490.Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negliStudii sul secolo XIII, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo e de’ succedutiin loco eorum qui ex ipsis decesserant,” presso Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210 scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente, affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit., I, 60, 82.491.Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato,De principe templo panormitano, p. 127.492.Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nelCatalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 49, ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad un Ibrahim, figliuolo del notaio.493.L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211, che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione musulmana.Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro,Sicilia Sacra, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla regione.494.La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’ Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358, 508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’ Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro” eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo più innanzi.495.Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.496.La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi diplomi seguenti:1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne, detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella, nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni,intervasionis tempore, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio,Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di Cefalù, ibid.1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i villani del casale di Polizzi,ubicumque sunt. Presso Breholles, op. cit., I, 113.497.Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.498.Presso Breholles, op. cit., I, 34.499.Op. cit., I, 37.500.Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.501.Il Caruso,Bibl. sicula, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio.De supputandis, etc. pag. 40.502.Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’ pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delleGesta Innocentii III, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano. L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata, inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere, ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo “qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe che lì fossero state decise le sorti della battaglia.Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto, non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.503.Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op. cit., I, 893.504.L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”505.Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.506.Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol. I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p. 194.507.Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand,Amplissima collectio, V, 676, 677.508.NelleGesta Innocentii III, presso Caruso, op. cit., pag. 649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data, indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni, quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo, scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne, ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste. Presso Bréquigny,Diplomata, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.509.Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102. Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone; al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di mille tarì.Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e rappresentava la legittima autorità.Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo, fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un diploma del 1202, presso MongitoreSacrae Domus mansionis.... Panormi Monumenta historica, cap. IV, la soscrizione d’un’Amineddal, olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico diAmîn-ed-daula(il fidato della dinastia) dato a qualche gaito de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata contro gli altri Musulmani.510.Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.511.Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.512.Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191 segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella Chiesa.513.Quest’ultimo fatto si legge negliAnnales Colon. Maximi, presso Pertz, XVII, 825.È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica, della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nelRerum Arabicarum, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit., p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la vocesultan, la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn, indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nellaRivista Sicula, fasc. 2º(Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare su le epigrafi arabiche di Sicilia.514.Albertus Bohemus, citato dal Bréholles,Historia Diplomatica, etc. Introduction, pag.XCLXXXI.515.Quest’ultimo soprannome si legge nellaContinuatio Bergensis, presso Pertz,Scriptores, VI, 440.516.Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439 segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I, come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.517.Cap. viij, pag. 573 segg.518.Presso Bréholles, op. cit., I, 800.519.Op. cit., II, 150, 152.520.Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore,Sacrae domus mansionis.... Panormi, Monumenta. Dalle annotazioni si scorge che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op. cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre 1202, vol. cit., pag. 96.521.Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap. 1, e indi dal Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1359. Temo che questa, con le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le suore e i preti.522.Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703, ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221 l’atto è formulato con le paroleconcedimus.... et perpetuo robore confirmamus.523.Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.524.Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso MongitoreSacrae Domus mansionisetc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit., II, 197.525.Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata eglifuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, etSaraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì chenon audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores(i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia)vel vineas eorum, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella,nisi se ipsum per pecuniam redimisset. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto,Considerazioni, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.526.Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op. cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù, e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per costringerli, e gli era venuto fatto.527.Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.528.Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.529.Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.530.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.531.L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra” molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio, secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In vero non si dice che fossero stati musulmani.532.Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.533.Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.534.Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.535.NellaBibl. arabo-sicula, testo, pag. 491 segg. e nellaHistoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, II, 335; il quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta un’abbreviatura nelle ultime sillabe.L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’ ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi tratteremo nel capitolo seguente.536.Bekri,Description de l’Afrique, testo arabico pag. 45 e versione di Quatremère, nelleNotices et Extraits, tomo XII, pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap. iv, di questo libro, pag. 474.537.Il testo d’Ibn-Khaldûn hathâir, che vuol dir vendicatore e può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.538.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.539.I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a 224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania, Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania. La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles, op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli stesso.540.De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.541.Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.542.Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17 luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.543.Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampatoJacis), non lascia dubbio su l’identità della persona.L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei Saraceni, posto inarridis montibus.Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw, presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negliScriptores Rer. Germ.Lipsia, 1730, tomo III, 121.L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco, mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco. Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211 ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (Annali Genovesi, presso Muratori,Rer. Italic., VI, 391, 401.)Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi con la fuga. (Annali Genovesi, presso Muratori, vol. cit., pag. 423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto, come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si confrontino il Bréholles, op. cit.Introduction, pag. cxliij, e il sig. Ed. Winkelman,De Regni Siculi administratione, etc. Berlino, 1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.544.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz,Scriptores, IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani, bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.545.Ancorchè il Muratori, negliAnnali, porti la emigrazione a Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600. L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che l’imperatoreogni annofacea gran guasto sopra di loro, e che infine “scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz,Scriptores, XIX, 495, è aggiunta la data del 1224.Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori che citeremo più innanzi.546.Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit., pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti senza abitatori.547.Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9 maggio 1223.548.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.549.Op. cit., pag. 572.550.Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.551.Annales Colonienses Maximi, presso Pertz,Scriptores, XVII, 837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo la citazione del Boehmer,Fontes, II, 355.552.Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello stesso nome a sette miglia dalla foce (Bibl. ar. Sicula, pag. 48, 51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città (Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico,Dizion. topogr.). Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig. Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su verso Cianciana, il monte Millaga (Melgaossia Rifugio?) con un “Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo. Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.553.Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.554.Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op. cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op. cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza nel Pertz,Scriptores, XIX, 495.555.Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’Anonimo Sassone, negliScriptores Rerum German.Lipsia, 1730, III, 121.556.La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori,Rer. ital. script., VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi, cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo nellaBibl. arabo-sicula, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha preso il fatto Mr. Reinaud,Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201, nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume, pag. 355, nota 1.557.Veggasi nelLiber Jurium reip. JanuensisNº. D. col. 553 segg., un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25 luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205, ec., presso il Muratori,Rerum Italic., VI, 389, 391, etc.Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap. 1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta, successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.
490.Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negliStudii sul secolo XIII, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo e de’ succedutiin loco eorum qui ex ipsis decesserant,” presso Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210 scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente, affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit., I, 60, 82.
490.Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negliStudii sul secolo XIII, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo e de’ succedutiin loco eorum qui ex ipsis decesserant,” presso Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210 scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente, affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit., I, 60, 82.
491.Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato,De principe templo panormitano, p. 127.
491.Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato,De principe templo panormitano, p. 127.
492.Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nelCatalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 49, ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad un Ibrahim, figliuolo del notaio.
492.Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nelCatalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 49, ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.
È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad un Ibrahim, figliuolo del notaio.
493.L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211, che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione musulmana.Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro,Sicilia Sacra, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla regione.
493.L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211, che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione musulmana.
Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro,Sicilia Sacra, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla regione.
494.La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’ Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358, 508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’ Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro” eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo più innanzi.
494.La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’ Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358, 508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.
Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’ Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro” eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo più innanzi.
495.Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.
495.Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.
496.La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi diplomi seguenti:1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne, detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella, nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni,intervasionis tempore, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio,Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di Cefalù, ibid.1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i villani del casale di Polizzi,ubicumque sunt. Presso Breholles, op. cit., I, 113.
496.La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi diplomi seguenti:
1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne, detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella, nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni,intervasionis tempore, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.
1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio,Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.
Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di Cefalù, ibid.
1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i villani del casale di Polizzi,ubicumque sunt. Presso Breholles, op. cit., I, 113.
497.Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.
497.Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.
Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.
498.Presso Breholles, op. cit., I, 34.
498.Presso Breholles, op. cit., I, 34.
499.Op. cit., I, 37.
499.Op. cit., I, 37.
500.Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.
500.Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.
501.Il Caruso,Bibl. sicula, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio.De supputandis, etc. pag. 40.
501.Il Caruso,Bibl. sicula, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio.De supputandis, etc. pag. 40.
502.Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’ pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delleGesta Innocentii III, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano. L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata, inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere, ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo “qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe che lì fossero state decise le sorti della battaglia.Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto, non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.
502.Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’ pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delleGesta Innocentii III, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano. L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata, inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.
Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere, ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo “qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe che lì fossero state decise le sorti della battaglia.
Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto, non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.
Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.
503.Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op. cit., I, 893.
503.Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op. cit., I, 893.
504.L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”
504.L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”
505.Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.
505.Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.
506.Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol. I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p. 194.
506.Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol. I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p. 194.
507.Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand,Amplissima collectio, V, 676, 677.
507.Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand,Amplissima collectio, V, 676, 677.
508.NelleGesta Innocentii III, presso Caruso, op. cit., pag. 649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data, indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni, quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo, scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne, ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste. Presso Bréquigny,Diplomata, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.
508.NelleGesta Innocentii III, presso Caruso, op. cit., pag. 649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data, indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni, quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo, scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne, ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste. Presso Bréquigny,Diplomata, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.
509.Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102. Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone; al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di mille tarì.Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e rappresentava la legittima autorità.Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo, fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un diploma del 1202, presso MongitoreSacrae Domus mansionis.... Panormi Monumenta historica, cap. IV, la soscrizione d’un’Amineddal, olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico diAmîn-ed-daula(il fidato della dinastia) dato a qualche gaito de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata contro gli altri Musulmani.
509.Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102. Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone; al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di mille tarì.
Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e rappresentava la legittima autorità.
Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo, fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un diploma del 1202, presso MongitoreSacrae Domus mansionis.... Panormi Monumenta historica, cap. IV, la soscrizione d’un’Amineddal, olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico diAmîn-ed-daula(il fidato della dinastia) dato a qualche gaito de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata contro gli altri Musulmani.
510.Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.
510.Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.
511.Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.
511.Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.
512.Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191 segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella Chiesa.
512.Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191 segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella Chiesa.
513.Quest’ultimo fatto si legge negliAnnales Colon. Maximi, presso Pertz, XVII, 825.È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica, della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nelRerum Arabicarum, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit., p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la vocesultan, la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn, indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nellaRivista Sicula, fasc. 2º(Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare su le epigrafi arabiche di Sicilia.
513.Quest’ultimo fatto si legge negliAnnales Colon. Maximi, presso Pertz, XVII, 825.
È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica, della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nelRerum Arabicarum, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit., p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la vocesultan, la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn, indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nellaRivista Sicula, fasc. 2º(Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare su le epigrafi arabiche di Sicilia.
514.Albertus Bohemus, citato dal Bréholles,Historia Diplomatica, etc. Introduction, pag.XCLXXXI.
514.Albertus Bohemus, citato dal Bréholles,Historia Diplomatica, etc. Introduction, pag.XCLXXXI.
515.Quest’ultimo soprannome si legge nellaContinuatio Bergensis, presso Pertz,Scriptores, VI, 440.
515.Quest’ultimo soprannome si legge nellaContinuatio Bergensis, presso Pertz,Scriptores, VI, 440.
516.Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439 segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I, come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.
516.Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439 segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I, come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.
517.Cap. viij, pag. 573 segg.
517.Cap. viij, pag. 573 segg.
518.Presso Bréholles, op. cit., I, 800.
518.Presso Bréholles, op. cit., I, 800.
519.Op. cit., II, 150, 152.
519.Op. cit., II, 150, 152.
520.Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore,Sacrae domus mansionis.... Panormi, Monumenta. Dalle annotazioni si scorge che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op. cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre 1202, vol. cit., pag. 96.
520.Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore,Sacrae domus mansionis.... Panormi, Monumenta. Dalle annotazioni si scorge che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op. cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre 1202, vol. cit., pag. 96.
521.Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap. 1, e indi dal Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1359. Temo che questa, con le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le suore e i preti.
521.Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap. 1, e indi dal Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1359. Temo che questa, con le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le suore e i preti.
522.Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703, ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221 l’atto è formulato con le paroleconcedimus.... et perpetuo robore confirmamus.
522.Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703, ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.
Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221 l’atto è formulato con le paroleconcedimus.... et perpetuo robore confirmamus.
523.Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.
523.Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.
524.Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso MongitoreSacrae Domus mansionisetc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit., II, 197.
524.Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso MongitoreSacrae Domus mansionisetc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit., II, 197.
525.Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata eglifuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, etSaraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì chenon audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores(i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia)vel vineas eorum, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella,nisi se ipsum per pecuniam redimisset. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto,Considerazioni, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.
525.Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.
L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.
Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata eglifuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, etSaraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì chenon audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores(i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia)vel vineas eorum, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella,nisi se ipsum per pecuniam redimisset. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.
Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto,Considerazioni, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.
La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.
526.Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op. cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù, e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per costringerli, e gli era venuto fatto.
526.Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op. cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù, e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.
Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per costringerli, e gli era venuto fatto.
527.Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.
527.Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.
528.Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.
528.Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.
529.Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.
529.Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.
530.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.
530.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.
531.L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra” molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio, secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In vero non si dice che fossero stati musulmani.
531.L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra” molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio, secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In vero non si dice che fossero stati musulmani.
532.Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.
532.Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.
533.Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.
533.Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.
534.Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.
534.Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.
535.NellaBibl. arabo-sicula, testo, pag. 491 segg. e nellaHistoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, II, 335; il quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta un’abbreviatura nelle ultime sillabe.L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’ ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi tratteremo nel capitolo seguente.
535.NellaBibl. arabo-sicula, testo, pag. 491 segg. e nellaHistoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, II, 335; il quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.
L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta un’abbreviatura nelle ultime sillabe.
L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’ ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi tratteremo nel capitolo seguente.
536.Bekri,Description de l’Afrique, testo arabico pag. 45 e versione di Quatremère, nelleNotices et Extraits, tomo XII, pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap. iv, di questo libro, pag. 474.
536.Bekri,Description de l’Afrique, testo arabico pag. 45 e versione di Quatremère, nelleNotices et Extraits, tomo XII, pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap. iv, di questo libro, pag. 474.
537.Il testo d’Ibn-Khaldûn hathâir, che vuol dir vendicatore e può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.
537.Il testo d’Ibn-Khaldûn hathâir, che vuol dir vendicatore e può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”
Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.
538.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.
538.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.
539.I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a 224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania, Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania. La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles, op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli stesso.
539.I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a 224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania, Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania. La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles, op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli stesso.
540.De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.
540.De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.
541.Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.
541.Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.
542.Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17 luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.
542.Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17 luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.
543.Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampatoJacis), non lascia dubbio su l’identità della persona.L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei Saraceni, posto inarridis montibus.Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw, presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negliScriptores Rer. Germ.Lipsia, 1730, tomo III, 121.L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco, mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco. Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211 ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (Annali Genovesi, presso Muratori,Rer. Italic., VI, 391, 401.)Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi con la fuga. (Annali Genovesi, presso Muratori, vol. cit., pag. 423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto, come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si confrontino il Bréholles, op. cit.Introduction, pag. cxliij, e il sig. Ed. Winkelman,De Regni Siculi administratione, etc. Berlino, 1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.
543.Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampatoJacis), non lascia dubbio su l’identità della persona.
L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei Saraceni, posto inarridis montibus.
Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw, presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negliScriptores Rer. Germ.Lipsia, 1730, tomo III, 121.
L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco, mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco. Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211 ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (Annali Genovesi, presso Muratori,Rer. Italic., VI, 391, 401.)
Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi con la fuga. (Annali Genovesi, presso Muratori, vol. cit., pag. 423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto, come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si confrontino il Bréholles, op. cit.Introduction, pag. cxliij, e il sig. Ed. Winkelman,De Regni Siculi administratione, etc. Berlino, 1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.
544.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz,Scriptores, IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani, bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.
544.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.
Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz,Scriptores, IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani, bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.
545.Ancorchè il Muratori, negliAnnali, porti la emigrazione a Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600. L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che l’imperatoreogni annofacea gran guasto sopra di loro, e che infine “scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz,Scriptores, XIX, 495, è aggiunta la data del 1224.Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori che citeremo più innanzi.
545.Ancorchè il Muratori, negliAnnali, porti la emigrazione a Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.
Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600. L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che l’imperatoreogni annofacea gran guasto sopra di loro, e che infine “scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz,Scriptores, XIX, 495, è aggiunta la data del 1224.
Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori che citeremo più innanzi.
546.Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit., pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti senza abitatori.
546.Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit., pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti senza abitatori.
547.Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9 maggio 1223.
547.Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9 maggio 1223.
548.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.
548.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.
549.Op. cit., pag. 572.
549.Op. cit., pag. 572.
550.Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.
550.Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.
551.Annales Colonienses Maximi, presso Pertz,Scriptores, XVII, 837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo la citazione del Boehmer,Fontes, II, 355.
551.Annales Colonienses Maximi, presso Pertz,Scriptores, XVII, 837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo la citazione del Boehmer,Fontes, II, 355.
552.Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello stesso nome a sette miglia dalla foce (Bibl. ar. Sicula, pag. 48, 51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città (Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico,Dizion. topogr.). Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig. Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su verso Cianciana, il monte Millaga (Melgaossia Rifugio?) con un “Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo. Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.
552.Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello stesso nome a sette miglia dalla foce (Bibl. ar. Sicula, pag. 48, 51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città (Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico,Dizion. topogr.). Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig. Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su verso Cianciana, il monte Millaga (Melgaossia Rifugio?) con un “Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo. Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.
553.Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.
553.Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.
554.Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op. cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op. cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza nel Pertz,Scriptores, XIX, 495.
554.Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op. cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op. cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza nel Pertz,Scriptores, XIX, 495.
555.Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’Anonimo Sassone, negliScriptores Rerum German.Lipsia, 1730, III, 121.
555.Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’Anonimo Sassone, negliScriptores Rerum German.Lipsia, 1730, III, 121.
556.La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori,Rer. ital. script., VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi, cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo nellaBibl. arabo-sicula, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha preso il fatto Mr. Reinaud,Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201, nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume, pag. 355, nota 1.
556.La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori,Rer. ital. script., VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi, cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.
Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo nellaBibl. arabo-sicula, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha preso il fatto Mr. Reinaud,Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201, nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume, pag. 355, nota 1.
557.Veggasi nelLiber Jurium reip. JanuensisNº. D. col. 553 segg., un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25 luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205, ec., presso il Muratori,Rerum Italic., VI, 389, 391, etc.Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap. 1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta, successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.
557.Veggasi nelLiber Jurium reip. JanuensisNº. D. col. 553 segg., un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25 luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205, ec., presso il Muratori,Rerum Italic., VI, 389, 391, etc.
Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap. 1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta, successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.