Visse in Egitto, uscito di Sicilia non sappiam quando, e fu primo segretario del califo fatemita Fâiz-billah (1155-60), un Abd-el-Aziz-ibn-el-Hosein, di sangue aghlabita, detto Sikilli e Sa’di,[983]e soprannominatoEl-kadhi-el-Gialîs(Il cadi compagnevole); il quale morì d’oltre settant’anni, il cinquecensessantuno (1165-6). Parecchi squarci delle sue poesie,serbati da un biografo del secolo decimoquarto, cel mostrano poco diverso da’ poeti minori contemporanei; chè al par d’ogni altro ei sciorina le pupille omicide, le fonti di lagrime e tutto il resto.[984]Pur v’ha di lui qualche grazioso epigramma,[985]e il principio dell’elegia dettata per un suo figliuolo, che morì per naufragio, ci sembra pien d’affetto.[986]L’era forse tutta la kasida e per questo appunto parve sì scipita al biografo; il quale ne dà un solo verso, confermando con ciò che, da ’Imad-ed-din a lui, il gusto de’ letterati arabi di cattivo era fatto pessimo.
Son questi gli ultimi poeti arabi che verseggiarono in Sicilia. Agli stranieri è da aggiugnere Jehia-ibn-et-Teifasci da Kâbes, ucciso in Sicilia da’ Franchi, dice Imad-ed-dîn, dopo il cinquecencinquanta (1155) quand’e’ fecero la carnificina de’ Musulmani:[987]ch’è da riferirsi, secondo me, alla rivoluzione del millecensessantuno. Scrittore e poeta di maggior fama,venne in Sicilia (1168), com’abbiamo detto,[988]il cadi Ibn-Kalâkis d’Alessandria, il quale ripartì con un ambasciatore egiziano che di Palermo tornavasi al Cairo. Par che Ibn-Kalâkis abbia soggiornato parecchi mesi nell’isola, poich’egli vide Palermo, Termini, Cefalù, Patti, Lipari, Caronia, Messina, Siracusa. Oltre il libro dedicato ad Abu-l-Kasim e i versi che gli scrisse quand’ebbe a toccar l’isola di nuovo per fortuna di mare, sappiam ch’ei lodò re Guglielmo in una kasida e abbiamo i versi ch’ei dettò, a proposito delle mentovate città di Sicilia, trovando sempre a ridire: qua sul nome, là sul clima o su le acque; ed or lamentando i disagi della navigazione, or le molestie degli uomini, or l’uggia del veder cavalieri cristiani serrati in fila con le spade sguainate, come i denti di qualche belva che stèsse per avventarsi addosso a’ Musulmani.[989]Al contrario lodava l’umanità della corte siciliana un de’ Beni-Rowaha, il quale, preso dall’armata mentr’ei navigava, chiese grazia con versi non tanto studiati, dicendo aver lasciati a casa una madre vecchia e de’ figliuoli piccini in grandi strettezze, i quali, volesse Iddio, conchiuse il poeta, che fossero qui prigioni, “poichè appo voi non ci manca vitto nè vestito.” E si narra che il re liberò costui, gli donò mille dirhem, e lo rimandò appo i suoi, spesato di tutto. Ma non sappiamo a chi si debba riferire il beneficio, poichè Scehâb-ed-dîn-’Omari, che trascrive cotesti versi, nondà il nome del re, nè il tempo, nè altro particolare che il casato del poeta.[990]