LIBRO DECIMOTTAVOCAPITOLO CLXXXIX.Principi e popoli dal 1830 al 46. Aspirazioni e trame.
Come sempre, i paesi in cui si ristabilì l’armonia fra l’autorità e gli obbedienti furono quelli ove non si lasciò corso alla riazione dopo le rivoluzioni del 1831. Tale fu la Toscana. Ferdinando III granduca dal trilustre esiglio (se esiglio poteva chiamarsi la dimora in paese di sua nazione) non riportava rancori e vendette; vedendo la memoria di suo padre, benedetta in Toscana, non aveva che a seguirne le orme, al che lo inclinava pure la mitissima sua indole. Ritrovava spento il debito antico, sistemata la magistratura, ricco il pubblico dominio; sicchè molti beni poteva effettuare chi avesse saputo innestare le utili novità col sistema leopoldino. Ma crogiolandosi in questo, si tirò via tolleranti e fiacchi, in una mansuetudine senza progresso; riponendo il liberalismo i ministri (di cui era principale il Fossombroni) nell’opporsi ai preti e a Roma, la gente colta nel far epigrammi contro i ministri. Ferdinando aprì nuove strade; fece compiere il catasto sopra la triangolazione eseguita dal professore Inghirami; istituì a Firenze un archivio centrale, l’uffizio dello stato civile, una casa di lavoro, l’istituto della Nunziata perla maternità e a Pistoja un altro, a Pisa un’accademia di belle arti; introdussei pompieri; migliorò i palazzi e le ville reali. Passeggiava famigliarmente le vie, andava a visitare ne’ palchetti le signore, e poichè le persone che vi si trovavano levavansi e teneansi in piedi, egli diceva alla padrona: — E perchè non permettete a questi signori di sedersi?» Un abate scontratolo così, andava ripetendogli: — Oh altezza! che consolazione fu per me il vederla — Oh grazie! — Ah non le so esprimere quanto sempre lo desiderassi — Sta bene: le son obbligato — Davvero ho sempre sperato che dovesse venire questo giorno — Ed io non lo sperava più».
Vantandosi in sua presenza i molti miglioramenti introdotti dai Francesi durante il loro governo, proruppe: — Capisco saria stato bene che fossero rimasti dieci anni di più». Soldati non volea, perchè nè del popolo avea paura, nè contro l’Austria osava reluttare, benchè neppur volesse soffrirne la tutela; i Carbonari conobbe ma non volle punire, accogliendo anzi i profughi del resto d’Italia.
Non ci ricorda che per verun principe siansi scritte parole affettuose (e undici anni dopo il fatto) come queste d’un galantuomo qual fu Emanuele Repetti: «I cittadini, entrati in sollecitudine per l’imminente pericolo, taciturni erravano per le vie, ingombravano i sacri templi, sogguardavansi, interrogavansi, e penetravano negli atrj stessi e nelle sale del regio palazzo smarriti, sparuti, affannosi, desolati. Niun’altra premura, nessun affare domestico o civile, tutti i passi, tutte le lingue, tutte le orecchie a questo solo erano rivolte, di questo solo occupate! Il pallore di un volto nell’altro si diffondea: nè potrei agguagliar con parole quello ch’io stesso vidi, e nell’intimo petto sentii fra il gemito e il tumulto della reggia e del popolo. Suonò l’ultima ora, e il 18 giugno 1824 fu giorno di pianto per tutti; e dico per tutti perchè anche gli stranieri medesimi chesi trovarono presenti a così trista ed inusitata scena, rimasero talmente commossi, che proruppero pure al pari di noi in tristi lamenti ed in sincere lagrime»[1].
Il figlio Leopoldo II succedutogli (1824 giugno) con pari bontà, favoriva quel vivere amichevole, quella cittadinanza riposata che della Toscana faceva un’Arcadia. Intanto le belle arti, la gentilezza, il clima, la favella continuavano ad attirarvi forestieri; studiosi l’Università di Pisa, cui s’invitavano professori d’ogni paese; e i collegi di Siena e di Prato; capitali il ferro dell’Elba, l’acido borico dei Lagoni, e la libertà di commercio; si estesero le scuole normali, di mutuo insegnamento, di sordimuti; presto s’introdussero asili infantili, casse di risparmio.
Il popolo v’è per indole calmo, devoto, operoso nella povertà; il clero allevato nelle opinioni pistojesi, tiensi ligio al Governo; i ladri grossi non v’erano gloriati, se anche non sempre puniti; i pensatori, sceveri dalla Corte che non gli ascoltava ma li rispettava, ambivano all’aureola popolare, idoleggiando il meglio ne’ tempi anteriori alla rivoluzione, zelando le istituzioni leopoldine, e nominatamente le leggi costituzionali, il diritto di neutralità, il libero traffico, l’opposizione a Roma; i più aspiravano ad uno statuto con leggi e finanze discusse, assennati però o coraggiosi abbastanza per non avvolgersi in congiure. Carlo Troya, Pasquale Borelli, Pietro Colletta, Anton Raineri, Gabriele Pepe, Giuseppe Poerio da Napoli, Nicolò Tommaseo e Giuseppe Montani dalla Lombardia, Nobili e Antinori da Modena, Leopardi da Romagna, rifuggiti colà e uniti a giovani del paese,Giovanni Poggi, l’eloquente Salvagnoli, i giuristi Francesco Forti, Marzucchi, Capei, l’educatore Lambruschini, Ridolfi che nel podere di Meleto preparava un modello di dotta agricoltura, alimentavano la vita intellettuale, e col Capponi, col Niccolini, col Ciampolini, col Mayer, col Ricci, nella società de’ Georgofili esercitavano il discorso e l’attenzione sopra quistioni vitali[2], e collaboravano all’Antologia, giornale fondato da Pietro Vieusseux nizzardo, nel cui gabinetto letterario nessun giornale era proibito.
Agitando francamente i problemi civili, coll’autorità della dottrina consacravano le massime liberali, ma neppur essi possedeano quell’accordo che dà forza. Alcuni, come il Montani, v’aveano importato il romanticismo colle idee delConciliatore; altri, come Mario Pieri, abbarrati nella venerazione de’ vecchi, repulsavano dottrine che giudicavano codarde perchè tedesche: chi idolatrava l’êra napoleonica come il Colletta; chi ambiva le istituzioni municipali della passata Italia; chi aspirava all’unità dell’Italia futura: quali col Niccolini professavansi ghibellini con Dante e Machiavelli; quali con Troya e Tommaseo inserivano l’innesto neoguelfo: tutti desideravano un Governo parlamentare, dove sfoggiar l’eloquenza, se non la sapienza civile: assideano la libertàall’ombra dei troni; pure non mancava chi la ponesse lontano da quelli; e nell’Antologiapenetrarono scritture di Mazzini e corrispondenze radicali.
I ministri non ingelosivano di manifestazioni, inefficienti su popolo tanto quieto: e il Fossombroni, insigne matematico e filosofo scettico ed epicureo, che zelava l’indipendenza della Toscana, ma nell’interno credeva giovasse il governare il meno possibile, persuaso cheil mondo va da sè, rispondendo vaghe parole, e colle arguzie sviando le serie domande, niuna cura davasi d’eserciti, niuna del morale rigore, niuna degl’interessi d’Italia; buon fattore in casa, e basta.
L’Austria potea pretendervi a un’ingerenza parentale, ma nel Governo non ne aveva alcuna; ed anzichè odiare questa dinastia come tedesca, gl’italiani le sapeano grado della tolleranza e dolcezza. Il principe, patriarcalmente buono, era assente quando avvennero le rivoluzioni del 31; e sul territorio suo si lasciarono liberamente passare i fuggenti da Romagna. Quando egli tornò da Dresda, gli fu preparata una colonna con iscrizione del Giordani, ove si rammentava come egli «in sei anni di regno accrebbe la pubblica prosperità, alleviò d’un quarto la gravezza de’ terreni;... liberò i macelli dal privilegio, e dall’importuno divieto il ferro lavorato dagli stranieri; finì l’opera lodata del padre in val di Chiana; cominciò gloriosamente opera di grande e di buon principe nella maremma grossetana; condusse in cenquaranta giorni per cinque miglia di canale nuovo l’Ombrone; ordinò ampia strada per congiungere la maremma di Pisa e di Grosseto; imprese di congiungere Toscana al mare Adriatico; alle gentili fanciulle con larghezza regia e paterno amore procurò educazione più degna del secolo; e nella scientifica spedizione d’Egitto, associò il nome italiano alla gloria di Francia».
Eppure il Comitato rivoluzionario di Parigi tentòsovvertire anche questo paese, per rinvigorire i movimenti delle limitrofe provincie. Alquanti giovani, gli avanzi dell’esercito napoleonico, Modenesi e Romagnuoli rifuggiti vi diedero ascolto. Si limitarono a combinare una clamorosa dimostrazione, in teatro chiedendo la costituzione: il principe avutone avviso, non mancò di recarvisi e passeggiare in platea come al solito; l’orditore non vi comparve, gli adepti si tacquero; ma sparsero che ogni angolo fosse irto di spie e di sgherri.
L’Antologiaeccitava sospetti non tanto per gli articoli suoi proprj, quanto per la corrispondenza che teneva con Italiani d’ogni parte: non che fosse esclusa dai dominj austriaci, molti Lombardi vi contribuivano; ma laVoce della veritànon cessava da Modena di rivelarne, infistolirne, ribatterne le asserzioni e le dottrine; poi un articolo sulla Russia provocò una rimostranza da parte di quell’ambasciadore, e bisognò soddisfarvi col sopprimere quel giornale, e mandar via Nicolò Tommaseo. La Toscana mosse rimostranze, tutta Italia lamenti, come si trattasse d’una pubblica istituzione; nobile sintomo, dove il torto fatto ad uno si considera come comune. Il Governo compensò il Vieusseux, e ne attestò dispiacere; ma da quel punto parve liberalità l’opposizione; due accreditati personaggi (Capponi e Ridolfi) rimandarono le loro chiavi di ciambellano: il granduca le tenne nel suo gabinetto finchè il tempo ebbe smorzate le ire; allora ebbe a sè i due marchesi, e gliele restituì. Sono tratti di bontà che resistono all’epigramma e alla diatriba.
E di epigrammi lo bersagliava il Giusti, chiamandolo «toscano Morfeo, che asciugava tasche e maremme»; e il granduca scontratolo per via — Ehi (gli disse), quanto alle tasche dite vero, ma le maremme non riuscii. Voi però per mio conto vivete sicuro; ma se gli altri principi che colpite domandassero di farvi tacere?»
A tal uomo poteasi voler male? Gian Domenico Guerrazzi, avvocato di Livorno, immaginazione bollente, venuto a Firenze per intendersi co’ cospiratori e, a dir suo, per chetarli, fu arrestato ma subito dimesso. Aveva egli allora pubblicato laBattaglia di Benevento(tom.XIII, p. 466) sbuffante contro ogni ordine, ogni autorità. Tutti sapevano di chi fosse, benchè stampata anonima; all’autore fu trovato il manoscritto; eppure si mostrò credergli l’avesse copiato e corretto per proprio esercizio, nè si procedette ad altra molestia. Ma il Guerrazzi passava per archimandrito della Giovane Italia, allora insinuatasi anche in Toscana, per cui Marmocchi ed altri furono messi in fortezza, e dopo quattro mesi rimandati senza processo. Colà Guerrazzi scrisse l’Assedio di Firenze; e quel furore lo fece guardare come un satana, bello e formidabile.
Altri lavoravano a sollecitazione del Walewski, figlio naturale di una Napoleonide, e la vigilia di San Giovanni sparsero un programma per chiedere un re costituzionale d’Italia; ma il Governo si accontentò di ammonire alcuni, alcuni mandar via. Fatto appena credibile fra la civiltà odierna, a Livorno si stabilì una banda dellafusciacca rossao deibucatori, che si proponeva di non finir giorno senza sangue umano, e per le vie coglieva il primo che le desse in mano[3]. Neppure contro siffatti spiegossi tutto il rigore, e dovendosi mandarne a morte uno convinto d’assassinio, dal fanciullino diLeopoldo si fece sporgere la domanda di grazia al padre, che l’esaudì, e ne fu lodato; quasi sia bontà tollerare il delitto. Per secondare altre dimostrazioni chiassose, il principe congedò il Ciantelli, odiato ministro di Polizia, e n’ottenne una serata d’applausi. Così innestavasi la febbre politica al popolo colle piazzate, arma dei deboli, e delle quali non erasi ancora conosciuta la spaventevole portata. Leopoldo non mostrò mai paura de’ popoli; creò la guardia urbana, sebbene poi abbia dovuto abolirla; diminuì d’un quarto l’imposta prediale; mostrò cuor di padre sì nel cholera che infierì a Livorno, sì nella terribile inondazione dell’Arno nel 1844, sì nei tremuoti che il 46 imperversarono fra Orbitello e la montagna di Pistoja. Seppe schermirsi al pari dalle insinuazioni retrive e dall’onnipotenza dei ministri, istituendo delle soprantendenze, che a lui stesso recavano gli affari in privato consiglio, e affidandole a persone reputate. L’ordinamento municipale conservò, benchè inceppato coll’attribuire le nomine al principe od al ministro.
Nel 1838 si riformava la procedura, introducendo la pubblicità, la pena di morte infiggendo sol quando cadano conformi tutti i voti: valenti giureconsulti ebbero incarico di rivedere le leggi. Colla spesa di sette milioni si compì il catasto; si aperse l’Appennino colle strade di Lunigiana, d’Urbania, di val Montone; si cinse Livorno di più vasta circonvallazione; si mandò Ippolito Rosellini compagno alla spedizione di Champollion in Egitto (t.XIII, p. 485). Nelle maremme verso il mare Ligure impigrano i fiumi sovra paesi, fiorentissimi un tempo, ora così spopolati, che la maremma sanese sovranovecennovanta miglia quadrate conta appena ventisettemila abitanti all’inverno, quindicimila l’estate. Il principe pigliò passione ad asciugarle, e nel 1830, al 26 aprile con gran festa s’introdusse l’Ombrone nel gran canale; sicchè, diffondendosi le feconde torbide sui bassi piani, ricomparvero campi e biade e popolo; il limaccioso Prelio, l’isola di Pacuvio furono riabitati, e ripristinata la via Emilia tra Pisa e Grosseto; e sebbene non fosse ordita nel miglior modo e non riuscisse ai più sperabili intenti, e dopo consumati sette od otto milioni che Ferdinando aveva lasciati nel tesoro, se ne buttassero altri, e contro il costume de’ Lorenesi si incontrasse un debito di quaranta milioni, che non si volle pareggiare con rincarare le imposte; il fare di quelle opere accusa o beffa al principe è miserabile uffizio.
Ma se il liberalismo nel secolo passato predicava ai GoverniLasciate fare, lasciate passare, nel nostro vuol che essi facciano tutto, e al popolo pupillo somministrino gli alimenti, l’educazione, la direzione. Quando sentiamo tuttodì accusare il Governo toscano che mancasse d’iniziativa, apparisse negligente piuttosto che dolce, in paese assonnato piuttosto che tranquillo, ci torna a mente la favola delle rane chiedenti un re.
Lucca era stata attribuita all’infante di Parma, finchè Maria Luisa morendo non lasciasse il ducato de’ suoi avi. La Spagna repugnò lungamente a questo baratto; talchè Maria Luisa, ch’era stata regina d’Etruria, tardò un pezzo a giungere nel temporario suo dominio, lasciando intanto i Tedeschi fare e disfare. Venutavi, non sapea limitare la sua splendidezza alla povertà del paese ed al costituzionale assegno di lire quattrocentomila: e se colle largizioni si faceva amici, molti avversò col rintegrare la libertà religiosa, i possessi di manomorta,i frati; e i disavvezzi se ne adontarono in modo, che parve una fortuna il succederle del figlio Carlo Lodovico (1824). Anche qui rane chiedenti un re. In paese dato a temporario usufrutto, nè il principe poteva introdurre buone istituzioni, nè i popoli prendere affetto a questo signore temporaneo, nessuno avviare que’ miglioramenti, la cui più necessaria condizione è la stabilità. Il duca poi, singolare mescolanza di qualità, nè al bene nè al male perseverava; accolse i profughi del resto d’Italia; e più d’una volta pensò attuare la costituzione del 1805, ma i vicini non soffrivano in Italia questa disformità. Intanto egli davasi aria di gran principe, e in viaggi e dissipazioni logorava l’assegno non solo, ma i beni proprj, e riduceasi a contrarre debiti, e per pagarli rovistar antiche ragioni dello Stato, e mercatare la ricca pinacoteca. Favoriti forestieri il menavano, e principalmente l’inglese Ward, di bassa estrazione e non ordinaria capacità. Fu sin detto che il duca avesse a Trieste partecipato alla comunione protestante, e un prelato speditogli da Roma il richiamasse alla cattolica, senza grand’urto delle sue convinzioni o prima o dopo.
In Piemonte ai senati di Torino, Casale, Genova, Nizza, composti di membri eletti dal re ed amovibili, competevano i processi degli alti dignitarj, le contestazioni fra privati e comunità, ciò che concerne statuti, privilegi, usi; l’applicare le pene, dopo l’istruzione dei tribunali di provincia; l’appello delle sentenze e la cassazione: dovevano pure interinare gli editti e le patenti dell’autorità. Ma seguivano giurisprudenza differente, sicchè in uno condannavasi una causa che nell’altro avea trionfo. In ciascuna provincia era un tribunale: ai consolati spettavano gli affari di commercio. I governatori generali esercitavano l’autorità militare, e da essi dipendevano i comandanti di piazza. Dappertutto poiun’apparenza guerresca, soldati e divise, e continuo batter di tamburi, e riviste, esercizj, collegi militari. Arma odiata erano i carabinieri che esercitavano la Polizia.
Questo nome richiama uno de’ peggiori flagelli moderni, non ispeciale al Piemonte più che ad altri paesi. Fatta onnipotente, impieghi, onori, cattedre dipendeano dalle sue informazioni, secrete, irreparabili; essa stiticava i passaporti; essa le cittadine dolcezze attossicava col far credere l’uno dell’altro traditore, affinchè, temendoci a vicenda, non acquistassimo la potenza della concordia; essa indagare arcani per propalarli a vitupero o a strazio de’ suoi odiati, e non trovandone, inventarli; essa sorreggere gl’infimi perchè aduggiassero o perseguitassero il merito sodo e i caratteri intemerati[4]; essa violare impudentemente il segreto delle lettere; essa tenere in lunga prigionia per semplici sospetti, poi rilasciare senza tampoco addurre un titolo. Forse v’era chi, spinto dal bisogno o dal vizio, intercedea di vender l’anima; altri la vendeano per voluttà, per ambizione, per vendetta: ma la Polizia riuscì a persuadere che lo spionaggio fosse estesissimo, oculatissimo, e patrioti ingannatori ripeterono una calunnia, che in fatto dispensava la Polizia dalla costosa vigilanza; che contaminò il carattere morale de’ cittadini; e che mostrandosi tanto vili, sarebbe bastata a eternare le catene, se non fosse destino che costoro riescano a fare aborrire ma non a salvare i Governi.
Disformità di costituzione amministrativa portava alle provincie la diversa derivazione; in quali stabilito il censimento, in quali no; estesissime le une, anguste le altre; queste soggette all’imposizione prediale, non quelle; alcune conservarono privilegi antichissimi, e fino diritti regali, e massimamente la Savoja teneva degli ordini antichi, francese di lingua e d’origine, con poca simpatia per l’Italia. Della tenuità delle imposte non accorgevasi la popolazione, perchè non avea provato di peggio: ma sentivansi gravosi i dazj, sconvenienti e mal ripartite le gabelle, il commercio e l’industria angustiate nelle fasce tradizionali, ignorata la potenza del credito, indicate come utopie le grandi opere pubbliche. I maggiori depositarj del potere erano scarsi di lumi e repugnanti al movimento; lenti e materiali gl’intermedj.
A chi v’andasse dalla Lombardia, faceano urto la severità de’ doganieri, l’abbondanza di frati, scomparsi di qua dal Ticino, la sofisticheria della censura civile ed ecclesiastica; soprattutto quell’aristocrazia, non capace di contrapesare la Corona, eppure orgogliosa, esclusiva, collegata fra sè e col clero, ingerentesi in ogni affare, perchè aveva ricchezza, aderenze, impieghi civili e militari, cariche di Corte che portavano privilegio di fôro. Il medio stato che vuol chiamarsi popolo, la guardava in sinistro; ne ripeteva alcuni motti forse d’età più lontane; la bersagliava di epigrammi, raccolti poi dal migliore poeta vernacolo (Brofferio): ma non confessavasi che quei nobili erano finamente educati, e redimeano l’alterigia cogli studj e colla cura delle pubbliche cose; l’educazione militare salvava dalla sprezzante inettitudine de’ lombardi Sardanapali. Molti poi de’ signori rimaneano esuli, altri in broncio colla Corte perchè o negletti o perseguitati dopo il 1821, o parenti di perseguitati.
Tra gl’incensi e le denigrazioni, trapela che Carlalberto secondò il movimento, a cui universalmente portavano la lunga pace e le attive intelligenze. Giusto e rispettoso dell’avere altrui, forse unico de’ principi italiani leggeva, e potea così misurare la marea delle opinioni; conosceva gli scrittori paesani, e legavaseli con posti e decorazioni: ma non era popolare, nè mostrava famigliarità se non forse coi militari; alle sue udienze arrivavasi traverso un difficile cerimoniale; ai suoi circoli ammetteansi solo veri nobili, non gl’impiegati, fosse anche il segretario generale che ogni mattina gli presentava le carte da firmare. Sollazzevole e galante in gioventù, si raccolse poi alla devozione e a tale ascetismo, da non gustare più che uova, pesce, riso (Cibrario). Bisognoso d’appoggio come chi diffida di sè, rimettevasi ai ministri; e l’opinione, sempre matta ne’ suoi giudizj, presentava come progressisti il Villamarina ministro della guerra, il Barbaroux della giustizia, il Pralormo, poi il Gallina delle finanze; e retrogradi il Lascarena ministro della Polizia e dell’interno, il La Margherita succeduto al La Tour nel dirigere gli affari esterni, e che più tardi espose la propria politica nelMemorandum, singolare rivelazione dell’indole e degli intenti di Carlalberto. Del quale la persona altissima ma scarna e gracile parea ritrar l’anima, formata ad elevate cose, eppur sempre barcollante fra il bene e il male, la spinta e la resistenza. L’opposizione de’ ministri portavalo a continua peritanza di atti, a incompleti provvedimenti, fra il bisogno di riparare gli errori giovanili, e la paura che dalle sue concessioni liberali l’Austria non traesse pretesto a sminuirne l’indipendenza, o il soverchiasse la scossa popolare, quasi dai fatti del 21 presagisse quelli cui sarebbe trascinato di poi[5]. Introduceva istituzioni benefiche eprovvide, case penitenziarie e d’istruzione, nuove strade, costosissime in paese di tanti torrenti; col codice civile abolì gli statuti locali, e ridusse ad unità la giurisdizione; nel criminale, ricalco del francese, spietato e d’intolleranza religiosa, conservava esorbitanti pene, prodigalità della capitale, gli asili e le immunità ecclesiastiche, gli arbitrj de’ giudici, obbligatoria la delazione fino contro i parenti ne’ reati politici; poi mancava il codice di procedura, senza cui è inutile la bontà degli altri. Vagheggiava le armi, sicchè de’ settantacinque milioni d’entrata, ventisette consumava nell’esercito: e credeva averlo poderoso perchè gli offriva parate e rassegne; eppure nel codice militare costituì la pena delle verghe sino a mille ottocento colpi. Profittò della stupenda postura di Genova, sebbene questa non affezionasse alla sua obbedienza: mandò la prima nave italica di guerra a fare il giro del globo. Migliorò l’Università, ma non vi tollerò una cattedra di storia moderna: istituì l’Ordine del Merito Civile, ma bisognava domandarlo e addurne titoli, e i decorati giuravano di non istampare fuori di Stato nè contro la religione, e poteano presentarsi ai circoli del re. Concedeva il ritorno a molti profughi, ma non diede mai l’amnistia. A Pellico permise di pubblicare leMie prigioni, ma non gli concesse la cattedra d’eloquenza chepur desiderava, e dell’Ordine del Merito Civile gli assegnò la pensione, non le insegne. Abolì nel codice le sostituzioni fedecommissarie, e in un editto le permise. Pose un Consiglio di Stato, ove si discuteano le leggi, i bilanci, i contratti, tutte le operazioni di finanza, ma affatto dipendente da sè, e delle moltissime proposte poche furono adottate. Non esisteva una buona statistica, con un catasto su cui regolare l’equa distribuzione delle gravezze; e continuavasi l’imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Gian Carlo Brignole nel 1824 avea cominciato a introdurre ordine e chiarezza nella finanza, e negl’impiegati l’amore del proprio dovere, e diceva: — Non lo spendere mi rincresce, ma lo spender male». Dappoi l’avvocato Gallina in quel ministero fu odiato perchè destro negli artifizj di cavar denari. Però le finanze trovavansi in un assetto invidiabile[6]; poi il re custodiva nelle casse un ingente prestito fatto nel 1831 e nel 42, quando pareva imminente la guerra; modo or riprovato, ma che gli offrì il mezzo d’intraprendere le strade ferrate senza i giuochi dell’agiotaggio.
Nell’isola di Sardegna eransi conservati i giudizj come sotto la Spagna, cioè una regia udienza in Cagliari e il supremo consiglio a Torino, il quale avea voto consultivo nelle leggi concernenti l’isola, e suprema autorità sulle decisioni dell’udienza. Antiche istituzioni vi duravano, i Monti di soccorso, che in ogni città e capoluogo somministravano grani per riseminare i campi; e il bargellato, milizia urbana per assicurare le campagne, composta di possidenti sotto un capitano eletto dal vicerè. Già Carlo Felice v’aveva aperto fra ii due capi una strada di ducentrentacinque chilometri, colla spesa di quattro milioni, di suprema efficacia in paese bollente di gelosie: ma mentre i re precedenti aveano cercato il meglio dell’isola conservandone le forme datele dagli Spagnuoli e connaturate, Carlalberto la ridusse a nuovo assetto politico e sociale. Abolì la feudalità, togliendo ai baroni la giustizia e il diritto a servigi di corpo, e sciolse i feudi della Corona; ai numerosi cavalieri tolse il privilegio del fôro, e alle chiese gli asili; introdusse carceri, quartieri, sistema decimale di pesi e misure, attenzione alle foreste. Abolita la servitù delpabarileche impediva la piena proprietà, cresceano i fondi chiusi; e sebbene i proprietarj stessi vi siano negligenti, o i pastori, insofferenti di quell’inusato ritegno, distruggessero le chiusure, rimetteansi a coltura tre quarti del terreno ancora sodo, utilizzando quella incomparabile vegetazione e l’eccellente bestiame, e cresceva la popolazione da trecencinquantadue a cinquecentoventicinquemila teste. Quelli che scapitavano dal cessare degli antichi abusi, levarono lamenti; il popolo non credea che la perdita de’ privilegi fosse compensata dall’eguagliamento dei diritti; tanto più che non s’erano alle nuove forme acconciati gli ordini antichi, e il despotismo vicereale e la trapotenza degl’impiegati faceano sentire i pesi più de’ vantaggi; le carestie stesse sopravvenute parvero colpa del Governo.
L’ambizione antica nella Casa di Savoja di mettersi a capo della penisola tutta non mancava a Carlalberto, il quale perciò attirava l’attenzione e le speranze di molti. Fra gli sbigottimenti politici e religiosi, quando noi l’esortavamo a rendere il suo paese invidia esempio agli altri d’Italia col dargli una costituzione, esso ci rispondeva che missione della sua Casa era il cacciare lo straniero; ma a ciò richiedersi quell’estremo di sua possa che non può ottenersi se non col dominioassoluto; vinta la prova nazionale, si profonderebbero le libertà. Gli anni però passavano, e l’occasione non sorgeva; e i giovani imparavano a bestemmiarlo nelle canzoni de’ vecchi, tanto più dopo che al suo primogenito diede sposa una figlia del vicerè della Lombardia.
A Napoli la restaurazione del 1821 avea lasciato odio e contro il Borbone e contro chi l’avea ricondotto. Ma poichè ad una rivoluzione anche fallita è dovere o prudenza il dare qualche soddisfazione, si fecero ordinanze buone, s’introdussero consigli provinciali, e un largo sistema comunale, con conciliatori, inamovibili i giudici, consulta di Stato, ove i ministri erano risponsali, ma in faccia al re; si soddisfece alle nazionali repugnanze coll’ordinare che nessun Napoletano avrebbe impieghi in Sicilia. Ma, come dopo ogni rivoluzione fallita, l’onnipotenza restava alla Polizia; meticolosa e inintelligente la censura de’ libri, e alcuni bruciati, fino un catechismo stampato nel 1816, in cui puzzavano di libertine le massime de’ santi padri e di Bossuet; il divieto d’introdurre libri, se non pagando un carlino l’uno; rese impossibili i cambj, e l’arte tipografica dovette ridursi a contraffazioni, abbandonate alla brutale speculazione d’incolti libraj, che v’introducono non solo mutilazioni ma aggiunte, le quali alterano il senso, e mentiscono il sentimento degli autori[7]. Di tali asprezze imputavansi i Gesuiti; ma quando ad essi fu tolta la censura e concentrata nella Polizia, molto di peggio si provò.
Se ne esacerbavano gli animi; le sêtte interzavano le fila: ne seguivano processi da una parte, dall’altra quella depravazione del senso morale che nobilita l’assassiniocol titolo di politico; e vuolsi che nel 22 ottocento persone perissero tra sul patibolo come liberali, e vittime di questi; nove teste di settarj rimasero molti anni esposte a San Giorgio di Palermo. S’aggiunsero tremuoti e scoscendimenti e sbocchi di torrenti[8]. Alla pubblica indignazione si diè soddisfacimento rinviando il Canosa e surrogandogli il cavaliere Luigi Medici, uomo di rara abilità e bersaglio di tutti i partiti; ma se minore la fierezza, non fu diverso il modo. Il codice abolì il marchio e le confische; alla pena di morte pose quattro gradazioni, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo; stabiliva l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, ma nel 26 s’introdusse una giurisdizione privilegiata pei delitti politici.
Ferdinando, vissuto tra due secoli, de’ quali non intese l’immensa distanza, morì d’apoplessia (1825 gennajo) dopo sessantacinque anni di un regno, perduto tre volte con vergogna, e altrettante ricuperato con sangue. Gli successe Francesco, che aveva favorito la costituzione come vicario del regno nel 1820, e protestato contro l’occupazione straniera, la quale diminuì al suo venire, e presto cessò, surrogandovi quattro reggimenti svizzeri, capitolati per trent’anni, e che costavano cinquecensessantamila ducati all’anno, oltre un milione e settecentonovantaduemila di primo stabilimento. Dal palazzo usciva un tristo fiatore; gravosa l’ingerenza de’ favoriti[9]; di sfacciatissima corruzione erano stromento un Viglia e una Desimoni camerieri, de’ cui baratti il re celiava, e — Fate buoni affari ma presto, chè io ho poco da campare».
E in fatto fra breve succedeva nel paterno seggio Ferdinando II (1830 9 9bre), fratello della duchessa di Berry e di Cristina di Spagna, rinomate per vigorìa di volontà e complicazione d’avventure pubbliche e personali. Non avendo colpe da mascherare nè vendette da esercitare, egli cominciò coll’amnistia, e mostrossi voglioso di dominare assoluto, ma di attuare il ben pubblico e di «rimediare le piaghe». Senza finezze diplomatiche, si tenne indipendente dall’Austria, fino a non volere con essa trattato di commercio nè di proprietà libraria. Scarso d’educazione, ma scevro delle trivialità avite, col pagare chi lodasse il Governo mostrava credere all’efficacia di quelli che pur derideva col titolo dipennajuoli. Conservò la Corte in una costumatezza esemplare, sbrattatala dagl’ingordi favoriti del padre; amò monsignor Oliveri suo maestro, Giuseppe Caprioli prete, il Cocle arcivescovo di Patrasso: fatti perciò capri emissarj quando venne di moda l’esecrare, com’era a principio il lodare. Oltre le pensioni improvvidamente o turpemente assegnate da’ suoi predecessori, gl’impieghi erano così esorbitatamente retribuiti, che i ministri toccavano dodicimila ducati, e quello degli affari esteri altrettanti di soprappiù per la rappresentanza. Il re li gravò di tasse progressive, che giungevano fino al cinquanta per cento; egli stesso rinunziò a trecensessantamila ducati che suo padre prevaleva per eventuali beneficenze; disserrò gran parte delle caccie regie e le costose uccelliere; condonò o alleggerì le pene per colpe di Stato; dava udienza a tutti; percorse il Regno modestamente, alloggiando ne’ conventi, sedendo a tavola coi magistrati paesani, ballando con popolane, e dicendo motti e lusinghe. Scoppiato il cholera, accorse da un viaggio, e si mescolò colla plebe, e ne mangiò il pane per assicurarla contro i pretesi avvelenatori. Altre sventure pubbliche diedero esercizio alla sua pietà: nel 30 i tremuotidisastrarono la Calabria Citeriore, facendovi ducensessantatre morti e centottantadue feriti: l’eruzione dell’Etna nel 43 è memorabile perchè la lava invase anche terreni coltivati, si buttò in un bacino d’acqua, che a quel tocco sciogliendosi in vapore, tempestò di lapilli l’intorno, uccidendo settantacinque persone, ferendone moltissime.
Ferdinando rinnovò l’esercito collocandovi molti uffiziali rimossi; e parlava coi soldati, esercitavali, partecipava alle fatiche; ma i due reggimenti di Siciliani trovò tanto indomabili che li dovette sciogliere. V’aggiunse la guardia urbana, corpo civico, allestito a servire di guarnigione qualora l’esercito si muovesse. Ebbe eccellenti fonderie di cannoni e un corpo topografico, che associava le sue operazioni con quelle del rinomato osservatorio.
L’amministrazione civile concentravasi nel ministero dell’interno, che abbracciava istruzione, agricoltura, commercio, beneficenza, lavori, e l’elezione agli uffizj municipali e ai consigli distrettuali e provinciali. Era affidato a Nicola Santangelo, astuto ingegno e degl’ingegni fautore, che faceva fare un dizionario della lingua, un giornale del Regno, ma che sapeva come al suo posto possa lucrarsi. Il Faldella ministro sulla guerra, D’Andrea sulle finanze[10], Intonti sulla Polizia erano personevalenti, come il presidente Pietracatella; in periodica adunanza discutevano gli affari più rilevanti, che poi ciascuno mandava a compimento; indi nel consiglio di Stato preseduto dal re, decidevansi quelli trattati da essi. Nel 42 furono aggiunti ministri senza portafoglio, fra cui Giustino Fortunato, già attizzatore politico e allora indocilito all’obbedire, e l’insigne giurista Nicola Niccolini: ma invece di nuovi lumi, ne derivarono sconcordie e diminuzione dell’autorità ministeriale.
La lista civile non era prefinita, ma vi colavano gli avanzi delle varie casse; talchè per gratificarsi il re si facevano anche sconvenevoli sparagni. L’istruzione era affidata ai Gesuiti, ma l’Università conservò il fiore e l’indipendenza, tanto più da che fu lasciata facoltà a chiunque d’aprire scuole, le quali davano campo agli studiosi di mostrarsi, o scuotevano l’inerzia dei vecchi professori col confronto di giovani, che il re e il pubblico conoscevano: e veramente, oltre gli antiquarj che ivi sono in casa loro, benemeriti cultori vi ebbero la filosofia e le scienze civili. La procedura pubblica produsse avvocati eloquenti, desiderosi di brillare in più nobile ringhiera. La giunta suprema pe’ reati di Stato era bestemmiata, eppure quando fu abolita nel 46, venne rimpianta ricordando quai valent’uomini la componevano, e come avesse saputo assolvere.
I titoli di nobiltà screditavansi ogni giorno, e sin dal 1821 fu permesso vendere i possessi feudali di Sicilia, gravati dallesoggiogazioni; il che suddivise le proprietà, agevolò i passaggi, immigliorì i fondi. Quelli di manomorta furono pareggiati; quelli di regio patronato, assegnati per benefizio ecclesiastico, fu imposto si dessero in enfiteusi, a quote non maggiori di quattrosalme; provvedimento del medioevo, che rinnovavasi nell’intento di ristabilire la popolazione e la minuta possidenza. Toglievansi le servitù agrarie e la promiscuità dei possessi; provvedeasi all’immenso Tavoliere di Puglia, ai fondi comunitativi, ad estirpare i litigj feudali; e il Governo e le Commissioni provinciali studiavano a introdurre metodi e prodotti nuovi.
Gli Ordini religiosi, ripristinati da Ferdinando I appena tornò, e dotati con beni demaniali, erano un terzo di quei che prima della Rivoluzione; il clero, non isproporzionato ai bisogni, perdè lo spirito ostile a Roma, che nel secolo passato lo facea ligio al potere. I pescatori del corallo, tanto numerosi che fu per essi compilato il Codice Corallino[11], vanno diminuendo; ma crescono le navi mercantili e l’esercito. I solfi, oro della Sicilia, erano privativa regia fino al 1808, quando il re non riservossi che di permettere le nuove cave. D’allora ne crebbe la produzione, e insieme i prezzi, attesa la ricerca di Francia e Inghilterra per fabbricare la soda: nel 1832 se ne asportarono seicento quintali, nel 34 seicensettantasei, presto novecentomila: onde allettati i capitalisti, la produzione superò lo spaccio. Il Governo allora (1838) stipulò colla società francese Taix e Aycard, che questa ne comprasse seicentomila quintali a due ducati o due e mezzo; per gli altri trecentomila darebbe un tenue compenso ai produttori; essa potrebbe rivenderlo a quattro ducati o quattro e mezzo; e all’erario pagherebbe quattrocentomila ducati, che doveano andare in isconto delconsumo rurale, dazio gravitante sull’agricoltura.
Da questa privativa sentiansi pregiudicati i proprietarjdelle solfare; e l’Inghilterra, invocando l’accordo del 1816 che la eguagliava ai meglio privilegiati, chiese trecentomila sterline per danni derivatine a’ suoi negozianti. Due anni si disputò, e il re, sempre geloso dell’indipendenza, volle mostrarla anche in faccia a quella gran Potenza, e rispettare i contratti, anzichè avventurarsi a quella libertà di commercio, che avrebbe prevenuto le collisioni; al tono minaccioso rispose con dignità, sentire dalla parte sua la giustizia e Dio, e fidare più nella forza del diritto che nel diritto della forza. Ma ecco la flotta inglese chiudere i porti di Sicilia, affrontar Napoli, prendere varj legni sino nel porto: il conflitto pare inevitabile, quando la Francia interpostasi compone la differenza, abolendo il contratto col Taix, gravando l’uscita dei solfi di venti carlini al quintale, obbligando il Regno a dare compensi e ai negozianti francesi e agl’inglesi[12]. Viltà, colpe, mangerie della Corte e dei ministri, furono le grida di que’ che pretendono dai caffè governare il mondo: il re conobbe la necessità di accrescere la marina, e proteggere l’esposta capitale; e procacciossi la flotta più robusta che veleggiasse il Mediterraneo.
Il debito pubblico si alleggerì con annue estrazioni; si spensero anzi tempo due milioni e mezzo di sterline imprestati nel 1824 a Londra; la banca dello Stato prosperò, fino a salirne le azioni al centrenta. Nel 44 l’annua rendita dei dominj di qua del Faro ammontava a ventisette milioni e mezzo di ducati; e il debito pubblico eccedeva appena il capitale di ottantasei milioni, cioè poco più d’un triennio di rendita. Nel 31 si fondò la Banca fruttuaria, di seicentomila ducati in diecimila azioni; poi altre pel prosperamento dell’industria e delcommercio, crebbero di numero e di valore; sebbene per mala amministrazione decadessero. Nel Regno si fece il primo saggio di battelli a vapore (1832); il primo ponte di ferro sul Garigliano, al costo di settantacinquemila ducati; la prima strada ferrata italiana (1839) da Napoli a Castellamare; la prima illuminazione pubblica a gas. Si migliorò il porto di Brindisi; si moltiplicarono trattati colle Potenze; si alleggerirono le dogane; si favorì la marina mercantile con privilegi, talchè, mentre nel 1825 non v’avea di qua dal Faro che 4800 legni, nel 39 se ne trovarono 6803, e 2371 siciliani, portanti 21,3198 tonnellate, con 52,514 marinaj. Sulle strade si fecero almeno decreti, e ben trentasette ne vennero ordinate nella sola Sicilia per lo sviluppo di novecentosedici miglia.
La beneficenza pubblica ha nella sola Napoli la rendita di tre milioni di ducati; l’Albergo dei Poveri basta a quattromila persone: ma istituzioni stupende, come questa, come l’Annunziata, deterioravano nello sperpero e nella malversazione; nè fu applicato il bell’ordine che, istituendo dappertutto depositi di mendicità, voleva vi fosse annesso un orto modello.
Incamminato il popolo al meglio, il pittoresco dei costumi irregolari dava luogo al civile, e appena il curioso vi trovava que’ lazzaroni, quelle nudità, quei briganti, di cui si farciscono ancora i viaggi romanzeschi e le descrizioni per udita. Il vulgo è tuttavia chiassoso ma non insubordinato, gajo ma non dissoluto: gli altri vizj era a sperare si correggerebbero mercè dell’istruzione e de’ pubblici lavori. Un paese di sei milioni d’abitanti, e capace di cento milioni di tasse, a che non poteva aspirare? Ma i Napoletani si ricordavano che Ferdinando I, ritornando nel 1815, aveva promesso una costituzione, l’avea giurata nel 20, poi mentita: i Siciliani non sapevano dimenticare la Carta del 1812 e i privilegi antichissimi; spiaceva quel corpodi Svizzeri, stipendiato contro i sudditi; la bassa e invereconda corruzione che dagli infimi impiegati giungeva ai sommi; l’esorbitante potere della Polizia, il cui ministro disponeva di diecimila gendarmi, fior dell’esercito, sicchè poteva fin meditare il cambiamento della monarchia. Così fece Intonti, che blandì i liberali, e tentò persuadere il re a dare la costituzione, esagerandogli la possa delle società segrete; ma un bel giorno eccolo destituito, surrogandogli Del Carretto, la cui robustezza ridusse il Governo a Polizia. I gendarmi potevano arrestare, perquisire, accusare, testimoniare, ottenendo intera fede: fin la pena delle verghe fu ristabilita, ed applicavasi immediatamente. Eppure le masnade non erano scomparse, e col Talarico, che per dodici anni padroneggiò la Sila, il Governo dovè calare a patti, e fattagli grazia, gli assegnò per ricovero l’isola di Lipari, e diciotto ducati il mese a lui, dodici a’ suoi compagni. Peggio estendevansi le società segrete, delle quali avrem molto a dire.
NellePrigionidi Silvio Pellico tutti i subalterni sono dipinti come benevoli, fino il carceriere, fin Bolza: le ineffabili severità vengono comandate dall’alto; il medico non può concedere gli occhiali, se non ne arrivi la licenza da Vienna; si toglie ai carcerati ogni libro per ordini di Vienna; per amputare la gamba a Maroncelli vuolsi che Vienna il consenta; l’imperatore tiensi sul tavolino la pianta dello Spielberg, e ordina quel che deve soffrire il numero quindici, il numero venti, unica designazione di quegli esseri umani. Alla fine Pellico con un compagno escono di carcere, e passando da Vienna, vengono condotti ad asolare nel parco del Belvedere: ma di botto son fatti ritirare perchè arriva l’imperatore, agli occhi del quale non deve mostrarsi la loro macilenza. Apparizione degna de’ maggiori tragici!
Il sentimento che spira di qui potea dirsi comune in Italia, ove d’ogni male imputavasi l’Austria. E chi non volesse i fischi del vulgo ricco e dotto, forza era ne dicesse ogni vitupero; chiamasse vile il suo esercito, i capi suoi non vogliosi che di opprimere, il Governo non intento che a smungere il paese, e immolare gl’interessi ai transalpini. Chi chiama stolto e assurdo un Governo, mostra la propria inintelligenza, non lo spiega; e il generale che vuol espugnare una rôcca, non la deride come di facile attacco, bensì la studia a fondo. Noi non conosciamo Governi che di proposito vogliano il male; e non credemmo avere diritto di dire ai popoliSiate savjse non avessimo osato dire ai principiSiate giusti; nè ci ascriveremmo a coraggio il farne censure quando ci fosse mancato quello di confessarne i meriti, e fra gli altri questo, che, scrivendo in paese austriaco, potemmo dire il vero impunemente, mentre quel vero da altri tirannelli era condannato intollerantemente, e giudicato vigliaccheria o paura, fosse pur detto da chi lo osò in faccia al giudizio statario[13].
Tutt’altro che odiati erano nella Lombardia austriaca Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo II, quando ai popoli non regalavasi la libertà politica, ma si lasciavanole libertà naturali; i migliori ingegni si offrivano sostegni lodatori, difensori del trono; e lo coadjuvavano a concentrare in sè le prerogative, dapprima sparpagliate fra autorità paesane o ministeriali. La rivoluzione ruppe quell’accordo, e lasciò da una parte l’assolutezza amministrativa, dall’altra repugnanza a leggi fatte per civiltà e per interessi che non sono i nostri, e appoggiate con mezzi diversi. Il disprezzo poi è così insoffribile, che per sottrarsene si cerca fin il terrore; e reciproco disprezzo nasce facilmente tra il forte che vede gl’impotenti conati, e il debole che le memorie antiche e nuove fan dispettoso del vedersi non sentito, non conosciuto, in balìa d’istituzioni e di persone estranee ai sentimenti, alle simpatie, alle sue compiacenze.
L’Austria, potenza conservatrice eminentemente, sin da quando resistette alla Riforma fu osteggiata dai pensatori, ch’essa del resto non accarezza. Ambiziosa senza rumore, progredisce colla forza del secolo, ma senza confessarlo; segue le abitudini; vuole il silenzio fin sulle cose lodevoli; e avea ridotto il Governo ad amministrare e constatar i fatti colle statistiche, mentre per iniziare al nuovo voglionsi genio, bontà, sapienza. Francesco I, tenacissimo all’idea del dovere, qual esso lo concepiva, secondo questa oppugnò le innovazioni; buono doveva essere ciò che buono era stato altre volte; i popoli doveano persuadersi che l’imperatore volesse il loro bene, e lasciarlo fare. In conseguenza ebbe riguardo alle costituzioni eterogenee de’ varj suoi popoli; e per quanto vagheggiasse l’accentramento amministrativo all’uso di Giuseppe II, non pretese una uniformità, che non cresce la forza bensì il disgusto.
Come l’Ungheria dunque e la Boemia, così v’ebbe un regno Lombardo-Veneto suddiviso in due Governi. Dell’imperatore obbligo unico il venire a farsi coronare; a lui il nominare a tutti gl’impieghi regj e confermarei comunali, l’imporre ed erogare il tributo senza sindacato, l’amministrare il Monte dello Stato; a lui la pubblica istruzione, la censura, la tutela delle istituzioni benefiche, l’approvare società, il concedere privilegi; e in conseguenza i decreti arrivavano o tardi per la lontananza e per le interminabili trafile, o improvvidi per imperfetta informazione. Quando la parola d’ordine dei re alleati era la franchigia de’ popoli, come rappresentante del paese fu costituita una Congregazione Centrale, eletta popolarmente, nominata e stipendiata dal sovrano, convocata a beneplacito del governatore per dare voto consultivo sopra le materie che a volontà esso proponeva al loro esame.
Restava in piedi il mirabile sistema comunale, derivato dagli antichi municipj e sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie, e felicemente combinato col censimento, talchè bastò a mantenere la vita e favorire il prosperamento del pinguissimo paese. L’amministrazione, ridotta a mera burocrazia, camminava regolare e robusta, come in paese da gran tempo avvezzato: pronta e incorrotta la giustizia, qualvolta non vi si complicassero titoli di Stato, a norma d’un codice compilato colle intenzioni moderne, e in molte parti migliori del napoleonico, più mite nelle pene, più espanso nell’eguaglianza; ma escludendo ogni pubblicità, metteva l’idea di arbitrio invece delle garanzie che la società è in diritto di chiedere intorno ai membri che le sono strappati.
Un’eletta d’ingegni acquistava a Milano il titolo di Atene italica: che se il Governo nè li favoriva nè tampoco li conosceva, la stampa v’era meno inceppata che altrove, sebbene contro censori o ignoranti o maligni bisognasse spesso reclamare a Vienna, donde le decisioni venivano assai meno ignobili, ma così lente da equivalere a un divieto. Pure in questo regno si produceano e ristampavano opere, nel resto d’Italia proibite;e attivissimo correva il commercio di libri forestieri: i congressi scientifici, spauracchio altrove, qui furono accolti ben tre volte: l’istruzione vi era animata, o almeno diffuse le scuole fin ne’ minimi villaggi; se quelle di mutuo insegnamento si proscrissero perchè servite di velo ai Carbonari, si ammisero gli asili dell’infanzia quand’erano tutt’altrove proibiti; e il loro introduttore, mal visto a Torino, otteneva onori e decorazioni in Lombardia.
Esclusa quell’educazione de’ claustrali, che si diceva l’arsenico degli altri paesi, i Gesuiti, anche quando qui presero stanza, furono sottomessi alle autorità, nè esercitarono ingerenza a fronte di un clero illuminato e di vescovi assennati. Non frati o pochissimi, non eccezione di fôri, non triche di sacristia: il partito religioso era rappresentato nell’idea da eminenti ingegni, nelle azioni da una società (Pia Unione) che, fra le beffe e la denigrazione, compiva una beneficenza stupendamente grandiosa. Le prime società per strade ferrate si formarono qua sin dal 1837, e non fu colpa del Governo se si svamparono in risse e municipali battibugli. Qua fiorentissima la cassa di risparmio; qua imprese sociali per le diligenze, per assicurazioni contro gl’incendj, per filature del cotone e del lino. Molteplici e ben sistemate le strade, e poetiche quelle lungo le delizie del lago di Como e traverso alle sublimità dello Stelvio e dello Spulga: con dispendio assai maggiore le comunità compivano una rete di comunicazioni: si profondea per regolare i laghi e i fiumi che l’improvvido diveltamento delle foreste rende più sempre gonfi e ruinosi[14].
A Venezia dal 1816 al 41 in sole opere stradali interne si spese meglio di sei milioni. Dopo lunghissimo discutere, e sentiti i primi ingegneri e il Fossombroni, nel 1845 fu approvata una sistemazione di tutti i fiumi che immettono nella laguna, e che singolarmente dopo il 1839 aveano recato indicibili guasti; e all’opera ben avanzata servirono di compimento la gran diga di Malamocco e l’ampliazione dei Murazzi, spendendovi oltre sei milioni. Vero è che Venezia soccombeva alla concorrenza di Trieste. Questa era vissuta di vita stentata sotto i patriarchi d’Aquileja o gl’imperatori di Germania, fin quando Carlo VI conobbe quanto essa potrebbe complire al commercio della Germania, ad eclissare Venezia. Pertanto vi fece edificare, chiamò coloni, istituì una compagnia che avrebbe dovuto emulare la inglese delle Indie Orientali: ma questa fallì, e le cure di lui e di Maria Teresa poco profittarono alla città. Nè vi giovò Napoleone, che, incapricciato di emulare l’Inghilterra sul mare, pensava renderla capitale d’un nuovo regno Illirico, nel quale sarebbero state comprese la Dalmazia, la Bosnia, l’Erzegovina, il mar Nero. Dove essi fallirono riuscì la società del Lloyd, che fondata dapprima per le assicurazioni marittime, assunse poi alcun’impresa di battelli a vapore: ma stava per liquidare quando vi capitò un giovane, tutta attività e voglia di riuscire, e messosi in quegli uffizj arrivò alla direzione, e vi diede impulso efficacissimo[15]. Così Triestecrebbe da cinque a ottantamila abitanti; moltiplicano gli affari, gli edifizj; e compita che sia la strada ferrata verso Vienna, offrirà la linea più breve fra la Germania e le Indie. Le prosperità di Trieste non sono anch’esse italiane?
Lo straniero che fosse calato in Lombardia, credendo, sopra i giornali e le romanze, vedervi braccia scarnate nel mietere solo a vantaggio dello stranio sire, e sbandito il riso, e signor de’ cuori il sospetto, stupiva a trovare su quest’opima campagna i coltivatori agiati e conscj della propria dignità, i braccianti o non più miserabili che altrove, o solo per colpa dell’indigena avidità; Milano nuotare nella pinguedine e nel lusso; i suoi negozianti pareggiare in destrezza i più famosi, in credito i più ricchi; fra’ principali commerci figurarvi quello de’ teatranti, e agli spettacoli d’un teatro de’ primi in Europa affollarsi un mondo elegantissimo, come aisuoi corsi uno sfarzo di carrozze, che sì elegante non hanno Vienna e Parigi.
Il Lombardo-Veneto avrebbe potuto farsi esempio di savia amministrazione agli altri d’Italia, se si fossero conciliate le inevitabili sofferenze d’una provincia colla dignità di chi v’è sottomesso, lasciando svilupparsi quell’attività delle corporazioni, dei Comuni, delle province che dispensa l’amministrazione centrale dall’intervento impacciante e dalle cure minute, e non sottrae nè ricchezza al fisco dei dominanti, nè ai dominanti la compiacenza di sentirsi cittadini.
Qui accentravasi ogni cosa in Vienna; e non di colpo, siccome dopo una conquista, ma con meditata lentezza. Il sistema di pesi, misure, monete alla francese, conservato fra i nostri vicini, fu surrogato dal tedesco. L’unità dell’impero costringeva a regolar noi colle leggi stesse del Galliziano e del Croato, fin a mandare regolamenti sulle acque a un paese che inventò l’irrigazione artifiziale. V’avea supremi magistrati, ignari dell’indole e delle consuetudini: era tolta l’investigazione nazionale sul viver pubblico, l’esporre il meglio e implorarlo: silenzio su ogni atto. La postura e la conformazione fan questo paese più atto a trafficare cogli esteri che coll’impero; laonde per impedirlo occorreva un esercito di doganieri, spreco dell’erario e depravamento della popolazione, fra cui viveano oziando e trafficando di connivenza. L’attività comunale era impacciata dai commissarj: alla Congregazione Centrale mancava voce per esporre domande, o fermezza per volerne la risposta: fin la Chiesa era tenuta servile, mediante il sistema giuseppino; sopra informazione della Polizia nominavansi i parroci e i vescovi, ai quali era impedito di comunicare con Roma, e fin di scrivere al proprio gregge se non col visto d’un impiegato provinciale.
Francesco I a Lubiana avea detto, — Voglio sudditiobbedienti, non cittadini illuminati», e su tale programma le scuole riduceansi a moltiplicare i mediocri e mortificare ogni superiorità; l’istruzione popolare limitavasi a quel che basti per tramutare gl’istinti insubordinati in una rassegnata obbedienza; la classica non metteasi in armonia colla situazione di ciascuno; e coll’educazione dissipata eppur letteraria, moltiplicavansi giovani leggeri, eppure dogmatici, vanitosi delle piccole cose, puntigliosi della parola, smaniati del rumore; giornalisti non letterati, impiegati non pensatori. Da Vienna mandavansi libri di testo, qualche volta i professori, questi eleggeansi per concorso, dove, astenendosi i migliori, prevalevano novizj o ciarlatani, non mai superiori alle cattedre.
Le tante parti eccellenti poi restavano corrotte dalla Polizia, arbitra di tutto, e che spegneva il senso più importante ne’ popoli, quel della legalità, la persuasione più necessaria ai governanti, quella che operino per indeclinabile giustizia. Una Polizia aulica, una vicereale, una del Comune, una del Governo, una della presidenza del Governo, spiavansi a vicenda[16]. A chi dal lungoesiglio o dalle inquisitorie prigioni tornasse in società, esse dicevano — Avete sofferto abbastanza. Che vi cale delle cose pubbliche? divertitevi, chè il Governo nol vi contende: siete ricchi, siate allegri». E ne’ divertimenti si cerca tuffare le memorie; secondavasi la tendenza di sviluppare in grassume quel che avrebbe dovuto fortificare in muscoli; poi accennando al viver morbido, agli scialosi equipaggi, alla prospera agricoltura, diceano all’Europa: — Vedete come la Lombardia, nostra serva, è beata». Ma l’uomo non è destinato solo a impinguare e godere, e falliscono ai loro doveri quelli che, invece di prepararlo a un avvenire di sempre maggiore ragionevolezza e dignità, lo comprimono in modo che non gli rimanga se non l’alternativa di un codardo silenzionella servitù o di collere maniache nella libertà. Dal non potersi conseguire onori e impieghi se non per consenso della Polizia, derivava che da una parte non si stimasse se non chi ne aveva, dall’altra ne rifuggissero i generosi: i migliori ingegni trovavansi perseguitati colle prigioni o nei giornali, e cercavasi coprirli di sprezzo per non dover temerli, repudiandosi così quel tesoro di potenza morale che viene dal concorso delle forze attive, istruite, morali.
Erasi avuto un elettissimo esercito italiano, ed ora i coscritti s’incorporavano ne’ reggimenti tedeschi, sotto uffiziali tedeschi; laonde se ne sottraeva chiunque sentisse la dignità nazionale e bastasse a comprare un supplente; e mentre con ciò assecondavasi l’infingardaggine indigena, le si dava la maschera di patriotismo, indicando come traditori que’ pochi civili che si volgessero all’armi o alla diplomazia. Con questo voler apposta adulterare la misura dei diritti e dei doveri, ed applicare nomi virtuosi ad atti meramente negativi, pervertivasi il senso morale; mentre il rimanere estranei alle sorti del paese deprimeva i caratteri, intorpidiva le abitudini, gettava nelle esagerazioni ed utopie proprie di chi non vede in pratica le cose, nè sa fin dove possa arrivare legalmente. Per conseguenza tutti cianciullavano di politica e governo, ma senza cognizione de’ fatti veri, nè discernimento per valutarli; sicchè qual conto poteva tenersi d’un’opposizione limitantesi a disapprovare tutto, tutto abbattere, nulla asserire o edificare?
Epperò questo Governo, che disponeva di terrori, lusinghe, impieghi, onorificenze, decorazioni, non trovò un lodatore, non dico di cuore, ma neppur d’ingegno, talchè dovette prezzolarne di tali, la cui ignoranza era sopportata solo per la viltà con cui la prostituivano. In tutta Italia poi restava il concetto che l’Austria sola avesse impedito o traviato le rivoluzioni, laonde eraavuta come universale nemica della libertà da molti che questa identificano con quelle.
Morto Francesco I, suo figlio Ferdinando, il giorno stesso che montava al trono (1835 2 marzo), con un viglietto al vicerè ordinava si cessassero i processi politici, si rilasciassero tutti i condannati: amnistia la più ampia, la più incondizionata, che si legga nelle storie, se il vicerè e gli esecutori non l’avessero tergiversata e resa parziale ed illusoria[17]. Il buon imperatore non ne sapea nulla giacchè non comunicava coi sudditi; ma avutone sentore, disse: — Andrò io a Milano», e venne a farsi coronare. O fosse il lenocinio delle feste; o stanchezza del fremere, o naturale bontà, o riconoscenza di così insolito perdono, diè fuori dappertutto una prurigine di balli, di parate, di adulazioni in prosa e in versi, in musica e in quadri; gran liberali camuffaronsi da guardie nobili e da ciambellani; v’ebbe decorazioni e dignità auliche, e un ripullulamento d’aristocrazia. Per isgravare se stessi, costoro sparsero vilipendio e sospetti su quei che anche allora tennero la mano e la penna intemerata, e che, rinserratisi nella propria coscienza, da Dio invocarono e col proprio senno maturavano alla patria fortune migliori, pur deplorando che non le meritassimo.
Parliamo a disteso della Lombardia: agli altri paesi però conviene, e forse più, quel che della Lombardia dicemmo. Quei principi, persuasi dell’onnipotenza materiale dell’Austria, agli ordini e all’ispirazioni di questasi rassegnavano più o meno, e non che farsi iniziatori con esempj che mortificassero lo straniero, più di uno colla propria rendeva desiderabile l’amministrazione di questo.
Intanto che piagnucolavasi, nella lunga pace erasi moltiplicata la ricchezza nazionale, ed estesi que’ comodi e godimenti, la cui ricerca è carattere della nostra età: il commercio s’ampliò, agevolato da leghe e trattati; e visto che la libertà n’è il migliore sussidiario, il sistema protettore si modificò: guadagnaronsi immensi terreni alla coltura, e se ne trassero maggiori frutti dacchè alla trascuranza delle manimorte fu surrogata l’oculatezza di piccoli possidenti, e si svincolarono dai fedecommessi, dalle servitù, dai livelli. Ormai gli sbalzi nel valore dei commestibili scomparvero, e se prima fin a quindici e venti volte dell’ordinario crescea nelle carestie, parve sommo nel 1812 l’elevarsi al triplo, proporzione che dappoi fu sempre assai minore. Il credito si trovò protetto dalla pubblicità delle ipoteche, dalle banche, dalle semplificate procedure, ed esteso anche a vantaggio de’ poveri colle casse di risparmio. L’industria vantaggiò dello spirito d’associazione e delle scoperte della fisica e della chimica, per mettere a carico delle forze gratuite della natura molta parte della fatica umana, perfezionare metodi e macchine, far che il lavoro versasse e la concorrenza distribuisse una sempre maggior copia di utilità nel corpo sociale: e sebbene non eguagliasse i forestieri nè per tenuità di prezzi, nè per eleganza e finezza, cresceva il ragguaglio tra il lavoro e le soddisfazioni che con esso il povero può procacciarsi. S’introdussero battelli a vapore[18], strade ferrate, telegrafi,spirito d’associazione, studj concordi, unione di capitali introdussero vastissime imprese per le strade ferrate, pel gas, per le assicurazioni, per gli scavi.
Tale spirito si applicò pure alla beneficenza, istituendo scuole per intenti particolari, e asili d’infanzia, e mutuo insegnamento, e presepj pei lattanti, e società di vicendevole soccorso, e miglioramenti alle carceri, e ricoveri per gli scarcerati; ammirati da taluni con quell’entusiasmo che non soffre la critica nè la ricerca del meglio, da altri bersagliati con l’atrabile che tutto denigra, o coll’intolleranza che condanna il bene per vaghezza del meglio. Ripudiavano francamente, anzi deridevano i vantati progressi e una carità destituita dello spirito avvivatore del cattolicismo leMemorie religiosedi Modena e ilDiariodi Roma seriamente, bizzarramente laVoce della verità, dove i nomi più simpatici erano malmenati dal Galvani, dallo Schedoni, dal Calvedoni; e più strepitose riuscirono leIllusioni della pubblica caritàdi Monaldo Leopardi, e l’Esperienza ai re della terradel principe di Canosa.
Altri pensarono giovare al prossimo pe’ soli meriti di Cristo e per diffondere la verità e la santificazione cristiana. Le istituzioni pie, ricchezza de’ secoli andati, ebbero molto a soffrire nella rivoluzione, nelle guerre, nella soppressione dei corpi religiosi; onde vi si riparò con lasciti, e ai bisogni nuovi andavasi incontro con nuove istituzioni. A Milano i fratelli Felice e Gaetano De Vecchi barnabiti fin dal 1802 raccoglievano una Pia Unione di nobili, che andavano all’ospedale confortando gl’infermi, e preparavano vitto, vestito, educazione,ricreamento ai poveri nelle case o in ricoveri: col nome di Società del biscottino fu derisa dal bel mondo e benedetta dai poveri, pei quali ha consolazioni d’ogni maniera, educazione conveniente all’indole e al bisogno di ciascuno; impedire lo svio delle pericolanti, richiamar le pericolate, assistere i vergognosi indigenti, tenere scuole festive e notturne a comodo di poveri, ricreazioni e oratorj pei tempi festivi.
La marchesa Maddalena Frescobaldi Capponi e il padre Idelfonso istituirono a Firenze un ricovero per le traviate: a Imola la Pia Unione di San Terenzio diffonde quotidiane elemosine, come a Bologna la Pia Opera de’ vergognosi: ad Ancona l’oratoriano Luigi Baroni esercitò nelle più variate guise l’eroismo della carità, come il Manini in Cremona. In Venezia e Verona Maria Maddalena di Canossa (1774-1835) fondava nel 1819 le Figlie di Carità, dirette a perfezionarsi nell’amor di Dio e del prossimo; i conti Cavanis le Scuole di Carità; Nicolò Mazza verso il 1830 ricoveri di fanciulle, educandole sino ai ventiquattro anni conforme al loro stato, ed altri pei garzoni, bene studiandone l’inclinazione, menandoli alle scuole, collocandoli in varj stabilimenti, e tutto per carità. Nicola Olivieri inanimato dalla Immacolata, nel 1838 comincia a raccogliere qualche moretta e la fa educare, poi va in Egitto e in Barbaria, e segue tuttora a riscattarne, d’accordo colle Suore della Carità, per poi collocarle in conventi. Brescia deve alla Rosa molte caritatevoli istituzioni: Modena la scuola dei sordi-muti di D. Severino Forchiani: a Bergamo i conti Passi introducono la Pia Opera e le Suore di santa Dorotea, per formar le fanciulle alla pietà e ai casalinghi disimpegni; mentre il prete Botta toglieva in cura i fanciulli sviati: un suo allievo, Marchiondi laico somasco, portò quell’istituzione a Milano, e grossolano ma di alto e retto cuore, ricusandosottoporsi alle burocratiche formalità, ve la fece fiorire.
A Torino Giulia Colbert di Barólo, la patrocinatrice di Pellico, istituì le Sorelle di sant’Anna per educare povere figlie, e ispirarvi modi civili e la contentezza del proprio stato. La Congregazione di san Paolo distribuiva centrentamila franchi l’anno in doti, pensioni, sussidj a poveri nascosti. Il canonico Cottolengo nella Piccola Casa della divina Provvidenza preparava soccorsi a tutte le miserie, e giganteschi benefizj effettuò con mezzi tenuissimi. Rosa Govona avea fondato le Rosine che devono «mangiar del lavoro di loro mani», e che si estesero ad Asti, Chieri, Mondovì, Fossano e altrove. La contessa Tornielli Bellini a Novara lasciava in testamento molte istituzioni caritatevoli, e scuole gratuite d’arti e mestieri. L’abate Febriani prese cura speciale dei sordimuti. La Misericordia di Casale dispensa quarantacinquemila franchi in pane, vesti, doti, baliatici, sussidj a domiciliati: quella di Savona, oltre il resto, dà ogni giorno il pranzo a quattrocencinquanta poveri.
Chi non conoscesse in qual modo si forma quell’assurdità, che intitolasi l’opinione pubblica, stupirebbe dell’avversione che professavasi contro questi benefici, e come fossero scherniti nei tempi quieti, percossi nei tempestosi.
Perocchè, a fianco alla potenza governativa era cresciuta quest’altra dell’opinione, surrogatasi alla fede assoluta in un pensiero, in un sentimento, e che avversava tutto ciò che mostrasse fermezza, fossero le credenze fosse l’autorità. Quella classe delle persone di cultura, indipendente, che in ciascun paese la imponeva nel secolo passato, sotto il regno d’Italia era stata diretta dagli impiegati, potenza nuova; dappoi se la sottoposero i liberali; sottentrarono quindi i giornalisti, finchè venne alla piazza.
E le rivoluzioni, state militari nel 1815 e 1821, divennerogiornalistiche ed avvocatesche; e dove riuscirono, posero in dominio e ne’ ministeri gli scrittori; dove fallirono, li resero cospicui per le persecuzioni e gli esigli. Mentre era cresciuta la smania del leggere, in alcuni paesi non correva che la gazzetta uffiziale, cioè a dire applausi o silenzio; e questo ancor più che quello, giacchè molti Governi preferivano non si parlasse di loro, nè in bene nè in male, come l’Austria, mentre Napoli facea pomposamente enunciare i suoi atti negli Annali civili e in altri fogli governativi. Ma o per tolleranza o alla macchia trapelavano giornali forestieri, alle cui questioni si prendeva parte incompetente, come avviene degli affari altrui, e per lo più passiva, accettando l’opinione del giornale senza mezzo o volontà di discuterla, e nell’opposizione riponendo la luce dell’intelletto, la generosità del pensare. Anche il teatro, rimaneva o in balia de’ ballerini, ovvero tradotto o almeno foggiato sul francese. Esposte le moltitudini a questi mareggi dell’opinione, l’uomo abdicava alla padronanza degli atti, dei destini, de’ pensamenti proprj: la classe colta, divenuta moderata meno per buon senso od esperienza che per timidezza e amor di pace, dovea cedere il campo ai ciarlatani. Ora questi non potevano diffondere che un’opinione non solo versatile, ma sconnessa: fino chi pensa, pensava poco in una Babele, dove niuna associazione di forze intellettuali, ma solo antagonismo ed isolamento: invece di partiti v’erano gruppi, quasi equipollenti di numero e di valore, gli uni chiassosi, gli altri operativi, i più disputanti in panciolle.
Alcuni, credendo inutile parlare di libertà finchè manchino pane e educazione, appigliavansi di preferenza all’economia; mentre i più dalla politica aspettavano tutto, secondo l’andazzo francese. In ciò pure alcuni consideravano come una sciagura la rivoluzione di Francia e l’irrompere suo in Italia, perchè col baloccodelle libertà politiche ci aveva defraudati delle libertà naturali; inoculato pensamenti, odj, amori esotici; compressi i semi indigeni e storici, per avventurare alle sovversioni d’un progresso sistematico e umanitario; doversi ripigliare l’opera del secolo precedente, pur applicandovi le conquiste del nostro, cercando la libertà non i nomi, progredendo a passi non a sbalzi, cumulando le forze invece di abbatterle, traendo i principi ad attuare il bene anzichè nimicarli, e nell’intento nazionale confederando i varj Stati per opporne la lega allo straniero, qualunque egli sia. Ve n’avea tra questi che aborrivano dalla Francia, come irreposata e infida sommovitrice; altri distinguevano questa nazione dalle vertigini della sua tribuna e de’ suoi giornali: altri analizzavano la prosperità inglese, i Parlamenti, la legale ampliazione della parola morta, il progresso ragionato e lento ma continuo ed indefettibile; pochi si lasciavano allettare allo smisurato incremento degli Stati Uniti e alla formola dell’avvenire. E poichè l’eccesso degli appetiti materiali porta a lusso e vanità irrefrenate, e queste alla bestemmia, ultimo strillo dell’intelligenza spirante del secolo, per amore dell’Italia insultavano all’Italia dichiarandola inetta al meglio: il Botta e l’Angeloni la infarinavano d’improperj, abburattati da frà Cavalca; Berchet pindareggiava contro Carlalberto e contro gl’italiani che dimenticavano la patria e lo Spielberg per istordirsi fra baci e bottiglie; Niccolini, gridando «Italia vile, non ha di suo neppure i vizj», imprecava che le nubi stendessero un velo densissimo su questa terra del vile dolore; Leopardi, dopo compianta l’Italia coll’amarezza di Dante, neiParalipomenibeffava i desiderj e i tentativi di riscossa, con una ironia che il Gioberti diceva squarciare il cuore, eppur essere giustissima[19]: il qualGioberti asseriva che la nazione italiana non potrà mai recuperare il suo antico primato morale e civile sul mondo «finchè l’uomo italiano dei nostri tempi non sarà divenuto pari a quello dell’antica Italia e dell’antica Roma... Certo noi, generazione matura e cadente, col piè sulla fossa, indarno ci penseremmo, perchè l’osso è duro, il callo è fatto, e ancorchè riuscissimo a rimpastarci, poco e corto saria il frutto». Solo allorchè qualche straniero ripeteva altrettanto, o lady Morgan coi colloquj sottratti a questo nostro circolo giudicava baldanzosamente gli uomini e le cose nostre, o Lamartine ci chiamava terra dei morti[20], o Stendhal ci sentenziava degni delle nostre sofferenze, il patriotismo si risentiva, numerava i nostri vanti, ci inebriava col «misero orgoglio d’un tempo che fu».
Gente più seria esploravano a fondo le piaghe mortali d’Italia; se diceasi ch’era corrotta da’ suoi signori, rispondea che non si corrompe chi corrompere non vuole lasciarsi; che del meglio non eramo degni perchè al giogo non sapevamo opporre quella fermezza che si frange ma non si piega; perchè sulle catene celiavamo, contentandoci di burlare quei ch’era necessario esaminare; perchè i beati d’ozj e vivande stordivansi nei godimenti, col pretesto de’ codardi, l’impossibilità del migliorare; e diguazzando nelle morbidezze, sviavansi da’ severi proponimenti di chi, perduta la patria, mantiene cuore per amarla, voce per ammonirla, senno per dirigerla; perchè secondavamo la Polizia col mettere e spine e coltelli fra seni che volevano ravvicinarsi; perchè coloro che all’emancipazione ci inuzzolivano, non sapeano pascerci che d’odio e denigrazioni, ed anzichè convergere la repulsione contro i veri nemici, sparpagliavanla su nostri fratelli; perchè abjette invidie, adiposegelosie, orgoglianti vendette ci faceano sprezzare e deprimere que’ migliori, i quali avrebbero potuto concentrare l’opposizione ed onorarla, farsi rappresentanti del paese; se non altro, circondare la nazionale decadenza di dignità; quella dignità ch’è necessaria in tutti, indispensabile in una gente che voglia rigenerarsi.