo? Non certo in que’ giornalisti e declamatori, che ingordi di posti e di missioni, insultavano ai più onorati cittadini perchè moderati, che toglievano di cattedra il Giorgini, mandavano via l’Azeglio ferito, celiavano sulla cecità del Capponi, calunniavano a tutti, e bruciavano le effigie e le scritture de’ dissenzienti; la Toscana sbigottivasi all’udir ragionare della necessità del sangue e di puntare i cannoni: il governatore Pigli a Livorno proclamava la repubblica, e — Popolo, compi i gloriosi tuoi destini; pensa che tua capitale è Roma, tua patria Italia; chi ti conferisce l’imperio è il tuo diritto, chi ti consacra è Dio»; e il grido diViva la repubblicafu ripetuto in molte città. Ma Guerrazzi diceva: — Da che volete repubblica, repubblica sia; patto che domani mi conduciate duemila giovani, disposti a combattere per quella. — Trentamila», risposero: ma neppure i duemila apparvero. Egli resisteva imperterrito a quella marea crescente, rinfrancato dagli ambasciadori di Francia e d’Inghilterra; imponeva silenzio agli strepitanti delle tribune, fin a chiamarli «scellerati e iniqui perturbatori»; non annuì al Mazzini, il quale, nel recarsi a trionfare in Campidoglio, donde diceva non essere uscite fin allora che «melensaggini arcadiche e suoni d’agonia di monarchie costituzionali», incaloriva a gridare la repubblica e unirsi alla romana.
Giuseppe Giusti che con un riso adiraticcio aveva scassinato il vecchio Governo, visto il movimento del 1847, applause al duca che dava le riforme, e tanto bastò perchè fosse detto rinnegato: poi trovatosi sotto ai piedi, volse la stizza contro Guerrazzi; e quando poi vide irivoluzionarj di tutt’Italia rifluire sopra la patria sua, diceva: «Le figure che passeggiano queste lastre, mettono ribrezzo e terrore. Figúrati ragazzi con pistole e stiletti alla cintola, vestiti a mille colori, parlanti un linguaggio turpe, provocante, rifiutandosi di pagare osti e vetturini, violando il domicilio del popolo minuto per commettere stupri e rapine; in somma un principio di casa del diavolo... Mentre i campi lombardi sono insanguinati, con che cuore si può vedere qui una gioventù numerosa di quel paese a vagabondare?... Son qua da cinque mesi a gridar guerra, e imperversare, e volgere il paese sottosopra; viene la guerra, e non si movono come se non toccasse a loro...». Il cadere del pontefice non può essere un fatto isolato nella cristianità; ed oltre la riverenza dei fedeli e le simpatie del mondo intero per Pio IX, nella rivoluzione romana, inaugurata da un assassinio e poi affidata all’incorreggibile cospiratore, vedeasi un atto della gran congiura europea contro ogni ordine, ogni subordinazione[97]. Già all’udire in pericolo il papa, il generale Cavaignac, il quale, represse le terribili sollevazioni della popolaglia ladra e assassina, che in una giornata erano costate la vita di quattordicimila persone e nove generali, era stato messo a capo della repubblica francese, ma ora sentiva la sua popolarità soccombere alla nuova di Luigi Buonaparte, cercò rincalorirla col favorir le idee d’ordine e di cattolicismo, rinascenti per ricolpo contro la sfrenatezza, e così inaspettatamente trionfanti per mezzo del voto universale; e decretò che tremila cinquecento uomini sbarcassero a Civitavecchia per proteggere il santo padre. Il Piemonte manda offrirgli tutte le sueforze, «fermamente risoluto a mantenere e difendere con ogni sforzo la causa dell’ordine e della monarchia costituzionale». Lord Palmerston, ministro inglese sopra gli affari esterni, dichiara[98], quantunque la Gran Bretagna sia antipapale, aver tanti milioni di sudditi cattolici, che pel proprio interesse deve desiderare il pontefice sia posto in situazione temporale da poter con intera indipendenza esercitare le spirituali sue funzioni; l’intervenzione di forze straniere doversi serbare per l’estremo; in tal caso gioverebbe affidarlo al Piemonte, per togliervi l’odioso carattere di straniero.
Le novità romane dunque pericolavano. La Costituente ivi proclamata spiaceva al Piemonte non men che a Napoli, come quella che rimetteva in problema l’esistenza di tutti i Governi: spiaceva ai dittatori toscani, vogliosi di dominar soli, anzichè mettersi in coda ai romani; talchè fu indarno il comparire a Firenze dei più avventati Romani e dello stesso Ciciruacchio: spiaceva in Roma ai chiericanti non meno che ai costituzionali, i quali ultimi sudavano perchè il popolo ripristinasse Pio IX, però colla costituzione; spiaceva all’eretica Inghilterra non meno che alla cristianissima Francia; sicchè ai caporioni non rimaneva che di trescare coi democratici, allora vinti dappertutto, e così porgere nuovi titoli ai Governi regolari. In fatti l’Assemblea costituente di Francia (20 aprile) dichiarava voler rintegrare il papa nel dominio; Spagna, avida di ripigliar azione nella diplomazia europea, invita i potentati a uncongresso per tale scolpo: il papa invoca l’Austria, Francia, Spagna e Napoli ad abbattere un’orda settariache teneva tiranneggiata la maggioranza de’ suoi sudditi.
Lord Palmerston (1848), costante nell’uffizio di alternare al cavallo una fitta di sprone e una stretta di morso, avea sempre tergiversato la politica della Francia; quando questa inviò Bignon perchè temperasse i primi movimenti liberali, esso spedì lord Minto ad aizzarli; quando gl’italiani s’inebriavano al programma pindarico di Lamartine, egli gittò acqua sul fuoco; quando dappertutto fremeasi d’indipendenza, egli propose di formare del Lombardo-Veneto e dei ducati un regno sotto un arciduca autonomo. Ricusato perchè Carlalberto in quel momento vagheggiava il regno dell’Alta Italia, esso gli carezzò quest’idea, escludendo però dalle trattative la Francia, e imponendo per confine l’Adige. Entro questi limiti non l’avrebbe disapprovato neppur la Germania, che la linea di quel fiume pretendea necessaria alla propria integrità e strategicamente e politicamente. La spada di Radetzky troncò le discussioni; e Palmerston accettò l’uffizio di mediatore, e volle si adunasse a Brusselle un congresso per dar sesto alle cose d’Italia. Ma l’Austria non trovava più ragione di cedere nemmanco una lista del paese che avea rioccupato, ed asseriva che l’armistizio conceduto il 5 agosto sottintendesse l’interezza de’ prischi possessi.
Ma queste conferenze divennero il tema d’infinite parole, in un anno di parole tante. Quei che aveano schiamazzato mentre gli altri combattevano, più schiamazzavano adesso che nessuno poteva interrogarli perchè non combattessero. Migliaja di rifuggiti in Piemonte dal paese vinto, s’agitavano nel desiderio della patria; s’agitavano i coraggiosi, cupidi di cimenti riparatori; s’agitavano i timidi per mascherare la paura col farpaura; s’agitavano i repubblicanti, che attribuivano il disastro all’essersi fidati d’un re; s’agitavano i calunniatori, infamando i ministri, i generali, gli abbondanzieri, chiunque dubitasse del tradimento, o avesse esercitato qualche bricciolo di potere, per quante prove date avesse di patriotismo; ed erano creduti, come sempre si crede ciò che faccia torto ai nostri.
Da un altro canto coll’affisso di democratici voleansi riprovare quei che gridavano il nome d’Italia: eppure la guerra del Piemonte all’Austria non era giustificata che dall’indipendenza italiana, e questa voleano i democratici; democraticamente erasi fatta decidere la fusione dal voto universale, e poichè questo avea proferito, chiedeano fosse mantenuta. Vero è che tal sillogismo era stato scomposto da un avvenimento, una guerra perduta; ma questa turbava il fatto non il diritto. — La patria non è stata vinta; solo il tradimento ha potuto ricondurre i Tedeschi in Lombardia», gridavano gl’Italianissimi. I Piemontesi, non potendo negare la sconfitta, ne imputavano l’inettitudine dei generali, lo scarso cooperare de’ Lombardi, la moderazione dei ministri, cento altre cause fuorchè le vere; ad ogni modo credevano potersene trarre esperienza per riparare colla vittoria il primo smacco. Ed è singolare che il paese ove la democrazia meno debaccò, fu quello ove portò maggior disastro, perchè si mescè agli atti guerreschi.
Carlalberto credeasi in dovere di mantenere ai popoli la fusione; aveva udito rinfacciarsi d’aver rinnovato nel 48 i tradimenti del 21; la libertà della stampa e dei dibattimenti lasciava giungere fino a lui le accuse, delle quali più si struggeva di purgarsi quanto meno meritarle conosceva, e quanto più avea sorbito le lodi prodigategli come spada d’Italia; e invisibile nella reggia, masticava l’onta nuova che gravava l’antica, e risolvea gittarsi a capofitto in un nuovo tentativo.
Ma un esercito sfasciato poteva assaltar vincitrice e munita quell’Austria, contro cui non era bastato quando scomposta, atterrita, sprovvista? Le grida dunque dei giornalisti e degli avvocati non avrebbero dovuto smoverlo; ma il fragor di essi lo stordiva, quasi in essi parlasse la nazione, nè vedea come far argine alla demagogia di cui giungevagli il ruggito. L’eterogeneo Ministero Casati si dimetteva (18 agosto), esponendo quanto avea fatto per riparare i disastri, e rendere capaci a ripigliar l’offensiva appena spirassero le sei settimane dell’armistizio, avendo anche chiesto i sussidj di quella Francia, che dianzi erasi repulsa. «Codardia (diceano), per dieci giorni di fortuiti disastri, deporre una fiducia ispirata da quattro mesi di prosperi ed eroici successi! qual impudenza il credere che una pace vergognosa assicuri più di una guerra onorevole gl’interessi e l’onore del Piemonte!»
Tono indecente a chi lasciava altri nell’imbarazzo di mantenerlo: ma un più temperato non era possibile quando fomentava guerra la Consulta lombarda, formata dell’antico Governo provvisorio di Milano, Polonia e Ungheria, ribollenti contro i loro dominatori tenevano emissarj a Torino che prometteano ajuti e diversioni vigorose, bilione solito de’ rifuggiti, ma scontato come moneta fina dai giornali; nuova esca aggiungeano i movimenti di Sicilia, di Napoli, di Livorno, di Roma. In quest’uragano dovea navigare il nuovo Ministero, preseduto dal marchese Alfieri, coi generali Perrone e Dabormida, Revel, Boncompagni, Pinelli, allora autorato dall’amicizia di Gioberti.
Questo filosofo nel suo studioso ritiro a Brusselle, quanto più gli era negata, più acquistò la passione della popolarità; la prese ispiratrice quando mestò politica; ma conoscendola mutabile, resistette un pezzo alla voglia di venir qui a godersi i grossolani applausi, che nel 1847 la folla profondea; e più venerato di lontano,dirigeva l’opinione ma col secondarla. Chiaritasi la rivoluzione, venne e s’inebriò dei trionfi, che ambiva più che il potere; girò Italia apostolo della fusione, ma formando piuttosto entusiasti che un partito; a Milano, dove avea detto non entrerebbe che a ginocchi, sperava far acclamare di primo achitto la fusione, e toccò fischi; a Roma credeva indurre Pio IX a’ suoi voleri, ed ebbe soltanto grida plateali, e il suo nome alle vie dove abitava, al caffè dove asciolveva; sparnazzava Carlalberto, eppure a Genova correva a venerare la madre di Mazzini, a Milano mutò alloggio per annidarsi nell’istesso albergo di Mazzini. Non compreso nel nuovo Ministero, accostossi ai democratici per sventarlo, e vi oppose quel fantasma suo del Congresso; nei circoli denunziava i ministri, che, mentre predicavano riscossa, indipendenza nazionale, in privato a lui diceano non essere possibile rinnovare l’esercito, e volersi cercare accomodamenti vantaggiosi al Piemonte; sicchè gl’improntò le stigmate diministero di due programmi: e i più avanzati gridavano la subita ripresa delle ostilità.
Dopo ciò oseremmo accusare quel Ministero di non avere saputo essere modesto, nè osato essere risoluto? In realtà il Ministero, non meno che gli oppositori, voleva la riscossa: ma quello, preparata convenientemente per vincere; questi, subitanea, ispirata, condotta, come dicea Brofferio, da ardimento, ardimento, ardimento. Saria stato imprudenza rivelare al mondo i reconditi preparativi: onde il Ministero chiese un consiglio secreto, avanti a cui scagionarsi: e quello proferì che non poteasi nè procurare una pace onorevole, nè amministrare una guerra felice.
Intanto dalla Lombardia e dai ducati giungeano gli strilli degli aggravati sotto la dittatura militare, frementi tra il terror manifesto e la rabbia repressa; da Genova gli urli de’ raccogliticci, che tentavano fin subornarel’esercito, e qualificavano tirannia ogni provvedimento preso a reprimerli; soscrizioni, messaggi, chiassate sosteneano la minoranza oppositrice. Bisognava dunque rassegnarsi: e il baron Perrone ministro della guerra, che pure avea fatto avvertire «lo spirito guasto de’ soldati, i quali partono pel campo italiani, e ne ritornano tedeschi»[99], diceva essere impossibile a un Ministero resistere alla pubblica opinione e non ripigliar le ostilità «con tutto il furore d’una guerra nazionale, preferendo essere inghiottito nella catastrofe italiana, anzichè lasciar più a lungo torturare dal vandalismo austriaco la parte d’Italia ch’esso calpesta», assicurava essersi rinnovati l’esercito e la disciplina; ottantamila uomini pronti a entrar in campo, trentamila a mantenere la tranquillità nell’interno, oltre la guardia nazionale, e un parco d’assedio più numeroso che nella guerra precedente; trenta in cinquantamila uomini che la Francia prestasse, la bandiera tricolore sventolerebbe di campanile in campanile fin all’Isonzo: nè farebbero la guerra soli; avranno in ajuto l’insurrezione, i contingenti toscani e romani, e i diciottomila uomini chiusi in Venezia e la flotta; esser dunque risoluti a guerra, se non possono ottenere una pace onorevole, che assicuri l’indipendenza d’Italia[100].
Palmerston disapprovò questo dispaccio. Bastide, ministro della repubblica francese, annunziò non impedirebbe neppur l’invasione del Piemonte, se questo rompesse guerra all’Austria.
Degli errori, delle esitanze, della disperazione altrui s’ingrandiva Gioberti, che divenuto nimicissimo al suoamicissimo Pinelli, riuscì alfine a sbalzarlo; e dopo essersi sempre professato nemico della democrazia, diveniva capo d’un Gabinetto (16 xbre) denominatodemocratico, con colleghi destinatigli dalle piazze, Rattazzi, Ricci, Sineo, Buffa, Cadorna, Tecchio, tutti tolti dal Circolo nazionale, aggiungendovi Sonnaz per le necessità della guerra. Il loro programma, quello di tutti i precedenti, allargare le libertà interne, procurare che tutt’Italia si costituisse a nazione: se non che Gioberti avea l’arte di tessellare le teorie più diverse, il che dicevasi conciliare. E subito le declamazioni e le mostre si diressero contro il Ministero democratico, che si trovava esso pure nell’impotenza di far quello che si desiderava.
Realmente l’Italia sentiva integre le sue forze; da quella posizione, che per tutti era precaria, bramavano tutti uscire, quand’anche non si sapesse che i popoli sovente per bizzarria, per superbia agognano i tentativi più disperati. Il Congresso a Brusselle non dava un passo verso il riordinamento. L’Austria sperava assonnare l’Italia settentrionale col prometterle istituzioni liberali; e dopo ch’ebbe doma un’altra volta l’insorta Vienna, convocò una Dieta costituente a Kremsier, dove il ministro Schwarzenberg professava «accettare sinceramente la monarchia costituzionale; tenerne ferme le basi col separare rigorosamente il potere esecutivo riservato alla Corona, e il legislativo esercitato in comune dal principe e dai corpi rappresentativi; assicurare l’eguaglianza dei diritti, garantire il libero sviluppo di tutte le nazionalità, introdurre la pubblicità in tutte le parti della pubblica amministrazione, consolidare le libertà comunali, estendere nelle provincie l’indipendente gestione di tutti gli affari interni, e unificarle mediante un robusto poter centrale. Il regno Lombardo-veneto, conchiusa la pace, troverà nella sua unione organica coll’Austria costituzionale la miglior garanziadella sua nazionalità. I consiglieri responsali della Corona si terranno fermi sul terreno de’ trattati: essi nutrono speranza che un avvenire non lontano porterà il popolo italiano a fruire i benefizj d’una costituzione, la quale deve tener unite le differenti stirpi con parificazione assoluta di diritti».
Era dunque risoluta a non cedere un palmo di terreno; l’Inghilterra aveva accettato qual base del Congresso, che nessun brano si staccherebbe dall’impero austriaco, neppur Venezia. Ma chi allora credeva alla verità? Intanto non poteano nè l’Austria prendere una risoluzione per rassettare la Lombardia e finirla con Venezia, nè il Piemonte disarmare e togliersi alla disastrosa incertezza. Adunque strepitavasi d’ogni parte; i giornali perseveravano nel tristo uffizio di denunziare ed inasprire quei che la sventura avrebbe dovuti conciliare e congiungere[101]; acclamavasi la rinnovazione delle ostilità, volerlo Dio, volerlo il popolo. Singolarmente il Circolo italiano di Genova, trascendendo i limiti costituzionali, vilipendeva il re: anzi Genova (18 xbre) sorse a tumulto; e il ministro Buffa speditovi con pien potere, invece di dar torto ai mestatori, proclamava saperne causa unica l’essersi voluto «seguitare una politica contraria alla dignità, agli interessi, all’indipendenza della nazione»; il presente Ministero volere «l’assoluta indipendenza d’Italia a costo di qualunque sacrifizio, volere la Costituente italiana e la monarchia democratica»; aggiungeva d’aver ordinato che le truppe partisserodalla città (1849), perchè «la forza vale cogli imbelli non coi Genovesi; i forti saranno presidiati dalla guardia nazionale, tutti o parte a sua scelta; tolta ogni apparenza di forza, farem vedere che in una città veramente libera basta la guardia nazionale; che quando il Governo batte la via della libertà e della nazionalità, Genova è tranquilla». Così i cittadini atteggiavansi come avversarj ai soldati, nell’atto che da questi bisognava tutto aspettare: i soldati protestano; la Camera disapprova; il Ministero è obbligato a un’altra scusa memorabile; cioè che «non bisogna misurare i proclami col regolo ordinario, contenendo per natura frasi che ai lontani pajono eccessive, mentre sono inevitabili ai vicini».
Sciolta la Camera, la nuova, eletta sotto quelle esacerbazioni, abbandonò i moderati per gl’impazienti. Il ministero Gioberti dichiarava: «L’indipendenza italiana non può compiersi senza le armi; laonde a questo rivolgeremo ogni nostra cura, convinti che la sola monarchia costituzionale può dare alla patria nostra unità, forza, potenza contro i disordini interni e gli assalti stranieri». Dichiarava pure non potersi persistere in uno stato che era peggiore della guerra, poichè ne aveva tutti gli sconci e nessuna favorevole eventualità; voleva considerare ancora come effettiva la fusione, e lagnavasi che atrocemente fossero trattate dagli Austriaci provincie datesi al Piemonte. Il re medesimo, aprendo il Parlamento, manteneva il concetto della fusione, soggiungeva che «la fiducia è nei forti accresciuta, perchè all’efficacia dei nostri antichi titoli s’aggiunge l’ammaestramento dell’esperienza, il merito della prova, il coraggio e la costanza nella sventura. Le schiere dell’esercito sono rifatte, accresciute, fiorenti e gareggiano di bellezza, d’eroismo colla nostra flotta. Ma per vincere è duopo che all’esercito concorra la nazione; e ciò, o signori, sta in voi, sta in mano di quelle provincie che sono parte cosìpreziosa dei nostro regno e del nostro cuore, le quali aggiungono alle virtù comuni il vanto proprio della costanza e del martirio».
La risposta delle Camere ingagliardiva quell’attacco, e non parlava di guerra e d’indipendenza italica soltanto, ma degli Ungheresi da soccorrere; e che si disdicesse immediatamente l’armistizio.
Le condizioni però del nemico quanto erano cambiate (1848)! La Germania, vogliosa di ringiovanirsi, erasi raccolta in Parlamento a Francoforte «per attuare una costituzione che comprendesse l’unità della nazione, colla varietà tradizionale de’ Governi. Ma la sapienza statuale ivi pure comparve scarsissima: variati i sentimenti, secondo il paese che prevaleva; e mentre negavansi soccorsi e fino approvazione all’esercito austriaco combattente in Italia, dichiaravasi che la linea del Mincio e le grandi fortezze erano necessarie all’integrità della Germania, e si considerava come intacco a questa l’avere i volontarj lombardi stimolato a insurrezione il Trentino.
Al rompere della rivoluzione, la guerra di razze metteva a brani l’Austria, la quale potea dirsi ridotta nei tre eserciti di Radetzky in Italia, di Windischgrätz in Boemia, di Jellacich in Ungheria. La Corte imperiale, cacciata dalla devota sua città (15 maggio), erasi rifuggita a Innspruck, e blandiva la capitale col consentire un’Assemblea costituente; disapprovava Jellacich che acclamava il risorgimento delle stirpi slave: ma intanto i suoi eserciti vinceano a Praga le barricate, a Vicenza i popoli, a Custoza gli eserciti; la Dieta ungherese per bocca di Kossuth promettevale fino ducentomila uomini se bisognassero per domare l’Italia. Perocchè i Magiari parteggiavano coll’Austria onde tenere al giogo gli Slavi; ma ben presto volendo ella frenarne la prepotenza, le divennero ostili; e allora gli Slavi si posero coll’Austria e la sorressero, sempre per proprio vantaggio e scapitoaltrui. I cittadini di Vienna, stanchi del despotismo degli studenti impadronitisi del Governo, richiamavano l’imperatore (agosto), che rientrava nella sua capitale appunto quando Radetzky rientrava in Milano. Ma poco appresso i sommovitori rivalgono, sollevano sanguinosamente la città, e fra molt’altri trucidano un ministro. Windischgrätz vi accorre da Praga, vi accorre Jellacich, e da Boemi e Croati è presa la capitale (31 8bre), e terminata la rivoluzione, alla quale non avevano preso parte nè la campagna nè le provincie.
Erasi fra ciò adunata un’Assemblea costituente, secondo la moda d’allora, per compilare la Statuto dell’impero austriaco; v’ebbero rappresentanti anche di paesi italiani, quali il Tirolo e Trieste; ma le rioccupate provincie lombardo-venete furono invitate invano a spedirvi i loro eletti «per garantire la propria nazionalità, e conciliarla col principio supremo dell’integrità della monarchia». Dall’irrequieta Vienna la Dieta erasi trasferita a Kremsier, ma rimaneva scissa fra l’unità dottrinale e la tradizionale individualità: nelle dispute, inconcludenti e di teoria nebulosa, perdeva tempo e credito, sicchè il Governo potè arrischiarsi a toglierle la mano. Già il 22 settembre l’imperatore Ferdinando avea proclamato piena perdonanza agli abitanti del Lombardo-Veneto, e la ferma sua intenzione che «avessero una Costituzione corrispondente alla loro nazionalità ed al bisogno del paese»: poi confessando la necessità di «forze più giovani per soddisfare il bisogno potente e irremissibile di un grande cambiamento, che abbracci e rifonda tutte le forme dello Stato», abdicava (2 xbre); e giacchè suo fratello Francesco Carlo vi rinunziò, lo scettro fu messo in mano al figlio di questo, al giovanetto Francesco Giuseppe, che aveva fatto le prime prove combattendo gl’Italiani. Egli «riconoscendo per proprio convincimento il bisogno e l’alto pregio delleistituzioni liberali e consentanee ai tempi, calchiamo (dicea) con fiducia la via che deve condurci ad una salutare riforma e al ringiovanimento di tutta la monarchia», e protestavasi «deciso di mantenere immacolato lo splendore della Corona e intatta la complessiva monarchia, ma pronto a dividere i proprj diritti coi rappresentanti de’ suoi popoli».
Ben presto si proclama una costituzione (1849 8 marzo) che recida il nodo delle quistioni, statuendo l’unione organica di tutte le provincie, eguaglianza e indipendenza delle diverse nazionalità; unico Parlamento con due Camere; nella prima i deputati delle diete provinciali, nell’altra i deputati eletti dal popolo, uno ogni centomila abitanti; il potere legislativo viene esercitato dall’imperatore unitamente al Parlamento generale per le leggi di tutto l’impero, e alle Diete nazionali per le leggi particolari. Così l’imperatore trovasi capo delle varie nazioni e unificatore di tutte, e può opporre la forza attraente dello Stato alla centrifuga delle provincie.
Anche la Dieta germanica si scredita colle metafisiche sottilità; e quando essa dichiara che paesi tedeschi non potranno confondersi con forestieri nello stesso dominio, l’Austria, che da tale partito sarebbesi veduta scomposta, vi oppone un franco niego, asserendo non voler menomare i proprj diritti, e che starà federata colla Germania, non una con essa. A questo colpo risoluto, la Dieta perde efficacia, e ben presto si scompone; la Prussia, ch’era parsa sul punto di afferrare l’egemonia della Germania, torna secondaria all’Austria, che s’accinge a riparare gli sdrucci lasciatile da un turbine, dove credeanla già subissata quei che ignorano la storia d’Europa.
Come le umiliazioni di lei aveano dato spirito alle Potenze estere di sbraveggiarla, il rialzarsi le fece propense a sostenerla: ond’essa più sempre ferma dichiarava non avere altro da trattare colla Sardegna se nondi ristabilire le relazioni amichevoli, interrotte per l’invasione del re, e di fissare le indennità per le spese di una guerra assunta in legittima difesa; per deferenza avere accettato la mediazione brussellese; «ma il pretendere di condurre l’Austria a cedere provincie che avea difese con torrenti di sangue, cederle come premio al perfido aggressore di cui ha trionfato, era giustamente vilipeso dalla pubblica opinione dell’Europa come una stravaganza degna della demenza dei demogoghi italiani, e di un re che, parlando dal trono, non dubitava incitare direttamente la provincie italiane dell’Austria all’insurrezione». Il Ministero imperiale interrogava dunque le Potenze, e nominatamente l’Inghilterra, se riconoscessero il regno dell’Alta Italia, e se fosse in arbitrio di Carlalberto il cangiare da solo la circoscrizione degli Stati, fissata dalle Potenze: conchiudeva che dal canto suo non romperebbe l’armistizio, ma le trattative essere superflue, e volere libertà d’azione[102].
Il Ministero inglese, che avea continuato quell’altalena micidiale all’Italia, lusingandone le speranze mentre rassicurava i nemici, allora pure all’austriaco rispondeva, considerare come non avvenuta la fusione, e davapositivaeformaleassicurazione che nelle conferenze non pensava sostenere leinqualificabili pretensionidel Gabinetto sardo, ma adottare per base della mediazione l’integrità de’ territorj circoscritti dai trattati[103]: conseguentemente, al re consigliava con istanza di non volersi avventurare ad irreparabile ruina.
Queste cose sapeansi allora come adesso: ma, non che vi si credesse, il Circolo italiano a Torino non vide che «un obbrobrio ministeriale, che umiliazione, che oscillamento nelle parole che il Gabinetto, usurpante il titolo di democratico, poneva sulle labbra del principe;parole desolanti ad ogni buon patrioto»; e provocava una dimostrazione solenne, e mandava alla flotta sarda in Venezia per eccitarla «a non mancare all’appello di tutt’Italia», e giurare com’essi d’adopraretuttii mezzi per ottenere la Costituente italiana.
Le parole del re e dei Comitati arrivavano in Lombardia, e rinfuocolavano le speranze tanto più, quanto più vi si soffriva sotto la dittatura militare. L’amnistia così piena e incondizionata, accordata ripetutamente dall’imperatore, non lasciava luogo a supplizj o processi per fatti della rivoluzione; ma da un lato s’imposero multe più o meno gravose, e dalle diecimila fino alle ottocentomila lire contro persone che v’aveano preso parte, foss’anche con soli scritti: pena che inviperiva inutilmente, giacchè dai più non si cercò mai nulla, alcuni se ne acquetarono con tenui versamenti. Più pesava lo stato d’assedio, che metteva ad arbitrio delle corti marziali le vite e gli averi; e i molti che erano fucilati o per possesso d’armi o per tentata subornazione o per rapine, consideravansi come del pari ingiustamente colpiti, secondo accade delle procedure sommarie e secrete. Alcuni casi sciagurati crebbero l’esacerbazione. Il 3 gennajo il feldmaresciallo andava ad assistere all’esperimento della scuola di ballo del teatro, e i Milanesi vollero vedervi un’insultante commemorazione del macello d’un anno prima. In occasione della nomina del nuovo imperatore celebrandosi dai militari unTedeum, una femmina espose tappeti di colori ingrati; e perchè alcuno ne levò rumore, ecco uscire una mano di soldati, torre in mezzo chi primo primo, e menati in castello bastonarli, fra cui sin donne, e persone inoffensive per natura, età e pinguedine.
I Lombardi poi perseveravano nella dimostrazione negativa, schivando di ravvicinarsi ai dominatori se non alla distanza d’una fucilata. Italia tutta fremeva, ancheper moda, contro i Tedeschi; i ducati si credeano illegittimente occupati; illegittimamente Ferrara, donde però i Tedeschi, avuta soddisfazione, si ritirarono (18 febb.).
In Piemonte il Ministero, pure col titolo di democratico resisteva alla democrazia. Quando seppe fuggito il granduca, espulso il papa, e che le Potenze vorrebbero ripristinarlo, Gioberti sbigottì; laonde, cercato invano che l’intervenimento fosse soltanto pacifico onde cansare l’obbrobrio di vedere di nuovo dagli stranieri rimaneggiare le sorti nostre, pensava opportuno che il Piemonte si togliesse l’assunto di ristabilire il granduca che l’invocava, e il papa che lo temea; forse la mostra basterebbe a dissipare la resistenza; intanto Italia si avvezzerebbe a vedere dalle proprie armi risolvere le interne quistioni; il Piemonte, col vincere il disordine, ricupererebbe importanza in faccia alle Potenze; e le menti sarebbero sviate dalla guerra contro l’Austria, che prevedeasi inevitabilmente disastrosa.
Erano idee delle meno strane fra i delirj d’allora; le aveva egli pubblicate ne’ giorni di sua maggior popolarità[104], ma adesso repugnavano col titolo del suo Ministero, coll’intemperanza corrente, e colla guerra da esso fatta al Ministero precedente. D’altra parte, se teneasi valevole la votazione universale dei Lombardi per la fusione, perchè non anco quella dei Romani per la repubblica? La Camera, e più le loggie e le piazze che alla Camera imponevano, accolsero come un fratricidio quel progetto; i suoi partigiani rissavano cogli avversi per le vie: ond’egli, sommerso nell’onda, che lo avea sollevato, è costretto rassegnare il portafoglio (21 febb.), toccandoil solito salario della popolarità, vilipendio e oblio; denunziato alle Camere, minacciato di processo, gridato traditore, e rinnegato con tanto impeto con quanto dianzi l’aveano divinizzato. Egli non subì l’oltraggio con dignità[105], e nelRinnovamento civile, mutava d’amici e di nemici, benevolo fin a quelli che più n’aveano meritato il disprezzo (p. 351), e accannito contro gli autori della sua gloria, i fondamenti delle sue speranze.
Colla profonda scienza e massime colla positività filosofica non può combinarsi quel suo voler riunire le cose e le idee più disparate, e sosteneva di non aver cambiato anche dopo mutatosi di punto in bianco: il che i suoi amici qualificavano come uno svilupparsi di concetti, che prima aveva solo in germe. Nel vortice de’ suoi libri invano cerchi una risposta precisa sulle capitali quistioni di letteratura, teologia, filosofia, politica, tanto egli le rinvolge in formole dubitative e cortesi e retoriche, o le professa differenti secondo i tempi. Carezzò nemici, disse per correggerli; osteggiò vecchi amici, disse perchè cambiarono; onde parve e incerto e non sincero: profuse lodi a mediocrissimi, mostrò bisogno d’appoggiarsiad autorità comechè meschine, perciò scegliendo esempj a caso e immeritevoli, ignorando i più degni e meglio a proposito, e confessando d’avere scritto variamente secondo l’occasione. Ora di Pio IX non sa dir male che basti, e «parrìa che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice del quale a principio celebrai il valore: ma io posso fare una girata dello sbaglio a’ miei onorandi patrioti; perchè, essendo allora lontano e nonconoscendo altrimentiil nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia» (pag. 448). Dell’incensato Carlalberto diceva che «tutti errammo a confidare nella fermezza e sincerità di lui» (pag. 235); e che «quando il Balbo disdisse la lega sollecitato da Pio e dagli altri principi, il male non ebbe più rimedio, e prese corpo quella chimera dell’albertismo, che tanto nocque alle cose nostre: per acquistare Carlalberto si perdette Pio IX. Roma in ogni caso si sarebbe tirato dietro il Piemonte, dove che questo nè avrebbe incominciato senza Roma, nè vinte le sue repugnanze» (pag. 20). Narrando poi i fatti e divisando le opinioni di quei tempi, anch’egli, come fece il Guerrazzi, s’appoggia al fondamento più traballante, i giornali, che danno argomento per ogni partito come per ogni assurdità.
Chi sente qual sia mortificazione per un’anima elevata il riconoscersi impotente al bene, geme vedendo offuscare se medesimo un uomo, la cui parola fu un tratto la parola dell’Italia tutta; cominciato con immensa gloria, finiva col rammarico d’avere tutt’altro che giovato la causa italiana, abbandonato il suo soldo da presidente del Ministero a soccorso di Venezia, ritiratosi senza ricchezze e senza titoli in Parigi all’operosa quiete degli studj, da repentina morte fu côlto in fresca età. Non v’è forse esempio moderno che maggiormentemeriti essere meditato, e possa recare più grande istruzione.
Il Ministero sottentratogli, senza alcun nome raccomandabile fuori del generale Colli che vi presedeva, punzecchiato dai Veneziani, dai rifuggiti, dai repubblicanti, dagli stessi costituzionali che di questo tema eransi fatto arma contro il Ministero democratico, dovè promettere anzitutto di rompere coll’Austria, e ne manifestò solennemente le ragioni, conchiudendo: «La guerra dell’indipendenza nazionale si riapre. Se gli auspizj non ne sono lieti come l’anno passato, la causa è pure sempre la stessa; santa come il diritto che hanno i popoli sul suolo in cui Dio gli ha posti; grande come il nome e le memorie d’Italia». Si precipitò l’assetto dell’esercito, il quale ricuperava la disciplina ma non l’entusiasmo; anzi, indispettito ai Lombardi, con uffiziali nuovi sconosciuti, mormorava del vedersi spinto ancora ai cimenti e alle sofferenze. I generali s’erano e mostrati e confessati inetti; sicchè, non potendo ottenerne uno francese, si chiamò comandante supremo il polacco Chrzanowsky, ignoto ai soldati, esoso agli uffiziali per la mortificante superiorità; e allestiti o no, si disdisse l’armistizio coll’Austria. I diplomatici stranieri non sapeano darsi pace di tanto accecamento; Francia, Inghilterra, nulla lasciarono d’intentato per dissuaderlo[106]: ma che valea la ragione rimpetto alla tiranna del tempo, l’opinione? De Ferrari, succeduto (12 marzo) al Colli qual presidenteal Ministero, scriveva al Ricci, rappresentante presso il Congresso di Brusselle, non essere più possibile sopperire alle spese della guerra senza farla; la continua incertezza ed inquietudine poter suscitare gravi commozioni, nè la quistione potersi risolvere che col deporre le armi o adoperarle; il primo partito rompeva il vincolo coi Lombardo-Veneti, repugnava all’opinione, e avrebbe cagionato gravissimi sconcj, forse la guerra civile. E infatti che non poteano temere i principi allorchè l’incendio della media Italia lanciava faville anche nella settentrionale?
Disapprovata dalla ragione e dalla diplomazia, questa intima di guerra ebbe dappertutto la sanzione del sentimento; Italia, ottenebrata da sospetti, da ire, da scomuniche, da assassinj, da riazioni, a un tratto si rifece baliosa nella concordia d’un sublime intento; parvero cessare il palleggiarsi delle ingiurie e gli ammazzamenti politici di cui era contaminata ogni contrada di Romagna; i Lombardi deporre quella disperazione, che fa vili quando non fa scellerati; e tutti, pur dianzi sbranati dalle quistioni di municipio, di costituente, di repubblica, di monarchia costituzionale, d’Italia una o d’Italia confederata, trovarsi unanimi nel grido dell’indipendenza. Da Aosta a Siracusa i cuori palpitarono, come un anno prima, di magnanima speranza; alla fiaccamente convulsa Toscana parve trasfondersi il sangue dei martiri di Curtatone; fino i repubblicanti sorrideano all’idea di acclamare l’impero d’Italia, el’Assemblea romana, fastosamente garrula nella peristaltica inazione, intonava: — Tempo è di fatti, non di parole: dall’Alpi al mare non si dà indipendenza vera, non libertà finchè l’Austriaco conculchi la sacra terra. All’armi, e Italia sia».
Schwarzenberg, ministro dell’Austria, versava la responsabilità di sì grave risoluzione sulla testa di colui che vi era spinto da funesti consigli; ed annunziò ai Governi amici il proposito di drizzare la marcia sopra Torino, e colà dettare la pace, ma non volere acquistare un palmo di territorio[107]. Radetzky, conculcando le abituali convenienze, nella grida di guerra insultava al re (12 marzo), che «un’altra volta stende la mano sulla corona d’Italia. Sleale, spergiuro, micidiale di se stesso, occupato solo a far dimenticare, adulando i rivoluzionarj e il vulgo, i tradimenti del 1821 e diciassett’anni di despotismo, Carlalberto, pari al ladro che coglie occasione dall’assenza del padrone per compiere il furto con sicurezza, invase il paese amico. Io disponevo ancora di forze bastanti a far pentire Milano. Se avessi presentito che la dignità regia doveva in Carlalberto cadere in tanto avvilimento, non gli avrei mai risparmiato l’onta di farlo prigioniero in Milano. La pace che da generosi gli offrimmo, la conseguiremo di forza nella sua capitale. Sarà l’ultima letizia della lunga mia vita il potere nella capitale d’uno sleale nemico fregiare il petto de’ miei prodi commilitoni colle insegne meritate col sangue. Avanti, soldati! ATorinosia la nostra parola d’ordine: colà ritroveremo la pace per la quale combattiamo».
Quest’imperiosa jattanza credeasi mascherasse la paura. Con fierissime minaccie a chi si movesse, abbandonò egli sguarnito il Lombardo-Veneto, fuorchè le fortezze; e con settantamila uomini in cinque corpi e abbondantissime artiglierie si difilò al Ticino (20 marzo), proclamando ai Piemontesi: — Me non anima spirito di conquista: vengo a difendere i diritti del mio imperatore e l’integrità della monarchia, minacciata dal vostro Governo, alleato colla ribellione».
Di rimpatto la speranza degl’Italiani fondavasi sulla insurrezione. I giornalisti assicuravano che Radetzky, obbligato a mantenere l’assedio di Venezia, e vigilare ogni città, pregna di rivoluzione, e avendo migliaja di malati, di pochissime truppe potea disporre, talchè non difenderebbe la Lombardia, ma ritirerebbesi di là dal Mincio; ed annunziavano orrori, quasi tutti ripetendo le stesse frasi.
La Consulta lombarda aveva presentato al re un indirizzo, ove, a nome de’ Lombardi accolti in Piemonte, «e di quelli che fremeano sotto il giogo dell’Austria o andavano ramingando nell’amaro desiderio della patria», lo benedivano e ringraziavano; e «I fatti risponderanno all’aspettazione vostra e d’Italia: all’apparire del valoroso vostro esercito liberatore, i Lombardi si sentiranno rinfiammati di quel coraggio che li sostenne nella sventura, e gli correranno incontro per secondarne le ardite mosse, per dividerne le magnanime prove». L’emigrazione lombarda annunziava: «Centoventimila uomini accorrono per salvare la Lombardia, per riconquistare l’indipendenza, che oramai per noi vuol dire il diritto di vivere. Dal tempo dei Romani in poi, il mondo non vide mai un esercito italiano più numeroso e agguerrito. Esso sterminerà dal sacro suolo della patria il nemico». Il Ministero facea decretare: «Tutti quelli fra i diciotto e i quarant’anni, che si trovano nelle provincie nonoccupate dal nemico, dovranno immediatamente presentarsi al comandante militare... Chiunque non si presentasse fra cinque giorni dalla promulgazione di questo decreto, sarà considerato come refrattario al servizio militare».
Come non persuadersi che un’immensa voragine si aprisse sotto il passo dell’oppressore? Il Piemonte non pensò dunque a riparare le frontiere, nè preparare a quello un trabocco, a sè uno scampo se entrasse sul territorio sardo. Eransi intimate le ostilità prima d’avvertirne tutt’Italia, la quale non potè accingersi a soccorrere, se anche l’avesse voluto. Lamarmora fu spedito a occupare la Lunigiana, neppure avvertendo il Governo toscano, che indignato minacciò di far sollevare Genova. A Roma il proclama delle ostilità arrivò prima di colui che doveva annunziarle. Venezia non ebbe tempo di allestire tutti i suoi, che avrebbero potuto avvicinarsi a un’ala dell’esercito sardo, e circuire il nemico. Il generale piemontese ignorò, non solo gl’intenti, ma fin le mosse degli Austriaci; anzi sol cinque giorni dopo disdetto l’armistizio egli n’ebbe l’avviso. La maggiore importanza consistea nell’ammutinare la Lombardia, che rumoreggiasse alle spalle del nemico minacciando recidergli la ritirata: un Comitato, detto di lavori statistici, avea avuto l’incarico di prepararlo; Lamarmora dal Parmigiano, Solaroli da Oleggio darebbero mano agl’insorgenti: ma che? appena cencinquanta persone entrarono per Varese e Como, capitanate dal Camozzi, convogliando seimila cinquecento fucili e settemila lire, ma nè un soldato nè un uffiziale regolare che desse sanzione al movimento. Carlalberto fece una cavalcata di qua dal Ticino pel ponte di Buffalora, ma il paese che s’era mosso fuor di tempo nel marzo del 48, nel marzo del 49 stette quieto fuor di tempo, onde il re diede la volta indietro. Mentre lo sfidato procedea risolutoall’offesa, e invadeva il territorio con settantamila uomini e ducento cannoni, gli sfidatori che aveano bandita la guerra nazionale teneansi sulla difesa. Rinnovando gli errori della campagna precedente, erasi disperso l’esercito sopra lunghissima linea da Novara a Parma, talchè Radetzky conobbe facile il separarlo dalla sua base d’operazione che sono Alessandria e Genova, anzichè i Piemontesi separassero lui dalla sua che sono Verona e Mantova. E prima che soccorsi al Piemonte giungessero e neppure si apparecchiassero, una giornata nei piani di Novara (24 marzo) bastò a dare compìto trionfo agli Austriaci.