CAPITOLO VII.

CAPITOLO VII.

Padrona ormai del suo regno, Costanza messe da canto il testamento del marito che chiamava alla reggenza il gran siniscalco imperiale Marcualdo de Anweiler; accomiatò i condottieri tedeschi; fe’ venire in Palermo Federigo, bambino di quattro anni; domandò per lui l’investitura papale; e, senza aspettar quella, fecelo incoronare re di Sicilia (17 maggio 1198).[486]Dell’affrettarsi ella avea ben donde. Sendo morto Celestino poco appresso l’imperatore, e rifatto pontefice Innocenzo III (8 gennaio 1198), apparve fin dai primi istanti quel genio dominatore, del quale noi riconosciamo la possanza, ma dobbiamo condannare talvolta gli intenti e le vie; mentre gli scrittori papalini ed anco alcuni acattolici levanlo al cielo, invaghiti del dispotismo religioso e politico ch’egli esercitò a tutta possa. Innocenzo gridò: fuori i Tedeschi; ma volle stender la mano su i territorii occupati da loro nell’Italia di mezzo; ei fece plauso alla regina di Sicilia iniziatrice di quella riscossa nazionale, ma volle dar corpo all’ombra dell’alta sovranità pontificia su la Puglia e cancellare le regalìe ecclesiastiche in Sicilia.[487]MorìCostanza (27 novembre 1498) mentre si schermiva come potea contro quel molesto amico; e per manco male, chiamò lui stesso tutore di Federigo e del reame, affidando, con tutto ciò, il governo a quattro ministri: che fu buona cautela e salvò la corona, ma sprofondò il paese per dieci anni nella guerra civile.

Dei ministri reggenti, l’arcivescovo di Capua venne presto a morte;[488]il gran cancelliere Gualtiero de Palearia, vescovo di Troja, diffidava forte del papa; al contrario, Caro arcivescovo di Morreale parteggiava per lui; e Bartolomeo Offamilio arcivescovo di Palermo, fratello di quel Gualtiero che fu sì malaugurato consigliere di Guglielmo II, pendeva a parte tedesca. La quale rinacque per timor dell’ambizione romana, che i regnicoli non poteano dimenticare e non sapeano rintuzzare da sè soli. I condottieri d’Arrigo creati feudatarii nel reame, i quali s’erano rannicchiati alla morte del signor loro, levarono il capo alla morte di Costanza, perchè nel regno parvero assai comodi ausiliari: buone spade contro i partigiani del papa e pur sì poche da non portare pericolo al paese. Crebbe la parte tedesca quando Innocenzo, nel furor della lotta, adoprò stranieri contro stranieri; favorì il conte di Brienne, il quale, sposata una figliuola dell’ultimo re normanno, venìa di Francia, pretendente armato, facendo le viste dirivendicare i soli feudi di Taranto e Lecce.[489]Ma chi mai si sarebbe fidato di trattenerlo nel corso delle vittorie, se una morte immatura non l’avesse tolto di mezzo? E chi sapea se Innocenzo, viste le noie ch’eran venute per sessant’anni alla corte di Roma da quel re di Sicilia mezzo vassallo e mezzo indipendente, non volesse or porre uno o parecchi grandi feudatarii in Terraferma ed un regolo nell’isola? Certo egli è che questo o simile disegno trasparisce nella condotta del papa, da’ principii del milledugento, quand’egli accolse Brienne in Roma, infino alla metà del dugento otto, quand’ei tenne un parlamento a San Germano, esercitando atti da signore diretto piuttosto che sovrano feudale.

Le quali cose io ho voluto avvertire, quantunque non siano immediatamente connesse col mio subietto, affinchè si rifletta meglio su la storia di questoperiodo. Il prestigio d’un gran nome, la materia degli avvenimenti fornita la più parte dalle epistole d’Innocenzo o dall’anonimo biografo suo, la moda religiosa del nostro secolo, han fatta pendere troppo la bilancia a favor del papa. Secondo me, un’esamina imparziale fa comparire men reo il cancelliere, meno candido il papa e niente sciocca la cittadinanza di Palermo e di Messina, la quale seguì i consigli del cancelliere e fu vero sostegno del trono, pria con Innocenzo contro Marcualdo e poi con questo ed altri condottieri contro Innocenzo. Con gli altri errori va cancellata la generosità cavalleresca, che suolsi in oggi attribuire ad Innocenzo per avere educato Federigo alle scienze e alle lettere, contro l’interesse della corte di Roma. Se vero fosse il fatto e dimostrato l’interesse, Innocenzo meriterebbe soltanto la lode che, potendo, ei non avesse tradito il suo pupillo. Ma certo è che nè il figlio di Arrigo VI, nè la reggia di Palermo dov’egli fu educato, nè il governo della Sicilia, non caddero mai nelle mani di Innocenzo, nè de’ suoi partigiani. Se il papa scrisse lettere paternali, se talvolta mandò in Palermo uomini di garbo a visitare il fanciullo e tentare il passo, ei trovò sempre chi gli rispose con parole, inchini e niente altro: e n’abbiamo la confessione nelle epistole sue stesse.[490]

In questo interregno, come va chiamato per essere stata tanto disputata l’autorità pubblica, tre uomini vi stendean la mano, cioè il papa, Marcualdo e il cancelliere, il quale sbarazzossi presto de’ ministri compagni. I pretendenti, scarsi di forze tutti e tre, prevalsero a volta a volta in grazia de’ corpi secondarii dello Stato, i quali secondo le proprie passioni e gli interessi veri o supposti, si aggregavano or con l’uno or con l’altro. Voglio dire le città, i feudi, le Chiese vescovili, i ricchi monasteri e perfino i capitoli di alcune Chiese nell’assenza del vescovo e in Sicilia anco i Musulmani; i quali seguendo interessi più chiari e durevoli che que’ d’ogni altro corpo, operarono con senno, fortezza e concordia.

Al principio dell’interregno era consumato un gran fatto, del quale non abbiamo ricordi espressi, nè sappiamo per l’appunto come nè quando fosse avvenuto: i Musulmani erano scomparsi di Palermo e teneano le montagne del val di Mazara. Perchè nel luglio del milledugento li veggiamo assediar la capitale con Marcualdo, senza che si faccia parola dicorreligionarii loro che rimanessero dentro le mura. La prova negativa risalisce anco a’ primi tempi dopo la morte di Costanza; nel quale scompiglio se i Cristiani di Palermo non rinnovarono le stragi del sessantuno e dell’ottantanove, convien che loro ne fosse mancata la materia. Dopo il dugento, i diplomi e le cronache danno notizie de’ soli Musulmani di provincia, e se qualche nome avanza nella capitale, rassomiglia a que’ rottami che attestano il naufragio: qua un ricordo che l’imperatrice Costanza avea donato al cancelliere il giardino d’uno Scedîd entro le mura di Palermo;[491]lì un diploma del cancelliere che, in nome del re bambino, rimeritava i servigi d’Elia canonico del Duomo, concedendogli la metà d’una vigna del trapassato notaio saraceno Buccahar.[492]

Agevol cosa è a comprendere come sia seguito cotesto gran mutamento sociale entro i dieci anni che corsero sotto Tancredi, Arrigo e Costanza. La condizione legale de’ Musulmani rimanea forse la stessa; ma la riputazione a corte, la sicurezza delle persone, de’ beni, delle industrie, era ita per sempre. Possiamo tener certo che i fuggitivi dell’ottantanove non ritornaron tutti in Palermo l’anno appresso, e che de’ ritornati, molti non rimasero a lungo;quand’era sì facile ai mercatanti e agli artigiani delle città di emigrare in Affrica alla sfilata. I Musulmani poi delle terre e delle ville, doveano andarsene molto volentieri alla montagna, quando i lor poderi passavano dal demanio a feudatari laici o ecclesiastici, e però i vassalli avean che fare con padroni uggiosi ed avari, anzichè coi lontani e condiscendenti eunuchi della corte. Nè le concessioni a preti e soldati scarseggiavano tra que’ tempestosi mutamenti di dominio. Ci avanza, per attestare il fatto, qualche titolo di proprietà ecclesiastica che risguarda villaggi musulmani ed appartiene appunto a questo periodo.[493]

Innocenzo aggravò il male per imprudenza, come spesso avveniagli. Mettendo sossopra l’Europa per adunar uomini e sopratutto danari che servissero, come diceasi, al racquisto di Terrasanta, ei mandò in Sicilia a bandire la Crociata (luglio 1198) due commissarii; i quali non cavarono un quattrino dai ricchi prelati dell’isola. Indi il papa a capo di sei mesi, quand’era già morta la imperatrice, rincalzava con un rescritto (5 gennaio 1199) che si pigliassero tutte le entrate ecclesiastiche, toltone appena le spese del vitto e del culto: onde si vede qual terribile aggravio cadea su i preti e i frati, i quali ben s’intende che lo scaricavano su i loro vassalli, lapiù parte musulmani.[494]Come se ciò non bastasse, Innocenzo scrivea lo stesso giorno al vescovo di Siracusa, primo commissario della Crociata: già in Sicilia i Pagani convertiti ricader nello errore; gli eretici risentirsi: scomunichi, dunque, gli apostati ed ogni lor fautore; bandisca la maledizione per tutta la provincia, ogni giorno festivo, a lumi accesi e suon di campane; faccia confiscare dal principe i beni degli scomunicati; badi che gli altri Saraceni battezzati non seguano lo esempio; li esorti a ciò; anzi li costringa e li faccia costringere dall’autorità pubblica.[495]La data di questo scritto prova che alla morte di Costanza i Musulmani, sentendo venire i tempi grossi, gittarono la maschera e si messero in parata; poichè supponendo somma celerità negli spacci di Sicilia e nella risposta di Roma, si dee ritenerecorso un mese da’ primi segni del movimento alla data della lettera pontificia. Il movimento senza dubbio fu che i Musulmani, i quali s’erano già infinti cristiani nelle città, per amore del queto vivere e nelle campagne per trovare grazia presso i nuovi signori, s’accorgeano che oramai l’ipocrisia non valesse a salvar la pelle nè la borsa; ovvero vedeano giunta l’occasione di spezzare il giogo, onde correano alla montagna, alle forti castella tenute da’ correligionarii loro. Parecchi diplomi degli anni seguenti certificano la fuga de’ villani che pare incominciata, innanzi il milledugento.[496]Possiamo dunque immaginarci il rimescolamento di popolazione e di proprietà che avvenne in Val di Mazara. Qua gli abitatori Musulmani delle castella e ville cacciavano i fattori de’ signori cristiani laici ed ecclesiastici: là i contadini musulmani lasciavano la gleba per andare a coltivare i territorii rivendicati, pascolare le greggi in que’ monti o guadagnar la vita depredando e saccheggiando.

I due brevi del papa potean destare un terribileincendio. E’ si vede che Innocenzo volle mandare ad effetto, dopo la morte di Costanza, la solita sua minaccia di bandire la croce contro i Musulmani di Sicilia: chè altro non significa quel raccogliere tutto il danaro delle chiese, quel ripetere sì spesso i riti della scomunica per tutta l’isola; quel chiamare il braccio secolare contro i neofiti che tentennassero. Era il segnale d’una persecuzione, anzi d’una proscrizione non meno sanguinosa di quella che lo stesso uomo eccitò a capo di pochi anni contro gli Albigesi. Ma in Sicilia le istigazioni papali valser poco appo i Cristiani; e i Musulmani se ne risero in loro forti recessi. Nè andò guari che il papa fu costretto a piaggiar que’ nemici della fede, con lettere infiorate di filosofia e di tolleranza.

Com’egli è dimostrato dai fatti susseguenti, i Musulmani si strinsero tra loro, si chiusero nelle fortezze e, su le prime, stettero a vedere. In qual si potean fidare dei tre aspiranti alla reggenza? Nell’imâm dei Nazareni no al certo; e poco meno nei ministri, tutti vescovi, e, per giunta incapaci di raffrenare, se pur l’avessero voluto, il clero e i baroni, e niente disposti ad usare verso i Musulmani quella moderazione che Innocenzo cominciò a raccomandare quando non era più tempo. Si volsero dunque i Musulmani a Marcualdo che lor dovea parere il vero reggente, vindice delle leggi, nemico di quel clero che aveva usurpato il patrimonio de’ lor maggiori, e chiamato dal buono imperatore Arrigo alla tutela di Federigo legittimo principe loro. Com’e’ s’ordinassero, non sappiamo: se ubbidirono a quel capo che fu poimorto nella battaglia di Morreale, ovvero se fecero una lega di sceikh delle castella e villaggi, come sembra dalla epistola che Innocenzo loro indirizzò poco appresso. Il territorio occupato prendea gran parte delle odierne province di Palermo, Trapani e Girgenti.

Marcualdo, cacciato dalla Marca d’Ancona, incalzato tuttavia in Puglia dalle armi e dalle pratiche del papa, ribenedetto e nuovamente scomunicato con tanto maggior furore, prese l’audace partito di passare in Sicilia per impadronirsi della capitale e del re. Aiutato di navi e genti dai Pisani, ei s’imbarcò in Salerno; pose a terra a Trapani,[497]in su lo scorcio d’ottobre del centonovantanove. Sperava di certo ne’ Musulmani e nella perturbazione del paese; ma in quelle prime scene della tragedia, i comuni e la più parte dei feudatarii, non che i reggenti, abborrirono dal satellite d’Arrigo VI. Come prima si seppe ch’egli era arrivato, i ministri reggenti chiesero aiuti al papa.

E Innocenzo immantinenti (20 novembre 1199) a suscitare i conti, baroni, cittadini e gli abitatori tutti della Sicilia contro questo nemico di Dio, della Chiesa e del re; questo ribaldo che adesca i Saraceni, dando lor a bere sangue cristiano e abbandonando a lor voglie le rapite donne cristiane: dondeil sommo pastore concede indulgenze di crociata a chiunque prenda le armi contro Marcualdo; sendo certo che, s’egli coi Saraceni arrivi a insignorirsi della Sicilia, sarà chiusa la via di Terrasanta.[498]Pochi giorni appresso il papa accarezza quegli stessi infedeli contro i quali ha bandita la croce: ei scrive “a tutti i Saraceni di Sicilia, con augurio di serbarsi fedeli alla Chiesa ed al re.” Loda la inconcussa lealtà di lor gente; dice, romaneggiando, esser nota a chiunque “la mansuetudine della Sede apostolica, usa a resistere a’ superbi e favorire gli umili e i soggetti;” s’allarga su la tirannide e perfidia di Marcualdo; avverte i Saraceni che un giorno costui li tradirà a fine di riscattarsi col sangue loro, quando tutta la Cristianità armata piomberà in Sicilia, pria d’andare al riscatto del Santo Sepolcro. Li esorta dunque il papa a star saldi sotto il principato, loro antico sostegno; mentre il Legato e i capitani della Chiesa portano contro Marcualdo le armi temporali, con espresso comando di astenersi da tutta offesa contro i Saraceni e di proteggerli, all’incontro, e contentarli di nuove franchige.[499]Ognun vede da coteste parole che il papa sperava ancora di spiccare da Marcualdo i Musulmani, non chiaritisi punto ribelli. E chi ha in pratica l’eloquenza ecclesiastica di tutti i tempi, capirà bene che que’ Saraceni propiziati, com’avea testè scritto il papa ai Siciliani, con vittime cristiane d’ambo i sessi, non erano il grosso della nazione, ma qualche mano di servi della gleba fuggitivi, corsi all’odordella preda e mandati da Marcualdo a dare il guasto ai paesi che non voleano riconoscere l’autorità sua.

Se non che a poco a poco la più parte degli abitatori del val di Mazara, Musulmani e Cristiani, seguirono Marcualdo; ond’egli, nella state del milledugento, avea accozzate tante forze da muover sopra la capitale. I reggenti, munitala come potean meglio, recarono Federigo per maggiore sicurezza, in Messina. Il papa mandò loro un po di danari, un Jacopo suo congiunto, maresciallo della Chiesa, alla testa di dugento cavalli, un cardinale legato e i due arcivescovi di Taranto e di Napoli, l’ultimo de’ quali conducea genti e navi. Accozzatevi in Messina le milizie siciliane, l’esercito mosse alla volta di Palermo, parte per terra e parte su le navi.

Con buono augurio giunsero gli uni e gli altri alla stessa ora, il diciassette luglio, quando la città, assediata per venti giorni, cominciava a patire penuria. Alloggiò l’esercito negli orti regii detti Genuardo:[500]ed apprestavasi a combattere la dimane; quando Marcualdo mandò un Ranieri di Manente, pisano, a trattare accordo o piuttosto a spiare e menare per le lunghe, tanto che gli assedianti raccogliessero nuove forze e che gli assediati consumassero quel po’ di danaro e di vittuaglie che rimanea loro. Così argomentava Anselmo arcivescovo di Napoli, caldo partigiano d’Innocenzo e narratore del fatto; il quale aggiugne ch’egli stesso e gli arcivescovi di Morreale e di Taranto s’opposero all’accordo e ch’eran quasi sopraffatti da’ fautori, il cancelliere, cioè,l’arcivescovo di Messina e il vescovo di Cefalù, quando un Bartolommeo, segretario d’Innocenzo, troncò i dubbii leggendo un breve che proibiva assolutamente di patteggiare con Marcualdo. Rincalzavano i soldati e il popolo, gridando morte allo scomunicato. Talchè dopo quattro giorni perduti, si venne alle mani, il ventuno luglio del milledugento.

Marcualdo era sceso in pianura per la valle dell’Oreto, il cui asse, prolungato a monte fino al pendio che guarda il mare Affricano, riesce a Giato ed alle altre fortezze de’ Musulmani ch’erano manifestamente la base della guerra. Aveva egli occupate a sinistra, con cinquecento Pisani e grandissimo numero di Saraceni, le alture di Morreale e posti gli alloggiamenti, com’e’ pare, tra i due luoghi chiamati in oggi la Rocca e il Ponte della Grazia, cioè tra il piè del monte e la sponda del fiume. L’esercito regio gli s’attelò di faccia, capitanando la destra il conte Gentile, fratello del cancelliere, coi fanti; la sinistra il maresciallo pontificio coi cavalli: il quale afforzavasi in un castello, che io credo la Cuba e stava a riscontro di Marcualdo. S’appiccò la zuffa alle nove del mattino, quando Gentile, Malgerio ed altri nobili salirono l’erta di Morreale, occuparono la terra, tagliarono a pezzi i Musulmani, uccisero, tra gli altri, Magded condottiero di quelli e di tutta l’ala sinistra;[501]campando appena, con unpugno d’uomini, Benedetto capitano de’ Pisani. Nel piano intanto Marcualdo co’ cavalli tedeschi e saraceni avea respinto per ben due volte gli assalti; ma al terzo scontro, il maresciallo si fece innanzi co’ suoi, sì che tutta l’ala sinistra de’ regii caricò il nemico, lo sbaragliò, irruppe nel campo: ch’eran le tre dopo mezzogiorno. Marcualdo fuggì; Ranieri, pisano, fu preso con molti altri uomini di nota; si sparpagliarono i vinti fuggendo pei monti e per le valli. Grande la strage; grandissima la preda; chè non bastò il rimanente della giornata a riportare in città tante ricchezze, tra le quali fu preso uno scrigno che conteneva proprio il testamento di Arrigo VI.[502]

La quale vittoria giovò poco, perchè il cancelliere, sempre più sospettando del papa, tagliò i passi al maresciallo e al legato, sì che frustati si tornarono a Roma; ed egli, arbitro del governo in Sicilia, ruppe una seconda fiata Marcualdo a Randazzo;[503]ma poi s’accordò con lui, per far contrappeso a Brienne: e per lo stesso motivo, credo io, tutta la Sicilia,[504]fuorchè Palermo e Messina, parteggiò pel condottiero ghibellino. Continuò infino all’emancipazione di Federigo quella tenzone tra il pastor della Chiesa universale e il vescovo di Troja, il quale alla fine fu sgarato dal possente avversario, o piuttosto l’uno prevalse in Terraferma, l’altro nell’isola; onde avvenne che non potendo conseguire intero, nè l’uno nè l’altro, il proprio intento, s’accordarono entrambi a favor del pupillo; secondati anco dalla fortuna che fe’ morire immaturamente i loro campioni, Brienne e Marcualdo. Tralasciando i particolari che son brutti, noiosi e intralciati, noi toccheremo soltanto la condizionein cui rimase Federigo, e diremo più largamente dei Musulmani.

Il re fanciullo fu ricondotto dopo la sconfitta di Marcualdo in Palermo;[505]dove presero cura di lui amorevolmente i cittadini e in particolare i canonici della cattedrale i quali par abbiano avuto molto seguito nel paese. Ebber Federigo in custodia successivamente il cancelliere, il conte Gentile suo fratello, Marcualdo, Guglielmo Capparrone condottiero tedesco, Diopoldo uom della stessa nazione, famigerato in tutta la guerra civile, e poi nuovamente il cancelliere; il quale, assentendo il papa, emancipò il giovanetto a quattordici anni e l’ammogliò con Costanza, sorella di Pietro II re di Aragona, vedova di Emmerico re d’Ungheria. Così dall’agosto del milledugento a’ primi di gennaio dugento otto, si educava alla scuola dell’avversità il re filosofo del decimoterzo secolo; chiuso nella città e forse nell’ambito della reggia e de’ giardini reali, per maggiore sicurezza della sua persona o gelosia di coloro che comandavano. Quand’egli uscì all’aperto, menato per mano dalla moglie, trovò usurpato, scompigliato, dissipato il reame. Nulla diremo della Terraferma, dove il papa mal potea domare l’anarchia feudale e pur usurpava egli stesso alcuni diritti del re e concedea feudi al proprio fratello e ad altri suoi congiunti. In Sicilia era distratta la più parte del demanio regio, tra usurpazioni e concessioni fatte da’ reggenti per abuso o necessità; Siracusa inoltre e parte della provinciateneasi da’ Genovesi, a’ quali la reggenza avea compiute finalmente le promesse di Arrigo VI sperando aver da loro qualche aiuto contro Pisa. Serbò fede il popolo e il clero delle altre città primarie, Palermo, Messina, Catania, Caltagirone, Nicosia, come Federigo stesso riconobbe con le parole e con le opere:[506]le quali città se valsero a difenderlo e fornire le spese della corte quand’egli fu emancipato, i loro fanti non bastavano a ridurre all’obbedienza il rimanente dell’isola. Donde la regina fu costretta a far venire il conte di Provenza, congiunto suo, con cinquecento cavalli assoldati, i quali condussero Federigo da Palermo a Catania e Messina (1209) e l’aiutarono tanto o quanto a farsi riconoscere da’ feudatarii ed a riscuotere un po’ di danaro; ma una epidemia decimò cotesti ausiliarii e la povertà della corte non permesse di rifornirli.[507]Molto meno poteva il re con forze sì scarse reprimere i Musulmani, che fin dal milledugentotto s’erano chiariti ribelli.

Il movimento de’ Musulmani a pro di Marcualdo (1200) non ebbe taccia di ribellione, poichè la più parte dell’isola riconoscea reggente il gran Siniscalco a preferenza del papa e del cancelliere. Quando il cancelliere poi s’acconciò con Marcualdo e questi entrò nella reggia di Palermo, i Musulmani andavan chiamati fedeli a tutta prova;nè smentironsi nelle vicende successive della corte. Il papa stesso, sapendoli forti e leali, avea data licenza al cancelliere, nell’ottobre, com’e’ pare, del milledugento, di far accordo con essi, mentre lo vietava con Marcualdo.[508]Qualche anno appresso Innocenzo li tenea sudditi incolpabili, poichè ficcatisi certi monaci di Morreale nelle castella di Giato e Calatrasi, feudi del monastero, ch’erano abitati senza il menomo dubbio da’ Musulmani, il papa scrisse aspre rampogne a que’ ribaldi, rinfacciò loro i patti fermati con Marcualdo, le pratiche fatte col Capparrone contro l’arcivescovo, ma non fece motto della società coi Musulmani, che sarebbe stata pure un bel capo d’accusa.[509]E v’ha più di questo. Nel settembre delmilledugentosei, quando Innocenzo credea d’avere ridotto all’obbedienza il cancelliere e i condottieri tedeschi di Sicilia, egli scrivea benignamente «al cadì e a tutti i kâid di Entella, Platani, Giato e Celsi e agli altri kâid e Saraceni tutti della Sicilia, con augurio di comprendere e amare la verità, ch’è Dio stesso.» Dopo questa definizione, più musulmana che cristiana e più filosofica che musulmana, il tollerante pontefice si rallegrava con que’ capi, che la misericordia divina li avesse difesi dalle tentazioni di tante maniere, con che altri avea cerco di trarli fuor dalla via dritta e li avesse mantenuti fedeli al signor loro, il re di Sicilia: e infine li esortava a continuare in quel partito onesto ed anco savio, poichè il re, prossimo alla età del discernimento, avrebbe saputo rimeritarli.[510]

Pur cotesta ammonizione, chiesta al papa, com’egli è evidente, da’ reggitori di Palermo, fa supporre ch’e’ già sapessero malcontenti i Musulmani e si studiassero a prevenire la ribellione loro. Della quale era apparecchiato il motivo. I capi guelfi e ghibellini del regno accordatisi alfine, come abbiam detto,a corte di Palermo, trovavano appunto esaurita, la comoda sorgente de’ beni demaniali, quando facea mestieri di attingervi nuovamente per soddisfare a tutte le cupidigie de’ loro partigiani e degli avversarii, pria dell’emancipazione del re. Ed appunto e’ sembra che gli ultimi territorii rimasi in demanio fossero abitati da Musulmani. Erano abitate di certo da loro le castella e le ville che Guglielmo II e i successori aveano concedute a varii corpi ecclesiastici, come la mensa vescovile di Girgenti, il monastero di Morreale e il clero di Palermo, sì benemerito a corte e sì potente nella capitale. Cotesti beni, tenuti ora da’ Musulmani si dovean rendere, poichè altro non v’era da dare in cambio; cioè a dire che i Musulmani doveano pagare lo scotto della reggenza. Così è bell’e fatto il comento d’un capitoletto delle Geste d’Innocenzo, che senza ciò mal si comprenderebbe. Scrive l’anonimo autore, tra varii avvenimenti da riferire al milledugentotto, che mentre il cancelliere soggiornava col re in Palermo e tentava ogni modo di togliere il palazzo regio al Capparrone, si trattò un accordo tra i costui partigiani e que’ del cancelliere; e che i Saraceni rifuggiti nelle montagne, avendone sentore, non solo si chiarirono ribelli, ma calati giù da’ loro recessi, dettersi a infestare i Cristiani, presero il castello di Corleone e minacciavano di far peggio.[511]Corleone era appunto la maggiore delle terre concedute daGuglielmo II al monastero di Morreale. A chiarir meglio il motivo di questa aperta ribellione, noi troviamo due anni appresso un diploma di Federigo, per lo quale sono rinnovate a favore della chiesa di Palermo larghissime concessioni del tempo di Arrigo o piuttosto di Costanza; e tra gli altri beni sono nominati de’ villaggi musulmani ed anco il tenimento di Platani,[512]dove i Musulmani fecero testa poi per tanti anni, a Federigo salito all’apice della sua possanza.

Federigo, quand’egli uscì di tutela più tosto che di fanciullezza, non pensava al certo di andar a trovare i Musulmani entro i lor monti. Molto meno poteagli venire in capo di racchetare que’ ribelli, stracciando i diplomi pei quali i beni or tenuti da loro erano stati conceduti alle Chiese o a’ baroni della sua corte. Pertanto ei lasciò stare questi, come tanti altri occupatori dei demanii dello Stato o de’ feudatarii, in Terraferma e nell’isola. E la ribellione dei Saraceni, durava ancora, anzi facean essi uno Stato dentro lo Stato, quando Ottone, eletto imperatore, venuto a Roma a prender la corona, si volse al conquisto del regno, favorito al par da’ Guelfi e da’ Ghibellini. Per procaccio allor de’ Pisani e di Diopoldo che si chiarì per lui, Ottone, occupate ch’egli ebbe Napoli e Aversa (1210), appiccò pratiche in Sicilia: onde corse la voce ch’ei fosse stato invitato da’ Musulmani e da alcuni feudatarii dell’isola a passar quivi con l’esercito, al qualesi prometteano validi aiuti per cacciar Federigo.[513]Perfin si disse che questi, sentendosi in pericolo, tenea bella e pronta sotto la reggia una galea per fuggire in Affrica.[514]


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