CAPITOLO VIII.
Ma Federigo prese via più sicura assai che la fuga. Il papa cercava un anti-imperatore ghibellino per abbattere l’imperatore guelfo, sua propria fattura: avea pertanto scomunicato Ottone; sciolti i sudditi dal giuramento; disseppellita la elezione del figliuolo d’Arrigo VI; accesa la guerra civile in Germania; e procacciata in un’adunanza a Nurembergla deposizione dell’uno e la elezione dell’altro, ch’indi fu detto da’ Guelfi “il re de’ preti” e talora “il ragazzo di Puglia.”[515]Questo animoso giovane di diciotto anni, fastidito di regnar senza governare nell’anarchia dell’Italia meridionale, gittossi a capo chino nella rivoluzione di Germania. Chiamato in fretta dagli elettori, diede a Innocenzo tutte le guarentigie di sommissione ch’ei richiedeva; e lasciati in Sicilia la moglie e il figliuolo Arrigo, navigò di Messina a Gaeta (marzo 1212); trovò il papa a Roma; andò per mare a Genova; e cavalcando per Pavia, Cremona e Trento, arrivò a Basilea (26 settembre), scansate a mala pena le poste de’ Guelfi. Ottone, ritornando addietro, lo inseguì invano. La guerra ingrossò, per la lega d’Ottone con l’Inghilterra e con altri nemici e ribelli della Francia; onde Filippo Augusto si fece tanto più volentieri paladino del papa. Ottone, vinto dal valor francese alla battaglia di Bouvines (27 luglio 1214), abbandonato da tutti, morì a capo di pochi anni (1218). E Federigo necessariamente gli sottentrò nella tenzone contro il papato; al quale era mancato in quel tempo Innocenzo (1216), ma avea lasciati dietro di sè funesti esempi d’ambizione e di violenza.
Dopo otto anni, Federigo, composte le cose in Germania, ritornò in Italia: incoronato imperatore in Roma (22 novembre 1220), calò nel regno a ristorare l’autorità ch’era tanto cascata abbasso in quegli ultimi trent’anni. Al quale effetto, in Terrafermaei convocò parlamenti, promulgò rigorose leggi, sforzò con le armi i baroni ricalcitranti. Passato nell’isola, gli bastò la riputazione a ridurre i Cristiani. Ma i Musulmani gli detter travaglio.
Perchè tra loro e i Cristiani tutti insieme, governanti e governati, baroni e clero e cittadinanza, era divenuto impossibile ogni accordo. Non esacerbava gli animi qui, come avvenne poi in Spagna, l’intolleranza religiosa del principe, nè del popolo: anco a considerare il clero solo, e’ ci sembra più cupido che fanatico fin dal regno di Guglielmo II;[516]anzi abbiam visto che Innocenzo, nel cento novantotto, tentò invano d’aizzare i Siciliani alla caccia degli Infedeli.[517]Ma del sangue se n’era sparso, della roba depredata e distrutta d’ambo le parti: e il maggior ostacolo era la condizione sociale de’ Musulmani e la condizione politica de’ Cristiani. Vivendo da più di venti anni nelle terre occupate, o come pensavan essi, rivendicate, del Val di Mazara, i Musulmani non si poteano sottomettere senza accettare la povertà e il servaggio; poichè il principe doveva onninamente restituire beni e villani ai concessionarii, la più parte dignitarii ecclesiastici. I quali essendo i veri partigiani del trono, convenia che Federigo se li tenesse amici nella lotta alla quale ei s’apprestava, contro il papa ei baroni del regno. Veggiamo in fatti che l’imperatore, (luglio 1220) a domanda di Caro arcivescovo di Morreale, confermò la concessione di tutte le città, castella, casali, ville, chiese, possessioni, villani e diritti di quella Chiesa, i quali nel turbamento erano stati occupati, e tuttavia si tenevano illecitamente, da Saraceni o da Cristiani.[518]A comprender meglio l’importanza della cosa, notisi che cotesto diploma fu replicato dopo otto mesi a Brindisi (marzo 1221) e fuvvi aggiunto che gli affidati e i villani allontanatisi dal territorio, ritornasservi con tutte le robe; e s’e’ fossero morti, si prendessero i beni de’ figli.[519]Per somigliante concessione erano stati donati all’Ordine teutonico, nel dugento diciannove, il casale di Miserella, i villani di Polizzi dovunque e’ si trovassero, il podere di Artilgidia presso Palermo ed altri possedimenti e diritti in varii luoghi.[520]Occorrendo nel medesimo tempo di pagare debiti vecchi o nuovi, Federigo dava de’ casali, abitati, com’e’ sembra, da Musulmani; dei quali atti, due soli ci sono pervenuti: la concessione di Scopello alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio in Palermo, per prezzo del vasellame d’oro e di argento, preso all’uopo della guerra;[521]e la donazione di Mussaro e Minzaroal vescovo di Girgenti, in compenso di settemila tarì d’oro forniti un tempo alla corte.[522]
Nè Federigo dovea tanto assicurare il possedimento de’ concessionarii, quanto difender mezza l’isola dalle scorrerie di gente ormai straniera. Minacciati, i Musulmani aveano risposto come li portava lor indole fiera e rapace. Oltre i fatti raccontati poc’anzi,[523]sappiamo che il milledugentodiciannove “i nemici della Croce” avean già dato il guasto allo Spedale di San Giovanni de’ Leprosi, proprio alle porte di Palermo.[524]Ritraggiamo ancora che Orso vescovo di Girgenti, fu preso da’ Saraceni e tenuto prigione per quattordici mesi nella rôcca di Guastanella, dalla quale ei si riscattò per danaro; e che intanto i beni del vescovato erano occupati, impedito l’esercizio dei diritti, e stanziavano i Saraceni nel campanile della cattedrale e nella casa attigua, sì che i Fedeli non osavan pur andare in chiesa a far battezzare i figliuoli: il qual fatto si dice avvenuto a’ tempi diFederigo imperatore e torna al dugentoventuno.[525]Nella Sicilia occidentale le scorrerie, o almeno ipericoli, arrivavano dall’uno all’altro mare, da Girgenti a Cefalù: essendo stato provato non guari appresso, dinanzi a commissarii papali, che il fisco levò danaro in Cefalù e in Pollina, dominii del vescovo, per difenderli contro i Saraceni; e che mandò presidio nella rôcca di Cefalù, non meno per diritto di regalìa, che per assicurar la città, situata nella Marca de’ Saraceni.[526]
La quale denominazione, transitoria com’e’ pare e pervenuta a noi in questo luogo solo, non può significare altro che contrada di popolazione mescolata, esposta agli assalti, sì per la vicinanza alle sedi dei ribelli, e sì per la frequenza de’ villani musulmani in varie terre.[527]La Marca dunque tornava, su per giù, alle odierne province di Palermo, Trapani e Girgenti; al val di Mazara del secolo scorso; alla Sicilia di là dal Salso del periodo svevo; alla provincia lilibetana de Romani. E par che quella divisione in due province partite dal Salso, sia stata principalmente consigliata a Federigo dalla diversità degli ordini sociali e dei costumi. Da’ fatti che precedono e da que’ che seguono, parmi che i Musulmani occupasserosempre il centro montuoso di codesta regione, dove s’erano afforzati all’entrare del secolo; se non che or li veggiamo ingrossare alle foci del Drago e del Platani, sia per novello movimento loro, sia perchè i bricioli di lor memorie che il caso ci ha serbati, si riferiscono a questo periodo ed a questi luoghi.
In vece de’ centomila Saraceni di Ruggiero De Hoveden,[528]abbiam ora i ventimila combattenti di Lucera, secondo Giovanni Villani,[529]e più autorevole attestato, quel di Riccardo da San Germano, cioè che diecimila soldati Saraceni moveano di Lucera a’ comandi dell’imperatore il milledugentrentasette,[530]quando non erano stati per anco deportati tutti i Musulmani di Sicilia. Possiamo dunque supporre in quella sola terra di Puglia, atteso le circostanze peculiari, un cinquanta o sessanta migliaia di coloni. Ed altrettanti, per lo meno, è da credere siano rimasti nell’isola, senza contare gli artigiani e i servi delle città, dei quali abbiam qualche ricordo, nè i villani che l’interesse o la carità dei padroni ritenne, com’egli è probabile, nelle campagne. Del resto verosimil sembra che il numero de’ ribelli variasse da stagione a stagione, per causa de’ villani che dalle parti centrali e dalle orientali dell’isola corressero alla montagna del val di Mazara, o al contrario fuggissero dalle bandiere de’ ribelli, per andare a vivere tranquilli.[531]Si può supporre, secondo me, nel periodoculminante della rivoluzione, un venticinque o trenta migliaia di combattenti musulmani.
Le consuetudini immobili di quei popoli e i cenni che veggiamo nelle memorie contemporanee,[532]ne fanno certi che i ribelli si ressero, anche in questo movimento, per Kaid e Sceikhi. Ebber essi un capo militare famigerato, morto nel primo anno della guerra, il cui nome si legge in una cronica Benavert, per falsa correzione, cred’io, del copista che si ricordava troppo d’aver letti i casi dell’ultimo signore musulmano di Siracusa.[533]Le copie di Riccardo da San Germano, scrittore di tanta autorità, hanno Mirabetto; la qual voce parmi guasta dalle bocche de’ Cristiani che la ripeteano: e andrebbe correttaMorabito, diremmo noi, frate guerriero, Marabutto, Almoravida.[534]Possiamo anco supporre chiamato con tal denominazione un uomo il cui casato, aggiunto ad un titolo notissimo, suonava Emir-Ibn-’Abs, e indi Mir-’Abs. Ibn-Khaldûn racconta, nella storia degli Hafsiti di Tunis, che morto il sultano Abu-Zakaria-Jehia, (2 ottobre 1249) i Cristiani di Palermo dettero addosso a’ Musulmani, in favor de’ quali egli avea stipulato col signore dell’isola la sicurtà delle persone e de’ beni urbani e rurali; che i Musulmani, rifuggitisi nelle fortezze enelle rupi, presero per capo un fuoruscito della schiatta de’ Beni-’Abs e resistettero al tiranno cristiano; che assediati, circondati e costretti ad arrendersi, furono tramutati a Lugêrah, popolosa terra d’Italia; e che indi il tiranno andò a Malta, caccionne i Musulmani, mandolli insieme con quegli altri, e impadronitosi di tutte le isole adiacenti, cancellò il nome musulmano in Sicilia.[535]L’identità del qual fatto è evidente, al par che l’anacronismo di mezzo secolo nel principio della ribellione, e al par che l’errore su la causa di quella; le quali mende, del resto, non debbono rimandare dubbio sul nome del condottiero. La possente tribù arabica, di ’Abs, dalla quale nacque Antar, il famoso poeta classico ed eroe da romanzo, sembra stanziata, fin dai primi tempi del conquisto musulmano dell’Affrica, nella penisola di Scerîk, detta oggi Dakhel, la quale termina col capo Bon, di faccia al Lilibeo.[536]Verosimil’è che iBeni-’Abs siano venuti in Sicilia coi conquistatori; oppure che, rimanendo la tribù nel Dakhel, un uomo facinoroso di quella, forse un pirata, si fosse gittato in Sicilia al rumor della guerra; poichè il predicato che gli dà Ibn-Khaldûn torna qui a masnadiere, facinoroso, o ribelle.[537]
Federigo passò nell’isola, di maggio del ventuno; tenne un parlamento a Messina;[538]fece il giro delle città principali fino allo scorcio dell anno;[539]ed attese di certo a preparare gli animi e le cose alla guerra, con provvedimenti di maggiore rilievo che non ne veggiamo nelle cronache e ne’ diplomi.[540]Talchè, sperando facile vittoria o dicendolo, egli andòa trovare (febbraio 1222) Onorio III a Veroli; gli promesse di bandire quanto prima la Croce a Verona; e ritornato nel regno, messosi a strignere il ribelle conte di Celano, fu necessitato a lasciar quello e sopraccorrere in Sicilia contro Mirabetto, che infestava fieramente il paese.[541]Io penso che il caso fosse di maggiore momento che nol dicano i cronisti; poichè Federigo avea fin dall’anno innanzi offesi gravemente i Genovesi, a’ quali non mancava nè l’animo nè il modo di vendicarsi: e in fatti veggiamo avvolto in questa ribellione un de’ più valorosi marinai di lor gente.
I luoghi, i tempi, le fazioni della guerra capitanata da Federigo, sono pressochè ignoti: sappiamo soltanto che l’imperatore, dalla metà di luglio fin oltre la metà di agosto, stette all’assedio di Giato;[542]che quivi o in altro luogo ei prese Mirabetto e due suoi figliuoli, con Guglielmo Porco da Genova, poc’anzi capitano d’armata in Sicilia, ed Ugo Fer da Marsiglia, il quale avea, molti anni prima accalappiati a migliaia de’ fanciulli francesi e tedeschi, col pretesto di recarli alla Crociata, ma li avea venduti schiavi in Affrica e in Egitto, e dopo lunghe vicende s’era gittato, insieme col genovese, in Sicilia. Federigo fece impiccare in Palermo Mirabetto e compagni; ma con ciò non pose fine alla guerra.[543]
A ripigliarla con maggiori forze, ripassava l’imperatore in Puglia, spegneavi altre faville di ribellione feudale, muniva le città e le castella e nella statedel ventitrè,[544]veniva in Sicilia, per incalzare da presso i ribelli Musulmani. Leggiamo senz’altro che parte gli s’arresero; i quali ei fece trasportare a Lucera; parte, fidandosi nella fortezza de’ luoghi, tennero fermo.[545]Argomentiamo da due documenti che i primi fossero abitatori dell’odierna provincia di Girgenti;[546]e sappiamo che si arresero all’entrar della state, poichè Federigo, in una lettera scritta allora a Corrado vescovo di Hildesheim, si rallegrava che ogni cosa accadesse secondo i suoi voti, “chè perfino egli avea fatti scendere alla pianura tutti i Saraceni afforzatisi pria ne’ gioghi de’ monti ein altri luoghi inespugnabili.[547]” Le quali parole, riscontrate con quelle che l’imperatore scriveva un anno appresso a papa Onorio, ci mostrano che smessi i combattimenti e gli assedii, ei s’era appigliato al disegno, lento sì ma sicuro, di stringere i Musulmani con la fame, guastando le ricolte loro ne’ monti e intercettando ogni altra vittuaglia. Così avea dunque costretti alla resa i deportati di Lucera; così sperava trionfare degli altri: e, sendo necessaria a quella maniera di guerra molta gente e ben disciplinata, l’imperatore, come si ritrae da Riccardo di San Germano, lo stesso anno ventitrè e i due seguenti, chiamò i baroni al servizio militare e levò danaro per assoldare stanziali.[548]La guerra de’ Saraceni era cagione e talvolta anco pretesto; come sembra nel caso de’ quattro conti di Terraferma, i quali, venuti in Sicilia a prestare il servigio feudale (1223), furon presi e confiscati loro i beni.[549]Similmente l’epistola di Federigo ad Onorio, alla quale abbiamo testè accennato, ricorda un fatto vero: e pur non sarebbe calunnia ad affermare che l’imperatore l’usò per differire la crociata, alla quale Onorio lo sforzava con animo di tagliargli i passi in Lombardia. Scrisse Federigo, dunque, al papa da Catania, il cinque marzo del ventiquattro, che allestiansi ne’ porti del reame, da poter salpare nella prossima state, cento galee,cinquanta uscieri pe’ cavalli, e navi e legni senza fine e ch’egli stava già per partire alla volta di Germania a fin di chiamare alle armi i Crociati, quand’ecco il capitan generale dell’esercito che osteggiava i Saraceni, gli avea menati in Catania i Kaid e gli Anziani, i quali a nome di tutti i Saraceni della montagna, venivano a trattare di sottomissione. Federigo continuò che, convocato il consiglio di Stato, era parso a tutti non doversi il principe allontanare in quell’incontro, per timore che i ribelli si pentissero e che, prolungata la negoziazione, arrivassero a segare i grani, e addio pace per quell’anno! Conchiuse pertanto l’imperatore ch’ei rimarrebbe in Sicilia tanto che ultimasse l’accordo; che manderebbe Hermann, gran maestro de’ cavalieri teutonici, a bandir la Croce di là dei monti e che nella state, a Dio piacendo, ogni cosa sarebbe in punto ed ei scioglierebbe il voto della Crociata.[550]Il fatto andò allora per le bocche di tutti in Germania, leggendosi con poco divario negli annali di Colonia; i quali aggiungono essere stata profferta la sottomissione da’ Saraceni del monte Platano;[551]ma non sappiamo se s’abbia a intendere del forte castello di tal nome che sorgea sulla sponda del Platani a sette miglia dalla foce, o se piuttosto si volea significare tutta la regione montuosa, bagnata daquel fiume.[552]Il fatto fu che nè Federigo partì allora per Terrasanta, nè i Musulmani furono altrimenti sottomessi o rappacificati in Sicilia. La sola impresa del dugentoventiquattro par sia stata di cacciarli di Malta, tutti o parte; poichè, oltre il cenno d’Ibn-Khaldûn, ritraggiamo che Federigo mandava in quell’isola gli abitatori di Celano di Puglia, espulsi di lor terra quando l’avean presa le forze del re, e poi richiamati in patria, per coglierli alla rete e tramutarli in Sicilia.[553]Il bando de’ Musulmani da Malta sembra tanto più verosimile, quanto in quel tempo le genti di Federigo avean dato il guasto all’isola delle Gerbe e fattavi gran copia di schiavi.[554]L’occupazionedelle isolette adiacenti alla Sicilia, attestata da autori arabi e da latini, è da riferire al medesimo tempo.[555]Coteste imprese marittime, compiute in una o due stagioni, sembrano le prime prove dell’ammiraglio, forse genovese, sostituito ad Arrigo conte di Malta, il quale era stato deposto e privato del feudo, per l’oscitanza appostagli nella guerra contro i Musulmani d’Egitto, o, com’altri scrisse, di Sicilia;[556]se pur Federigo non colse il destro di liberarsi dal fiero marinaio, la cui prepotenza e ambizione egli avea temuta di certo nei primi anni del suo regno ed or gli dava sospetto la vecchia amistà di lui co’ Genovesi, o faceva ombra a’ Pisani parteggianti per l’impero.[557]
Secondo Riccardo da San Germano, Federigo nel dugentoventicinque chiamava alle armi tutti i baroni regnicoli, per dar l’ultimo crollo a’ Saraceni di Sicilia, e andava egli stesso in Puglia a ragunare l’esercito;[558]secondo un monaco tedesco, assiduo raccoglitor di nuove, ei riportò nobile trionfo de’ Saraceni che tenean le montagne di Sicilia:[559]un anonimo poi, che par sia vissuto in Sicilia ed abbia scritto poco oltre la metà del decimoterzo secolo, mette insieme que’ due fatti quasi con le stesse parole, nella decimaterza indizione, da riferirsi, com’io credo, al dugentoventicinque, ed aggiugne che le genti dell’imperatore davano il guasto ogni anno alle terre dei Saraceni, ond’essi furono costretti con gran vergognaa scendere di lor monti e Federigo li fe’ dimorare ne’ casali della pianura.[560]Poi per diciott’anni nè gli scrittori, nè i documenti fanno parola di popolazioni musulmane ribelli: danno bensì notizie di singoli musulmani ubbidienti nell’isola e de’ grossi stuoli che la colonia di Lucera forniva agli eserciti ghibellini tra il Garigliano e le Alpi. Si può inferir da cotesti indizii che, l’anno venticinque, quel grande armamento abbia portato l’effetto che l’imperatore si proponeva; cioè che i ribelli abbiano piegato il collo senza combattere. Plausibile anco il supposto che que’ della provincia di Girgenti fossero stati mandati in Terraferma come i vinti di due anni innanzi;[561]e che que’ delle altre due province fossero stati lasciati nel possedimento di terre o nell’esercizio d’industrie, dati pria gli ostaggi secondo i costumi di lor gente. Certo egli è che i Musulmani di Sicilia non molestaron punto nè poco lo imperatore, infino al dugentoquarantadue, mentr’ei si travagliò nelle guerre di Palestina, del Regno, di Lombardia e della Sicilia orientale.
Nelle prime caldezze della esaltazione all’impero, Federigo fe’ voto di prender la Croce;[562]lo rinnovò il giorno dell’incoronamento e più volte giurò o promesse d’andare, sforzato da’ papi; i quali non sognavano forse la ricuperazione del Santo Sepolcro,ma lor premea che l’imperatore, in vece di signoreggiare l’Italia, ne toccasse in Levante come Corrado, o vi morisse come il Barbarossa. Il cui nipote, non potendo disfare il cappio ch’ei s’era messo al collo, domandò respitto al papa che il tirava duro; ed allegò sovente la guerra de’ Saraceni di Sicilia.[563]Furbo contro furbi, ei passò tutto l’anno ventiquattro e i primi mesi del seguente in Sicilia, fermo la più parte in Catania,[564]come s’egli avesse voluto stare in bilico tra la Crociata e la guerra de’ Musulmani indigeni, guardando da un lato Otranto e Brindisi, ritrovo delle armate e degli eserciti crocesegnati, e dall’altro la via di Girgenti, più sicura di lì che da Palermo e più facile e breve che da Messina. Privo alfine della scusa de’ Saraceni, incalzato dal violento Gregorio IX, s’imbarcò a Brindisi, nonostante la morìa che mieteva i Crociati (8 settembre 1227); tornò a terra infermo; fu scomunicato dal papa e assalito anche con la spada; e partì di nuovo (28 giugno 1228) con poche forze, fidandosi nella divisione de’ principi aiubiti che occupavano la Siria e nelle negoziazioni intavolate col più possente tra loro. L’ira studiata di Gregorio lo perseguitò mentr’egli liberava il Santo Sepolcro; i Cristiani di quelle parti pretestarono le scomuniche per attraversargli l’esaltazione al trono di Gerusalemme, recatogli in dote dalla nuova sua sposa: contuttociò, savio ed ardito, ei condusse a termine il trattato, come sarà detto nel capitolo seguente.
Ritornò Federigo in Italia dopo undici mesi, a cacciare i papalini da’ suoi dominii e gastigare i sudditi che s’eran gittati dalla parte loro. Sforzò il papa a giurar la pace e s’avvolse nelle guerre della seconda Lega Lombarda, nelle persecuzioni de’ Paterini d’Italia e di Germania: la maledizione del falso impero romano, trascinava quest’uom sì civile a combattere ciecamente contro la libertà e ad accendere i roghi dell’Inquisizione. Gli umori di libertà municipale, ridesti in Sicilia tra le popolazioni greche e un po’ tra le lombarde, per gli esempii guelfi di Terraferma, per le istigazioni dei frati e, come io credo, anche de’ Genovesi, portarono i moti che Federigo represse co’ supplizii a Messina,[565]Siracusa[566]e Nicosia; e ch’ei punì a Centorbi, Capizzi, Traina e Montalbano con la distruzione delle case e il bando dei cittadini, sforzati a dimorare in altre città.[567]Ma cedendo un poco all’opinione pubblica, Federigo nello stesso tempo rese ordinarie le tornate de’ parlamenti regionali e chiamovvi espressamente i Comuni.[568]
Rinforzaronlo nelle guerre di Terraferma le colonie di Musulmani siciliani, stanziate dapprima a Lucera, come si è detto; ma poi ne veggiamo un’altra a Girofalco ed anco ritraggiamo che l’imperatore adoperasse spicciolati gli uomini di quella gente, in Puglia e in Calabria a’ servigi suoi:[569]de’ quali il più profittevol era di tenere a mezzeria delle mandrie di buoi, tra domi e salvatici.[570]Pur traeva i Musulmani sì forte l’amor del luogo natìo, che quando n’aveano il destro, tentavano di ripassare clandestinamente in Sicilia:[571]onde Federigo comandò nel trentanove fosser tutti raccolti a Lucera.[572]E quivi rimase infino al milletrecentotrè, quella celebre colonia militare; quivi si notano tuttavia gli avanzi delle fortificazioni, con le quali i principi svevi assicurarono il soggiorno de’ lor fidi pretoriani.[573]Che se negli scritti contemporanei il nome geografico si legge spesse volte Nocera, l’è stato errore ed è nato dall’uso, che suol sempre sostituire le parole comunali alle insolite; onde si preferì il derivato d’unvocabolo familiare al nome d’un’antica città, la quale era molto scaduta ne’ principii del secolo decimoterzo. Si confermò l’errore per due circostanze fortuite, cioè che Nocera s’addimandava De’ Pagani ed anco, per antitesi, De’ Cristiani e Lucera fu detta de’ Saraceni; e che entrambe erano da lunghissimo tempo sedi vescovili. Del resto quelle due città giacciono molto lungi l’una dall’altra, divise dall’Appennino: Lucera in Capitanata, Nocera in Principato, o, per usare i nomi odierni, quella in provincia di Foggia, questa di Salerno; nè alcun documento prova, nè egli è verosimile, che Federigo abbia raccolta una seconda colonia di Musulmani in Nocera, come alcuni compilatori hanno scritto e come si dice anch’oggi in que’ paesi.[574]
Gli ordinamenti di cotesta colonia e la famach’essa ebbe in guerra per tutto il rimanente della dominazione sveva e nei primordii dell’angioina, son degno argomento d’una storia particolare; per la quale anzi tutto occorre di esaminare di pagina in pagina i registri angioini e le molte pergamene contemporanee che serbansi nell’archivio di Napoli. Secondo il proposito annunziato parecchi anni addietro, io mi rimarrò da cotesto lavoro, al quale allor mi mancava il comodo di ricercare le sorgenti, ed ora mi par troppo tardi.[575]Contuttociò, portato dal mio subietto a investigare l’origine di quella popolazione, dico crederla al tutto siciliana. E se or non fosse sospetta da capo a fondo la Cronaca di Matteo Spinelli, io metterei sempre in forse quel luogo nel quale si afferma che del dugentrentaquattro Federigo facea venire in Calabria diciassette compagnie di Saraceni di Barbarìa. Sì grave fatto, taciuto dai contemporanei, e incompatibile con le condizioni dei Musulmani dell’Affrica settentrionale in quella età, sembra foggiato in un tempo in cui gli eruditi, ignorando la storia de’ Musulmani di Sicilia, non sapevano spiegare altrimenti quel gran numero d’Infedeli che conduceva in sue guerre l’imperator Federigo.[576]
Mentre gli esuli di là dal Faro s’acconciavano nella nuova patria, i rimasi in Sicilia erano in parte allontanati da lor sedi. Il volume che ci avanza de’ registri di Federigo, scritto nell’indizione checorse tra il trentanove e il quaranta, ci fa fede che de’ Musulmani erano stati mandati a servire, non sappiam se da soldati o da manovali, ne’ castelli regii di Siracusa e di Lentini,[577]ch’è a dire all’altra estremità dell’isola. Nello stesso anno gli abitatori di parecchi casali, della provincia, credo io, di Palermo, non ribellatisi o perdonati, veniano alla capitale, nel quartiere di Seralcadi, che nel decimo secolo era stato detto degli Schiavoni, ed or s’addimanda parte il Capo e parte la Bandiera. I quali non parendo ben deliberati a farvi stanza come bramava lo imperatore, scrivea questi a’ suoi ufficiali che efficacemente li esortassero a ciò e lor promettessero favore e grazia, ed allo stesso fine mandava lettere regie indirizzate a que’ Saraceni.[578]Un altro rescritto di Federigo, spacciato prima o dopo di questo, ci fa sapere che il Segreto della provincia oltre il Salso, avea con soddisfazione dello imperatore, persuasi i Saraceni a migliorar loro abituri; provvede siano affittate le bajulazioni di cotesti Saraceni; e mostra anco esser lieto l’imperatore che que’ “della provincia, usi ed occulti misfatti, già smettano, e già temano d’essere malvagi.”[579]Non sappiam di che nazione fossero, nel dugenquaranta, gli uomini de’ casali di Arcuraci e Andrani, a’ quali si comandava di passare ne’ nuovi casali fondati a levante e a ponente di Girgenti.[580]Abbiamo bensì valido argomento di credere che nel dugentoquarantadue, il territorio di Cefalà in provincia di Palermo, fosse stato ancora abitato, tutto o parte, da contadini musulmani. Un Goffredo, chierico della Cappella Palatina di Palermo, non sapendo precisamente i limiti di un podere appartenente allo Spedale di San Lorenzo di Cefalà, ch’egli teneva in beneficio dalla Chiesa di Girgenti, domandò al Segreto di Sicilia che fossero determinati da’ magistrati della vicina terra di Vicari, su la testimonianza de’ Buoni uomini e degli Anziani. E il Segreto, per nome Uberto Fallamonaca, fatti appurare que’ confini come gli era stato richiesto, ne spedì un attestato in lingua arabica e latina, ed appose il suo suggello in pie’ della pergamena, aggiugnendo in lingua arabica la formola, “Scritto d’ordine nostro.” Il qual documento non essendo estratto da antichi defetarii compilati in quella lingua, ma bensì atto nuovo, e’ mi sembra manifesto che la spedizione arabica fu fatta ad uso degli abitatori del luogo.[581]Che poide’ Musulmani vivessero ancora in Val di Mazara la vita di pastori, lo provano i rescritti del novembre del trentanove e del marzo del quaranta, per lo primo dei quali è provveduto alla riscossione del fitto da’ Saraceni che prendano a mezzeria le greggi del demanio[582]e nel secondo si fa menzione di settecento pecore consegnate dal saraceno Gufulone (Khalfûn?), le quali insieme con altre si davanoin gabella, per conto della corte.[583]
Despota, mercatante e gran proprietario di terreni rivendicati o confiscati, Federigo, col suo genio novatore e audace, spesso usò quel violento rimedio di tramutare le popolazioni; il quale d’altronde nel decimoterzo secolo riusciva meno difficoltoso e forse men crudele, che non sarebbe nella società moderna, per cagion della proprietà sicura e suddivisa e de’ comodi maggiori ai quali or son avvezzi gli uomini. Ci è occorso testè di ricordare alcuna delle città che l’imperatore distrusse e di quelle ch’ei fondò, portandovi di peso la popolazione delle prime.[584]Io credo inoltre che la ribellione musulmana abbia turbato l’equilibrio della popolazione in un altro modo che nessun ricordo contemporaneo fin qui ci attesta; cioè che fece emigrare in Affrica gli abitatori ricchi o industri delle città. Poichè veggiamo appunto in quel tempo assottigliati due grossi nuclei di borghesi musulmani: Trapani, dove all’entrar del dugenquaranta si distribuivan terre a nuovi abitatori;[585]e Palermo dove nel dicembre del trentanove furono concedute a novelli abitatori alcune terre presso il palagio della Zisa, a fine di piantar vigne. Si scorge dallo stesso diploma che delle casipole erano state abbandonate nel bel mezzo della città; che mancavano gli agricoltori ad una vasta piantagione di palme nel regio podere della Favara, e che non era più in Palermo chi sapesse estrarre lo zucchero. Allora una colonia di Giudei del Garbo, cioè di Spagna o dello Stato di Marocco, dissidenti da’ Giudei di Palermo e sì grossi che volean fabbricare una sinagoga per sè soli, domandarono certi casalini nel Cassaro; ma l’imperatore, per antivenir, com’e’ pare, le querele de’ Cristiani, permesse di conceder loro uno stabile in altro luogo della città e che rifabbricasser pure qualche antica sinagoga, ma non volle ne innalzassero una di pianta. Questo diploma infine ci fa sapere che i Giudei del Garbo, oltre il palmeto della Favara dato loro a mezzerìa, avean ottenuta nello stesso podere la concessione d’altreterre per seminare l’indago e l’henna, non coltivati allora in Sicilia.[586]
Improvvisamente comparisce in una cronica questo cenno: che in luglio della terza indizione, l’anno dugentoquarantatrè, tutti i Saraceni di Sicilia ribellati salirono alle montagne e presero Giato ed Entella,[587]castelli fortissimi per natura e lontani l’un dall’altro una ventina di miglia, de’ quali ci è occorso far parola.[588]Si argomenta dal fatto stesso che le popolazioni musulmane in questo tempo non erano rimaste se non che in piccola parte del Val di Mazara. Ancorchè i cronisti taccian la causa di questa sollevazione, noi sappiamo che, quattro anni innanzi, i pastori saraceni che avean prese in affitto le greggi della Corte, doveano al fisco da lungo tempo, delle grandi somme di danaro. Federigo comandava al Segreto che pigliasse l’aver loro e, non bastando, le persone e li facesse lavorare in servigio della corte, badando sì ad aggravarli di fatiche durissime, affinchè gli altri apprendessero che col re non si scherza, e chi non può soddisfare l’affitto, nol chiegga.[589]Disperati dunque, maltrattati, avvezzi com’essi eranoa’ delitti, e risapendo forse le prodezze che faceano i lor fratelli di Lucera sotto le insegne imperiali, si rituffarono nella ribellione o guerra, come dir si voglia, contro tutti i padroni di questo mondo: il qual moto, principiato in un luogo, dovea comunicarsi con prodigiosa rapidità a tutti gli altri, nel sospetto continuo, nell’odio crescente ogni dì, nello stato permanente di violenza in cui viveano ormai Cristiani e Musulmani. Gli iloti siciliani del decimoterzo secolo si riconosceano al viso, a’ panni, al linguaggio, al simbolo della fede, alla miseria: se un branco irrompea, doveano seguirlo tutti gli altri. Quantunque la povertà non sia buon ausiliare in guerra, par che gli ultimi avanzi di quel fiero popolo abbiano resistito più di tre anni alle armi imperiali. Dice la cronica che l’imperatore, nella quinta indizione, anno dugenquarantacinque, mandò con l’esercito il conte Riccardo di Caserta, il quale li cacciò di Sicilia; ma va aggiunto un anno alla data, leggendosi nel quarantasei, verso l’agosto, una sdegnosa epistola di Federigo, per la quale è detto ai ribelli che, s’e’ fosser uomini, non starebbero con quella bestiale fidanza, ad aspettare che lor calasse sul capo la spada della vendetta, e conchiudea che s’e’ non smettessero entro un mese, vedrebbero sì gli effetti di queste minacce.[590]E del novembre, com’e’ par, di quest’anno, l’imperatore scriveva al terribile Ezzelino, esser ormai libero dalle brighe che l’avevano impedito fin qui di soccorrere gli amici: tra le altre, la temerità di cotestiSaraceni, i quali ostinatamente resisteano, afforzati nelle montagne, ed alfine sono scesi a chiedere misericordia.[591]Ciò prova che non furono vinti per battaglia, ma presi per fame. Federigo li fe’ tramutare in Lucera.[592]Manca d’allora in poi ogni notizia di Musulmani in Sicilia: ond’egli è manifesto che se alcuni ve ne rimasero, abbracciarono la religione de’ vincitori e, com’avean fatto tanti altri uomini di lor gente in un secolo e mezzo dal conquisto, si confuser essi nel novello popolo, nel quale già si andavano dileguando le distinzioni di origine.
Come l’Oreste della favola greca, Federigo sembra spinto dal Destino a immolare gli educatori suoi, fossero personificazioni come le municipalità, il baronaggio e il papato, o fossero persone come il Cancelliere Gualtiero De Palear, il conte di Malta e Pietro Della Vigna. E veramente il nipote di Barbarossa, venuto al mondo in Italia, cresciuto tra i nemici naturali del suo nome, dovea sforzarsi a ritor loro quella possanza che pareagli rubata alla sua casa: ond’ei si disfece delle persone quando potè; assalì le personificazioni, volgendo la spada controgli uomini che le sosteneano, e combattendo le idee ostili con le armi della ragione. Le quali si spuntarono su l’eterna tempra della libertà ond’erano cinti i municipii, e valsero un poco a intaccare il triregno, fabbricato di teocrazia giudaica, dispotismo romano, e barbarie settentrionale. I Musulmani di Sicilia subirono la stessa sorte d’ogni altro maestro del lioncello svevo, non già per sua rabbia, ma perch’ei non ebbe tanta forza che li salvasse da’ nemici loro, com’ei forse bramava e il provò mutando i ribelli in pretoriani. Chè del resto, le consuetudini dell’adolescenza, il genio dell’incivilimento, l’amore degli studi e l’antagonismo filosofico e politico contro Roma, portavano l’imperatore, meglio che niun altro uomo europeo del suo secolo, ad onorarli e favorirli.