CAPITOLO X.
Dagli emiri Kelbiti la storia letteraria di Sicilia passa a re Ruggiero, saltando pressochè un secolo, che cominciò con la guerra civile de’ Musulmani e terminò con l’assetto de’ conquistatori cristiani d’oltre il Faro e d’oltre le Alpi: nel qual tempo molti Credenti cultori delle scienze e delle lettere, lasciata l’isola, s’illustravano in altre terre musulmane; edall’incontro i germi della civiltà occidentale, parte indigeni e parte stranieri, penavano a fiorire in sì profondo mutamento di religione, di lingua, d’ordini politici e sociali. I germi indigeni non eran morti. Que’ trecento codici che il Prete Scholaro legava al nascente suo monastero di Messina, l’ultim’anno appunto dell’undecimo secolo,[698]attestano che gli studii non fossero dimenticati; nè parmi inverosimile che tra le omelìe, i canoni e i breviali, si fosse intruso nella biblioteca del fondatore qualche classico, qualche libro di storia o di matematica. A capo di mezzo secolo, Giorgio d’Antiochia, uomo d’altra origine e d’altra tempra, fondando in Palermo la chiesa di Santa Maria che in oggi s’addimanda della Martorana, le donò tra tante ricchezze «non pochi libri.»[699]Dond’ei si argomenta che coteste collezionierano già tenute bell’ornamento ne’ palagi de’ grandi siciliani, e suppellettile necessaria negli stabilimenti ecclesiastici: i quali sendo tanto cresciuti nella prima metà del XII secolo, doveva aumentarsi anco il numero de codici raccolti e la tentazione di guardarci dentro.
Ma pervenuti alla emancipazione di Ruggiero, secondo conte e non guari dopo re di Sicilia, smettiamo le induzioni, possedendo testimonianze espresse e fatti permanenti. Abbiamo già notato il grande ingegno di quel principe, lo zelo per la scienza, la lode meritata nella compilazione della Geografia che ebbe nome da lui: abbiamo altresì fatta menzione dei dotti della corte di Palermo, tra i quali ei primeggia sempre per l’altezza della mente, come per la dignità del grado. Or diremo di que’ valentuomini e delle opere loro, secondo le poche notizie pervenute infino a noi.
Gli Arabi salvarono dal naufragio della scienza antica, tra tante altre opere, quelle di Tolomeo; le tradussero in loro linguaggio, nel nono secolo dell’èra volgare: e così l’Europa, assai prima di possedere il testo greco, studiò l’«Almagesto» ritradotto dallo arabico in latino. La «Geografia» che veniva per la stessa via, s’arrestò in Sicilia, come or sarà detto. Ma perduto è il testo dell’«Ottica,» nè altro or ne abbiamo che la traduzione latina, elaborata dall’ammiraglio siciliano Eugenio sopra una versione arabica. Questo scritto che fu ecclissato dalle altre due compilazioni dello stesso autore, le quali abbagliavan la gente con la vastità del subietto, vale assai più chequelle, secondo il giudizio della scienza moderna. Qui Tolomeo, invece di sviare con grosse ipotesi le menti degli studiosi, fonda la teoria su gli sperimenti e su le verità matematiche. Donde i dotti del medioevo che aspiravano a scoprir le leggi fisiche, tra gli altri Ruggiero Bacone e Regiomontano, usarono come libro classico l’Ottica di Tolomeo: la quale se in oggi può servire solamente alla storia della scienza, vi segna pure un gran progresso, svolgendo per bene la teoria della refrazione, alla quale gli altri scrittori antichi aveano appena accennato. Così pensava Alessandro Humboldt.[700]L’ammiraglio Eugenio, in brevissimo proemio, tocca la importanza di quel trattato, il diverso genio delle lingue, onde tornava sì difficoltoso a voltare l’arabico in greco o in latino, e protesta che in alcuni luoghi, anzichè tradurreverbalmente, ei cercherà di cogliere il pensier dell’autore e renderlo quanto più concisamente per lui si possa. Avverte con ciò che nella versione arabica mancava il primo de’ cinque discorsi ond’è composto il trattato, e che de’ due codici ch’egli aveva alle mani, uno era buono sì, ma non vi si trovava nè anco il primo discorso.[701]Dond’e’ si vede che Eugeniosentiva molto innanzi in fisica e in filologia; oltrechè scrivea molto bene, secondo i suoi tempi, il latino. Pertanto lo direi siciliano di nazione, non già greco di Levante come Giorgio d’Antiochia. L’opera non è stampata finora, ma spero esca alla luce tra non guari in Italia, sette secoli dopo che fu fatta la traduzione nel nostro suolo stesso. Basti qui aggiungnere, che il nome e il titolo officiale del traduttore si leggono in tutti i testi a penna quasi senza varianti; tal non sembrando a chiunque abbia pratica d’antiche scritture, lo scambio d’una lettera, onde alcuni codici hanno ammiraco in luogo d’ammirato. E che l’autore sia stato contemporaneo di re Ruggiero, si argomenta dalla qualità stessa dell’opera; si prova coi diplomi; e lo conferma, secondo me, un’altra versione latina che si attribuisce a questo medesimo ammiraglio.
Dico le profezie della Sibilla Eritrea, scritte in caldaico in forma di epistola ai Greci, quand’essi andavano alla guerra di Troja; voltate in greco da un Doxopatro e quindi in latino da Eugenio, ammiraglio del reame di Sicilia, dove capitò il libro greco, sottratto dal tesoro di Manuele imperatore. Veramente il nome dell’ultimo traduttore potrebbe esser falso quanto quello dell’autrice ispirata, e l’epoca di Manuele Comneno potrebbe essere supposta come quella di Priamo: tanto più che gli avvenimenti ai quali si allude sotto strano velame di leoni, serpenti, aquile, vulcani, tremuoti, tempeste del cielo e misfatti degli uomini, sono evidentemente quei che commossero l’Italia e l’Europa nel duodecimo e decimoterzo secolo.Pur egli è da riflettere che cotesti libri profetici, dall’antichità fino agli ultimi tempi del medioevo, sono stati piuttosto copiati e interpolati che rifatti di pianta. Onde non parmi inverosimile che qualche barattiere abbia venduto a re Ruggiero, a peso d’oro, alcun manoscritto greco, lacero e insudiciato, vantandosi d’averlo rubato proprio al rivale Comneno; ovvero che l’impostore, vissuto nel secolo seguente, abbia scritto a dirittura in latino, fingendo al paro i nomi dell’imperiale possessore e dello ammiraglio siciliano, i quali ognun sapeva essere stati contemporanei, e l’uno perduto nell’astrologia, l’altro famoso per traduzioni d’opere scientifiche dalle lingue del Levante.[702]Nel primo caso, il Doxopatro, supposto traduttore dal caldaico, sarebbe forse il retore Giovanni, autore dei Comentarii d’Aphthontio e d’altre opere che sembran dettate allo scorcio dell’undecimo secolo.[703]Nell’altra ipotesi, potrebbe dirsi che il falsario volle mettere innanzi quel Nilo Doxopatrovenuto di Grecia alla corte di Ruggiero, e ch’ei finse anco il nome del traduttore latino, per allontanare sempre più dal secolo decimoterzo le favole ch’ei spacciava.
Avendo esaminato altrove[704]qual parte ebbe Ruggiero nella composizione della geografia che in oggi corre sotto il nome d’Edrîsi, e avendo toccato il soggiorno di questo dotto musulmano a corte di Palermo, convien or dire quant’altro sappiamo della sua vita, e provarci a dar giudizio dell’opera.
Sua Eccellenza Edrîsi, chè a ciò torna il titolo diScerîfdato a lui come ad ogni rampollo d’Alì e di Fatima, esciva della linea di un Edrîs, discendente in quarto grado dalla figliuola del Profeta; il quale, cercato a morte per ribellione contro il califo di Bagdad, era fuggito l’anno centrentanove (786) dallo Hegiâz fino all’odierno impero di Marocco, dove i Berberi lo gridarono califo (789) e dove il suo figliuolo fondò poi Fez (807). Cadde la dinastia di Edrîs nel decimo secolo; e toccata la stessa sorte, ne’ principii dell’undecimo, a’ califi omeiadi di Spagna, salì al trono loro Alì, figliuolo d’un edrisita per nome Hammûd: onde questo novello ramo fu appellato de’ Beni-Hammûd. I quali non tennero a lungo il califato di Cordova. Quando si sfasciò, essi detter di piglio a Malaga e ad Algeziras (1035-1038), e perdute anche queste, signoreggiarono qualche altra terra dell’Affrica settentrionale. Un uomo di lor gente venuto in Sicilia, ebbe Castrogiovanni e consegnollaal conte Ruggiero.[705]Il geografo, nato nei Beni-Hammûd di Malaga, par abbia preso questo nome d’edrisita più tosto che hammudita, per distinguere il suo casato da quello di Sicilia, ovvero per ricordare insieme il glorioso capo della dinastia in Occidente e l’Edrîs bisavol suo, primo principe di Malaga.[706]
Nè il nobil sangue nè la dottrina bastarono ad ottenere in onor dell’Edrîsi una biografia, tra le mille e mille che compilavano assiduamente gli autori arabi del medio evo.[707]Leone Affricano che ci si provò nel secolo decimosesto, per troppa brama di soddisfare la curiosità letteraria degli Italiani, scrisse di memoria e in parte di fantasia; oltrechè il suo abbozzo ci è pervenuto per lo mezzo, niente diafano, di una doppia traduzione.[708]Frugando qua e là, pursi è raccolta, in questi ultimi anni, qualche notizia degna di fede. Edrîsi ebbe nome Abu-Abd-Allah-Mohammed, figlio di Mohammed, figlio di Abd-Allah, figlio di quell’Edrîs che prese a Malaga (1035) il titolo di Principe de’ Credenti e il soprannome di El’-âli biamr-illah.[709]Dicesi che il geografo fosse nato in Ceuta il quattrocennovantatrè dell’Egira (1100) e avesse fatti gli studi a Cordova:[710]di certo ei viaggiò nella penisola spagnuola fino alle rive dell’Atlantico; vide in Affrica Costantina e le regioni meridionali del Marocco; e in Levante arrivò per lo meno infino a Nicea, poichè egli scrive essere entrato l’anno cinquecentodieci (1116) nella grotta de’ Sette Dormienti, sì celebri nell’agiografia musulmana.[711]
Men oscuro il periodo ch’ei visse in Sicilia, onde fu chiamato siciliano; com’era uso di trarre i nomi etnici da’ luoghi, sia della nascita, sia dell’educazione o del soggiorno. E però abbiam detto ne’ capitoli terzo e quarto di questo libro come, allettato dalla munificenza di Ruggiero, venne Edrîsi dalla costiera d’Affrica in Palermo, dove il sangue hammudita gli portava onore senza pericolo, e com’egli rimase alla corte di Guglielmo primo.[712]In qual paese poi fosse andato e quando fosse morto, non si ritrae;[713]poichè le ultime notizie che abbiam di lui vengono da Ibn-Bescirûn, autore delMokhtar-el-Andalusiin, ossia «Scelta di [poeti] Spagnuoli,» il quale incontrò Edrîsi in Palermo, e dice ch’egli avea compilato ilNozhatper Ruggiero e che scrisse per Guglielmo primo, su lo stesso argomento, ilRûdh-el-Uns wa nozhat-en-nefsossia «Giardino del diletto e sollazzo dell’intelletto.» Imâd-ed-dîn Ispahani trascrive questo e molti altri squarci dell’Antologia d’Ibn-Bescirûn, nellaKharida, fonte principale delle nostre notizie su i poeti arabi in Sicilia. Ed ambo gli antologisti, senza dir altro delle opere geografiche di Edrîsi, mettonsi a lodare coniperboli e bisticci le poesie, che il primo dice aver avute dall’autore stesso e il secondo ce ne serba varii squarci, che sommano a trentacinque versi.[714]I quali potrebbero stare nella raccolta degli Arcadi nostri. Immagini copiate per la millesima volta, sonvi espresse con grazia e lindura. La lingua stessa in coteste poesie non è tanto leccata quanto nella geografia; dove Edrîsi intarsiò tanti pezzi di rettorica e ricami d’arcaismi che, invece d’infiorare la descrizione, la rendono monotona e talvolta anche ambigua.
Passando dalla forma alla sostanza, è da rammentare in primo luogo qual fosse la condizione degli studii geografici alla metà del secol duodecimo. L’antichità greca e romana aveva insegnato a misurarla terra con le osservazioni del cielo; avea cominciato a notare le distanze delle città, il corso dei fiumi, la configurazione de’ mari; a descrivere la natura organica e le schiatte ed opere degli uomini; avea lasciati abbozzi di carte e d’itinerarii figurati: i quai lavori, ancorchè fossero imperfetti per vizio degli strumenti, scarsezza di osservazioni e abuso delle ipotesi, pur mostrano che la scienza era fondata. Il trattato di Tolomeo la ricapitolava tutta insieme, coordinandovi gli errori proprii del compilatore. Sopravvenute le tenebre della barbarie, la geografia rimbambì in Europa, come ogni altra scienza; si ridusse a scarabocchi informi, a compendii di compendii; peggiorando sempre in Occidente, dal quinto all’undecimo secolo dell’èra cristiana:[715]e appena v’incominciava col duodecimo una ristorazione, promossa dalle Crociate. De’ Bizantini si potrebbe dir ch’e’ serbarono i libri di geografia, senza studiarli giammai. Ma entrati gli Arabi nel consorzio de’ popoli, ricercarono con impeto giovanile le scienze geografiche. Alle quali erano predisposti dalla vita nomade, da’ viaggi di carovana, dalla curiosità dei segni celesti, fors’anco da’ commerci con gli abitatori della Mesopotamia che almanaccarono ab antico sul firmamento. Allettò poi gli Arabi all’astrologia, quella continua vicenda di loro società riottosa; e da un altro canto, il culto li obbligòa sciogliere problemi di cosmografia, richiedendo, in paesi lontanissimi del Settentrione e dell’Occidente, qual fosse lakibla, ossia dirittura della Mecca, e quali le cinque ore della preghiera, variabili secondo la lunghezza de’ giorni.
Si stese l’ordito della geografia generale co’ lavori della Persia sassanide, dell’India e della Grecia, soprattutto co’ libri di Marin da Tiro e di Tolomeo, tradotti in arabico da’ testi greci o da versioni siriache. La geografia descrittiva, iniziata con le relazioni de’ capitani che reggeano i reami conquistati, con gli itinerarii postali, coi catasti, e con ogni altro ritratto ufiziale di loro sottile azienda, s’impinguò coi frequentissimi viaggi che i pellegrini, i mercatanti, i letterati vagabondi, faceano nell’immenso territorio musulmano.[716]Dalla fine così dell’ottavo secolo alla prima metà del duodecimo, i Musulmani rimisurarono il grado del meridiano terrestre; rifecero a poco a poco le tavole delle latitudini e longitudini; allargarono la cognizione dell’abitato fino alle estreme costiere orientali dell’Asia e, in Affrica, fino all’equatore; compilarono itinerarii, descrizioni, abbozzi statistici; rinnovarono il planisfero e delinearono carte parziali.[717]Quantunque e’ non fossero arrivati a dileguare alcune favole geografiche, anzi ne avessero aggiunte delle proprie loro; quantunque non si fosseroliberati al tutto dal giogo di Tolomeo ed avessero conosciuta molto imperfettamente l’Europa, gli Arabi pur batteano le vere vie della scienza, mentre in Occidente la feudalità chiudeva in angusti limiti i corpi e le menti.
S’accinse Ruggiero in questo, a compilare la geografia universale, usando insieme le cognizioni dell’Oriente e dell’Occidente e il ritratto di nuovi studii: la qual opera, nella prima metà del duodecimo secolo, il solo re di Sicilia e dell’Italia meridionale poteva intraprendere. Nella prefazione d’Edrîsi già riferita[718]leggonsi i nomi di dodici geografi, studiati, come si dice, dal re; de’ quali, dieci son arabi, Tolomeo greco e l’ultimo sembra Orosio, il celebre compendiatore latino de’ bassi tempi.[719]Degli arabi, sei ci son noti: Mas’ûdi, Geihani, Ibn-Khordabeh, Ibn-Haukal, Ja’kûbi, Kodama, ottimi compilatori di geografia descrittiva;[720]ma gli altri quattro, cioè Ahmed-ibn-el-’Odsri (ovvero el-’Adsari), Giânâkh-ibn-Khakân-el-Kîmâki,[721]Musa-ibn-Kasim-el-K..r..di, ed Ishak-ibn-el-Hasan, detto l’astronomo, non sono noti, nè sappiam qual ramo abbian trattato; se non che l’ultimo,dalla qualità attribuitagli, si può supporre autore di geografia matematica, o forse compilator di tavole delle latitudini e longitudini.[722]Mancano dunque tra le autorità di Edrîsi i più celebri scrittori arabi di questo ramo della geografia, vissuti prima di lui, come sarebbero Albateni, Abu-l-Wefa, Ibn-Iûnis, Albiruni;[723]ma può darsi che Ishak-ibn-el-Hasan abbia raccolti i dati, almen dei primi tre. In geografia descrittiva mancano Mokaddesi[724]e Bekri, lodatissimi autori dell’undecimo secolo.[725]Se cotesti libri veramente rimasero ignoti a corte di Palermo, si comprende tanto meglio che Ruggiero gittò via quegli altri, accomiatò gli pseudo-geografi viventi ch’egli avea chiamati in soccorso, e deliberossi a rifare di pianta il disegno della superficie terraquea, secondo le relazioni d’uomini pratici. Ognuno intende che Ruggiero prese questa via, inorridito del mostruoso parto ch’esser doveva un planisfero a modo di Tolomeo e de’ suoi correttori arabi, le proporzioni del quale, senza dubbio, erano smentite, chiaro e tondo, dagli itinerarii terrestri e sopratutto dalle carte di navigare del Mediterraneo.
Quando avverrà che si appuri meglio il testo diEdrîsi e la nomenclatura delle carte ond’è fornito, si scopriranno forse altre sorgenti dell’opera, non confessate nella prefazione; poichè alcuni dati che veggiamo qua e là, non vengono da quelli che noi conosciamo tra gli autori testè citati, nè par si possan trovare appo gli ignoti, che son tutti arabi, eccetto Orosio o quel ch’e’ sia. Così è da trovare l’origine d’una misura nuova o antichissima dell’equatore, la quale torna a settantacinque miglia al grado,[726]non miglia arabiche, ma romane, quelle medesime che Edrîsi adopera nel capitolo della Sicilia e che rispondono, quasi a capello, alle odierne miglia siciliane.[727]Alcuni nomi topografici della Sicilia stessa ci sembrano presi da antiche carte greche o romane, anzichè da carte arabiche, o dall’uso volgare del duodecimo secolo.[728]Similmente in Grecia, nell’Italiadi sopra e in qualche parte della Francia, i nomi spesso hanno sembianza antica; mentre in altre regioni della Francia, in Germania e in Inghilterra prevale la forma degli idiomi novelli e si vede chiara l’origine da relazioni o itinerarii del XII secolo.[729]
Ripigliando il racconto sotto la scorta di Edrîsi, veggiamo che furono interrogati e confrontati assiduamente, per lo spazio di quindici anni, gli uomini pratici, che vuol dire, secondo me, i navigatori italiani, e i viaggiatori d’altre parti d’Europa[730]i quali capitavano in Sicilia, chi per cagion di commercio, chi nell’andare alla Crociata; e con essi anco de’ Musulmani pellegrini, mercatanti e girovaghi.[731]Dopo tre lustri d’investigazioni, l’ufizio geografico della corte pose mano a rettificare il mappamondo, come si scorge dal passo d’Edrîsi che abbiam noi tradotto. Ed or comentandolo diciamo, che si delineò una carta geografica,[732]nella quale si cominciò a trasportar colcompasso, ad una ad una, le linee itinerarie orientate,[733]ritratte dalle relazioni; che si riscontrarono via via cotesti dati con quelli de’ libri geografici; che si sciolsero o si troncarono i dubbii surti nel confronto, e che, fissate in tal guisa le posizioni de’ paesi e le figure della terra e delle acque, furono incise in un planisfero d’argento, ch’avea per raggio un metro o poco meno ed era diviso in segmenti, per maneggiarsi più comodamente.[734]Così mi sembra eseguìto il mappamondo, il quale mal si può giudicare dalle figure che ne abbiamo in due antichi manoscritti alquanto dissimili tra loro, ridotte alla quinta o alla sesta partee delineate senza proporzioni più precise, che quelle che dar potesse la mano e l’occhio del copista.[735]Possiam noi supporre adoprata nel primo abbozzo una carta generale o un sistema di carte parziali: possiamo immaginare l’una o le altre, copiate da esemplari antichi o arabi, ovvero costruite appositamente su le tavole di latitudine e longitudine de’ Greci, corrette dagli Arabi; sempre la base dell’operazione si riduce alla figura che raccapezzavasi dalla scienza di quel secolo; e gli elementi della correzione sempre tornano alle distanze itinerarie appurate di recente. Non si può interpretare altrimenti il detto di Edrîsi; nè immaginare altrimenti l’uso de’ dati novelli che avea procacciati il re; i quali dati non poteano venire da una rimisurazione di tutte le latitudini e longitudini del globo, ma doveano consistere in itinerarii moderni di terra e di mare, carte nautiche e forse immagini latine, come quella d’Alfredo il Grande e l’altra che abbiamo nella Biblioteca dell’Università di Torino.[736]Veggiam noi la riprova di tal dimostrazione, nel libro stesso d’Edrîsi, il quale rimanda a Tolomeo per le favolose terre settentrionali di Gog e Magog;[737]la veggiamo nelle carte parziali del codice parigino, le quali dànno soltanto delle latitudini e longitudini per le regioni dell’Affrica sotto i Tropici,[738]per le quali è da supporre che la corte di Palermo non avesse trovati itinerarii recenti. Gli itinerarii, accompagnati dalla direzione di ciascuna linea secondo i punti cardinali del globo, potean servire a verificar le carte terrestri in un modo analogo a quello che usarono ab antico i marinai del Mediterraneo per abbozzare lor carte marittime, fissando le posizioni con l’osservazione dei corpi celesti. Che se le buone carte da navigare, italiane e catalane, che si sono ritrovate fin oggi, risalgono appena al principio del decimoquarto secolo, quand’era già comune l’uso dell’ago magnetico, e se quell’uso non si può tirar su alla prima metà del duodecimo secolo, quando si compilava la geografia in Palermo, questo non vuol dir che mancassero a Ruggiero dellecarte nautiche abbastanza esatte da ispirargli diffidenza contro i geografi dotti, e da suggerire la verificazione pratica degli schemi immaginati da costoro.[739]
Passando alle sessantanove carte particolari, o, per dir meglio, itinerarii figurati, un de’ quali sta a capo di ciascun de’ dieci compartimenti d’ ogni clima nel prezioso codice d’Assoliti,[740]cominceremo da quella ch’esser doveva, ed è, la migliore di tutte, la carta, dico, della Sicilia. Basta metterla allato ad una mappa costruita secondo Tolomeo, per vedere la enorme differenza delle figure: l’una quasi uguale a quella delle nostre carte d’oggidì; l’altra sì scontraffatta, quanto apparrebbe per avventura ilmappamondo di Edrîsi a paragon di quello di Mercator.[741]Si dee pensar dunque che Ruggiero abbia profittato degli studii de’ Musulmani di Sicilia del decimo e undecimo secolo[742], ed anco fatte determinare astronomicamente alcune posizioni;[743]onde, con relazioni esatte e con la minuta esplorazione della costiera, si compose nell’ufizio geografico di Palermo una figura, la quale il copista non potè guastar tanto che non sembri maravigliosa pel suo tempo.
Delle rimanenti son pubblicate finora tre sole per intero, e si è stampata anco la riduzione di tutte in piccolo. Per quanto si può giudicare da copie cosiffatte, coteste carte non erano proporzionali alle figure del mappamondo; nè la differenza veniva da studio di projezione: poche d’altronde sembrano costruite secondo le latitudini e le longitudini. Vi si nota sempre, come in tutte le carte primitive, l’errore d’ingrandire le regioni meglio conosciute e rimpiccolire le altre, per farle pur entrare nei limiti che assegnava lo schema generale dei climi, de’ continenti e de’ mari. Così la figura dell’Italia dal Tevere in giù, dove Ruggiero comandava, torna assai meno erronea della mezza Italia di su, rattratta e rimpicciolita sconciamente. Lo stesso dicasi della Sardegna, della Corsica e di tutto il Mediterraneooccidentale, di cui la Sicilia usurpa gran parte. L’ecclettico lavoro de’ geografi siciliani sparse luce in certe regioni, altre lasciò nelle tenebre delle ipotesi. Cavaron essi, per esempio, dai sogni di Tolomeo il continente africano sotto l’equatore, allungato verso Levante, sì che correa parallelo alle costiere meridionali dell’India e della Persia, e chiudea l’Oceano Pacifico quasi un altro Mediterraneo. All’incontro, le Isole Britanniche, il Baltico, la Polonia, sembrano illustrati da recenti relazioni; non vedendosi in quelle carte i grandi errori delle geografie antiche o degli Arabi.[744]Gli itinerarii della Grecia mostrano che Ruggiero sapea per benino come stessero in casa i suoi nemici;[745]nè fa maraviglia che fosse ben conosciuta l’Asia minore e il rimanente de’ paesi musulmani.
Da coteste figure passando alle descrizioni, veggiamo le stesse disuguaglianze: dove copiosi e genuini ragguagli; dove le favole orientali del paese di Gog e Magog; le isole fantastiche dalla leggenda di San Brandano;[746]le maraviglie di Roma, inventate da qualche giudeo errante, o nate da equivoci di traduzione.[747]Nè possiamo scusare Edrîsi allegando cheegli qui non descrivea già le carte delineate dai geografi, ma compilava su libri e racconti. Il vero è che non s’ha a pretender critica sottile da un letterato, sia musulmano o sia cristiano, del duodecimo secolo. Ci sembra di più ch’Edrîsi abbia fatto d’ogni erba fascio, per fretta di presentare l’opera al re, pria che la consunzione, già manifesta, lo portasse alla tomba.
La morte del re non avrebbe forse attraversato il compimento del suo libro, se a capo di sette anni non fosse avvenuto in Palermo quel sanguinoso tumulto nel quale andò a ruba la reggia e si gridò morte ai Musulmani. Edrîsi era rimasto a corte, come dicemmo; avea presentata a Guglielmo primo una nuova edizione della geografia; nè ci pare inverosimile che si fosse compiuta, o almeno incominciata per uso della corte, una traduzione latina di opera sì utile e dilettevole. Perì forse la traduzione nel sacco della reggia; nel quale è cosa molto verosimile che sia andato a male il gran planisfero d’argento, frutto di tante fatiche, condannato, in grazia del prezioso metallo, a durar poco, com’era già accaduto alle tavole geografiche di Carlomagno. I geografi e scrittori arabi che non furon uccisi, fuggirono al certo: ed è ventura che Edrîsi abbia potuto recar seco, o mandarein Affrica pria della fuga, la copia del suo libro; il quale sortì gran fama appo i Musulmani e servì di guida a Ibn-Sa’id, Abulfeda ed altri. L’Europa, ridesta a’ buoni studii, non n’ebbe sentore fino allo scorcio del decimosesto secolo, quando uscì a Roma, co’ tipi medicei, il testo arabico di un compendio anonimo, o direi meglio mutilazione, di quest’opera. Del quale compendio fu poi pubblicata a Parigi una traduzione latina, e le fu dato il titolo diGeographia Nubiensis, perchè in principio della seconda sezione del primo clima, citandosi la Nubia, si leggea per errore di copia «terra nostra» invece di «terra di essa» (Nubia);[748]onde i traduttori Maroniticredettero avere scoperta la patria dell’anonimo autore. Adesso abbiam noi, del testo compiuto, alcuni codici, alcuni capitoli stampati ed una mediocre traduzione francese di tutta l’opera. Si aspetta un orientalista, pratico di geografia comparata e disposto a consacrare molti anni di lavoro, sì ch’egli appuri il testo co’ suoi mille e mille nomi di luogo e ne dia una edizione critica ed una buona traduzione,[749]come han fatto non è guari due dotti olandesi per l’Affrica e per la Spagna.[750]La nostra storia civile sarà illustrata al certo dalla pubblicazione dei capitoli che risguardano l’Italia, dei quali un solo è uscito alla luce e fin oggi senza traduzione, quello cioè che contiene la descrizione della Sicilia. Perchè se questa è la più particolareggiata di tutta l’opera, pure gli squarci che trattano delle altre province italiane, racchiudono nomi, itinerarii e notizie topografiche, civili e commerciali, tanto più pregevoli quanto ci manca ogni opera di tal fatta, nella prima metà del duodecimo secolo.
Il libro di re Ruggiero, poichè convien che gli si renda il vero titolo, entrerà nei fasti della nostra storia scientifica. Compilato nella più civile delle nostre capitali del duodecimo secolo, opera collettiva del monarca di mezza Italia e di uomini forse la piùparte italiani, si smarrì nella letteratura arabica. Rivendicato dall’europea, gli eruditi l’accolsero con gran plauso.[751]Vennero poi le appuntature: trascuratavi la geografia matematica,[752]accettatevi delle favole ch’altri avea già contraddette, copiati i ragguagli d’altri autori.[753]Mal fondata mi sembra la prima di coteste accuse, perchè la geografia matematica non si avrebbe a cercare nella descrizione d’Edrîsi, ma nelle carte genuine che noi non abbiamo; e perchè il metodo conche i geografi di Palermo delinearono l’orbe conosciuto, fu veramente il migliore che allor si potesse adoperare, anzi quel medesimo che produsse la riforma delle carte geografiche nel decimosesto secolo.[754]Del plagio non parlo, quando una compilazione di geografia descrittiva non si può fare altrimenti che con le compilazioni antecedenti e le relazioni di chi è stato sui luoghi. E quanto alla critica de’ fatti, io lo replico, qual sommo uomo dell’antichità o del medio evo rimarrebbe in piedi, se avessimo a buttar giù tuttiquelli che ripetean favole di fisica o di storia naturale? Non è giusto qui il biasimo. Un dei critici più severi di questo libro lo disse pur monumento di scienza da stare allato all’opera di Strabone:[755]ma chi meglio lo approfondisca e tutte imberci le lezioni del testo originale, lo riconoscerà meco, ottimo de’ trattati geografici del medio evo.[756]
Nè la geografia fu la sola scienza applicata a’ comodi civili, che allor si coltivasse nella splendida corte di Palermo. L’epigrafe trilingue d’una lapida incastrata nel muro esteriore della Cappella Palatina, ci attesta avere il re, l’anno millecenquarantadue, fatto costruire «un orologio,» dice il testo latino; «uno strumento da notar le ore,» dice l’arabico: e il testo greco celebra «questo miracol nuovo, che il possente sovrano Ruggiero, re scettrato da Dio, raffrena il corso del liquido elemento, dispensando infallibile cognizione delle ore del tempo.»[757]Mercè la rettorica bizantina, sappiam noi dunque che l’era una clepsidra: la stessa forse, o compagna, di quella che «un meccanico di Malta avea fabbricata per comando del suo re, in effigie d’una donzella che battea le ore, gittando una pallina nelseng,» o bacin di metallo che noi diremmo,di che ci ragguaglia il cosmografo Kazwini, nella sua descrizione di Malta. Abu-l-Kasem-ibn-Ramadhan, dice egli, vista quella macchinetta, improvvisò un emistichio, sfidando Abd-Allah-ibn-Sementi a fornire il verso. E quegli, quasi recitando, aggiunse di botto il secondo emistichio e due altri versi, con questo concetto: che la gentil suonatrice incalzava il tempo; e che il maestro che la fece, era salito prima in cielo, ad osservar le sfere, i segni dello zodiaco e i gradi dell’eclittica.[758]Or noi troviamo nella Kharida, de’ versi che questo medesimo Ibn-Ramadhan dettò a lode di Ruggiero, implorando licenza di ritornare a Malta: onde par si provi che la clepsidra fu opera appunto di quel secolo, e probabilmente fatta apposta per quel re.[759]Delle macchine costruite allo stesso effetto, ognun sa che Harûn Rascîd ne mandò in dono a Carlomagno una che suonava le ore con palle buttate in un bacino, da automi in figura di cavalieri che, aprendo uno sportello,[760]usciano di lor finestrini al punto dato: il quale ingegno taluno erroneamente credette orologio a ruote. Ibn-Giobair, nella seconda metà del secolo di Ruggiero, descrisse lamangana, come la chiamarono gli Arabi con vocabolo greco, mossa dall’acqua in un edifizio attiguo alla moschea cattedrale di Damasco.Dove, sopra un verone, vedeasi quel che noi diciamo il quadrante: un grand’arco tondo che abbracciava dodici coppie di finestrini arcuati, da ciascuna delle quali venian fuori, ogni ora del giorno, due falconi d’ottone, ed aprendo il becco facean cascar palline ne’ sottoposti piattelli d’ottone. Per la notte poi erano apparecchiati nel muro dodici forami tondi, chiusi con vetri ed accerchiati di rame, de’ quali uno in ciascun’ora s’illuminava di luce rosseggiante.[761]E che gli Arabi usassero così fatti orologi, si conferma col titolo di un trattato che Zuzeni, nella istoria de’ filosofi, attribuisce ad Archimede: “Il libro delle ore, ossia (descrizione) dello strumento idraulico che butta le palline.”[762]
Illustrossi allo scorcio di quel secolo, l’ingegnere siciliano Abu-l-Leith, educato, com’ei sembra, alla scuola che produsse i monumenti normanni di Sicilia, e costretto, al par di tanti altri, ad emigrare, quando quel soggiorno divenne incomportabile a’ Musulmani. Aveva allora il califo almohade Abu-Ja’kûb-ibn-Jûsuf, gittate in Siviglia le fondamenta d’una sontuosa moschea cattedrale; alla quale ei die’ l’ultima mano correndo il millecentonovantasette dell’èra volgare, come ricordano gli annali musulmani di Ponente, ed aggiungono essere stati messi in cima del minaretto, che si chiama oggidì la torre Giralda,de’ globi di metallo dorato sovrapposti l’uno all’altro e scalati a piramide, i quali fabbricò e levò sull’altissima torre, questo Abu-l-Leith,mo’allem, o vogliam dire maestro. A comprendere la grandezza dell’opera, basti che per far uscire sul ballatoio del minaretto un di cotesti globi, e pur non era il più grande, convenne tagliare gli stipiti dalla porta praticata ad uso del muezzin; che l’asta di ferro che reggea gli immensi pomi, pesò quarantaroba’, ossia più di censessanta chilogrammi; e che la doratura prese tanto metallo da valere centomiladinâr, o diremmo noi, più che un milione e mezzo di lire.[763]Così gli scritti musulmani. La cronica di San Ferdinando narra che quel pinacolo d’oro fece sbalordire i conquistatori cristiani; che i globi eran quattro; e che il più basso teneasi unico al mondo, sì per la bellezza del lavoro e sì per la mole: sul quale quando ferivano i primi raggi, parea che splendesse un altro Sole.[764]
Nè la meccanica stette inoperosa nelle guerre che i Musulmani di Sicilia combatteano sotto i vessilli normanni. Raccogliendo i cenni che ne fanno le cronache, abbiam noi già notata l’efficacia delle torri mobili, condotte (1133) da ingegneri musulmani all’assedio dì Montepeloso;[765]le quali nella medesima guerra, drizzate appena sotto Nocera, costringeano alla resa quella terra, fortissima di sito e di munizione.[766]Le torri di legno sono ricordate dagli scrittori musulmani nell’infelice impresa di Guglielmo secondo sopra Alessandria di Egitto (1174): da’ quali sappiamo ch’eran armate di possenti arieti e che l’oste siciliana usò anche de’ mangani smisurati, i quali scagliavano massi, com’e’ sembra, di lava, recati a bella posta dalla Sicilia.[767]E dieci anni appresso (1185), cotesti mangani, che l’arcivescovo Eustazio chiama «le figlie del tremuoto,» aprian la breccia nelle mura di Tessalonica.[768]A capo d’un secolo, i Saraceni di Lucera furon tratti con lor mangani alla seconda guerra che Carlo d’Angiò volle portare in Sicilia; nel quale incontro sappiamo da’ diplomi napoletani del milledugentottantaquattro, che si richiedeano cento uomini a maneggiar quattro di cotesti strumenti;[769]onde possiamo supporli analoghi a’ testè ricordati dell’impresa di Alessandria, ed aquelli forse che avean aperta a’ Musulmani (878) la torre del porto grande di Siracusa, i quali, a quanto ei sembra, operavano per tiri orizzontali.[770]Se mal non ci apponghiamo, è da tenere che l’uso di questa maniera di mangani fu serbato in Sicilia; non vedendosi, per quanto sappiamo, negli altri ricordi del medio evo. Al quale supposto si aggiunga quell’altro de’ fuochi da guerra adoperati alla espugnazione di Tessalonica.[771]Quanto all’architettura militare, sappiamo noi dal fatto di Bari che re Ruggiero vi adoperava ingegneri musulmani:[772]ed è molto verosimile che la cittadella di Lucera, fondata dall’imperatore Federigo quando vi tramutò i Musulmani di Sicilia, sia stata opera anch’essa de’ loro ingegneri.[773]
Onoravasi in que’ tempi, assai più che l’arte militare, l’astrologia, confusa com’essa fu per tutto il medio evo, con l’astronomia: e poichè re Ruggiero si travagliò molto nelle vanità di quella scienza,[774]lice supporre che le verità fossero state anco studiate a corte di Palermo. Fiorì in quel secolo, verso la metà com’ei sembra e in Palermo, Mohammed-ibn-Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, musulmano di Sicilia, il quale, al dire del Zuzeni, esercitò con gran lode la geometria e l’astronomia e con le sue teorie faceva autorità tra i dotti del paese.[775]Possiamo supporredunque ch’egli attendesse anco alla applicazione di quelle scienze, alla architettura cioè o meccanica, da una parte, ed all’astrologia dall’altra.
Prevaleano le vanità nella scienza del cielo al tempo di Guglielmo il Buono,[776]di Federigo ed anco di Manfredi, poichè Stefano da Messina dedicò a questo principe la traduzione latina dei Fiori di astrologia, attribuiti da un impostore arabo al gran savio Hermes, padre dell’arcana scienza e della medicina.[777]Che la vera scienza poi fosse stata coltivata ancora nel paese, lo prova il comento delle tavole d’Arzachele, compilato in Parigi allo scorcio del decimoterzo secolo, da un Giovanni di Sicilia, del quale non abbiamo altra notizia che questa;[778]ma se la forma delnome lo dà a vedere cristiano, la vocazione lo fa supporre piuttosto musulmano o giudeo mezzo convertito. Duolmi non poter ammettere le conghietture di coloro che hanno attribuiti alla Sicilia due di que’ non pochi astrolabii arabi che rimangono ne’ musei pubblici o privati:[779]ma non mi farebbe maraviglia, che un dì o l’altro se ne trovasse alcuno di fattura siciliana, atteso le condizioni generali della cultura del paese infino al secolo decimoterzo, e il grand’uso che astrologhi, astronomi e piloti allor faceano dell’astrolabio.
Non volendo interrompere l’abbozzo della cultura scientifica sotto re Ruggiero, io ho lasciata addietro, nel cominciar questo capitolo, la matematica pura, del cui studio non tratta alcuna memoria di quell’età; quantunque e’ non si possa dar che sia stata negletta in Sicilia, quando vi fioriano sì felicemente i rami di scienza applicata. Ma se il caso mutilò in questa parte, come in tante altre, la storia letteraria, il dotto zelo della presente generazione ha provato che l’aritmetica e la geometria furono onorate alla corte di Federigo, degno erede dell’avol materno. Abbiamnoi fatto cenno de’ problemi di geometria ch’egli mandò a Malek-Kâmil mentre negoziava per l’acquisto di Gerusalemme.[780]Altri ei ne indirizzò al dotto ebreo spagnuolo, Giuda Cohen ben Salomon, che venne poi a stanziare in Italia.[781]Gli scritti di Leonardo Fibonacci, dati non è guari alla luce, attestano che questi, nel dugenventicinque o pochi anni appresso, dedicò all’imperatore il libro de’ quadrati; che Federigo leggea volentieri il suoLiber Abbaci; e che «dilettavasi, son proprio le parole dell’autore, di apprendere certe sottilità appartenenti alla geometria ed ai numeri.»[782]Ritraggiamo da un altro opuscolo del Fibonacci intitolato a modo arabico «Il Fiore,» che a Pisa, in presenza di Federigo, ei sciolse certi problemi proposti da un maestro Giovanni da Palermo, filosofo della corte;[783]che maestro Teodoro, filosofo palatino anch’egli, avea presentate in altra occasione al Fibonacci delle tesi intorno i numeri quadrati;[784]che il pisano fece sapere per epistola a Teodoro i suoi trovati recenti su le regole di società;[785]e ch’ei mandò all’imperatore, per un Robertino donzello della corte, alcuni corollarii della teoria delle frazioni.[786]
Dei quali nomi proprii i due primi ci sono noti d’altronde; e similmente l’ufizio di filosofo che comparisce nella corte bizantina fin dal quarto secolo, e ritorna in alcune chiese di Sicilia all’epoca normanna.[787]Giovanni da Palermo era de’ notai, o diremmo oggi segretarii, di Federigo; il quale lo mandò ambasciatore a Tunis il dugenquaranta: onde argomentasi ch’ei sapesse l’arabico e forse fosse di schiatta musulmana.[788]Maestro Teodoro comparisce in corte, se non tra i grandi, certo tra i più intimi dell’imperatore: mandatogli apposta il dugentrentanove un legnetto per ritornare nel reame, dond’erasi allontanato con licenza e forse con missione del principe;[789]spacciatogli non guari dopo un foglio bianco col sigillo regio,affinch’ei vi scrivesse in arabico le credenziali degli ambasciatori di Tunis;[790]richiestogli di manipolare per uso della corte degli sciroppi e dello zucchero di viola;[791]e quel ch’è più, affidatogli il geloso ufizio di spiare negli astri il momento propizio alle fazioni di guerra:[792]nè sappiamo s’ei fu «de’ negromanti astrologi e vati, ministri di Belzebù e d’Astarotte» che Federigo perdea (1248) nella strepitosa sconfitta di Parma.[793]Siciliano o antiocheno di nascita, arabo o greco di stirpe,[794]questo Teodoro, al par che Giovanni da Palermo, ben simboleggia la scienzaarabica rimasta in Sicilia nella prima metà del decimoterzo secolo: un po’ di tutte le dottrine matematiche e naturali; sogni misteriosi e germi di verità, e tra i più proficui, l’aritmetica e la geometria. Nelle quali Giovanni e Teodoro doveano pur sentire molto innanzi, s’e’ proposero de’ problemi a quel gran concittadino di Galileo, quando, studiata la scienza in Barbaria, la perfezionò e venne a promuoverla in Italia.
Ed ecco la mia navicella a vista della prima restaurazione degli studii in Italia, anzi in Europa; ond’è forza arrestarmi, sì perchè non basterebbero le mie forze a continuare il viaggio, e sì perchè quell’incivilimento si debbe a tanti altri fattori, non meno efficaci che la tradizione scientifica e letteraria de’ Musulmani di Sicilia. La qual nazione, estinguendosi, lasciava sì il picciolo suo peculio a’ Latini che l’avean morta; ma essi già s’erano arricchiti d’altre parti, come si dimostra per l’esempio di Gerardo da Cremona, Leonardo Fibonacci, Guido Bonatti, Gerardo da Sabbionetta, Brunetto Latini, Simone da Genova e tanti altri.
Pertanto io mi rimango a pochi cenni, e, passando dalle matematiche alle scienze naturali, debbo ricordare in primo luogo, che la fama accusò l’imperatore di profana curiosità ne’ misteri della creazione. I Frati minori, suoi nemici accaniti, andavano buccinando quelle che il Salimbeni chiama le superstizioni di Federigo: or ch’egli avea fatti sventrare due uomini per indagare la fisiologia della digestione.; or che dava ad allattar de’ bambini, vietando alle baliedi vezzeggiarli con parole, sì che lo sperimento mostrasse qual idioma balbetta l’uomo dassè solo, se l’ebraico, come dice la Scrittura, ovvero il latino, il greco, l’arabico; ma aggiugneano i Frati che le povere creaturine n’eran morte di tristezza.[795]I dotti israeliti intanto lodavano il genio di Federigo per la Storia naturale.[796]E questo è provato in vero da fatti notissimi: gli animali esotici ch’ei raccolse;[797]la storia degli animali d’Aristotile compendiata da Avicenna e, per commissione dell’imperatore, tradotta in latino da Michele Scoto,[798]indi in ebraico non si sa da chi nènè quando;[799]il libro della fisionomia, composto per lui dal medesimo Scoto;[800]il trattato della caccia co’ falconi, opera propria di Federigo;[801]il libro d’ippiatrìa, compilato secondo i suoi dettami da Giordano Ruffo di Calabria[802]e tradotto in ebraico da un anonimo;[803]il trattato di veterinaria attribuito ad Ippocrate, e tradotto dall’arabico in latino per maestro Mosè da Palermo.[804]
Non è questo il luogo di toccare la scuola medica di Salerno, nella quale i dotti latini gareggiarono co’ giudei[805]e co’ musulmani; e i medici di Sicilia vi recarono il tributo di lor dottrina, come si argomenta dal nome di Pietro Siciliano che comparisce nella seconda metà dello undecimo secolo, seguito da un Giovanni figlio di Costantino siciliano.[806]Sappiam noi come Guglielmo secondo onorasse di molto, al par che gli astrologhi, i medici musulmani che capitavano in Sicilia;[807]come Federigo non soloprovvide con le leggi allo studio della medicina, ma par abbia promossa la pubblicazione di alcuna opera medica e la traduzione d’alcun’altra;[808]sappiamo l’accoglienza che trovò a corte di Palermo, verso la metà del decimoterzo secolo, il medico Taki-ed-dîn, il quale venendo a Bugia da’ paesi di Levante, soffermossi in Sicilia.[809]E visse nell’isola infino alla seconda metà del secolo decimoterzo chi seppe sì bene la lingua arabica e la medicina, da poter voltare dal testo in lingua latina, la grande opera medica di Razi, intitolataEl-Hawi, ossia «Il Comprensivo,» della quale Carlo primo d’Angiò avea domandato ed ottenuto un codice dal re di Tunis. Il traduttore, per nome Farag, figliuolo di Salem, ebreo di Girgenti, portò a compimento, nel febbraio del milledugentosettantanove, questo lavoro; il quale sendo stato approvato da eletti medici di Napoli e di Salerno, ne fu fatta per uso della corte una bellissima copia in pergamena, divisa in cinque grossi volumi; la quale dopo quattro secoli capitò nella collezione di Colbert, ed or è serbata ne’ tesori della Biblioteca nazionale di Parigi.[810]Cotesto lavoro non solamenteè pregevole per la storia letteraria, ma potrà servire tuttavia agli scienziati ed a’ filologi, terminando con un indice ed un ampio glossario di medicamenti semplici, al quale è messo a riscontro il nome latino con l’arabico e spesso anco col greco, scritti in caratteri nostrali.[811]
Quantunque gli Arabi, togliendo, come noi, dai Greci il vocabolo filosofia, l’abbian usato in senso diverso da quel ch’ebbe in Europa nel medio evo, e l’abbiano ristretto alle speculazioni metafisiche e fisiche dell’antichità, pure io non credo che re Ruggiero siasi mai dato a così fatta disciplina, sì come affermano Sefedi ed Omari da me citati.[812]Edrîsi, nella dedica della geografia, gli dà lode soltanto per le scienze delle due classi che noi chiameremmo politica e matematica:[813]e da tutto quel che sappiamo diquesto gran principe, ei ci sembra inclinato alle scienze pratiche e positive, più tosto che alle astrattezze su la natura e le relazioni degli esseri. Quindi è verosimile che que’ due scrittori arabi del decimoquarto secolo, indotti in errore dalla fama che tuttavia predicava la corte sveva di Sicilia com’emporio d’ogni bel sapere, abbiano attribuita a Ruggiero una lode che andava piuttosto al figliuolo della sua figlia. Pure nella seconda metà del duodecimo secolo, gli studii filosofici propriamente detti eran già progrediti di molto in Italia e particolarmente nelle regioni meridionali. A quegli studi par che accenni, e non alla scienza e alla coltura in generale, il dotto fiorentino, Arrigo da Settimello, nel carme latino dettato allo scorcio del secolo, là dov’ei dice che la filosofia tenea corte bandita in Sicilia.[814]
Il genio dunque dei tempi, l’adolescenza passata a corte di Palermo, la quotidiana provocazione di papi ambiziosi e tracotanti, ed anco la sottigliezza del cervello germanico, disponeano Federigo alla metafisica. Si potrebbe supporrea priorich’ei fosse stato educato alla scuola peripatetica degli Arabi, poichèl’Europa cristiana in quel tempo non soleva attingere ad altre fonti che a quella. Cresce l’argomento col noto fatto ch’ei menò seco alla Crociata un musulmano di Sicilia, col quale avea studiata già la dialettica.[815]Ed abbiamo per prima prova l’opinione generale del secolo, quando la Corte papale e i frati, e i nemici dell’impero e la turba infinita de’ ciechi di quella età, più arrabbiati assai che i ciechi d’oggidì, accusavano Federigo di miscredenza e gittavangli addosso le più sciocche calunnie;[816]e, quel ch’è più, i Cristiani mormoranti contro Roma in Italia e fuori, lo biasimavano di liberi pensieri, e persino il Poeta che avea messi in inferno tanti papi, lo chiuse entro un’arca ardente della città di Dite. Ma da pochi anni in qua son venute fuori notizie dirette e precise intorno la scuola ch’ei seguì.
Un codice arabico della Biblioteca bodlejana d’Oxford, intitolato «I Quesiti siciliani» racchiude le quistioni filosofiche «mandate a’ dotti di Levante e di Ponente dal re de’ Romani, imperatore e principe della Sicilia, e le risposte che fecevi in Ceuta,per volere di Rascid califo almohade, il dottissimo sceikh ’Abd-el-Hakk-ibn-Sab’in.» Cotesto re de’ Romani era ben Federigo, poichè il riscontro delle date, conduce per l’appunto al suo regno. Ed ecco il tenor de’ quesiti:
Primo. «Il filosofo (Aristotile) in tutte le opere sue dice espresso esistere il Mondoab aeterno: ei così pensava di certo. Or, s’ei lo dimostrò, quali furon le prove; e se no, in che maniera ei ne discorre?»
Secondo. «Qual è lo scopo della scienza teologica e quali sono i suoi postulati preliminari, se postulati essa ha?»
Terzo. «Che cosa sono le categorie? E come quelle dieci che ne conosciamo servon di chiave ad ogni maniera di scienza? Ma le son veramente dieci; e perchè non se ne può togliere nè aggiugnere alcuna? Come poi si prova tuttociò?»
Della quarta tesi non è trascritto il testo, ma si ritrae che risguardava la natura dell’anima, la sua immortalità e la contraddizione che appariva in questo subietto tra Aristotile ed Alessandro d’Afrodisia.
Quinto, «Come vanno spiegate queste parole di Maometto: «Il cuor del Credente sta tra due dita del (Dio) Misericordioso?»
Bastano così fatte domande a svelare lo scettico. Ibn-Sab’în che non l’era meno di Federigo, rispose pure in tutti i capi da specchiato ortodosso musulmano, pratico dell’arsenale della scienza e bene informato della storia de’ filosofi greci; poichè oltre i molti peripatetici, ei cita a proposito dalla immortalitàdell’anima, «il divino Piatone e Socrate suo maestro,» non che il Corano, il Vangelo, il Pentateuco, i Salmi e i Fogli (Sohof), antichissima rivelazione, com’e’ pare, de’ Sabii. Ma di sotto il casto ammanto uscìa la zampa di Satan. Discorrendo della teologia e de’ suoi fondamenti scientifici, Ibn-Sab’în scrivea che, se l’imperatore pur volesse chiarirsene meglio, venisse in persona a parlargli o mandassegli alcun suo scolastico (motekallim) o almeno un uom fidato al quale consegnare sicuramente lo scritto: tanto più che coteste sospette proposizioni eran già note a tutti in quel paese, come fuoco che s’accenda in alto: e v’era di molti barbassori ignoranti e maligni, che al solo odore di quesiti così fatti, davano dell’asino al proponente e di matto all’interrogato. Leggiamo nel preambolo di questo dotto squarcio peripatetico, che il messaggier dell’imperatore, avuto lo scritto, offrì grossa somma di danaro per mani del governatore di Ceuta; che Ibn-Sab’în la rifiutò, e ch’ei ricusò al paro i ricchi doni mandatigli da Federigo, quand’ebbe sotto gli occhi la risposta. La proposizione de’ Quesiti Siciliani va riferita, su per giù, al milledugenquaranta.[817]
Noi non ritraggiamo se Federigo abbia soddisfattala curiosità filosofica, al modo che gli proponeva Ibn-Sab’în. Questo sapiente, che allor avea forse venticinque anni, e s’era già, di Murcia sua patria, rifuggito in Ceuta per una prima persecuzione religiosa, fu costretto nuovamente a mutare soggiorno, da’ teologi Musulmani che non gli perdonavano l’audacia, nè il sapere. Passò da Ceuta a Bugia, indi a Tunis e al Cairo, e infine alla Mecca; precorso e avviluppato sempre dalla fama dizindike panteista, ancorchè ei cercasse di nascondersi sotto il mantello del sufismo e delle scienze mistiche. Ebbe, come gli antichi filosofi, gran seguito di discepoli e di gente che ammirava la sua dottrina ed eloquenza, o gli era grata per la inesauribile carità. Ma prevalendo i nemici, ei, con esempio singolare appo i Musulmani, si fe’ segar le vene e morì da stoico: onde crebbe l’ammirazione de’ suoi discepoli e il trionfo de’ nemici.[818]Se non fallisce un cronista anonimo trascritto dal Makkari, la fama di questo filosofo arrivò in Italia. Abd-Allah signore di Murcia, della dinastia de’ Beni Hûd, spogliato improvvisamente da Alfonso di Castiglia che avea accettato da lui l’omaggio feudale, tentò un appello al papa pel falsato giuramento, com’io credo. Mandò a quest’effettoin Roma un fratello d’Ibn-Sab’în, per nome Abu-Taleb; il quale presentatosi al papa, s’accorse che questi al vederlo si messe a parlare di lui “in lingua barbara” co’ suoi cortigiani; onde informatosi arrivò a sapere aver detto il papa che il suo fratello era in vero il principe de’ teologi musulmani. Tornando l’ambasceria al dugenquarantatrè, perchè allora i Castigliani occuparono Murcia; si dee riferire quel giudizio ad Innocenzo IV, uomo di molta dottrina e testè amico dell’Imperatore. E sembra cosa molto verosimile che Innocenzo avesse anco lette le risposte ai Quesiti Siciliani, le quali di certo levarono gran romore tra gli adètti della scienza.[819]
In tal frequenza di commerci intellettuali, non poteano rimanere ignote a corte di Sicilia le opere del gran filosofo israelita di Spagna morto nei primi anni di quel secolo, Musa-ibn-Meimûn, chiamato dagli scrittori cristiani Maimonide. E già l’erudizione moderna, frugando gli scritti degli Israeliti italiani, ha scoperte vestigia dell’abboccamento di Federigo con un dotto, non sappiamo se ebreo o musulmano, col quale lo imperatore si maravigliò che Maimonide non avesse spiegato nella «Guida de’ Dubbiosi» nè tra le «Ragioni de Precetti» l’origine del rito mosaico di purificazione con le ceneri della giovenca rossa (Numeri, cap. XIX); e soggiunse parergli che quell’uso fosse nato per vero dall’olocausto del lione fulvo, ch’egli ritraea dal «Librode’ Sapienti indiani»[820]Da cotesto cenno si è conchiuso a ragione, che Federigo ebbe alle mani la versione ebraica, o piuttosto l’originale arabico, della famosa «Guida;» e si è supposto con verosimiglianza ch’egli stesso n’abbia fatta far la prima traduzione latina.[821]Speriamo che ulteriori indagini rischiarino cotesti particolari di Storia letteraria. Intanto non è da porre in dubbio tal aneddoto, che allarga sempre più il campo delle cognizioni da attribuirsi a Federigo.
Nè egli coltivò la filosofia sol per utile e diletto proprio, ma sì la promosse ne’ suoi domimi e in tutta Cristianità. Accenneremo appena alla Università fondata in Napoli; a’ sussidii assegnati per gli studenti poveri; ai “dottori chiamati da ogni parte del mondo, come dice il Jamsilla, con liberali premii e provvisioni.”[822]Raccolti nella sua biblioteca moltissimi codici arabici e greci, Federigo li facea tradurre in latino, per comodo pubblico. Ci rimane la nobile epistola con la quale ei mandava in dono ai professori ed agli studenti di Bologna la versione di «certi scritti di Aristotile e d’altri filosofi su la dialettica e la cosmologia,» affinchè giovassero a propagare lascienza, «senza la quale, ei dicea, la vita dei mortali non si conduce liberalmente.» Impossibile e’ sembra che Federigo non abbia arricchita, di quelli e d’altri trattati, la sua cara Università di Napoli; e si ritrae che Manfredi, imitando l’esempio del padre, inviò all’Università di Parigi, forse le stesse opere e di certo la stessa epistola, ricopiata e mutatovi il nome.[823]Pensano gli eruditi che coteste versioni siano state, tutte o parte, opera di Michele Scoto.[824]Non guari dopo, Bartolomeo da Messina, per commissione di Manfredi, tradusse dal greco in latino l’Etica d’Aristotile;[825]e un tedesco per nome Hermann voltò in latino, per voler dello stesso principe, le parafrasi arabiche, o compendii del medesimo ed’altri libri d’Aristotile.[826]Aggiungansi le altre versioni d’opere di matematica, di medicina, di storia naturale, d’astronomia o astrologia, dovute al patrocinio di Federigo o del figliuolo, delle quali abbiam già fatta menzione. Come poi i Giudei furono in Occidente, per tutto il medio evo, gli interpreti più assidui della dottrina araba, così Federigo favorì, insieme con le latine, le traduzioni o compilazioni ebraiche degli scritti arabi di scienza. Oltre i supposti che abbiamo riferiti poc’anzi intorno la versione della «Guida de’ Dubbiosi,» si ritrae per positive testimonianze che Giacobbe figlio di Abba Mari, medico di Marsiglia, stipendiato largamente dall’imperatore, e venuto a Napoli, compì quivi il dugentrentuno la versione ebraica dell’Almagesto, e il trentadue, quella del comento di quattro libri d’Aristotile per Averroes.[827]Similmente si ritrae che Giuda Cohen figlio di Salomone, ebreo spagnuolo, compilatore di una grande enciclopedia scientifica ch’ei dettò in arabo e tradusse in ebraico, passò in Italia del quarantasette, dopo avere risposto per ben due volte ai quesiti scientifici di Federigo:[828]onde possiamo argomentare che questi l’abbia chiamato di qua dalle Alpi, allettandolo con quella savia liberalità che usò verso ogni altro scienziato.
Quindi si è creduto che Federigo intendea l’ebraico; ed altri ha aggiunto, con maggiore verosimiglianza, il greco, poichè v’ha una versione greca delle sue costituzioni,[829]e si sa che al suo tempo questo idioma prevaleva in alcune città della Sicilia e del Napoletano. Per buoni argomenti si ritiene che Federigo seppe il provenzale e il francese;[830]nè è da mettere in forse ch’ei parlò, qual meno e qual più spedito, l’italiano, il latino, l’arabico e il tedesco.[831]Dubbio è che in latino e in provenzale,[832]certo ch’egli abbia verseggiato in italiano, al par che alcuni suoi figliuoli e cortigiani: il che non vuol dir che Federigo inventò la nostra poesia, nè che fondò, propriamente parlando, un’Arcadia in Palermo, come sognavano gli eruditi del secol passato; ma che primo, o tra i primi, egli introdusse in Italia la moda arabica e provenzale di recitare a corte, de’ versi dettati nella lingua che ciascun parlava. La quale usanza aulica, promosse la nostra letteratura assai più ch’e’ non sembri a prima vista. Federigo rese popolari le novelle rime, con le attrattive del canto e dei suoni.[833]E se ben mi appongo, suscitossi nell’animo de’ contemporanei unaindefinita ma irresistibile brama di civiltà, a veder il nipote di Barbarossa, che scendea dal trono per conversare co’ dotti e mescolarsi negli esercizii delle arti liberali e ne’ sollazzi: gentile, piacevole di tratto, arguto, tollerante degli altrui detti,[834]vivace e versatile ingegno, ed a volte profondo, nudrito e non soffocato dalla erudizione, splendido ed elegante negli arredi e negli edifizii ch’ei fece costruire.[835]Con la potenza, la ricchezza e l’alto animo, egli cooperò quanto niun altro uomo del medio evo, a’ progredimenti dell’intelletto umano in Europa.