CAPITOLO IX.

CAPITOLO IX.

Il genio dell’incivilimento, l’utilità politica e più assai gli interessi commerciali della Sicilia e i suoi proprii, portarono Federigo a frequenti accordi coi principi musulmani. Abbiano noi accennato ai patti fermati con esso loro dalle nostre repubbliche marittime ed abbiamo descritti quei del conte Ruggiero e del re suo figliuolo coi Ziriti, e di Guglielmo II, col novello impero degli Almohadi.[593]A’ tempi di Federigo, questoera già dimezzato, rimanendogli, a un dipresso, l’attuale Stato di Marocco e parte della Spagna; nè v’ha ricordo allora di ostilità tra quello impero e la Sicilia, nè se ne vede cagione: anzi sembra continuata la pace de’ tempi normanni. Perchè sappiamo che Uberto Fallamonaca che fu de’ primarii magistrati di Federigo in Sicilia[594]andava il dugenquarantuno ambasciatore a Marocco.[595]Alla quale missione, od altra che l’abbia preceduta o seguìta, si accenna nel trattato delle “Tesi siciliane” d’Ibn-Sab’în, leggendovisi che l’imperatore signor della Sicilia, avea mandati per nave apposta, con un suo ambasciatore, al califo almohade i quesiti di logica e metafisica; de’ quali noi diremo nel capitol seguente.

Intanto la decadenza della dinastia almohade avea fatto rinascere lo Stato dell’Affrica propria, più forte sì che al tempo degli Ziriti e chiamato ormai da’ Cristiani il reame di Tunis, perchè gli Almohadi avean fatta capitale della provincia quella città, primaria per popolo e commercio e più aperta alle armi loro che non fosse la malaugurosa fortezza di Mehdia. Seguì allora la necessaria vicenda delle grandi province musulmane. Il terzo califo almohade En-Nâsir, non sapendo come tener la provincia, ne fe’ governatore (1207) un uomo fidatissimo della dinastia: Abu-Mohammed, figliuolo di Abu-Hafs-Omar, ch’era statosceikhdella tribù berbera di Masmuda, primo per valore e consiglio tra i capi della confederazione almohade, braccio dritto d’Abd-el-Mumene sostegno de’ suoi figliuoli. Ma nella generazione seguente, i Beni-Hafs, come si chiamarono dal nome familiare del capo di lor casa, avean messe radici profonde nella provincia; i califi, lontani, peggiorati di padre in figlio, non aveano riputazione nè forza da cacciar via cotesti prefetti: onde Abu-Zakaria, figliuolo d’Abu-Mohammed, colta un’occasione, disdisse (1228) l’obbedienza al califo El-Mamûn, com’empio e tiranno. Non guari dopo (1236), tolto l’equivoco, ei fece fare a suo proprio nome la preghiera del venerdì, con qualità di Emir, lasciando a’ cortigiani il vanto d’aggiugnervi “de’ Credenti” per compiere il sacro titolo, onde fregiaronsi Abd-el-Mumen, Harûn-Rascîd e il grande Omar, che gli Hafsiti falsamente vantavano lor progenitore.[596]Notisi che gli Hafsiti usarono sempre chiamarsi col Keniet, o diremmo noi soprannome familiare, e che il padre e l’avolo di Abu-Zakaria s’addimandarono meramentesceikh, ch’era il titolo della dignità loro nella tribù, e però il vero fondamento della loro potenza.[597]

Cotesti particolari ho io notati a rischiarare il trattato dello imperatore Federigo, del quale abbiam solo una traduzione latina molto arruffata, ma non tanto che non trasparisca spesso il genuino testo arabico e talvolta gli errori di chi interpretollo. È dato del quindici giumadi secondo dell’anno secentoventotto (20 aprile 1231), quando Abu-Zakariaavea già ricusato d’ubbidire al califo Mamùn, senza per anco chiarirsi independente dal califato; del quale stadio d’usurpazione rendono testimonianza alcune parole del trattato. Se questo poi non è stipulato a nome dell’emîr Abu-Zakaria, ma dello «illustre e magnifico sceikh[598]Abu-Ishak, figliuolo del defunto sceikh Abu-Ibrahim, figliuolo dello sceikh Abu-Hafs,» non dobbiamo noi mettere in forse l’autenticilà del documento. Si può spiegar bene con due supposti plausibili e compatibili tra loro: che Abu-Zakaria abbia avuto quest’altro cugino, ignoto ne’ nostri ricordi[599]e che l’abbia lasciato luogotenente in Tunis, quand’egli avventurossi infino a Wergla, dando la caccia a quell’Ibn-Ghania che avea sì fieramente molestato il paese per quarantacinque anni.[600]

Del resto le forme del trattato rispondono a quelle che conosciamo in atti somiglianti, autentici di certo;e le condizioni parte si riscontrano con quelle solite a stipular tra i Musulmani di Ponente e le repubbliche italiane del Mediterraneo, parte si adattano alle relazioni particolari dello Stato di Tunis, con la Sicilia. Noveransi tra le prime la tregua fermata per dieci anni, la reciproca restituzione dei prigioni non convertiti alla religione del paese; che mercatanti e viaggiatori di Sicilia, Calabria, Principato e Puglia siano liberi di tutta esazione e vessazione in Affrica e, reciprocamente gli affricani in quelle province; che rendansi le prede fatte da corsari sudditi di Federigo, esclusi espressamente Genovesi, Pisani, Marsigliesi e Veneziani, i quali aveano stipulati patti apposta col califo almohade.[601]La mancanza di reciprocità in questo patto, se non venisse da dimenticanza del traduttore, mostrerebbe che, soverchiati dalle forze navali italiane, gli Affricani aveano smessa in quel tempo la piraterìa. Che i Cristiani, al contrario, la esercitassero nelle parti meridionali del Mediterraneo e fin dentro terra, si scorge da’ capitoli successivi, pei quali Federigo assicura dalle offese de’ mercatanti e militi suoi, i Musulmani che viaggino da un luogo d’Affrica all’altro, o d’Affrica in Egitto, sì in nave, e sì in caravane; ed anco promette che i suoi sudditi non parteggino nelle fazioni civili dell’Affrica, non vi facciano rapine, nè menin cattivi per seduzionenè per forza; e perfino che, riparati per fortuna di mare su le spiagge d’Affrica, non offendano gli abitatori: nei quali casi tutti è stipulato il risarcimento dei danni. Per un capitolo aggiunto in fine, Federigo permetteva a’ Musulmani di recare e trarre merci dal suo reame, pagando la decima del valore.

L’ignoranza de’ copisti, non corretta infino al tempo nostro da critici, ha affibbiato alla Corsica un importante capitolo di questo trattato, risguardante, senza alcun dubbio Cossira, o, com’oggi si chiama, Pantelleria. Per questa isoletta gli Stati contraenti fecero a mezzo: stipularono che i Cristiani, non avessero alcuna giurisdizione sopra i Musulmani, ma che un prefetto musulmano eletto dal re di Sicilia reggesse gli Unitarii, o, com’io tradurrei più volentieri, i Wahabiti, e che l’entrata pubblica del paese andasse divisa tra i due Stati, metà e metà.[602]Cotestipatti di Pantellaria rispondono su per giù a quelli che Ibn-Khaldûn suppone stipulati tra gli stessi due principi a favor di tutti i Musulmani di Sicilia; onde la tradizione storica di certo aggiugne fede al documento.[603]Ma il documento, secondo me, serve a correggere la tradizione più tosto che a convalidarla, sendo evidente che quelle condizioni poteano star bene per un’isoletta gittata tra l’Europa e l’Affrica, non già per tutte le colonie musulmane rimaste in Sicilia dopo le deportazioni del ventitrè e del venticinque. Penso doversi leggere Wahabiti perchè, da una mano, non sappiamo, nè ci pare verosimile che fosse stata trapiantata in Pantellaria una colonia di “Unitarii”, che in quel tempo significherebbe Almohadi, e molto meno possiam credere che tal colonia della tribù dominante, fosse stata lasciata sotto un prefetto siciliano e quindi inferiore agli altri musulmani del paese.[604]Dall’altra mano sappiamo che Pantellaria non aveva abitatori cristiani nella secondametà del duodecimo secolo;[605]che i geografi musulmani del decimoterzo tenean tutta la popolazione come wahabita,[606]seguace, cioè, d’una setta che appigliatasi tra’ Berberi nel nono secolo, rimase nell’isola delle Gerbe[607]almen fino al decimoquarto; e che i Pantellereschi eran chiamati da’ Musulmani contemporanei con l’odioso nome posto a’ Credenti che subissero il giogo cristiano.[608]Non mi sembra verosimile il supposto che Musulmani di Sicilia si fossero, al tempo della ribellione, rifuggiti in Pantelleria e che alludesse a loro il capitolo di cui ragioniamo.

Il trattato del milledugentrentuno, come ognun vede, suppone antecedenti ostilità, o per lo meno lunga desuetudine degli accordi di Guglielmo II; e ciò si riscontra con le imprese dell’armata siciliana nel dugenventiquattro.[609]Ma il patto fu mantenuto e forse rinnovato, non ostante i dissapori che a quando a quando sorgeano; come nel caso, credo io, di ’Abd-el-Azîz, nipote del re di Tunis, il quale, per accusa di maestà, rifuggissi in Puglia pria della state del trentasei; e l’imperatore l’accolse e spesollo almen fino alla primavera del quaranta, allorchè lo vediamo soggiornare in Lucera con tre scudieri e con un Perrono daPalermo, addetto a servirlo o guardarlo. Federigo n’ebbe che dire col papa, il quale volea gli fosse mandato quel gran personaggio a Roma, pretendendo che costui era venuto in Italia apposta per farsi cristiano e che l’imperatore lo ritenea. Ma questi negò e la vocazione e l’impedimento; nè volle ad alcun patto levarsi di mano tal pegno, per darlo al papa ed a’ suoi amici guelfi.[610]

I quali in vero non se ne stavano oziosi in Tunis. In su lo scorcio del trentanove, l’imperatore s’accorse del favore che godeano in Tunis i Genovesi e’ Veneziani suoi nemici; ond’ei si dispose a mandar ambasciatore Arrigo Abate appo l’emiro Abu-Zakaria e avvertì il grande ammiraglio Niccolino Spinola, che stesse pronto, e intanto osservasse la tregua conceduta per imperiale clemenza a quel principe.[611]La quistione, qual che fosse la origine, finì con un bel colpo da mercatante. Sendo afflitto lo Stato di Tunis dalla solita carestia, i Genovesi veniano in Sicilia a incettare grano per conto d’Abu-Zakaria, e ci faceano grossi guadagni. Ecco che allo scorcio di febbraio del quaranta, l’imperatore fa chiudere i porti; fa caricare su le sue navi cinquantamila salme di frumento e commette all’ammiraglio che mandi a venderle in Tunis.[612]

Ciò conferma, s’io non erro, il detto di Saba Malaspina, che al tempo della seconda crociata di san Luigi, il re di Tunis pagava al re di Sicilia una prestazione o censo (redditum sive censum) annuale, per ottenere che dall’isola si recassero liberamente le vittuaglie in quello Stato e che le sue navi fossero salve da’ corsari siciliani.[613]Tornava dunque ad una composizione o transatto, com’oggi si dice, per la uscita de’ grani. E veramente il fatto de’ Genovesi venuti a comperare a nome del re di Tunis e l’espediente al quale si appigliò Federigo per frustrarli, ci conducono necessariamente a supporre un patto che assicurava a quel re la tratta libera ovvero soggetta a dazio fisso e moderato. Poco monta che in qualche documento il transatto si chiami tributo, e che il Malespini aggiunga all’avvantaggio della tratta quello della sicura navigazione; potendo supporsi ch’ei non fosse bene informato de’ particolari e che la voce pubblica confondesse le condizioni pecuniarie della tratta, con le politiche della tregua del dugentrentuno, della quale si è fatta menzione. Che che ne sia, la prestazione montava, negli ultimi trent’anni del secolo decimoterzo, a trecento trentatremila trecento trentatrè bizantini, ed un terzo, i quali valgon oggi, secondo il peso dell’oro, trecenventicinque mila lire nostrali ed a quel tempo tornavano in mercato a più d’un milione de’ nostri, per quanto si possano ragguagliarle valute alla distanza di sei secoli, con le mutate condizioni economiche e sociali. Venendo in giù dal tempo di Federigo, noi veggiamo intermesso il pagamento della prestazione nel dugensessantacinque, alla caduta di casa sveva; ripigliato nel settanta, per lo trattato di Monstanser con Filippo l’Ardito e con Carlo d’Angiò, al quale si stipulò di soddisfare i decorsi e raddoppiar la somma annuale in avvenire; sospeso di nuovo nell’ottantadue, per la guerra del Vespro; indi promesso da Abu-Hafs a Pier d’Aragona, nella somma primitiva e coi decorsi di tre anni, per lo trattato stipulato a Paniças l’ottantacinque; finchè nel trecento le case d’Angiò e d’Aragona si disputano il tributo, ma non si ritrae che gli Hafsiti lo soddisfacciano.[614]E non parmi verosimileche il pagamento fosse incominciato al tempo di Federigo. Nei capitoli ch’ei dettò per l’ammiragliato di Sicilia pria del dugentrentanove, concedendo a Niccolino Spinola larghissima potestà e guadagni senza limite, gli diè, tra le altre cose, il dieci per cento di ciò che “con la sua prudenza ed arte arrivi a riscuotere da Saraceni qualunque, sia de’ tributi soliti a pagarsi ai re di Sicilia, sia degli insoliti e novelli imposti da lui stesso.”[615]Or lo Stato di Tunis non sembra sì piccolo, nè sì scompigliato in quel tempo, da assoggettarsi a tributo per caso tanto lieve da non rimanerne vestigia negli annali suoi o della Sicilia. Pertanto il tributo va noverato più tosto tra i soliti. E veramente, da Federigo in su, occorre l’imperatore Arrigo VI ch’ebbe da Marocco, l’anno mille centonovantacinque, de’ carichi d’oro e di robe preziose,[616]ne’ quali par si ascondesse la prestazione dell’Affrica propria, non chiarita per anco ribelle a gli Almohadi. E in cima si scorge il trattato di Guglielmo secondo col califo Abu-Ja’kub: onde si può ritenere che la composizione per la tratta de’ grani, o prestazione, censo o tributo che dir vogliamo, si fosse cominciato a riscuotere soprai califi almohadi nel millecentottanta, per cagione della carestia; e si può supporre che qualche città dell’Affrica propria l’avesse pagato fin da tempo più antico. Nè è da maravigliare che il trattato del milledugentrentuno non ne faccia menzione, poichè non era necessario scrivere la consuetudine di quel transatto in un pubblico strumento politico e commerciale; e quand’anco fosse stata scritta nel testo latino, potea mancar nell’arabico, sola sorgente alla quale noi attingiamo il fatto, per mezzo di una traduzione assai più recente. Confrontando il testo arabico e il testo latino di parecchi trattati stipulati nel medio evo tra Musulmani e Cristiani, avviene talvolta che si trovi mutilo l’uno o l’altro, perchè ciascuno solea sopprimere nel testo da pubblicare in casa propria, le condizioni delle quali egli arrossiva. A un dipresso han fatto così i principi d’Europa nei trattati segreti o negli articoli segreti di trattato solenne.[617]

Adescato dal commercio onde arricchiansi Venezia, Pisa e Genova, e trascinato contro sua voglia dalle ultime onde della Crociata, Federigo tenne frequenti pratiche coi principi musulmani di Levante, delle quali ci son rimasi non pochi ricordi e dobbiamo tenerne perduti assai più. Ma il supposto ch’egli abbia mandati ambasciatori al califo abbasida, è nato da un errore, cioè che il classico nome di Babiloniacol quale gli scrittori cristiani del medio evo designavano il Cairo vecchio,[618]significasse, in vece, Bagdad. Poco verosimile parrà d’altronde quel supposto, quando si pensi che i successori di Harûn-Rascîd contavano ormai poco o nulla nel mondo. Fin dallo scorcio del duodecimo secolo, la frontiera settentrionale del territorio musulmano da Barca alla foce dell’Oronte ed all’Eufrate, era occupata da’ figliuoli, fratelli e cugini di Saladino. Vasto impero feudale o federale che dir si voglia, discorde al certo e lacerato da cupidigia, violenza e slealtà; nel quale disputaronsi per poco il primato due figliuoli del conquistatore, che avea lasciata (1193), all’uno la Siria e all’altro l’Egitto: ma non andò guari che Malek Adel, fratello di Saladino, raccolse il frutto di quella discordia. Insignoritosi di Damasco (1196) e del Cairo (1200), Malek-Adel lasciò ai suoi proprii figli l’esempio e il comodo della usurpazione, facendo Malek-Mo’azzam erede della Siria e Malek-Kâmil dell’Egitto.

Insolito documento ci attesta aver Federigo mandata un’ambasceria a cotesti due sultani, credo io nel dugendiciassette, quando Malek-Adel avea già divisi i dominii a’ suoi figliuoli, prima di venire a morte (31 agosto 1218). Dico d’un compartimento a mosaico, rimaso infino al decimoquarto e fors’anco al decimosesto secolo, nel portico della cattedrale di Cefalù, dov’era effigiato Federigo in atto di accomiatare Giovanni Cicala detto il Veneziano, vescovo di Cefalù, con questo scritto: “Va in Babilonia e in Damasco; trova i figli di Paladino (Safadino?) e parla ad essi audacemente in mio nome....”[619]La recente esaltazione di papa Onorio; la ressa ch’ei facea per lacrociata e il bisogno che avea di lui Federigo, disponendosi a venire in Italia e quasi a riconquistare i proprii suoi Stati, danno la ragione di cotesta ambascerìa, o piuttosto vana minaccia; alla quale par che il sultano di Damasco abbia risposto per le rime, nella forma che or or si dirà.

A capo di pochi anni, quando Kâmîl s’innalzò su tutti i principi aiubiti e l’imperatore, sposata la erede del reame di Gerusalemme, cominciò a considerare quell’impresa con altro intento che di sciorre il voto sul Santo Sepolcro, ei diessi a coltivare in particolar modo l’amistà del sultano d’Egitto. E poichè coteste pratiche in breve tempo condussero alla restituzione di Gerusalemme, che parve calamità pubblica a’ Musulmani, gli scrittori arabi ce ne danno tanti particolari da confermare, e in parte raddrizzare e allargare, le narrazioni di origine cristiana.[620]

Corse voce in Levante che Federigo avesse ridomandata Gerusalemme a Malek-Mo’azzam, e che il valoroso e dotto principe avesse risposto all’ambasciatore: “Di’ al signor tuo che per lui io ho la spada e niente altro.” Questa sentenza, a dir vero, si potrebbe supporre foggiata in odio di Kâmil, dopo l’abbandono di Gerusalemme e la morte di Mo’azzam: pur non sembra inverosimile nè la pratica di Federigo, nè lo sdegnoso rifiuto, s’e’ si riferisse al dugendiciassette, com’abbiamo notato poc’anzi.[621]Più certo è che Mo’azzam, mal soffrendo la supremazia del fratello (1226) tentò di muovergli contro tutti i principi aiubiti e infine collegossi con Gelâl-ed-dîn, principe dei barbari Kharezmii, i quali, cacciati da orde più feroci di loro, venian ora dalle rive del Caspio a desolare l’Armenia e la Mesopotamia. Kâmil in tal frangente, per guastare i disegni del fratello, chiamò Federigo promettendogli Gerusalemme[622]egli altri acquisti di Saladino.[623]S’appiccò la pratica, com’e’ pare, il milledugenventisette, quando, venuto al Cairo l’arcivescovo di Palermo, legato dell’imperatore, il sultano fece immediatamente ripartire con esso lui Fakhr-ed-dîn, gran personaggio a corte d’Egitto;[624]il quale poi piacque tanto a Federigo, ch’ei gli concedè lo stemma di casa sveva, poichè i Musulmani s’erano già invaghiti di coteste vanità occidentali, nelle prime Crociate.[625]L’arcivescovo e Fakhr-ed-dîn, ritornavano l’anno appresso in Egitto; insieme coi quali andò un cavaliere, portatore di splendidi presenti:[626]il proprio destrier di battaglia dell’imperatore, con sella d’oro tempestata di gemme preziosissime,[627]ed altri nobili cavalli, vestimenta, minuterie d’oro, falconi e tante rarità.[628]Il Sultano fece spesare gli inviati siciliani findallo sbarco in Alessandria; uscì egli stesso fuor del Cairo a incontrarli; die’ loro sontuoso ospizio; lor fece ogni maniera d’onoranza[629]e ricambiò Federigo con molte preziosità d’India, Jemen, Persia, Mesopotamia, Siria ed Egitto, che valeano, come si dice, tanti doppi de’ doni suoi.[630]

E tantosto ei mosse con le genti (agosto 1228);[631]occupò Gerusalemme ed altre terre de’ dominii di Mo’azzam,[632]il quale era morto da nove mesi (11 novembre 1227) ed eragli succeduto il figliuolo Dawûd, col titolo di Malek-Nâsir.[633]Seguendo le pratiche iniziate dal padre,[634]avea questi intanto chiamato lo zio Malek-Ascraf, principe di Khelât in Armenia; il quale s’affrettò a venire a Damasco con le forze che aveva in pronto.[635]Onde, sbarcato l’imperatore ad Acri (7 settembre 1228), tre eserciti si trovarono a fronte, nessuno de’ quali sapeva con chi avesse ad azzuffarsi; se non che i furbi capitani avean poca voglia di venire alle mani, quand’era lì in mezzo il povero Dawûd per pagar lo scotto a tutti. E in vero Kâmil ed Ascraf, dopo breve carteggio pien di belle sentenze sopra l’onore di casa aiubita e la gloriadell’islam,[636]abboccaronsi (10 novembre 1228) presso Ascalona, ridendo sotto i baffi; divisero a lor modo i dominii del nipote,[637]e stettero insieme un gran pezzo a veder come acconciare la cosa con Federigo.[638]Il quale ridomandava Gerusalemme e la costiera tutta di Siria e chiedea con ciò la franchigia d’ogni gabella in Alessandria. Tanto ei diceva essere stato profferto al suo luogotenente in Palestina durante la guerra di Damiata; ond’egli or non voleva accettar meno di ciò che era stato concesso all’ultimo de’ suoi paggi.[639]Rincrebbe a Kâmil di trovarsi addosso[640]quest’ausiliare, contro il quale ei non potea tirar la spada, perchè l’avea chiamato egli stesso e perchè la guerra avrebbe sciupati i suoi disegni, appunto quand’ei stava per compierli, scrive un cronista,[641]alludendo di certo al partaggio dello Stato di Dawûd, ch’era lo scopo di tutti que’ raggiri. Ma Federigo, accorgendosene, afforzava Sidone,[642]Cesarea, Giaffa[643]e racchetava alla meglio, come sappiamo dagli scrittori occidentali, iCrociati, ippocriti o bacchettoni e turbolenti tutti. Le negoziazioni dunque si prolungarono e con esse le cortesie tra il campo crociato e l’egiziano.[644]Giunto appena ad Acri, Federigo avea mandati oratori a Kâmil, con doni da re, Balian signor di Sidone e Tommaso conte di Acerra suo vicario in Terrasanta; i quali furono accolti a grandissimo onore.[645]Seguì un continuo andirivieni di ambasciatori.[646]Kâmil adoprava a tal uficio degli uomini di scienze e di lettere sì accetti all’imperatore: Fakhr-ed-din, già nominato;[647]il poeta Selâh’-ed-dîn di Arbela[648]e lo sceriffo Scems-ed-dîn da Ormeia, cadì dell’esercito:[649]mandava in dono gioielli, preziose vestimenta ed utili animali, dromedarii, cavalle, muli;[650]e un’altra volta fe’ venire apposta d’Egitto il solo elefante che rimanea vivo di que’ donatigli da Malek-Mes’ûd, principe d’Arabia.[651]Federigo poi, non avendo al campo altri tesori, proponeva al Sultano problemi di filosofia o di matematicae quegli li facea risolvere dal celebre scrittore ’Alem-ed-dîn, giurista di scuola hanefita.[652]

Corsero per tal modo sei mesi, allo scorcio dei quali è da supporre Federigo stanco di soffrire gli insolenti Cristiani armati o disarmati della Palestina, ed impaziente di star lungi dal suo reame, ch’era commosso e osteggiato dalle armi papali. E sembra ch’egli abbia abbassate alquanto le pretensioni; ma di certo seppe mostrarsi a’ Musulmani più tranquillo e forte che mai. Disse chiaro a Fâkhr-ed-dîn, che gli premea poco di regnare in Terrasanta, ma che volea mantenere il credito suo in Europa; e se non fosse per questo, non infastidirebbe il Sultano con tanta pertinacia.[653]Nè egli fece, secondo le circostanze, un magro accordo. Tutti gli scrittori arabi narrano che Kâmil fuvvi sforzato da lui: e, chi scrive che il Sultano comprese non potersi cavare altrimenti dal mal terreno in che avea messo il pie’;[654]chi afferma ch’ei non potea resistere in verun modo alle armi di Federigo;[655]chi l’accusa di avere scansata la guerra, perchè lo avrebbe frustrato nello intento per lo quale ei s’era mosso d’Egitto e stava ormai per conseguirlo,[656]che vuol dire la usurpazione di mezzo lo Stato di Damasco. Quando poi Federigo fermò quel patto, il legato Salâh-ed-dîn d’Arbela, affrettossi a scrivere al suo signore, scherzando in versi, come s’egli avesse fatto un bel tiro, che “l’imperatore s’immaginava diconchiuder la pace a suo modo; ma or ha stesa la destra a giurare; ch’ei se la roda, quando si pentirà di ciò che ha fatto.”[657]

Gli assentì anco il Sultano d’includere nel patto, per la signoria di Thoron, una principessa che gli scrittori arabi chiamano la figlia d’Umfredo.[658]Kâmil poi si vantò coi suoi, che, rimanendo in mano loro i santuarii musulmani di Gerusalemme, si veniva a ceder poco o nulla all’imperatore: de’ mucchi di case e chiese cadenti, circondate di terre musulmane, sì che ad un cenno si potrebbero ripigliare senza contrasto.[659]Così fu fermata tra i due monarchi la treguaper dieci anni, cinque mesi e quaranta giorni,[660]contati dal ventotto di rebi’ primo del secenventisei (24 febbraio 1229), e i capitoli principali furono: che si rendesse a Federigo la città di Gerusalemme, con Nazareth, Betlemme, Ludd, Ramla e gli altri villaggi su la via d’Acri e di Giaffa e inoltre il territorio di Thoron e la città di Sidone; che la moschea d’Omar e la cappella della Sakhra, o diremmo noi del Sasso e s’intenda di quello nel quale Maometto lasciò l’orma del piede nello spiccare il volo alle regioni di lassù, fossero custodite da Musulmani e vi si officiasse secondo loro legge, ma potessero i Cristiani visitar que’ santuarii; che i poderi del territorio rimanessero ai possessori musulmani governati da un prefetto di loro nazione.[661]Aggiungono i Musulmani una clausola data ad intender loro da Kâmil, per la quale era vietato di rifabbricare le mura di Gerusalemme; ma Federigo affermò espressamente il contrario all’Europa e scrisse poter anco fortificareGiaffa, Cesarea, Sidone ed un castello dei Templari presso Acri.[662]Del resto avvenne tra’ Musulmani lo stesso che in Cristianità: che il volgo dei fanatici maledisse Kâmil e la ignominiosa sua pace;[663]e il papa di Bagdad se ne crucciò come quel di Roma, ma s’acquetò assai più facilmente.[664]

Federigo andò a prender possesso di Gerusalemme, accompagnato da un commissario di Kâmil,[665]ammirato da’ Musulmani per dottrina, arguzia, tolleranza o, come dicean essi, inclinazione all’islamismo, e irrisione del cristianesimo; onde altri lo definìdahriche oggidì suonerebbe panteista:[666]e tutti maravigliarono di questo imperatore, filosofo e guerriero, calvo, losco, rossigno, che al mercato degli schiavi non n’avresti dati dugento dirhem.[667]Tra i molti aneddoti che se ne legge, noteremo sol quello ch’ei menò seco a Gerusalemme il suo maestro di dialettica, e paggi e guardie, tutti Musulmani di Sicilia, i quali si prosternavano alla preghiera sentendo far l’appello del muezzin da’ minareti della moschea di Omar; ed anco l’imperatore avea a grado quella cantilena, nè s’adirava che si recitassero i versetti del Corano dove i Cristiani son chiamati politeisti.[668]Sepper poco i Musulmani di quella scandalosa nimistà del papa, del patriarca Gerosolimitano, de’ frati guerrieri e di quanti s’affaticavano a tagliare i passi di Federigo in questa Crociata:[669]delle quali brighe trapelò negli annali arabici sol quella, riferita anco da’ latini, cioè che avendo alcuni Crociati profferto a Kâmil di uccidere Federigo, il sultano mandò a lui stesso le lettere de traditori.[670]Del resto gli Arabi ci danno con precisione tutti i particolari dell’impresa, perfino il giorno che l’imperatore sbarcò, reduce, in Italia.[671]

La possessione precaria di Gerusalemme condusse l’imperatore a più strette pratiche nelle province che stendonsi dall’Istmo di Suez all’Eufrate, nelle quali, frati e baroni cristiani e principi musulmani, grandi e piccini, attendevano or più che mai a svaligiarsi tra loro, collegandosi a viso aperto coinemici della propria fede, contro i fratelli in Cristo o in Maometto. Spregiatori dell’uno e dell’altro, e però maledetti, perseguitati, ridotti allo stremo e pur temuti per le inespugnabili fortezze e pe’ sicarii audacissimi, rimaneano ancora gli Ismaeliani, detti in CristianitàAssassini, e il loro sceikh, o capo setta, chiamato, con versione troppo letterale, il Vecchio della Montagna.[672]E su quel brulichìo di feudi dominavano le due potenze del Cairo e di Damasco, finchè l’una inghiottì l’altra.

Ascraf, insignoritosi di Damasco (1229) mentre Kâmil cedea Gerusalemme, collegato con lui contro i Kharezmii, quindi inimicatosi, e morto il seicentrentacinque (1237), avea lasciata la sua parte di Siria al fratello Ismaele; e Kâmil non avea tardato a spogliare quest’altro ed a farsi, tra signoria diretta e signoria feudale, sovrano di tutti i dominii aiubiti. Ma trapassato egli stesso sei mesi dopo Ascraf (marzo 1238), e lasciata la Siria ad un figliuolo e l’Egitto ad un altro, si ripigliò l’usanza di famiglia; onde l’un fu morto, l’altro, intitolato Malek-Sâleh, occupò tutto il dominio (giugno 1240). Intanto nuovi Crociati, non curando gli accordi di Federigo, ruppero la guerra; afforzarono a modo loro Gerusalemme; ritentarono l’Egitto, e toccarono quivi una sconfitta. In que’ trambusti, Nâsir, che i due fratelli del padre avean già spogliato (1229) di Damasco e lasciatogli il principatodi Karak, volle ripigliare la roba sua; onde saputa la rotta de’ Cristiani, piombò sopra Gerusalemme, uccise o fece schiavi quanti v’eran dentro, e demolì le fortezze (1241). Nello stesso tempo Ismaele, nominato dianzi, riprese Damasco, e si collegò con chi potè, senza distinguere religione: onde seguirono nuovi scontri e stragi, e guasti, e tregue fino al dugenquarantaquattro; quando i Kharezmii piombarono addosso a tutti.[673]

Molte vestigia ci rimangono delle negoziazioni di Federigo in quel periodo. Sappiamo venuti a lui in Puglia, del dugentrentadue, ambasciatori del sultano di Damasco;[674]ch’era in quell’anno Ascraf, il quale, soverchiato da’ Kharezmii in Armenia, avea perfin chiesto aiuto al suo fratello Kâmil.[675]In questo, o in altro incontro, Federigo donò ad Ascraf un orso bianco; del quale i Musulmani scrissero con maraviglia ch’e’ rassomigliava il lione per la qualità del pelo e che tuffava in mare a prender pesci. Si notò anco il dono d’un pavone bianco.[676]A’ dì ventidue luglio del medesimo anno, Federigo imbandiva a Melfi un gran convito agli ambasciatori del sultano d’Egitto e del Vecchio della Montagna, dov’ebbe a mensa parecchi vescovi e molti cavalieri tedeschi;[677]spettacolo di tolleranza assai più strano a corte imperiale chel’orso bianco a Damasco. Ma non si ignoravano in Germania coteste relazioni con gli Ismaeliani; e s’era perfin detto l’anno innanzi che gli Assassini avessero pugnalato il duca di Baviera per pratica dell’imperatore, suo nemico mortale.[678]Così fatta calunnia, ripetuta volentieri tra i clericali di quell’età, die’ origine ad una delle nostreCento novelle antiche, nella quale si legge che andato Federigo alla “Montagna del Veglio,” volendo costui mostrargli la sua possanza, “vide in su la torre due Assassini: presesi per la gran barba: quelli se ne gittaro in terra e moriro incontanente.”[679]

Il legame col sultano d’Egitto si ristrinse dopo la resa di Gerusalemme e divenne schietta amistade al dir d’uno scrittore musulmano,[680]confermato dalla espressa accusa di papa Innocenzo IV.[681]Pare anco siasi fermato tra Federigo e Kâmil, lo stesso anno dugenventinove, o poco appresso, com’egli è più verosimile, un trattato politico e commerciale, sì civile, che si potrebbe rifare con poco divario nel secolo decimonono. Dico una lega offensiva e difensiva e reciproche sicurtà e franchige pei sudditi, poco diverse da quelle che furono stipulate il milledugentottantanovetra il sultano Kelaun e il suo erede presuntivo da una parte, e re Alfonso d’Aragona, re Giacomo di Sicilia con due loro fratelli dall’altra; i quali capitoli, afferma il cronista della corte del Cairo in quel tempo, essere stati proposti da casa di Aragona secondo la pace che avea fatta un tempo Malek-Kâmil coll’imperatore.[682]Di certo nelle negoziazioni di Gerusalemme s’era discorso di franchigia doganale nel porto d’Alessandria:[683]e il genio de’ due principi e delle due corti portava ad allargare e concretare quelle idee, anzi che lasciarle svanire. E se la splendidezza de’ doni fosse argomento della importanza del patto, quello di cui diciamo si potrebbe riferire allo stesso anno trentadue, quando gli ambasciatori d’Egitto, festeggiati nel convito di Melfi, avean recato all’imperatore un capo lavoro d’arte e di scienza, ricchissimo dono apprezzato ventimila marchi di Colonia: un padiglione la cui vôlta fingeva il firmamento, dove il sole e la luna, movendosi per occulto congegno, notavan le ore del giorno e della notte; la qual macchina lo imperatore fe’ serbare a Venosa.[684]Degli ambasciatori egiziani di questa o d’altra legazione sappiam che uno, per nome Makhlûf, morì in Messina e fu sepolto nella spiaggia di Mosella, dove la sua tomba si vedea sino allo scorcio del secol decimoterzo.[685]E forse de’ cavalieri venuti insomiglianti missioni del sultano, furono notati nel campo dello imperatore sotto Brescia (1238).[686]

Non mancò con la vita di Kâmil l’amistà delle due corti. L’anno novecencinquantotto de’ Martiri (29 agosto 1241, a 28 agosto 1242) approdava in Alessandria una nave siciliana, ben chiamata il Mezzomondo,[687]poichè recava, come si disse, novecento uomini e merci senza fine e con esse i doni che mandava l’imperatore al novello sultano, affidati a due ambasciatori, de’ quali il maggiore in dignità, alla descrizione che ne fa il cronista copto, parrebbe alcun frate fatto arcivescovo, se noi non sapessimo ch’ei fu Ruggiero degli Amici.[688]I due legati aspettarono lunga pezza la licenza di presentarsi al sultano; avutala, essi e il seguito, che montava ad un centinaio di persone, furono menati alla capitale, con lungo giro perFaium, le piramidi, e Giza; trovarono il nuovo e il vecchio Cairo parati a festa, l’esercito schierato in mostra, la cittadinanza uscita loro all’incontro. Il sultano avea lor mandati due cavalli di Nubia e fornita di palafreni la famiglia: ei li fece alloggiare in due palagi principeschi, li colmò di doni, provvide in abbondanza ad ogni lor comodo. Si rinnovò la festa il giorno della presentazione solenne al castello del sultano, e durò questa larga ospitalità tutto l’inverno ch’e’ rimasero al Cairo, in liete brigate, conviti e feste e cacce, e tiri a segno con le balestre.[689]Un altro ambasciatore arrivò l’anno appresso ad Alessandria con un buzzo che s’addimandava anch’esso il Mezzomondo, della cui mole la gente maravigliò. Si dicea portasse un immenso carico di olio, vino, caci, miele ed altre derrate e con ciò trecento marinai, senza contare i passeggieri.[690]Altri fatti provano le strette relazioni tra la Sicilia e l’Egitto. Del dugenquarantacinque o quarantasei, l’affermava il Sultano stesso al papa, il quale non avea sdegnato di scrivergli chiedendo una tregua pe’ Cristiani di Palestina.[691]Una nave approdata in Alessandria il secenquarantaquattro (19 maggio 1246 a 7 maggio 1247) recò, svisate alquanto ma vere in fondo, le nuove della gran lite che ardeva in Europa: il papa perseguitar l’imperatore com’apostata e mezzo musulmano; avere perciò stigati tre baroni regnicoli ad ucciderlo, promettendoall’uno la Sicilia, all’altro la Puglia, al terzo la Toscana; ma che l’imperatore, saputo dalle spie che i congiurati doveano assalirlo mentr’ei dormiva, fe’ coricare nel proprio letto uno schiavo, s’appostò con cento cavalieri, e mentre gli assassini pugnalavano il servo, ei li trucidò tutti di sua mano, fece scorticare i cadaveri e le pelli piene di paglia appese alla porta d’un suo castello. Come ognun vede, cotesta favola raffigurava, direi quasi, a scorcio le congiure scoperte allora nel napoletano. La novella, ritornando alla pura verità, conchiudea che, fallito quel colpo, il papa mandò un esercito contro l’imperatore.[692]Scrivon anco i Musulmani che Malek-Sâleh fu avvertito da lui della mossa di San Luigi contro l’Egitto:[693]e veramente il trattato di Kelaun, dianzi citato, porterebbe a creder questo racconto, poichè Alfonso d’Aragona e Giacomo di Sicilia, tra le altre cose, s’obbligarono a dar somiglianti avvisi al Sultano.[694]Abbiamo infine nelle memorie musulmane di questo periodo, il titolo che usava la cancelleria del Cairo scrivendo a Federigo, cioè: “il gran re, illustre, eccelso, potentissimo, re di Alemagna, di Lombardia e di Sicilia, custode della santa città (di Gerusalemme), sostegno dell’imâm di Roma, re dei re cristiani, difensore de’ reami franchi, duce degli eserciti crociati.”[695]

Che così fatta amistà co’ sultani d’Egitto non sia stata interrotta sino al fine della dominazione sveva, si argomenta dal dono del sultano Bibars il quale mandò a Manfredi una giraffa.[696]Più espressamente l’attestava ad Abulfeda il suo maestro Gemâl-ed-dîn, cadì supremo di scuola sciafeita in Hama, storico, matematico, giurista, autore di varie opere e, tra le altre, d’un trattato di dialettica, dedicato a re Manfredi e intitolato l’(epistola) imperatoria; poichè i Musulmani chiamarono anco imperatori i figliuoli di Federigo II. Narrava Gemâl-ed-dîn che Bibars mandollo ambasciatore a Manfredi il secencinquantanove (dal 6 dicembre 1260, al 25 novembre 1261) e ch’ei ripartì dalla corte sveva quando il papa stava per concedere il reame a Carlo d’Angiò. Raccontava essersi abboccato parecchie volte col re, in una città di Puglia distante cinque giornale da Roma e vicina assai alla terra di Lucera, i cui abitatori eran tutti Musulmani, oriundi di Sicilia; che in Lucera osservavasi il rituale musulmano, anco la preghiera solenne del venerdì; che nella gente di Manfredi molti erano di quella schiatta e che nel campo si facea pubblicamente l’appello alle cinque preghiere quotidiane. Affermava che Federigo e i successori Corrado e Manfredi, ai quali e’ dava anco il titolo d’imperatori, erano stati tutti scomunicati dal papa per la benevolenza loro verso i Musulmani, enarrava su la elezione di Federigo all’impero una novelletta che gli avean data ad intendere a corte: la solita magagna del candidato che raccoglie tutte le voci, promettendo la sua propria a ciascuno elettore.[697]

Tanto si ritrae delle relazioni politiche della corte di Palermo con quella del Cairo e con altre di Musulmani, nella prima metà del secolo decimoterzo. Del commercio tra i popoli, il quale a volta a volta fu causa ed effetto di quelle consuetudini de’ principi, toccheremo nei capitoli seguenti, passando a rassegna le parti di civiltà che si notano in quest’ultimo periodo delle colonie musulmane della Sicilia.


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