Noi non abbiamo qui a giudicar Federigo statista, nè legislatore; non abbiamo a biasimar, nè a scusare i vizii che lo macchiarono, l’avarizia, la crudeltà, la dissolutezza, la perfidia: vizii di tutti i tempi e maggiori assai nel medio evo che in oggi. A considerar la sola tempra dello intelletto, Federigo ci sembra uom del secolo decimottavo, venuto su nei principii del decimoterzo, come quelle piante che per singolar caso di natura o per arte dell’uomo, fioriscono fuor di clima e di stagione. Così fatti fenomeni morali, la Storia non arriva a spiegare pienamente, poichè la più parte delle cause si sottraggono alla critica: può nulladimeno, investigare le condizioni di cose che abbiano favorito lo sviluppo d’un buon germe. Or l’intelletto di Federigo prese forma e vigore tra due serie di fatti non ordinarii, alle quali noi abbiamo accennato; cioè il turbine politicoche l’aggirò fin dai suoi primi anni e l’ambiente di civiltà nel quale ei fu educato. Il nostro subietto ne conduce a ricapitolare quanto su quest’ultimo punto si è detto da altri e da noi stessi.
All’entrar del secolo decimoterzo, la civiltà musulmana, con le sue parti buone e triste, s’era infiltrata un poco in tutta Europa, molto nella terraferma italiana e moltissimo in Sicilia; dove, oltre i frequenti commerci con le rive meridionali del Mediterraneo, rimaneano avanzi degli ordini e delle schiatte musulmane. Tra gli avanzi di quelle schiatte, ci sono occorsi nella infanzia di Federigo de’ famigliari della corte di Palermo e n’abbiamo visti nel suo seguito a Gerusalemme e per tutta Italia, in pace, in viaggio, in guerra; maestri o collaboratori di studio, essi e i Giudei e i Musulmani avventizii d’altri paesi, cortigiani, ufiziali, ministri di passatempi onesti, o di lusso e talvolta di non lodevol costume. Giovanni detto il Moro, celebre per misfatti nei regni di Corrado e di Manfredi, nato d’una schiava di corte, segretario dell’imperatore, tesorier generale del reame, quel desso ch’ebbe feudi da Innocenzo IV e volle tradire Manfredi a Lucera, Giovanni somiglia, così d’origine come di vita e di costumi, ad un liberto di reggia musulmana di Spagna, Affrica o Egitto.[836]
La corte sveva d’Italia parve musulmana a tutti i buoni Cristiani dell’Occidente, secondo l’attestato diCarlo di Angiò, che appellava Manfredi il Sultano di Lucera. Avendo largamente discorso in questo capitolo e nei precedenti del patrimonio intellettuale che Federigo prese da’ Musulmani, accenneremo qui ai costumi e alle usanze passate per la medesima via. Gregorio IX denunziò all’orbe cattolico l’imperatore che in Acri avea fatte venir ballerine per offrire spettacolo o peggio, a’ suoi ospiti Saraceni:[837]e si ritrae da testimonianze autorevoli che anco in Europa ei si sollazzava con le pantomime, i giochi di equilibrio, i suoni e i canti di quelle saltatrici.[838]Innocenzo IV, accagionandolo ingiustamente per le relazioni politiche col Cairo, gli rinfacciava di tenere paggi saraceni e di far custodire la sua moglie da eunuchi.[839]E ch’egli s’era acconcio un serraglio a Lucera e n’aveva un altro da campo nelle guerre d’Italia, lo provano documenti e scrittori contemporanei.[840]Così i vizii avean preso a corte di Federigo le sembianze musulmane; non ch’e’ mancassero o fossero men laidi nelle reggie cristiane del medio evo. Musulmano anco il lusso. Parrebbe che Federigo volesse imitar qualche sultano Gaznevida dell’India, quand’egli all’assedio diPontevico (1237) fece menare da Saraceni un elefante, che portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali.[841]Parrebbe ch’egli avesse voluto recare in Europa le apparenze tutte dell’Oriente, quando si legge il rescritto, col quale comandava a’ suoi ufiziali in Palermo di trascegliere subito nella famiglia della corte alquanti schiavi negri in su i venti anni, e comperarli al bisogno, i quali apprendessero a suonare, chi la tromba e chi la trombetta, e fossero subito mandati allo imperatore.[842]E sia caso, o che i più be’ paramenti della corte uscissero ancora dal tirâz di Palermo, si è perfin vista una iscrizione arabica, trapunta in oro, su i paramani della tunica nella quale fu composto nell’avello il grande imperatore del secolo decimoterzo.[843]