CAPITOLO XI.
Mentre le scienze fisiche e filosofiche manteneansi in onore appo i soggiogati Musulmani di Sicilia, e la poesia arabica suonava gradita nella reggia cristiana di Palermo, gli studii religiosi e legali decaddero e con essi la filologia. Nè dovea succedere altrimenti,quando si dileguavano a mano a mano gli uomini eletti per educazione e virtù, lasciando nell’isola que’ delle infime classi e gli ufiziali e servitori di corte. L’emigrazione de’ migliori, attestata negli annali arabici dell’undecimo secolo, taciuta in que’ del duodecimo che dimenticavano già la Sicilia, comparisce ormai dalle biografie.
Secondo l’ordine posto ne’ libri precedenti, farem di principiare la rassegna con le scienze coraniche. Delle quali troviam solo cultore un letterato, diremmo quasi, enciclopedico, rinomato appo i Musulmani infino ad oggi. In luogo di scompartire i ragguagli per tutto il capitolo, ritornando a questo valentuomo in ciascuna delle classi cui vanno ascritte le svariate opere sue, discorrerem di tutte insieme; e daremo per primo la biografia, che si ritrae da ’Imâd-ed-dîn d’Ispahan, contemporaneo; da Ibn-Khallikân, scrittore del secolo decimoterzo e da quattro eruditi compilatori del decimoquarto e decimoquinto.[844]
L’autore, per nome proprio Mohammed, per patronimico ibn-abi-Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Zafer, ebbe il nome familiare d’Abu-Hascim,[845]i titolionorifici diHogget-ed-dîneBorhân-el-islâm(Dimostrazione della fede e argomento dell’islamismo) e gli veggiam dati i nomi etnici di Sikilli e Mekki, or l’uno, or l’altro, ed or entrambi; il quale raddoppiamento accade spesso appo i Musulmani, com’altrove abbiam detto.[846]
Ibn-Khallikân afferma a drittura ch’ei nacque in Sicilia e fu educato alla Mecca; il che ripete Abulfeda; e il Makrizi dice di più che il nostro autore, oriundo della Mecca, fu educato in Maghreb e stanziò in Hama, dopo breve fermata in Egitto. Da un’altra mano ’Imâd-ed-dîn, che lo conobbe di persona ad Hama, lo novera tra i poeti dell’Arabia propria; lo dice meccano “d’origine”, maghrebino di educazione, vissuto in Siria: e notisi che la voceasl, usata da questo scrittore, risponde appunto alla nostra “origine,” e si adopera più propriamente per designare la patria del padre. All’incontro il Fasi, che compilò nel decimoquinto secolo gli annali della Mecca sua patria, lo fa oriundo del Maghreb, ma nato e cresciuto nella santa città. Egli cita il Katifi, annalista di Bagdad; il quale alla sua volta allega un discepolo d’Ibn-Zafer, che avea sentito dalla propria bocca di lui, esser nato alla Mecca, di scia’bân quattrocennovantasette (maggio 1104): e il discepolo aggiugnea che una volta ch’ei giunse ad Hama di rebi primo del cinquecensessantasette (novembre 1171), domandando d’Ibn-Zafer, seppe esser mortopochi dì innanzi. Secondo la raccolta di biografie dei dottori Malekiti, dalla quale cavò notizie un cronista d’Egitto citato dallo stesso Fasi, Ibn-Zafer partì fanciullo dalla Mecca; studiò con varii dottori in Alessandria, Affrica e Spagna; tenne conferenze pubbliche nelle moschee; dal Maghreb poi passò in Sicilia; andò a Damasco e stanziò alfine in Hama. I quali dati non accordandosi tra loro e molto meno con quei d’Ibn-Khallikân, il Fasi se ne cava fuori con la formola di critica musulmana, che il vero lo sa Iddio. Il Soiuti par abbia avuti alle mani questi ed altri ricordi. Ei nota la nascita alla Mecca, l’andata in Egitto; poi fa vivere Ibn-Zafer lunga pezza in Affrica e soggiornare per l’appunto in Mehdia quando la fu presa da’ Cristiani (1148); indi lo fa vagare in Sicilia, Egitto, Aleppo e gli fa scrivere la più parte delle opere in Hama. Infine la nota anonima di un antico codice del Solwân, dice l’autore nato in Sicilia e rimasovi nella prima gioventù.[847]
Io non vo’ sciorre la quistione con la sola autorità degli scrittori, la quale pende pur da un lato: poichè, se Imâd-ed-dîn è dubbio, sta per la Sicilia il gran biografo de’ Musulmani, con Abulfeda signore di Hama dove Ibn-Zafer fu sepolto e lasciò più ricordi che altrove, e con Makrizi, sì avveduto e diligente; e al contrario sta per la Mecca un contemporaneo citato dal Katifi e notato di contraddizione in alcuni particolari;[848]il Fasi alquanto incerto e il Soiuti,fecondissimo tra tutti gli scrittori del mondo, e però frettoloso, oltrechè egli die’ queste notizie in un’opera giovanile e senza citazioni.
Considerata dunque la incertezza dell’uno e le due opposte sentenze degli altri, occorre il sospetto che sien corsi falsi o equivoci ragguagli fin dal tempo dell’autore stesso. Nè mancherebbe il perchè. Il nome siciliano dovea suonar male in Siria nella seconda metà del duodecimo secolo, quando ardea quivi tanto fanatismo religioso, e Ibn-Zafer ritornava in quel paese con animo di rimanervi: onde non sarebbe inverosimile che l’autore medesimo, o gli amici, anzi che ripetere il nome della Sicilia, avessero vantata ed allargata nel significato l’origine meccana. Se tuttavia rimase ad Ibn-Zafer l’appellazione etnica di Siciliano, è da supporre ch’ei non se la potè levare d’addosso, sia ch’egli fosse nato propriamente in Sicilia, o che vi fosse stato educato.
Parmi inoltre che l’errore potè sorgere o confermarsi per date mal appurate; le date io dico che talvolta pongonsi nei codici musulmani per affermare che tal testo fu, in tal mese ed anno e in tal paese, consegnato dall’autore al rawi, ossia ripetitore, con licenza di leggerlo altrui e darne copie. Occorre anco nelle notizie biografiche dei dotti, e specialmente de’ tradizionisti, che segnisi la data in cui il tale «ascoltò» da un tal altro, come chiamano tecnicamente il prendere lezioni della tradizione profetica. All’una o all’altra sorgente mi sembra ch’abbia attinto il Soiuti. Ma documenti analoghi ci abilitano a correggere alcuni errori suoi ed a provare un fatto, ignoto finora a tuttii biografi, cioè che Ibn-Zafer dimorò in Siria ben due volte in tempi diversi; il qual fatto rende poco verosimile il racconto di chi dice quel dotto andato nella sua fanciullezza in Maghreb e ritornato in Levante dopo il breve soggiorno di Sicilia. Cotesto itinerario par fondato sul supposto che Ibn-Zafer abbia dato in Sicilia la prima, anzichè la seconda edizione del Solwân: ma si prova appunto il contrario.
Il primo documento del soggiorno in Siria si trova nelKheir-el-biscer, dedicato da Ibn-Zafer a un Sefi-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kornâs, direttore, com’io credo, di qualchemedresa, o vogliam dir liceo, in Aleppo o in Hama.[849]L’autore, fraseggiando nella prefazione, racconta come partito da’ “remoti paesi occidentali” per cercare asilo nel possente reame di Norandino, quel che abbatte con la sua grandezza gli animi di tutti i re di Levante e di Ponente e copre i suoi nemici con la polvere della distruzione, ec. «il destino l’avea balestrato ne’ precipizii, l’avea ricolmo di affanni e gli avea fatto vedere in pien meriggio la stella Soha;»[850]se non che Iddio gli mandò nel maggior uopo questo suo fratello ed amico, Sefi-ed-dîn, al quale, volendo mostrare gratitudine e rimeritarlo con la celebrità, gli presentava quel libro. Qui possiam segnare la data: poco più o poco meno ilmillecenquarantotto; poichè Nur-ed-dîn-ibn-Zengui si impadronì d’Aleppo alla morte del padre (1146), ed entro pochi anni allargò il dominio e la fama; mentre Mehdia cadea nelle mani di re Ruggiero.
Ci occorre, non guari dopo, quella che abbiam chiamata, a modo nostro, la prima edizione del Solwân, in fondo della quale l’autore pone il catalogo de’ libri compilati da lui, che incomincia così:[851]“Or ch’esce quest’opera dal mio scrittoio e passa nelle mani de’rawi(ripetitori), sendo questo l’ultimo de’ miei libri, miei pertesnif(composizione) etalîf(dettato), nei quali mi sono studiato a dilettare i lettori con l’eleganza e ad ammonirli co’ precetti, ragion vuole ch’io conchiuda il volume, notandovi i titoli e gli argomenti di que’ miei lavori, quantunque i ribaldi abbiano fatta rapina di molti tra’ volumi così intitolati.” E seguono diciannove trattati, tra i quali si legge il Kheir-el-biscer, ond’è manifesto che era stato già scritto; ed all’incontro mancano, le tre opere dedicate ad Abu-l-Kasim in Sicilia, dond’è certo al pari che non erano state composte e che perciò la prima edizione del Solwân non è quella che porta il nome del nobile siciliano. Comparisce in capo del catalogo ilJanbû’, gran comento del Corano, il quale l’autore avverte avere scritto per la seconda volta, sendogli stata rubata la copia: onde par che egli alluda con questo e col cenno precedente, al fatto narrato dal Soiuti, cioè che gli Sciiti d’Aleppo, dando addosso un giorno ai Sunniti, saccheggiarono la medresaortodossa d’Ibn-Abi-’Asrûn e quivi rapiron tutti i libri d’Ibn-Zafer.[852]
Cotesta edizione del Solwân è preceduta da tale dedica che allude, senza dubbio, ad un fatto politico nel quale l’autore trovossi avvolto. Un re suo benefattore ed amico intimo e palese, dice egli senza dare il nome, principe savio, illustre, ed amante della scienza, viveasi in grandi angosce, minacciato e stretto da un ribelle, il quale avea a volta a volta assaliti e sedotti i suoi sudditi; e, arrivato a guadagnare tutti gli ottimati, stava già per cacciarlo dal trono. Bramando conforto a’ suoi mali, il tradito principe avea chiesto all’autore (oh beati tempi!) un libro di filosofia e d’erudizione, che fosse composto ad imitazione delle favole di Kalila e Dimna; e Ibn-Zafer, non sapendogli ricusar nulla, gli offria cotesto libro, scritto a bella posta per lui.[853]E veramente nel Solwân, gli squarci del Corano, le tradizioni, i fatti storici, le novelle, gli apologhi, ogni pagina, ogni linea, accenna a que’ termini estremi d’un principato, e tende a consolar il signore che precipiti giù dal trono. Di certo non son rari cotesti casi nelle storie musulmane del duodecimo secolo; pur nessun principe cadente somiglia tanto a quello d’Ibn-Zafer, quanto Mogir-ed-dîn, che tenea Damasco alla morte di Zengui. I costui figli incontanente si messero attorno a Mogir-ed-dîn, sotto specie di aiutarlo controi Crociati; e Norandino entro pochi anni il finì. Gli s’infinse amicissimo; gli imbeccò tante trame da fargli spegnere ad uno ad uno tutti que’ capitani che non potè indettare per sè medesimo. E quando Mogir-ed-dîn si trovò senz’armi nè amici, il conquistatore appresentossi sotto Damasco; guadagnò il tratto ai Crociati, chiamati in aiuto: e i traditori gli aprirono le porte; il tradito venne a’ patti e, ingannato anche in questi, andò a finir la vita in un collegio fondato a Bagdad. Entrava Norandino in Damasco di sefer del cinquecenquarantanove (maggio 1154).[854]Cotesta data sta bene con le altre due che abbiam certe delle vicende d’Ibn-Zafer, cioè la dedica delKeir-el-biscerverso il millecenquarantotto e quella della seconda edizione del Solwân, nel cinquantanove. Ognun poi vede come, supponendo che il re innominato fosse Mogir-ed-dîn, l’amico e generoso scrittore non potea rimaner in Siria dopo l’occupazione di Damasco. Chi ha pratica delle biografie de’ letterati musulmani del medio-evo e conosce lor vivere irrequieto e vagabondo, la vanità e il bisogno che li spingeano da una corte all’altra, non ripugnerà a supporre che il gran monarca del Keir-el-biscer fosse divenuto entro cinque o sei anni il ribelle del Solwân.
Ma del cinquecencinquantaquattro (1159) il Solwân si volta al nome dello splendido kâid siciliano Abu-l-Kasim, preceduto da tre compilazioni che hanno per titoli:Asâlib-el-Ghaiat, El-Mosanni, eDorer-el-Ghorere accompagnato da caldi attestati di gratitudine, i quali compongono un’altra prefazione, messa in vece di quella che alludea già ai casi del re innominato.[855]Breve tempo dimorò poi Ibn-Zafer in Sicilia: allontanatosi forse nella sedizione de’ Cristiani di Palermo contro il re Guglielmo I e contro i Musulmani. Ei ricomparisce ad Hama, stentando la vita al dire d’Ibn-Khallikân, con una piccola provvisione che gli procacciarono, di professore, credo io, in qualche medresa. In Hama ei divulga, tra le altre opere, il Solwân della seconda edizione e il Kheir-el-biscer, mutilato della dedica a Sefi-ed-dîn. E veramente la copia del Solwân stampata non è guari a Tunis (1862), è tolta da un testo che l’autore stesso avea comunicato al ripetitore in Hama, del mese di regeb del sessantacinque (aprile 1170);[856]il qual testo, al par del maggior numero de’ codici che abbiamo in Europa, confronta con quello dedicato ad Abu-l-Kasim. E ciò prova che l’autore avea messo da parte l’altro del re innominato. La prima edizione corse per pochi anni, come si argomenta dal picciol numero delle copie che ne rimangono, in confronto delle molte della seconda edizione.[857]Nè altrimenti dovea succederenel supposto che il nemico di quel re troppo buono fosse stato il gran Norandino; perocchè splendendo sempre più in Levante la gloria militare e la virtù religiosa del conquistatore, i Musulmani non avrebbero sopportata una voce che ricordasse le sue perfidie, nè l’autore stesso avrebbe affrontato il pericolo di uscir nuovamente dalla Siria.
Comunque sia, l’indigenza accompagnò Ibn-Zafer fino alla tomba, e poco prima l’avea sforzato a maritar la figliuola ad uom di condizione inferiore alla propria, ch’è peccato in legge musulmana. Il genero, per giunta, portò via la giovane e la vendè schiava in altro paese. Morì Ibn-Zafer in Hama, come abbiam detto: ei fu piccino e mal complesso della persona; ma bello in volto,[858]generoso d’animo, pio, onesto, lodato per chiaro ingegno, vasta erudizione e delicato gusto letterario. Donde possiam pensare che quest’ultimo scrittore della Sicilia musulmana avrebbe lasciate opere più grandi, se la povertà non l’avesse obbligato a filarne una trentina.
A capo delle quali ei pose nel citato catalogo ilJanbû’, ec. (Sorgente d’eterna felicità nell’esegesi del Savio Ricordo) dettato due volte, come s’è detto, con lo stesso titolo[859]e chiamato anche il Gran comentoletterale del Corano.[860]Abbiamo in Europa, per quanto io sappia, un solo volume delJanbû’, che torna forse ad una ottava parte dell’opera e che ne dà bel saggio, s’io giudico dirittamente.[861]Va noverato anco tra gli studii coranici ilFewâid-el-Wahi, ec. (Brevi ed utili cenni su le gemme della miracolosa Rivelazione) che racchiude la definizione de’ nomi dati alla divinità nel Corano; de’ quali alcuni differiscono di forma e di significato, comeKerîme’Azîm; altri, al contrario, derivano da unica radice, comeRahmâneRahîm, ovvero possono usarsi indistintamente comeKhabîre’Alîm.[862]Nella medesima classe è da porre l’Asâlib-el-Ghaiât, ec. (Vie che portano a spiegar bene un versetto) ch’è appunto l’ottavo della sura quinta e risguarda le abluzioni;[863]l’Iksir-Kimia-et-tefsîr(Elixir della chimica dell’esegesi);[864]ilKitâb-el-Borhaniat, ec. (Libro degli Argomenti che conducono alla spiegazione de’ nomi di Dio).[865]Non si cita d’Ibn-Zafer alcun trattato di tradizione musulmana propriamente detta. Pur non è dubbio ch’egli abbia studiata quella prima sorgente delle scienzedell’islam, poichè i biografi fanno menzione della sua presenza nelle scuole di tradizione,[866]e d’altronde lo provan le opere sue, come innanzi diremo.
Delle due opere giuridiche notate nel catalogo autentico, noi sappiam poco più che i titoli: e sembrano l’una e l’altra compendii. S’addimanda una il Mosanni (La Manoduzione), trattato di scuola malekita, nel quale avverte l’autore ogni tesi essere seguìta dalla sua dimostrazione: e parmi questo il medesimo libro che l’autore dedicò ad Abul-Kasim in Sicilia, allungando un po’ il titolo: “Manoduzione per chi vuole imbeversi dellaMa’onae dell’Iscraf“, delle quali l’una è compilazione classica di dritto malekita, e l’altra pare opera di confronto tra le dottrine delle varie scuole ortodosse.[867]Il secondo lavoro giuridico d’Ibn-Zafer è poemetto didascalico sul partaggio delle eredità e su i diritti di clientela.[868]Non presto fede alla notizia, al medesimo tempo riferita e messa in forse dal Fasi, cheIbn-Za-fer avesse date lezioni di dritto sciafeita;[869]sembrandomi che s’egli studiò quella scienza, non l’approfondì tanto da poter insegnare in altra scuola che la malekita. L’errore nacque forse da somiglianza di nome, e questa sarebbe per avventura una delle cagioni che han resa dubbia la patria del letterato siciliano e fatta notare da alcuni nel cinquecensessantacinque la sua morte, che seguì per vero due anni appresso.
Da’ titoli delle opere di teologia, chè que’ soli abbiamo e qualche cenno nel catalogo autentico, sembra che Ibn-Zafer siasi gittato nelle contese degli scolastici musulmani dell’età sua. Messo da canto ilTeskhir(La Connessione) del quale non sappiamo altro che la classe,[870]ci occorre ilMo’adat(I luoghi sacri), libro ortodosso, scrive l’autore medesimo, pien di salutari avvertimenti ed atto a chiarire ogni dubbio.[871]Segue ilMo’atibat-el-Giari, ec. (Riprensione all’audace che condanna l’innocente), il quale trattava, se dobbiam credere al Makrizi, delle dottrine teologiche di Abu-Hanifa e di El-’Asciari; onde par che l’autore abbia assunta la difesa del primo contro il secondo.[872]Svela ira più acerba il titolo delKescf-el-Kescf(Smascheramento dello Smascheramento), confutazione d’un’opera ch’era uscita col titolo diKescf, contro la famosa “Risurrezione delle scienzeteologiche” per Ghazali.[873]Abbiamo infine con un titolo che parla dassè, ilGennet fi ittikâd-ahl-es-sunneh(Il Paradiso nella Ortodossia de’ Sunniti).[874]
Ma più che a combattere ne’ deserti della scolastica, s’adattava il delicato intelletto d’Ibn-Zafer alla filosofia morale. Si leggono nel catalogo i titoli di quattro opere, con l’avvertenza che fossero parenetiche, cioè:El-Khowads-el-wakiat, ec. (Gli elmetti sicuri e gli amuleti degli incantesimi);[875]Riâdh-ed-dsikra(I Giardini dell’Ammonizione);[876]En-nesâih(I buoni consigli);[877]Mâlek-el-idskâr, ec. (L’angelo che ricorda le vie delle Riflessioni).[878]Delle quali opere nè conosciamo codici, nè troviamo ragguagli; pur la tendenza morale si può argomentare con sicurezza dalle opere istoriche e dalle pseudo-istoriche del medesimo autore.
Delle prime ci rimane ilKheir-el-biscer, ec. (I migliori annunzii sul miglior dei mortali) dianzi citato, nel quale si discorrono le predizioni ch’ebbe il mondo dell’apostolato di Maometto.[879]Il trattato si divide in quattro capitoli, secondo la diversa origine de’ vaticinii; cioè a dire, que’ contenuti nei libri sacridegli Ebrei e de’ Cristiani e quelli usciti di bocca dei dottori, deiKahin(arioli arabi) e deiginn(genii o demoni). Nei primi due capitoli l’autore cita ad ogni passo il Pentateuco, i Salmi, il libro d’Ezechiele e i Vangeli, con le diverse opinioni degli espositori; talvolta ei confronta col testo la versione siriaca del Vecchio Testamento; esamina con erudizione il cammino percorso dai libri che compongono il Nuovo, e sostiene pertinacemente il paradosso musulmano che il Paracleto della Scrittura simboleggi Maometto. Parmi che cotesti due primi capitoli possan giovare in qualche modo alla storia degli studii biblici. Nel terzo e nel quarto si possono spigolare, per quel che valgano, degli aneddoti di storia preislamitica, e v’ha sempre da raccogliere note filologiche tra le sentenze sibilline conservate bene o male dalla tradizione. La fama che ha goduta e gode questo libro in Oriente, è provata dai molti codici che ne avanzano, dalle citazioni che ne fanno gli scrittori,[880]e dalla recente edizione del Cairo.[881]Sembra compendio delKheir-el-biscerlo’Alâm-en-nobowah(Segni della Missione profetica) che manca nel catalogo autentico, e dee perciò riferirsi agli ultimi anni dell’autore.[882]
Si allarga alquanto il campo storico nell’Anbâ-nogiabâ-el-ebnâ(Notizie dei giovanetti illustri),[883]al quale non manca il suo compendio, chiamatoDorer-el-Ghorer(Le perle frontali).[884]Caso raro nella letteratura arabica, il titolo del primo di cotesti libri espone chiaramente il subietto. Dividonsi quelle biografie in cinque capitoli, ciascun de’ quali ha intitolazione particolare e il primo, detto “La gemma solitaria ed unica,” racchiude gli aneddoti di Maometto fanciullo. I tre seguenti trattano dell’infanzia di tre generazioni diverse di Musulmani; il quinto de’ fanciulli celebri degli antichi Arabi e de’ Persiani. È libro diadâb, come si chiama l’erudizione miscellanea; e contiene esempii di bella memoria, sagacità precoce, predestinazione alla grandezza religiosa o mondana. Cotesto libro, al paro che ilKheir-el-biscer, potrà giovare tuttavia a’ lessicografi ed a’ ricercatori della storia orientale del medio evo.
Com’ogni altro letterato arabo, scrisse Ibn-Zafer di grammatica. Leggiamo nel suo catalogo unEl-Kawâ’id wal-biân, ec. (Le basi e la spiegazione della grammatica): ma egli stesso lo chiama compendio.[885]E’ sembra invero che Ibn-Zafer poco siasi curato della scienza grammaticale, ancorch’egli dicerto non l’abbia trasgredita nello scrivere, perocchè le sue opere pervenute infino a noi scarseggiano di note grammaticali, quanto abbondano delle lessicografiche. I biografi poi ci hanno tramandato un pettegolezzo che attesterebbe i rimorsi d’Ibn-Zafer; cioè, che trovandosi ad Hama in una tornata accademica conTag-ed-dîn-el Kendi, questi gli propose una difficoltà grammaticale e poi un dubbio filologico: ai quali Ibn-Zafer rispose e in sul fine della tornata sclamò: “Il dottore Tag-ed-dîn è più valente di me in grammatica, ma io lo vinco in filologia.” — “Oibò, rispose il pedante, conceduta la prima tesi; controversa la seconda.”[886]
Lasciato da cantoEl Gewd-el-wasib(La pioggia continua),[887]al quale non sapremmo assegnar classe e ilKitab-el-isciarât, ec. (Cenni su la scienza dell’interpretazione) che par tratti d’oneirocritica,[888]entriamo nella filologia, che dopo la filosofia morale, fu in vero la disciplina prediletta del nostro autore. Come già dicemmo,[889]spirava allora nella letteratura arabica il secento e lucea, stella polare de’ filologi, l’arguto e vivacissimo Harîri. Ibn-Zafer lo comentò, sforzato dal genio de’ tempi; ma lo combattè anco. NelSefr(Il sentiero) ei dichiarò le voci insolite e rare e i proverbii che occorrono nelleMekameto “Tornate” di Harîri, come suona in italiano;[890]la stessa cosa par abbia fatto, su per giù, nelNakîb, ec. (Lo scrutatore delle espressioni peregrine delle Tornate) e non sappiamo se il comento di Harîri, attribuito a Ibn-Zafer, sia copia di quelle due opere messe insieme, ovvero nuova compilazione.[891]Con l’Awhâm-el-Ghawwâs, ec. (Errori del Marangone che tacciad’errore i Sommi) ei rifà il verso all’Harîri, il quale nellaDorret-el-Ghawwâs, ossia “Perla del Marangone,” avea sindacati i più celebri scrittori.[892]Fuor dall’agone della critica, ci occorre ilMulah-el-loghat(Sali di filologia), glossario alfabetico de’ vocaboli suscettivi di parecchi significati;[893]l’Isctirak-el-loghewi, ec. (Consorzio filologico e genesi de’ significati)[894]e ilNogiob-el-amthâl(Proverbii eletti).[895]
Assai brevemente dirò del Solwân, ch’è pur il capo lavoro d’Ibn-Zafer ed ha mantenuta per sette secoli, e manterrà ancora per lungo tempo, la fama dell’autore presso i popoli musulmani. Venti anni or sono, io tradussi questo libro in italiano, rividi una bella versione inglese fatta su quella mia, e nella Introduzione trattai le sorgenti istoriche e letterarie alle quali l’autore avea attinto. Detti altresì tutte le notizie bibliografiche venutemi fin allora alle mani e v’aggiunsi molti, forse troppi, schiarimenti, per far comprender meglio il libro a’ lettori che non avessero studiate di proposito le cose dell’Oriente. Mi basti, dunque, di ricapitolare quella Introduzione, dellaquale confermo tuttociò che non correggerò espressamente.
Solwân-el-Motâ fi ’odwân-el-etbâvuol dire “Rimedii del principe, quand’egli è nimicato da’ suoi seguaci.” Propone l’autore cinque rimedii, che danno argomento ad altrettanti capitoli: e son l’Abbandono in Dio, ossia l’affidarsi alla giustizia della causa; il Conforto, ossia non sbigottire nei pericoli; la Costanza, ossia perseverare; il Contentamento nella propria sorte; e l’Abnegazione, o piuttosto il disprezzo delle cose del mondo. Ciascun rimedio è esposto per sintesi e per analisi: da una mano i precetti del Corano, le tradizioni di Maometto, le sentenze de’ savii ed alcune massime dell’autore in prosa e in verso; dall’altra mano, squarci di storia, novelle fabbricate su fatti storici e prette favole ed apologhi. Gli argomenti storici son tolti per lo più da’ tempi classici dell’Arabia, da’ primi secoli dell’islamismo, dalla Persia sassanida e talvolta dalle agiografie cristiane dell’Oriente; le narrazioni favolose sono imitate, copiate non già, da’ modelli indiani. Troviamo testualmente una novella delleMille ed una Notte:[896]ond’è da supporre che alcuno degli ultimi compilatori di quel dilettevolissimo libro, l’abbia tolta dal Solwân, non già il contrario. Del resto, non pochi altri squarci sembrano parafrasi o forse traduzioni di testi pehlewi, ch’è a dire, frammenti tolti dal naufragio della letteratura persiana nell’epoca de’ Sassanidi. Nelle massimemorali s’alterna, come nella più parte de’ libri pervenutici dall’Oriente, la fierezza dello stoicismo e la pieghevolezza cristiana: savii sono del resto i consigli politici; ingenuo e vivace il dettato e la lingua arabica pura e scorrevole, se non che a volte s’inciampa in un pezzo di secento. Le due edizioni citate dianzi, le quali chiamerem l’una di Siria e l’altra di Sicilia, si distinguono non meno per le prefazioni diverse, che per la pulitura. Nella seconda son tolte via quelle citazioni continue, è semplificato l’intreccio; ma qualche bel racconto è soppresso e v’è passata, s’io non erro, la lima di una censura volontaria.[897]
Pregio principale del Solwân mi sembra la via nuova che l’autore tentò, nuova pei Musulmani, cioè d’inculcare massime morali con l’esempio di fatti immaginarii. Perchè pria di lui la letteratura arabica possedea sì delle versioni e delle imitazioni di favole persiane e indiane, ma non si ritrae che alcuno scrittore le abbia usate in opera di serio e grave argomento:[898]ond’è che Ibn-Zafer si sforza nella prima edizione a mostrar come i santi dell’islam non rifuggivano da arte oratoria così fatta, e nella seconda replica che legge non vieta il suo dettato, nè orecchio dee rifuggir da quello. E per vero, non ostante gli scrupoli del tetro genio semitico, parecchi orientali hanno tradotto questo libro, imitatolo o fattone parafrasi,[899]o presone squarci,[900]ed altri scrittori il citano.[901]In somma, il Solwân è stato sempre in voga appo i Musulmani, come lo provan anco le molte copie che n’abbiamo nelle biblioteche europee e la recente edizione di Tunis.
Tra i lavori d’Ibn-Zafer io non ho notate le poesie, perchè poche ne conosciamo oltre i versi intessuti nel Solwân; i quali d’altronde non differiscono dalle sue prose rimate, se non che per la misura e per la rima più rigorosa. Ciò non ha ritenuti i biografi dal chiamar belle le poesie d’Ibn-Zafer, giudicandole sopra un tipo di bellezza diverso dal nostro. Imâd-ed-dîn, ch’era penetrato infino all’osso del gusto letterario di quel secolo, dice che Ibn-Zafer, “passando in Siria gli ultimi anni della sua vita, irrigò con la eloquenza le Accademie de’ bramosi di sapere. Ei fu principe, al suo tempo, nell’esegesi del Corano e nella erudizione. Lo vidi io in Hama, che gli amatori della Scienza pendevano attoniti dal suo labbro. Lasciò eleganti composizioni e ben ordinatecompilazioni: tra le altre opere il Solwân, ch’io ho percorso e trovatolo utile libro, come quello che unisce le due bellezze, delle idee e della lingua, e ti ammaestra or accennando, or esortando; il quale libro fu composto da lui in Sicilia, ec.” Arriva il biografo a dire che questo uom valentissimo sorpassò nella scienza tutti i dotti suoi contemporanei.[902]Che se non vogliamo fidarci di Imâd, ampolloso scrittore, facile a lasciarsi trasportar dalle antitesi e dalle consonanze, staremo al giudizio di Ibn-Khallikân, il quale, educato com’egli era in una scuola storica aridissima, pur novera Ibn-Zafer tra i principali eruditi e i più valenti uomini del tempo, e lo dice autore di pregevoli compilazioni.
Il doppio nome etnico non ha cagionati dispareri su la patria del tradizionista Abu-Ali-Hasan-ibn-Abd-el-Bâki, droghiere e dottore malekita, noto sotto nome d’Ibn-el-Bâgi,[903]detto Siciliano e Medinese, e morto il cinquecennovantotto (1201-2).[904]Al quale va aggiunto un Abd-el-Kerîm-ibn-Iehia-ibn-Othman, soprannominato “L’onor de’ Grammatici,” perch’ei fu maestro del precedente e discepolo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallem, da Mazara; onde sembra anch’egli nato, o domiciliato in Sicilia.[905]Siciliano per nascita l’altro emigrato e tradizionista Abu-Zakaria-Jehia-ibn-Abd-er-Rahman-ibn Abd-el-Mo’nim, oriundo di Fez, discendente della tribùaraba di Kais; il quale chiamossi anco Dimiski e Isfahani, dalle due città ov’ebbe soggiorno, e nella seconda delle quali morì, il secentotto (1211-12). Sappiamo ch’ei vagò per molti paesi, che seguì la scuola sciafeita, lasciando, com’e’ pare, la malekita, perchè non prevaleva in quelle regioni di levante. Si conosce di lui l’Er-raudat-el-anîkah(Il dilettoso giardino), che sembra raccolta di tradizioni; ma egli non passava per fedel raccontatore.[906]Visse nel medesimo tempo e fu maestro di tradizione, il giurista Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abi-l-Kasim, siciliano, della tribù di Koreisc.[907]Il cieco Abu-Abd-Allah Mohammed-ibn-Abi-Bekr-ibn-Abd-er-Rezzâk, soprannominatoScerf-ed-dîn(Gloria della religione), par sia uscito di Sicilia con le ultime famiglie ch’emigravano; leggendosi ch’ei nacque il secenventuno (1224), che studiò e insegnò in Egitto e morì al Cairo. Uomo di molta dottrina, carità e religione, venuto in fama di santo che portasse benedizione altrui con le preghiere, ei professò tradizioni e lettura del Corano.[908]Parmi che Mohammed-ibn-Mekki-ibn-Abi-d-dsikr abbia preso il nome di Siciliano dal villaggio presso Damasco che si addomandava Le Siciliane; poichè lo dicono nato in Damasco, di regeb secenquattordici(ottobre 1217): il quale fu noto come lettor del Corano e tradizionista, ancorchè addetto al mestier di ricamatore a Damasco e poi nell’opificio deltirâzal Cairo, dove morì il secennovantanove (gennaio 1300).[909]Furon poi detti entrambi Ibn-es-Sikilli, come egli è probabile dalla nazione dei padri loro rifuggiti in Egitto, due giureconsulti egiziani di scuola sciafeita; il primo de’ quali, Mohammed-ibn-abî-l-Fadhl, della tribù di Rebî’a, soprannominatoScerf-ed-dîn(Gloria della religione), nacque in Misr il secentotto (1211), fu magistrato di polizia urbana e morì il secennovantadue (1293);[910]l’altro, Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Mohammed, soprannominatoFakhr-ed-dîn(Vanto della religione), scrisse un trattato giuridico, fu cadi di Damiata, indi magistrato al Cairo e morì il settecenventisette (1327).[911]
Ritornando ai Siciliani propriamente detti e alla classe della filologia nella quale ci è occorso il ramingo Ibn-Zafer, troviam ora un Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Ali, chiamato Ibn-el-Mo’allim (Il figliuol del maestro di scuola), che al dire di Dsehebi segnalossi molto in grammatica e in lessicografia, ebbe scrittura bellissima, studiò la medicina, interpretò i sogni, e morì il cinquecentrentadue (1137-38). Mettendolo il Dsehebi, l’ho messo ancheio:[912]e più alacremente prendo a dir degli scrittori in prosa e in verso.
Giova qui ripetere che le notizie e gli squarci sui quali abbiamo a giudicare, derivano la più parte dall’antologia d’Imâd-ed-dîn; il quale trascelse secondo il gusto e l’intento suo, e non secondo il nostro. Indi è che tra le opere degli Arabi siciliani di quest’ultimo periodo, ei ci dà tre soli esempii di poesie che, in significato assai largo, chiameremo popolari. I due primi son versi da cantare, dettati da un buon letterato e poeta, senza tanto artifizio, ma senza scostarsi da’ metri soliti: onde ne tratteremo in appresso. L’altro esempio muove la sete e ne lascia a bocca arsa. Sono stanze, proprio stanze, con versi brevi e rime intrecciate: ond’io penso che scopriremmo per avventura più intimi legami tra queste e le prime poesie italiane della Sicilia, se il secentista pedante che fè la raccolta, ci avesse serbato qualche altro componimento di tal fatta. Ma di certo gli parve strano e barbarico il metro, del quale ei perfino ignorava il nome o sdegnò di ripeterlo, poichè ci trascrive i versi con la intitolazione “Di que’ che si recitano con cinque misure.”[913]
Gli scrittori arabi di Ponente ci ragguagliano dell’origine e progresso di cotesto novello uso di verseggiare, il quale non differiva nel metro soltanto della genuina poesia arabica. I componimenti furon chiamati propriamenteMowascehât, oAzgiâl. De’ quai vocaboli il primo è plurale dell’aggettivo femmininomowascehah, che vuol dire “ornata diwisciâh,” sorta di bustino di pelle, trapunto a filialterni di perle e d’altre gioie. Forse chi primo usò tal nome, volle paragonar la nuova canzone ad una cantatrice abbigliata per andare a corte, o volle accennare alla gaiezza delle rime, avvicendate come que’ fili paralelli che si incrocicchiavano sotto il petto, nelle due punte delwisciâh. E veramente in linguaggio tecnico appellanosimt, ossia filo, il verso la cui rima rilega tutte le stanze, eghosn, ossia ramo, i versi di ciascuna. La vocezegel, al pluraleazgiâl, rende l’idea di suono ripetuto, significando nella lingua classica: grido, chiasso, gorgheggio ed anco susurro come di venticello.
Lemowascehes’intesero dapprima a corte di Cordova, allo scorcio del nono secolo; furon molto in voga in Affrica e Spagna dall’undecimo in giù; e quella moda occidentale trovò favore anco in Egitto e in Siria e dura finoggi.[914]Sia fioritura d’un germeche s’ascondea nella stessa poesia nazionale degli Arabi,[915]sia novità tolta in prestito dalla Persia, sia pure imitazione delle strofe e rime di bassa latinità che correano per avventura nel clero e nel popolo di Spagna al tempo del conquisto, lamowascehaalleggerì ogni maniera di peso della poesia classica: i versi lunghi, divisi per emistichii; l’unica rima de’ componimenti maggiori; i vocaboli insoliti o vieti messi lì per forza della rima o lusso di lingua; e nelle kaside, la macchina della bella che ha mutato il campo, dell’amante che visita le vestigie di quello e simili cose.
I versi brevi, scompartiti a stanze, costruiti più spesso con gli accenti a modo nostro che con le regole della prosodia arabica,[916]rimano con leggi svariate, or alternati come nelle nostre terzine, ora con rima intermittente come nelle canzoni e in molti altri antichi metri nostri; e così anche si tramezzano versi di varie misure, per esempio di quattro o cinque sillabe, con que’ d’otto o dieci. Secondo Ibn-Khaldûn, izegelnon si distingueano altrimenti da quell’altro metro, che per la lingua, volgare del tutto:[917]ma par che vi si usassero stanze più piccole e versi più corti; ed a ciò menava di certo la soppressionedelle vocali finali nella più parte de’ vocaboli, ch’è proprio dell’arabo volgare; e l’uso di accompagnare i versi col canto e talvolta col ballo.[918]E però gli eruditi han chiamate lemowascehe, odi o canzoni e izegel, ballate e sonetti; la quale ultima denominazione parrebbe più propria se si riferisse all’antico sonetto nostro.[919]Del resto richieggonsi altri studii pria di ammettere la parentela, che comparirebbe a primo aspetto dalla somiglianza di qualche metro e di qualche denominazione. Se pur si trovassero compagne le fogge del vestito, le muse neo-arabiche avranno sempre altro temperamento e altra indole che le neo-latine. Le prime, soprattutto quand’esse abbandonansi neizegel, si allontanan sì dall’Arcadia del deserto, ma non s’avvicinano per questo alla scuola de’ Trovatori di qua nè di là dalle Alpi; e più spesso, ne’ loro nuovi metri, le immagini, il colorito, le transizioni, l’adulazione, il biasimo, i vanti, i monotoni piagnistei dell’amore, son gittati sulla forma arabica, quella, già s’intende, dei tempi di decadenza.
L’unica poesia di tal fatta, riferita a Siciliani nellaKharîda, è opera del segretario Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân-ibn-abi-l-Biscir, es-Sikilli, el-Ansari, cioè siciliano di stirpe medinese, messo inprimo luogo nel capitolo de’ Siciliani contemporanei d’Imâd-ed-dîn, onde tornerebbe alla metà del sesto secolo dell’egira e duodecimo dell’èra cristiana. Più precisamente parmi da collocare Abu-l-Hasan tra lo scorcio dell’undecimo e i principii del duodecimo, poichè il raccoglitore cavò questa notizia dall’epistola di Abu-s-Salt su i poeti della età sua propria (1067-1134). Il componimento è di sei stanze, ciascuna di tre versi d’otto sillabe, ed ogni verso rima col suo simmetrico in ciascuna stanza, il primo cioè col primo e così il secondo e il terzo: e però lo chiamereizegel, più tosto chemowasceha.[920]
Io mi ristringo al metro, ch’è la sola parte notevole di questo squarcio, e nulla dico de’ concetti e dello stile; parendomi gli uni volgari e l’altro pesantuccio, quando Abu-l-Hasan ne’ componimenti ordinarii tratta più vivacemente il subietto dell’amore mal corrisposto,[921]e le sue parole una volta si direbber anco tenere e spontanee.[922]Lasciato da cantoAbu-s-Salt, che si dilettava di paragonare co’ suoi proprii versi e con gli altrui, un distico d’Abu-l-Hasan su i raggi di luce ripercossi dalle acque,[923]noi dobbiamo notar con lode gli epigrammi scherzevoli di questo autore[924]ed uno serio, dove spira l’orgoglio serbato da nobile e forte gente tra le amarezze che non mancavano ai vinti Musulmani di Sicilia.[925]
Par che Abu-s-Salt non abbia scritti in lista altri poeti siciliani, poichè Imâd-ed-dîn, senza citarlo altrimenti, continua questo capitolo con la scorta d’un anonimo che ne avea messi parecchi in unaraccolta compilata di recente in Mehdia.[926]Tornano essi dunque alla prima metà del duodecimo secolo, com’anco s’argomenta dalle poesie dedicate a re Ruggiero.
Primo ci occorre in questa raccolta Abu-Musa-’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, es-Sikilli, lodato dall’anonimo antologista, come “giureconsulto di gran seguito, valoroso nelle allegazioni e negli argomenti, l’avvocato principe del suo paese, (lo scrittore) dai concetti nuovi, elevatissimi e dal linguaggio (fiorito come) i giardini cui rigan piogge continue.” ’Imâd-ed-dîn, sopraccaricando figure, continua che “a sentire i suoi dettati, ogni ferita risana; che il fulgore di quel bello stile dissipa le angosce; che le parole rassembran perle cavate dalle conchiglie e stelle raggianti. Ed ecco, conchiude Imâd, una delle sue peregrine poesie d’amore, la quale è più dolce che un desiderio soddisfatto.[927]” Ma al nostro palato sanno meno salvatichi i versi dettati per una bella ragazza bionda[928]e per una brunavezzosa.[929]Oltre varii epigrammi, un de’ quali indirizzato ad Abu-s-Salt per chiedergli in prestito un libro,[930]abbiam di lui il principio della kasida funebre scritta per un Abu-Ali-Abd-Allah, e sembranmi nobili versi.[931]È meraviglia che uom sì grave abbia dettate, nello stesso metro solenne, delle poesie oscene, come ben le definisce Imâd e ne reca in esempio una kasida intera ed un verso tolto da un’altra, del quale non oso pur dare la traduzione latina: e il laido concetto è espresso in termini astrologici che lo rendono più disgustoso.[932]I trentacinque versi ond’è composta l’altra, cominciano con la imitazione servile d’Imro-l-kais; arrivano ai vocaboli sudici e finiscono con una apologia insipida e impertinente.[933]Pur non si può negare il pregio della lingua in cotesti componimenti, nè in quelli di futile argomento,ammessi al par nellaKharîda: un’epistola in prosa a lode d’un bel saggio di calligrafia;[934]una in versi, nella quale sono evitate le due lettereelifelam, sì frequenti nella lingua arabica.[935]
Abu-Abd-Allah-Mohammed, figliuolo del precedente e giureconsulto, segretario e poeta, ebbe gran fama, a quanto ci si dice, come geometra e astronomo o astrologo.[936]Più solenne giudizio troviamo intorno le sue opere letterarie. Scrivono i biografi “ch’ei passeggiava su le vette dell’eleganza; lo chiamano campione rinomato ne’ tornei de’ dotti; scoprono nelle sue poesie tale virtù da esilarare gli animi, e inebriare gli astanti come se si facessero girar tra loro delle tazze di vin prelibato.”[937]’Imâd, accennando alle elegie di Mohammed-ibn-’Isa, esclama che, se ascoltassero di tai versi, si metterebbero sulla buona strada anco i malvagi.[938]E per vero una lunga kasida, scritta, com’e’ sembra, in morte d’alcun de’ Beni Labbana, procede maestosa e patetica: e comprendiam che dovesse parer capolavoro a chi possedea la lingua, a chi tenea sovrane bellezze i tropi, le metafore, le antitesi, che or ci muovono a riso.[939]La buona genteascoltò, fors’anco tutta commossa, un’altra elegia che esordisce col pianto dei cavalli.[940]Perdonati i difetti del secolo, Mohammed-Ibn-Isa può dirsi buon poeta; migliore al certo del padre, poichè seppe scansarne la scurrilità. Ne’ suoi versi d’amore ci occorre, tra i luoghi comuni, qualche immagine graziosa.[941]Ilcomponimento che ho citato dianzi come poesia popolare, ha concetti semplici, linguaggio facilissimo, versi non tanto lunghi e adatti al canto; del resto corron tutti sopra unica rima a modo antico.[942]Abbiamo di questo poeta gli squarci di due altre kaside, d’una epistola in rima, di due in prosa e di due tramezzate dell’una e dell’altra, onde veggiamo che lo stile familiare non gli facea smetter sempre le ampollosità.[943]
Seppe scansarle, quanto allor poteasi, un altrosiciliano contemporaneo, del quale ’Imad-ed-dîn ci dà soltanto otto versi, tolti in parte dal principio e in parte dal seguito di lunga kasida che fu scritta in morte d’un nobil capo musulmano di Sicilia. E duolci che ’Imâd non abbia serbato il nome di costui, nè il rimanente dell’elegia, nel quale si sarebbero trovati per avventura de’ cenni storici e de’ versi più belli; poichè l’antologista trascelse di certo quelli che a noi possono piacer meno. Pur ci si veggono sentimenti vigorosi, concetti poetici e nobiltà di forma; in grazia anche del maestoso metro ch’è iltawîl, ossia “lungo.”[944]Il poeta chiamossi Othman-ibn-Abd-er-Rahman, soprannominato Ibn-es-Susi, dice ’Imad-ed-dîn; ma questo a me pare piuttosto soprannome di qualche antenato, oriundo di Susa in Affrica, il quale abbia fatto stanza e lasciata progenie in Malta; poichè si ammira tuttavia in quell’isola la lapida sepolcrale di Meimuna, figliuola di un Hassân-ibn-Ali, della tribù di Hodseil, dettoIbn-es-Susi.[945]Il poeta appartenne di certo alla stessa famiglia, poichè l’antologista continua dicendo che “Malta fu il luogo della sua nascita,[946]la stanza di sua gente e la produttrice del suo vino; quivi fu coltivato il suo ingegno, quivi egli apprese lettere umane dal proprio padre. Abitò quindi Palermo; elessela a (seconda) patria e vi trovò riposo. Ei visse oltre i settant’anni, procreò figliuoli; le sue poesie (lodansi per) sano concetto, bella struttura e buon gusto. Avea recitata egli stesso, pochi giorni pria di morire, quella elegia all’autore della raccolta.”[947]
Siciliano parmi senza dubbio un Abu-d-Dhaw-Serrâg-ibn-Ahmed-ibn Regiâ, del quale ’Imad-ed-dîn non dà cenno biografico, ma il cita a proposito del carteggio ch’ei tenne con Abu-s-Salt.[948]Parmi siciliano, perchè nella seconda metà del duodecimo secolo abbiamo di quel casato un cadì di Palermo, il cui padre e l’avolo aveano esercitata la stessa magistratura;[949]e d’altronde l’elegia dettata in morte d’un figliuolo di Ruggiero, prova ch’egli ebbegrazia a corte di Sicilia o ne cercò. Al dire di Imâd-ed-dîn, faceasi menzione di questo poeta nell’opera d’Ibn-Bescrûn, della quale tra non guari tratteremo. Si lodavano ampiamente i suoi rari pregi e le sue risplendenti qualità: sobrietà di descrizioni, possente immaginativa, intuizione sicura, acume d’intelletto, poesia ben tessuta e indirizzata ad alto scopo.[950]E sì che la fantasia non venne meno adAbu-d-Daw tra questo turbine d’immagini orientali, evocate in mezzo al profondo lutto del re.
Altri poeti celebrarono la magnificenza di Ruggiero con carmi i quali, quantunque scorciati da Imâd-ed-dîn “perchè, dice egli, suonan lode degli Infedeli ed io dal mio canto non la vo’ confermare,” han pure singolar pregio appo noi, provando che così fatti omaggi erano graditi a corte di Palermo, e valendo anco a illustrare luoghi di delizia che da gran pezza han mutato aspetto. Così l’antica reggia di Palermo, oltraggiata dal tempo e dai vicerè spagnuoli, l’anfiteatro romano, chiamato nel medio evo la Sala verde e adeguato al suolo più di tre secoli addietro, i giardini e il castello di Maredolce o della Favara, le vestigie dei quali non sono dileguate del tutto, ci tornano alla memoria ne’ versi di Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed-ibn-Omar, della città di Butera in Sicilia.
Fu questi, come leggiamo nellaKharîda, “recitator del Corano non inferiore a nessuno al suo tempo, dottissimo nelle varianti del sacro libro: e verseggiòcon mirabile originalità di pensiero. Egli stesso recitò all’anonimo mitologista una kasida, nella quale lodando Ruggiero il Franco, principe della Sicilia, descrisse gli eccelsi edifizii di quel re. Nel qual poema si legge tra le altre cose:[951]”
“Su, fa girare il (vin) vecchio[952]di color d’oro; e attacca la bevuta mattutina con quella della sera.
Bevi al suon della lira bicorne e de’ canti ma’bediani.[953]
Non si vive davvero, se non che nel beato soggiorno di Sicilia,
(All’ombra) d’un principato che s’innalza sopra quello de’ Cesari.[954]
(Vedi) i palagi vittoriosi, dinanzi a’ quali la gioia arresta il ronzino:
Ammira questo soggiorno che Iddio ha colmo d’abbondanza,
Il circo che superbisce sopra tutti gli edifizii (innalzati) dall’arte;[955]
I giardini della Rupe,[956]ne’ quali torna ridente il mondo,
E i lioni della fonte che buttan acque di paradiso.
La primavera con le sue bellezze veste quei giardini di splendidi ammanti;
Il mattino li incorona con colori di gemme.
E imbalsaman essi le aurette de’ zefiri, dall’alba ed al tramonto.”
Descrisse più particolarmente i giardini della Favara Abd-er-Rahman-ibn-Abi-l-’Abbâs, da Trapani, il Segretario:[957]
“Favara da due mari[958]tu contenti ogni brama di vita dilettosa e di magnifica apparenza.
Le tue acque diramansi in nove ruscelli: oh bello il corso delle acque così spartito!
Là dove si congiungono i due mari, là s’affollano le delizie.
E sul canal maggiore s’accampa l’ardente desiderio.
Oh quanto è bello il mare dalle due palme e la (pen)isola[959]nella quale s’estolle il gran palagio!
L’acqua limpidissima delle due polle somiglia a liquide perle e il bacino a un pelago.[960]
Par che i rami degli alberi si allunghino per contemplare il pesce nell’acqua e gli sorridano.
Nuota il grosso pesce in quelle chiare onde, e gli uccelli tra que’ giardini modulano il canto;
Le arance mature dell’isola sembran fuoco che arda su rami di smeraldo;
Il limone giallo rassomiglia all’amante che abbia passata la notte piangendo per l’assenza (della sua bella);
Le due palme hanno l’aspetto di due amanti che siansi riparati in asilo inaccessibile, per guardarsi da’ nemici,
Ovvero, sentendosi caduti in sospetto, s’ergan lì ritti per confondere i susurroni e lor ma’ pensieri.
O palme de’ due mari di Palermo! che vi rinfreschino continue, non interrotte mai, copiose rugiade!
Godete la presente fortuna, conseguite ogni desio: e che dorman sempre le avversità!
Prosperate con l’aiuto di Dio; date asilo a’ cuori teneri e che nella fida ombra vostra l’amor viva in pace!
Quest’è genuina (descrizione) da non mettere in dubbio. Ma s’io sentissi (raccontare) cose simili, mi parrebbero proprio favole.”[961]
Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, il grammatico Siciliano, al dir dell’anonimo citato nellaKharîda, “fu principe in lessicografia e in grammatica; rinomato per le sane e sobrie dottrine filologiche; lodato per l’orditura giusta e l’andamento scorrevole e ben ordinato de’ suoi versi. Messo in carcere da’ Franchi di Sicilia, continua l’autore, e travagliato con ogni maniera di angherìe, dalla sua prigione ei dettò una kasida a lode di re Ruggiero.” Della quale Imâd-ed-dîn dà il principio e due squarci, ma poi tronca netto la citazione, mormorando che quantunque gli piaccia la poesia, quelli augurii gli danno noia, nè vuol ratificare le lodi degli Infedeli, che Iddio si affretti a precipitarli nel più cocente ardore del suo fuoco.[962]Pur ei conchiude che il poeta è scusabile, come prigione.[963]Il quale, quasi a smentire il critico che dovea lodarlo del felice disegno, sbalza con transizione spropositata dal classico amante di So’àd[964]al magnifico re di Sicilia; ma, tra le esagerazioni, sbozza pur qualche bella immagine e sempre esprime i concetti con rara eleganza.[965]
Per incontinenza poetica, o perchè volle anch’egli adular il vincitore dell’Affrica, ripetea le lodi di Ruggiero un letterato di Mehdia, il cui nome ci è già occorso: Othman-ibn-Abd-er-Rahîm-ibn-Abd-er-Rezzâk-ibn-Gia’far-ibn-Bescrûn-ibn-Scebîb, della tribù di Azd, il quale par abbia fatta lunga dimora in Sicilia, poichè porta anche il nome di Sikilli. Dà notizia di lui Imâd-ed-dîn, trascrivendo nellaKharîdamolte poesie, tolte dal libro che die’ fuori questo Ibn-Bescrûn nel cinquecensessantuno (1165-6) col titolo di El Mokhtar, ec. ossia “Scelta di poesie e di prose rimate degli egregii contemporanei.”[966]Quivi dicel’autore che, avendogli Abd-er-Rahman da Butera mostrata la kasida a lode di Ruggiero e avendolo richiesto di un componimento compagno di metro e rima, ei cantò:[967]
“Evviva la Mansuria, tutta splendente di bellezza;
Col suo castello saldissimo di struttura, elegante di forma; con le eccelse logge;[968]
Con le sue belve,[969]con le acque copiose e le fonti che potrebbero stare nel Paradiso.
Quivi i giardini lussureggianti veston ricchi drappi,
Chè tutto il suolo è coperto di broccato[970]del Sind.
Il zeffiro (che vi passa) ti arreca la fragranza dell’ambra.
Qui vedi gli alberi carichi d’ogni più squisita sorta di frutta;
Qui gli uccelli, senza posa, dalla mattina alla sera si ricambiano (il canto).
Che qui s’innalzi (sempre) in sua gloria Ruggiero, re de’ re cesarei,
E (goda) lungamente le dolcezze della vita, ne’ ritrovi che fan suo diletto.”[971]
Dopo i poeti cesarei, Imâd-ed-dîn registraEl Gâun-es-Sikilli, ossia il “Ribelle siciliano,” come fu chiamato Abu-Ali-Hasan-ibn-Wadd: e nulla ci dice su l’origine di quel terribil nome, ma sol nota aver trovati di molti sbagli ne’ versi. E dà uno squarcio di kasida; poi de’ versi d’amore, accozzati di luoghi comuni, senza alcuno di que’ bizzarri concetti ed espressioni ricercate ch’eran tanto in pregio. I quattro versi che ci rimangono della kasida, odorano di apologia; poichè l’autore si lagna delle vicende della fortuna e de’ partigiani che l’hanno abbandonato. Ingenuo lo stile anche qui, non vela il dispetto nè l’orgoglio, e mostra che il Ribelle non verseggiava per far versi, ma per isfogare la passione dell’animo.[972]
Visse sotto re Ruggiero Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan da Malta, detto il cadi, ancorchè non si fosse mai dato alla giurisprudenza, ma solo alla poesia; nella quale i critici del tempo in loro stile sentenziavano che “egli ebbe un mar di pensieri ed una scaturigine bollente d’estro,” e aggiugneano che moltissimi versi ei scrisse a lode di Ruggiero, chiedendo licenza di ritornare in Malta, ma non ne cavò altro che aspre ripulse.[973]Imâd-ed-dîn non trascrive pur un di que’ versi e mal ce ne compensa con due epigrammi, l’uno fredduccio, l’altro bello ma amaro.[974]La coincidenza del nome patronimico,della patria e della età, mi fa credere sia questi il medesimo Abu-l-Kasim-ibn-Ramadhan, del quale il cosmografo Kazwini ci ha serbato l’emistichio ch’egli improvvisò vedendo una clepsidra. E starebbe bene, del resto, che Imâd l’avesse notato col nome proprio Abd-er-Rahman, e il Kazwini col soprannome familiare Abu-l-Kâsim. In ogni modo va aggiunto ai poeti siciliani Ibn-es-Sementi, che compiè il verso e il madrigale, sì come abbiam detto.[975]
E così venuti alle poesie minori, ci occorre Abd-el-Halîm-ibn-Abd-el-Wâhid, il quale, educato nell’Affrica propria, Siciliano, dice Imâd-ed-dîn, per soggiorno, come quegli che stanziò in Palermo, “apprese ogni bel sapere da’ letterati di quella città, e dettò versi che rassembrano a’ grappoli dell’uva ed orazioni che sembran collane.” Affettuoso il suo distico su la terra che gli die’ ospizio:
“Amai la Sicilia nella prima gioventù. Essa parea giardino d’eterna felicità.
E non m’incomincian per anco a biancheggiare i capelli, che eccola, già divenuta gehenna ardente!”[976]
Anche i suoi versi d’amore son eleganti ed arguti.[977]
Un altro musulmano di Mehdia, venuto in Sicilia qualche mezzo secolo dopo Abd-el-Halîm, dettò alcuni versi sopra un giovanetto cristiano, garzon di bettola in Palermo, i quali vo’ tradurre come ricordo dei costumi, non che io ci vegga tante bellezze. Il poeta si addimandò lo sceikh Abu-l-Hosein-ibn-es-Sebân; e sappiamo ch’ei passò di Sicilia in Damasco, dove morì il cinquecensessanta (1164-5), dopo il soggiorno di più di dieci anni.[978]
Credo nato in Sicilia Abu-l-Fadhl-Gia’far-ibn-el-Barûn,non solo perch’egli è detto Siciliano nell’antologia, ma altresì perchè una iscrizione arabica di Termini ricorda un Barûn, paggio della corte siciliana, fondatore di non so qual monumento.[979]Forse Barûn fu soprannome e divenne casato in persona de’ figli. Tra quali si può noverare questo Gia’far “uno degli unici nell’arte di far ottimi versi,” scrive Imâd-ed-dîn, e accenna particolarmente ad alcuni in lode del vino, ma non li dà. I versi d’amore, dei quali ci rimangono quattro squarci, sembrano eleganti e non senza originalità.[980]Que’ di metro più breve corrono sopra unica rima come gli altri.[981]Gareggiano i due antologisti nelle lodi del giureconsulto sicilianoAbu-Mohammed-ibn-Semna; del quale l’anonimo dice ch’ei seppe unire l’arte poetica alla scienza del diritto; ch’ebbe indole vivace, pronta e arguta risposta, conversazione amena e scherzevole. Imâd-ed-dîn rincalza: parergli le costui poesie, lavoro sublime e frutto maturo. Ma si avverta che la critica è scritta in prosa rimata, con vocaboli contrapposti, assonanze e bisticci, che l’è una maraviglia. Piacque soprattutto un battibecco tra questo Ibn-Semna e ’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, e la cortese risposta, fatta in otto versi, ai rimbrotti, che ’Isa, punto da parole riportategli, avea scritti in tre versi[982]dello stesso metro e rima.